HOTEL RIGOPIANO/ Un anno dopo, quella neve ha congelato la giustizia e anche molti cuori

Un anno fa, più o meno in queste ore, aveva cominciato a nevicare. Ancora poco tempo e si sarebbe verificata la tragedia di Rigopiano. 29 persone hanno perso la vita. 

Una veglia per le vittime di Rigopiano, a fine gennaio 2017 (LaPresse)

Un anno fa, più o meno in queste ore, aveva cominciato a nevicare. Sembrava una delle classiche nevicate invernali, di quelle che rendono gioiosi i ragazzi, che sperano anche nella chiusura delle scuole, e gli sciatori, pronti ad affollare le piste degli Appennini abruzzesi. Invece diventa difficile ricordare per quanti giorni ha nevicato. Qualcosa di inimmaginabile, impensabile, con tanti paesi isolati, senza neanche la luce. E il 18 gennaio, a cominciare dalla mattina presto, si sono aggiunte scosse di terremoto, forti, con la loro potenza distruttiva. Ma c’è qualcosa da ricordare, ancora più forte delle scosse di terremoto, ancora più forte della neve che cadeva copiosa, e di chi era costretto a rimanere per giorni al freddo e al buio.

E’ passato un anno da quella violenta slavina che scendendo dalla montagna si è portata dietro alberi e massi, fino a travolgere e distruggere l’hotel Rigopiano. L’albergo di Rigopiano era un luogo di vacanza, un hotel con la piscina riscaldata e il cielo a vista, grazie a una cupola di vetro che immergeva nella montagna. Oggi, a un anno di distanza, abbiamo invece scoperto quanto sia fragile la nostra vita e soprattutto quanto diventano insignificanti i problemi quotidiani, i rancori, le incomprensioni, le invidie, le ipocrisie. Molti oggi piangono e ricordano quanto fosse indispensabile l’affetto delle persone care. Ricordi e preghiere, ma anche tanta rabbia. In molti è scomparsa la parola perdono. I parenti delle vittime non riescono più ad avere l’anima in pace, non riescono a mantenere la calma in nome di una parola che risponde al nome di giustizia. E’ volato un anno, ma non si celebra un compleanno.

Sono ventinove le persone che hanno perso la vita sotto quella montagna di neve. Ma anche chi è sopravvissuto ha ancora la morte nel cuore. Forse casualità, forse destino, forse colpa di qualcuno, ma ancora oggi l’Abruzzo, e gli abruzzesi, attendono una verità. Potevano essere salvate le persone rimaste vittime della neve? Ci sono responsabilità che possono avere un nome e un cognome? Le previsioni annunciavano l’ondata di maltempo e la Provincia, conoscendo i limiti dei propri mezzi, l’impossibilità di mantenere pulite le proprie strade più remote, poteva far chiudere l’albergo prima della nevicata. Facile a dirsi un anno dopo.

Una cosa è certa. Non c’erano turbine capaci di liberare le strade dalla neve. A un anno di distanza qualcuna è stata comprata, ma nessuno è capace di offrire, a dodici mesi di distanza, la certezza di un piano neve concreto, capace di garantire sicurezza. E’ questa è una colpa grave. Non si può sperare nella benevolenza della natura.

A distanza di un anno si attendono i processi, sotto indagine ci stanno un po’ tutti. Elemento chiave sarà il verbale che riassume la riunione del Centro operativo regionale per le Emergenze (Core), convocata dal presidente della Regione Abruzzo Luciano D’Alfonso, in Provincia di Pescara. Mentre è in corso la riunione la valanga travolge l’albergo a Rigopiano, ma la notizia arriverà solo in serata. La zona di Rigopiano non è tra le emergenze che sono state segnalate nel corso della mattinata e nel primo pomeriggio alla Regione, nonostante le telefonate incriminate partite da persone in contatto con chi era nell’albergo. Sotto accusa c’è anche l’assenza della Carta Valanghe mai realizzata dalla Regione Abruzzo. Ma manca anche la realizzazione della Carta di rischio per le valanghe.

Da Rigopiano, dal sindaco di Farindola, sono arrivate segnalazioni di situazioni complesse, a rischio. Ma di mail del genere ne sono arrivate tante altre in quelle ore. La vera colpa è l’assenza di programmazione, l’incapacità, nei giorni precedenti, di sistemare sul territorio le turbine a disposizione, pronte a intervenire invece che lontane decine e decine di chilometri.

Rimane il dolore, lo straziante rapporto con la morte, l’incapacità di reagire. E soprattutto la voglia di giustizia. Giustizia che non basterà e soprattutto non servirà a smorzare il dolore dentro. (FABIO CIPOLLA SUSSIDIARIO.NET)