Giovani carini e maleducati: ecco i “Rich Kids di Teheran”, contro cui è esplosa la protesta in Iran

therichkidsoftehran. Instagram
  • Recentemente l’Iran ha visto un’esplosione di proteste in tutto il Paese
  • I manifestanti anti-governativi sono uniti tutti contro lo stesso obiettivo: la ricca élite
  • I millennial iraniani non tengono nascosta la loro ricchezza, specialmente nell’era dei social media
 

L’Iran ha visto recentemente l’esplosione di proteste in tutto il Paese che hanno portato nelle strade sia coloro che condannano il governo sia coloro che lo appoggiano.

I manifestanti in Iran si sono mobilitati contro questioni che riguardano i problemi economici del Paese. A poco a poco i manifestanti anti-governativi si sono rivolti contro lo stesso obiettivo: un’élite benestante che ha raccolto i frutti del regime teocratico.

Una parte di tutto questo tumulto sembra essere stata fomentata dall’uscita allo scoperto, soprattutto sui social network, dei millennial iraniani che appartengono a famiglie ricche. “Quando delle Maserati ruggiscono nelle affollate strade di Teheran, tra gli autobus pieni di gente e le squallide portantine locali, i pedoni lanciano fiumi di maledizioni”, scrivono Shashank Bengali e Ramin Mostaghim sul Los Angeles Times.

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Il Los Angeles Times ha usato come esempio il famoso account Instagram Rich Kids di Teheran, dove “attraenti ventenni ostentano sandali Hermes da mille dollari e foto spensierate a bordo piscina in lussuose ville in una capitale dove i disperati svendono i propri reni per sfamare le loro famiglie.”

 

https://www.instagram.com/p/Bcz26EnhSwC/embed/?cr=1&v=8&wp=504#%7B%22ci%22%3A0%2C%22os%22%3A961.8500000000001%7DCome scrive il giornalista iraniano Amir Ahmadi Arian in un articolo per il New York Times, “I ricchi giovani iraniani si comportano come una nuova classe aristocratica ignara delle fonti della loro ricchezza”. “Guidano sfacciatamente Porsche e Maserati per le strade di Teheran davanti agli occhi dei poveri e pubblicano le prove della loro ricchezza su Instagram”, scrive Arian.

Le disuguaglianze si sono accumulate negli ultimi dieci anni, ma sono state rese evidenti dopo che il presidente Hassan Rouhani ha introdotto una stagione di austerità fiscale.

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Mentre i manifestanti della classe operaia gridavano “Morte a Rouhani” e “Morte al dittatore”, l’account Rich Kids di Teheran su Twitter supportava caldamente Rouhani e il governo iraniano in passato.

Scoprite alcuni dei figli di papà iraniani che sono diventati una delle cause delle proteste:

I ricchi in Iran non hanno problemi a ostentare la loro ricchezza

https://www.instagram.com/p/1ixZQ4PN0Y/embed/?cr=1&v=8&wp=504#%7B%22ci%22%3A1%2C%22os%22%3A970.2800000000001%7DLeggi anche: Vita da fuerdai. I rich kids cinesi: giovani, ricchi e cafoni. Molto cafoni

Molte foto mostrano regali che di solito sono auto costosissime

https://www.instagram.com/p/9Umv8mPNz6/embed/?cr=1&v=8&wp=504#%7B%22ci%22%3A2%2C%22os%22%3A975.94%7D

Seguite da foto di ragazzini che guidano quelle macchine per farsi un giro

https://www.instagram.com/p/BMwIX98BXe1/embed/?cr=1&v=8&wp=504#%7B%22ci%22%3A3%2C%22os%22%3A2219.275%7D

Le ville vengono mostrate in tutta la loro opulenza

https://www.instagram.com/p/BEOKejFPN2O/embed/?cr=1&v=8&wp=504#%7B%22ci%22%3A4%2C%22os%22%3A2273.385%7D

Come pure i vestiti. Scarpe da ginnastica Louboutin?

https://www.instagram.com/p/Bc5rjbmB17i/embed/?cr=1&v=8&wp=504#%7B%22ci%22%3A5%2C%22os%22%3A2756.82%7DLeggi anche: Lo Zimbabwe è poverissimo, ma non per i ‘Rich Kids’, i figli di papà che spendono e spandono in auto di lusso, vacanze da sogno e jet privati

Il viaggio è una parte consistente della pagina Instagram di Rich Kids di Teheran

https://www.instagram.com/p/-P3caoPN5W/embed/?cr=1&v=8&wp=504#%7B%22ci%22%3A6%2C%22os%22%3A2977.605%7D

E, naturalmente, ci sono i selfie stick

https://www.instagram.com/p/6QzAV1vNwv/embed/?cr=1&v=8&wp=504#%7B%22ci%22%3A7%2C%22os%22%3A2992.045%7D

Sono comuni anche le immagini dell’élite che si gode le tradizionali attività iraniane come il narghilè in ambienti di lusso

https://www.instagram.com/p/BFesJYhvN4y/embed/?cr=1&v=8&wp=504#%7B%22ci%22%3A8%2C%22os%22%3A3195.0550000000003%7D

I ragazzini benestanti viaggiano all’estero per festival musicali, ma rappresentano ancora con orgoglio il loro Paese

https://www.instagram.com/p/BIQEp9uBnpz/embed/?cr=1&v=8&wp=504#%7B%22ci%22%3A9%2C%22os%22%3A3496.3100000000004%7D

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Le vacanze di lusso vengono ostentate

https://www.instagram.com/p/BHhpr7Cht1u/embed/?cr=1&v=8&wp=504#%7B%22ci%22%3A10%2C%22os%22%3A3531.4400000000005%7D

Le auto costose che ruggiscono per la strada sono un fastidio comune per coloro che non possono nemmeno sognare di permettersi un’auto qualunque

https://www.instagram.com/p/BGDPdylvN2-/embed/?cr=1&v=8&wp=504#%7B%22ci%22%3A11%2C%22os%22%3A3614.025%7D

I ragazzini ricchi hanno a disposizione alloggi che la stragrande maggioranza degli iraniani difficilmente avrà la possibilità di vedere

https://www.instagram.com/p/0EDlJVPN1s/embed/?cr=1&v=8&wp=504#%7B%22ci%22%3A12%2C%22os%22%3A3958.51%7D

Saman Ghasemzadeh è una delle più note star di Instagram iraniane, con centinaia di migliaia di follower

https://www.instagram.com/p/BX7YwkPF_P4/embed/?cr=1&v=8&wp=504#%7B%22ci%22%3A13%2C%22os%22%3A4100.925%7D

Puoi vederlo andare a fare shopping di gioielli

https://www.instagram.com/p/Bcr0afHAVi0/embed/?cr=1&v=8&wp=504#%7B%22ci%22%3A14%2C%22os%22%3A4241.345%7D

Un intero gruppo social di utenti di Instagram ha raggiunto una certa notorietà internet grazie al loro stile

https://www.instagram.com/p/BXpwa7LBKf1/embed/?cr=1&v=8&wp=504#%7B%22ci%22%3A15%2C%22os%22%3A4403.085000000001%7D

Date un’occhiata a una recente festa di compleanno. Le macchine, la casa e gli abiti non sono assolutamente ciò che un iraniano tipo potrebbe permettersi

https://www.instagram.com/p/BcNbN5ABFcT/embed/?cr=1&v=8&wp=504#%7B%22ci%22%3A16%2C%22os%22%3A4507.425%7D

I figli di papà di Teheran sono orgogliosi di annunciare quando tornano a casa

https://www.instagram.com/p/6cVB6pvN18/embed/?cr=1&v=8&wp=504#%7B%22ci%22%3A17%2C%22os%22%3A4639.650000000001%7D

Paolo Savona risponde a Carlo Calenda sulla politica industriale

La migliore politica industriale è una politica economica capace di creare un habitat legale e operativo dove agisce una corretta competizione di mercato e dove l’iniziativa privata non sia sottoposta a pesanti e inutili vincoli burocratici, la tassazione non sia opprimente e l’intervento pubblico sia volto a creare economie esterne, soprattutto attraverso investimenti infrastrutturali materiali e immateriali, invece di erogare assistenza che crea dipendenza delle imprese dallo Stato. Sono condizioni valide per tutti i paesi, ma per l’Italia esse svolgono un ruolo anche più importante per due principali ragioni: perché il suo modello di sviluppo ha due propulsori – l’industria esportatrice e le costruzioni – il secondo dei quali sovente trascurato, se non proprio ostacolato; e perché i settori non esposti alla concorrenza sono in larga maggioranza e causano un funzionamento perverso del mercato e un’iniqua distribuzione del reddito. Sulla fondatezza del giudizio severo dato sullo stato in cui versano le opere pubbliche e l’edilizia privata bastano le statistiche nazionali e i confronti con l’estero; il funzionamento perverso del mercato è invece testimoniato dalla prevalenza dei settori non esposti alla concorrenza capaci di trasferire sui prezzi sia gli aumenti salariali, neutralizzandoli come potere di acquisto, sia gli oneri fiscali, consentendo maggiore profitti rispetto ai settori esposti e così creando difficoltà per l’industria esportatrice e per la società nel suo complesso. Da noi prevale un sistema dove la rendita è ben accetta e prevale sul profitto.
Questa situazione non esclude che si possa discutere di politica industriale e definire un programma adeguato a condizione che essa sia inquadrata in un programma di politica economica volto a rimuovere gli ostacoli allo sviluppo brevemente ricordati. Se manca questo inquadramento – e oggi manca – i provvedimenti di politica industriale non imprimono al sistema produttivo un impulso capace di autopropagarsi in via permanente; la spinta si impantana nelle condizioni di ambiente economico e sociale prevalenti creando dipendenza dal ripetersi dei provvedimenti e, quindi, illusioni sociali e oneri fiscali crescenti per la collettività. La politica può avere obiettivi settoriali, ma non limitati ai settori industriali, e vanno guidati da una visione d’insieme dell’economia. La proposta del Ministro Calenda ha questi contenuti, ma non basta investire e produrre beni industriali, se manca un settore commerciale efficiente ed efficace, una buona logistica, un mercato dei capitali e una organizzazione del lavoro adeguati, una burocrazia business friendly, per citare solo alcuni indispensabili fattori di contorno. In Italia manca una chiarezza di diagnosi dovuta non solo alle radici nella cultura politica italiana, ma anche dell’approccio europeo al problema. Appendere a questa carenza di visione una politica industriale corrisponde a quella che la letteratura economica chiama bootstrap theory, una teoria dell‘azione appesa alle stringhe delle scarpe. Finché prevale il convincimento che un mercato competitivo danneggia il benessere sociale e, quindi, è lo Stato che deve provvedere a sostituirsi nella spinta allo sviluppo, non si va da nessuna parte o, meglio, si resta nell’ambito di quel quinto di economia che ha fatto la scelta del mercato competitivo e vinto, con il resto dell’economia che continua a operare come sempre e chiede assistenza, ottenendola. Sorprende che i sindacati dei lavoratori siano portatori di una filosofia antimercato, nonostante che l’intervento pubblico nell’economia abbia determinato un raddoppio del peso dello Stato (nelle spese e nelle tasse) senza raggiungere lo scopo di migliorare la crescita reale, l’occupazione e la distribuzione del reddito e della ricchezza. Ha inoltre lasciato un’eredità pesante dal lato del debito pubblico che pesa come un macigno sul nostro sviluppo in presenza di regole europee che consentono il formarsi di un eccesso di risparmio inutilizzato oggi pari al 2,7% di PIL, come testimonia il surplus della nostra bilancia estera, e ne proibiscono il riciclo attraverso il deficit pubblico, togliendo alla nostra politica economica la capacità di rilanciare la domanda aggregata nella dimensione necessaria e nelle forme opportune e non ripetitive. La conclusione è quindi quella della premessa: la migliore politica industriale è una politica economica capace di creare un habitat legale e operativo che avvantaggi l’intero sistema produttivo.

Paolo Savona, Il Sole24Ore 

15 anni fa moriva l’Avvocato, ultimo capitano d’industria

Gianni Agnelli indossa un abito con rever ampi e una cravatta a pala larga

Ma Gianni Agnelli era, per l’immaginario collettivo, soprattutto l’Avvocato. Avrebbe compiuto 82 anni il 12 marzo del 2003. Era nato, infatti, nel capoluogo piemontese, nel 1921. Il suo nome è quello del nonno Giovanni, il fondatore della storica Fiat ( Fabbrica Italiana Automobili Torino). Figlio di Edoardo, tragicamente morto in un incidente aereo nel 1935, Agnelli era entrato in Fiat a 22 anni come vicepresidente per prendere le redini dell’azienda di famiglia nel 1966, a 45 anni: a passargli il testimone era stato Vittorio Valletta, che aveva guidato la Fiat nel ventennio precedente.

 

Anni in cui l’Avvocato si era tenuto lontano dagli affari. Cosa, questa, si narra, che non dispiaceva affatto allo stesso Valletta. Scapolo d’oro, raffinato play boy scavezzacollo, amante delle macchine veloci e delle belle donne (ma con grande riserbo) ma anche appassionato di pittura e tifoso della Juventus, era il prototipo del giovane che di affari non vuole saperne.

Come scrisse il Time, ”prima di passare alle pagine della finanza egli fece una brillante carriera sulle colonne della cronaca mondana”. Viveva per buona parte del tempo in Costa Azzurra in una grande villa a Beaulieu e disponeva di un aereo personale e yacht. Innatamente elegante, estremamente compito e anche attraente, la celebre erre moscia di casa Agnelli non faceva che aggiungere charme.

Per molti, l”’illuminazione” dell’erede sulla via dell’impero familiare avvenne con l’incidente stradale che stava per costargli la vita nel 1952, allorche’ sulla strada tra Cannes e il Principato di Monaco fini’ contro un autocarro. Poi, in convalescenza, l’incontro con l’aristocratica Marella Caracciolo di Castagneto, amica delle sorelle Cristiana e Maria Sole e del fratello minore Umberto, che sposerà nel novembre del 1953 e dalla quale avrà due figli: Edoardo e Margherita.

Dalla corte di Agnelli alle tangenti del 1993. Ora non è più l’anti-B.

Ma è sulla plancia di comando della Fiat che Agnelli è destinato e designato a salire e a rimanere saldamente in testa all’azienda (anche se dal ’96 come presidente onorario) per oltre un trentennio. Quando l’Avvocato prese il timone della Fiat erano gli anni del boom economico. Anni in cui gli italiani impazzivano per la ‘600. Ma erano anche gli anni in cui stava per aprirsi la stagione del movimento studentesco e delle grandi lotte operaie che nel ’68 sfociarono nell’autunno caldo.

La Fiat allora stava espandendosi per la prima volta oltre i confini nazionali e gli scioperi, l’assenteismo, i boicottaggi di quegli anni ebbero sull’azienda pesanti effetti. Nel ’74 venne eletto presidente della Confindustria e scese a patti con i sindacati siglando l’intesa per il punto unico di contingenza con la Cgil di Luciano Lama.Gianni Agnelli

Seguirono anni molto difficili e duri. La Fiat, in difficoltà economiche nel 1976 aprì l’ingresso nel proprio azionariato alla Lafico, la finanziaria del governo libico. E pesante era il clima di un Paese sotto la cappa degli anni di piombo e che vide la Fiat pagare il suo drammatico tributo di morti e feriti. Arrivò poi il 1980, l’anno dei 61 licenziamenti. Il sindacato reagi’ con l’occupazione di Mirafiori per trentacinque giorni a cui l’azienda rispose con la marcia dei 40 mila. Protagonista di quel periodo fu Cesare Romiti, a cui pochi anni prima Agnelli aveva delegato la direzione del gruppo.

Affiancato da Romiti, Agnelli rilanciò la Fiat in campo internazionale trasformandola in pochi anni in una holding con ramificazioni nel campo dell’editoria e delle assicurazioni. E mentre il gruppo non era piu’ solo auto, ma un colosso globale che va a gonfie vele, l’Avvocato divenne sempre piu’ un personaggio nazionale e internazionale.Gianni Agnelli indossa una camicia azzurra con colletto button-down slacciatoA

Da punto di riferimento costante dell’azienda, divenne punto di riferimento anche oltre i confini italiani e dell’economia. Era sensibile al richiamo della politica ma non si schierò con un partito, pur ammettendo che il proprio cuore batteva repubblicano. Nel 1991 venne nominato senatore a vita dall’allora Presidente della Repubblica Francesco Cossiga.Agnelli indossa un abito con tessuto solaro e un abito grigio in flanella

La morte di Agnelli arrivò in uno dei momenti più complessi della storia del gruppo, quattro anni dopo averne festeggiato il centenario, con conti in perdita, indebitamento altissimo, il macigno del prestito convertendo da 3 miliardi e il rischio che le banche prendessero il controllo, mentre gia’ vacillava l’accordo con General Motors. Intanto, dopo la morte prematura del nipote prediletto Giovannino, figlio del fratello Umberto, è il giovane John Elkann, figlio di Margherita, il successore designato dell’Avvocato.Gianni Agnelli indossa una camicia azzurra button-down con taschino

I 15 anni che sono seguiti alla morte di Agnelli, hanno portato profondi cambiamenti nel gruppo che ha guidato per 30 anni. In 15 anni è stata scritta una storia nuova e con un futuro tutto da scrivere. E se pur figlio di un’altra epoca, c’è da scommettere che l’Avvocato, con il suo carisma e autorevolezza, di questo futuro sarebbe stato comunque protagonista. (Adnkronos)

Gianni Agnelli indossa l'orologio sopra il polsino della camicia

Via i soldi pubblici? Così i partiti sono acquistabili dall’estero

Senza finanziamenti statali, sono fragili e influenzabili da altri Paesi. Schiacciati tra astensionismo e sfiducia degli elettori. I rischi sulla sovranità nazionale e il problema delle fondazioni nel libro di Galietti.

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Tutto è nato con lo scandalo di Mani pulite e la fine dei partiti della Prima Repubblica. Da allora la politica italiana ha contrastato per anni il finanziamento pubblico ai partiti, l’ha abolito e ora si ritrova il rischio di essere controllata dalle lobby, ma soprattutto dai Paesi esteri. È solo una parte di Sovranità in vendita (Edizioni Guerini), uscito il18 gennaio 2018, pamphlet scritto da Francesco Galietti, fondatore dell’osservatorio Policy Sonar che svolge ricerca su sovranità e capitalismo di Stato presso il centro SovereigNet della Fletcher University di Boston (Usa).

PERCHÉ L’ITALIA È APPETIBILE. Il manuale spiega in sostanza che l’Italia è appetibile, conquistabile, perché ha il terzo debito pubblico del mondo e perché ha un conflitto generazionale alle porte. Quindi l’autore informa il lettore sulla vulnerabilità strategica italiana nel contesto di un ordine mondiale in via di rapido ridisegno, e prova a chiarire perché l’Italia sia oggi più esposta che in passato al condizionamento esterno.

FIDUCIA ORMAI SVANITA. «Il nostro Paese si trova ancora una volta in bilico su una linea di faglia. La frontiera però non è quella della Guerra fredda, con il confronto tra il blocco sovietico e quello atlantico, bensì una linea sfumata talora difficile da scorgere che separa tra loro capitalismo democratico e capitalismo autoritario». E questo è anche dovuto a un meccanismo che ormai si è interrotto, ossia il sistema di fiducia tra partiti e cittadini.

Mai come in questi ultimi anni è stato forte il sentimento di disaffezione nei confronti della politica, ampiamente riflesso nelle performance di formazioni anti-establishment

«Sfidati da astensionismo e nuove formazioni, sganciati dal cordone ombelicale del finanziamento pubblico, i partiti appaiono oggi più fragili che mai e, per questo, maggiormente influenzabili dall’esterno», dice Galietti. Del resto, si legge, «per i privati italiani può essere difficile supportare i grandi partiti, anche quando si tratta di formazioni di primissima fila. Mai come in questi ultimi anni è stato forte il sentimento di disaffezione nei confronti della politica, ampiamente riflesso nelle performance di formazioni anti-establishment ma anche e soprattutto nell’astensionismo dilagante».

COME NEGLI ANNI DI MANI PULITE. Non solo. «La percezione di corruzione è ampiamente diffusa tra il pubblico, e le case sondaggistiche fotografano una situazione analoga a quella degli anni di Mani pulite». Quindi «la volatilità estrema dei partiti, la personalizzazione della politica, la difficoltà a rimanere in regola con la compliance che si fa notevole quando ci si trova in prossimità dei partiti, sono solo alcuni tra gli ulteriori fattori che spesso sconsigliano di mettere mano al portafoglio. Non è un caso, forse, se già oggi si registra un vistoso calo negli introiti dei partiti stessi».

PREVALE GRANDE DISAFFEZIONE. Anzi, aggiunge tra le pagine del libro Galietti, «alla disaffezione degli italiani per i partiti si aggiunge lo smantellamento del sistema di finanziamento pubblico dei partiti. A lungo sopravvissuto sotto le insegne dei rimborsi, il finanziamento pubblico è in predicato di cessare, a beneficio del finanziamento da parte di soggetti privati».

Salvini, prostituirsi è una scelta

Matteo Salvini.

ANSA

Insomma l’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti, «operata dal decreto legge 149/2013 e applicata con una certa gradualità, è arrivata. Per certi versi si tratta della formalizzazione di una tendenza già in atto da anni. La politica, si sa, costa. Non è ben chiaro, a onore del vero, se esista una correlazione precisa tra l’organizzazione di un partito, la sua infrastrutturazione sul territorio e il fabbisogno di denaro».

PENALIZZATI SOPRATTUTTO PD E LEGA. In pratica «è lecito presumerlo, come pure ipotizzare che a costare di più siano i partiti con sezioni locali, movimenti giovanili e numerose attività per mantenere un presidio dell’elettorato. Se così fosse, a essere penalizzati sarebbero i partiti articolati secondo canoni tradizionali, come il Pd e la Lega».

GRANDE SNELLEZZA FISICA PER IL M5S. Non a caso il primo «ha tenuto banco sui giornali per la contesa sul patrimonio degli ex Ds, mentre la seconda è incappata in pesanti traversie giudiziarie per via di passate gestioni delle finanze di partito. Si tratta di problematiche che fino a oggi non sembrano aver investito il Movimento 5 stelle, caratterizzato da una forte infrastruttura digitale e da notevole snellezza fisica».

Le cronache hanno dato ampio e negativo risalto a donazioni fatte a fondazioni riconducibili alla nomenklatura di turno al potere. Fondazioni e associazioni “politiche” si sono moltiplicate negli ultimi anni

Poi c’è il nodo della fondazioni: «Dall’altro lato, le cronache hanno dato ampio e negativo risalto a donazioni fatte a fondazioni riconducibili alla nomenklatura di turno al potere. Fondazioni e associazioni “politiche” si sono infatti moltiplicate negli ultimi anni, secondo modalità in parte nuove rispetto al passato, quando erano legate formalmente, con varie modalità, ai partiti, dai quali (oltre che da fondi pubblici previsti dalla legge) erano finanziate».

C’È IL PROBLEMA DELLA TRASPARENZA. Oggi «invece proliferano “fondazioni” e associazioni che fanno riferimento a singole personalità politiche o a raggruppamenti interni ai partiti o trasversali. I problemi che si pongono riguardano l’esigenza di trasparenza e la necessità di evitare che tali strumenti consentano di assicurare fianziamenti all’attività politica, eludendo la normativa prevista per i partiti».

Berlusconi,identikit premier? E' il mio

Silvio Berlusconi.

ANSA

Si calcola che «nel 2015 e 2016 il peso di Silvio Berlusconi ha oscillato tra il 30 e il 35% delle donazioni. Percentuale che arriva fino al 50% se si contano i soldi sborsati dai dirigenti del gruppo Fininvest. Con la fine dei rimborsi elettorali non è però finito l’esborso di denaro pubblico a favore delle forze politiche. Restano i fondi dei gruppi parlamentari, che ora fanno la parte del leone nei bilanci dei partiti. E finiscono per finanziare (oltre al pagamento degli stipendi ai dipendenti dei gruppi, che pesa per circa due terzi) le attività dei partiti, in particolare quelle di comunicazione».

PER OGNI PARLAMENTARE 50 MILA EURO. Ogni forza politica «percepisce circa 50 mila euro per ogni parlamentare. Il Pd dunque incassa alla Camera circa 14 milioni l’anno, seguito dal M5s con 3,8 milioni e da Forza Italia con 3,2. Giù fino alla Lega Nord che con soli 18 deputati prende circa 900 mila euro. Altri incassi arrivano ai gruppi del Senato: per il Pd sono circa 6 milioni, Forza Italia 3,2 e M5s 2,4».(Alessandro Da Rold Lettera43)

GROSSE KOALITION, ATTO III! AL CONGRESSO VINCE LA LINEA SCHULZ: SI’ AL GOVERNO CON LA MERKEL MA LA SPD E’ DIVISA – IL LEADER DEI GIOVANI SOCIALDEMOCRATICI KÜHNERT GUIDA “LA RIVOLTA DEGLI SCHIAVI”: DOBBIAMO ESSERE NANI OGGI PER ESSERE DI NUOVO GIGANTI DOMANI

Da repubblica.it

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I socialdemocratici tedeschi accettano di avviare le trattative per la formazione di un governo con la Cdu/Csu della cancelliera Angela Merkel. Al congresso straordinario svoltosi a Bonn 362 delegati hanno votato a favore della mozione sostenuta dal leader Martin Schulz, mentre 279 si sono espressi contro la grande coalizione.

 

 

GERMANIA SPD AL VOTO

 

Paolo Valentino per il ”Corriere della Sera”

 

Per un giorno la «piccola città in Germania» che John Le Carré rese celebre come una delle capitali della Guerra Fredda, torna al centro del mondo per una ragione che nessuno avrebbe mai potuto immaginare.

 

A Bonn, in riva al Reno, va in scena oggi una pièce ad alto contenuto drammatico, il cui esito avrà comunque conseguenze globali. In gioco sono non solo il futuro del partito socialdemocratico, ma la stabilità politica della quarta economia del pianeta, il potere di Angela Merkel e in ultima analisi il destino dell’ Europa, le sue prospettive di rilancio e integrazione.

KÜHNERTKÜHNERT

 

Seicento delegati della Spd sono chiamati in congresso straordinario ad esprimersi su un solo punto in agenda: approvare o respingere il documento di 28 pagine, negoziato dalla leadership socialdemocratica con la Cdu-Csu della cancelliera, che apre la strada a trattative formali per un nuovo governo di Grosse Koalition.

Non è per nulla scontato che Martin Schulz, il leader del partito, ottenga la maggioranza necessaria per andare avanti. Sostenuto da gran parte del gruppo dirigente e dai deputati al Bundestag, l’ accordo è contestato in modo diffuso nelle federazioni, che hanno scelto i delegati.

 

A guidare la «rivolta degli schiavi» è il «new kid on the block» della politica tedesca.

Ha appena 28 anni, il tono flautato e il Milchgesicht , la faccia da bambino, secondo la definizione della Bild Zeitung , ma in soli due mesi Kevin Kühnert è diventato il principale ostacolo sulla strada che porta a un nuovo governo di centrosinistra sotto la guida di Angela Merkel.

 

martin schulzMARTIN SCHULZ

Kühnert è capo degli Jusos, i giovani socialdemocratici e si batte come un forsennato per tenere la Spd fuori da una Grosse Koalition. Ma quello che il ribelle rivendica come segnale di dibattito vivo e appassionato, è in realtà la bomba a orologeria, che potrebbe in un solo boato spaccare il partito e sprofondare la Germania in una fase di incertezza dalle ripercussioni incalcolabili.

 

Erede di una tradizione che ha spesso visto gli Jusos «sparare sul quartier generale», contestando da sinistra la linea ufficiale, dagli euromissili voluti negli Anni Ottanta da Helmut Schmidt all’ Agenda 2010 di Gerhard Schröder, Kühnert ha fatto un salto di qualità. Non più solo voce del ribellismo giovanile, ma leader carismatico dell’ opposizione interna e punta di lancia del contrasto a Schulz. «La rigenerazione della Spd sarà all’ opposizione o non sarà», è il grido di battaglia col quale ha dato voce a tutte le ansie esistenziali e i dubbi identitari della base socialdemocratica, diventando riferimento obbligato di quanti vedono in una nuova esperienza di governo un rischio mortale per il partito.

 

martin schulzMARTIN SCHULZ

Eppure, l’ intesa spuntata nel negoziato con Merkel e i suoi alleati bavaresi recepisce punti importanti delle proposte socialdemocratiche. Pone in cima all’ agenda un maggior impegno politico e finanziario della Germania in Europa, prevede la spesa del surplus di 45 miliardi di euro per le famiglie, i giovani e le infrastrutture. Ma la Spd ha dovuto subire il tetto di 200 mila persone al numero annuale di rifugiati e soprattutto rinunciare all’ idea radicale di un’ assicurazione sanitaria universale, in luogo del doppio sistema pubblico-privato in vigore attualmente. È quest’ ultima rinuncia a fornire ai ribelli l’ argomento più forte: l’ assenza di una visione, di un progetto che metta il timbro socialdemocratico sul patto di governo.

 

MERKEL SCHULZMERKEL SCHULZ

Schulz si è tuffato con passione nel tentativo di convincere una base scettica e impaurita, viaggiando in tutti i Land. Se il congresso dovesse bocciare i negoziati per una Grosse Koalition, ha ammonito in una intervista a Der Spiegel , la Germania «andrebbe a nuove elezioni e anche rapidamente». Ma attenzione, ha aggiunto, «i partiti che non riescono a formare un governo con le maggioranze disponibili al Bundestag, saranno puniti dagli elettori». I sondaggi più recenti danno la Spd perfino al di sotto del 20%, il minimo storico ottenuto lo scorso settembre.

 

La prospettiva di elezioni anticipate preoccupa anche la cancelliera. Secondo molti analisti, nel caso di ritorno alle urne potrebbe non essere più Angela Merkel a condurre la Cdu-Csu. Dentro il partito crescerebbe infatti una fronda conservatrice guidata da Jens Spahn, ambizioso vice-ministro uscente dell’ Economia, e Alexandr Dobrindts, nuovo capo dei deputati della Csu al Bundestag.

 

Un tentativo di mediare tra fautori e nemici della Grosse Koalition è partito ieri dalle federazioni socialdemocratiche del Nord Reno Vestfalia e dell’ Assia, che insieme esprimono oltre un terzo dei 600 delegati. Secondo la Süddeutsche Zeitung , la loro proposta prevede un sì all’ intesa, ma subordinato alla revisione di alcuni punti in tema di assunzioni, sanità e ricongiungimenti familiari per i profughi.

 

Unica obiezione, la signora Merkel ha già detto chiaramente che l’ accordo, raggiunto dopo 5 giorni di duro negoziato e quasi subito dalla Cdu-Csu, non può essere cambiato nella sostanza.(dagospia.com)

SCHULZSCHULZ

Riciclo di rifiuti, la controversa questione e il rapporto con l’arte

L’Italia con il 76,9% è al top in Ue per riutilizzo di spazzatura. Anche se Roma è una nota dolente. La nuova tendenza globale? Esperienze creative che creano opere di immondizia. L’analisi partendo dal libro Trash. 

Trash Libro

Quando, all’alba del nuovo millennio, Maurizio Cattelan istallò la scritta “Hollywood” – nove lettere ciclopiche, alte 23 metri – a Palermo, sulla collina di Bellolampo, detta la «collina dei rifiuti» per la presenza di una discarica, probabilmente non si aspettava che il tema della spazzatura sarebbe stato così centrale negli anni a venire.

SBATTI LA MONNEZZA IN PRIMA PAGINA. La sua era più che altro una riflessione – declinata in termini parodistici – sull’ubiquità di un mito, quello della celebrità, diventato insieme desiderio e ossessione collettiva. Persino allucinazione. Eppure, mai come negli ultimi anni è stata l’immondizia ad aver conquistato la ribalta, diventando, a suo modo, una “star” di giornali e piccolo schermo.

QUESTIONE CRUCIALE PER IL PIANETA. Ora a fare il punto sul vasto tema dei rifiuti è stato un libro fitto di dati e infografiche, notizie e curiosità, uscito per Codice Edizioni, scritto a quattro mani dal fisico Piero Martin e dalla giornalista Alessandra Viola: Trash – Tutto quello che dovreste sapere sui rifiuti. Il condizionale del sottotitolo è un garbato invito a non sottovalutare un problema destinato a essere sempre più centrale nello sviluppo sostenibile del Pianeta. A partire dalla conoscenza dei dati, di cui il testo è ricco.

In Italia in discarica si smaltisce il 25% dei rifiuti urbani prodotti; il 18% va in inceneritore; il 2% in impianti per essere usato nell’ambito del ciclo produttivo e per l’elettricità

Tanto per dire: stando al rapporto rifiuti urbani 2017 dell’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra), in Italia in discarica si smaltisce il 25% dei rifiuti urbani prodotti; il 18% va in inceneritore; il 2% in impianti per essere usato nell’ambito del ciclo produttivo e per l’energia elettrica. E tocca la soglia del 45% la quota dei rifiuti riciclati.

DIFFERENZIATA, VENETO AL TOP. Se poi si guarda alla raccolta differenziata nel 2016, regione per regione – dati Ispra 2017 – spicca in vetta alla classifica il Veneto (72,9%) seguita dal Trentino Alto-Adige (70,5%) e Lombardia (68,1%). In fondo alla classifica: Calabria (33,2%), Molise (28%) e da ultima la Sicilia (15,4%). I comuni più virtuosi? Milano (57,6%), Venezia (57%) e Verona (55,3%).

IL RECORD È CON L’ALLUMINIO. La medaglia del Paese più zelante d’Europa l’Italia se lo conquista quanto a riutilizzo di alluminio (metallo riciclabile al 100%): più di 927 mila le tonnellate di rottami trattati. Ma in generale (dati Eurostat) l’Italia con il 76,9% risulta addirittura essere la nazione che ricicla di più in Europa.

Rifiuti Roma

Un tappeto di rifiuti, trasportati dal Tevere, si è ammassato sulla costa di Fiumicino.

Non va male neppure il riuso di pneumatici: Ecopneus, società senza scopo di lucro fondata nel 2011 (che raduna i più importanti produttori di pneumatici che lavorano in Italia) per riciclare gli pneumatici fuori uso (Pfu) ha recuperato, fino a oggi, più di un milione di tonnellate di pneumatici.

LA BEFFA VIENNESE DI ROMA. Eppure non mancano le noti dolenti: nel capitoletto “Butti a Roma, scaldi a Vienna”, per esempio, si racconta di come gli austriaci ricevano parte dei rifiuti prodotti dalla Capitale al ritmo di circa 1.400 tonnellate alla settimana. Per il trattamento dei rifiuti l’Ama, l’azienda municipalizzata romana, si è rivolta all’inceneritore Evn di Zwentendorf. E per la Città eterna ai costi del trasporto si sommano anche quelli dello smaltimento. Mentre l’elettricità generata – oltre al danno, la beffa – è tutta a vantaggio della capitale del valzer.

E LE SCORIE RADIOATTIVE? Da noi è fermo al palo persino il Deposito nazionale dei rifiuti radioattivi previsto per legge: per ora si sa soltanto che ospiterà per il 60% scorie prodotte dalle attività di smantellamento e per il 40% prodotti dalle attività di medicina nucleare, industriali e di ricerca (complessivamente si parla di circa 90 mila metri cubi di rifiuti).

Scorie Radioattive

In Italia il Deposito nazionale dei rifiuti radioattivi è previsto per legge ma ancora non c’è.

Anche la tavola produce i suoi sprechi: una percentuale racchiusa fra un terzo e la metà della produzione globale di cibo – rapporto Estimates of European food waste levels pubblicato nel 2016 – non viene consumata. E fortuna che ci sono ricette che del riciclo di ingredienti fanno il loro punto di forza. È il caso del “formadi frant”, mix di diversi formaggi frantumati e amalgamanti insieme, direttamente dalle latterie della Carnia, provincia di Udine.

NEMMENO LA LUNA SFUGGE AI GUAI. Se poi dalle stelle e stelline dei vari addobbi che ci circondano alziamo lo sguardo al cielo, scopriamo che neppure la Luna sfugge al dramma degli scarti indesiderati: 187.400 chili di rifiuti – in barba a ogni tentazione di indebito romanticismo – sarebbero stati abbandonati dall’uomo proprio sulla superficie lunare.

INIZIATIVE DI ECONOMIA CIRCOLARE. Il libro di Martin e Viola – divulgativo, ma rigoroso – passa in rassegna tanti argomenti legati all’ambiente, al rifiuto e al riciclo: dall’effetto serra alla chimica della combustione; dall’economia circolare (vedi le più di 100 iniziative italiane al sito www.trenoverde.it) alla plastica e all’inquinamento degli oceani, fino alla questione dei termovalorizzatori; dalla biodegradabilità alle polveri sottili o al tema degli inceneritori; dai combustibili fossili al rischio di esaurimento delle riserve di fosforo; dai rifiuti elettronici fino alle conseguenze del possibile scioglimento del permafrost.

Persino il monte Everest, meta prediletta di 4.500 alpinisti che l’hanno scalata a partire dagli Anni 50, è una discarica di circa 12 tonnellate di rifiuti

Alla fine della lettura si ha un’idea piuttosto compiuta, cifre alla mano, di dove stiamo andando a proposito di sprechi e di riciclo, di rischi prossimi futuri e inquinamento, complici anche cattive abitudini e inciviltà (persino il monte Everest, meta prediletta di 4.500 alpinisti che l’hanno scalata a partire dagli Anni 50, è una discarica di circa 12 tonnellate di rifiuti).

ESPERIENZE CREATIVE IN CAMPO. Un cenno nel libro è fatto anche al rapporto fra arte e rifiuti, con alcune esperienze creative messe in campo. Come quelle degli inglesi Tim Noble e Sue Webster, capaci di comporre, con la spazzatura e i rifiuti, delle sculture il cui senso prende forma compiuta attraverso la loro ombra sulla parete.

GIGANTESCHE OPERE CON GLI SCARTI. O come quello dell’artista tedesco Ha Schult, con il suo progetto “nomade” di Trash People che ha visto vari “uomini-spazzatura” installati in giro per il mondo. Diversi però sono gli artisti che gli autori del libro non citano neppure: Kim McConnell, per esempio, con la sua mostra “Age of Plastic” (tenuta a New York nel 1994 e poi riproposta nel 2010 a San Diego e nel 2013 a Los Angeles); lo scultore inglese Tony Cragg che “riscatta” con l’arte materiali in disuso secondo una precisa scelta di forma, colore, o materiale; l’artista brasiliano Vik Muniz, autore anche di gigantesche opere messe a punto con rifiuti tecnologici, telefoni, periferiche, e a cui è ispirato anche il documentario Lixo Extraordinário diretto da Lucy Walker.

Art Is Trash

Foto del progetto “Art is trash”. (Steve Pagan Photography)

E ancora Alejandro Duran, con il suo progetto nato nel 2010 “Wash Up”, fra istallazione e fotografia ambientale, capace di comporre, con i rifiuti depositati sulla costa del Messico, delle opere sorprendenti, colorate quanto inquietanti; o infine Francisco de Pajaro con “Art is trash”, manifesto d’intenti per una street art ad alto tasso di pattumiere.

DISCENDENTI DELLE PROVOCAZIONI ANNI 70. Tanti infatti – va detto in difesa degli autori del libro – sono i creativi che si inscrivono oggi nel filone della cosiddetta trash art o junk art, lontani adepti di quegli artisti che negli Anni 60 e 70, in Europa come in America, usavano ironizzare artisticamente con il rifiuto per portare avanti barlumi di critica sociale.

«FASCINO POETICO DEI MATERIALI BUTTATI». L’artista romana Sabrina Ventrella, anche lei “maestra” del riciclo, racconta a Lettera43.it: «È una tendenza mai sopita nell’arte occidentale che torna quanto mai attuale in questo periodo, in cui il problema dei rifiuti è divenuto un’emergenza, e la riconvenzione “estetica” dello scarto rappresenta una possibile risposta ai segnali inquietanti lanciati dal Pianeta. Ritengo che i materiali di scarto possiedano un profondo fascino poetico che deriva dal loro vissuto, in cui possiamo rispecchiare la nostra stessa esistenza». Hollywood in salsa palermitana permettendo. (Elena paparelli Lettera43)

NAZARENO, ABBIAMO PIU’ DI UN PROBLEMA – SU 232 COLLEGI NELL’UNINOMINALE SICURI PER IL PD SOLO 28, DISFATTA NEL SUD – MALE ANCHE IL NORD; I DEM RISCHIANO DI ESSERE CONFINATI NELLA RIDOTTA APPENINICA (TOSCANA E EMILIA) – LE SPERANZE NEL COLLEGIO DI ROMA-CENTRO AFFIDATE A GENTILONI

renziRENZI

Tommaso Ciriaco per ”la Repubblica”

 

Roccaforti isolate. Quasi ammalate di solitudine, per il vuoto che hanno intorno. Su 232 collegi, il Nazareno può mettere la mano sul fuoco soltanto su 28. E spera in altri 14. Quasi tutti lungo la dorsale appenninica, con uno spruzzo di rosso nel cuore delle grandi città.

 

Nel resto del Nord, poco o nulla. In province e periferie, lo stesso. Al Sud, il deserto. La fotografia di questo affanno è tutta negli appunti che passano di mano tra i big renziani. E di cui si discute in queste ore nel partito. Un elenco riservato dei seggi uninominali della Camera su cui Luca Lotti lavora notte e giorno, partendo dall’ ipotesi di un centrosinistra tra il 26 e il 27%. L’ obiettivo resta salvare il salvabile, che è parente stretto del ” si salvi chi può”. Come? Schierando i ministri. Sognando la “remuntada”.

 

renzi berlusconiRENZI BERLUSCONI

Una premessa: i collegi di Montecitorio sono 232, per i restanti 386 c’ è il proporzionale. Ecco il primo scoglio: i dem hanno una distribuzione del consenso abbastanza equilibrata sul territorio. Per questo raccolgono parecchi seggi nel proporzionale, ma soffrono nell’ uninominale: lì serve un voto in più per vincere e sono decisivi i picchi del centrodestra al Nord e dei grillini nel Centrosud. Che fare, allora?

 

Si punta sui ministri. Che magari non serviranno a strappare molti collegi, ma aumenteranno comunque il bottino di voti utili nel proporzionale. Ma quali sono le ridotte che al Nazareno pensano di poter davvero conquistare?

È bene partire dalla Toscana, culla del renzismo. Sulla carta si vince in 10 collegi su 14. Blindato sembra il Pd fiorentino, come quello di Empoli e Siena. Dove rischia davvero? A Massa Carrara, Lucca, Grosseto. E nella terra di Maria Elena Boschi: Arezzo. Con un’ incognita: la performance di Liberi e Uguali. L’ altro motore delle speranze del segretario è l’ Emilia Romagna.

RENZIRENZI

 

Lì i collegi sono 17, il Pd sente in tasca almeno 11 scranni. Ma a differenza di un tempo non si può stare tranquilli neanche nel collegio di Bologna, quello scelto dai democratici per far eleggere l’ alleato Pier Ferdinando Casini. La ragione? Vasco Errani sta valutando di correre proprio lì, per affossare il diccì. Persa, poi, è Piacenza, patria del neo avversario Pierluigi Bersani. Altissime probabilità di sconfitta si registrano a Fidenza, alte in alcune aree costiere romagnole come Cesena e Rimini. E non mancano i timori anche per Forlì e Cento.

 

Quest’ ultimo collegio raccoglie molti comuni del cratere sismico ed è catalogato come imprevedibile. In vantaggio, ma comunque da monitorare l’ uninominale di Parma città, dove regna l’ ex grillino Pizzarotti. La terza regione che blinda le aspirazioni dei dem è il Trentino Alto Adige. Sei collegi, quattro certi e due altamente probabili, grazie all’ accordo con la Svp. L’ ultima nota positiva arriva dall’ Umbria: se l’ uninominale di Perugia è dato per perso, si guarda con ottimismo a Terni e Foligno.

FRANCESCHINI RENZIFRANCESCHINI RENZI

Poi la mappa si riempie di vuoti.

E la speranza si riduce all’ aria di città. Sono i collegi con un vantaggio ridotto, spesso legati al voto d’ opinione delle aree urbane. In Lombardia occhi puntati su 3 dei 4 collegi di Milano città: sono l’ 1, il 2 e il 3. Al massimo, anche su Sesto San Giovanni, che però da tempo non è più la Stalingrado d’ Italia. Quattro speranze su 35 collegi. Stessa musica in Piemonte: su 17 uninominali per la Camera, la sfida è aperta a Torino centro e nella storica roccaforte rossa di Collegno.

 

Sempre e solo città. Come nel Lazio, dove solo Roma può dirsi contendibile. Se va di lusso, dicono le proiezioni del Nazareno, i dem conquisterano un paio di scalpi: Roma centro, dove corre Paolo Gentiloni, che ha resistito anche al 70% di Virginia Raggi alle Comunali, e forse Trionfale. Un briciolo meglio di altre tre ipotesi di lavoro: Torre Angela, Tuscolana e Ardeatino. Poi arrivano davvero le dolenti note. La speranza di vincere almeno nel collegio di Genova città, in tutta la Liguria. Il deserto Veneto, se si esclude Venezia città. E ancora, zero (su 13) in Puglia, dove pesa la concorrenza di D’ Alema. Zero su venti in Sicilia. Zero in Abruzzo e in Molise.

RICHETTI RENZIRICHETTI RENZI

 

Zero in Friuli Venezia Giulia. Zero, a meno di miracoli, nelle Marche, dove volano i grillini.

Il Sud, poi, colma il Pd di amarezza. In Sicilia la partita è persa in partenza. In Sardegna lo stesso, anche se qualcuno guarda a Sassari.

 

E anche una Regione chiave come la Campania promette dolori: in vantaggio soltanto il seggio di Avellino, qualche chance a Napoli centro e a Salerno città, dove però il figlio di Vincenzo De Luca nel dubbio sceglie il proporzionale. In Calabria rischia di non tenere neanche il collegio di Corigliano: zero probabile anche lì. Solo in Basilicata le cose vanno meglio. Matera pare persa, ma resta Potenza. A meno che non ci pensi Liberi e Uguali a sgambettare anche lì i dem.(dagospia.com)

BOSCHI LOTTIBOSCHI LOTTI

POLVERE DI 5 STELLE –DIETRO L’APPARENTE TREGUA TRA GRILLO E DI MAIO E’ GUERRA (NON SOLO) PER LA GESTIONE DEL BLOG – BEPPE MAO VIENE DESCRITTO COME “SOLO, INCATTIVITO E TRADITO” E AVREBBE IN TESTA L’ OBIETTIVO DI RIPRENDERSI IL MOVIMENTO CHE OGGI NON È ALTRO CHE “IL PARTITO DI DI MAIO E CASALEGGIO”

Elena G. Polidori per ‘‘Il Giorno – La Nazione – il Resto del Carlino”

 

UFFICIALMENTE fanno finta di muoversi all’ unisono, nel no alle alleanze politiche, per non danneggiare l’ immagine del M5s a un’ incollatura dal traguardo elettorale.

GRILLO DI MAIO CASALEGGIOGRILLO DI MAIO CASALEGGIO

Sembrano perfettamente concordi Grillo e Di Maio: «Abbiamo un unico programma presentato ieri assieme al simbolo e un unico candidato premier la sera delle elezioni, faremo un appello pubblico a tutti i gruppi e chiederemo di dare un governo a questo Paese sui temi».

 

È DI NUOVO pace, dunque, nel M5s? L’ apparenza inganna. Da Pescara, dove Grillo non c’ è, il garante viene descritto da parlamentari in attesa di riconferma e attivisti border-line come «solo, incattivito e tradito». Tra poche ore il blog non sarà più nelle mani della Casaleggio srl, né in quelle della comunicazione del gruppo parlamentare.

GRILLOGRILLO

Un divorzio, certo non ideale ma politico, fattuale, da quella che è stata la sua casa. Ma un divorzio foriero di nuovi colpi di scena. Un ‘rabbioso’ Grillo infatti avrebbe in testa (confermano anche gli informati autori di Supernova, Canestrari e Biondo) un «preciso disegno di rivincita nei confronti di chi lo ha emarginato». L’ obiettivo è riprendersi il Movimento che oggi non è altro che «il partito di Di Maio e Casaleggio».

 

Già, cosa è accaduto dietro le quinte mentre Luigi Di Maio era impegnato ad accreditarsi nelle cancellerie internazionali in vista del voto?

 

BEPPE GRILLO LUIGI DI MAIO ALESSANDRO DI BATTISTABEPPE GRILLO LUIGI DI MAIO ALESSANDRO DI BATTISTA

CI SAREBBE stata la presa di coscienza, da parte del garante, di essere stato fatto fuori da tutto ciò che accadeva sull’ asse Roma-Milano. Di conseguenza, avrebbe cominciato a tessere una precisa strategia, riprendendo i contatti con i suoi ortodossi. Ad alcuni avrebbe inviato messaggi chiari: «Tenete d’ occhio Luigi, fatemi sapere cosa succede, va troppo in tv». La risposta di Di Maio è stata un’ immediata ospitata a Quinta Colonna su Rete 4. Da quel momento i telefoni si sono rotti. E Beppe ha iniziato la conta di chi è con lui e chi no, con tanto di lettera aperta, apparsa sul Fatto Quotidiano. Letto il testo, da Milano è stato mandato un ambasciatore per placare le ire «del genovese» (così lo chiamano dentro la Casaleggio). Il compito è toccato a Pietro Dettori – amico di Di Maio, dunque malvisto da Grillo – che non ha sortito alcun effetto.

beppe grillo luigi di maio alessandro di battista contro la legge elettoraleBEPPE GRILLO LUIGI DI MAIO ALESSANDRO DI BATTISTA CONTRO LA LEGGE ELETTORALE

 

GRILLO segue il suo obiettivo. E in privato ha chiarito: «Li batteremo sulla comunicazione, il mio nuovo blog sarà la nuova trincea».

 

Da mesi a seguire questa nuova avventura editoriale di Grillo è un giovane attivista, Tiziano Pincelli, candidato del Movimento alle comunali romane del 2016, esperto di social media. Il punto d’ arrivo è chiaro: mettersi in concorrenza con il Blog delle Stelle che lo ha sostituito, anche nel simbolo. È in corso anche una campagna acquisti, si cercano ‘firme’ per il nuovo blog, si punta a portare a casa Alessandro Di Battista e se così fosse la battaglia del Garante potrebbe rivelarsi fatale per Casaleggio e Di Maio. Dunque, ci sono due campagne elettorali in corso dentro il Movimento: quella di Luigi Di Maio finisce il 4 marzo. L’ altra, quella di Grillo, inizierà a urne chiuse, l’ indomani.(dagospia.com)

grilloGRILLO

CHI HA UCCISO IL SINDACO PESCATORE? TEMPO SCADUTO: PER I PM L’OMICIDIO VASSALLO RESTERÀ SENZA COLPEVOLI – DOPO 7 ANNI E MEZZO L’INCHIESTA VERSO L’ARCHIVIAZIONE – ALLA FINE DI FEBBRAIO SCADRÀ L’ ULTIMA PROROGA DELLE INDAGINI PRELIMINARI NEI CONFRONTI DI BRUNO HUMBERTO DAMIANI, OGGI UNICO INDAGATO

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Angelo VassalloANGELO VASSALLO

Titti Beneduce per il ‘‘Corriere della Sera”

 

 

Il mistero dura da sette anni e mezzo e, forse, durerà per sempre. Non si è scoperto chi, la sera del 5 settembre 2010, uccise Angelo Vassallo, il sindaco pescatore di Pollica, così chiamato per il suo hobby e per la vocazione ambientalista. Non si è scoperto nonostante le ipotesi, le indagini, le congetture, le verifiche, il prelievo a tappeto del Dna (94 campioni), le iscrizioni nel registro degli indagati e le successive archiviazioni.

 

Alla fine di febbraio scadrà l’ ultima proroga delle indagini preliminari nei confronti di Bruno Humberto Damiani, oggi unico indagato, attivo negli ambienti dello spaccio ed entrato presto nel mirino degli investigatori. Sottoposto all’ esame dello Stube per verificare la presenza sulle mani e sugli abiti di particelle di polvere da sparo, è risultato negativo. A meno di un clamoroso colpo di scena, gli inquirenti chiederanno per lui l’ archiviazione delle accuse: si attende solo l’ esito di una perizia balistica su una pistola. E sulla vicenda calerà (almeno per adesso) il sipario.

 

L’ archiviazione, in ogni caso, non esclude che il fascicolo possa essere riaperto in qualsiasi momento se ci saranno elementi nuovi.

 

angelo vassalloANGELO VASSALLO

Angelo Vassallo era sindaco di Pollica, Comune in provincia di Salerno la cui frazione più nota è Acciaroli. Ambientalista convinto, appassionato sostenitore della legalità, nell’ estate del 2010 aveva ingaggiato una battaglia personale contro gli spacciatori di droga che avevano colonizzato la sua terra. Li cercava, li stanava con l’ aiuto di giovani agenti della polizia municipale, non fidandosi, forse, di altri investigatori. Chissà quali interessi aveva calpestato. Fu assassinato con 9 colpi di pistola mentre, di sera, faceva rientro a casa in auto. Teneva il telefono in mano e abbassò il finestrino per parlare con la persona che lo avrebbe ucciso: fu l’ ultima cosa che fece.

angelo vassalloANGELO VASSALLO

 

L’ omicidio suscitò clamore e indignazione. La sua storia è diventata anche la trama di una fiction Rai, con Sergio Castellitto come protagonista.

Ma tutti gli sforzi fatti da allora per arrivare a un colpevole non hanno avuto esito. I fratelli di Angelo hanno dato vita a una fondazione per tenerne in vita la memoria e non si rassegnano a che il colpevole non sia più cercato.

 

Hanno dubbi sull’ inchiesta: si chiedono, per esempio, come mai la scena del crimine non sia stata preservata per garantire rilievi accurati e attendibili. Si battono come possono per la verità: hanno avviato una petizione online perché sia istituita una commissione parlamentare d’ inchiesta, raccogliendo in pochi giorni 14 mila firme. Poiché mancano poche settimane alle elezioni, bisognerà attendere la prossima legislatura per vedere se la richiesta sarà accolta.

angelo vassalloANGELO VASSALLO

 

Il procuratore di Salerno Corrado Lembo, che coordina le indagini affidate ai pm Rosa Volpe e Leonardo Colamonici, non commenta la vicenda, ma lascia intendere che sul caso Vassallo l’ attenzione non calerà.(dagospia.com)

GONG! NUOVO ROUND DELLA GUERRA DENTRO ‘REPUBBLICA’: PARLA MARCO DE BENEDETTI, PRESIDENTE DEL GRUPPO: ‘IL GIORNALE È STATO DANNEGGIATO. CON MIO PADRE NON HO PARLATO, ABBIAMO CARATTERI CALDI, MEGLIO DISCUTERNE A FREDDO’ – IL VICEDIRETTORE DARIO CRESTO-DINA LO INTERVISTA: ‘I LETTORI SONO SCONCERTATI. LE DICHIARAZIONI DI SUO PADRE HANNO CREATO UN GRAVE DANNO A ‘REPUBBLICA’

1. LA RICOSTRUZIONE DELLA FAIDA DE BENEDETTI-SCALFARI-CALABRESI

Riccardo Ruggeri per il suo blog, http://riccardoruggeri.eu/

 

marco de benedetti paola ferrariMARCO DE BENEDETTI PAOLA FERRARI

Da anni scrivo del mio amore per il Web (sta diventando sempre più la telecamera che registra, senza pietà, tutte le nostre sconcezze); da anni scrivo del ceo capitalism (un capitalismo deviato popolato da «mostriciattoli infelpati») che essendo strutturalmente divisivo privilegia, in modo sconcio, il consumatore rispetto all’ uomo; da anni scrivo che, in tale contesto, i nodi che l’ attuale Classe Dominante ha creato sono già arrivati o stanno per arrivare al pettine. E al pettine stanno arrivando non solo i nodi pubblici (di cui sono responsabili i politici) ma anche quelli dei grandi gruppi privati, i cui interessi, nel bene e nel male, si sono intersecati indissolubilmente.

 

In quest’ ottica ho trovato molto interessante il caso De Benedetti-Scalfari-Repubblica, non per il fatto specifico (peggio per il volgare gossip che ne è seguito), ma per le implicazioni sul contesto socioculturale del momento storico in cui viviamo, segnale debole dei comportamenti organizzativi di leadership politicoeconomiche in evidente crisi di identità. Repubblica mi pare essere, come in realtà è il Paese, tal quale a una pentola, ove la pressione (non ne conosco certo i motivi di innesco) sia via via aumentata in modo da raggiungere un picco tale che un piccolo, banale evento, come quello che segue, l’ ha fatta esplodere fragorosamente.

LILLI GRUBER E CARLO DE BENEDETTILILLI GRUBER E CARLO DE BENEDETTI

 

Un mese fa, Giovanni Floris fa un’ innocente domanda a Eugenio Scalfari: fra Silvio Berlusconi e Luigi Di Maio chi sceglierebbe? Lui risponde: Berlusconi.

Direzione, redazione, l’ editore si inalberano e trasformano il Fondatore in un reprobo. A prima vista sembra una reazione eccessiva, il Fondatore è costretto a una specie di autocritica pubblica. Se la cava con eleganza.

 

BERLUSCONI E CARLO DE BENEDETTIBERLUSCONI E CARLO DE BENEDETTI

Passano un paio di settimane e interviene Carlo De Benedetti: da Lilli Gruber fa delle critiche al management e alla direzione, sottese sia alla linea editoriale che ai risultati economici. Considerazioni assolutamente legittime, pur essendo lui, oggi, un ex che ha poco donato ai figli le sue partecipazioni azionarie. Apriti cielo, questa volta direzione e grandi firme si stringono al Fondatore e tutti si scagliano contro il nuovo reprobo, l’ ex editore. A prima vista sembra una reazione eccessiva, il Fondatore torna pimpante e in una paginata racconta in dettaglio (ma, mi permetta, parziale) la storia dei suoi rapporti con l’ ex editore. La domanda da porsi è: direzione e grandi firme si sono rivoltati contro la proprietà?

 

mario calabresi carlo de benedettiMARIO CALABRESI CARLO DE BENEDETTI

Ho il privilegio di essere oggi un editorialista della carta stampata, quindi conosco le regole del rapporto proprietà-direzione-redazione.

Ieri avevo il privilegio di essere un ceo e un imprenditore e conosco le regole del rapporto fra proprietà e collaboratori. In questa duplice veste mi sono chiesto: al posto dell’ amico Carlo De Benedetti e della sua famiglia cosa farei?

Accetterei tutto questo? Il management ha superato o no la linea rossa? È insubordinazione mascherata da indipendenza o no? Non lo so, non ho tutte le informazioni.

 

Però di una cosa sono certo: la famiglia De Benedetti, una famiglia molto coesa, saprà processare correttamente questo evento, non banale come può apparire a prima vista, e decidere per il meglio.

carlo de benedetti e monica mondardiniCARLO DE BENEDETTI E MONICA MONDARDINI

 

 

 

2. “SBAGLIATE LE PAROLE DI MIO PADRE PENSIAMO AL FUTURO DI REPUBBLICA”

Dario Cresto-Dina per ”la Repubblica

 

 

Dottor Marco De Benedetti, liberiamo subito il tavolo dagli imbarazzi e andiamo dritti al punto della questione. Il momento è eccezionale. Volano fendenti di spada sulle nostre teste. Suo padre, dalla cattedra di presidente onorario, attacca pubblicamente Scalfari ed Eugenio risponde senza cattiveria, ma anche senza fargli sconti. Non solo. Carlo De Benedetti attacca Repubblica, giornale che ha dichiarato di avere nel cuore da quasi quarant’ anni; il direttore Mario Calabresi replica con durezza e ugualmente fa l’ assemblea dei giornalisti. Non era mai accaduto nella storia di questo giornale.

paola ferrari marco de benedettiPAOLA FERRARI MARCO DE BENEDETTI

I lettori sono sconcertati.

 

I giornalisti di Repubblica pretendono giustamente chiarezza. Lei è presidente del gruppo: la sua voce, la voce dell’ editore, può permettersi di essere assente?

«No, in questo momento non può. C’ è un vuoto da riempire con responsabilità e le dico subito che parlo a nome di un vertice che pensa al futuro, che è impegnato in un progetto ambizioso».

 

Quando parla di vertice si riferisce a lei e ai suoi fratelli Rodolfo e Edoardo?

«Non solo. Con loro c’ è un totale spirito di condivisione sui traguardi da raggiungere e sulla volontà di continuare a fare crescere questo gruppo. Ma è lo stesso con l’ amministratrice delegata Monica Mondardini, e non da oggi, visto che a lei già cinque anni fa abbiamo chiesto di assumere anche la carica di ad di Cir. Voglio fare questa premessa per spazzare via dal campo eventuali ipotesi su presunte divisioni tra fratelli o con Mondardini. Proprio questa unità di vedute rafforza il mio convincimento sulla capacità di raggiungere gli obiettivi che ci siamo posti».

RODOLFO CARLO EDOARDO E MARCO DE BENEDETTIRODOLFO CARLO EDOARDO E MARCO DE BENEDETTI

 

Veniamo alla ragione principale per cui siamo qui. Ha capito che cosa è scattato nella mente dell’ Ingegnere, è riuscito a darsi una spiegazione sulle sue parole?

«Le confesso che mi sono interrogato a lungo ed è il motivo per il quale ho atteso prima di intervenire. La verità è che le polemiche di questi giorni mi risultano tuttora incomprensibili».

 

In redazione c’ è molto di più che un sentimento di incomprensione. Le dichiarazioni di suo padre hanno provocato un grave danno al giornale. E non credo che nel tentativo di assolverlo si possa dire come San Paolo in una lettera ai romani: faccio il male che non voglio.

«Credo che il giornale abbia subito un vulnus. Non voglio pensare che sia stato fatto in modo deliberato, ma ciò non toglie nulla alla sua gravità».

eugenio scalfari carlo de benedettiEUGENIO SCALFARI CARLO DE BENEDETTI

 

Ha detto che Eugenio Scalfari è spinto dalla vanità e che non è più in grado di sostenere domande e risposte.

«Sono critiche che non condivido. Scalfari ha ideato e creato Repubblica. Gli ha dato l’ imprinting, l’ onore della libertà, un ruolo speciale nell’ informazione italiana. Eugenio continua a essere con la sua intelligenza la firma più importante del giornale e, credo, una garanzia di autorevolezza e indipendenza per la stragrande maggioranza dei lettori».

 

Non basta. L’ Ingegnere ha aggiunto che Repubblica ha smarrito la sua identità.

«No, non è così. Il giornale non ha deviato dalla sua storia, conserva sempre quel carattere che lo ha reso unico nel panorama culturale italiano. Ma il Paese sta attraversando cambiamenti profondi e la stessa area politica di riferimento di Repubblica, il centrosinistra, sta vivendo una fase travagliata, difficile da interpretare e spiegare. Tutto questo ha inevitabilmente un impatto sulla narrazione politica.

 

carlo de benedetti eugenio scalfariCARLO DE BENEDETTI EUGENIO SCALFARI

Ma Repubblica è qualcosa di più: credo con convinzione che questo giornale abbia negli anni contribuito a migliorare il Paese, e sono certo possa conservare questo ruolo. Le sue battaglie restano intatte e proseguiranno in un mondo di rapide e continue trasformazioni. L’ identità non è soltanto forgiata nel passato, ma si scrive nel futuro».

 

L’ ingegner De Benedetti l’ ha chiamata? Vi siete sentiti per giungere a un chiarimento?

«No, fino ad oggi non ci siamo sentiti. Come le ho detto ho scelto la via della saggezza per non reagire a caldo. Ci sentiremo sicuramente nei prossimi giorni».

 

Questa vicenda sembra frutto di un rimpianto. Come se l’ Ingegnere si fosse pentito di avere lasciato a lei la carica di presidente di un giornale che a suo dire, smentito da Scalfari, avrebbe contribuito a fondare.

«Nel 2013 mio padre decise che era giunto il momento di avviare la successione del gruppo da lui fondato con la donazione a noi figli che siamo oggi gli unici proprietari. La sua scelta di rinunciare alla presidenza è stata solo l’ ultima tappa di una successione imprenditoriale e familiare oserei dire quasi naturale. Un processo irreversibile dal quale non si può tornare indietro. Noi gli siamo riconoscenti ed abbiamo accettato la sfida con consapevolezza, ma i ripensamenti e i rimpianti non sono ammessi».

 

eugenio scalfari carlo de benedetti emanuelle de villepin il marito rodolfo de benedetti e la figlia neigeEUGENIO SCALFARI CARLO DE BENEDETTI EMANUELLE DE VILLEPIN IL MARITO RODOLFO DE BENEDETTI E LA FIGLIA NEIGE

La condanna del capitalismo famigliare italiano che ha storicamente prodotto storie fantastiche, ma anche rancori e tragedie, aleggia anche sui De Benedetti?

«Qualunque passaggio di consegne è doloroso. Mio padre ha vissuto Repubblica come un grande amore, una presenza luminosa che lo ha accompagnato per un lunghissimo tratto della sua vita. E io lo posso testimoniare in maniera diretta. Purtroppo, le cerimonie degli addii non sono mai semplici. Ma posso escludere tragedie. Con il tempo sono sicuro che ognuno troverà la sua serenità».

 

Carlo De Benedetti mi ha detto in una intervista dello scorso giugno: “Marco ha un carattere molto simile al mio. Voleva questo ruolo”. Conferma tutto?

«Sì, abbiamo tratti in comune. Da lui ho avuto tantissimo e gli sono riconoscente. Quando gli ho annunciato la mia decisione di assumere la presidenza, ne fu entusiasta. Ma ora si deve guardare avanti».

 

Ci sono eredità che possono atterrare lo spirito di chi è chiamato a raccoglierle. Lei venticinque anni fa decise di non lavorare all’ interno del gruppo di famiglia. Perché?

«Per la voglia di cimentarmi in un percorso diverso e guadagnarmi all’ esterno un futuro sul campo.

Penso che questa scelta professionale e di vita mi abbia reso più consapevole delle responsabilità che mi attendevano nel momento in cui ho deciso di assumere la guida di questa azienda».

 

carlo de benedetti eugenio scalfariCARLO DE BENEDETTI EUGENIO SCALFARI

Ma non è stato anche un modo per evitare una delicata coabitazione di potere con una figura paterna dalla storia imprenditoriale e dall’ inclinazione caratteriale soverchianti?

«Credo che sul lavoro i rapporti tra genitori e figli siano quasi sempre difficili e altalenanti. Mio padre ha una personalità molto forte. Ma anche io non sono da meno».

 

Torniamo a Repubblica. Le centinaia di persone che ci lavorano sono preoccupate per il prestigio della testata. Serve la fiducia e la fiducia deve fondarsi su basi umane. I piani che ha in mente sono improntati alla difesa o alla crescita?

«Ho ben presente le sfide che ci attendono e che non riguardano soltanto il nostro gruppo. Negli ultimi cinque anni nel nostro paese la diffusione dei quotidiani si è quasi dimezzata, negli Stati Uniti almeno centocinquanta giornali hanno cessato le pubblicazioni.

 

carlo de benedetti saluta eugenio scalfariCARLO DE BENEDETTI SALUTA EUGENIO SCALFARI

Siamo alle prese con un trend negativo che non è cominciato adesso e con il quale è necessario confrontarsi. Ma Repubblica è pronta a raccogliere questa scommessa. Se consideriamo tutte le nostre piattaforme, i nostri lettori sono aumentati. Stiamo investendo – sulla carta e nel digitale dove siamo i primi in Italia e continueremo a farlo. Siamo soltanto all’ inizio. Stiamo lavorando con il direttore, che ha la mia piena fiducia, nell’ evoluzione del giornale iniziata con la riforma grafica e che vedrà nel corso dell’ anno un ulteriore sviluppo.

 

Repubblica giocherà sempre un ruolo da protagonista, senza perdere di vista la salute dei suoi conti economici, condizione essenziale per la libertà delle sue idee e dei suoi giornalisti».

 

DARIO CRESTO DINADARIO CRESTO DINA

Ancora una domanda. Chiederà all’ Ingegnere di fare un passo indietro, di lasciare anche la carica di presidente onorario della società?

«Noi vogliamo il bene del giornale e dei suoi lettori che sono i nostri veri azionisti, i soli che possono condizionare le nostre scelte.

Voglio essere molto chiaro: non accetto e non accetterò nulla che possa danneggiare Repubblica. E i comportamenti di chi dice di amarla ancora, spero saranno in futuro indirizzati solo al bene del giornale».(Daospia.com)