SALTO NEL VUOTO – ESISTONO SCIATORI CAPACI E POI CI SONO QUELLI CON LE PALLE. MATTHEW DIEUMEGARD-THORNTON FA PARTE DI QUESTI ULTIMI. RIPRENDENDOSI IN PRIMA PERSONA LO SI VEDE LANCIARSI DAL DECLIVIO DI UNA MONTAGNA COL PARACADUTE E GLI SCI AI PIEDI SPICCANDO IL VOLO, PER POI RIATTERRARE DOPO QUALCHE MINUTO SU UN COSTONE UN PO’ PIÙ A VALLE. (VIDEO!!)

DAGONEWS

 

Un video mozzafiato riprende l’attimo in cui uno sciatore intrepido si lancia senza esitazione in paracadute dal declivio di una montagna spiccando il volo con gli sci ai piedi.

 

Il video girato in prima persona aggunge suspense all’impresa dal momento che il paracadute si vede a malapena durante le riprese iniziali.

 

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ESCLUSIVO | Bancarotta di un’azienda Restuccia, il commissario della Popolare di Vicenza indagato a Vibo

Il commercialista milanese Claudio Ferrario, che è anche curatore del 501 Hotel, accusato insieme ad altri 4 tecnici di omessa vigilanza e falso nell’ambito di un fallimento pilotato

Tutti nominati dal Tribunale. Tutti messi lì per fare gli interessi della collettività. Eppure, tutti indagati a vario titolo per omessa vigilanza, falso ideologico e mancata denuncia nell’ambito di un’ipotesi di bancarotta fraudolenta.
Ha risvolti dirompenti il provvedimento di sequestro preventivo per 2milioni e 209mila euro emesso dal giudice per le indagini preliminari Gabriella Lupoli nei confronti della Vincenzo Restuccia Costruzioni Srl, che nel novembre del 2013 presentò il piano per un concordato preventivo, cioè la procedura concorsuale alla quale un’impresa in stato di crisi può ricorrere per evitare il fallimento e tentare la risalita.
Solo che in questo caso, secondo le tesi del Pm, accolte dal Gip che ha disposto il sequestro, la risalita era truccata.

  

Gli indagati

Insieme a Restuccia, l’imprenditore di Rombiolo recentemente scomparso, sotto accusa finiscono i cinque tecnici – commercialisti e avvocati – incaricati di coadiuvare i giudici fallimentari nelle procedure di accertamento dei debiti e dei crediti dell’impresa edile, consentendo così di valutare la fattibilità del piano concordatario.
Tra gli indagati, a fare scalpore è soprattutto il nome di uno dei più noti commercialisti italiani, Claudio Ferrario, nominato commissario giudiziale della Restuccia Costruzioni nell’estate del 2014. Il professionista, oltre ad essere uno dei due curatori fallimentari del 501 Hotel, e anche e soprattutto uno dei tre commissari liquidatori della Banca Popolare di Vicenza, l’istituto di Gianni Zonin (il re del vino Made in Italy), travolto da un devastante crac che ha mandato sul lastrico migliaia di risparmiatori ed è già costato ai contribuenti oltre 5 miliardi di euro, quanti ne sono serviti a luglio per il decreto legge che ha consentito di tenere aperti gli sportelli ed evitare il panico tra i correntisti.

  

Le ipotesi dei magistrati

Ferrario, insieme all’altro professionista nominato dal Tribunale, Fabio Caridi, espresse parere favorevole sul concordato Restuccia e, sulla base delle loro analisi presumibilmente viziate, il Tribunale di Vibo diede il via libera e nominò il collegio dei liquidatori giudiziali, formato da Maria Rosaria Potenza e da Giuseppe Chiarelli. Anche loro risultano indagati, alla stregua dal commercialista Vittorio Iritano, il primo ad entrare in scena in questa intricata vicenda: sua la firma, infatti, in calce alla relazione attestante la veridicità dei dati aziendali presentata nelle fasi inziali della procedura concordataria.
Secondo il Gip, i cinque professionisti avrebbero messo in atto «una condotta complessiva sinergicamente e strategicamente volta a creare ed avvalorare l’apparenza di un minor fabbisogno concordatario e di una maggiore consistenza dell’attivo, ergo ad avallare ingannevolmente la sostenibilità e fattibilità del piano della Restuccia Costruzioni Srl».

  

L’accusa di bancarotta fraudolenta

Ma c’è di più. Per raggiungere questo scopo, avrebbero colpevolmente coperto un sistema a vasi comunicanti che ha portato al fallimento di un’azienda “figlia” del gruppo Restuccia, a tutto vantaggio della principale, cioè la Restuccia Costruzioni Srl, che si sarebbe appropriata di un consistente credito formalmente non suo.
Da qui l’accusa di bancarotta fraudolenta nei confronti del noto costruttore calabrese. Una vicenda che pesa come un macigno su uno dei professionisti italiani più esposti, Ferrario appunto, incaricato nel giugno 2017 dalla Banca d’Italia di sbrogliare parte della matassa della Banca Popolare di Vicenza, che ha lasciato con un pugno di mosche 120mila piccoli azionisti ed è al centro – insieme a Veneto Banca – di uno dei più clamorosi default del sistema creditizio italiano.

 

L’appalto per la condotta sul Menta

Tornando alle vicende vibonesi, per comprendere la richiesta di sequestro preventivo di 2milioni e 209mila euro fatta dal Pm e accolta dal Gip, bisogna fare un salto indietro di 10 anni
È il 2008 quando l’imprenditore di Rombiolo, attraverso un’Ati formata dalla Restuccia Costruzioni Srl e dalla Valori Scarl, si aggiudica l’appalto per la costruzione di un’importante condotta idrica sulla diga del Menta, in provincia di Reggio Calabria. Con l’unico scopo di realizzare materialmente i lavori, si legge nel decreto di sequestro, viene costituita una società consortile, la Torrente Menta Scarl, alla quale viene affidata dall’Ati la costruzione dell’opera. A prescindere dalla compagine societaria, però, secondo i magistrati, la Torrente Menta risulta sin dall’inizio sempre amministrata e controllata dall’imprenditore vibonese.

 

Scatole cinesi e fallimenti pilotati

L’impresa costituita ad hoc realizza i lavori senza, però, incassare mai il compenso, cioè quei 2milioni e 209mila euro oggetto del decreto di sequestro. Il motivo è semplice: visto che si tratta di imprese organizzate come scatole cinesi, sarebbe come se Restuccia dovesse pagare se stesso, e non lo fa, anche perché quel credito milionario vantato nei confronti della Sorical gli serve per rendere fattibile il concordato preventivo dell’azienda madre, che nel frattempo è stato richiesto. Il mancato incasso, però, porta al fallimento nel marzo del 2015 della Torrente Menta Scarl
In altre parole, intorno a quei 2 milioni e 209mila euro si sono giocati i destini di due aziende: una che non doveva fallire e una che, al contrario, non poteva essere salvata.
Un gioco delle tre carte che secondo i magistrati è stato reso possibile soltanto grazie alle omissioni dei tecnici nominati dal Tribunale, che non avrebbero impedito un disegno criminoso poi sfociato nella bancarotta fraudolenta della Torrente Menta.
Enrico De Girolamo LACNEWS24.IT

Crac banche venete: 40mila aziende italiane nel limbo

OCCHIO DOTT. CARLO MESSINA

 

La Serenissima, ossia la zona intorno a Venezia come è chiamata da un millennio, è oggi l’epicentro di un crollo bancario che minaccia di far deragliare una delle grandi storie di successo della globalizzazione.

La base territoriale di marchi come Benetton, De’ Longhi, Geox e Luxottica, in Veneto, è diventata anche sede di ben 40.000 piccole imprese improvvisamente bloccate senza accesso al finanziamento da quando una coppia di banche regionali è crollata nel mese di giugno. Si tratta della Popolare di Vicenza Veneto Banca, che crollando hanno spazzato via i risparmi di molti dei loro 200.000 azionisti, scatenando scossoni economici e politici sentiti da Roma a Francoforte. La rabbia per quella che molti considerano una supervisione lassista da parte delle autorità nazionali sta animando un movimento che invoca maggiore autonomia e che è incoraggiato da quanto sta succedendo in Catalogna.

“Il dolore per le banche venete può essere finito, ma il dolore per le imprese venete è solo all’inizio“, come ha dichiarato a Bloomberg Andrea Arman, avvocato di alcune delle aziende e dei soggetti più colpiti dal crac delle banche venete.

“Stiamo appena iniziando a vedere le conseguenze del crollo e quello che stiamo vedendo è allarmante”.

La seconda banca italiana, Intesa Sanpaolo SpA, ha pagato una cifra simbolica di 1 euro per acquisire le parti più sane dei due istituti veneti, mentre allo Stato è toccato assorbirsi i 18 miliardi di euro di debito travagliato che hanno accumulato le banche. La Sga, la Società di gestione degli attivi a cui entro fine ottobre dovrebbero finire i 18 miliardi di Npl lordi delle ex popolari venete rifiutati da Intesa, però non è ancora pienamente operativa. Ciò ha fatto sì che le piccole e medie imprese, in molti casi, non potessero fare affari.

Molti di questi mutuatari sono imprese redditizie, ma sono bloccate nel limbo“, ha dichiarato Mauro Rocchesso, responsabile di Fidi Impresa e Turismo Veneto, società finanziaria che fornisce garanzie collaterali alle imprese in cerca di linee di credito.

“Non hanno più una controparte e non riescono più a trovare capitale fresco da un nuovo prestatore a causa della loro esposizione verso le due banche venete“.

Mentre i tecnici lavorano sul quadro giuridico che permetterà alla SGA di iniziare ad operare, i suoi dirigenti stanno negoziando con i finanziatori nazionali, tra cui Intesa e Banca Ifis, per iniziare a gestire i prestiti. Le testimonianze dei piccoli imprenditori che hanno contratto finanziamento con Veneto banca ora passato sotto SGA, sono tante. Come quella di Toni Costalunga, 71enne costruttore di parti meccaniche che ha dichiarato di non poter pagare il personale in tempo perché la sua linea di credito è stata terminata “senza preavviso né spiegazioni” l’ 11 settembre, dopo che la SGA ha rilevato la sua linea di credito Veneto Banca.

“Ho perso alcuni pagamenti di prestito durante la peggiore recessione, ma non ho mai mancato un pagamento a un lavoratore o fornitore fino allo scorso mese”.

Mentre le multinazionali venete sono rimaste in gran parte indenni dal crollo, il sistema di finanziamento che ha sostenuto la trasformazione della regione da economia prevalentemente agraria a potenza produttiva nell’ ultimo mezzo secolo non sarà mai lo stesso.

“Le banche venete sono state cruciali per la creazione e il sostegno di migliaia di piccole imprese, che sono la spina dorsale dell’ economia locale”, ha dichiarato Luigi Zingales, “ma quel modello” – dice il professore – “è definitivamente scomparso“.(ALESSANDRO CAPPARELLO FINANZAONLINE)

DOMANDA A CARLO MESSINA INTESA SAN PAOLO – I 49 MILIONI DI ZONIN SONO NELLA GOOD BANK CHE LEI RAPPRESENTA O NELLA BAD BANK? TUTTI GLI ITALIANI SONO CURIOSI DI CONOSCERE LA SUA RISPOSTA. SE NON LO FARA LEI LO FARO’ IO IN TRIBUNALE.

ZONIN : I 49 MILIONI CHE SI È PRESTATO LI HA POI RESTITUITI ALLA POPOLARE DI VICENZA?

(Cesare Pavesi – La Verità)

il cda di popolare Vicenza , con lui Presidente , deliberò affidamenti per il Patron e le Sue aziende. C’è il rischio che siano incagliati.

Lui tra molti “non ricordo”e la difesa tutta incentrata sulla sua irresponsabilità nella gestione diretta , ha anche ricordato di essere vittima del crack della sua ex banca , in cui ha governato da Presidente per quasi 20anni. Lui è  ovviamente Gianni Zonin , dominos assoluto della Popolare di Vicenza che l’altro giorno in Commissione di inchiesta ha rimarcato di essere uno dei grandi soci sconfitti dal collasso della sua ex creatura bancaria. Gianni Zonin era un investitore in titoli della banca. Un segno di fiducia nelle magnifiche sorti progressive dell’istituto vicentino , crollato sotto il peso delle sofferenze e con un capitale bruciato per oltre 6 miliardi di 120.000 soci -clienti. Il presidentissimo aveva azioni della banca. Come ricorda il suo avvocato nell’atto di citazione contro la sua stessa banca ( surreale vero?) Gianni Zonin possedeva quasi 52.000 azioni della sua popolare . Un controvalore di 3,25 milioni di euro. Oggi come per tutti gli altri centinaia di migliaia di soci- clienti quei soldi sono evaporati. La sua famiglia ne possedeva altre 320.000. Titoli che a 62,5 euro costituivano un pacchetto di 20milioni di euro. La famiglia Zonin ha perso quindi 24 milioni di euro nella sciagurata avventura ventennale della banca del Patriarca. Peccato che Zonin in audizione  ricordi solo questo e non quanto la sua banca abbia fatto per lui. Montagne di prestiti erogati a lui direttamente e alla sua galassia societaria agricolo-vinicola. Lui ha detto che non partecipava ai comitati esecutivi che deliberavano sui crediti , quasi a levarsi di dosso ogni responsabilità. Ma questa non è la verità , almeno per quanto lo riguarda direttamente.

Basta sfogliare il prospetto informativo dell’aumento di capitale fallito che ha portato Atlante a doversi accollare la bancarotta vicentina. Ebbene emerge tutt,altra verità. Direttamente il cda , quindi con lui presente come Presidente della banca , ha deliberato fin dal 2013 finanziamenti diretti allo stesso Zonin e alle sue aziende . L’elenco è lungo e dettagliato. Nel giugno 2013 e’il consiglio di amministrazione con Zonin alla sua guida a deliberare un prestito per 19,7 milioni a favore della casa vinicola Zonin ; nella stessa seduta del 18 giugno ecco altre delibere prestiti sempre passati al vaglio del cda. Ad ACTA società della sua stessa galassia vanno 7,9 milioni ; poi eccoCA BOLANI con un prestito da 7,1 milioni . Non è finita . Sempre in quel giorno di giugno il cda della banca approva finanziamenti per 2,3 milioni allo stesso Gianni Zonin , 6,43 milioni alla società CASTELLO D ALBOLA e infine 3,66 milioni a CASTELLO DEL POGGIO. Sommateteli e in un altro sola seduta a Zonin e ai suoi diretti e indiretti interessi imprenditoriali finiscono 47 milioni di euro di crediti della Popolare vicentina. Passano pochi mesi e a novembre 2013 altra delibera , sempre del cda che veicola 2,12 milioni a ITALIA DEL VINO , società legata indirettamente a Zonin . A dicembre arrivano  arrivano altri 20milioni alla sua casa vinicola. L’estate del 2014 è prodiga di finanziamenti alla famiglia e alle sue Società. La casa Vinicola Zonin si vede deliberare un credito per 19,6 milioni. Poi a seguire , stessa seduta via libera ai crediti ad ACTA ,FEUDO DEI PRINCIPI DI BUTERA, MASSERIA ALTAMURA, CA BOLANI , CASTELLO D ALBOLA , CASTELLO DEL POGGIO e infine un finanziamento diretto a Gianni Zonin per 2,4 milioni. Anche qui in una sola seduta il cda delibera nel luglio 2014 49 milioni di crediti alla dinastia del Patriarca. L’ultimo atto è dell’agosto 2015 , pochi mesi prima delle dimissioni del Presidentiasimo e con la Banca già a pezzi . Le società sono sempre le stesse e l’importo deliberato è di 47 milioni . Il prospetto informativo non ci dice se sono nuovi finanziamenti o rinnovi delle linee di credito in essere. La sostanza però cambia poco . Che siamo a 49 milioni o tre volte tanto poco conta. Conta il fatto che Gianni Zonin ha detto in audizione che lui di finanziamenti non sapeva nulla , che faceva tutto la Direzione Generale . Dov’era quindi Zonin Presidente della Banca quando il suo Consiglio di Amministrazione deliberava a pioggia l’auto finanziamenti alle sue imprese e ai suoi parenti? Sappiamo già la risposta : si sarà assentato al momento della deliberazione. In questa tragica farsa dello scaricabarile di uno dei Crack più gravosi della storia bancaria italiana , c è almeno da augurarti che quella montagna di milioni di prestiti alla famiglia Zonin non siano diventati nel frattempo degli incagli o delle sofferenze. Sarebbe la beffa assoluta dopo il danno. Saranno gli uomini di INTESA a scoprirlo nei prossimi mesi.

P.S. MI PERMETTO DI AGGIUNGERE AL BELLISSIMO ARTICOLO DEL DOTT PAVESI PUBBLICATO SULLA VERITÀ DI OGGI , CHE FORSE BANCA INTESA, I COMMISSARI NOMINATI DA BANCA D ITALIA DOVRANNO DARE UNA RISPOSTA A TUTTI I SOCI CLIENTI SE QUANTO SOPRA RIPORTATO E FINITO NELLA BAD BANK O NELLA GOOD BANK – QUESTO SARÀ UN PASSAGGIO IMPORTANTE PER TUTTI GLI IMPRENDITORI PER CAPIRE COME BANCA INTESA CON LE DILIGENCE ABBIA GESTITO A SUA LIBERA INDICREZIONE IL PASSAGGIO DEGLI AFFIDAMENTI TRA GOOD E BAD BANK DELLO ZONIN E DELLE SUE AZIENDE E DI TUTTI I COLLEGAMENTI CONNESSI COME RIPORTATO NEL IMPECCABILE ARTICOLO DOCUMENTATO IN OGNI SINGOLO PASSAGGIO. E QUI SI APRIRÀ NEI PROSSIMI GIORNI UN ALTRO FRONTE DI CHI È COME HA GIUDICATO UN CLIENTE BUONO O CATTIVO  CON CHE CRITERIO E ANCHE QUI USCIRANNO FUORI VERAMENTE FATTI NUOVI E IMPORTANTI PER TUTTI COLORO CHE NEI GIORNI SCORSI SI SONO RITROVATI INGIUSTIFICATAMENTE  , SENZA UN CONFRONTO TECNICO CON INTESA E LE ALTRE PARTI INTERESSATE PER REDIGERE LE DECISIONI -AFFIDAMENTI AZZERATI E PASSATI ALLA BAD BANK CON DEI DANNI CHE SARANNO DEVASTANTI PER L ECONOMIA E PER GLI IMPRENDITORI INTERESSATI E CHE QUALCUNO DOVRÀ RISPONDERNE. AGGIUNGO LEGGETE BENE IL CONTRATTO SEGRETO PRUBBLICATO TRA INTESA E LE BANCHE VENETE PRESSO IL NOTAIO IN DATA 25 GIUGNO 2017 – IL DECRETO PUBBLICATO DAL GOVERNO – PUBBLICAZIONE IN DIRITTO SULLA LCA E ALTRO…………

Intesa San Paolo pensa ai più deboli e ai giovani

OCCHIO DOTT. CARLO MESSINA

 

Aiutare chi ha bisogno sostenendo gli operatori del Terzo settore è da sempre la missione del ramo filantropico del Gruppo, che nel 2017 ha supportato oltre 300 Onlus su tutto il territorio nazionale, garantendo più di 5.000 pasti e 1.000 posti letto a mense e dormitori ed erogando borse di studio e di dottorato ai più meritevoli

La Fondazione Intesa Sanpaolo Onlus, nata nel 2008, rappresenta il ramo filantropico di Intesa Sanpaolo ed è uno dei pilastri del sistema di welfare del Gruppo. Opera con finalità di contrasto al disagio economico e sociale in assistenza ai dipendenti in difficoltà, con borse di studio e di dottorato per giovani meritevoli e con attività di sostegno ad enti e progetti dedicati alla solidarietà verso le persone bisognose.

Nel corso del 2017 ha deliberato interventi relativi all’attività istituzionale per 3 milioni di euro, di cui 440 mila euro destinati a in situazione di grave difficoltà, 360 mila per dipendenti, pensionati e loro familiari colpiti dal sisma “Centro Italia” , 1,2 milioni di euro per borse di studio e dottorato a favore di studenti in stato di disagio 1 milione di euro a sostegno di progetti benefici per i più bisognosi, tra cui mense e dormitori.

Nell’ambito del diritto allo studio, sono 70 i bandi per borse di studio promosse dalla Fondazione nei dieci anni di attività. Ne hanno beneficiato circa 1500 giovani di 41 università statali su tutto il territorio nazionale per un importo complessivo di circa 3, 5 milioni di euro.

«Tutte le iniziative che la nostra Fondazione porta avanti da oltre dieci anni sono altrettanti “segnali” e spunti di riflessione che vogliamo dare alla società italiana, sempre più squilibrata e non solo per quanto riguarda l’emergenza povertà», commenta Pietro De Sarlo, presidente della Fondazione Intesa Sanpaolo Onlus. «Tra queste iniziative c’è l’impegno nei confronti dei più bisognosi, ai quali cerchiamo di dare risposte immediate, favorendo le istituzioni che garantiscono un tetto per dormire e un pasto caldo a chi è davvero sprovvisto del minimo per un’esistenza dignitosa», continua De Sarlo. «Ecco perché, oltre ad utilizzare i fondi che derivano dal canale del 5xMille (circa 150mila euro), abbiamo deciso di incrementare molto di più il nostro impegno investendo 1 milione di euro in questo progetto». A oggi l’iniziativa, lanciata nel 2012, ha permesso alla Fondazione di aiutare oltre 300 realtà. «Riceviamo centinaia di richieste da parte delle onlus e il nostro intento è aiutare il maggior numero di mense e dormitori. Nel caso di quest’ultimi, ad esempio, nel 2017 abbiamo aumentato le risorse del 10% rispetto all’anno precedente». Un supporto economico importante che interessa tutto il territorio nazionale con qualche differenza da nord a sud. «Paradossalmente anche se nel Mezzogiorno esiste una forte emergenza povertà ad oggi troviamo realtà molto più attive al Nord», sottolinea De Sarlo. «Non so spiegare il perché, ma è certamente una questione di quantità e qualità delle strutture che accolgono le persone fragili. Anche per questo bisogna informare le piccole onlus e incentivare il più possibile le richieste di finanziamento di tutte quelle che hanno i requisiti fiscali e che selezioniamo accuratamente in base alle finalità e alla validità dei progetti».

Pietro De Sarlo Fondazione Intesa San Carlo Onlus

Pietro De Sarlo, presidente della Fondazione Intesa Sanpaolo Onlus

Un altro importante filone di intervento è quello destinato all’erogazione di borse di studio per tutelare il diritto all’istruzione di tanti giovani meritevoli ma in condizioni economiche critiche. «La nostra Costituzione garantisce libero accesso all’istruzione, ma sappiamo bene che nei fatti non è sempre così», continua il presidente di Fondazione Intesa San Paolo, che negli anni ha avviato una collaborazione con 41 università statali per l’erogazione di circa 1.500 borse di studio per contrastare il disagio sociale delle persone e delle famiglie. La particolarità è che, contrariamente a quanto avviene di solito, si tratta di borse destinate a studenti in materie umanistiche. «Quella che stiamo vivendo è un’epoca complicata e abbiamo la sensazione che manchino gli stumenti per interpretare quello che sta avvenendo nella società. Da qui la scelta di puntare sulle materie umanistiche più che sulle tecnologie. Per formare persone in grado di interpretare i cambiamenti. Ogni anno facciamo dai 10 ai 15 bandi nelle diverse università e nel 2017 abbiamo garantito 5 dottorati di ricerca, ognuno con una dotazione di 70mila euro spalmati sui tre anni», aggiunge De Sarlo. «E per dare un ulteriore segno di attenzione, di vicinanza, vado sempre di persona a consegnare le borse di studio e a incontrare gli studenti. Uno dei casi che mi ha toccato il cuore è stato quello di una ragazza dell’Università di Bergamo, figlia di genitori provenienti dall’Africa, che al momento del suo intervento di ringraziamento ha parlato in perfetto dialetto bergamasco».

Studenti Psico

Ai progettti di inclusione sociale si affiancano, infine, tutte le iniziative della Fondazione a favore dei dipendenti del Gruppo. «Separazioni, malattie e dipendenze sono fattori che possono portare all’impoverimento dei nuclei familiari. Per questo quando vengono individuate situazioni di fragilità cerchiamo di intervenire con un supporto economico. Anche questa è una risposta nel segno della solidarietà».(VITA.IT)

Intesa Sanpaolo, sprint sugli npl. E (sorpresa) l’Italia non è più la cenerentola delle sofferenze

Intesa Sanpaolo, sprint sugli npl. E (sorpresa) l’Italia non è più la cenerentola delle sofferenze

Il gruppo guidato da Carlo Messina sta facendo pulizia dei bilanci sull’onda delle raccomandazioni di Bruxelles. Intanto le banche italiane fanno meglio della media Ue nella riduzione dei crediti deteriorati

Intesa Sanpaolo stringe sulle sofferenze e si prepara a liberarsi degli incagli frutto dell’acquisizione della parte in bonis delle due popolari venete saltate lo scorso anno. D’altronde che gli npl siano il problema dei problemi per le banche italiane è fin troppo risaputo. E così anche l’istituto guidato dal ceo Carlo Messina (nella foto) sta facendo pulizia dei bilanci sull’onda delle raccomandazioni dell’Ue (qui il focus di Formiche.net su Mps) che vuole, anzi pretende, operazioni di smaltimento su larga scala.

18 MILIARDI AL TESORO

La prima partita riguarda il passaggio di mano del fardello di sofferenze in capo a Veneto Banca e Popolare di Vicenza, la cui parte sana è stata venduta al prezzo simbolico di 1 euro ad azione. Operazione che però prevede anche lo smaltimento sia dei crediti in bonis sia di quelli in sofferenza, per un totale di 26,1 miliardi. E proprio una parte cospicua di questi ultimi, circa 18 miliardi (9,6 miliardi di sofferenze e di 8,9 miliardi di inadempienze probabili) starebbero per essere scaricati sulla Sga del Tesoro, il veicolo pubblico per il recupero degli incagli. A Intesa rimarrebbe in capo la gestione di circa 4 miliardi di crediti deteriorati in bonis potendo contare sulle relative garanzie statali, le gacs.

OCCHIO DOTT. CARLO MESSINA

 

PIANO SVEDESE IN VISTA

Poi ci sono le sofferenze che invece Intesa ha nella propria pancia, che esulano dall’operazione con le venete. Negli ultimi due anni molto è stato fatto, visto che il gruppo torinese, prima banca italiana, nel periodo è riuscito a smaltire circa 11 miliardi di npl, riducendo sensibilmente lo stock. Ma ora bisogna pensare al futuro e il futuro dice che c’è un portafoglio da 10 miliardi circa da valorizzare. Il veicolo cui affidare il compito è già stato individuato, la svedese Intrum Justitia. Le trattative, è bene ricordarlo, sono ancora alla fase iniziale, ma se l’operazione andasse in porto Intesa potrebbe addirittura anticipare l’obiettivo di ridurre gli npl al 10,5% dei crediti totali entro il 2019. D’altronde come ricordato ieri dallo stesso Messina a margine del comitato Abi (e prima di incontrare il capo della vigilanza della Bce, Danièle Nouy, insieme ad altri banchieri, “accelerare la riduzione dello stock di crediti deteriorati è una priorità strategica al di là del metodo seguito”.

SE LE BANCHE (ITALIANE) FANNO I COMPITI A CASA

Fin qui Intesa. Ma l’Italia? Sì, ieri per le banche italiane sono arrivate buone notizie. L’Italia è infatti tra gli Stati membri ad aver ottenuto i migliori risultati nella riduzione della propria quota di crediti deteriorati. Almeno secondo il primo rapporto messo a punto dalla Commissione Ue sulla base dei dati della Bce. Stando alle tabelle pubblicate, in un anno l’Italia ha diminuito la quota del totale degli Npl del 24,6% – un quarto – passando dal 16,2% del giugno 2016 al 12,2% del giugno 2017.  Meglio ha fatto solo la Slovenia, con un calo di 30,4%. Segue l’Irlanda -20,6%. Meno brillante la Grecia, -0,6%. I progressi fatti dall’Italia nella riduzione dei crediti deteriorati viene ritenuto “notevole” dall’Ue. Il Paese ha fatto “un’inattesa accelerazione”, con la riduzione di un quarto delle sofferenze in un anno, mentre la media degli altri Paesi è stata di un terzo.( Gianluca Zapponini FORMICHE.NET)

MENTRE C’È CHI STARNAZZA DI FAKE NEWS, VEDETEVI UN OTTIMO DOCUMENTARIO DELLA BBC (MAI TRADOTTO IN ITALIA), CHE RIPERCORRE 40 ANNI DI MENZOGNE UTILI A MANTENERE IGNORANZA E STABILITÀ: ‘HYPERNORMALISATION’ DI ADAM CURTIS (VIDEO INTEGRALE)

Riceviamo e pubblichiamo:

 

Caro Dago,

 

 

body aerobici per jane fondaBODY AEROBICI PER JANE FONDA

In un paese dove si urla alle fake news, ora che non esiste più né un potere univoco a cui fanno comodo né un canale unico (la televisione) per diffonderle senza feedback, sarebbe bene vedere il documentario di Adam Curtis per BBC “Hypernormalisation” del 2016 che ripercorre 40 anni di – secondo il progressista inglese – utili menzogne che hanno fatto la storia.

 

Dall’invenzione di Gheddafi alla guerra in Iraq, dalla distrazione allucinata per l’aerobica e il fitness di Jane Fonda all’ascesa di Trump (ben prima dell’elezione). Fake news promosse da una finanza che già esplorava il cyberspazio prima di tutti, e che erano funzionali a mantenere ignoranza e stabilità.(DAGOSPIA.COM)

 

Link al documentario che in Italia nessuno ha tradotto https://vimeo.com/191817381

saleh gheddafi mubarakSALEH GHEDDAFI MUBARAKCOLIN POWELL MOSTRA ALL'ONU LE (FINTE) ARMI CHIMICHE DI SADDAMCOLIN POWELL MOSTRA ALL’ONU LE (FINTE) ARMI CHIMICHE DI SADDAM

 

 

CARLO MESSINA A ME NON SERVONO I SUOI TIRAPIEDI O STUDI INTERNAZIONALI PERCHE LA RISPOSTA E’ GIA SCRITTA. SI DEVE SOLO FARE UN ESAME DI COSCIENZA PER TUTTE LE PERSONE CHE HA MESSO IN MEZZO AD UNA STRADA .

CONTRATTO INTESA – BANCHE VENETE NOTAIO MARCHETTI IN MILANO

 

SPERO DI ESSERE STATO CHIARO E COINCISO E NON ALLEGO PIU IL CONTRATTO PERCHE’ RITENGO CHE SE LO SOGNA ANCHE LA NOTTE.

 

LA NUOVA SCUOLA: ECCO COME SMARTPHONE E TABLET PORTATI DA CASA SARANNO PERMESSI IN CLASSE. IL MINISTERO STA PREPARANDO IL DECALOGO PER UN USO “ACCETTABILE” DEI TELEFONINI DENTRO AGLI ISTITUTI. FEDELI: “CON LA TECNOLOGIA CAMBIANO I MODELLI EDUCATIVI. SAREMO ALL’AVANGUARDIA DELL’EDUCAZIONE DIGITALE. RIFIUTARE CHE ENTRINO A SCUOLA NON È LA SOLUZIONE”

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Ilaria Venturi per “la Repubblica

 

a scuola con il tabletA SCUOLA CON IL TABLET

Si potranno usare per documentare, con video e foto, una gita, per tracciare percorsi col Gps durante una visita, per conoscere, grazie alle mappe, una città. Saranno utili per riassunti via twitter, per risolvere problemi matematici a colpi di touch: invece di alzare la mano, si preme il tasto sullo schermo dal banco. Potrà anche capitare nel bel mezzo di una lezione di sentirsi dire dal prof: “Prendete il cellulare, accendetelo, andate su Minecraft (il videogioco per costruire mondi, ndr): ora realizziamo insieme un museo e una biblioteca».

 

La svolta, annunciata a settembre dalla ministra Valeria Fedeli, ora fa un passo avanti. Il gruppo di esperti nominato dal ministero ha chiuso i lavori e definito una sorta di decalogo su come usare a scuola i dispositivi mobili degli alunni, lasciati sino ad oggi spenti negli zaini.

 

a scuola con il tablet 3A SCUOLA CON IL TABLET 3

Il presidente Macron ha appena bandito, al rientro dalle vacanze natalizie, i telefonini dalle scuole francesi. Noi li sdoganiamo per fare lezione, dopo che una circolare a firma del ministro Fioroni nel 2007 li aveva vietati sull’ onda dei primi casi di cyberbullismo. «Il primo segnale che la scuola italiana è al centro del futuro», dichiara la ministra che oggi a Bologna, alla tre giorni dedicata alla scuola digitale, annuncerà le linee guida che si tradurranno («spero prima del nuovo governo») in una nuova circolare.

 

Fuor di retorica, Valeria Fedeli precisa: «La proibizione all’ uso personale dei cellulari a scuola rimane, stiamo regolando il loro uso didattico, sotto il controllo del docente».

 

La ministra parte da un presupposto: «La natura del digitale cambia i comportamenti di una società e i modelli educativi. Di qui la necessità di assumerci questa responsabilità: dare contenuti certificati alla didattica digitale e governare fenomeni che comunque coinvolgono i nostri ragazzi fuori dalla scuola.

 

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Per fare questo sarà importante dare ai docenti una formazione adeguata, chiamare in causa anche università e case editrici. La scuola deve diventare anticorpo della società nei confronti di verità confuse, dibattiti superficiali, fake news, informazioni prive di fondamento scientifico». È l’ assunto degli esperti: «Il telefonino è nelle mani di tutti, rifiutare che entri a scuola non è la soluzione. Meglio negoziare un uso responsabile».

 

Per questo l’ indicazione agli istituti è di adottare una “politica di uso accettabile”: un regolamento condiviso, e non calato dall’ alto, che dica chiaramente cosa si può fare e cosa rimane proibito, quando accenderli, come evitare i furti, come non discriminare chi non ce l’ ha o non scatenare la corsa all’ ultimo modello. Il tutto coinvolgendo i consigli di classe e, soprattutto, spiegando bene agli studenti e alle famiglie regole e motivazioni.

 

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Vale per tutti gli ordini di scuola, in particolare per le medie e superiori. Ma anche alla primaria si potrà chiedere di portare un tablet da casa – spiegano gli autori del documento – e di condividerlo coi compagni per imparare grazie a piattaforme digitali dedicate.

 

Anche i videogiochi, quelli educativi, sono ammessi. Aule che così si trasformano all’ istante in laboratori informatici. Purché s’ insegni, insistono le linee guida, a usare questi strumenti in modo critico.

 

E se arrivano messaggi e i ragazzi si distraggono? «Insegnate loro a disattivare le notifiche, a non rispondere perché non è il momento: sono loro i padroni del mezzo.

 

Dobbiamo regolamentare ed educare all’ uso: vale anche per i docenti nel rapporto con le studentesse », avverte la ministra riferendosi al caso degli abusi sessuali al liceo Massimo di Roma.

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Per fare tutto questo, viene detto agli istituti di dotarsi di connessioni in grado di reggere. Il piano nazionale per la scuola digitale ha messo sul piatto un miliardo e 200mila euro, ne sono stati spesi la metà.

 

«Avrei voluto fare più in fretta – ammette Fedeli – ma è un investimento che deve andare avanti». Per arrivare a una vera e propria educazione civica digitale. Anche su questo gli esperti hanno già scritto un sillabo per le scuole.(DAGOSPIA.COM)