Wadi Rum, il deserto che piace ai registi

 

Nel Wadi Rum gli accampamenti ispirano il film The Martian di Ridley Scott (Foto e articolo  sono di Irene Cabiati La Stampa)

La favola di Petra, il forte di Kerak, città romane e mosaici bizantini

Il grande cinema sceglie ancora come scenario il Wadi Rum, il deserto della Giordania che ha già reso spettacolari le riprese di Lawrence d’Arabia di David Lean o di alcuni film di Ridley Scott come Prometheus, The Martian e, ultimo, Tutti i soldi del mondo. Anche Will Smith, a bordo della lanterna magica, atterrerà sulle sabbie rosse come interprete del genio di Aladdin, il live action della Disney diretto da Guy Ritchie, che uscirà fra qualche mese. Il Wadi Rum, terra delle tribù beduine da tempo immemorabile, è una meta fissa per i turisti che qui trovano ogni comfort: bungalow, campi tendati o accampamenti di «igloo» tecnologici ispirati al film marziano di Scott, tramonti in technicolor e voli in mongolfiera. La visita può essere di poche ore dopo un giro in cammello e per pranzo c’è lo zarb, il piatto tipico beduino di carne e verdure cotte sotto la sabbia. Occorre una buona guida per capire il carattere della Giordania e dei suoi abitanti e le sue aspettative di vita pacifica. Fu culla e incrocio di civiltà e religioni di cui possiamo ammirare le testimonianze nei resti di città spesso sepolte nell’oblio: l’abbondanza di acqua e la posizione strategica hanno segnato il destino delle loro comunità.  

 

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Deserto del Wadi Rum: una sosta prima dell’arrivo della prossima comitiva di turisti (foto di Irene Cabiati)  

 

Le meraviglie di Madaba  

Passeggiando fra le rovine di pietra e marmo di Jerash, a Nord di Amman, è facile intuire perché i romani l’abbiano trasformata in una delle città più importanti dell’Impero con opere monumentali come l’arco trionfale dedicato ad Adriano, l’ippodromo, il cardo, asse di connessione fra piazze, fontane, teatri, terme e propilei che si illuminano di luci e fuochi d’artificio, d’estate, nelle sere del festival delle Arti e della Cultura. 

 

Le piccole pietre colorate dei mosaici raccontano invece uno dei periodi storici più fulgidi nel territorio di Madaba. Sede episcopale, divenne famosa per i raffinati mosaici che decoravano chiese, case private ed edifici pubblici. Purtroppo molti, in seguito, furono compromessi dalla furia iconoclasta, guerre, terremoti. Come il mosaico più interessante, scoperto in occasione dei lavori di costruzione della chiesa di San Giorgio alla fine dell’Ottocento: è il pavimento di un’altra chiesa, del 560, che rappresenta una mappa di 93 metri quadri, dal Nilo alla Palestina, in parte rovinata. Indica 150 villaggi e molti siti del Vecchio e Nuovo Testamento, fra cui il luogo dove Gesù fu battezzato. Al centro, Gerusalemme affacciata sul Mar Morto su cui navigano due velieri mentre nel Giordano nuotano i pesci. Oggi il fiume che riflette la storia del Medio Oriente, in certi tratti, è ridotto a un rigagnolo a causa della deviazione del suo corso verso Ovest e dei mutamenti climatici micidiali anche per il Mar Morto. 

 

 

Jerash (foto di Irene Cabiati)  

 

Storie scolpite nella pietra  

Raccontano il passato anche le pietre della fortezza dell’antica capitale moabita di Kerak, importante roccaforte dei Crociati e, in seguito, sentinella sul cammino dei pellegrini diretti alla Mecca. Dalle sue mura, appoggiate su uno sperone roccioso, si gode la dolcezza del paesaggio desertico da cui emergono orti e uliveti . Difficile immaginare che di qui venivano spinti nel vuoto i prigionieri di Rinaldo di Chatillon. Il cavaliere – avventuriero noto per la suo cinismo, passò alla storia per aver sconfitto il grande nemico, Saladino, nel 1177. Questi, però, dieci anni dopo, si prese la soddisfazione di decapitarlo. 

 

 

La mappa della Palestina è riprodotta da un gigantesco mosaico nella chiesa di San Giorgio a Madaba (560): qui un particolare con un tratto del Giordano popolato da pesci, le città, gli animali e le piante, foto di Irene Cabiati  

 

Ma la località più affascinante è Petra, scolpita nella roccia dipinta di ocra e di blu, fiabesco scenario della civiltà nabatea specializzata nella gestione dei commerci sulla via dell’incenso. Per godere dell’atmosfera di questa Meraviglia del mondo non bisogna avere fretta: la lentezza è d’obbligo per immergersi nella fiumana di turisti che percorrono il canyon (siq) diretto al Tesoro per assistere allo spettacolo delle pietre che parlano di un civiltà grandiosa di grande saggezza. Dal ventre delle rocce si affacciano tombe, templi, case dalle pareti affrescate, un raffinato sistema di canalizzazione delle acque. È consigliabile fermarsi per qualche giorno e poi accodarsi in trekking; alcuni sono diretti verso le oasi a godere dell’acqua e del refrigerio della natura rigogliosa dei wadi . (Irene Cabiati La Stampa)