IL PRIMO PARTITO? QUELLO DEGLI ASTENUTI! NONOSTANTE I RICHIAMI DI MATTARELLA, I SONDAGGI DANNO GLI “APOTI” TRA IL 30 E IL 40% – AL NORD E A SINISTRA IL RISCHIO PIÙ GRANDE – ILVO DIAMANTI: “SI TRATTA DELLA METÀ DEGLI ELETTORI. MA, COME INSEGNANO LE ULTIME POLITICHE, LA SVOLTA VERA AVVIENE NEI GIORNI CHE PRECEDONO IL VOTO…”

Lavinia Rivara per la Repubblica

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Un fantasma si aggira nelle stanze del Palazzo e allunga la sua ombra sulle urne del 4 marzo. È quello che in ogni sondaggio si piazza come il primo partito, oscillando tra il 30 e il 40%: lo spettro dell’ astensionismo.

 

Così inquietante che Sergio Mattarella ha lanciato già due volte l’ allarme a distanza di pochi giorni, perché «nessuno deve chiamarsi fuori o limitarsi a guardare».

 

L’ allarme si fonda su molti indizi. Il trend degli ultimi venti anni segnala una costante flessione dell’ affluenza in Italia e le amministrative del 2016 e del 2017 hanno acceso i riflettori su alcuni aspetti nuovi: il crollo della partecipazione al nord e l’ aumento del fenomeno nell’ elettorato di centrosinistra Il partito dell’ astensione Come emerge dall’ ultimo Atlante politico di Demos & pi pubblicato da Repubblica, il 33 per cento degli italiani, circa 15 milioni di elettori, è incerto, reticente, potenzialmente incline ad astenersi.

 

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Per Ilvo Diamanti, presidente di Demos e ordinario all’ università di Urbino, gli indecisi sono anche di più: «Secondo me si tratta della metà degli elettori. Ma, come insegnano le ultime politiche, la svolta vera avviene nei giorni che precedono il voto». È qui che, secondo Diamanti, i sondaggi esplicano la loro la principale funzione: «Non tanto prevedere i risultati, quanto orientare gli elettori in una direzione o in un’ altra, verso il voto da loro ritenuto utile».

 

Alle politiche del 2013 l’ affluenza toccò il 75,2%, ancora alta rispetto ad altre democrazie occidentali, ma per noi il minimo storico. E poi ha continuato a scendere: 58% alle europee 2014, 54% alle regionali 2015, 59,9 al primo turno delle comunali 2016, 59,7 a quelle del giugno scorso.

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«Negli ultimi dieci anni, con la crisi economica, i partiti della seconda Repubblica sono apparsi agli elettori incapaci di sostenere chi era in difficoltà» spiega Dario Tuorto, professore di sociologia all’ università di Bologna. «Ma il fenomeno è stato in parte frenato dall’ entrata in scena dei 5Stelle nel 2013».

 

La sorpresa al Nord È alle ultime due tornate di comunali che si manifesta con evidenza un’ inversione di tendenza nelle dinamiche astensioniste: le punte più alte si toccano al Centro Nord, piuttosto che al Sud. Come si vede nella tabella di Demos e Pi sulle amministrative del giugno 2017 l’ affluenza al primo turno nel Nord Ovest si ferma al 54,8%, nel Nord Est al 57,7 e nell’ Italia centrale al 57,3, mentre nel Centro Sud e nelle Isole si attesta sopra il 63%. Forte il calo in Lombardia, Piemonte e Veneto (oltre l’ 8% sulle precedenti), mentre in Emilia si tocca il 10%. Colpisce la fuga dalle urne a Genova (48%), Como (49%) e in altri comuni lombardi. Tra tutti Sesto San Giovanni, tradizionale roccaforte rossa dove la partecipazione si ferma al 50,9%.

 

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Del resto nelle comunali dell’ anno prima l’ affluenza era scesa di quasi 13 punti a Milano, 12 a Bologna, 10 a Ravenna e Rimini. Spiega Marco Valbruzzi, coordinatore del Cattaneo: «Al Sud l’ affluenza tiene alle amministrative perché il voto si fonda su una rete di rapporti territoriali, personali o clientelari.

 

Al nord invece alla scomparsa dell’ appartenenza ideologica si è aggiunta la sfiducia verso i risultati dei governi locali». Si sottre in parte a questa la logica la Sicilia dove, alle ultime regionali, la partecipazione è diminuita ancora (46,7%), scendendo sotto il 40% nelle provincia di Agrigento e toccando il record del 20% in centri come Acquaviva Platani (Caltanissetta).

 

Ma la grande incognita che pesa ora sulle politiche, quando il voto assume un carattere più identitario se non ideologico, è se il Nord e le Regioni Rosse torneranno a votare. «Oggi gli elettori devono avere buoni motivi per andare alle urne» osserva Fabio Bordignon , che insegna Scienza politica all’ università di Urbino. «Se la posta in gioco è elevata, come dimostra il referendum costituzionale, la mobilitazione è alta».

L’ astensionismo insomma è diventato selettivo.

 

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La fuga a sinistra Clamoroso il dato dell’ Emilia alle regionali 2014, quando andarono a votare 4 elettori su 10. «È stato un chiaro segnale di rottura tra i partiti del centrosinistra e la loro base» dice Valbruzzi. Che mette in evidenza un altro fenomeno: «Se in passato l’ area degli indecisi conteneva solo un 20% di ex elettori di centrosinistra, oggi si arriva al 30% a causa del disorientamento per l’ offerta politica in quell’ area». Una tendenza osservata anche da Bordignon: «Ciò significa che ora il Pd ha margini di recupero superiori agli altri? Probabilmente sì, anche se rimobilitare i propri ex elettori non è operazione così agevole».

 

Chi si astiene Secondo i dati Itanes sulle politiche 2013 quasi il 60% di chi si astiene è un lavoratore subordinato, mentre oltre il 30% appartiene alla classe media impiegatizia e alla piccola borghesia. Le motivazioni prevalenti sono la sfiducia verso il voto(23%), la protesta contro i partiti (17%), l’ assenza di un a forza in cui riconoscersi (8%). E i giovani? Dalla metà degli anni 2000 in poi «hanno votato sempre meno, allargando il divario con gli adulti», spiega Tuorto, che sul voto giovanile ha scritto un libro (“L’ attimo fuggente”, il Mulino). Se dall’ 85 al 2006 tra i 18 e i 30 anni andava alle urne oltre l’ 87%, nel 2013 eravamo scesi al 74,5%, assai vicino al 71% degli over 60, cioè la generazione più incline all’ astensione. Mentre tra i 30 e i 60 anni la partecipazione al voto è stata dell’ 80%. «Pesa il precariato giovanile – sostiene Tuorto – e la scarsa attenzione dei partiti verso le nuove generazioni, poco influenti sul risultato elettorale».

 

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Il nuovo sistema Il Rosatellum può modificare le dinamiche dell’ astensione? «I collegi uninominali – sostiene Valbruzzi – potrebbero favorire una tenuta della partecipazione nel Centro-Sud, proprio perché incentivano una politica territoriale fatta di relazioni personali». Ma attenzione, come avverte Bordignon, la possibilità che il nuovo sistema non garantisca maggioranze certe può avere l’ effetto contrario: «La motivazione del voto si indebolisce se viene ritenuto non decisivo per il futuro del Paese e per la sua governabilità».(dagospia.com)

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