Perché è giusto legalizzare la prostituzione

La riapertura delle “case chiuse”, voluta da Salvini, ha riportato al centro del dibattito il problema della prostituzione, che in Italia non è regolamentata. E l’opinione pubblica continua a dividersi, tra chi vuole tutelare le vittime di tratta, sanzionando i clienti, e chi non ha fiducia nel ruolo di controllore dello Stato.

vignetta provvedimenti anti prostituzione

“Fare l’amore fa bene, drogarsi no, per questo sì a controllo dello Stato su prostituzione e no alla liberalizzazione”. Così Matteo Salvini riassume con uno slogan la sua proposta di riaprire le case chiuse, vietate da 60 anni dopo l’approvazione della legge Merlin. Perché prostituirsi, dice il leader della Lega, è una scelta, è un mestiere in altri Paesi del Mondo, in cui il lavoro della prostituta viene tassato. Nel nostro Paese “questo mercato lo gestisce la criminalità”, ha spiegato il segretario candidato alle politiche del 4 marzo, durante un’intervista a “Radio anch’io”. Ma in Italia una scelta del genere, l’idea di regolamentare la prostituzione, ha sempre incontrato delle resistenze. Al momento nel nostro Paese le attività collaterali legate alla prostituzione, come la gestione di case chiuse, sfruttamento, favoreggiamento, sono illegali.

La proposta di Salvini, che nel centrodestra ha suscitato qualche imbarazzo, segna una linea di demarcazione rispetto alla posizione che molti parlamentari hanno seguito durante questa legislatura. Se da una parte l’idea della Lega è quella di riaprire le case di tolleranza, dall’altra sono state depositate sia alla Camera che al Senato proposte di legge che puniscono il cliente, un criterio seguito in altri Paesi europei, come l’Islanda, e che è stato adottato anche da alcuni comuni italiani, come Firenze e Rimini.

È stata presentata una proposta di legge a firma di Caterina Bini (Pd) e Maurizio Lupi (Ap) e altri 50 deputati, che mirava appunto a combattere il fenomeno dello sfruttamento di esseri umani. L’intento di colpire la domanda accomuna anche la proposta della senatrice Dem Francesca Puglisi, e ancora quella di Carlo Giovanardi (Idea), di Andrea Romano (Pd) o Gianluigi Gigli (Des). E per nessuna di queste è iniziato l’esame in Commissione, ma tutte partono da questi numeri: sono 21 milioni le vittime di tratta nel mondo (dati ONU del 2016), di cui 5,5 milioni minori d’età. E il 75 per cento delle vittime di tratta ai fini di sfruttamento sessuale sono donne e ragazze minorenni. Ma il dato che più colpisce è che su un range (tra le 75mila e le 120mila) di donne che si prostituiscono, il 65 per cento lo fa in strada e il 37 per cento è minorenne. Le indagini condotte anche dall’Oim, e riportati dalla Comunità Papa Giovanni XXIII, ci dicono che la maggior parte di loro vive di prostituzione, ma per costrizione, non per libera scelta, e che le donne ridotte in schiavitù e trafficate in Italia sono tra le 19000 e le 26000 ogni anno (numeri in crescita).

Prostitute, a Reggio Emilia i residenti protestano e chiedono ordinanza anti-prostituzione

 

Qual è dunque la formula migliore per ridurre il fenomeno, o quantomeno per limitare l’appannaggio totale, e quindi il profitto, della criminalità? Si può fingere di non vedere un problema. Oppure si può ricordare per esempio che il 75 per cento dei rapporti tra clienti e prostitute avviene in modo non protetto, con alti rischi sanitari e possibile contagio di infezioni e malattie a trasmissione sessuale. La riapertura delle “case di tolleranza” porterebbe di certo questi incontri in luoghi più controllati e sicuri, dove sarebbe più facile vigilare sul rispetto delle norme igieniche, e ci sarebbe il vantaggio di poter imporre verifiche sulla fiscalità. Inoltre si potrebbe monitorare il fenomeno con più precisione. Le case d’appuntamento legali avrebbero il pregio almeno di combattere l’ipocrisia, di chi non vuole affrontare una questione dove il moralismo la fa da padrone: la verità è che come ha dichiarato la Comunità Papa Giovanni XXIII, il cliente italiano tipo è un uomo sposato (nel 77% dei casi), benestante (nel 56% dei casi). Anche se è bene chiarire un aspetto: a livello teorico è facile cedere alla tentazione di identificare la regolamentazione con la fine del mercato “sommerso” e della prostituzione “clandestina”. Purtroppo non è comunque possibile prevedere se in Italia la sola gestione dello Stato riesca a debellare le sacche di criminalità, sarebbe ingenuo pensarlo. Anche per questo il dibattito sull’argomento tiene banco da anni.«

Non sono stati questi gli unici tentativi di regolamentare la prostituzione, prevedendo soluzioni differenti. Più di un modello è stato oggetto di analisi in questi anni, dal modello “neoproibizionista” alla svedese, che vuole appunto depenalizzare l’offerta ma colpire il cliente, al modello “regolamentarista” che vuole fare della prostituzione una professione, passando da quello “abolizionista” con il quale si vogliono punire le devianze criminali, non la prostituzione in sé. Senza contare la proposta avanzata per esempio dal sindaco Marino, che aveva pensato di introdurre all’Eur una “red zone” apposita, che però appunto avrebbe messo il Campidoglio in una posizione scomoda, ponendosi in contrasto con la legge della senatrice Merlin.

Luci e ombre del modello francese
In Francia nell’aprile del 2016, è stata approvata la legge che ha stabilito che un cliente che paga per ottenere delle prestazioni sessuali sta commettendo un reato. In Francia i dati parlavano di circa 40mila persone che si prostituivano per strada, cifre poco sotto quelle italiane, e circa l’80 per cento erano vittime di sfruttamento. Chi ha fortemente sostenuto questa legge ha cercato di porre l’accento sul fatto che la maggior parte delle donne che si dedica a quest’attività non lo fa per libera scelta, ma perché appunto costretta.

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Quando la legge in questione è passata sono stati però sollevati alcuni punti deboli. Primo fra tutti l’impossibilità, da parte delle forze dell’ordine, di poter effettivamente controllare il fenomeno e sanzionare i clienti, visto che l’introduzione della legge, secondo i detrattori, avrebbe richiesto un incremento nel numero dell’organico in servizio. Poi le prostitute stesse hanno lamentato i rischi di continue repressioni da parte della polizia, che avrebbero reso insicuro il mestiere. E poi i più critici sostenevano che il vero problema fosse costituito piuttosto dalla prostituzione via internet, la cui diffusione è difficilmente quantificabile. Un movimento di manifestanti ha addirittura protestato con lo slogan provocatorio “Non toccare la mia puttana”, dichiarando di essere potenziali “clienti”, in chiave chiaramente “anti-puritana”. Posizione osteggiata da chi milita invece contro la “mercificazione” del sesso femminile. C’è la possibilità che la donna possa appropriarsi del proprio corpo nel nostro Paese? All’interno, si intende, di un circuito protetto, come potrebbe essere quello delle case d’appuntamenti? Forse il passaggio più complicato, sarebbe proprio questo: l’accettazione che una donna possa fare ciò che vuole con il proprio corpo, anche venderlo, senza per questo essere demonizzata

(ANNALISA CANGEMI FANPAGE.IT)

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