Tutti i nemici di Matteo Renzi, il politico più odiato d’Italia

 

Marchionne, De Benedetti, Zingales, Vegas. E poi Franceschini, Veltroni, Prodi, Pisapia. In tanti hanno scaricato l’ex Rottamatore. Passato dai fasti del 2014 all’essere il leader meno popolare del Paese.

Non sono passati neppure cinque anni da quando il Barometro politico di Demopolis spiegava che Matteo Renzi poteva contare su un saldo 52% dei consensi, con il Partito democratico al 44%. Era l’estate del 2014, a pochi mesi dall’insediamento del segretario dem a Palazzo Chigi, all’indomani del successo alle elezioni europee.

FIDUCIA SCESA AL 23%, GENTILONI AL 44%. In meno di quattro anni quella fetta di consenso è stata più che dimezzata: secondo Ipsos, in un sondaggio per il Corriere della sera, è al 23%. Si tratta del leader meno popolare in circolazione in Italia, mentre il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni veleggia intorno ai 44 punti di consenso.

Il miglior nemico di Renzi è Renzi, dice chi lo conosce bene. E il bacino di elettori delusi del Pd è quasi 2 milioni e mezzo di persone

Chi conosce bene l’ex sindaco di Firenze ha una risposta a questo quadro così tragico: «Il miglior nemico di Renzi è Renzi». Ma al netto di letture freudiane da lettino dello psicologo, il dato evidente da sottolineare in questi anni è il sempre più nutrito gruppo di nemici che il fu Rottamatore si è fatto in Italia e all’estero.

PER RISALIRE ORA SCEGLIE I TONI BASSI. Anche Euromedia Research di Alessandra Ghisleri informa sul fatto che il bacino di elettori delusi del Pd sarebbe di quasi 2 milioni e mezzo di persone. E Renzi starebbe provando un’ultima tecnica per riconquistarli: stare il più zitto possibile e abbassare i toni.

Al voto del 4 marzo un Pd sotto al 20% o sotto il 25% (la famosa “soglia Bersani” del 2013) potrebbe condannare Renzi all’uscita dalla scena politica

Del resto la lista dei nemici è lunghissima, che parte dagli ex partecipanti della Leopolda, da vecchi amici che un tempo credevano in lui al mondo imprenditoriale e bancario, fino agli apparati di sicurezza dello Stato, tra servizi segreti e forze dell’ordine, comprendendo perfino ambasciate importanti come quella di Washington.

PIACEVA LA SUA PECULIARITÀ DI ROTTURA. Chi ha riposto fiducia in Renzi ha spesso lodato la sua caratteristica di “rottura”, di schierarsi sempre contro il sistema, ma in realtà questo atteggiamento si è rivelato un’arma a doppio taglio. «Renzi era uno a cui la gente diceva “figurati se diventi sindaco di Firenze”, “figurati se diventi segretario del Pd”, “figurati se arrivi a Palazzo Chigi”, andando avanti così…», dice un abile lobbista che ha assistito al declino del Ducetto di Rignano, come l’ha soprannominato Dagospia.

DAL 2014 UN TRACOLLO INARRESTABILE. Se infatti all’inizio l’ex premier ha inanellato una serie di successi, poi si è arreso a un tracollo continuo e inarrestabile che potrebbe culminare nelle elezioni politiche 2018 dove un Pd sotto al 20%, o comunque sotto il 25% (la famosa “soglia Bersani” del 2013), potrebbe condannarlo per sempre all’uscita dalla scena politica, secondo alcuni spifferi di Montecitorio.

Lombardia: Renzi, ora partita più aperta

Matteo Renzi.

ANSA

Del resto Renzi in questi anni ha speso molto tempo a fare tabula rasa delle persone che un tempo lo circondavano e lo veneravano. Basti pensare all’ultimo caso dell’ingegnere Carlo De Benedetti, un tempo consigliere di Renzi, ma ora più che mai ai ferri corti, per di più dopo il caso di presunto insider trading sul decreto delle popolari.

Carlo De Benedetti

Carlo De Benedetti.

Persino Sergio Marchionne, numero uno di Fiat Chrysler (Fca), un tempo sponsor renziano per eccellenza, ha gelato l’animo dei supporter di Matteo: «Quello che è successo a Renzi non lo capisco. Quel Renzi che appoggiavo non lo vedo da un po’ di tempo».

Fca: 2018 ultimo anno a guida Marchionne

Sergio Marchionne.

ANSA

Che dire poi di un economista come Luigi Zingales, nel 2011 presente sul palco della Leopolda di Firenze, già da anni lontano dal renzismo, ma ora addirittura (stando a indiscrezioni) papabile ministro di un governo nel Movimento 5 stelle?

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Luigi Zingales.

Come lui in quella Leopolda c’era pure Pippo Civati, ora in Possibile, tra i primi a mollare il carro renziano. Nell’ultimo anno, poi, dopo la sconfitta al referendum del dicembre del 2016, a incrementarsì è stata la lista degli esponenti del Pd contro l’ex primo cittadino di Firenze.

CIVATI RENZI

Pippo Civati con Matteo Renzi.

Ha cominciato Andrea Orlando, ministro di Grazia e Giustizia, candidandosi alle Primarie. Sta continuando a quanto pare Dario Franceschini, ministro dei Beni culturali, simbolo, secondo le indiscrezioni, del possibile Bruto che alle Idi di marzo potrebbe decidere la fine del segretario piddino.

Franceschini, cultura protegge umanità

Dario Franceschini.

ANSA

A mollare Renzi sono stati poi Valter Veltroni, Romano Prodi, prima ancora il presidente emerito Giorgio Napolitano. Il pantheon dei padri nobili della sinistra è ormai un lontano ricordo. Anche Giuliano Pisapia, ex sindaco di Milano, si è dovuto fare da parte. Emma Bonino, invece, ha scelto l’apparentamento con i dem, rimarcando il fatto di averlo fatto «per Gentiloni», perché Renzi «lo conosco poco».

ANCHE BERLUSCONI ADESSO LO SNOBBA. Lo stesso Silvio Berlusconi, numero uno di Forza Italia, che un tempo vedeva il segretario piddino come un rinnovamento della classe politica italiana, ora invece lo snobba, anche perché lui, da vincente, raramente ha fatto in passato accordi con i perdenti.

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Romano Prodi e Walter Veltroni.

Se il mondo politico è un bagno di sangue, quello bancario è una strage di San Valentino. Di Renzi ormai si fidano in pochi, soprattutto dopo la catastrofica commissione bancaria che avrebbe dovuto scoprire le magagne del Monte dei Paschi di Siena o le falle della Consob e di Bankitalia, ma che in realtà è stata la tomba del renzismo, con una serie di bordate contro Maria Elena Boschi e persino il Richelieu Marco Carrai.

IL BOOMERANG DEL REFERENDUM FALLITO. Ignazio Visco e Giuseppe Vegas sono usciti più rinfrancati che mai da quelle che dovevano essere le forche caudine della commissione. La lista è lunga. Il tentativo di rottamare una parte della antica burocrazia statale con il referendum costituzionale fallito il 4 dicembre 2016 è un stato un boomerang che ora sta presentando il conto.

IL CASO CARRAI HA AGITATO LE DIPLOMAZIE. E poi ancora: il tentativo non andato a buon fine di nominare Carrai come consulente per la cyber security con delega ai servizi dentro Palazzo Chigi, proprio lui imprenditore molto vicino a Israele, ha fatto drizzare le antenne alle diplomazie di mezzo mondo, compresa quella degli Stati Uniti.

Vegas da Casini, porta materiale banche

Giuseppe Vegas.

Non solo. Lo scandalo Consip, con il coinvolgimento di una parte del giglio magico renziano, compreso il padre Tiziano, ha creato fratture insanabili nella magistratura, nell’arma dei carabinieri, persino in un colonnello di lungo corso come il Capitano Ultimo, quello che arrestò Totò Riina. Per capirlo basta leggersi gli aggiornamenti del sito capitanoultimo.blog: chi ha orecchie per intendere intenda.

VA DI MODA IL “MODELLO CAMOMILLA”. L’area economico politica del Nord, quella ben impiantata a Milano, nei grandi studi legali o dei commercialisti di grido, ha iniziato a spostarsi su figure come quella di Gentiloni (“il modello Camomilla”, scrive Il Foglio in una lunghissima intervista al presidente del Consiglio) o meglio ancora sul ministro dello Sviluppo economico Carlo Calenda.

IL SUO OBIETTIVO? AVERE GLI ESTERI. Di più, nel capoluogo lombardo c’è chi inizia a bazzicare persino la classe dirigente vicino al segretario della Lega Matteo Salvini. Renzi è finito? C’è chi dice da tempo che il suo obiettivo sia quello di fare, un giorno, il ministro degli Esteri. Sempre che i tanti nemici non lo vogliano sgambettare per l’ennesima volta. (Giuseppe Da Rold Lettera43)

Ubi Banca pronta a cedere Npl fino a 1 miliardo

L’istituto ripensa le sue strategie sui crediti deteriorati, ma esclude prezzi da svendita o comunque non adeguati

 
 

Ubi Banca avrebbe allo studio una nuova strategia sui crediti deteriorati, che potrebbe comportare una dismissione di Npl fino a 1 miliardo. 

Finora la banca lombarda, che supera comodamente i requisiti patrimoniali fissati dalla Bce per il 2018, ha preferito gestire internamente il credito deteriorato, ma in queste settimane si starebbe ragionando su una svolta significativa. Lo scrive stamani MF-Milano Finanza. In particolare il gruppo guidato da Victor Massiah avrebbe allo studio una cessione di importo significativo che potrebbe attestarsi almeno attorno al miliardo di euro. La decisione comunque non è ancora stata presa.

Il cambio di strategia sugli npl tuttavia non significa che Ubi Banca intenda “distruggere valore”, come segnalato dai vertici dell’istituto. Al contrario, l’obiettivo è evitare prezzi da svendita o comunque non adeguati. Pertanto saranno prese in considerazione soltanto offerte con un spread bid-ask contenuto, riducendo così gli effetti sui requisiti regolamentari. Inoltre l’istituto potrà approfittare dei benefici previsti dalla first time adoption dei nuovi principi contabili internazionali Ifrs 9.

Questi ultimi infatti consentono, nella cosiddetta fase di first time adoption, di procedere ad accantonamenti sui crediti deteriorati senza addebito al conto economico ma con una decurtazione una tantum del patrimonio. Molte banche, anche italiane, stanno valutando questa opportunità che è possibile solo per chi ha capitale in eccesso rispetto ai requisiti richiesti da Francoforte.

In Borsa il titolo Ubi banca segna nei primi scambi +2% a 4,21 euro, proseguendo la buona intonazione di ieri (+3,25%). Il Ftse Mib avanza di oltre mezzo punto percentuale. (Finanzareport)

 

Carige, l’aumento nel mirino di Malacalza: «Necessario un chiarimento»

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Genova – Un mese dopo la conclusione dell’aumento di capitale, Malacalza Investimenti chiede al consiglio di amministrazione di Carige un «franco chiarimento sull’intera vicenda». Con una lettera indirizzata al presidente Giuseppe Tesauro, l’azionista di maggioranza muove una lunga serie di critiche in relazione «alla complessiva conduzione gestionale, legale e comunicativa dell’operazione da parte delle banche garanti, di Carige, dei consulenti legali di questa e dei suoi incaricati della comunicazione».

La lettera che Il Secolo XIX ha potuto visionare è datata 11 gennaio 2018 e porta la firma di Mattia Malacalza, figlio di Vittorio, vice presidente della banca. La ricapitalizzazione da 544 milioni si è conclusa a fine dicembre, nel rispetto di quanto richiesto dalla Bce, ma la banca ligure sembra non trovare pace. Ad alzare il livello di tensione è la famiglia Malacalza, che attraverso la holding Malacalza Investimenti detiene il 20,639% di Carige. Così come accaduto nel caso della sfiducia all’ex ad Guido Bastianini, sollevato dall’incarico dopo una lettera portata in cda (mozione poi votata a maggioranza), anche in questo caso la famiglia di industriali affida il suo pensiero a un documento scritto.

La lettera è già all’attenzione delle autorità di vigilanza: Consob, Bankitalia e Banca centrale europea. A sollevare il disappunto dell’azionista, l’operazione di rafforzamento patrimoniale e l’andamento del titolo registrato nelle settimane successive a Piazza Affari. Nel documento di cinque pagine, Malacalza Investimenti ricorda di avere «sventato» l’eventualità approvata dal cda, sia pure «in via subordinata», di un aumento di capitale «con totale esclusione del diritto di opzione degli azionisti».

Quindi lamenta come «la linea delle banche garanti del vertice direzionale della banca» si sia «orientata prioritariamente nel senso di ricercare investitori estranei alla compagine sociale, trascurando qualsiasi iniziativa di contatto, spiegazione e promozione dell’operazione verso la generalità degli azionisti, e rivolgendosi a quelli principali tardivamente e burocraticamente per richiedere l’assunzione di impegni di sottoscrizione».

Il riferimento è alle giornate in cui tra il consorzio di garanzia (composto da Deutsche Bank, Credit Suisse e Barclays) e Malacalza Investimenti si registrarono tensioni circa gli impegni di sottoscrizione che alla fine furono regolarmente firmati. In questo contesto l’azionista ricorda che, al fine di poter contribuire all’aumento in misura maggiore al 17,6% posseduto prima dell’aumento, fu chiesto alle autorità di vigilanza – e ottenuto – l’autorizzazione a salire fino al 28%.Banca Carige, ecco le ultime novità su Malacalza, Volpi e il consorzio di garanzia

Malacalza Investimenti denuncia poi di non essere stata a conoscenza «all’epoca dell’effettivo margine di rischio (che ancora oggi non ci risulta) che le banche garanti, a fronte di un compenso di svariate decine di milioni di euro, si sono assunte rispetto all’eventualità di mancata copertura integrale dell’aumento di capitale», accusando la banca di avere pubblicato, a tale proposito, «comunicazioni oscure e incoerenti». I Malacalza preannunciano quindi l’intenzione di «valutare, e se del caso perseguire, le responsabilità delle banche garanti», e denunciano l’esistenza di «un’azione sulla stampa, mirata ed assai efficace, condotta per porre in cattiva luce» l’azionista «e contrastarne la legittima influenza» su Carige.

Episodi, questi ultimi, che «si prestano a un’interpretazione che identifica una controparte, interna a Carige, di Malacalza Investimenti e del presidente della banca». «Siamo certi – conclude Mattia Malacalza – che il cda non mancherà di valutare le circostanze esposte e ne tenga debito conto anche riguardo ai rapporti della banca con i terzi responsabili di quanto rappresentato. Infine, confidiamo che il cda e il management possano ora concentrarsi sulla più efficace e sollecita attuazione del piano industriale, dalla quale l’azionariato si attende risultati finalmente positivi che si augura possano presto emergere sia dai conti della banca che dalla percezione della clientela». Contattata dal Secolo XIX, l a famiglia Malacalza ha fatto sapere di «non commentare gli atti di pertinenza del cda».(Gilda Ferrari Il SecoloXIX)

Chi paga i conti di Davos?

Il bilancio del Forum di Davos si è chiuso nel 2016 con un giro d’affari di 238 milioni di euro e un utile (reinvestito) di un milione. Il World economic forum che si apre oggi nella città svizzera e che raccoglie le persone più potenti del pianeta è infatti una organizzazione no-profit indipendente che non è legata né a singoli Stati né a organizzazioni internazionali, e che vive grazie al finanziamento di grandi aziende e società di tutto il mondo. Sul suo sito si possono leggere fatti e dati della sua attività. 

 

L’idea di questo incontro venne nel 1971 a Klaus Schwab, un economista svizzero nato in Germania che l’anno dopo organizzò il primo European Forum Management, raccogliendo qualche centinaio di presenze. Niente di paragonabile con le migliaia di persone e la copertura mondiale da parte dei media di cui l’appuntamento gode oggi. Nel 2000, dopo quasi trent’anni, il bilancio dell’organizzazione era arrivato a 31 milioni di euro: una cifra molto grossa, dell’ordine di grandezza delle spese correnti di un Comune come Lissone, in Brianza, o Collegno, vicino Torino, che hanno più di 45.000 abitanti. In 17 anni, però, questa cifra si è moltiplicata addirittura per otto, certificando un successo straordinario. 

 

La Fondazione ha un Consiglio di amministrazione, presieduto ancora dal professor Schwab, che quest’anno compie 80 anni, e una sorta di “consiglio di saggi” del quale fanno parte l’ex vicepresidente degli Stati Uniti Al Gore e il fondatore di Alibaba Jack Ma, la regina Rania al Abdullah di Giordania e la direttrice del Fondo Monetario Internazionale Christine Lagarde e molti altri opinion leader. Nel report del Forum è scritto che non vengono dati soldi a politici o partiti o altre organizzazioni e che non vengono pagati onorari a chi partecipa alle sue attività. Vengono pagati, invece, i circa 480 dipendenti che rappresentano comunque meno della metà del bilancio. Il resto, oltre 100 milioni di euro, se ne va nell’organizzazione delle attività, che ormai si estendono su tutto l’anno, ben oltre la settimana del meeting. 

 

A coprire tutti questi costi sono coloro che siedono in platea ad ascoltare gli ospiti del World economic forum: si tratta soprattutto di amministratori delegati e alti manager di aziende di livello mondiale. Per poter comprare un biglietto di ingresso bisogna però prima sostenere la fondazione ed esistono vari livelli di finanziamento possibile: si va da 50.000 a 500.000 euro. A queste cifre bisogna poi aggiungere la cifra richiesta per poter accedere ai giorni dell’evento.  

 

Andrew Ross Sorkin, giornalista del New York Times, aveva calcolato qualche anno fa quanto costi in effetti a un amministratore delegato accomodarsi in platea a Davos, da solo o in compagnia di qualche ospite. All’epoca in cui aveva pubblicato il suo articolo, nel 2011, le cifre andavano da 57.000 euro per una persona a 500.000 per cinque persone. Ma, aggiungeva il giornalista statunitense, vanno poi calcolate anche le spese di viaggio e di alloggio e magari quelle di un rinfresco da organizzare. Per l’economia di Davos, che è una città già ricca e famosa per gli sport invernali, il Forum rappresenta un grosso affare economico. 

 

La presenza maggiore è ancora degli ospiti statunitensi, che sono quindi anche i maggiori finanziatori del Forum, con oltre 800 persone, seguiti da svizzeri e britannici. Ma, calcola l’agenzia di informazione economica Bloomberg, sta crescendo moltissimo il numero di cinesi: quest’anno la Cina ha previsto oltre 100 presenze tra politici e uomini d’affari, mentre dieci anni fa erano meno di 30. 

I documenti della Fondazione spiegano che però gli esponenti della società civile, gli artisti, i ministri e i capi di Stato che arrivano da oltre 70 nazioni non pagano per partecipare. E, addirittura, alcuni gruppi, come quelli delle facoltà accademiche, ricevono rimborsi per il viaggio e la sistemazione. (Paolo Magliocco La Stampa)

Fca, scandalo negli Usa. Pastette tra manager e sindacati

Ex capo delle relazioni sindacali Fca si è dichiarato colpevole di pagamenti illeciti al leader del potente sindacato Uaw che negoziò la fusione Fiat-Chrysler

Fca, scandalo negli Usa. Pastette tra manager e sindacati

 
Occhio a un sindacalista troppo morbido e accondiscendente nelle trattative con l’azienda. Ci potrebbe esser qualcosa sotto. E’ questo che sembra insegnare la scandalosa vicenda dei pagamenti illeciti di Fiat Chrysler effettuati al leader del sindacato americano Uaw(United Automobile Workers) con fondi sottratti ai centri di formazione per i lavoratori del settore delle quattroruote (lo Uaw-Chrysler National Training Center di Detroit) e tornati in qualche modo con “graditi favori” anche al capo delle relazioni sindacali e dei rapporti coi dipendenti di Fca nel Michigan. Lauti bonifici frutto di una pesante complicità tra l’ex dirigente Chrysler e il capo negoziatore del principale sindacato Usa (che rappresenta oltre 100.000 lavoratori del settoreautomotive e referente sindacale nei negoziati con Fiat per la fusione con la Cenerentola delle tre case automobilistiche di Detroit) nata a latere della consuetudinaria liturgia dei tavoli delle relazioni industriali aziendali.

Alphons Iacobelli, cinquantottenne manager in pensione, per anni il capo dei rapporti sindacali coi dipendenti di Fiat Chrysler a Detroit, ha riconosciuto di aver violato il Labor Management Relations Act e si è appena dichiarato colpevole di aver pagato illegalmente il leader del sindacato americanoGeneral Holyfield(morto nel marzo 2015, ma resta indagata la moglie Monica Morgan) per oltre 1,5 milioni di dollari e di aver compilato una dichiarazione dei redditi falsa, che non ha incluso 840 mila dollari di introiti illecitamente sottratti al gruppo Fca. Ammissioni che gli costeranno circa otto anni di prigione.

La dichiarazione è arrivata sei mesi dopo che un gran giurì lo ha accusato di aver preso parte a una cospirazione per far transitare soldi del gruppo italo-americano guidato da Sergio Marchionne dal centro di formazione del sindacato ai leader di quest’ultimo.

Iacobelli è riuscito ad accaparrarsi una Ferrari 458 Spider da 350 mila dollari, due penne Montblanc d’oro per un totale di 71.400 dollari, ma anche anche una piscina da 96 mila dollari e una cucina nuova per la sua casa in Michigan e l‘estinzione immediata di un mutuo da oltre 260 mila dollari acceso dalla moglie di un leader sindacalista. Tutti acquisti effettuati, come storno di denaro, nel 2012 dal National Training Center di Detroit,  supervisionato proprio dal sindacato di Holyfield che in teoria avrebbe dovuto sempre strappare le migliori condizioni per le tute blu di Fiat-Chrysler e che invece era in combutta con la parte aziendale (fu spesso accusato – non a caso – di essere troppo morbido con il datore di lavoro).

I due hanno finito per prosciugare invece milioni di dollari da fondi dei centri per la formazione a stelle e strisce, fondati e finanziati dalla stessa Chrysler con somme fino a 31 milioni all’anno. Qual era il torbido giochino? Secondo quanto ha ricostruito Repubblica, i primi contatti fra i due ci furono già nel 2009, ma nel 2012 Holyfield aprì una no profit, la fondazione “Leave the Light on“. Ente che iniziò ad ingoiare tutti i fondi che Iacobelli con il suo complice Jerome Durden, un analista finanziario della divisione di accounting di Fca e guardacaso anche tesoriere della fondazione, versarono a Holyfield e destinati al National Training Center.

Qui l’ultimo passaggio: il centro di formazione saldava il conto della bella vita di Iacobelli e del capo sindacalista e signora. Fino all’ottobre 2013, quando la Uaw si insospettì dei movimenti di denaro del centro di formazione e scoperchiò il caso dell’associazione a delinquere creata all’oscuro anche di Fiat Chrysler. Il tutto alle spalle dei poveri lavoratori che pagano la tessera sindacale per essere rappresentati nel riuscire a migliorare le proprie condizioni in azienda. (affariitaliani)

 

AL GOVERNO ITALIANO CONVIENE LEGALIZZARE LA MARIJUANA? – LA SITUAZIONE NEGLI STATI UNITI, LE CONSEGUENZE IN CALIFORNIA, I COSTI PER LO STATO E LA CRESCITA NEI CONSUMI DI “EASY JOINT” – L’INCHIESTA DI MILENA GABANELLI

Milena Gabanelli e Andrea Marinelli per www.corriere.it

 

GABANELLIGABANELLI

La mattina del primo gennaio, in California, lunghe file di consumatori hanno atteso anche un’ora per acquistare legalmente, e per la prima volta, marijuana a scopo ricreativo nei negozi con regolare licenza. A renderlo possibile è stata la Proposition 64, a favore della quale si è espresso il 53% degli elettori dello Stato l’8 novembre 2016, giorno dell’elezione di Donald Trump.

 

All’inizio del 2018, ventuno anni dopo aver aperto la strada negli Stati Uniti alla marijuana medica (approvata il 5 novembre del 1996 con il cosiddetto Compassionate Use Act), la California è diventata dunque l’ottavo Stato in America a legalizzarne l’uso ricreativo, affiancando Alaska, Colorado, Maine, Massachusetts, Nevada, Oregon e Stato di Washington, dove i cittadini si sono espressi tramite referendum fra il 2012 e il 2016, negli anni della presidenza Obama.

 

IL PUGNO DURO DELL’AMMINISTRAZIONE TRUMP

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Proprio per prendere le distanze dalle politiche permissive della precedente amministrazione e per fermare l’ondata di legalizzazione degli ultimi anni, appena tre giorni dopo l’entrata in vigore della Proposition 64 l’amministrazione Trump ha emesso una direttiva per abolire le linee guida varate nel 2013 dall’ex presidente Obama, che limitavano l’interferenza federale nel processo di legalizzazione degli Stati e invitava giudici e polizia federale a non adottare interventi repressivi negli Stati in cui la marijuana era stata legalizzata.

 

Il memo diffuso dal ministro di Giustizia Jeff Sessions ha esplicitamente invitato tutti gli Stati a tornare alla vecchia legge del 1970, il Controlled Substances Act, che proibiva coltivazione, distribuzione e possesso di marijuana. In un Paese in cui la marijuana ricreativa resta comunque illegale a livello federale, la decisione di Sessions, ha scritto Massimo Gaggi sul Corriere della Sera, ha «aggiunto incertezza, dando ai rappresentanti a locali la possibilità di intervenire con ampi margini di discrezionalità. Se non è una dichiarazione di guerra alla nascente industria della cannabis poco ci manca».

 

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L’ENTRATA IN VIGORE IN CALIFORNIA

Intanto in California, almeno all’inizio, non sarà facile acquistare marijuana legalmente: i negozi dovranno ottenere sia una licenza statale che una municipale, e la precedenza è stata dati ai dispensari che già fornivano cannabis per fini medici.

 

Lo Stato, infatti, ha varato un complesso regolamento di 276 pagine che si aggiunge ai diversi regolamenti di ogni municipio e contea e che ha permesso ad appena 90 negozi di cominciare le vendite già il primo gennaio. A Los Angeles e San Francisco, a causa della lenta approvazione dei regolamenti locali, la vendita è stata per esempio ritardata, mentre altre città più conservatrici — in particolare Fresno, Bakersfield e Riverside — hanno approvato dei regolamenti per proibirla a livello locale.

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LA LEGGE CALIFORNIANA

Secondo la Proposition 64, le persone con più di 21 anni potranno possedere fino a un’oncia di cannabis, ovvero 28 grammi, e potranno coltivare un massimo di sei piante privatamente, a patto che abbiano ottenuto una licenza. Per i dolci e le torte a base di marijuana i grammi scendono a 8. I negozi, oltretutto, non potranno vendere nulla fra le 22 e le 6 del mattino.

 

Nonostante le norme stringenti, o forse proprio a causa di queste, il nuovo mercato della marijuana rischierà di offrire involontariamente un’opportunità di riciclaggio di denaro sporco: in un Paese in cui quasi tutte le transazioni sono effettuate elettronicamente, per la cannabis tutto va fatto usando denaro contante. Essendo il commercio di marijuana ancora proibito a livello nazionale, infatti, le banche temono rappresaglie delle autorità federali.

 

I COSTI

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Nonostante questi primi impedimenti, si stima che il mercato della marijuana ricreativa in California toccherà i 7 miliardi di dollari annui già nel 2020. Lo Stato, inoltre, punta a guadagnarne uno in tasse e a risparmiare 100 milioni nella lotta all’attività di spaccio. Secondo il sito specializzato greenstate.com, la marijuana ricreativa legale non sarà economica, ma in media costerà circa 8 dollari in più rispetto al mercato nero: 3,5 grammi si potranno acquistare per circa 58 dollari.

 

Un’analisi di Marketwatch sostiene però che i costi si potrebbero ridurre fino al 50% se il mercato seguirà quello che è successo in Colorado e nello Stato di Washington, i primi due Stati a vendere marijuana ricreativa legalmente.

MARIJUANAMARIJUANA

 

QUALI SONO I RISCHI E QUALI I VANTAGGI DELLA LEGALIZZAZIONE?

Proprio per questo Colorado e Stato di Washington si sono trasformati in laboratori, diventando protagonisti di numerosi studi e ricerche. Il più completo è quello annuale realizzato dalla Drug Policy Alliance, organizzazione no profit che si batte contro la cosiddetta «guerra alla droga». Dallo studio del 2016, l’ultimo disponibile, emergono quattro punti fondamentali:

 

1) l’uso fra gli adolescenti non è aumentato: in Colorado, per esempio, è calato del 3,8% fra il 2009 e il 2015;

 

2) gli arresti per marijuana sono calati facendo risparmiare agli Stati milioni di dollari (in Colorado sono calati del 46% fra il 2012 e il 2014);

 

marijuana lightMARIJUANA LIGHT

3) gli incidenti stradali per alterazione non sono aumentati (-18% in Colorado fra il 2014 e il 2015, -8% nello Stato di Washington fra il 2013 e il 2014);

 

4) il fisco ha incassato 220 milioni nello Stato di Washington, mentre il Colorado, nei primi tre anni, è arrivato a mezzo miliardo di dollari.

 

In entrambi gli Stati le tasse arrivano al 37%, mentre in California l’imposta statale sarà del 15%, a cui si aggiungeranno le tasse locali e l’Iva: a Oakland, per esempio, l’aliquota cittadina arriverà al 10%, che sommate a Iva statale e locale (6% e 3,25%), farà salire il totale al 34,25%.

BARRETTA ALLA MARIJUANABARRETTA ALLA MARIJUANA

 

NEL RESTO DEL MONDO

Nel resto del mondo, la marijuana è legale nei coffeshop olandesi (fuori dalla porta, tuttavia, il possesso di cannabis resta vietato e tollerato solo al di sotto dei 5 grammi) e in Uruguay, primo Paese ad averla legalizzata nel 2013. Se in America il mercato è stato liberalizzato e sono spuntati rivenditori di marjuana in tutti gli Stati che ne hanno legalizzato il commercio, in Uruguay sono solo le farmacie a venderla, ad un prezzo inferiore rispetto a quello dello strada: 1,30 dollari invece di 3, anche se i consumatori devono registrarsi prima presso il governo e potranno acquistare un massimo di 10 grammi alla settimana tramite impronta digitale.

 

A maggio erano 3.500 le persone registrate su una popolazione 3,4 milioni, 6.700 si erano segnati per coltivarla in casa ed erano stati aperti 57 club privati. Fra le mille farmacie del Paese, solo 30 si sono registrate per vendere marijuana. I dati, tuttavia, sono ancora pochi per fare un bilancio.

 

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COSA SUCCEDE IN ITALIA

In Italia il consumo di marijuana è ancora illegale, benché decriminalizzato, ma è possibile acquistare la cosiddetta cannabis light prodotta e venduta, fra gli altri, dall’azienda italiana EasyJoint, che contiene meno dello 0,6% (il limite di legge consentito) di thc — il principio attivo responsabile degli effetti psicoptropi — ed è quindi legale. Nei primi sei mesi, EasyJoint ha fatto registrare un boom di vendite: dicono di aver venduto 14 tonnellate di canapa.

 

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Per quanto riguarda la marijuana ricreativa, alla Camera è stata in discussione per oltre due anni una proposta di legge bipartisan sulla legalizzazione (depositata dall’intergruppo parlamentare e sostenuta per lo più da membri di Pd, Sel e M5S) per l’uso ricreativo, ma si è arenata ed è stata «sterilizzata» alla fine del 2017: ne sono state approvate solo alcune parti relative all’uso terapeutico, che hanno di fatto messo a norma la situazione già esistente senza introdurre novità.

 

Ad oggi, dunque, il medico può prescrivere medicinali di origine vegetale a base di cannabis per la terapia del dolore e altri impieghi medici. La ricetta deve essere monouso, dovrà essere indicata la durata del trattamento, che non potrà superare i tre mesi, e i farmaci a base di cannabis prescritti dal medico saranno a carico del servizio sanitario nazionale, tramite uno stanziamento di 1,7 milioni di euro.

 

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Tutto il processo di coltivazione, preparazione e distribuzione alle farmacie resta affidato allo Stato, con il monopolio dello stabilimento chimico farmaceutico militare di Firenze che però non basta a soddisfare la richiesta: arriverà a produrre 150 chilogrammi di cannabis entro due anni, e in caso di necessità potrà essere autorizzata l’importazione dai Paesi Bassi, unico Paese europeo ad esportare un massimo di 200 chilogrammi. Anche la somma di 350 chili annui è però unanimemente giudicata troppo bassa per rispondere alla domanda di farmaci.

 

LA PROPOSTA SMONTATA

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Prima che fosse sterilizzata e di fatto sepolta, la proposta di legge era stata smontata anche dall’economista Marcello Esposito, professore di International Financial Markets all’università Cattaneo di Castellanza.

 

«Nella legalizzazione della cannabis ci sono sostanzialmente tre obiettivi che si potrebbero voler perseguire: protezione dei consumatori; risparmio dei costi di repressione; maggiori introiti fiscali», ha scritto Esposito. «Il problema è che questi tre obiettivi non sono ottenibili tutti insieme. Se ne possono ottenere solo due per volta, sacrificando il terzo».

 

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In poche parole, spiega l’economista, «massimizzare gli introiti fiscali e proteggere i consumatori significa sconfiggere la competizione del mercato illegale. Questo non si può ottenere se non intensificando le azioni repressive delle Forze di Polizia.

 

Massimizzare gli introiti fiscali e rinunciare alla repressione si può ottenere solo estendendo la platea dei consumatori del mercato legale oltre il perimetro di coloro che si servono presso l’attuale mercato illegale. Infine, se si vuole spazzare via il mercato illegale e risparmiare sui costi di repressione, è necessario azzerare l’incidenza fiscale sulla cannabis legalizzata. Ma in questo caso ne deriva che gli introiti fiscali si azzerano». Secondo Esposito, infatti, una tassazione finale al consumo del 75% del prezzo di vendita — come quella del tabacco — non sarebbe sostenibile per eliminare il mercato nero.

 

Un parere sulla proposta di legge lo ha espresso anche la Direzione Nazionale Antimafia, alla Camera dei Deputati: «Nei limiti e con le precisazioni fornite, la legalizzazione della cannabis è un approdo logico e coerente del sistema a fronte dei deludenti risultati ottenuti con una politica della criminalizzazione».

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LE ELEZIONI POLITICHE DEL 4 MARZO

La questione è tornata d’attualità con le elezioni politiche del prossimo 4 marzo. A riportarla all’attenzione degli elettori è stata la lista +Europa di Emma Bonino, che in un post su Facebook ha annunciato di voler «autorizzare l’auto-coltivazione fino a 5 piante; regolamentare la produzione e la vendita con norme precise, con chiare indicazioni sul livello di Thc e con un efficiente sistema di sanzioni; garantire la cannabis terapeutica alle persone che soffrono di determinate patologie con il monitoraggio del ministero della Salute».

 

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Ancora una volta, l’obiettivo della lista che fa a capo a Emma Bonino non è promuovere l’uso della cannabis ma, piuttosto, regolamentarlo «per sottrarre profitti alle mafie e alla criminalità collegata alla produzione e allo spaccio e per ridurre il sovraffollamento delle carceri».(dagospia.com)

Crisi aziendale a Torri di Quartesolo della Omba dei Malacalza, on Filippo Crimì (Pd): presentata interrogazione su insolvenze di Condotte legate a crediti con lo Stato

Carige, ecco avanzate e scivoloni di Vittorio Malacalza

 

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Com’è purtroppo avvenuto per la Lovato Gas, un’altra azienda nel vicentino sta affrontando un momento di grandi difficoltà. L’11 gennaio, infatti, per la Omba di Torri di Quartesolo è stata avviata la procedura di licenziamento collettivo. La proprietà (famiglia Malacalza, ndr), con sede a Genova, al momento ha comunicato di non aver più alcun interesse su Omba ed ha lasciato all’iniziativa dei dipendenti l’eventuale prosecuzione del lavoro, confermando altrimenti l’intenzione di chiudere l’azienda.Con il supporto del portavoce dei dipendenti Diego Marchioro, mi sono mosso per presentare un’interrogazione con la quale portare a conoscenza della situazione i Ministeri competenti e coinvolgere i Ministri Calenda e Padoan.

Ho chiesto, altresì, un intervento urgente per risolvere la negativa catena di insolvenze originatasi con Condotte, un’azienda che anche a causa di un credito con lo Stato Italiano, non riesce a risolvere un altro grosso debito verso Omba. Le opzioni alternative alla chiusura che si possono immaginare attualmente per Omba sono: l’acquisizione da parte di un nuovo gruppo industriale o la costituzione di una società cooperativa dei dipendenti, comunque con la partecipazione di un partner industriale o finanziario che finanzi l’operazione.

Confidiamo che coinvolgendo i più alti vertici dell’amministrazione e della politica si riesca a trovare una soluzione e a mantenere così la piena funzionalità di Omba, dato che la chiusura dell’attività sarebbe un danno gravissimo per la comunità di Torri di Quartesolo, in termini di occupazione diretta e anche di indotto, oltre al patrimonio di conoscenze maturate negli anni che con un eventuale chiusura verrebbe disperso.

on Filippo Crimì (Pd) (Vicenzapiu)

LE RIFORME SI FANNO CON IL VOTO, NON SENZA

Stanno venendo fuori in tutto l’orrore quelli che, nell’Europa tedesca come in Italia, pensavano e tuttora credono di fare le riforme senza fare votare gli italiani. Le riforme imposte. Così come i governi imposti. Tutto senza il voto e il volere degli italiani. La realtà e la Costituzione vogliono – e non a caso, ovviamente – che solo il voto elettorale sia intimamente e giustamente legato e collegato alle riforme necessarie di un Paese, da cui difatti conseguono e scaturiscono.

Quali sarebbero le “riforme” dei non eletti? Quelle che hanno imbrogliato e imbrogliano gli italiani. Tutto ciò che è stato e viene tuttora fatto senza elezioni è contro gli italiani, perché essi non hanno deciso. Hanno non riformato al posto degli italiani e contro gli italiani, i mai scelti nè eletti al potere rubato. E ancora adesso, con la legge elettorale che si sono costruiti su misura, vogliono fare finta col trucco di venire eletti, e vogliono ancora perpetrare lo situazione in cui ci troviamo, e cioè quella di avere non riforme imposte da non eletti. Dunque, non riforme inutili e per noi tutti dannose. Ecco come stanno facendo: la nuova legge elettorale prevede in minima parte il voto diretto cioè che al volere dell’italiano corrisponda l’eletto designato, differentemente questi attaccati alla poltrona, oggi rubata ed illegittima, si stanno incuneando ed inserendo di nascosto nelle pieghe della nuova legge elettorale che, in un gioco di collegi uninominali e del proporzionale, consente, con i nostri voti, di venire “eletto”, o meglio di passare contro il volere degli italiani in Parlamento, senza i voti diretti. Ecco perché i vari Casini della commissione di insabbiamento delle truffe delle banche contro gli italiani, o i Gentloni/Renzi/Boschi del depredamento di Banca Etruria e le altre in danno dei risparmiatori italiani e dei soldi, tanti, fatti lucrare a De Benedetti ed alla fondazione Open con lo spifferamento della notizia riservata del decreto in arrivo (è il reato di insider trading).

Ma in Italia i giudici, si sa, si muovono quando vanno sul sicuro contro si tratta di fare valere i reati contro gli italiani, di difenderci, come per Fini e compagnia che hanno aspettato otto anni. Chissà quanti anni e quanti danni dovremo aspettare e vedere riguardo a tutti i rappresentanti dei governi mai eletti Monti, Letta, Renzi, Gentiloni. La giustizia tarda, è lenta e successiva, intanto i danni diventano permanenti, e gli italiani pagano ingiustamente per il sistema truffa in loro/nostro danno) stanno cercando disperatamente di “passare” contro il volere degli italiani, inserendosi là dove hanno dato i nostri soldi a gratis per lucrare oggi il loro lurido posto in Parlamento non voluti. Ecco l’ennesimo imbroglio dei non voluti contro gli italiani e con i loro, i nostri soldi.
Le riforme vere si possono fare solo ed unicamente corrispondendo la volontà tutta degli italiani con ciò che essi esprimono e vogliono. Anche Mattarella dunque, che non può non sapere, è responsabile di ciò che lascia che succeda adesso, e cioè che al voto del 4 marzo 2018 non corrisponda la reale ed effettiva volontà degli italiani, volontà che è l’unico motore e scaturigine vera di riforme effettive ed effettivamente autentiche. Solo la volontà dei cittadini italiani “fotografata” e riportata con il voto elettorale diretto e senza imbrogli e raggiri nella legge elettorale stessa, dà al Paese le riforme di cui necessita. Non altro.

Anzi, tutto il resto, è e continuerà ad essere contro gli italiani, in quanto da essi stessi cioè da noi non scelto nè voluto. E come tutte le cose imposte, oltre che in violazione delle nostre basilari regole democratiche, non funziona, non serve, ci danneggia. Ci vuole una pronuncia della Corte Costituzionale che armonizzi la nuova legge elettorale stabilendo il voto diretto degli italiani. Solo così avremo e verranno fatte le riforme che faranno funzionare il Paese. Le riforme si fanno cioè con il voto diretto di tutti gli italiani. In assenza di tale “fotografia” della volontà degli italiani tutti, rimarremo come siamo oggi, e cioè con non riforme imbroglio in danno e contro gli italiani, cioè contro noi tutti.

Francesca Romana Fantetti Scenarieconomici

Generali, gli intrecci milanesi di Donnet

Il manager francese si è assicurato una fastosa suite al Mandarin Oriental. Ed è ormai in pianta stabile nel capoluogo meneghino. Dove coltiva amicizie di lunga data e (forse) non solo.

Nella city milanese l’arrivo in pianta stabile ha sollevato qualche interrogativo. Philippe Donnet ha scelto Milano come seconda dimora. A prima vista la decisione può sembrare banale, ma non lo è per chi conosce il ceo delle Assicurazioni Generali. Cerchiamo di spiegare il perché. Donnet, come tutti i francesi, è attratto dall’Italia. E, come quasi tutti i francesi, non ama gli italiani. È però un uomo intelligente capace di mascherare i sentimenti, mitigare il senso di superiorità e modellare le ambizioni. Queste doti fanno sì che difficilmente si scoraggi nelle difficoltà (leggi il tentativo di Intesa su Generali) aiutato anche da un forte carattere, forgiato da anni di pratica del gioco del rugby. Anche la sua carriera professionale rispecchia il suo modo di essere che non è cambiato da quando, alla metà degli Anni 80, si laureò prima all’Ecole Polytecnique poi all’Institut des Actuaires, con voti così brillanti da attrarre l’attenzione di Claude Bébéar, creatore di Axa. È iniziata qui una brillante carriera, prima in patria e poi, sempre sotto la bandiera del gruppo transalpino, in Canada, Italia e Giappone. Fino al 2007 quando, spinto dall’inarrestabile ascesa di Henri de Castries, ha dato le dimissioni per dirigere l’espansione in Asia del fondo di private equity Wendel.

 

DA TRIESTE A VENEZIA. Poi improvvisamente il ritorno in Europa. L’occasione per la rivincita è arrivata nell’ottobre 2013, quando ha risposto alla chiamata di Vincent Bollorè, azionista forte di Mediobanca, e di Mario Greco, diventando direttore generale della compagnia triestina. Ma l’incarico è risultato subito stretto a Donnet che nel giro di due anni ha preso il posto dello stesso Greco. Anche l’asburgica Trieste è apparsa inadeguata al manager transalpino che ha scelto come sua dimora l’affascinante Venezia. Abita infatti a palazzo Morosini, a due passi dal Campo Santa Marta Formosa, dove il mitico Antoine Bernheim aveva la sua residenza. Il richiamo, pur essendo lui di origini corse, della madre patria è però sempre forte. E, appena trova il tempo, Donnet si rifugia nel castelletto vicino a Orléans dove vive attorniato da un migliaio di ettari di campagna che è il suo vero amore come dimostra la cura che ha riservato al rilancio di Genagricola. Qui si dedica alla caccia e produce vino, anche se la sua vera passione sono i boschi di rovere che circondano la tenuta.

Il rendering della corte del bar bistrot
 

UNA FASTOSA E PRESIDENZIALE SUITE. Ultimamente però Donnet ha cominciato a frequentare assiduamente un’altra città: proprio Milano. Anzi, il cuore della città meneghina. Si è infatti assicurato una fastosa e presidenziale suite al Mandarin Oriental. Il prestigioso hotel è situato a pochi passi da La Scala e da piazzetta Cuccia, sede di Mediobanca. Difficile capire il motivo di questa decisione. Forse, Donnet è rimasto colpito da uno studio dell’istituto milanese, principale azionista delle Generali, che confronta la compagnia triestina con Axa. Un interessante report che premia l’assicurazione francese a scapito della società italiana. O, più banalmente, si tratta di questioni di amicizia. A Milano Donnet ha la possibilità di frequentare maggiormente due compagni di vecchia data, il numero uno di Vivendi-Telecom Bolloré e l’amministratore delegato di Unicredit Jean Pierre Mustier.(Giovanna Predoni Lettera43)

 

 

 

 

 

 

IL PRIMO PARTITO? QUELLO DEGLI ASTENUTI! NONOSTANTE I RICHIAMI DI MATTARELLA, I SONDAGGI DANNO GLI “APOTI” TRA IL 30 E IL 40% – AL NORD E A SINISTRA IL RISCHIO PIÙ GRANDE – ILVO DIAMANTI: “SI TRATTA DELLA METÀ DEGLI ELETTORI. MA, COME INSEGNANO LE ULTIME POLITICHE, LA SVOLTA VERA AVVIENE NEI GIORNI CHE PRECEDONO IL VOTO…”

Lavinia Rivara per la Repubblica

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Un fantasma si aggira nelle stanze del Palazzo e allunga la sua ombra sulle urne del 4 marzo. È quello che in ogni sondaggio si piazza come il primo partito, oscillando tra il 30 e il 40%: lo spettro dell’ astensionismo.

 

Così inquietante che Sergio Mattarella ha lanciato già due volte l’ allarme a distanza di pochi giorni, perché «nessuno deve chiamarsi fuori o limitarsi a guardare».

 

L’ allarme si fonda su molti indizi. Il trend degli ultimi venti anni segnala una costante flessione dell’ affluenza in Italia e le amministrative del 2016 e del 2017 hanno acceso i riflettori su alcuni aspetti nuovi: il crollo della partecipazione al nord e l’ aumento del fenomeno nell’ elettorato di centrosinistra Il partito dell’ astensione Come emerge dall’ ultimo Atlante politico di Demos & pi pubblicato da Repubblica, il 33 per cento degli italiani, circa 15 milioni di elettori, è incerto, reticente, potenzialmente incline ad astenersi.

 

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Per Ilvo Diamanti, presidente di Demos e ordinario all’ università di Urbino, gli indecisi sono anche di più: «Secondo me si tratta della metà degli elettori. Ma, come insegnano le ultime politiche, la svolta vera avviene nei giorni che precedono il voto». È qui che, secondo Diamanti, i sondaggi esplicano la loro la principale funzione: «Non tanto prevedere i risultati, quanto orientare gli elettori in una direzione o in un’ altra, verso il voto da loro ritenuto utile».

 

Alle politiche del 2013 l’ affluenza toccò il 75,2%, ancora alta rispetto ad altre democrazie occidentali, ma per noi il minimo storico. E poi ha continuato a scendere: 58% alle europee 2014, 54% alle regionali 2015, 59,9 al primo turno delle comunali 2016, 59,7 a quelle del giugno scorso.

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«Negli ultimi dieci anni, con la crisi economica, i partiti della seconda Repubblica sono apparsi agli elettori incapaci di sostenere chi era in difficoltà» spiega Dario Tuorto, professore di sociologia all’ università di Bologna. «Ma il fenomeno è stato in parte frenato dall’ entrata in scena dei 5Stelle nel 2013».

 

La sorpresa al Nord È alle ultime due tornate di comunali che si manifesta con evidenza un’ inversione di tendenza nelle dinamiche astensioniste: le punte più alte si toccano al Centro Nord, piuttosto che al Sud. Come si vede nella tabella di Demos e Pi sulle amministrative del giugno 2017 l’ affluenza al primo turno nel Nord Ovest si ferma al 54,8%, nel Nord Est al 57,7 e nell’ Italia centrale al 57,3, mentre nel Centro Sud e nelle Isole si attesta sopra il 63%. Forte il calo in Lombardia, Piemonte e Veneto (oltre l’ 8% sulle precedenti), mentre in Emilia si tocca il 10%. Colpisce la fuga dalle urne a Genova (48%), Como (49%) e in altri comuni lombardi. Tra tutti Sesto San Giovanni, tradizionale roccaforte rossa dove la partecipazione si ferma al 50,9%.

 

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Del resto nelle comunali dell’ anno prima l’ affluenza era scesa di quasi 13 punti a Milano, 12 a Bologna, 10 a Ravenna e Rimini. Spiega Marco Valbruzzi, coordinatore del Cattaneo: «Al Sud l’ affluenza tiene alle amministrative perché il voto si fonda su una rete di rapporti territoriali, personali o clientelari.

 

Al nord invece alla scomparsa dell’ appartenenza ideologica si è aggiunta la sfiducia verso i risultati dei governi locali». Si sottre in parte a questa la logica la Sicilia dove, alle ultime regionali, la partecipazione è diminuita ancora (46,7%), scendendo sotto il 40% nelle provincia di Agrigento e toccando il record del 20% in centri come Acquaviva Platani (Caltanissetta).

 

Ma la grande incognita che pesa ora sulle politiche, quando il voto assume un carattere più identitario se non ideologico, è se il Nord e le Regioni Rosse torneranno a votare. «Oggi gli elettori devono avere buoni motivi per andare alle urne» osserva Fabio Bordignon , che insegna Scienza politica all’ università di Urbino. «Se la posta in gioco è elevata, come dimostra il referendum costituzionale, la mobilitazione è alta».

L’ astensionismo insomma è diventato selettivo.

 

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La fuga a sinistra Clamoroso il dato dell’ Emilia alle regionali 2014, quando andarono a votare 4 elettori su 10. «È stato un chiaro segnale di rottura tra i partiti del centrosinistra e la loro base» dice Valbruzzi. Che mette in evidenza un altro fenomeno: «Se in passato l’ area degli indecisi conteneva solo un 20% di ex elettori di centrosinistra, oggi si arriva al 30% a causa del disorientamento per l’ offerta politica in quell’ area». Una tendenza osservata anche da Bordignon: «Ciò significa che ora il Pd ha margini di recupero superiori agli altri? Probabilmente sì, anche se rimobilitare i propri ex elettori non è operazione così agevole».

 

Chi si astiene Secondo i dati Itanes sulle politiche 2013 quasi il 60% di chi si astiene è un lavoratore subordinato, mentre oltre il 30% appartiene alla classe media impiegatizia e alla piccola borghesia. Le motivazioni prevalenti sono la sfiducia verso il voto(23%), la protesta contro i partiti (17%), l’ assenza di un a forza in cui riconoscersi (8%). E i giovani? Dalla metà degli anni 2000 in poi «hanno votato sempre meno, allargando il divario con gli adulti», spiega Tuorto, che sul voto giovanile ha scritto un libro (“L’ attimo fuggente”, il Mulino). Se dall’ 85 al 2006 tra i 18 e i 30 anni andava alle urne oltre l’ 87%, nel 2013 eravamo scesi al 74,5%, assai vicino al 71% degli over 60, cioè la generazione più incline all’ astensione. Mentre tra i 30 e i 60 anni la partecipazione al voto è stata dell’ 80%. «Pesa il precariato giovanile – sostiene Tuorto – e la scarsa attenzione dei partiti verso le nuove generazioni, poco influenti sul risultato elettorale».

 

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Il nuovo sistema Il Rosatellum può modificare le dinamiche dell’ astensione? «I collegi uninominali – sostiene Valbruzzi – potrebbero favorire una tenuta della partecipazione nel Centro-Sud, proprio perché incentivano una politica territoriale fatta di relazioni personali». Ma attenzione, come avverte Bordignon, la possibilità che il nuovo sistema non garantisca maggioranze certe può avere l’ effetto contrario: «La motivazione del voto si indebolisce se viene ritenuto non decisivo per il futuro del Paese e per la sua governabilità».(dagospia.com)

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