Abi, l’inutile riconferma di Patuelli. Il tramonto dell’associazione bancaria

Dopo la crisi del credito, l’associazione bancaria ha perso il suo appeal politico, ma per le grandi banche come Intesa i rapporti sindacali restano strategici

Di Luca Spoldi Affariitaliani
Abi, l'inutile riconferma di Patuelli. Il tramonto dell'associazione bancaria

 

Abi: Patuelli ottiene il terzo mandato
Non c’è due senza tre: con un voto unanime del comitato esecutivo, Antonio Patuelli è stato oggi riconfermato per un terzo mandato ai vertici dell’Abi (Associazione bancaria italiana), un tempo potente lobby oggi ridotta al ruolo di distributore di statistiche sull’andamento di impieghi, depositi e sofferenze del sistema bancario italiano o poco più.

Patuelli, un politico prestato al credito
Il fatto stesso che non ci siano state incertezze circa la riconferma di Patuelli, un banchiere “minore” (è presidente della Cassa di Risparmio di Ravenna) ma soprattutto un politico a tutto tondo (è stato eletto, per il Partito liberale, due volte alla Camera e una volta al Senato) che venne nominato per acclamazione nel gennaio 2013 quale successore di Giuseppe Mussari, altro politico prestato al credito dimessosi dopo il terremoto che travolse Mps, la dice lunga sul sempre più modesto appeal politico dell’Abi e più in generale del mondo dell’associazionismo in Italia, un tempo regno di salotti e salottini buoni a tutti i livelli.

La distanza dalla politica resta minima
Del resto proprio per allontanare l’immagine di commistione tra politica e credito lo stesso Patuelli dichiarò cinque anni fa di voler lavorare “per banche assolutamente indipendenti, distanti e distinte dalla politica e da ogni rischio di interferenze e di interessi in conflitto”. Volontà che non ha evitato polemiche in seguito all’esplosione delle crisi di Mps, Banca Etruria, Banca Marche, CariFerrara, CariChieti, Bpvi e Veneto Banca e alla relativa gestione attraverso risoluzioni, commissariamenti, fondi di salvataggio più o meno “spontanei” e intervento di “cavalieri bianchi” su pressione di Banca d’Italia e del governo.

Nel 2010 braccio di ferro Draghi-Tremonti
Ben diverso il clima fino al 2010, quando l’allora governatore di Banca d’Italia, Mario Draghi, e il ministro del tesoro Giulio Tremonti si erano dati battaglia appoggiando il primo Giuseppe Mussari, il secondo Corrado Faissola (Ubi Banca), che cercava di ottenere il terzo mandato. Attorno all’avvocato presidente di Rocca Salimbeni (ed ex presidente di Fondazione Montepaschi) si coagulò poi il blocco dei grandi gruppi, all’epoca nettamente contrapposti al mondo delle banche popolari e del credito cooperativo che in questi ultimi anni ha mostrato non pochi affanni.

Quattro anni prima lo scontro fu tra banche
Uno contro tra i due maggiori gruppi bancari del paese, Intesa Sanpaolo e Unicredit, aveva invece caratterizzato la riconferma, nel 2006, dello stesso Faissola e la nomina, tre anni dopo, quale successore di Giuseppe Zadra (dimessosi dopo 17 anni dalla direzione generale dell’associazione) di un esterno, l’ex condirettore generale e responsabile della divisione emittenti di Consob Giovanni Sabatini. Nomina decisa solo dopo un lungo stallo sul nome di Giovanni Bazoli, presidente di Intesa Sanpaolo che aspirava a tale carica.

Con Micheli l’Abi disdettò il contratto nazionale
Intesa Sanpaolo ha comunque compensato la mancata nomina di un suo esponente alla direzione generale con una poltrona altrettanto pesante come quella del presidente del Comitato per gli affari sindacali e del lavoro, ricoperta dal “duro” Francesco Micheli (all’epoca anche vicepresidente Abi), che nel 2013 firmò la disdetta unilaterale del contratto nazionale del credito. Micheli tuttavia l’anno successivo uscì da Intesa Sanpaolo, dove ricopriva la carica di Chief operating officer, per cui anche la sua poltrona in Abi dovette essere riassegnata.

Profumo ricucì, poi passo il testimone
La carica passò in un primo momento ad Alessandro Profumo, ex Ceo di Unicredit in quel momento passato alla presidenza di Mps, che nell’aprile del 2015 riuscì a trovare un’intesa coi sindacati rinnovando il contratto nazionale frutto di una serie di compromessi da entrambi i lati del tavolo. Ma la parabola di Profumo in Mps ed Abi era destinata a durare poco: già nel luglio dello stesso anno Alessandro “il magnifico” lasciava la presidenza di Rocca Salimbeni e i suoi incarichi in Abi.

Lodesani andò a presidiare le relazioni sindacali
Questa volta Intesa Sanpaolo, ormai il primo gruppo in termini di dipendenti in Italia, non si lasciò sfuggire l’occasione, ottenendo la nomina come sostituto di profumo di Eliano Omar Lodesani (che nel gruppo guidato da Carlo Messina era subentrato a Micheli come Chief operating officer) in un momento storico delicatissimo sotto il profilo delle relazioni sindacali.

Con Lodesani siglati accordi per 25 mila esuberi
Lodesani ha infatti dovuto già siglare accordi per gestire quasi 25 mila esuberi (con un costo per il sistema bancario di 5 miliardi di euro), di cui 9 mila, a fronte di 1.500 nuove assunzioni, per la sola Intesa Sanpaolo. Meno onori e più oneri, insomma, per l’Abi versione 2018 che dunque scatena meno appetiti “industriali” di un tempo a livello di rappresentanza e più a livello operativo. Anche questo, in fondo, è un’eredità della crisi di un sistema che si credeva “più sano degli altri” e si è invece scoperto fragilissimo e ancora legato a vecchi modelli di business, poco diversificati tra loro e incapaci di esprimere una redditività decente, tanto più durante l’era del denaro a costo sotto zero.