SINISTRA A PEZZI/ Perde voti e La Repubblica: da De Benedetti a Scalfari, è guerra totale

Grillo smentisce Di Maio: niente alleanze. A Leu è arrivata però la sponda del Pd. Tutto cambia di nuovo. Ma il vero problema della sinistra si chiama “Repubblica”. 

Eugenio Scalfari (LaPresse)Eugenio Scalfari (LaPresse)

Grillo smentisce Di Maio: niente alleanze. M5s è puro, “il panda non mangia carne” ha detti ieri il leader di M5s. Una dichiarazione, quella di Beppe Grillo, che rimescola — e molto — le carte. Soprattutto a sinistra, perché viene a cadere ogni ipotesi di alleanza post-voto tra Leu e M5s. Ma se Grillo chiude una porta, Renzi ne apre un’altra: ieri Graziano Delrio ha sdoganato un’intesa con gli “ex” di Liberi e uguali. In realtà la sinistra rimane in crisi, dice Peppino Caldarola, ex direttore dell’Unità, e nella maionese impazzita è finito anche il (fu) partito di Repubblica

C’è un problema politico nel giornale di Carlo De Benedetti. Che cosa sta succedendo?

Assistiamo alla frattura senile di due persone che si sono sempre odiate. I problemi sono molti. De Benedetti si è reso conto che fuori da Repubblica la sua posizione pubblica è meno dominante, e Repubblica stessa ha perso la bussola. Cosa che Scalfari ovviamente ha capito da tempo.

Ci faccia capire, Caldarola.

Repubblica è stata un partito politico di riferimento per aree molto ampie, da settori liberali progressisti alla sinistra tale e quale, a partire dal vecchio Pci. Scalfari, deluso da Renzi, ha puntato su una operazione di rigenerazione del Pd che approda a Walter Veltroni, per lui, non dimentichiamolo, “padre nobile della sinistra e della democrazia italiana”. Un tentativo che Scalfari ha incentrato su sé medesimo. Anche De Benedetti, e lo ha fatto su Corriere, si è detto deluso da Renzi, nondimeno ha confermato di votare Pd, ma non ha scelto Veltroni. E forse deve ancora scegliere. Ma al di là della guerra miserabile e poco dignitosa di due vecchi di grande cinismo, il punto non è questo.

E qual è secondo lei?

Repubblica non conta più niente. E’ caduto il muro di Repubblica, questa è la novità. Repubblica non guida più la sinistra, perché la sinistra è una maionese impazzita e il suo partito-giornale fa parte degli ingredienti fuori controllo. A chi indirizzare un editoriale, a quale sinistra? E poi diciamolo con il dovuto garbo, c’è una crisi di leadership nel giornale. 

De Ezio Mauro a Mario Calabresi. Cosa non ha funzionato?

Ezio Mauro è sempre stato il prototipo del direttore inteso come generale d’acciaio. Repubblica ha sempre avuto bisogno del generale Patton per essere ciò che doveva e voleva essere. Calabresi ha un profilo, diciamo così, più leggero.

Gli effetti sul Pd, anche a fini della campagna elettorale?

Perde autorevolezza il giornale di riferimento. Non è tanto un problema di influenza diretta, perché Repubblica non farà mai cambiare idea all’elettore di Salvini. Ma la crisi al vertice del partito comunica al mondo della sinistra di trovarsi in un pasticcio globale. E la maionese impazzita non si mangia.

Ieri Grillo ha detto: niente alleanze. Perché questa mossa?

Grillo ha bloccato l’evoluzione recente di M5s e ha smentito Di Maio. L’autenticità di M5s sta nell’essere totalmente contrapposto agli altri partiti politici e quindi l’idea di un’alleanza ne modifica la natura e gli fa perdere elettori.

Un prezzo che Grillo e Casaleggio non intendono pagare.

Grillo, a differenza di Di Maio e probabilmente di un buon gruppo di parlamentari che ragionano in modo realistico perché si sono istituzionalizzati, non si è posto in termini tecnici il problema del governo. A cosa pensi non lo sappiamo, forse a una futura, imprecisata presa del potere. 

Secondo lei teme un calo di consensi?

Probabilmente la situazione di M5s non è così brillante come dicono. Il centrodestra, presentandosi unito, richiama a casa molti voti che erano andati ai 5 Stelle. Se la destra si riprende i voti, Grillo ha bisogno di tornare alla origini: duri e puri.

Uno schiaffo ad alcuni esponenti di Leu, per non far nomi Bersani. Chi sono gli sconfitti?

Oltre a Bersani, la componente di Leu che fa capo a Fratoianni. Ma già alcuni giorni fa Di Maio aveva detto che bisognava vedere se Leu era all’altezza dell’alleanza. Una dichiarazione mortificante, di fronte alla quale ci voleva un vaffa. E invece, silenzio.

Poi è arrivato Delrio, ieri su Repubblica. “Se poi per risolvere i problemi dei cittadini le proposte di Leu e della coalizione del Pd avranno una convergenza, allora si ragionerà”.

Se non viene smentita, è un’intervista importante. Si inserisce in una fase in cui Renzi appare di meno e manda avanti altri, compreso Calenda che non è uomo suo. La novità di Delrio, che in realtà fa a pugni con la scelta di candidare Casini a Bologna, è che Leu può essere un alleato. Finalmente.

Insomma il Pd si presenta con voci diverse. E poi?

Delrio chiude la fase rovinosa della scissione in cui uno era nemico dell’altro. In questo senso appare mosso dalla stessa preoccupazione di D’Alema.

Quale sarebbe?

Se Pd e Leu si fanno la guerra, spingono gli elettori delusi ad andare altrove e questo altrove è il M5s. In più se Leu dice di volersi alleare con M5s, viene la tentazione di votare 5 Stelle. Tutto questo D’Alema lo ha capito bene. E poi Massimo pone una domanda semplicissima: che cosa si fa il 5 marzo?

Secondo lei?

Tutti dicono che ci sarà un vincitore assoluto, il centrodestra, ma io non lo credo e penso che i sondaggi stiano premiando la sopravvalutazione di un umore crescente. Berlusconi, da maestro della campagna elettorale qual è, ha capito che dichiarando al mondo che sta vincendo attrae altri voti. Ha ragione: la campagna elettorale si fa col tono del vincitore, non dello sfigato. 

Berlusconi non ottiene la maggioranza assoluta. A questo punto?

Giustamente D’Alema dice che Leu e 5 Stelle non avranno i numeri. Però chiude la porta anche a un’alleanza Berlusconi-Renzi, numeri permettendo, e dice che la strada più sensata è molto semplice: non la grande coalizione, ma un governo a termine, basato su un programma circoscritto, di pochi punti, tra i quali la modifica della legge elettorale.

In modo che quando si voterà ci sia un vincitore.

Ma soprattutto D’Alema crea il terreno per dire al fratello separato: se ci troveremo di fronte a quell’ipotesi, discutiamone fin d’ora.

Ed ecco l’apertura di Delrio.

Non sarà mai autorizzato a dire che condivide D’Alema, che per il Pd è il nemico assoluto, proprio come Renzi per la sinistra. Ma i nemici assoluti sono una stupidaggine. Il ragionamento però funziona, perché così si ritorna a fare politica.

Cosa può pensare Berlusconi della proposta di D’Alema?

Fino al 4 marzo si dichiarerà contrario a tutto, perché è il segreto del successo. Il suo primo obiettivo è vincere il referendum contro Salvini. Secondo me ci riuscirà. E se i numeri non gli consentono di avere il governo, anche lui farà politica. 

Le simulazioni Ipsos relative ai 231 collegi della Camera pubblicate ieri dal Corriere?

La cosa non sta in piedi. Non si possono fare previsioni serie senza conoscere i nomi di chi correrà nei collegi. E la battaglia è aperta realmente dappertutto. Per perdere basta sbagliare candidato ed è più facile di quanto si creda.

(Peppino Calderoli sussidiario.net)