Un’ombra nera chiamata anoressia

anoressia

Isabelle Caro, 28 anni, 31 chili

Caro Massimo,
Era un pomeriggio di fine estate e avevo appena finito di svuotare l’appartamento che mi aveva ospitato per quattro lunghi anni universitari. Stavo per chiudermi dietro la porta, quando ho diretto lo sguardo verso il muro che delimitava la strada. Ho avuto un sussulto al cuore. Quasi come una figura materna, quel muro mi aveva visto arrivare la domenica sera trascinando la valigia, piena di nostalgici sapori casalinghi e desideri d’indipendenza, e correre via il venerdì pomeriggio con un bagaglio più leggero, pervasa da stanchezza e senso di fuga.

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Ha assistito all’evolvere di un periodo di grande difficoltà, quando mi fermavo sotto il porticato per asciugarmi le lacrime, cercando di arginare il panico, poi, stanca, pallida, assente, infreddolita e sottile, camminandogli rasente, come un’ombra che scivolava via. Mi sarei voluta confondere per osservare il mondo, rimanendo trasparente. Non mi conoscevo, non mi tolleravo e quindi mi stavo annullando. Non volevo essere vista, ma allo stesso tempo gridavo la mia presenza con il rifiuto del cibo. Dietro quella corsa al grammo perfetto c’è un dolore tanto immenso quanto subdolo, che divora. Non riuscendo a chiedere di «essere» ed essere amata, mi sono rifugiata nell’autodistruzione. Ora posso dire di essere tornata a vedere una debole luce nel nero mare della mia mente, ma la paura di vivere è ancora più grande di quella di scegliere la totale apatia. Ho le necessità di una ragazza di 25 anni di aprirmi all’amore, di ricominciare a studiare e di riconoscermi, ma me lo vieto, non mi permetto nessuna gratificazione, continuando a essere una paradossale eremita al centro del mondo. Perché continuo a crearmi alibi per non fare quel passo, che mi farebbe uscire dalla noia e dal mio irreale senso di controllo? Anna

 

L’immagine del muro non mi esce dalla testa. Vogliamo partire da lì? Un muro è anzitutto una barriera dietro cui proteggersi o nascondersi. Chi ha voglia di assaggiare la vita non cerca riparo dietro i muri. Li scavalca. Ma il muro è anche un sostegno, qualcosa di stabile a cui appoggiarsi per non cadere, la risposta a un bisogno di solidità. Protezione e sostegno, dunque. Quanto chiede un’anima stanca e sfiduciata. Sentirai tanto parlare di destra e sinistra, in questi mesi di campagna elettorale. Eppure oggi il vero discrimine, in politica come in tutto il resto, è tra apertura e chiusura, tra chi ha voglia di spaccare il mondo e chi teme di venire spaccato dal mondo. Non c’è nulla di male nell’essere spaventati. Viviamo in un’epoca di trasformazioni che non ha precedenti nella storia umana: mai la tecnologia aveva permesso di costruire rapporti umani che prescindono dal contatto fisico, mai si era vissuti così a lungo, mai la ricchezza si era raccolta in così poche mani e al tempo stesso distribuita in tutto il pianeta ai danni del continente più antico e privilegiato: la nostra Europa. Le certezze sono saltate, nessuno in coscienza sa che piega prenderà il futuro e di fronte a questa indeterminatezza generatrice di ansia hanno buon gioco i venditori di soluzioni facili, i rassicuratori un tanto al chilo, che spacciano ricette semplici per risolvere problemi complessi, sia collettivi sia intimi come il tuo.

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Io non ho ricette, Anna. Ho però quel tuo muro in testa che non se ne va. Una protezione, abbiamo detto. Un sostegno. Ma, adesso che ci penso, anche un confine. Un limite, una ringhiera. E a vent’anni, più che in qualsiasi altro momento della vita, l’essere umano ha bisogno di ringhiere. Per appoggiarvisi, ma anche per scavalcarle. Le regole servono a questo. A darti una disciplina che ti permetta di non smarrirti in un orizzonte piatto e indistinto dove tutto è possibile e dunque nulla lo è davvero. Ma anche, al contrario, a stimolare la voglia di trasgressione, indicandoti un confine da oltrepassare per scoprire chi sei.
Dalla tua depressione più o meno subdola, che ha preso la forma dell’anoressia, si esce solo con l’amore. Ma l’amore dato, Anna, non quello ricevuto. Alla tua età la pensavo come te. Mi sentivo in credito col mondo e pretendevo dagli altri quell’amore che non ero in grado di dare a me stesso.  Pensavo che solo l’amore altrui avrebbe risvegliato il mio. Ma allora perché, quando qualcuno mi amava, continuavo a sentirmi infelice? Fu un libro a rivelarmelo: l’amore non risiede nell’oggetto, ma nel soggetto. Non in chi è amato, ma in colui che ama. Quel libro è il Simposio di Platone. Ha venticinque secoli, ma ti assicuro che sembra sia stato scritto stamattina apposta per te. (MASSIMO GRAMELLINI VANITY FAIR)

Com’è ora 

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