I fondi di venture capital hanno chiuso il rubinetto alle startup italiane

Il 2017 non sarà un anno da ricordare per le startup italiane. Negli ultimi giorni sono stati resi noti da fonti diverse i dati relativi agli investimenti dei Venture Capitalist in questo tipo di aziende. Noi abbiamo analizzato quelli provenienti da Dealroom.co, ottima piattaforma olandese che colleziona e rende disponibili da diversi punti di vista i dati relativi alla situazione delle startup europee.

 

L’obiettivo di Dealroom.co è di essere uno strumento utile per investitori e startupper e, oltre a fornire la piattaforma, produce sunti di ricerche mirate. Recentemente è stato pubblicato un sunto degli investimenti effettuati in startup europee nel 2017 che evidenzia alcune criticità del sistema.

Il panel di Dealroom.co comprende più di duemila startup italiane. Ebbene, a queste nello scorso anno sono stati devoluti 137 milioni di euro, il 33% in meno rispetto ai 204 milioni del 2016: praticamente facendoci tornare indietro di un paio d’anni. Per quanto riguarda le cosiddette Exit – la conclusione della fase di startup e del legame con i venture capitalist – il valore di 393 milioni di euro corrisponde a -69,5% rispetto al 2016. Dato ancora più preoccupante è che 74 milioni su 137 (54%) sono andati a 10 aziende.

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Solo per fare un confronto, rispetto al totale di 19,4 miliardi di euro investiti in Europa nel 2017 (+36% sull’anno precedente), la Gran Bretagna ha raddoppiato passando dai 3,7 miliardi di euro del 2016 a 7,5 del 2017 e la Germania da 2 a 2,8 miliardi di euro. Dealroom chiosa affermando che le aziende tech non hanno mai avuto così tanti soldi a disposizione, evidentemente ciò vale per tutti i Paesi tranne che per l’Italia.

Inoltre, il numero di round, ovvero di investimenti, avvenuti in Italia nel 2017 è di 191 che, rispetto al valore, è decisamente elevato. Si pensi, per esempio, che, a fronte di una cifra di entità simile, in Norvegia sono state eseguite 86 operazioni, in Portogallo e in Islanda una trentina, in Croazia appena due.

Cosa significa questo? Che i soldi sono stati distribuiti con una logica se non altro singolare.

In Italia sembra che si tenda a dare qualcosa al maggior numero di startup, non importa se sono bruscolini e se, poi, i soldi veri li portano a casa solo una decina di aziende.

Più diplomatico è il giudizio di Marco Squarci, manager italiano del team di dealroom.co che si occupa di marketing e vendite:

Il venture capital italiano è ancora da considerare di piccole dimensioni, specialmente a livello Europeo e globale. Di conseguenza i pochi investimenti di grosse dimensioni finiscono per determinare e influenzare gli esiti annuali. È un comparto volatile che ha ancora bisogno di maturare prima di poter osservare dei risultati stabili”.

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Fintech: bolla o solida realtà?

Il comparto a cui hanno creduto di più gli investitori, in Italia come in molti altri Paesi è il Fintech con 26 milioni di euro di investimenti, a seguire l’ambito medicale (18,8 milioni di euro) e l’agricoltura (8 milioni di euro). Interessante, però, segnalare che quasi 42 milioni di euro sono andati a startup che producono effettivamente qualcosa di fisico, ovvero che le Fintech portano a casa molti soldi nonostante non rappresentino un modello di business “rassicurante”.

Secondo i dati, insomma, sembrerebbe che un modello economico tradizionale basato sulla rivendita di un prodotto si dimostri più affidabile rispetto a modelli di business che si basano sulle commissioni o le sottoscrizioni a pagamento – che comunque hanno raggranellato 29,8 e 21,7 milioni di euro rispettivamente.

L’hardware (manufacturing) – prosegue Squarci – è generalmente considerato come “più difficile” da gestire, forse anche più rischioso ma non meno eccitante. È uno sviluppo interessante. È logico che ogni paese si concentri e investa in aree per cui hanno un vantaggio competitivo e l’Italia ha una reputazione invidiabile, naturalmente, nel design e nel manufacturing”.

Da segnalare che, rispetto al 2016, sono raddoppiati gli investimenti di Venture Capitalist americani in Europa e anche i fondi asiatici guardano con interesse il Vecchio Continente, triplicando addirittura il totale (da 1,3 a 4,1 miliardi di euro).

Infine, quali sono le aziende italiane che hanno recuperato più capitali nel 2017?

Ecco i primi 4:

  1. Satispay da sola si è portata a casa 18,3 milioni di euro;
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  2. Spaceexe – che realizza sistemi per il tracciamento in tempo reale del movimento di giocatori di calcio e atleti – 12,3 milioni di euro,
  3. MotorK 9,1 milioni
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  4. GreenBone (settore medicale) 8,4 milioni.

Come detto, i primi 10 si portano a casa la metà della torta. Inoltre, sono circa 35 le aziende che hanno avuto meno di 500mila euro, la maggior parte appena 50mila euro, altrettante più di 1 milione di euro.

In definitiva, conclude Squarci: “Smettiamo di rincorrere soluzioni veloci finalizzate a ottenere ‘accesso a finanziamenti’ o ‘benefici fiscali’ ma ragioniamo su un adeguato piano d’azione. (Valerio Mariani Business Insider)