Via i soldi pubblici? Così i partiti sono acquistabili dall’estero

Senza finanziamenti statali, sono fragili e influenzabili da altri Paesi. Schiacciati tra astensionismo e sfiducia degli elettori. I rischi sulla sovranità nazionale e il problema delle fondazioni nel libro di Galietti.

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Tutto è nato con lo scandalo di Mani pulite e la fine dei partiti della Prima Repubblica. Da allora la politica italiana ha contrastato per anni il finanziamento pubblico ai partiti, l’ha abolito e ora si ritrova il rischio di essere controllata dalle lobby, ma soprattutto dai Paesi esteri. È solo una parte di Sovranità in vendita (Edizioni Guerini), uscito il18 gennaio 2018, pamphlet scritto da Francesco Galietti, fondatore dell’osservatorio Policy Sonar che svolge ricerca su sovranità e capitalismo di Stato presso il centro SovereigNet della Fletcher University di Boston (Usa).

PERCHÉ L’ITALIA È APPETIBILE. Il manuale spiega in sostanza che l’Italia è appetibile, conquistabile, perché ha il terzo debito pubblico del mondo e perché ha un conflitto generazionale alle porte. Quindi l’autore informa il lettore sulla vulnerabilità strategica italiana nel contesto di un ordine mondiale in via di rapido ridisegno, e prova a chiarire perché l’Italia sia oggi più esposta che in passato al condizionamento esterno.

FIDUCIA ORMAI SVANITA. «Il nostro Paese si trova ancora una volta in bilico su una linea di faglia. La frontiera però non è quella della Guerra fredda, con il confronto tra il blocco sovietico e quello atlantico, bensì una linea sfumata talora difficile da scorgere che separa tra loro capitalismo democratico e capitalismo autoritario». E questo è anche dovuto a un meccanismo che ormai si è interrotto, ossia il sistema di fiducia tra partiti e cittadini.

Mai come in questi ultimi anni è stato forte il sentimento di disaffezione nei confronti della politica, ampiamente riflesso nelle performance di formazioni anti-establishment

«Sfidati da astensionismo e nuove formazioni, sganciati dal cordone ombelicale del finanziamento pubblico, i partiti appaiono oggi più fragili che mai e, per questo, maggiormente influenzabili dall’esterno», dice Galietti. Del resto, si legge, «per i privati italiani può essere difficile supportare i grandi partiti, anche quando si tratta di formazioni di primissima fila. Mai come in questi ultimi anni è stato forte il sentimento di disaffezione nei confronti della politica, ampiamente riflesso nelle performance di formazioni anti-establishment ma anche e soprattutto nell’astensionismo dilagante».

COME NEGLI ANNI DI MANI PULITE. Non solo. «La percezione di corruzione è ampiamente diffusa tra il pubblico, e le case sondaggistiche fotografano una situazione analoga a quella degli anni di Mani pulite». Quindi «la volatilità estrema dei partiti, la personalizzazione della politica, la difficoltà a rimanere in regola con la compliance che si fa notevole quando ci si trova in prossimità dei partiti, sono solo alcuni tra gli ulteriori fattori che spesso sconsigliano di mettere mano al portafoglio. Non è un caso, forse, se già oggi si registra un vistoso calo negli introiti dei partiti stessi».

PREVALE GRANDE DISAFFEZIONE. Anzi, aggiunge tra le pagine del libro Galietti, «alla disaffezione degli italiani per i partiti si aggiunge lo smantellamento del sistema di finanziamento pubblico dei partiti. A lungo sopravvissuto sotto le insegne dei rimborsi, il finanziamento pubblico è in predicato di cessare, a beneficio del finanziamento da parte di soggetti privati».

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Matteo Salvini.

ANSA

Insomma l’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti, «operata dal decreto legge 149/2013 e applicata con una certa gradualità, è arrivata. Per certi versi si tratta della formalizzazione di una tendenza già in atto da anni. La politica, si sa, costa. Non è ben chiaro, a onore del vero, se esista una correlazione precisa tra l’organizzazione di un partito, la sua infrastrutturazione sul territorio e il fabbisogno di denaro».

PENALIZZATI SOPRATTUTTO PD E LEGA. In pratica «è lecito presumerlo, come pure ipotizzare che a costare di più siano i partiti con sezioni locali, movimenti giovanili e numerose attività per mantenere un presidio dell’elettorato. Se così fosse, a essere penalizzati sarebbero i partiti articolati secondo canoni tradizionali, come il Pd e la Lega».

GRANDE SNELLEZZA FISICA PER IL M5S. Non a caso il primo «ha tenuto banco sui giornali per la contesa sul patrimonio degli ex Ds, mentre la seconda è incappata in pesanti traversie giudiziarie per via di passate gestioni delle finanze di partito. Si tratta di problematiche che fino a oggi non sembrano aver investito il Movimento 5 stelle, caratterizzato da una forte infrastruttura digitale e da notevole snellezza fisica».

Le cronache hanno dato ampio e negativo risalto a donazioni fatte a fondazioni riconducibili alla nomenklatura di turno al potere. Fondazioni e associazioni “politiche” si sono moltiplicate negli ultimi anni

Poi c’è il nodo della fondazioni: «Dall’altro lato, le cronache hanno dato ampio e negativo risalto a donazioni fatte a fondazioni riconducibili alla nomenklatura di turno al potere. Fondazioni e associazioni “politiche” si sono infatti moltiplicate negli ultimi anni, secondo modalità in parte nuove rispetto al passato, quando erano legate formalmente, con varie modalità, ai partiti, dai quali (oltre che da fondi pubblici previsti dalla legge) erano finanziate».

C’È IL PROBLEMA DELLA TRASPARENZA. Oggi «invece proliferano “fondazioni” e associazioni che fanno riferimento a singole personalità politiche o a raggruppamenti interni ai partiti o trasversali. I problemi che si pongono riguardano l’esigenza di trasparenza e la necessità di evitare che tali strumenti consentano di assicurare fianziamenti all’attività politica, eludendo la normativa prevista per i partiti».

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Silvio Berlusconi.

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Si calcola che «nel 2015 e 2016 il peso di Silvio Berlusconi ha oscillato tra il 30 e il 35% delle donazioni. Percentuale che arriva fino al 50% se si contano i soldi sborsati dai dirigenti del gruppo Fininvest. Con la fine dei rimborsi elettorali non è però finito l’esborso di denaro pubblico a favore delle forze politiche. Restano i fondi dei gruppi parlamentari, che ora fanno la parte del leone nei bilanci dei partiti. E finiscono per finanziare (oltre al pagamento degli stipendi ai dipendenti dei gruppi, che pesa per circa due terzi) le attività dei partiti, in particolare quelle di comunicazione».

PER OGNI PARLAMENTARE 50 MILA EURO. Ogni forza politica «percepisce circa 50 mila euro per ogni parlamentare. Il Pd dunque incassa alla Camera circa 14 milioni l’anno, seguito dal M5s con 3,8 milioni e da Forza Italia con 3,2. Giù fino alla Lega Nord che con soli 18 deputati prende circa 900 mila euro. Altri incassi arrivano ai gruppi del Senato: per il Pd sono circa 6 milioni, Forza Italia 3,2 e M5s 2,4».(Alessandro Da Rold Lettera43)