Perchè nessuno vi dice che dal 2018 il fiscal compact è operativo, ossia che ci saranno almeno 40 mld di nuove tasse? L’EU conferma, no sforamenti di deficit…

Italiani ignoranti, non sanno nemmeno fare i propri interessi. Preferiscono farsi prendere in giro con le fake news dei media, che hanno interesse che il popolino paghi per gli editori e famiglia (una piramide al contrario). Panem et circenses, da secoli. Sarà anche così, ma una cosa è certa: è stata messa la sordina al fatto che dal 2018 ci saranno circa 40 miliardi di euro di nuove tasse – sicure – per gli italiani. Il motivo è che, dopo numerosi rinvii, il fiscal compact è operativo in Italia a partire dallo scorso 1.1.2018. Come verranno reperite queste risorse?  Con nuove tasse. Vedasi sotto:

L’art. 16 del Fiscal Compact (o Patto intergovernativo di bilancio europeo) stabilisce che entro cinque anni dalla sua entrata in vigore (ovvero entro il 1° gennaio 2018), sulla base di una valutazione della sua attuazione, i 25 Paesi Europei firmatari – tra cui l’Italia – siano tenuti a fare i passi necessari per incorporarne le norme nella cornice giuridica dei Trattati Europei.

Il problema sta nel fatto che tra dollaro in discesa (che causerà un netto affievolimento della ripresa economica, fino a rischiare un crescita del PIL NEGATIVA nel primo trimestre del 2019 – seguirà documento tecnico – e dunque con un forte peggioramento del rapporto debito/PIL) e tassi mondiali in salita (con aumento dei costi degli interessi sul debito nazionale), i 40 miliardi iniziali diventeranno almeno 60 o più, fino ad ipotizzare qualcosa di prossimo ai 100 miliardi di euro di extra costi per lo Stato (ovvero di extra tasse).

Notate che Moscovici, il vice presidente della Commissione EUropea, ha detto chiaramente negli scorsi giorni che l’Italia non avrà sconti, il limite del 3%t di deficit è insindacabile. O, tradotto, di soldi in Italia ce ne se sono ancora, che si vada dunque a toccare nel portafoglio dei cittadini.

A Roma, negli uffici del PD, il piano è pronto da tempo:

(i) si partirebbe con una forma light di imposta patrimoniale sui risparmi nel 2018, quanto meno con un sicuro aumento dell’imposta di bollo da 0,2% a 0,4-0,5% degli attivi finanziari (alcuni hanno parlato addirittura dello 0.75%). Con questa misura si dovrebbero racimolare qualcosa come 10 miliardi di euro (sarebbero il doppio con lo 0,75%);

(ii) poi una rivisitazione degli estimi catastali per il pagamento dell’IMU, la fantomatica riforma del catasto, che dovrebbe portare fino a 15-20 miliardi di euro in più all’anno ma con il problema che con un Berlusconi al governo la prima casa resterebbe fuori;

(iii) di seguito è prevista una “rivisitazione” delle contribuzioni sulle pensioni considerate alte ossia superiori, si dice, ai 3000 anche 2500 euro lordi mensili (che poi dette pensioni siano veramente pensioni alte è tutto da discutere);

(iv) forse si aggiungerebbe anche un attacco alle franchigie per le donazioni e per l’inapplicabilità di balzelli sulle eredità, oggi a 1 milione di euro e tendenzialmente indirizzata verso a 400’000.

Di più non si può fare senza una crisi emergenziale o comunque qualcosa di grosso. Il problema è che mancherebbero almeno 30 miliardi all’appello per fare tornare i conti. Dunque la necessità, garantita dai fondamentali macroeconomici, di una prossima crisi dello spread italiano durante la seconda parte del 2018, a partire dall’estate. Vi ricorda qualcosa? A me si, purtroppo. Certo, i politici italiani – anche i tecnici – o sono incompetrenti o sono bugiardi, non c’è alternativa.

In questo contesto l’astuto Renzi, che in altri tempi sarebbe stato messo al rogo più o meno come l’antico rottamatore di facciata, il Savonarola, sta creando le condizioni affinchè il disastro venga preso in carico dal prossimo governo, che non sarà il suo. Si sa, la famiglia è grande e lui degli italiani ha sempre fregato poco o nulla, tanto le carte si giocano a Doha (…). Si dice – in molti, sempre i soliti malpensanti da cui bisogna necessariamente dissociarsi (…, …) – che il PD con Renzi in persona abbiano preso accordi con l’EU tedesca, ossia con Berlino, di un sostanziale aumento delle tasse DOPO le elezioni italiane, fino all’ora sarebbe stata pattuita una tregua. Vera o falsa che sia questa speculazione sta di fatto che sembra molto pertinente. In cambio è stato richiesto una tassazione patrimoniale su immobili ed attivi finanziari a carico dei cittadini italiani.

Vedremo se sarà vero.

Posso solo darvi un indizio che sembrerebbe apparentemente insignificante ma che in realtà non lo è, assolutamente: pochi se ne sono accorti ma anche Belen Rodriguez ha abbandonato fiscalmente l’Italia. E di corsa. A giudicare dalle referenze indicibili della soubrette – ossia dalle fonti  – che costei certamente ha in ambito milanese romano che conta, anche la star più guapa del momento sembrerebbe aver ottenuto ragguagli ben precisi sul fatto che non vale più la pena stare in Italia, troppo cara. E soprattutto impossibilmente cara nei prossimi mesi, per colpa delle tasse.

Non aggiungo altro (sarò retro ma, morti per morti, appunto -, mai come nel 2018 o si esce dall’euro o si muore…) (Scenarieconomici)

Il portavoce della francese Total, tanto attiva in Italia, che considera “la Basilicata un posto di merda”: i francesi restano colonialisti e Total è il suo braccio armato contro l’Italia?

Quando ho letto la notizia sono saltato sulla sedia. Se il portavoce della Total considera tale la Basilicata, dove è sito il maggior giacimento petrolifero italiano dove la società francese estrae tanto petrolio, la situazione è gravissima.

Si sa, da sempre l’invidiosissima Francia vuole mettere le mani sule aziende e sulle risorse italiane, la Libya insegna. Ed anche Gheddafi, ucciso – si dice – dai francesi perchè troppo amico dell’Italia. Guarda caso Total è stata immischiata nello scandalo della Federica Guidi quando era in Eni, voi non ve lo ricordate ma io si (fu creato ad arte uno scandalo enorme). E lo sapete il motivo di tale scandalo?

Rovinare la reputazione di Eni, ammazzarla dal di dentro. Infatti l’obiettivo di Total – gli addetti ai lavori lo sanno benissimo – è prendersi Eni. Il motivo è presto detto: le riserve di Total sono in prospettiva scandalosamente basse mentre Eni negli anni ha saputo costruire risorse anche per il futuro con grande capacità di scoprire nuovi giacimenti, grazie anche a Saipem. Il colosso francese aveva scommesso tutto sulla Russia; poi un giorno di quattro anni fa il suo presidente (filo-russo), Christophe de Margerie, grande intenditore di champagne, morì in uno strano incidente aereo a Mosca. E fu così che il futuro petrolifero dell’azienda di fatto di Stato francese implose dalla sera alla mattina.

Siamo sinceri, anzi diciamola tutta: la procura di Milano, a vedere gli eventi, è sempre stata vicina (nel senso che CASUALMENTE ne ha ripetutamente gestito le fortunate sorti) agli interessi francesi in Italia. E non mi riferisco al cugino del procuratore capo di Milano (stesso cognome) fino a poco tempo fa a capo dei legali della filiale dell’azienda del Ministero della difesa francese del capoluogo meneghino. Chiaramente, nel caso, tale vicinanza è stata del tutto casuale, seguono altri fatti per meditare. Per iniziare, come non ricordare Diego Curtò, il giudice della sezione fallimentare che fece impropriamente fallire Montedison dietro il pagamento di una tangente.  Tangente la cui fonte ad oggi resta sconosciuta: che fosse arrivata dalla Francia? Chissà, sta di fatto che Montedison fu poi comprata dai francesi (assieme ai soci italiani di Fiat, quasi sempre loro e i Benetton coinvolti nelle svendite italiane che contano…) ed i suoi assets vennero spartiti tra i cugini di compagna, ehm, d’oltralpe…

E che dire degli elicotteri di Finmeccanica del caso India poco dopo il golpe del 2011? Se ricordo bene era il PM De Pasquale che indagava, ricordate il caos con l’India, con i marò fermati per anni in terra straniera? Eh si, essi furono bloccati come ritorsione, alla Farnesina lo sanno bene….

E sapete perchè? Azzardo: la Fondazione Nens, di fatto diretta da Enrico Letta, proponeva di vendere Finmeccanica ai francesi. Per bocca della ricercatrice (francese) Lisa Jeanne, poi scoperto essere nome de plume, ricercatrice della stessa Università dove è poi andato ad “insegnare” Enrico Letta, l’università dei servizi segreti d’oltralpe Science Po. Alla fine l’inchiesta su Finmeccanica fu incredibilmente archiviata, dopo aver fatto danni enormi al paese (l’appalto con l’India fu perso, chi l’avrà poi preso?). In tutto questo De Pasquale ha pagato per l’errore e soprattutto èer i danni che ha subito Finmeccanica e l’Italia, vista l’archiviazione? Nemmeno per sogno, siamo in Italia.

Se andiamo a vedere lo stesso PM De Pasquale è quello che indaga anche per le tangenti di ENI in Nigeria, con Descalzi oggi sul banco degli imputati. Sempre lui.

De Pasquale è inoltre lo stesso PM che sta indagando Berlusconi per la cessione del Milan, oltre ad averlo indagato in passato per frode fiscale sui diritti TV. Oltre ad essere il PM che segue l’accusa conto Vivendi (siamo sicuri che la Procura sia aggressiva come si deve coi francesi? Mah…).

Per inciso, sarebbe proprio un’inchiesta di De Pasquale quella tirata impropriamente in ballo da La Stampa contro Berlusconi in questi giorni, poi smentita dal procuratore capo di Milano, Francesco Greco. Fatto che ha fatto emergente l’eterna ruggine con il burattinaio in pectore Carlo De Benedetti

In ultimo De Pasquale è lo stesso PM che indagò in passato per la vendita di azioni Saipem, del gruppo ENI. Vedasi immagine. Lo stesso PM indagò anche Saipem per le tangenti in Nigeria… Ed anche Scaroni per le tangenti Saipem in Algeria… Per inciso, Saipem hanno cercato di farla cedere molte volte, Eni detenendo Saipem ha un vantaggio enorme rispetto ai competitor Europei…

Io faccio solo un parallelismo: secondo voi in Francia o in Germania un PM come De Pasqaule avrebbe potuto agire nella stessa maniera in cui ha operato in Italia? Io la riposta me la sono già data.

A scanso di equivoci riporto una lettera aperta che si può trovare su internet, che forse può esser utile per comprendere alcune sfaccettature (…). (vedasi LINK)

Certamente nel caso in questione i francesi applaudiranno certamente il nostro italico PM, anche perchè gli spazi lasciati ad esempio da Saipem bloccata per le indagini ha aperto spiragli enormi alle aziende francesi. Sembrerebbe anzi che nel post Monti ci sia stato un accumulo (diciamo casuale, …) di inchieste ed attacchi contro i gioielli nazionali, con un vero e proprio tentativo di mettere le mani su Eni, Finmeccanica etc. o sbaglio? La cosa che mi fa letteralmente schifo è sentire anche che poi, pur nel contesto sopra citato, il portavoce di Total consideri la Basilicata un posto di merda….

Faccio solo una domanda: se la Total di turno – ossia i francesi  – si compreranno tutte le aziende italiane (spostando gli utili all’estero, come fanno tutte le aziende della moda francesi che comprano le aziende italiane, ndr), come si farà fra 20 anni a pagare l’altissima pensione del dottor De Pasquale? Il collegamento col colonialismo francese  – mai sopito – è pleonastico.

Vedremo. Per intanto vi chiederei di meditare sui fatti e farvi un’idea della situazione (e poi votare di conseguenza).

Jetlag scenari economici

MARIO MONTI SCATENATO – “ABBIAMO UNA CLASSE POLITICA DI CIARLATANI E DI IMBONITORI IRRESPONSABILI CHE MERITEREBBERO SOLO UNA COSA: CHE NOI CITTADINI CI RIFIUTASSIMO DI ANDARE A VOTARE. QUESTO NON LO CONSIGLIO” – “FLAY TAX? 80 EURO? NON GIOVA SPINGERE IL PAESE IN SITUAZIONI SULL’ORLO DEL PRECIPIZIO E POI LASCIARLE IN MANO A QUALCUN ALTRO’’ – CONTRO IL QE DI DRAGHI: ‘’LA CONTINUA DISTRIBUZIONE DI QUESTA DROGA E ANESTETICO NON FA VEDERE LA SITUAZIONE REALE DELLE COSE”

L’intervista di Giovanni Floris – a DiMartedì su La7 – all’ex Premier Mario Monti

 

 

Floris: Allora è iniziata la campagna elettorale. Lei che idea si è fatto dei toni, dei programmi e soprattutto che dicono in Europa?

mario montiMARIO MONTI

 

Monti: Chiaramente è un Paese che sta andando indietro e non avanti. Lo spettacolo che viene offerto a noi cittadini e al resto d’Europa è semplicemente uno spettacolo di totale irresponsabilità.

 

Floris: Perché dice questo professore?

Monti: Perché sempre di più i partiti nel loro insieme – chi più chi meno – trattano gli elettori come se fossero dei bambini immaturi e totalmente soggetti ad illusionismo. È uno spettacolo orribile che stiamo dando all’Europa che si ritorcerà contro l’Italia. Una grande operazione di diseducazione civica che la nostra politica sta compiendo.

 

giorgio napolitano mario montiGIORGIO NAPOLITANO MARIO MONTI

Floris: Allora professore, visto che ha le idee così chiare cerchiamo di percorrere un po‘ gli avvenimenti principali di questa campagna. Innanzitutto c’è un’operazione che noi registriamo. The Economist, Le Monde iniziano a rivalutare la figura di Silvio Berlusconi, dicono alla fine sarà proprio lui a salvare il Paese. È possibile?

 

Monti: Non ho mai partecipato alla caccia alle streghe contro Berlusconi e non ho mai partecipato agli atteggiamenti così pesantemente critici a volte in modo pregiudiziale che Bill Emmott o Scalfari o altri hanno riservato a Berlusconi. Quello che però trovo straordinario e incredibile è che coloro che disarmano adesso da questo atteggiamento eccessivamente critico e magari fanno un po’ di autocritica per il passato, contemporaneamente passino un colpo di spugna sulla memoria e non considerino minimamente come ha governato qualcuno in più di una occasione.

GRILLO SALVINI RENZI BERLUSCONIGRILLO SALVINI RENZI BERLUSCONI

 

Floris: Secondo punto… legge Fornero. Danno tutti per scontato la possibilità che si possa abrogare, è così?

Monti: Lo facciano, lo facciano. Sono cinque anni che spiriti più o meno giulivi dicono che in fondo si è inutilmente colpita l’economia e la società italiana con la legge Fornero. La povera professoressa ne paga -spesso di martedì – ma quasi sempre anche negli altri giorni della settimana le conseguenze. Vedo il professor Cazzola che sta facendo un’operazione veramente importante di educazione civica. Di come sarebbe trasformata la vita del cittadino italiano che per caso credesse a tutte le varie esenzioni e riduzioni fiscali che gli vengono prospettate dai ciarlatani – nel loro insieme – che si stanno indirizzando a noi nella campagna elettorale e che meriterebbero solo una cosa dato l’atteggiamento irresponsabile: che noi cittadini ci rifiutassimo di andare a votare. Questo non lo consiglio d’altra parte..

 

Floris: Però Lei è un Presidente del Consiglio e senatore a vita. Immagino che non lo suggerirà…

il presidente dell eurogruppo juncker a destra in una rara foto con mario draghi e mario monti aspxIL PRESIDENTE DELL EUROGRUPPO JUNCKER A DESTRA IN UNA RARA FOTO CON MARIO DRAGHI E MARIO MONTI ASPX

Monti: Ho detto che non lo consiglio, ma questa sarebbe la reazione di un popolo che sente la propria maturità e consapevolezza assolutamente non riconosciuta da imbonitori di varia coloritura che stanno veramente in queste settimane dando un orribile prova di sé. Dobbiamo chiederci che conseguenze ha questo sull’Europa. Scusi Dott. Floris se lei fosse un governante tedesco che cosa direbbe ai propri cittadini che leggono sui giornali le stravaganze della campagna elettorale italiana circa l’assennatezza o meno di predisporsi un giorno a condividere maggiormente i rischi con l’Italia?

RENZI FLORISRENZI FLORIS

 

Floris: Non sarebbe facile. Presidente, la Flat Tax si può fare?

Mario Monti e Giuliano AmatoMARIO MONTI E GIULIANO AMATO

Monti: Io credo che si possa fare, come si possono fare tante cose negative nell’economia o nella vita. Credo che sia molto importante ridurre la tassazione in Italia nel complesso e da questo punto di vista devo dire che non giova spingere il Paese in situazioni sull’orlo del precipizio e poi lasciarle in mano a qualcun altro perché questo qualcun altro in genere deve provvedere dove non si è provveduto prima e semmai alzare le tasse sgradevolmente. Nel nostro Paese c’è sempre di più un grosso problema di giustizia sociale e lo vedo non conciliabile – la soluzione di questo problema – con una riduzione del grado di progressività.

 

Floris: Professore tornano anche gli 80 euro. Renzi propone il bonus alle famiglie con figli. Che ne pensa?

il pizzino di enrico letta di augurio a mario montiIL PIZZINO DI ENRICO LETTA DI AUGURIO A MARIO MONTI

Monti: Come sempre sul piano individuale è una bellissima idea, ma credo che gli italiani non si lascino più sedurre da queste cose. Bisogna anche chiedersi abbiamo parlato prima di Europa. L’Europa e in particolare la Banca Centrale Europea hanno fatto molto in questi anni. La BCE ha fatto moltissimo per aiutare a tenere unito l’Euro e non farlo deflagrare e per cercare di sostenere un po’ la ripresina che sta diventando ripresa in Europa. Però, ahimè, ha fatto in misura esorbitante e ancora sta facendo una certa politica di allagamento monetario dell’Economia di cui in Italia vediamo solo gli aspetti miracolistici perché ci piace considerarci miracolati, ma ovviamente la continua distribuzione di questa droga e anestetico non fa vedere la situazione reale delle cose. Se lo Stato riesce a finanziare i suoi debiti a tassi quasi vicini allo zero c’è meno determinazione nel ridurre il disavanzo pubblico e il debito pubblico. Sarebbe ora che questo spaccio gentile di droga monetaria si riducesse molto rapidamente.

 

mario monti enrico lettaMARIO MONTI ENRICO LETTA

Floris: Senta professore non è che alla fine dopo una campagna elettorale in cui si parla di pensioni minime, di abolizione della Legge Fornero, in cui i vari leader promettono tante cose. Non è che si finisce a ricorrere ad un governo tecnico come nel 2011?

Monti: I partiti in quella fase delicatissima, difficile e pesante per i nostri cittadini si sono accollati l’onere politico di votare tutti i provvedimenti che abbiamo concordato e hanno contribuito a salvare l’Italia da una deriva greca. Perché i partiti hanno ritenuto i cittadini i italiani così stupidi da non poter dire guardate abbiamo fatto responsabilmente un sacrificio nell’interesse generale. Non sono stati quegli stupidi dei tecnici e cerchiamo in futuro di evitare situazioni simili.(Dagospia.com)

Abi, l’inutile riconferma di Patuelli. Il tramonto dell’associazione bancaria

Dopo la crisi del credito, l’associazione bancaria ha perso il suo appeal politico, ma per le grandi banche come Intesa i rapporti sindacali restano strategici

Di Luca Spoldi Affariitaliani
Abi, l'inutile riconferma di Patuelli. Il tramonto dell'associazione bancaria

 

Abi: Patuelli ottiene il terzo mandato
Non c’è due senza tre: con un voto unanime del comitato esecutivo, Antonio Patuelli è stato oggi riconfermato per un terzo mandato ai vertici dell’Abi (Associazione bancaria italiana), un tempo potente lobby oggi ridotta al ruolo di distributore di statistiche sull’andamento di impieghi, depositi e sofferenze del sistema bancario italiano o poco più.

Patuelli, un politico prestato al credito
Il fatto stesso che non ci siano state incertezze circa la riconferma di Patuelli, un banchiere “minore” (è presidente della Cassa di Risparmio di Ravenna) ma soprattutto un politico a tutto tondo (è stato eletto, per il Partito liberale, due volte alla Camera e una volta al Senato) che venne nominato per acclamazione nel gennaio 2013 quale successore di Giuseppe Mussari, altro politico prestato al credito dimessosi dopo il terremoto che travolse Mps, la dice lunga sul sempre più modesto appeal politico dell’Abi e più in generale del mondo dell’associazionismo in Italia, un tempo regno di salotti e salottini buoni a tutti i livelli.

La distanza dalla politica resta minima
Del resto proprio per allontanare l’immagine di commistione tra politica e credito lo stesso Patuelli dichiarò cinque anni fa di voler lavorare “per banche assolutamente indipendenti, distanti e distinte dalla politica e da ogni rischio di interferenze e di interessi in conflitto”. Volontà che non ha evitato polemiche in seguito all’esplosione delle crisi di Mps, Banca Etruria, Banca Marche, CariFerrara, CariChieti, Bpvi e Veneto Banca e alla relativa gestione attraverso risoluzioni, commissariamenti, fondi di salvataggio più o meno “spontanei” e intervento di “cavalieri bianchi” su pressione di Banca d’Italia e del governo.

Nel 2010 braccio di ferro Draghi-Tremonti
Ben diverso il clima fino al 2010, quando l’allora governatore di Banca d’Italia, Mario Draghi, e il ministro del tesoro Giulio Tremonti si erano dati battaglia appoggiando il primo Giuseppe Mussari, il secondo Corrado Faissola (Ubi Banca), che cercava di ottenere il terzo mandato. Attorno all’avvocato presidente di Rocca Salimbeni (ed ex presidente di Fondazione Montepaschi) si coagulò poi il blocco dei grandi gruppi, all’epoca nettamente contrapposti al mondo delle banche popolari e del credito cooperativo che in questi ultimi anni ha mostrato non pochi affanni.

Quattro anni prima lo scontro fu tra banche
Uno contro tra i due maggiori gruppi bancari del paese, Intesa Sanpaolo e Unicredit, aveva invece caratterizzato la riconferma, nel 2006, dello stesso Faissola e la nomina, tre anni dopo, quale successore di Giuseppe Zadra (dimessosi dopo 17 anni dalla direzione generale dell’associazione) di un esterno, l’ex condirettore generale e responsabile della divisione emittenti di Consob Giovanni Sabatini. Nomina decisa solo dopo un lungo stallo sul nome di Giovanni Bazoli, presidente di Intesa Sanpaolo che aspirava a tale carica.

Con Micheli l’Abi disdettò il contratto nazionale
Intesa Sanpaolo ha comunque compensato la mancata nomina di un suo esponente alla direzione generale con una poltrona altrettanto pesante come quella del presidente del Comitato per gli affari sindacali e del lavoro, ricoperta dal “duro” Francesco Micheli (all’epoca anche vicepresidente Abi), che nel 2013 firmò la disdetta unilaterale del contratto nazionale del credito. Micheli tuttavia l’anno successivo uscì da Intesa Sanpaolo, dove ricopriva la carica di Chief operating officer, per cui anche la sua poltrona in Abi dovette essere riassegnata.

Profumo ricucì, poi passo il testimone
La carica passò in un primo momento ad Alessandro Profumo, ex Ceo di Unicredit in quel momento passato alla presidenza di Mps, che nell’aprile del 2015 riuscì a trovare un’intesa coi sindacati rinnovando il contratto nazionale frutto di una serie di compromessi da entrambi i lati del tavolo. Ma la parabola di Profumo in Mps ed Abi era destinata a durare poco: già nel luglio dello stesso anno Alessandro “il magnifico” lasciava la presidenza di Rocca Salimbeni e i suoi incarichi in Abi.

Lodesani andò a presidiare le relazioni sindacali
Questa volta Intesa Sanpaolo, ormai il primo gruppo in termini di dipendenti in Italia, non si lasciò sfuggire l’occasione, ottenendo la nomina come sostituto di profumo di Eliano Omar Lodesani (che nel gruppo guidato da Carlo Messina era subentrato a Micheli come Chief operating officer) in un momento storico delicatissimo sotto il profilo delle relazioni sindacali.

Con Lodesani siglati accordi per 25 mila esuberi
Lodesani ha infatti dovuto già siglare accordi per gestire quasi 25 mila esuberi (con un costo per il sistema bancario di 5 miliardi di euro), di cui 9 mila, a fronte di 1.500 nuove assunzioni, per la sola Intesa Sanpaolo. Meno onori e più oneri, insomma, per l’Abi versione 2018 che dunque scatena meno appetiti “industriali” di un tempo a livello di rappresentanza e più a livello operativo. Anche questo, in fondo, è un’eredità della crisi di un sistema che si credeva “più sano degli altri” e si è invece scoperto fragilissimo e ancora legato a vecchi modelli di business, poco diversificati tra loro e incapaci di esprimere una redditività decente, tanto più durante l’era del denaro a costo sotto zero.

L’UNICO CHE HA FATTO UN AFFARE D’ORO NELLA VENDITA DEL MILAN? BERLUSCONI! “È RIUSCITO A FARSI VALUTARE IL CLUB IL DOPPIO DELLA JUVE CON LA METÀ DEI RICAVI: COSÌ SI È RIFATTO DEI 460 MILIONI PERSI NEGLI ULTIMI 8 ANNI – E MISTER LI? SEMBRA QUASI UN PRESTATORE D’OPERA.IL MILAN, DI FATTO, SOLO POCHI MESI DOPO IL SUO INGRESSO NON È PIÙ SUO…”

Fabio Pavesi per il “Fatto quotidiano”

 

berlusconi milanBERLUSCONI MILAN

Doveva essere una delle operazioni più brillanti nel panorama del calcio italiano e non solo. Si è trasformata fin da subito in una farsa grottesca e piena di zone d’ ombra. (…)

 

Il compratore si è rivelato fin da subito una sorta di ologramma. Non aveva le risorse finanziarie per reggere un’ acquisizione da 750 milioni di euro. Già pochi mesi dopo i primi versamenti di acconto, la galassia societaria piena di scatole off shore di mister Li ha dovuto tirare i remi in barca: le sorti del Milan sono infatti in mano al fondo Usa Elliott che ha finanziato per 300 milioni l’ ineffabile compratore cinese. E a che tassi! Dato che solo di interessi quel prestito che Li potrebbe non essere in grado di restituire costa 80 milioni. Tassi sopra il 10% che la dicono lunga sulla solidità patrimoniale del supposto imprenditore cinese.

 

berlusconi milanBERLUSCONI MILAN

È da qui che nascono i primi dubbi sulla bontà del compratore e quindi dell’ intera operazione. Non si entra in una partita da 750 milioni (cui hanno seguito investimenti nel calciomercato per oltre 120 milioni) se non si ha la disponibilità finanziaria. E se Elliott, che di mestiere valuta aziende in tutti settori e in tutto il mondo, chiede un tasso annuo sopra il 10%, allora mister Li non è quello che sostiene di essere. (…)

 

Berlusconi, che conferma anche in questa vicenda di essere un genio degli affari, è riuscito a far valutare ai tempi della trattativa il suo club affannato e fiaccato da perdite e debiti ormai da un decennio, quasi due volte il valore di Borsa della Juve all’ epoca. Ma c’ è un abisso nei conti tra la Juve vincente che fa ricavi più che doppi rispetto al Milan e soprattutto fa utili.

 

mister liMISTER LI

Valutare il Milan quasi tre volte i ricavi, quando per il resto è pressoché da buttare ha del genio diabolico. Basti vedere i numeri del club rossonero ai tempi della trattativa. Il Milan chiuse il bilancio 2016 con una perdita netta di 72 milioni su ricavi per soli 211 milioni. Ogni 100 euro fatturati, 30 euro si tramutavano in perdite, ma è la striscia negativa e declinante da anni che impressiona. Nel 2012 i ricavi sfioravano i 300 milioni, ridimensionati del 30% in soli 4 anni. L’ ex club di Berlusconi non ha mai chiuso in utile almeno dal 2009: cumulando perdite nette per la bellezza di 460 milioni solo negli ultimi 8 anni. Perdite che sono state la spina nel fianco per Fininvest e che puntualmente doveva ricapitalizzare il club. Una valutazione di mezzo miliardo in queste condizioni è stato l’ affare della vita per Berlusconi. Con l’ incasso del presunto affarista cinese, la Fininvest ha di fatto recuperato tutte le perdite del Milan dell’ ultimo decennio. Nessun graffio alla finanziaria di famiglia. Ecco perché l’ unico che ha fatto l’ affare d’ oro è proprio il Cavaliere. Ma se Berlusconi ha fatto il colpo della vita qualcuno si è affondato con le proprie mani. Imperizia del compratore, suggestione o altro?

 

berlusconi milanBERLUSCONI MILAN

Mister Li sembra quasi un prestatore d’ opera in questa straordinaria commedia. Il Milan, di fatto, solo pochi mesi dopo il suo ingresso non è più suo. È nelle mani del fondo Elliott e della sua appendice Project Redblack che ha sottoscritto pochi mesi fa i due prestiti obbligazionari emessi sul mercato di Vienna con scadenza a ottobre 2018 e tasso al 7,7%. Un ulteriore finanziamento che ha visto mettere però pegno su qualsiasi asset del Milan.

 

Dal pegno sulle azioni, al pegno sul conto ricavi presso Banco Bpm. Alle garanzie sui diritti. Insomma tutta la galassia societaria del Milan è oggetto di pegno per gli ultimi finanziamenti obbligazionari. Parabola che sembra chiusa per mister Yonghong Li. Se così accadrà e il tycoon cinese capitolerà, allora il Milan diverrebbe di proprietà del fondo Usa Elliot che con quella linea di credito da 300 milioni più lauti interessi che scade tra 10 mesi di fatto è il vero padrone del club (…)(Dagospia.com)

berlusconi quando fazio parla del milanBERLUSCONI QUANDO FAZIO PARLA DEL MILAN

GOLDMAN FUCKS: PRIMA PERDITA TRIMESTRALE IN SEI ANNI. -1,9 MILIARDI PER ‘ONERI CONTABILI STRAORDINARI’ E POCA ATTIVITÀ DI TRADING. LA RIFORMA FISCALE DI TRUMP DARÀ UNA ‘BATOSTA’ INIZIALE ALLE BANCHE MA NEL LUNGO TERMINE LE VEDRÀ AUMENTARE ANCORA DI PIÙ GLI UTILI

GOLDMAN SACHS: ROSSO IN TRIMESTRE, PESA RIFORMA FISCO TRUMP

 (ANSA) – Goldman Sachs chiude il quarto trimestre del 2017 in rosso dopo aver messo in bilancio oneri contabili straordinari per 4,4 miliardi di dollari sulla scia della riforma fiscale del Presidente Trump. Il gigante bancario Usa archivia quindi gli ultimi tre mesi dell’anno scorso con una perdita netta di 1,93 miliardi di dollari rispetto ad un utile di 2,35 miliardi di dollari dello stesso periodo del 2016. Per Goldman Sachs si tratta del primo rosso trimestrale in oltre sei anni.

 

GOLDMAN: CALA IN BORSA DOPO PRIMO ROSSO DA 2011, -2,88%

 (ANSA) – Goldman Sachs pesante in Borsa dopo il primo trimestre in rosso dal 2011. I titoli perdono il 2,88% in una giornata positiva per i listini americani. A pesare sulla banca e’ il calo dei ricavi del trading e la riforma delle tasse di Donald Trump , che ha costretto la banca a iscrivere a bilancio oneri contabili straordinari per 4,4 miliardi di dollari.

 

 

USA: ANALISTI, BANCHE LE ‘VINCITRICI’ IN RIFORMA TASSE TRUMP

GOLDMAN SACHSGOLDMAN SACHS

 (ANSA) – Le banche, grandi e piccole, sono le ‘vincitrici’ nella riforma delle tasse di Donald Trump. Nonostante la ‘batosta’ iniziale, come mostrato da Goldman Sachs e Bank of America, gli istituti sono ben posizionati per godere dei pieni benefici della misura nel lungo termine. Gli analisti – riporta il New York Times – prevedono infatti che le banche sono quelle che maggiormente trarranno benefici perche’ tipicamente pagano aliquote piu’ alte rispetto ad altri settori, quali quello manifatturiero.(Dagospia.com)

RENZI NEI CASINI – IL DUCETTO DÀ IL VIA LIBERA ALLA CANDIDATURA DI PIERFURBY A BOLOGNA CON IL PD: SFIDERA’ GLI EX DEM BERSANI O ERRANI – MALUMORI NEL PARTITO, NEL 2012 MATTEUCCIO FECE UNA CAMPAGNA PER LE PRIMARIE CON I MANIFESTI: “SE VINCE RENZI, NO A CASINI”

Paola Benedetta Manca per www.ilfattoquotidiano.it

 

RENZI ALFANO CASINI IN SENATO FOTO LAPRESSERENZI ALFANO CASINI IN SENATO FOTO LAPRESSE

Il Pd candiderà Pier Ferdinando Casini, alleato ed esponente della lista Civica Popolare, nel collegio uninominale del Senato a Bologna. E molto probabilmente si troverà a sfidare gli ex dem Pierluigi Bersani o Vasco Errani che si presenteranno con Liberi e uguali. Il via libera di Matteo Renzi, dopo un lungo braccio di ferro con i dem bolognesi, è arrivato al termine di un incontro tra il segretario nazionale e quello bolognese Francesco Critelli.

 

Al termine del confronto, si è trovato l’accordo per candidare un centrista che, salvo sorprese dell’ultimo minuto, sarà appunto Casini. Proprio il presidente della commissione d’inchiesta Banche, nel 2012, era stato protagonista di alcuni manifesti per la campagna elettorale per le primarie del segretario: “Se vince Renzi, no a Casini”, la scritta che compariva a fianco del suo volto e che negli ultimi giorni è ricomparsa sui social network.

 

renzi manifesti primarie 2012RENZI MANIFESTI PRIMARIE 2012

In generale si tratta di una situazione che disorienta e fa storcere il naso a militanti ed esponenti del Pd, anche se molti spiegano che “occorre sacrificarsi”. “Se si fa una coalizione – ha sottolineato il sindaco di Bologna, Virginio Merola – ci si allea e si è disponibili a candidare tutti insieme anche persone di altri partiti”. Il Pd, infatti, si presenterà alle elezioni insieme alla lista centrista Civica e popolare, alla formazione ulivista Insieme e, se le trattative andranno in porto, a + Europa di Emma Bonino e Bruno Tabacci. In almeno 4 o 5 collegi uninominali su 25, in Emilia-Romagna, a quanto si dice nelle stanze del Pd, il candidato sarà scelto tra gli alleati.

 

Il segretario del Pd della federazione di Bologna (la più grande d’Italia), Francesco Critelli, aveva già avvertito i vertici romani: “Accetteremo – ha spiegato – di mettere Casini in lista con responsabilità, ma in cambio pretendiamo autonomia e libertà di candidare anche persone rappresentative del partito e del territorio”. Un concetto che è stato ribadito il 15 gennaio durante l’incontro della segreteria Pd a Bologna. “Il resto dei candidati, anche per compensare quelli che arrivano fuori dal Pd, devono essere espressione delle persone che vivono con noi tutti i giorni” conferma Saverio Vecchia, membro di minoranza della segreteria dem e responsabile del Programma.

bersani renzi-10-2BERSANI RENZI-10-2

 

Il problema, per i Democratici emiliano-romagnoli, è che le candidature esterne come quella di Casini tolgono posti, già di per sé risicati, ai nomi del territorio, anche perché i capilista, molto probabilmente, saranno ‘paracadutati’ in gran parte da Roma. Il Pd, inoltre, potrebbe anche candidare un esponente di Insieme: da tempo si sussurra il nome di Giulio Santagata per un collegio modenese.

 

I parlamentari emiliano-romagnoli in buona parte si ricandideranno. Alcuni, in particolare a Bologna, sembrano avere già in tasca un posto. Come l’orlandiano Andrea De Maria, Gianluca Benamati (entrambi hanno sostenuto Critelli al congresso provinciale e potrebbero essere candidati in un collegio uninominale) e il sindaco di Imola, Daniele Manca, la cui candidatura rappresenta però un nodo spinoso. Se vincesse la competizione elettorale, infatti, l’ultima parola spetterà alla giunta delle elezioni della Camera che stabilirà se è eleggibile o se, in quanto sindaco di un centro con più di 20.000 abitanti, avrebbe dovuto dimettersi prima di questo mese.

bersaniBERSANI

 

Fra le donne, sembrano invece blindate le candidature della renzianissima Francesca Puglisi, della prodiana Sandra Zampa e di Marilena Fabbri, deputata molto vicina al segretario bolognese Critelli. Nella scelta dei candidati, infatti, saranno fondamentali gli equilibri tra la maggioranza della federazione bolognese che sostiene Critelli ed è formata da orlandiani (ma anche da renziani) e la minoranza (rappresentata da un’altra frangia di renziani). Sul fronte della minoranza renziana, i nomi più papabili sono quelli di Benedetto Zacchiroli, molto vicino al segretario Renzi; Luca Rizzo Nervo, sfidante di Critelli al recente congresso provinciale ed Elisabetta Gualmini, vicepresidente della Regione. La minoranza del Pd bolognese conta di esprimere almeno due candidati: un uomo e una donna.(dagospia.com)

 

pier ferdinando casiniPIER FERDINANDO CASINI

Per quanto riguarda i nomi che arrivano dalla Regione, tra i candidati sicuri ci sarebbe anche Andrea Rossi, sottosegretario alla Presidenza che è stato scelto da Renzi come responsabile Organizzazione e Roberta Mori, presidente della commissione per la Parità e i Diritti della Regione Emilia-Romagna. Tra i parlamentari delle altre province, hanno un posto assicurato anche Matteo Richetti, portavoce del Pd; Giuditta Pini, molto vicina al presidente del Pd Matteo Orfini e vicesegretaria del partito in regione e Stefano Vaccari (tutti in collegi modenesi); Tiziano Arlotti di Rimini e Sandro Gozi di Cesena. Posti sicuri anche per i membri del Governo, Dario Franceschini (a Ferrara), Graziano Delrio (a Reggio-Emilia) e la piacentina Paola De Micheli, sottosegretario alla presidenza del Consiglio. Fine corsa invece per il ministro Giuliano Poletti che tornerà al mondo della cooperazione anche se sosterrà la campagna del Pd.

CASINI E FRANCESCHINI CON RUMORCASINI E FRANCESCHINI CON RUMORPADOAN E CASINIPADOAN E CASINI

Elezioni, Centrosinistra: il Pd fa fuori Verdini

Elezioni, Centrosinistra: Renzi non vuole ‘apparentarsi’ con Verdini

Elezioni, Centrosinistra: il Pd fa fuori Verdini

 
 

Emma Bonino e i suoi della Lista + Europa chiedono 10 collegi sicuri, Matteo Renzi ne ha promessi solo tre (per Emma Bonino, Riccardo Magi e Benedetto Della Vedova) più due “a rischio”, scrive il Fatto. Denis Verdini e gli “amici” di Ala ancora sperano che il segretario del Pd cambi idea sull’ apparentamento della loro lista con il centrosinistra, nonostante dal Nazareno sia arrivato fino ad ora un secco no. E in alternativa, si aspettano qualche collegio sicuro. Nel frattempo, tra i ministri è una gara a cercare di evitare la corsa nei collegi uninominali per evitare di andare incontro a sonore e imbarazzanti sconfitte.

 

Banche Popolari: Consiglio di Stato sanziona ennesimo abuso di potere di Bankitalia. Che sarà chiamata a pagare per omessa vigilanza

Banche Popolari: Consiglio di Stato sanziona ennesimo abuso di potere di Bankitalia. Che sarà chiamata a pagare per omessa vigilanza   
La Gazzetta del Mezzogiorno 

(Adusbef-Federconsumatori) – La sospensione cautelare operata da Consiglio di Stato della circolare della Banca d’Italia, che contiene le misure attuative per la trasformazione della banche popolari in Spa varata dal governo Renzi nel 2015, l’ennesima prova provata dei ripetuti abusi di potere di un’autorita feticcio, dannosa per il risparmio ed i risparmiatori, asservita agli esclusivi interessi delle banche socie, che non rispetta mai  la legge travalicando il diritto e la legalità in una serie infinita di illegalità diffuse per le quali deve cominciare a pagare. La lunga catena di scandali, crac e dissesti bancari, che ha azzerato risparmi di una vita ad intere generazioni, resa possibile dalla distratta Bankitalia che ha assistito impassibile allo scempio del risparmio, deve essere perseguito civilmente e penalmente con i doverosi risarcimenti dei danni per omessa vigilanza, resa possibile da consolidata giurisprudenza di Cassazione.
 La decisione del Consiglio di Stato infine, che ha anche rinviato a una prossima camera di consiglio la trattazione nel merito della questione, dopo che la Corte costituzionale si sarà pronunciata sulla legittimità della riforma stessa, se confermata dalla Consulta, smonta il disegno del Governo ispirato come al solito dai mandarini di Palazzo Koch, che vuole offrire su un piatto d’argento 500 miliardi di euro di risparmio raccolto dalle popolari sui territori con la trasformazione in S.p.A, ai soliti fondi internazionali speculativi e banche di affari, che potranno fare affari d’oro sul risparmio delle formichine italiane.

 

  Elio Lannutti (Adusbef)- Rosario Trefiletti (Federconsumatori) 

Elezioni 2018, disabilità la grande assente

Elezioni politiche 2018, disabilità? Non c’è traccia nei programmi dei partiti

Elezioni 2018, disabilità la grande assente

 

Riguarda direttamente oltre 4 milioni di italiani, a cui si aggiungono le migliaia di familiari. E’ la prima causa di impoverimento economico e determina una condizione di grave marginalità, a volte perfino di segregazione: eppure sembra lontana dagli interessi e dalle promesse delle forze politiche che in queste ore iniziano a sfidarsi in campagna elettorale. La disabilità – di questa stiamo parlando – non è tra i temi “caldi” della politica e non entra nei programmi di partito. Lo fa notare Fish, che prende spunto dall’editoriale di Francesco Riccardi su Avvenire, intitolato “Tante promesse e un vero scandalo. Invalidi dimenticati”. Lo “scandalo” in questione deriva sopratutto dall’importo irrisorio della pensione riservata agli invalidi civili: 282 euro. “Ma le lacune sono ancora più ampie e vanno al di là della legittima e sostenibile istanza, che condividiamo, di un adeguamento, congruo e selettivo, delle pensioni agli invalidi – commenta Fish – È l’abbandono e la lentezza delle politiche per la disabilità che sono la dimostrazione dell’assenza di una visione inclusiva della nostra società, delle nostre comunità. È la delega (che non è tale) alle famiglie, al volontariato, al buon cuore dell’assistenza, della cura riparatoria e consolatoria, che poco ha a che spartire con i diritti umani, con la possibilità di partecipare in condizioni di pari opportunità”.

Cosa manca. E stila l’elenco, Fish, di ciò che non c’è: “manca un piano per la non autosufficienza per aggredire lo stato in cui versano milioni di persone con necessità di supporto intensivo. Mancano interventi seri (non prese in giro come quelle previste nell’ultima legge di bilancio) che non solo valorizzino i caregiver familiari, ma prevedano coperture previdenziali e di malattia certe. Mancano robuste misure di welfare aziendale, di flessibilità lavorativa che evitino ai familiari, in particolare alle donne, di dover abbandonare il lavoro per assistere un familiare. Manca la volontà di sostenere progetti per la vita indipendente delle persone con disabilità, anche di quelle solo parzialmente in grado di autodeterminarsi”.

Il problema dell’accertamento. Sopratutto, però, c’è un grave problema di riconoscimento della condizione di disabilità, ancora tutto da risolvere: “E’ assente dalla prospettiva immediata una radicale revisione dei percorsi di riconoscimento della condizione di disabilità. Oggi è ancora una modalità improntata al pregiudizio e alle distorsioni: la persona con disabilità è un potenziale truffatore, un furbetto. Oppure è un malato da proteggere e da cui proteggersi. Non è una risorsa, non è una persona con le sue caratteristiche o le sue peculiarità. Il risultato è un percorso kafkiano, costoso, conflittuale, inutile a descrivere le diverse situazioni personali e a contribuire a costruire un progetto di vita e a realizzarlo con strumenti e misure adeguate”.

Vergogna!

Un documento, 16 proposte. E’ a partire da questa consapevolezza, che Fish ha elaborato un corposo documento propositivo, un vero e proprio appello in 8 pagine e 16 punti, rivolto alle forze politiche in campo nella corsa al voto. Una proposta articolata, che tocca tutti gli aspetti cruciali della disabilità e delle politiche ad essa connesse: riconoscimento della condizione di disabilità; politiche e servizi per la vita indipendente e l’inclusione nella società; non autosufficienza e servizi di supporto intensivo; riconoscimento del ruolo del caregiver familiare; diritto alla salute; violenza di genere e disabilità; diritto allo studio; inclusione lavorativa; diritto alla mobilità; accessibilità alle nuove tecnologie; diritto all’informazione; accesso alla cultura; protezione civile; sistemi statistici e monitoraggio sui diritti umani; cooperazione internazionale; partecipazione politica e civile.

fonte http://www.redattoresociale.it

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Monte dei Paschi, Padoan illusionista dei decreti che deve salvare il soldato Morelli

L’Italia attende dal 2013 l’entrata in vigore delle norme Ue che rendono più severi i requisiti morali dei banchieri. Su 271 consiglieri, almeno 63 sarebbero fuori norma

Monte dei Paschi, Padoan illusionista dei decreti che deve salvare il soldato MorelliIl caso dell’amministratore delegato di Mps Marco Morelli è solo il più eclatante e illumina l’imbarazzo del ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan: da due anni e mezzo non firma il decreto attuativo delle nuove severe norme europee sui requisiti tecnici e morali dei banchieri. The European House-Ambrosetti ha già lanciato l’allarme: tra i 271 consiglieri delle prime 19 banche italiane, ben 63 non hanno i nuovi requisiti di “competenza”. Da qui l’avvertimento da veri liberisti: “Bisogna fare attenzione a non sfociare in un eccesso di regolamentazione”.

Se poi si verificassero anche altri requisiti imposti dalle nuove norme(onorabilità, correttezza, indipendenza e disponibilità di tempo), probabilmente dovrebbero andare a casa metà dei banchieri. Ecco spiegato il terrore. La direttiva europea nota come Crd IV è del 26 giugno 2013. Sono passati quattro anni e per l’Italia è ancora lettera morta. Sono occorsi due anni per il recepimento della direttiva, e il decreto legislativo 72 del 12 maggio 2015 già annunciava in quale gloria sarebbe finito il salmo: le nuove norme sarebbero entrate in vigore solo con un decreto attuativo e si sarebbero applicate solo alle nomine fatte dopo il decreto.

Ma al momento dell’entrata in vigore non dovrebbe scattare una revisione dei requisiti di tutti i banchieri? Così scriveva Mario Draghi il 16 giugno 2015, illudendosi che Padoan avrebbe fatto il decreto attuativo “entro l’estate 2015”. Nella lettera di diniego all’acquisto della banca Bim da parte della cordata guidata da Pietro D’Aguì, il presidente della Bce avvertiva che, “una volta entrate in vigore in Italia le nuove norme, l’autorità competente dovrebbe verificare nuovamente i requisiti fit and proper di D’Aguì”. Quindi di tutti, si deduce. Il Fatto ha chiesto se è prevista la revisione dei requisiti di tutti i banchieri alla luce delle nuove norme. Il ministero dell’Economianon ha risposto. La Bce ha risposto che una decisione sarà presa alla luce del nuovo decreto.

Padoan sembra orientato a proteggere i banchieri italiani dal ciclone che potrebbe travolgerli. In questi due anni di vuoto ci sono state valanghe di nomine. Per esempio nel 2016 sono stati eletti consiglio di sorveglianza e consiglio di gestione dell’Ubi, il cui stato maggiore è quasi interamente imputato per gravi reati commessi nella gestione della banca. Per non parlare delle ripetute nomine ai vertici delle due banche venete avviate verso il baratro.

Una bozza del decreto è comparsa sul sito del ministero per la consultazione pubblica. Il Fatto ha chiesto quando è prevista l’entrata in vigore ma il ministero non ha risposto. L’ex viceministro dell’Economia Enrico Zanettiè perentorio: “Con quello che è successo a partire dal 2015 con le quattro banche, sarebbe stato logico, prima ancora che doveroso, vedere una sana fretta nel varare questo decreto. La pubblica consultazione, sa tanto di melina al quadrato per recuperare ancora qualche mese”. Mentre fa melina, Padoan approfitta come azionista di Mps della vacatio legis di cui è responsabile. Un anno fa – su ordine di Matteo Renzi – impose al presidente di Mps Massimo Tononi (che in seguito all’edificante episodio si è dimesso) di cacciare l’ad Fabrizio Viola per sostituirlo con Morelli.

Il banchiere romano non sembra in possesso dei requisiti di correttezza che il governo rinvia. Tra i criteri di valutazione la legge indica “le condotte tenute nei confronti delle autorità di vigilanza e le sanzioni da queste irrogate”. L’8 ottobre 2013 Morelli ha ricevuto dalla Banca d’Italia una sanzione pecuniaria di 208.500 euro, superiore al massimo edittale, per non aver correttamente informato la vigilanza delle caratteristiche dell’operazione Fresh, con cui Mps aveva fatto credere alla vigilanza di aver realizzato un aumento di capitale da un miliardo di euro per fare fronte agli oneri della sciagurata acquisizione dell’Antonveneta. Invece era un prestito. Il comportamento di Morelli è stato definito dalla vigilanza “di particolare gravità”.

Nell’autunno scorso si è svolto, all’ombra dell’immancabile segreto d’ufficio, un rito bizantino. Come da prassi imposta dalla Bce, il cda del Montepaschi ha verificato i requisiti di Morelli secondo i nuovi e più stringenti criteri, ma l’ha considerato fit and proper perché i nuovi e più stringenti criteri non sono ancora adottati dalla legislazione italiana. Questa è però una deduzione. La decisione del cda Montepaschi e l’approvazione tacita di Bankitalia e Bce sono tutti atti segreti. Alla senatrice questore Laura Bottici (M5S), che ha chiesto la documentazione, la Bce ha risposto il 14 agosto scorso, dopo due mesi di ponderazione, che concedere l’accesso agli atti lederebbe la privacy di Morelli. E che divulgare gli “scambi di opinione” tra Bce e Bankitalia sul caso Morelli non è consentito perché manca un “interesse pubblico prevalente” a conoscere.

Ma adesso c’è l’appuntamento con il destino. Il Tesoro è diventato azionista di maggioranza di Mps ed entro novembre dovrebbe svolgersi l’assemblea per il rinnovo del cda. A quel punto Morelli, insieme agli altri, dovrebbe sottoporsi di nuovo alla verifica dei requisiti. A meno che Padoan non trovi il modo di rinviare ulteriormente l’adozione del decreto. (IL FATTOQUOTIDIANO)

P.S. MORELLI A CASA

Morelli e la multa di Bankitalia: dubbi sull’onorabilità dell’ad di Montepaschi

Il testo della multa di Bankitalia potrebbe costare il posto all’ad cooptato per rilanciare MPS.

Mps, Morelli potrebbe perdere l'incarico di ad - formiche.net
Mps, Morelli potrebbe perdere l’incarico di ad – formiche.net
 

Marco #Morelli è stato nominato amministratore delegato del Monte dei Paschi di Siena il 14 settembre scorso. Il cda dell’istituto toscano ha l’obbligo di esprimersi entro 30 giorni in merito alla sussistenza di alcuni requisiti di onorabilità e indipendenza in mancanza dei quali si avrebbe decadenza dall’ufficio. Alcuni dettagli inerenti una multa ricevuta nel 2013, quando era vicedirettore generale di #mps, potrebbero mettere in discussione l’esito del voto del consiglio d’amministrazione che si terrà il 14 ottobre e che in precedenza appariva scontato.

 
 
 
 

La multa per Morelli allora VDG di MPS

All’epoca dell’acquisizione di Banca Antonveneta da parte di MPS, Marco Morelli ricopriva il ruolo di vice direttore generale e, nell’ambito delle operazioni finalizzate al rafforzamento del capitale della banca, si occupò anche del cosiddetto progetto Fresh, un aumento di  capitale riservato a JP Morgan per 950 milioni. In seguito ad un ispezione di #bankitalia è emerso che quell’operazione era stata costruita con dei trattamenti di favore inusuali per la banca americana, che aveva beneficiato di una serie di  “assicurazioni contro le perdite” (in gergo tecnico clausole di Indemnity).

Posto che un presupposto fondamentale per rendere efficace il rafforzamento patrimoniale, è appunto che il rischio si trasferisca e che chi sottoscrive l’aumento accetti anche il rischio di perdite, di fatto si è sostanziata un’irregolarità che la banca centrale ha deciso di sanzionare con una multa di 208.500 a carico di Morelli e di altre sanzioni per i vertici dell’istituto, per un totale di 3,5 milioni di euro, secondo quanto riportato dal Fatto Quotidiano.

Il prossimo voto in CDA

Il prossimo 14 ottobre il cda di MPS sarà chiamato a pronunciarsi sulla sussistenza dei  requisiti di “professionalità, onorabilità, indipendenza, competenza e correttezza” in capo al nuovo amministratore delegato e gli elementi di dettaglio inerenti la vicenda dell’operazione Fresh e la sanzione di Bankitalia, potrebbero pesare sul giudizio. Morelli dalla sua può argomentare l’archiviazione nel processo MPS e di fatto l’irrilevanza penale della sanzione ricevuta.

Va tuttavia evidenziato che il fatto che fosse a conoscenza delle clausole di Indemnity, implica la consapevolezza degli aspetti che il regolatore ha considerato di irregolarità e questo potrebbe incidere sul giudizio in merito alle caratteristiche oggetto di voto in cda. Si tratta di un passaggio abbastanza critico in considerazione della delicata situazione in cui versa l’istituto e delle altre partite in gioco sullo scacchiere bancario nazionale (quali l’acquisizione di 3 delle good bank da parte di UBI e il nuovo piano industriale di Unicredit) e internazionale (con il caso Deutsche Bank) tra tutti.

Mps: la “questione bizantina” sull’ad Morelli

Si disputa sul sesso degli angeli mentre la banca rimane avvolta nell’ambiguità

Marco Morelli
 

di Marco Sbarra

SIENA. Siena come Bisanzio. Il Monte dei Paschi ha subito un tracollo epocale ma la Città del Palio non ha fatto tesoro della lezione e continua a fare spallucce, complice una supponente autoreferenzialità che le impedisce di fare un esame di coscienza sulle cause endogene della tragedia della banca. I senesi amano interessarsi degli aspetti più prosaici della questione Monte e preferiscono lasciare in disparte i nodi costituzionali che lo affliggono, forse temendo di esporsi. Le libere critiche nei confronti del celeberrimo Sistema Siena sono uno sport assai poco praticato da quelle parti.

Prendiamo il caso ad esempio della nomina di Marco Morelli ad amministratore delegato del Monte avvenuta oltre un anno fa, che a Siena non pare aver sollevato perplessità. Eppure è innegabile che il ritorno del figliol prodigo qualche interrogativo sulla discontinuità e l’indipendenza dei vertici avrebbe dovuto sollevarlo.

Sulla imprescindibilità di quei valori avevo trattato nell’articolo Il Signoraggio di JP Morgan su Mps” pubblicato dal Cittadino online. Evidenziavo, con dati e riferimenti precisi – ad oggi non contestati – l’attiva partecipazione dell’allora numero tre della banca Marco Morelli alla pericolosa gestione dell’affare Antonveneta, con particolare riferimento all’aumento di capitale Fresh riservato a JP Morgan. Alla fine della mia esposizione ponevo tre domande, la seconda e la terza riguardanti per l’appunto la figura dell’amministratore delegato:

“2) Marco Morelli è in possesso dei requisiti di onorabilità e correttezza imposti dalle leggi per lo svolgimento del suo incarico al Monte?

3) L’attuale Amministratore Delegato di Rocca Salimbeni può rappresentare la invocata discontinuità rispetto al management responsabile della tragedia Antonveneta?”

Il dibattito che ne è seguito sui post a commento rappresenta la cartina di tornasole del modo con cui a Siena si guarda al Monte. Nella discussione, assai vivace, è intervenuta l’Associazione Buongoverno Mps, che segue sempre con attenzione le vicende della banca, con una risposta alla prima domanda riguardante l’indipendenza di Rocca Salimbeni. Essendo interessato a conoscere la sua opinione sull’argomento Morelli, l’ho invitata a dare risposta anche alle altre due, ma come riscontro ho ricevuto solo esposizioni di dotte lezioni di diritto assembleare e distinguo tecnico-bizantini di rara finezza, accompagnati da tiratine d’orecchie per il malcapitato accusato di aver peccato di ingratitudine nei confronti della banca.

Chi desidera ricostruire la gustosa vicenda può farlo aggiornandosi sul link: Morelli confermato ad della banca” sempre sul Cittadino on line. Come si potrà constatare, alla fine dei salmi – chissà perché – l’argomento Morelli è passato in cavalleria. Eppure i miei quesiti erano chiari, bastava un sì o un no evangelici, ma evidentemente a Siena certi argomenti non vanno di moda. Conquistano la ribalta una volta che il conducator di turno la combina grossa e cade fragorosamente in disgrazia, ed allora è tutto un dagli al malcapitato al grido de: “io l’avevo detto”.

L’accusa più grave rivoltami è stata quella di aver compiuto un delitto di lesa maestà del Monte con l’aver sputato nel piatto dove si mangia. Ma siamo sicuri che denunciare all’opinione pubblica le manchevolezze della banca, una volta comprovata l’impossibilità di emendarle per vie interne, sia da considerarsi una vigliaccheria? Abbiamo visto cosa abbia prodotto a Siena un brutto tacer di fronte al malgoverno di un Sistema intrinsecamente malato e il fatto che a tutt’oggi non si intravveda una presa di coscienza collettiva di ripulsa di quell’intreccio perverso, la dice lunga sullo stato dell’arte.

Se la città avesse rifiutato il piatto sporco di Rocca Salimbeni quando era il momento, ora non starebbe lì a piangere lacrime di coccodrillo. Rimane la speranza che la prossima primavera porti sotto il cielo di una Siena senz’anima una ventata di novità salutari, liste civetta permettendo. Per intanto aspetto fiducioso che l’Associazione Buongoverno Mps si esprima su Morelli. Riepilogando:

L’attuale amministratore delegato può essere considerato l’uomo nuovo del Monte dopo aver ricoperto un ruolo determinante all’epoca dell’affare Antonveneta?

Morelli può essere considerato indipendente visto che è stato “nominato” da JP Morgan in concorso con il Pd

IL METODO “STICAZZI” AL MONTEPASCHI – BANKITALIA HA SEGRETATO LA PRATICA SUI REQUISITI MORALI DELL’AD MORELLI PER GUIDARE LA BANCA – VIA NAZIONALE L’HA MULTATO PER 208 MILA EURO PER LE OPERAZIONI AI TEMPI DI MUSSARI – STESSO AMMONTARE VENNE CHIESTO A VINCENZO CONSOLI DI VENETO BANCA

Estratti dall’articolo di Giorgio Meletti per il Fatto Quotidiano

 

Sull’ incerto destino delle banche italiane pesa il dominio pieno e incontrollato della Banca centrale europea (Bce) e della Banca d’ Italia […] Esemplare il caso del Monte dei Paschi di Siena e del suo amministratore delegato Marco Morelli […] Su Morelli incombe dal 14 settembre scorso (giorno in cui fu nominato per ordine di Matteo Renzi) un interrogativo: ha i requisiti di onorabilità e correttezza pretesi dalla legge per il delicato incarico? La risposta dovrebbero darla Bce e Bankitalia, ma non la danno. La procedura cosiddetta fit and proper, che dovrebbe dare a Morelli la patente di banchiere affidabile, è segretata.

MARCO MORELLIMARCO MORELLI

 

Azionisti e creditori di Mps, trattati come sudditi, non sanno. Alla loro legittima curiosità si oppone il supponente silenzio descritto nel saggio di Carla Ferguson Barberini “Il metodo sticazzi”. Il Testo unico bancario è stato modificato dal decreto legislativo n. 72 del maggio 2015 con cui il governo italiano ha recepito la direttiva europea di due anni prima con criteri più stringenti sulla selezione dei banchieri.

 

inchino padoan1INCHINO PADOAN1

La nuova legge ordina al ministro dell’ Economia di individuare con un suo decreto i requisiti di “professionalità, onorabilità, indipendenza, competenza e correttezza” che il banchiere deve possedere, pena la decadenza. In due anni, Pier Carlo Padoan non ha ancora trovato il tempo per provvedere. Bce e Bankitalia hanno lo stesso adeguato le procedure alle nuove norme, per le quali il banchiere deve essere valutato, tra l’ altro, secondo “criteri di correttezza, con riguardo, tra l’ altro, alle relazioni d’ affari, alle condotte tenute nei confronti delle autorità di vigilanza e alle sanzioni o misure correttive da queste irrogate”.

 

L’ 8 ottobre 2013, Morelli ha ricevuto dal governatore Ignazio Visco una sanzione di 208 mila euro per “mancate comunicazioni alla Vigilanza ed errate segnalazioni di Vigilanza” commesse quando era vicedirettore generale di Mps. Altro non è dato sapere, se non che il 14 ottobre 2016 il cda di Mps ha comunicato di aver “verificato e confermato all’ unanimità la sussistenza dei requisiti di professionalità e onorabilità” di Morelli. Le valutazioni del cda sono andate alla prescritta verifica di Bankitalia e Bce. Qui inizia il mistero. Secondo indiscrezioni le due Vigilanze avrebbero dato il loro ok, ma in via riservata.

 

DRAGHIDRAGHI

Anche Mps tace. Secondo voci la Bce avrebbe scelto di adeguarsi alla linea no problem di Bankitalia. Visco, notano i maliziosi, non aveva nessuna voglia di bocciare il banchiere imposto dal governo che a novembre deve rinnovargli il mandato da governatore.

 

Per dare un’ idea, 208 mila euro è la stessa sanzione inflitta nel 2014 all’ ad di Veneto Banca Vincenzo Consoli per violazioni così gravi da portarlo, due anni dopo, all’ arresto. Morelli è stato punito per un fatto grave che, secondo Bankitalia, ha contribuito al disastro Mps. Nel 2008 curò, a fianco del presidente Giuseppe Mussari e del direttore generale Antonio Vigni, un aumento di capitale da 950 milioni (al servizio della sciagurata acquisizione dell’ Antonveneta) riservato a Jp Morgan, la cosiddetta operazione Fresh.

 

IGNAZIO VISCOIGNAZIO VISCO

È stato accusato di aver celato alla Vigilanza che quei 950 milioni non erano nuovo capitale ma, per le modalità dell’ operazione, debito. Morelli respinge le accuse e ricorda che il suo operato è stato anche vagliato e archiviato dai magistrati […]

 

Il 4 ottobre 2013, un venerdì, il capo della Vigilanza Bankitalia Carmelo Barbagallo ha sottoposto al Direttorio la proposta di sanzione osservando che il comportamento di Morelli “risulta di particolare gravità considerato che egli ha partecipato a tutte le fasi dell’ operazione”, e che su di lui “gravavano specifici obblighi in ordine alla correttezza del quadro informativo da trasmettere alla Vigilanza”.

 

VIGNI MUSSARIVIGNI MUSSARI

Conclude Barbagallo: “Avute presenti le molteplici violazioni in materia di obblighi informativi, che consentono, ex art. 8 L. 689/1981, l’ aumento fino al triplo della base edittale, si ritiene congrua una sanzione di 208.500”.

 

Il martedì successivo, dopo soli due giorni lavorativi, Visco firmava la sanzione a Morelli, dopo una delibazione dell’ istruttoria di Barbagallo tanto rapida quanto fiduciosa. Quella sentenza severissima è stata nascosta agli azionisti Mps […].

 

Adesso sono segretate le argomentazioni con cui Visco e Barbagallo hanno deciso che quel precedente non intacca i requisiti di correttezza di Morelli. In questo caso il tribunale Bankitalia non solo tiene segrete le motivazioni, addirittura nasconde il dispositivo  […] Il “metodo sticazzi” governa la drammatica crisi bancaria italiana.

P.S. MORELLI A CASA

Mps e i clienti “ceduti” a Widiba: cosa fare?

Ci scrive una lettrice che lamenta le scarse informazioni ricevute dall’istituto e non vuole né passare alla banca online né perdere le vecchie condizioni. Vediamo cosa dicono le regole

La La LA La migrazione “di massa” di clienti Mps verso Widiba, un’operazione decisa dall’istituto senese lo scorso settembre e poi scattata a dicembre, lascia perplessa una lettrice di Finanza Report, che ha scritto a redazione@finanzareport.it. In base a questa segnalazione, Banca Mps avrebbe fornito informazione scarsa e inadeguata alla propria clientela destinata a migrare verso il canale digitale. Vediamo cosa dicono i regolamenti e quali sono i diritti dei clienti. Di seguito la lettera e più sotto la risposta del nostro esperto, Carmelo Catalano.

“Buongiorno sono un utente che è stato passato da Montepaschi a Widiba, non mi è arrivata nessuna comunicazione al riguardo, dicono di avermi inviato una mail che credo di avere visto ma siccome è finita in SPAM è stata cancellata senza essere stata aperta.

Come posso fare per tutelarmi al riguardo? Come posso rientrare in Montepaschi visto che non voglio una banca on line? La mia filiale mi manda a Widiba e a Widiba mi dicono che non sanno cosa farci se non chiudere il conto e riaprirlo a Montepaschi. Mi dispiace perché avevo un conto vecchissimo aperto nel 1995 e che aveva agevolazioni riferite proprio sui costi di gestione. Un grazie a chi potrà e vorrà aiutarmi in merito. Saluti”. 
Raffaella Bertin 

In risposta alla gentile lettrice specifichiamo che BANCA MPS ha disposto il passaggio in WIDIBA (società del GRUPPO BANCA MPS) a far data dal 9 dicembre 2017 di tutti rapporti dei clienti appartenenti al segmento commerciale MPS denominato “Valore Digital Plus” (cfr. estratto conto al 30.09.2017 e/o lettera cartacea inviati da MPS).

Il passaggio in questione è legittimo in quanto effettuato a norma dell’art.58 del TULB (testo Unico delle leggi bancarie D.Lvo 385/93) che ad ogni buon fine riproduciamo di seguito:

“Art. 58 Cessione di rapporti giuridici 

1. La Banca d’Italia emana istruzioni per la cessione a banche di aziende, di rami d’azienda, di beni e rapporti giuridici individuabili in blocco. Le istruzioni possono prevedere che le operazioni di maggiore rilevanza siano sottoposte ad autorizzazione della Banca d’Italia.

2. La banca cessionaria dà notizia dell’avvenuta cessione mediante iscrizione nel registro delle imprese e pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica italiana. La Banca d’Italia può stabilire forme integrative di pubblicità. 

3. I privilegi e le garanzie di qualsiasi tipo, da chiunque prestati o comunque esistenti a favore del cedente, nonché le trascrizioni nei pubblici registri degli atti di acquisto dei beni oggetto di locazione finanziaria compresi nella cessione conservano la loro validità e il loro grado a favore del cessionario, senza bisogno di alcuna formalità o annotazione. Restano altresì applicabili le discipline speciali, anche di carattere processuale, previste per i crediti ceduti. 

4. Nei confronti dei debitori ceduti gli adempimenti pubblicitari previsti dal comma 2 producono gli effetti indicati dall’art. 1264 del codice civile.

5. I creditori ceduti hanno facoltà, entro tre mesi dagli adempimenti pubblicitari previsti dal comma 2, di esigere dal cedente o dal cessionario l’adempimento delle obbligazioni oggetto di cessione. Trascorso il termine di tre mesi, il cessionario risponde in via esclusiva.

6. Coloro che sono parte dei contratti ceduti possono recedere dal contratto entro tre mesi dagli adempimenti pubblicitari previsti dal comma 2 se sussiste una giusta causa, salvo in questo caso la responsabilità del cedente.

7. Le disposizioni del presente articolo si applicano anche alle cessioni in favore dei soggetti, diversi dalle banche, inclusi nell’ambito della vigilanza consolidata ai sensi degli articoli 65 e 109 e in favore degli intermediari finanziari previsti dall’articolo.”

Ciò detto, e nello specifico, la cessione non dovrebbe comportare, almeno stando a quanto comunicato da BANCA MPS, nessuna variazione delle condizioni economiche già applicate al conto presso BANCA MPS. Infatti al punto 2 della comunicazione è precisato testualmente:

“In Widiba ti sono garantite le stesse condizioni economiche che avevi in MPS per i rapporti già in essere (conto, carte, etc.). Nell’area privata del sito troverai il dettaglio delle condizioni, in corrispondenza di ogni prodotto posseduto.”

Allo stesso modo la lettrice non dovrebbe subire alcun disagio operativo dal passaggio, dal momento che BANCA MPS garantisce la continuità completa dei servizi, eccezion fatta:

a) per i libretti di assegno relativi al vecchio conto che potranno essere emessi fino al 15 gennaio compreso (ieri). Dopo dovrà essere richiesto un nuovo carnet assegni nell’area personale del sito Widiba;

b) per alcune tipologie di carte (Mps non specifica quali) che non saranno rinnovate automaticamente alla scadenza; di questa circostanza sarà dato al cliente apposito avviso con congruo anticipo, prima della scadenza In ogni caso, come è chiaro, la lettrice avrà il diritto di non accettare il passaggio e recedere dal conto in qualsiasi momento, come per legge, ma non quello di tornare automaticamente in BANCA MPS. (FINANZA REPORT)

Dott. Carmelo Catalano 

p.s. MORELLI A CASA – MESSAGGIO DIRETTO  ALL’AMMINISTRATORE DELEGATO MORELLI – AL CDA  E AL MEF NELLA FIGURA DELL’ONOREVOLE PIERPAOLO BARETTA CON DELEGA ALLE BANCHE AZIONISTA PRINCIPALE DI MONTE DEI PASCHI DI SIENA

 

De Benedetti rischia la condanna per omicidio, e “Repubblica” lo scarica

Non è decisamente un buon periodo per l’Ingegnere, al secolo Carlo De Benedetti. Già provato per l’affaire delle Popolari, l’«invisibile» della politica italiana corre ora il rischio di essere condannato nel caso dell’Olivetti di Ivrea. Il tribunale di Torino, infatti, ha fissato al 7 febbraio il processo d’appello. Nel luglio del 2016 De Benedetti – assieme al fratello Franco e all’ex ministro montiano Corrado Passera – era stato condannato in primo grado a 5 anni e 2 mesi di reclusione per omicidio colposo plurimo.

I fatti contestati risalgono al periodo in cui l’Ingegnere era presidente della celebre impresa fondata da Adriano Olivetti (1978-1996). In quegli anni gli operai dell’azienda lavorarono in condizioni assai precarie a causa della presenza dell’amianto: si parla di circa 85 morti, di cui 7 vengono attribuiti dagli inquirenti direttamente a De Benedetti. Che, da parte sua, sperava si arrivasse a un rinvio del processo per puntare così alla prescrizione. Tuttavia, ora che il tribunale di Torino ha deciso di affrontare di petto la situazione, l’Ingegnere si trova all’ultima spiaggia per provare la sua innocenza, se non vuole correre il rischio di ritrovarsi in Cassazione a giocare le poche carte rimastegli in mano.

La linea difensiva di De Benedetti, assistito da Giuliano Pisapia, è chiara: lui si dichiara innocente e giura di non aver mai saputo dell’amianto. I giudici però, almeno in primo grado, non gli hanno creduto. Insomma, da imprenditore capace ed editore «illuminato» a capitalista avido e senza scrupoli, il passo è breve. Il pericolo è alto. Probabilmente, è anche alla luce di tutto ciò che Repubblica ha clamorosamente scaricato il suo editore. Il quotidiano che nel 2007 tuonava (giustamente) contro i morti del rogo all’acciaieria Thyssen di Torino, in effetti, avrebbe serie difficoltà a difendere un uomo coinvolto in un simile delitto. Anche se quest’uomo si chiama Carlo De Benedetti.

Vittoria Fiore Il Primato Nazionale

VERONICA NON MOLLA IL MALLOPPO (E TE CREDO) – LA LARIO RICORRE PER CASSAZIONE CONTRO LA SENTENZA CHE AZZERA IL SUO MAXI-ASSEGNO DI MANTENIMENTO (1,4 MILIONI AL MESE) E LA CONDANNA A RESTITUIRE 45 MILIONI DI EURO AL BANANA – LA SUPREMA CORTE HA GIÀ DATO RAGIONE ALL’EX MINISTRO GRILLI: SE L’EX MOGLIE HA I MEZZI, SI DEVE MANTENERE DA SOLA. PER SILVIO CAMBIERÀ IDEA?

Cheo Condina per Il Sole 24 Ore Radiocor Plus

 

veronica lario berlusconiVERONICA LARIO BERLUSCONI

La saga giudiziaria tra Silvio Berlusconi e l’ex moglie Veronica Lario, iniziata nel 2009, si arricchisce di un nuovo capitolo. Nei giorni scorsi, secondo quanto risulta all’agenzia Il Sole 24 Radiocor, la Lario ha notificato alla Corte di Cassazione il ricorso contro la sentenza della Corte d’Appello di Milano, che aveva azzerato il suo assegno di mantenimento post divorzio e l’aveva obbligata a restituire al Cavaliere una somma attorno a 45 milioni di euro.

SILVIO BERLUSCONI E VERONICA LARIOSILVIO BERLUSCONI E VERONICA LARIO

 

Subito dopo la sentenza, che risale al 16 novembre scorso, il legale di Veronica Lario, Cristina Morelli, aveva definito ‘profondamente ingiusta’ la decisione della Corte d’Appello, che aveva eliminato l’assegno di mantenimento da 1,4 milioni mensili stabilito nel 2013 dal Tribunale di Monza.

 

LISA LOWENSTEIN EX MOGLIE DI VITTORIO GRILLI.LISA LOWENSTEIN EX MOGLIE DI VITTORIO GRILLI.

Cosi’, nei giorni scorsi, e’ arrivato puntuale il ricorso in Cassazione, entro il termine previsto dei 60 giorni. La Corte d’Appello di Milano aveva deciso di applicare al caso Berlusconi-Lario il precedente dell’ex ministro dell’Economia Vittorio Grilli, che l’anno scorso si era visto riconoscere – proprio dalla Cassazione – il diritto a non dover mantenere la moglie, in quanto economicamente autonoma, scardinando cosi’ il principio dello ‘stesso tenore di vita’. Una linea che si e’ rivelata efficace, per la causa tra Berlusconi e la ex moglie, anche e soprattutto per la parte della decisione che ha riguardato il passato e quindi sancito la restituzione di quanto in precedenza versato. (Dagospia.com)

 

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