IL CAZZARO DI RIGNANO S’INVENTA LE DEROGHE “AD PERSONAM” E RECUPERA I ROTTAMANDI CHE PORTANO VOTI – GIA’ SA CHE DOPO LE ELEZIONI IL PARTITO GLI PRESENTERA’ IL CONTO E DISTRIBUISCE BRICIOLE DI SEGGI A CHI HA GARANTITO FINORA LA MAGGIORANZA, COME LORENZIN E VERDINI

Roberto Scafuri per il Giornale

 

FRANCESCHINI RENZIFRANCESCHINI RENZI

Rottamandi, questuanti, vecchie querce e vecchie sòle, fuochisti, macchinisti. Come in una sarabanda dei film di Totò, si apre la Direzione del Pd sulle candidature in una sala stracolma. Lo stesso leader ci scherza su. «La presenza così ampia dimostra che quando si parla di clima e ambiente, temi su cui sto per fare la mia relazione, la partecipazione è massiccia… (risatine furbette, qualche applauso)… Poi incidentalmente alla fine parleremo anche di candidature».

 

renzi alla festa per i dieci anni del pdRENZI ALLA FESTA PER I DIECI ANNI DEL PD

Renzi conosce bene i suoi polli. È il momento clou della vita del partito. Trattando delle sorti economiche e personali di ciascuno, se vogliamo, persino superiore a un congresso. Il segretario parla un po’ da grillino, sul «disegno organico contro di noi», un po’ da capo logorato: «Mancano 46 giorni alla campagna elettorale, dal 47.mo non mancherà ampia discussione dentro il partito. Sono in tanti a volerla, io però la vorrei fare dopo. Il messaggio è: adesso basta con le polemiche, andiamo a testa alta a fare campagna elettorale, casa per casa».

 

GENTILONI BOSCHI RENZIGENTILONI BOSCHI RENZI

Più che una campagna elettorale, sembrerebbe un rastrellamento. Il segretario non ha fretta di arrivare al dunque che tutti attendono: la questione delle «deroghe» allo Statuto, che consentiranno a una pletora di «ultra» del Parlamento (ben oltre i due mandati e tanti over i 15 anni tra seggiole e poltrone) di riproporsi, magari persino dotati di paracadute. Il «Matteo-salva-tutti» è già sicuro per chi siede al governo (da Gentiloni a Minniti, dalla Pinotti a Franceschini, che giusto ieri ha perduto la mamma). Di ex segretari da salvare ne è rimasto solo uno, Piero Fassino: dopo avergli fatto fare di tutto, gli manca solo di spolverare la sede. Per cui, piuttosto che vederlo ai giardinetti, la deroga ci sarà. E Renzi non dimenticherà certo amici e pasdaràn, tipo Roberto Giachetti.

fassino al seggioFASSINO AL SEGGIO

 

In questo bailamme interno, che parla pure dei timori a candidarsi nell’uninominale e dei tentativi di Renzi di far tornare il fedele Pittella (Gianni) dall’Europarlamento, per schierarlo in Basilicata contro Speranza e Bubbico (Leu), il «peso» del Pd rispetto ai presunti alleati resta fortemente sbilanciato. Non sapendo se riuscirà a portare i suoi, figuriamoci promettere seggi sicuri ad altri. Alla Bonino, che chiede dieci posti, ce ne sarebbero solo tre (Della Vedova, Magi e lei). La Lorenzin ne vorrebbe sei, lasciando a casa giusto i cicchittiani, e ne dovrebbe ricevere la metà. E «regola del 3» dovrebbe valere anche per Insieme, con poltrone paracadutate per Nencini, Bonelli e Santagata.

GIACHETTIGIACHETTI

 

In maniera clamorosa, Luca Lotti sta cercando in extremis di racimolare qualche posticino pure per Ala di Verdini, anche se al momento i suoi candidati sembrano rassegnati alla corsa in solitaria (lo stesso Denis non sa se parteciparvi). Sul capo della pattuglia acrobatica che ha garantito in Senato più volte la tenuta della maggioranza pende però il ricorso avanzato da Francesco Nucara al Tribunale di Roma che già oggi potrebbe emettere il provvedimento di sospensiva.

VERDINIVERDINI

 

Nucara, ex segretario del Pri, ritiene abusivi i successori e irregolare il congresso dell’8 dicembre scorso. Celebrato giusto in tempo per stabilire un’intesa con Verdini il 12 e far aggiungere sigla e logo al gruppo parlamentare evitando la raccolta di firma. Troppo furbi per essere veri repubblicani. Che, sostiene Nucara, stanno da tempo con Forza Italia e da lì non vogliono trasmigrare, cappello in mano, nei bassifondi di Matteo.(dagospia.com)

Silvio Berlusconi con Francesco NucaraSILVIO BERLUSCONI CON FRANCESCO NUCARA

 

Kim Jong Un ha appena compiuto gli anni, ma nessuno in Corea del Nord ha festeggiato. Ecco perché

KCNA via Reuters

 

 
  • Lunedì 8 gennaio è stato il 34° (forse, dato che non è sicura la sua età) compleanno di Kim Jong Un.
  • Il giorno non è una festa nazionale, a differenza dei compleanni di suo padre e di suo nonno.
  • Un esperto della Corea del Nord ha dichiarato a Business Insider che il compleanno cade in un giorno troppo freddo
  • Altri dicono che la mancanza di celebrazioni potrebbe indicare un crescente malcontento tra i cittadini

Lunedì scorso era il 34esimo compleanno di Kim Jong Un – ma nessuno in Corea del Nord ha festaggiato con lui.

Il calendario ufficiale del paese lo mostra come un normale giorno lavorativosecondo la BBC.

La Corea del Nord ha cercato di far passare inosservato il compleanno di Kim in passato.

L’ex star dell’NBA Dennis Rodman ha cantato “Happy Birthday” a Kim in una partita di basket a Pyongyang nel 2014. Ma ai cittadini fu detto che Rodman aveva cantato a Kim “una canzone speciale”, senza menzionare il suo compleanno.

Poiché la Corea del Nord minaccia regolarmente chiunque insulti Kim e organizzi grandi feste per ogni test nucleare, può sembrare strano che Pyongyang non stia tentando di festeggiare in grande il suo leader.

Gli esperti hanno ipotizzato varie ragioni che si celerebbero dietro il silenzio sul compleanno di Kim – e alcune di queste potrebbero avere conseguenze disastrose per il suo governo.

Leggi anche: Tutto quello che sappiamo finora su Kim Jong Un e la Corea del Nord

È troppo freddo e costoso per festeggiare

Il professor Hazel Smith, ricercatore presso la Scuola di studi africani e orientali di Londra che ha vissuto in Corea del Nord dal 1998 al 2001, ha affermato che “non stupisce molto ” che il paese non stia celebrando il compleanno di Kim.

“Kim Jong Un è trattato oggi come il leader supremo le cui parole sono automaticamente considerate autorevoli perché ha  dietro di sé il lignaggio familiare della famiglia Kim”, ha detto Smith, aggiungendo che i compleanni del nonno e del padre di Kim, Kim Il Sung e Kim Jong Il , sono già designati come feste nazionali.

“I propagandisti della Corea del Nord non hanno bisogno di un altro giorno per enfatizzare questo aspetto”, ha detto.

Smith ha detto anche che le celebrazioni nazionali sarebbero state costose da organizzare e che sarebbe stato troppo freddo per pianificare feste all’aperto in questo periodo dell’anno.

“Le celebrazioni per questi giorni nazionali sono anche molto costose e coinvolgono migliaia di persone, e a gennaio si registrano le temperature più fredde dell’anno che precipitano regolarmente fino a -25 gradi centigradi“, ha detto. “Non è molto fattibile organizzare un’altra serie di sfilate quando c’è già il 16 febbraio” – la festa di compleanno di Kim Jong Il – “per cui organizzarle”.

C’è un crescente malcontento all’interno del paese

Un uomo su un bus a Pyongyang. Wong Maye-E

Un altro motivo per cui la Corea del Nord non celebra il compleanno di Kim potrebbe essere dovuto alla sua impopolarità all’interno del paese a causa delle sanzioni.

L’anno scorso le Nazioni Unite hanno approvato diversi cicli di sanzioni economiche contro Pyongyang come punizione per la sua proliferazione nucleare.

Daily NK, un sito di notizie con sede in Corea del Sud, il mese scorso ha citato una fonte nella provincia del Sud Pyongyang della Corea del Nord dicendo:

Le sanzioni internazionali, in particolare quelle istituite dopo il sesto test nucleare di settembre, hanno causato molte difficoltà ai lavoratori, molti dei quali hanno perso il lavoro a causa del graduale rallentamento delle esportazioni di carbone, così la popolarità di Kim Jong Un ha toccato un nuovo minimo”.

“Visto che il governo continua la propaganda sul suo sviluppo nucleare e missilistico mentre anche i commercianti di maggior successo stanno perdendo posti di lavoro e stanno soffrendo la fame quest’anno, la gente darebbe del ridicolo a Kim Jong Un se vedesse che il suo compleanno viene festeggiato“.

Tuttavia, la reale portata della popolarità di Kim rimane sconosciuta.

Non penso che sappiamo nulla di sicuro sulla sua popolarità in un modo o nell’altro a parte il fatto che è estremamente pericoloso parlare apertamente contro di lui”, ha detto a The Independent Aidan Foster-Carter, docente onorario all’Università di Leeds, esperto in Corea del Nord.

Forse il culto della personalità di Kim non è abbastanza grande

Parata militare con le foto di Kim Il Sung e Kim Jong Il. Reuters/KCNA

Gli esperti dicono anche che Kim non ha accumulato un culto della personalità abbastanza grande da ottenere che il suo compleanno fosse designato come festa nazionale.

Owen Miller, un esperto coreano della SOAS, ha dichiarato a The Independent che la Corea del Nord “potrebbe ritenere che è troppo presto per portare il culto della personalità di Kim Jong Un fino a quel livello”.

“Kim Jong Il è stato consacrato come successore [di Kim Il Sung] nel 1980, e il suo culto è stato costruito molto prima che diventasse leader”, ha aggiunto Miller. “Kim Jong Un, d’altro canto, è stato presentato ai nordcoreani solo un anno o due prima di diventare leader nel 2011.”

Alcuni esperti suggerirono addirittura che Kim stesse cercando di reinventarsi come un uomo del popolo e che definire il suo compleanno come festa nazionale avrebbe ostacolato quell’immagine.

Il Guardian ha riferito a settembre che Kim Yo Jong, la sorella di Kim Jong Un, che è un ministro del governo, ha cercato di “creare un culto della personalità attorno a suo fratello che implicava il presentarlo come un leader benevolo e accessibile”.

‘Così la mafia cinese di Prato inquinava l’economia legale’. Parla il procuratore antimafia Cafiero De Raho

Il procuratore nazionale antimafia Federico Cafiero De Raho. AGF

«Riuscire a individuare una complessa organizzazione mafiosa cinese non è ordinario, ma eccezionale. Eccezionale identificare la sua composizione e operatività. Riconoscere i caratteri mafiosi è un fatto quasi incredibile». Così il Procuratore nazionale antimafia, Federico Cafiero De Raho, ha commentato l’operazione che giovedì 18 gennaio a Prato ha sgominato la più importante associazione a delinquere di stampo mafioso “made in Cina” mai scoperta in Italia.

 

Una fase del blitz del 18 gennaio contro la mafia cinese di Prato. Polizia di Stato/YouTube
 

Una piovra, nata nelle lontane regioni cinesi dello Zhejiang e del Fujian, che dalla città toscana allungava i suoi tentacoli sull’Italia (Roma, Milano, Padova) e sull’Europa (Francia, Germania e Spagna). Complessivamente sono 54 gli indagati: 33 gli arrestati con l’accusa di 416 bis (associazione a delinquere di stampo mafioso) e altri reati, 21 gli indagati a piede libero.

Sequestrate anche otto aziende a Prato, Roma, Milano, Parigi e in Germania, oltre a immobili, veicoli e 61 tra conti correnti e deposito titoli per un valore di diversi milioni. Il business principale del clan era nei trasporti, ma l’organizzazione gestiva anche bische, ristoranti, locali notturni e money transfer. 

È la seconda volta che nella storia giudiziaria italiana viene contestata l’associazione a delinquere di stampo mafiosonei confronti di organizzazioni cinesi. Per il gip, Alessandro Moneti, la banda aveva in sé tutti gli elementi tipici della mafia: assoggettamento, omertà, intimidazione e accaparramento di attività anche lecite.

Il fulcro era l’azienda “Anda”, specializzata nel settore della logistica e dei trasporti e che di fatto controllava tutto il settore dell’autotrasporto cinese, un giro d’affari stimato in diverse centinaia di milioni l’anno. Ma era solo una parte delle attività illecite.

«L’operatività di questa organizzazione mafiosa sconvolge, da un lato controlla locali notturni, prostituzione, spaccio, usura ed estorsioni, dall’altro con i metodi della violenza, si accaparra aziende nei trasporti infiltrando l’economia pulita legale», ha spiegato Cafiero De Raho, «conseguendo un regime di monopolio in un segmento dell’economia», come quello della logistica, grazie ai «metodi dell’intimidazione e della violenza tipici delle mafie tradizionali italiane».

A tirare le fila dell’organizzazione, il 58enne Zhang Naizhong, il Capo dei Capi per gli investigatori, quello che ripeteva ossessivamente: «Il capo sono io. Prima sapevo fare solo il mafioso, ora faccio anche e soprattutto gli affari». E li faceva bene. Per capire quanto fosse potente, era riuscito a imporre la fine della guerra tra bande rivali – sempre cinesi – che tra il 2000 e il 2010 aveva lasciato a Prato oltre sessanta morti, e quella molto simile che aveva insanguinato Parigi. Perché, come la ‘Ndrangheta insegna, gli affari prosperano  nel silenzio.

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Zhang, come i boss di Cosa Nostra, amministrava la “giustizia” mediando tra imprenditori in lite o dirimendo questioni inerenti agli affitti dei capannoni. Il giorno prima di essere arrestato, si era recato in un ristorante dove gli imprenditori locali gli avevano reso omaggio, mettendosi in fila e inchinandosi uno dopo l’altro davanti a lui in segno di sottomissione. Un’azione che per il capo della Mobile di Prato, Francesco Nannucci, «ci racconta l’importanza di questa persona e il peso di questa organizzazione in città.Essere forti a Prato significa essere forti in tutta Europa».

Una fase del blitz del 18 gennaio contro la mafia cinese di Prato. Polizia di Stato/YouTube

L’operazione di Prato conferma – e per certi versi supera – quanto riportato dalla Direzione Investigativa Antimafia circa la mafia cinese nella sua Relazione semestrale del 2016.

Per la Dia, «I network criminali cinesi avrebbero nel tempo raggiunto livelli di assoluto rilievo, risultando in grado di gestire, in autonomia, traffici illeciti di portata transnazionale.
 Tra questi, si segnalano la tratta degli esseri umani, lo sfruttamento della manodopera clandestina e della prostituzione, il traffico di sostanze stupefacenti, la contraffazione e il contrabbando, cui si affiancano l’usura e la gestione di bische clandestine».

A tutto ciò, si deve poi aggiungere la pesante evasione fiscale«realizzata con l’utilizzo di partite iva intestate a prestanome irreperibili», come ha dimostrato l’operazione “Colletti Bianchi” del 16 novembre 2016, che sempre a Prato ha portato a 15 arresti e a 83 indagati, tutti sospettato di appartenere a “un sistema finalizzato alla completa elusione della normativa fiscale, contributiva e alle disposizioni disciplinanti l’immigrazione”.

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Per gli investigatori, i proventi, soprattutto quelli derivanti da droga e prostituzione, vengono reimpiegati nell’acquisto di attività commerciali lecite e di immobili.
Naturalmente, si deve poi ricordare la ricca attività di produzione di capi di abbigliamento contraffatti:

«Contraffazione e riciclaggio rappresentano un ulterioreterreno d’incontro tra le organizzazioni cinesi e le mafie italiane, in primis la Camorra» sostiene la Dia.

Le strutture create dalle organizzazioni cinesi per la produzione di massa di beni alterati col tempo avrebberoassunto le stesse caratteristiche delle catene di produzione delle imprese legali, adottando anche sofisticate tecnologie per la precisa riproduzione dei beni.

«I profitti così generati verrebbero poi dirottati su canali alternativi al sistema bancario ufficiale, per essere riciclati o per finanziare concittadini», scrivono gli investigatori, «in proposito, sono stati rilevati casi in cui il denaro contante prodotto in nero veniva inviato dall’area fiorentino-pratese verso la Cina, mediante agenzie di money transfer o, da Milano, fatto triangolare su istituti di credito britannici» e da quei conti esteri poi i soldi venivano trasferiti in Cina. Alla luce di tutto ciò, ha perfettamente ragione il dottor Cafiero De Raho quando sostiene preoccupato che: «è importante tenere alto il livello perché queste associazioni inquinano la nostra economia».

PREVENIRE E’ MEGLIO CHE REPRIMERE. UN ”COMMISSARIO BASETTONI” ALLA CONSOB: VIA LIBERA A NAVA E ALLE NOMINE NELLA COMMISSIONE SULLA BORSA – E L’ABI PREFERISCE L’”USATO SICURO” DI PATUELLI: DOVRA’ INCROCIARE I GUANTONI CON LA BCE SULLE SOFFERENZE BANCARIE

Camilla Conti per il Giornale

 

 Ieri ci sono state due nomine importanti in Consob e Abi. Ma i copioni seguiti nella scelta delle poltrone di comando sono completamente diversi. Al vertice dell’ autorità che vigila sulla Borsa può salire Mario Nava, che ha incassato il via libera delle commissioni Finanze di Camera e Senato (il Quirinale poi metterà il sigillo con apposito decreto). Il timone dell’ associazione bancaria, invece, resta in mano all’ attuale presidente Antonio Patuelli grazie a una modifica dello statuto che gli consente di portare avanti un terzo mandato fino al 2020.

MARIO NAVA PAOLO CIOCCAMARIO NAVA PAOLO CIOCCA

 

«La Consob che voglio presiedere dovrebbe passare sempre più da una azione ex post a una ex ante, perché nei mercati finanziari il tempo è denaro e intervenire in ritardo serve a poco», ha esordito Nava illustrando il suo programma in audizione al Senato. Il presidente designato, che ha passato 23 anni nelle istituzioni europee collaborando con l’ ex commissario per la concorrenza Mario Monti e l’ ex presidente Romano Prodi, vuole anche istituire «gruppi di dialogo sul modello delle autorità Ue, utilissimi per capire e intenderci».

 

L’ attivismo «ex ante» che il nuovo presidente vuole imprimere alla struttura rischia di scontrarsi con la burocrazia, le norme di legge e i paletti operativi che possono complicare la missione. Si vedrà, dunque, se Nava riuscirà a diventare il nuovo Marchionne della Consob.

 

patuelliPATUELLI

Di certo il metodo usato in Commissione, dove Giuseppe Vegas ha ceduto il testimone alla scadenza del suo mandato, è agli antipodi di quello adottato nel salotto della «confindustria delle banche». Il comitato esecutivo dell’ Abi ha infatti confermato all’ unanimità Antonio Patuelli presidente per il terzo mandato fino al 2020. La proposta, arrivata dall’ ad di Intesa Sanpaolo, Carlo Messina, e dal presidente di Bnl, Luigi Abete, è stata condivisa dalle piccole banche.

 

Proprio ieri si è tenuta la riunione in Bankitalia fra il capo della Vigilanza Ue, Daniele Nouy, e le banche sullo smaltimento delle sofferenze ma non sono emerse grosse aperture dalla Bce in vista del cosiddetto «addendum» atteso per marzo. In fase di rimodulazione delle regole europee sui deteriorati si è dunque preferito puntare sull’ esperienza e sul network di Patuelli, figura apprezzata anche dai sindacati.

DANIELLE NOUYDANIELLE NOUY

 

Il presidente dell’ Abi può stare in carica due anni e alla scadenza è immediatamente rieleggibile solo per una volta. Ebbene, il banchiere ravennate è arrivato al vertice dell’ associazione nel gennaio 2013 dopo lo scandalo su Mps che ha travolto Giuseppe Mussari che avrebbe dovuto rimanere in carica fino a luglio 2014. Quel periodo quindi non è stato considerato come un mandato pieno e Patuelli, già proposto nel biennio 2014-2016, ha continuato fino al 2018.

 

LANCIO DI MONETINE A MUSSARI IN PROCURA jpegLANCIO DI MONETINE A MUSSARI IN PROCURA JPEG

Ora però un terzo mandato avrebbe violato la regola che vieta due mandati consecutivi. Come fare? Per confermarlo il comitato esecutivo ieri ha proposto – all’ unanimità – una modifica dello statuto che consente il terzo mandato se approvato con la maggioranza del 75% dello stesso comitato. Così è stato superato il busillis mantenuto per altro dalla stessa Abi nel suo statuto quando qualche anno fa ha deciso di alzare l’ asticella sull’ etica abrogando anche l’ emendamento ad personam che consentì a Mussari di continuare a guidare l’ associazione pur non ricoprendo alcun incarico bancario dopo l’ uscita dal Monte. In quella occasione fu lo stesso Patuelli a ricordare che serve «intransigenza morale nell’ arte di fare il banchiere». E coerenza.(dagospia.com)

Le banche italiane pagano in borsa l’incertezza Npl

Dopo l’incontro tra i banchieri tricolore e Nouy le banche non decollano a Piazza Affari. Daltronde, secondo Equita, è necessario che sia fatta chiarezza su cosa il regolatore chiederà in termini di non performing loans affinché gli investitori abbandonino l’approccio prudente verso il settore

Nouy

Dopo l’incontro tra i banchieri tricolore e Danièle Nouy, responsabile della vigilanza unica bancaria della Bce, le banche non decollano a Piazza Affari con le vendite che si concentrano Ubi (-1,20%), Banco Bpm (-1,45%) e Bper  (-1,36%), in controtendenza Unicredit  con un +0,58% e sulla parità Intesa Sanpaolo (+0,07%).

 

D’altronde, secondo Equita , è necessario che sia fatta chiarezza su cosa il regolatore chiederà in termini di Non performing loans affinché gli investitori abbandonino l’approccio prudente verso il settore. Dall’incontro di ieri a Roma fra i vertici della banche italiane e Danièle Nou non sarebbero emerse cambiamenti di orientamento dal parte del regolatore sulla necessità di proseguire la riduzione degli Npl e sulla necessità di una sterilizzazione automatica degli aumenti degli asset ponderati per il rischio (Rwa) in caso di cessioni di Npl (il cosiddetto loss given default waiver).

“La nostra sensazione è che sia stata confermata l’impostazione emersa durante l’audizione pubblica di dicembre sull’addendum, quindi non ci sono implicazioni né positive, che non ci attendevamo, né negative sulle banche”, dicono a Equita , “quanto al de-risking rimaniamo convinti che il regolatore chiederà alle banche di convergere verso un obiettivo di Npl ratio di circa 5% entro il 2022-2023”.

Tale piano può essere attuato in due fasi con un primo target di circa 10% nel 2019, in modo da avvicinarsi a un livello mid-single digit (circa il 5%) entro il 2022-2023. Secondo Equita questo schema non introdurrebbe rischi sistemici per le banche italiane “ma in mancanza di chiarezza sulle nuove iniziative sullo stock di Npl, previsti per il primo trimestre 2018, gli investitori manterranno un approccio prudente sul settore”, concludono gli esperti della sim.

Per le banche “accelerare la riduzione dello stock di deteriorati è una priorità strategica al di là del metodo seguito”, ha dichiarato ieri Carlo Messina, consigliere delegato di Intesa Sanpaolo , proprio prima dell’incontro con Nouy. Per Banco Bpm  ci sarebbero in vendita Npl per 3-5 miliardi, per Bper  si tratterebbe di 3 miliardi, per Unicredit  di 4 miliardi e per Banca Carige  di 500 milioni.

Nel complesso le banche italiane potrebbero cedere 25 miliardi di non performing loans. Mediobanca ha confermato la sua preferenza verso le banche che sono a buon punto nella gestione dei crediti deteriorati o che hanno fatto chiarezza sul fatto che questo non avrà impatti sul coefficiente patrimoniale Cet1. In particolare il giudizio è outperform su Ubi, Unicredit Credem  e Banca Popolare dell’Emilia Romagna . Mentre il giudizio su Intesa Sanpaolo  è neutral con un prezzo obiettivo a 3 euro.

Roberta Castellarin Milano Finanza)

Giovani occupati, l’Italia batte solo la Grecia. Padoan: “Troppi vanno via”

Giovani occupati, l'Italia batte solo la Grecia. Padoan: "Troppi vanno via"

L’Italia resta decisamente in coda nell’area Ocse per l’occupazione dei giovani. In base ai dati diffusi dall’Organizzazione che riunisce i 35 Paesi industrializzati, il tasso di occupazione nell’intera Ocse nel terzo trimestre nella fascia d’età tra 15 e 24 anni e’ aumentato di 0,2 punti percentuali al 41,4%.L’Italia, che ha segnato un incremento dal 16,8% del secondo trimestre al 17%, ha il livello più basso dopo quello della Grecia (14,4%).

Il tasso piu’ elevato è appannaggio dell’Islanda con il 72,6%, davanti alla Svizzera (63,5%) e all’Olanda (62,6%). La media dell’area euro relativa al secondo trimestre è del 31,9%. Sul tema del lavoro, quest’oggi è intervenuto il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan.

Nel fare un bilancio dell’attività di governo, l’ex capo economista dell’Ocse ha spiegato che nel mercato del lavoro “ci sono luci ed ombre. La disoccupazione è calata ma risulta ancora troppo alta, intorno all’11%. Il numero dei laureati sta crescendo ma è ancora troppo basso. Troppi giovani lasciano il nostro paese per migliori opportunità all’estero“.

“L’attività economica in Italia si sta consolidando. Tuttavia non c’è alcuno spazio per il compiacimento: permangono difficolta’ di natura strutturale, istituzionale e rischi geo-politici, come il diffondersi di proposte politiche populiste e nazionaliste, le conseguenze della Brexit, la possibile escalation delle tensioni commerciali”, ha daggiunto poi Padoan parlando poi dei rischi del contesto internazionale. 

 “Molto resta ancora da fare – ha aggiunto il numero uno di Via XX Settembre – in Italia ed Europa”, dove “sono necessarie ambiziose misure di riforma della governance e degli strumenti comuni di politica economica”.(Affariitaliani)

Popolari, De Benedetti ciurla nel manico. Ma quale segreto di Pulcinella

Popolari, la difesa di De Benedetti? E’ inconsistente. Ecco perché

Di Gianni Pardo Affariitaliani
Popolari, De Benedetti ciurla nel manico. Ma quale segreto di Pulcinella

 
Foto La Presse

Giorni fa ho finto di essere l’avvocato dell’accusa contro Carlo De Benedetti. Ora lui si è difeso dinanzi al Tribunale di Lilli Gruber e a mia volta utilizzo il diritto di replica. Ma questo dopo aver confessato che, se la sua difesa mi avesse convinto, mi sarei precipitato a dargli ragione. Semplicemente perché sono molto più contento di vedere qualcuno assolto piuttosto che condannato. Purtroppo invece la sua difesa è inconsistente. Forse avrebbe dovuto lasciare l’incarico a un giurista più bravo di lui.

Riporto le sue parole: È “tutto un po’ ridicolo. Era un segreto di pulcinella la riforma. Era nel programma di Renzi che tra l’altro non mi ha detto niente di particolare e se lo avesse voluto fare non lo avrebbe fatto davanti ad un usciere. Mi ha solo detto che la riforma sarebbe stata data. Nessuna parola su un decreto o su una data”. “Al mio broker parlo tutte le mattine è una mia abitudine. Perché gli ho detto delle Popolari? Perché ho pensato che questo affare sarebbe maturato un giorno o l’altro. Se sapevo che il mio broker era intercettato? No, non lo sapevo. Forse non avrei detto `me lo ha detto Renzi´ ma solo perché non aggiungeva nulla. Era pleonastico”. Le sottolineature sono mie, e preannunciano che risponderò ad ognuna di esse.

Un segreto di Pulcinella? Se fosse stato un segreto di Pulcinella, le azioni di quelle banche sarebbero già salite quando quel segreto fosse stato conosciuto da tutti. Anche altri avrebbero investito. E soprattutto non avrebbe trovato nessuno che gliele vendesse al prezzo al quale lui le comprò, guadagnandoci seicentomila euro. Infatti quei seicentomila euro li avrebbero guadagnati i venditori, se si fossero astenuti dal vendere. Invece – come è noto – lui ha investito cinque milioni quando è stato sicuro che il decreto sarebbe passato, e ciò mentre altri non investivano proprio perché non erano ancora sicuri che il decreto sarebbe passato. Inoltre, a dimostrare che non si trattava di un segreto di Pulcinella ci sono le domande del suo consulente finanziario, il quale gli chiede appunto se il decreto passerà. Se fosse stato un dato noto a tutti l’avrebbe già saputo e non avrebbe posto domande al riguardo.

“Era nel programma di Renzi?” E quanti programmi non si realizzano?

“Non mi ha detto niente di particolare”. Effettivamente, un’informazione sul fatto che un decreto passi o non passi non è niente di particolare. Tutta la differenza sta nel fatto di averla o di non averla, quell’informazione. E poi se costituisca reato.

“Mi ha solo detto che la riforma sarebbe stata data. Nessuna parola su un decreto o su una data”. La prima frase costituisce la sostanza dell’insider trading. La seconda frase è in parte inutile (che si sarebbe trattato di un decreto era quello che pensavano tutti, anche perché i provvedimenti finanziari del genere, proprio per evitare speculazioni, vengono di solito presi mediante decreto) e in parte falsa: Renzi non ha detto “domani”, ma ha detto a breve scadenza, e tanto bastava perché convenisse investire: cinque milioni che hanno dato una plusvalenza di seicentomila euro. Per De Benedetti saranno soldini, ma molta gente ucciderebbe per un centesimo di quella somma.

Come mai egli ha investito cinque milioni? “Perché ho pensato che questo affare sarebbe maturato un giorno o l’altro”. Eh no, De Benedetti non ha pensato, De Benedetti ha saputo. E per certo, vista la fonte.

“Forse non avrei detto `me lo ha detto Renzi’”. E te credo, direbbero a Roma. Perché quell’ammissione è la prova dell’insider trading.

E poi comunque si contraddice: se quell’informazione fosse stata un segreto di Pulcinella, perché mai avrebbe dovuto nascondere il fatto che di essa era al corrente anche il Primo Ministro? Non dice forse che “Era pleonastico”?

In conclusione, la difesa dell’accusato non ha fornito nessun elemento a sua discolpa e, in qualche caso, ha fornito ulteriori riscontri all’accusa.

Fs-Anas, nasce un nuovo grande gruppo italiano da 11 miliardi di fatturato

Fs-Anas, Ministero dell’Economia e Finanze dà l’ok alla nascita del nuovo gruppo dopo l’incontro positivo con l’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato

Di Teresa Ciliberto Affariitaliani
Fs-Anas, nasce un nuovo grande gruppo italiano da 11 miliardi di fatturato

 
Renato Mazzoncini, Amministratore Delegato e Direttore Generale di FS Italiane e Gianni Vittorio Armani, Presidente e Amministratore Delegato di ANAS: con Fs-Anas, nasce un nuovo grande gruppo italiano da 11 miliardi di fatturato.
 

Fs-Anas, nasce un nuovo grande gruppo italiano da 11 miliardi di fatturato. I dettagli dell’operazione

 

Anas e Fs Italiane unite sotto un unico tetto. L’ok definitivo è arrivato dal Ministero dell’Economia e delle Finanze (MEF) a seguito del parere positivo dell’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato. I dettagli dell’operazione sono stati illustrati da Renato Mazzoncini, Amministratore Delegato e Direttore Generale di FS Italiane e Gianni Vittorio Armani, Presidente e Amministratore Delegato di ANAS, durante una conferenza stampa tenutasi a Roma, nella sede di Ferrovie dello Stato Italiane. Il conferimento delle azioni di Anas in Fs comporta un effettivo aumento del capitale per l’azienda di 2,86 miliardi di euro e va così a completare l’iter per la nascita del primo polo europeo integrato di infrastrutture ferroviarie e stradali per abitanti serviti e investimenti.

 

 

Fs-Anas, nasce un nuovo grande gruppo italiano da 11 miliardi di fatturato. I dettagli dell’operazione. Le parole di Renato Mazzoncini, Amministratore Delegato e Direttore Generale di FS Italiane

 

 

“Con l’incorporazione di Anas cresciamo ma non siamo ancora un gigante – ha sottolineato Mazzoncini in conferenza stampa – Mi viene da sorridere quando leggo che nasce un ‘gigante’. Siamo un’azienda europea e il nostro benchmark non può che essere quello. I tedeschi fatturano 40 miliardi, i francesi ne fatturano 32. Non siamo giganti. Dobbiamo giocare una partita da player in Europa dove giocano competitor più grandi di noi e, per questo, è importante recuperare posizioni.”

 
Fs-Anas, nasce un nuovo grande gruppo italiano da 11 miliardi di fatturato. I dettagli dell’operazione. Fatturato da 11,2 miliardi di euro

 

 

Anas va ad affiancarsi a Rete Ferroviaria Italiana e Italferr, la controllata operativa in ambito nazionale e internazionale nella progettazione e nell’ingegneria, e alle altre società del gruppo, fra cui Trenitalia, Mercitalia e Busitalia, imprese di trasporto passeggeri e merci su ferro e gomma. Nella nuova configurazione, Ferrovie dello Stato Italiane conta 81ila dipendenti, 108 miliardi di euro e di investimenti nei prossimi dieci anni e un capitale investito di circa 50 miliardi di euro. Oltre a maturare nel 2018 un fatturato di 11,2 miliardi di euro e una capacità di investimento di 8 miliardi. I 2,3 miliardi di veicoli che percorrono annualmente 64,5 miliardi di km sulle strade e autostrade in gestione ad Anas vanno così a sommarsi al traffico gestito dal Gruppo: circa 750 milioni di passeggeri all’anno su ferro (di cui 150 all’estero), 290 milioni su gomma (130 all’estero) e 50 milioni di tonnellate merci.

 
 
Fs-Anas, nasce un nuovo grande gruppo italiano da 11 miliardi di fatturato. I dettagli dell’operazione. Le parole di Vittorio Armani, Presidente e Amministratore Delegato di ANAS

 

 

“Dopo una fase di organizzazione si apre una fase di sviluppo – ha detto Armani – con il passaggio in Fs si ha finalmente il compimento della missione di Anas: essere azienda autonoma delle strade quale era dal 1929”. L’ingresso di Anas nel Gruppo Fs permette di realizzare l’integrazione infrastrutturale prevista dal piano industriale 2017-2026. Sarà possibile, infatti ottimizzare i costi operativi e manutentivi delle reti, generando risparmi per almeno 400 milioni di euro nei prossimi dieci anni. L’obiettivo è potenziare gli standard di qualità e sicurezza della rete viaria e la manutenzione, a partire dalla vigilanza della sede stradale, dei viadotti e delle gallerie che su oltre 10mila km, dove le infrastrutture stradali e ferroviarie corrono in affiancamento, potrà essere effettuata in modo integrato dagli operatori di Rete Ferroviaria Italiana e Anas.

Capotreno fa scendere passeggero senza biglietto. Condannato per violenza

Un capotreno di Trenitalia è stato condannato per violenza privata dopo aver fatto scendere un passeggero da un treno perché sprovvisto di biglietto regolare

Capotreno fa scendere passeggero senza biglietto. Condannato per violenza

Capotreno fa scendere passeggero senza biglietto, condannato

Un capotreno di Trenitalia e’ stato condannato per violenza privata dopo aver fatto scendere un passeggero da un treno perche’ sprovvisto di biglietto regolare.Nel 2014 l’uomo aveva fatto scendere il ‘portoghese’ e ha depositato sul binario le borse che aveva con se’. SI trattava di un immigrato nigeriano irregolare, nel frattempo poi espulso dall’Italia.

“Esprimo piena e totale solidarieta’ al capotreno coinvolto in una vicenda incomprensibile per la gente comune, e a tutti i lavoratori delle Ferrovie dello Stato, costretti a fronteggiare sempre piu’ difficolta’ per il solo fatto di compiere il loro dovere. Fatta questa doverosa premessa invito tutti, a cominciare dal legislatore, a chiedersi quali siano le cause reali che portano a certe situazioni”, ha commentato il presidente del Veneto, Luca Zaia.

“Il fatto che il viaggiatore in questione sia straniero o italiano, bianco o di colore – aggiunge il Governatore – non ha alcuna rilevanza. Ha rilevanza che di fatto viaggiava senza aver pagato od obliterato correttamente il biglietto. La vera questione da affrontare sono le leggi colabrodo vigenti in questo paese, che in una intera legislatura il Parlamento non ha saputo modificare nella direzione della difesa della legalita’ invece che di un malinteso garantismo per chi non rispetta le regole del vivere civile”. “Per una volta – conclude Zaia – non ci si concentri sui magistrati e sui loro atti, ma sul Parlamento, e ci si chieda quali leggi ha prodotto, consegnandole alle giurisdizioni che le devono poi applicare. Io mi chiedo: il Parlamento cosa fa e cosa ha fatto? Perche’ in Europa le leggi non spediscono alla sbarra chi fa rispettare la legge bensi’ mandano sotto processo chi le viola? Come sarebbe stata punita la violazione nel paese di provenienza del signore pizzicato col biglietto non valido?”. (AFFARIITALIANI)

SPIE E ZOCCOLE DI OGNI TEMPO, BUONI BICCHIERI E OPERAZIONI SEGRETE. SECOLI DI STORIA E SPIONAGGIO RACCONTATI DA AUTORI E ARTISTI, PAROLE E MATITE. NEL MONDO DELLE BARBE FINTE (E NON SOLO) CONTO ALLA ROVESCIA: IL 1 FEBBRAIO ESCE ‘INTELLIGERE’, LA BIBLIOTECA DELLE SPIE. AL POSTO DELLE SOLITE VALIGETTE CON I SOLDI PRONTE PER MILLE MIGNOTTATE, STAVOLTA PER I SERVIZI PARLERANNO CULTURA E ARTE

Giacomo Stucchi, presidente del Copasir, per http://www.agenziaradicale.com/

 

Secondo le buone abitudini del mestiere, nessuno l’ha vista arrivare. È stata appena stampata e si prepara a sparigliare dubbi e intercapedini di pregiudizi. Dal 1° febbraio in libreria troveremo una trilogia che si annuncia con tutta la bellezza e la profondità della sua narrazione: Intellegere. La Biblioteca delle spie, tre volumi raccolti in elegante cofanetto sulla cultura dell’Intelligence e l’evoluzione dell’agente segreto (ed. Nuova Argos, un marchio della Dat Donat Dicat Srl, http://www.ddd.srl.it, 25 euro per tutti e tre i volumi).

 

 

Queste pagine, curate in ogni dettaglio e scandite da una grafica accattivante che è stessa una ricerca di letteratura e arte, esplorano e raccontano il Pantheon del pensiero intelligence, ma sono anche un potente viaggio nella letteratura e nella narrativa di genere spionistico. Prismi infiniti che invitano ad andare oltre orizzonti penultimi, tolgono maschere, fanno parlare mondi e mostrano storie profonde che hanno come radici la fedeltà alle istituzioni e come bussola l’algoritmo futuro.

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Idee catturate su carta che hanno mondo in vissuti abitati dal silenzio e dalla dedizione a un lavoro ritenuto ‘oscuro’, e costituiscono quindi uno spaccato intrigante per comprendere di chi sono e cosa fanno gli 007 di ogni tempo; quegli uomini e donne necessari alla sicurezza che, messi in un cassetto occhiali scuri e impermeabile, negli ultimi anni – anche grazie a un proficuo lavoro di comunicazione e cultura della sicurezza – sono sempre più considerati risorse della nazione.

 

 

 

E se, come diceva il vecchio Eraclito, fa parte del gioco dell’essere resistere al fulmine che governa ogni cosa, l’apertura di un mondo rivela volti e parole scritte con impegno nello scorrere della storia. Nel gran calderone della fenomenologia si muovono vissuti che non scatenano mai sentimenti a metà, ma finalmente tracciati con meno zolfo rosso e lanci tra le mangrovie, con il fuoco dell’obiettivo che torna piuttosto su analisi e capacità di decrittare futuri.

 

 

 

Nel primo Volume dell’opera, Dalle origini alla distensione si va dalla nascita dell’agente segreto fino al 1918. Passando per L’emporio dell’agente segreto, Dostoevskij, Stevenson e James, la letteratura d’invasione, il capitano Dreyfus e il soldato Sc’vèik, senza dimenticare la spy story in versione popolare, James Bond e Max Otto von Stirlitz (altro Bond, ma sovietico), saltando sulla linea di confine che cuce realtà e fantasia.

 

 

 

La via del romanzo, per rappresentare l’Intelligence e le sue possibili e sempre nuove declinazioni nel gioco continuo di realtà e invenzioni letterarie, è percorsa sulle tracce del lavoro di Giulio Ruspoli, pseudonimo di Giampaolo Rugarli, voce forte della cultura nazionale, venuto a mancare tre anni fa. Le pagine dell’opera sono arricchite dalle illustrazioni di Ferenc Pintér (nei tre volumi ce ne sono quasi 480), tra i massimi esponenti dell’illustrazione e della grafica editoriale (è la matita di opere come l’occhio-orecchio, e di tantissime, straordinarie copertine realizzate per la Mondadori) di cui ricorrerà a breve il decennale della scomparsa. L’opera vuole essere anche un omaggio a questi due protagonisti dell’arte e della cultura italiana.

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Scrive Ferruccio de Bortoli nella prefazione: «Come potremmo definirlo questo libro? Certamente un appassionato omaggio alla professione di chi opera nei Servizi, nella sicurezza. Ma non solo. Un viaggio colto e critico nell’evoluzione della figura dell’agente segreto. Un manuale storico dell’Intelligence. E, se vogliamo, anche un trattato sulla letteratura di genere». Chi ha impaginato questi affreschi conosce da una vita libri e film sul genere, sa scendere nelle caldaie per trovare diamanti ma, soprattutto, non si sente una vestale a guardia di un tempio vuoto. Invece «si preoccupa dei pregiudizi e delle false rappresentazioni che condannano una professione, essenziale nella difesa dello Stato e dei suoi cittadini, ad apparire dedita, quasi in esclusiva, alla tessitura di trame occulte.

 

 

 

Viene citato – rileva de Bortoli – nella parte conclusiva del secondo dei tre volumi, un articolo di Indro Montanelli apparso su ‘Il Giornale’ del 25 ottobre 1990 nel quale si criticava una proposta, sciagurata, di scioglimento dei Servizi di sicurezza nazionali. “Quando succede qualcosa di sinistro… sono sempre i più indiziabili”. Vero.

 

Lo storico Walter Laqueur notava che “nessuna persona ragionevole si aspetta che il ministro della Sanità elimini completamente le malattie… si pretende invece che i vari enti preposti alle informazioni siano sempre perfetti e abbiamo sempre ragione”. Il presidente degli Stati Uniti, Dwight David Eisenhower, nel 1958, all’inaugurazione della sede di Langley della Cia avvertiva: i successi non avranno alcuna pubblicità e gli insuccessi non potranno essere giustificati».

 

 

 

La vita delle spie, un cocktail di amore e morte, è una topologia di tanti mondi e dunque anch’essa una ricerca di senso.

 

 

 

La storia, ancora una volta, si anticipa nel romanzo d’avventura: «Un genere ingiustamente minore – fa ancora notare de Bortoli – si coglie, nelle parole degli autori una certa nostalgia per l’avventura descritta dalle ex spie diventate scrittori. Oggi c’è troppa tecnologia, troppi robot che non hanno né lo humour di Bond né la perspicacia di Smiley».

 

 

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James Fenimore Cooper si preoccupa di dissolvere la nuvola di zolfo che circonda la figura dell’agente segreto, e «spia» smette di essere termine denigratorio per diventare, con scoperta antifrasi, parola di elogio, occulta medaglia al valore. La letteratura di spionaggio ha trovato in Cooper il suo antesignano: il nuovo genere sarà una costola staccatasi dal romanzo giallo che troverà il suo progenitore in Edgar Alan Poe, con tutta la forza anche narrativa della cassa di bottiglie di vino (in ‘Sei tu il colpevole’), dalla quale balza fuori il cadavere putrefatto dell’ucciso, un fatto che porta il caro, vecchio Charles a vuotare il sacco.

 

 

 

Così in Conrad, pur intrigato dall’operatività dell’attività di intelligence, la seduzione viene dalla solitudine e dalle ambiguità alle quali è costretto l’agente segreto, ‘wanderer’ tra ombra e verità. Chiamato dalla vita e ri-orientarsi sempre. Un po’ come nella poesia di Puskin: «Siamo alla fine, la traccia è perduta, che dobbiamo fare? Per la campagna un demonio ci guida e a destra e manca ci fa vorticare…». Il ‘segreto’, allora come oggi, è continuare a camminare, anche quando gli altri corrono «a maritar la strega» o si fermano incantati come i troiani alle porte Scee a vedere passare una bella Elena.

 

 

 

Qualcuno ha detto che le ‘spie’ sono come i preti e le puttane: un pezzo di carne che ognuno pensa di cercare e comprare, solo quando serve. E invece c’è un’umanità forte che parla nelle avventure vere o immaginarie di questi universi di confine, e una vena profonda che batte più forte dei calcoli.

 

 

 

‘Katà tòn daimona eaytoy’, fedeli al proprio destino, con le vele intessute di parole e assenzio, di strada e di libri, le spie vivono tra le rese e le realtà del tempo, riuscendo a volte ad anticipare orizzonti, più spesso a mettere muro davanti a mille casini. Sanno che ogni uomo è un mondo, e tutto ha un prezzo.

 

 

 

Ma la galassia degli agenti segreti non è dominio dei soli uomini. Il corso degli eventi è pieno anche di donne che hanno ricoperto lo stesso ruolo. Come Mata Hari e tante storie pure impaginate in questi volumi.

 

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A partire dagli anni Sessanta, poi, la spy story dilaga e la versione popolare indulge a erotismo e sadismo, si sposta con piacere sotto le docce o in vasche da bagno, quando non scende in cantine attrezzate con arnesi di dubbio uso. L’avventura mostra l’angolo visuale del personaggio narrante, tanto che Ian Fleming accoglierà persino il punto di vista di uno scorpione nell’incipit di ‘Una cascata di diamanti’. La lettera, tuttavia, non può e non deve dimenticare la stoica, a volte dolente sostanza, in cambio del dubbio splendore di un reggicalze e di uno scotch on the rocks.

 

 

 

La verità non emerge subito. Dannate, rinnegate, scandalose o ciniche, le spie coagulano umori e generi letterari in cui la carogna di turno ci prova e l’uomo che lavora per il bene del proprio paese e ha sempre uso di mondo, la precede. E ne smonta i progetti. Si chiama prevenzione e di quest’arte le spie sono maestri, perché si giocano la pelle. Ma con ironia.

 

«Nelle peripezie di James Bond – si fa notare – c’è sempre un momento che richiama alla memoria il salvataggio della povera Angelica, legata nuda a uno scoglio, perché l’Orca, il mostro marino, ne faccia scempio: ma Ruggiero, a cavallo dell’Ippogrifo, la invola e la porta in alto. Tra i razzi, i missili e i satelliti artificiali che saettano sulle nostre povere teste, ci deve essere posto anche per l’ippogrifo: averlo compreso è la grande scoperta di Ian Fleming». L’uomo resta al centro di tutta la ‘macchina’ intelligence, come il sorriso che dice conoscenza dei fati e capacità di scollinare per trovare le uova del Drago.

 

 

 

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Nel secondo Volume, il lettore percorrerà un altro itinerario, Dalla distensione ai nostri giorni, con la caduta del Muro a oggi, la spia che venne dal freddo e il giorno dello Sciacallo. E ancora: l’isola della tempesta e l’affare Zouzou, momenti di gloria e l’imperdibile ‘Intelligence e vecchi merletti’. I capitoli sono dedicati a John le Carré, Frederick Forsyth, Ken Follett, Robert Ludlum e tanti altri autori, tra cui Agatha Christie che, sebbene giallista di fama mondiale, ha compiuto originali incursioni nel mondo dello spionaggio.

 

 

 

Il terzo Volume ‘Il segno di Ferenc Pintér’, è un piccolo gioiello, dedicato interamente a Pintér. Le pagine presentano contributi dello stesso Ferenc Pintér, della moglie Paola Roncato e del figlio Antonio (che firma ‘L’album di mio padre’), Carol de Marcen, Santo Alligo e di Vincenzo Mollica, il quale ritiene che l’illustratore italo-ungherese «si sia espresso artisticamente al meglio proprio quando si è occupato di opere che raccontano storie che si muovono sottotraccia, storie di spionaggio, di intrighi internazionali, in una parola di intelligence,che sembrano vivere senza inizio e senza fine, eterni come l’avventura umana».

 

 

 

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La prefazione è di Stefano Salis, che spiega: «Pinter è stato un fantastico interprete, un maestro del pennello e del colore, delle ombre e delle campiture. La sua pittura, la sua storia, le sue vicende che troverete in questo libro sono la rivelazione di un genio che si accontentava di ammaliare il lettore in limine. Ma sapeva che, a lettura terminata, quel lettore sarebbe tornato da lui e gli avrebbe raccontato ancora e ancora cosa si può fare la con forza di un’immagine».

 

 

 

Bei libri, davvero. Un’opera che resta. Si deve alla passione dei suoi curatori e proposta dalla fucina di Nuova Argos merita di essere conosciuta dal grande pubblico. Perché, ancora una volta, La biblioteca delle spie non è una torre di Babele che confonde le lingue ma un sentiero che invita a camminare con meno ombre e in compagnia di tanti amici, scrittori e artisti, che ci hanno parlato – tra i tempi – di come si lotta con il mondo. E si guarda avanti.(DAGOSPIA.COM)

 

                                                                                                                          

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