IL MOTTO: “NOI VOGLIAMO TUTTO” HA GENERATO SOLO IL RANCORE E LA RABBIA E LA CRISI DI OGGI – LO STORICO GIOVANNI ORSINA: ”IL CINQUANTENARIO DEL ’68 CI DÀ L’OCCASIONE PER CHIEDERCI QUALE SIA IL RAPPORTO FRA GLI EVENTI DI MEZZO SECOLO FA E IL TRAVAGLIO POLITICO DEI NOSTRI TEMPI” –

Giovanni Orsina per l’Espresso

 

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Il Sessantotto compie mezzo secolo in un periodo nel quale la politica è in grande difficoltà. I segnali sono numerosi, e si presentano in quasi tutte le democrazie avanzate: dalla presidenza Trump alla Brexit, dalla scarsa partecipazione alle elezioni francesi al successo elettorale di Alternative für Deutschland e allo stallo politico in Germania, per arrivare all’infelice condizione della vita pubblica nostrana. Questi sono – appunto – segnali: non cause, ma sintomi d’una crisi storica.

 

Il cinquantenario del Sessantotto ci dà l’occasione per chiederci quale sia il rapporto fra gli eventi di mezzo secolo fa e il travaglio politico dei nostri tempi. La risposta è che un rapporto non soltanto c’è, ma è stretto: il Sessantotto è uno snodo cruciale d’una vicenda pluridecennale che pare esser arrivata oggi alla sua piena maturazione.

 

Ma come – si obietterà -, un anno stracolmo di politica come il 1968 diviene parte d’una storia che si conclude, sia pure cinque decenni dopo, con una crisi della politica? In effetti, nelle democrazie occidentali la contestazione sessantottina nasce anche dal desiderio di ribellarsi contro i limiti ch’erano stati imposti alla politica dopo il 1945. Il desiderio di ribellarsi contro il principio secondo cui alcuni àmbiti – a partire dalla vita famigliare – dovevano esser tenuti il più possibile separati dai conflitti pubblici.

 

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Al contrario: «il privato è politico!». Il desiderio di ribellarsi contro i limiti che le tecnocrazie e l’“oggettività” scientifica imponevano al pieno dispiegarsi della volontà umana di cambiamento. Al contrario: «vogliamo tutto!»; «siate realisti, chiedete l’impossibile!». Il Sessantotto, insomma, vuole più politica: la produzione d’uno sforzo di trasformazione collettiva profondo, radicale, impaziente d’ogni limite in estensione o intensità.

 

Questo desiderio di azione collettiva, tuttavia, monta in un momento nel quale le grandi ideologie che avrebbero potuto orientare quell’azione sono ormai o del tutto defunte, o in profonda crisi. A cominciare dalla più rilevante fra di esse. Il marxismo, in una forma o nell’altra, è l’ideologia portante della contestazione sessantottina. Ma in quegli anni è già irrimediabilmente colpito dalla degenerazione del socialismo reale, e forse ancor di più dal successo delle economie capitalistiche occidentali, che ne falsifica una delle profezie cruciali: la proletarizzazione universale.

 

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Alla crisi dei grandi progetti di emancipazione collettiva fa da controcanto l’affermazione crescente del desiderio di emancipazione individuale: se non possiamo essere liberi insieme, almeno che lo sia io! Non per caso, uno dei pensatori più influenti del Sessantotto è Herbert Marcuse, intento a superare lo stallo del marxismo immaginando che il desiderio individuale possa fungere da leva rivoluzionaria.

 

Se non che, il desiderio di liberazione individuale è destinato a entrare in conflitto col desiderio di liberazione collettiva – ossia con la politica. L’azione collettiva richiede organizzazione e disciplina: subordinazione delle aspirazioni personali agli scopi comuni. E tanto più ne richiede, quanto più ambiziosi sono i suoi obiettivi. Lo mette in evidenza già all’epoca uno dei critici più acuti del Sessantotto, Augusto Del Noce, parlando proprio di Marcuse: «una rivoluzione antipuritana è quel che egli sa proporre: un vero ferro di legno, per una ragione storica intrinseca … che il motivo puritano è essenziale a ogni posizione rivoluzionaria seria … Marcuse può perciò essere definito come il filosofo della decomposizione della rivoluzione». Là dove per “puritanesimo” bisogna intendere appunto la negazione di se stessi, dei propri desideri individuali, in vista d’un obiettivo rivoluzionario da raggiungere tutti insieme.

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Questa contraddizione è una delle ragioni, e non la minore, per le quali la contestazione sessantottina non riesce a dar vita a un movimento politico ampio e robusto, ma si disperde in mille rivoli ideologici l’un contro l’altro armati; o si riduce a perseguire l’azione per l’azione, magari violenta; oppure finisce riassorbita nei partiti della sinistra tradizionale. La contraddizione del resto era ben presente già ai protagonisti dell’epoca – a Rudi Dutschke, ad esempio, a Daniel Cohn-Bendit. Una delle organizzazioni più importanti del Sessantotto tedesco, la Lega degli studenti socialisti, si scioglie nel 1970 perché «se la liberazione della società non è possibile qui e ora», la Lega «dovrebbe almeno garantire democrazia ed emancipazione nel proprio ambito». Deve insomma emanciparsi da se stessa.

 

lotta continuaLOTTA CONTINUA

Fra le due anime del movimento studentesco, quella marcusiana e quella stalinista, nel breve giro di qualche anno finisce così per prevalere largamente la prima, notava nel 1980 Nello Ajello in un libro dal titolo assai indicativo: “Il trionfo del privato”. È un Marcuse depoliticizzato, però: non la soddisfazione del desiderio individuale come strumento di rivoluzione politica – ma la soddisfazione del desiderio individuale punto e basta.

 

lotta continua calabresiLOTTA CONTINUA CALABRESI

La vicenda di «Lotta Continua», che Ajello analizza nelle pagine citate, mostra bene questo passaggio: intorno alla metà degli anni Settanta il giornale diventa «l’organo più rappresentativo di una mentalità giovanile di sinistra nella quale il conflitto fra “privato” e “politico” si sta concludendo con una larga vittoria del primo». Così scrive in quegli anni un lettore al giornale: «Siate realisti, domandate l’impossibile, dicevano i compagni del maggio francese. Bene, noi vogliamo essere felici». Nello stesso torno di tempo, secondo la studiosa americana Kristin Ross, si modifica la memoria del Sessantotto francese: del suo contenuto politico si perde il ricordo, mentre le sue componenti esistenziali e culturali si dilatano fino a occupare tutta la scena.

 

La politicità del Sessantotto si scioglie quindi nel giro di pochi anni nell’affermarsi dell’individualismo? Piano: magari fosse così semplice. La spinta alla liberazione personale che cresce a partire dai tardi anni Sessanta – in forma come s’è detto prima politica e poi impolitica – ha comunque degli effetti politici di rilievo. Vediamo quali.

 

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La politica “ufficiale” affronta quella spinta con «moderazione ragionevole» (l’espressione è dello storico britannico Arthur Marwick): ossia, dove possibile, cede alla pressione. Sia sul piano retorico: il socialdemocratico Willy Brandt, Cancelliere tedesco dal 1969, promette un «nuovo inizio», e di «osare più democrazia»; il liberale Valéry Giscard d’Estaing, Presidente francese dal 1974, dichiara di volere una «democrazia liberale avanzata». Sia – e soprattutto – sul piano pratico: gli anni Settanta, com’è ben noto, sono caratterizzati da un processo imponente di ampliamento dei diritti individuali, sia civili sia sociali, in tutte le democrazie avanzate.

 

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Il desiderio diffuso di liberazione individuale e la scelta della politica “ufficiale” di soddisfarlo generano però dei contraccolpi. Tanto più che i diritti sociali costano, e che negli anni Settanta giunge al termine la straordinaria crescita economica postbellica.

 

Politologi come Michel Crozier, Daniel Bell, Samuel Huntington cominciano a chiedersi quanto a lungo possa sostenersi una democrazia se l’elettorato chiede troppo.

 

Al di là e al di qua dell’Atlantico studiosi e intellettuali come Christopher Lasch, Richard Sennett, Gilles Lipovetsky denunciano l’involuzione dell’“individuo desiderante” in un “narcisista” incapace di distinguere fra se stesso e la realtà; disconnesso da un passato e incapace d’immaginare un futuro; sovreccitato, autoreferenziale, e in definitiva profondamente infelice. Da grande scrittore e giornalista, nel 1976 Tom Wolfe fornisce un ritratto straordinario di questo narcisista in “The “Me” Decade”, Il decennio dell’Io. In Italia Augusto Del Noce, Nicola Matteucci, Gianni Baget Bozzo, fra gli altri, evidenziano i limiti e le contraddizioni della società «permissiva» o «radicale».

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Di fronte al montare della “democrazia del narcisismo”, quella stessa politica “ufficiale” che ha ceduto alla pressione individualistica deve cominciare a tirare il freno. Non può però, o non vuole, affrontare direttamente gli elettori, prendendosi la responsabilità di dir loro con chiarezza che la festa è finita, e correndo magari il rischio di dover pagare il prezzo della propria sincerità. Fa allora in modo che i cittadini si trovino di fronte dei muri di altra natura, tecnica e non politica: le banche centrali, le autorità indipendenti, le istituzioni economiche internazionali, il sistema monetario europeo.

 

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E naturalmente – soprattutto a partire dal 1979-80, con l’ascesa al potere di Margaret Thatcher e Ronald Reagan – il mercato. Che è un Giano bifronte straordinario: da un lato, col moltiplicarsi dei consumi, soddisfa il narcisismo; dall’altro gli impone la dura disciplina della concorrenza. Reagan guarderà soprattutto alla faccia della gratificazione; Thatcher a quella del rigore: «l’economia è il metodo», dirà, «l’obiettivo è cambiare l’anima della nazione».

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Sia quando cede alla richiesta di maggiore emancipazione individuale, sia quando demanda alle tecnocrazie o al mercato il compito di arginarla, tuttavia, la politica sega il ramo sul quale sta seduta. La politica infatti è azione collettiva: ma come potrà mai ricomporre la società individualistica che essa stessa contribuisce continuamente a frammentare? E la politica è esercizio del potere: ma quale potere potrà mai esercitare, se ha contribuito a trasferirne una buona parte a organismi non politici, nazionali e internazionali?

 

A partire dai tardi anni Ottanta, poi, nelle democrazie avanzate la destra e la sinistra convergono in una sorta di “grande centro” ideologico fatto di diritti (il contributo della sinistra) e di mercato (il contributo della destra) – ma incardinato in tutti i casi sull’individuo. Anche il conflitto politico, così, deperisce. E gli elettori cominciano a chiedersi quali siano le loro reali possibilità di scelta.

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Alcuni studiosi – Ronald Inglehart, Ulrich Beck, Anthony Giddens – già dalla metà degli anni Settanta hanno cominciato a immaginare la ricomposizione politica del caleidoscopio individualistico: individui “riflessivi”, ossia capaci di generare da se stessi la propria identità, avrebbero costruito liberamente e creativamente delle nuove aggregazioni collettive. Ora, è vero che da ultimo, nella nostra epoca, la politica si sta ricomponendo. Solo, lo sta facendo in una maniera ben diversa da come immaginavano quegli autori.

 

Altro che individui riflessivi: cittadini convinti che la politica della liberazione individuale non li protegga più da un mondo sempre più complesso e incontrollabile si rifugiano nell’ultima ridotta identitaria possibile – l’identità del luogo di nascita -, aderendo a partiti sovranisti o localisti. Oppure costruiscono un’identità collettiva nuova, ma negativa, mescolando finalità e provenienze assai diverse in un calderone comune: il rancore contro quelli che a loro avviso dovrebbero proteggerli, e non lo fanno.

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Il conflitto politico rinasce così fra Clinton – figlia del Sessantotto, per tanti versi – e Trump. Fra l’establishment politico che ha gradualmente preso forma negli ultimi cinquant’anni, il “grande centro” individualistico dei diritti e del mercato, e che non riesce a mantenere la promessa universale di emancipazione individuale dalla quale trae la propria legittimità. E quelli che, per ragioni economiche o culturali, denunciano il fallimento di quel grande centro e lo combattono.

 

I TRUMP CON I CLINTONI TRUMP CON I CLINTON

Per parte loro, questi ultimi non sanno davvero quali alternative proporre – e quando ne propongono, sono o assai poco desiderabili o del tutto irrealistiche. Siamo sicuri però che questa mancanza di realismo sia un ostacolo sulla via del successo politico?

 

Uno che delle contraddizioni della modernità qualcosa aveva pur capito, Fëdor Dostoevskij, già un secolo e mezzo fa scriveva: «“Abbiate pazienza, – vi grideranno, – rivoltarsi è impossibile; è come due per due fa quattro! La natura non vi consulta; non gliene importa nulla dei vostri desideri e se vi piacciano o non vi piacciano le sue leggi …”. Signore Iddio, ma che me ne importa delle leggi naturali e dell’aritmetica, quando per qualche ragione queste leggi e il due per due non mi piacciono? S’intende che questa muraglia non la sfonderò col capo, se davvero non avrò la forza di sfondarla, ma nemmeno l’accetterò, solamente perché ho una muraglia davanti e le forze non mi sono bastate». In fondo, è un altro modo per chiedere l’impossibile.(dagospia.com)

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1.500 operai costruiscono un intero tratto di ferrovia in 8 ore e mezza, in Cina

In Cina 1.500 operai hanno completato l’installazione di un intero raccordo ferroviario in 8 ore e mezza, nella provincia del Fujian, nel sud-est del paese. I lavori sono iniziati intorno alle 18:30 di venerdì scorso e sono stati completati intorno alle 3 del mattino del sabato seguente. Gli operai hanno lavorato senza sosta per rimuovere i vecchi binari, piazzarne di nuovi e installare scambi per i collegamenti con la stazione di Longyan. Per i lavori sono stati utilizzati 7 treni officina e 23 mezzi per la movimentazione della terra. Il nuovo raccordo servirà per mettere in collegamento Longyan con la città di Nanping, in un’area montuosa della provincia di Fujian. I treni viaggeranno a una velocità di 200 chilometri orari, riducendo i tempi di percorrenza dalle attuali 7 ore a 90 minuti. Concentrando i lavori in così poco tempo, è stato possibile ridurre i disagi per l’interruzione dei servizi ferroviari nella zona. (il post)

La Grecia è pronta?

Sta per concludersi il programma di aiuti con cui ha ricevuto oltre 300 miliardi di euro, il piano di salvataggio più grande della storia.

 Alexis Tsipras al parlamento di Atene, 10 dicembre 2016 (ANGELOS TZORTZINIS/AFP/Getty Images)

Lunedì 22 gennaio i ministri delle Finanze dei paesi che usano l’euro come moneta hanno raggiunto un accordo politico sull’erogazione di una nuova parte di aiuti alla Grecia pari a 6,7 miliardi di euro, dopo aver concluso la terza verifica del programma: dopo aver constatato, cioè, che il paese guidato da Alexis Tsipras ha attuato la maggior parte delle nuove riforme imposte dai creditori internazionali. Per l’erogazione effettiva dei nuovi fondi – che avverrà in due fasi: la prima, più consistente, il prossimo febbraio, e la seconda in aprile – mancano ancora poche riforme da approvare. Secondo il Commissario europeo per gli affari economici e monetari, Pierre Moscovici, la Grecia ha adottato 95 delle 110 riforme richieste e che hanno causato scioperi e proteste in tutto il paese.

Questo nuovo esborso è stato ottenuto dalla Grecia con molta meno difficoltà rispetto al precedente, pari a 8,5 miliardi di euro, che è stato concesso solo dopo lunghi mesi di trattative. Un pagamento finale, il cui importo non è stato ancora deciso, dovrebbe essere versato a giugno in cambio di ulteriori riforme. Il presidente dell’Eurogruppo Mario Centeno ha anche parlato dell’avvio, in futuro, dei lavori per valutare una riduzione del debito greco, una misura che Tsipras chiede da tempo. Tsipras vuole cioè allungare la scadenza dei prestiti anche di alcuni decenni, dando così più margine al governo per attuare politiche espansive e permettere una loro maggiore sostenibilità (più spesa senza rimetterci troppo, in pratica). Gli aiuti versati finora sono serviti – e continuano a servire – per pagare i debiti ai creditori internazionali e in piccola parte ai creditori interni, ma non permettono nuovi investimenti, né una riduzione anche minima dell’austerità o spazi di manovra quando si presentano delle emergenze.

 

L’operazione di alleggerimento del debito, che un tempo sembrava impensabile, continua a essere osteggiata da alcuni paesi (per esempio la Germania) ma è stata presa in considerazione da altri ed è ritenuta necessaria anche dal Fondo Monetario Internazionale. Molto probabilmente gli altri paesi dell’euro studieranno un particolare un meccanismo proposto dalla Francia che prevede di collegare il rimborso del debito al livello della crescita greca: a una crescita deludente corrisponderebbe una riduzione del debito più significativa; se invece la crescita fosse conforme alle aspettative, non ci sarebbero riduzioni.

Il programma di salvataggio in corso – il terzo, approvato nell’agosto del 2015 e pari a 86 miliardi di euro – terminerà nell’agosto del 2018. Negli ultimi cinque anni i fondi destinati al paese sono saliti a un totale di 326 miliardi di euro, la più grande operazione di salvataggio finanziario della storia. Tra le richieste fatte dai creditori ci sono state una severa riforma delle pensioni, l’aumento dell’IVA, nuove leggi sul lavoro, l’innalzamento delle imposte indirette, la riduzione della spesa, dei salari pubblici tra il 10 e il 40 per cento e la privatizzazione di alcuni settori. In alcuni momenti particolarmente critici il governo greco ha anche fatto ricorso a misure emergenziali, come il controllo sui capitali imponendo limiti ai prelievi giornalieri dai conti correnti che avevano causato code agli sportelli delle banche. La scadenza dell’attuale legislatura è nel 2019, ma la fine del programma potrebbe comunque portare a nuove elezioni.

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Entrata nel suo ottavo anno di riforme economiche imposte dai creditori internazionali, la Grecia si ritrova in una situazione economica e sociale piuttosto fragile. Dal 2010 ad oggi ha perso un terzo del suo PIL, mezzo milione di persone è emigrato all’estero e il 20 per cento più povero della popolazione ha perso il 42 per cento del suo potere d’acquisto. Lo stato ha un debito pari al 180 per cento del PIL e il tasso di disoccupazione – che è comunque diminuito – è ancora tra i più alti d’Europa. Gli stipendi medi sono calati e la riduzione dei redditi dei lavoratori e delle lavoratrici ha portato all’impoverimento delle famiglie. Sono aumentati i problemi abitativi e i bisogni legati allo stato di salute, che riguardano quasi una persona su quattro.

Dal punto di vista finanziario la situazione è stata descritta e riassunta in cinque grafici dal Financial Times:

1. Il rendimento dei titoli greci è tornato normale
L’interesse che il governo greco paga agli acquirenti del suo debito pubblico è calato molto negli ultimi anni. I titoli che scadono dopo due anni hanno un rendimento addirittura inferiore a quello degli equivalenti titoli del governo americano, nota il Financial Times. Il loro rendimento è ancora molto superiore agli equivalenti titoli tedeschi, che sono il riferimento continentale e hanno rendimenti negativi. Probabilmente i titoli greci riprenderanno leggermente a salire nei prossimi mesi, ma i mercati sono comunque tornati a fidarsi del governo greco.

2. La borsa greca è ancora in difficoltà
Mentre il mercato dei titoli pubblici è migliorato, la borsa greca, dove si scambiano titoli di aziende private, è ancora in grosse difficoltà e non ha assistito agli spettacolari recuperi che si sono visti negli Stati Uniti e nel resto d’Europa. Il Financial Timesscrive che ci sono comunque segnali positivi, per esempio il ritorno di investitori stranieri che vogliono approfittare dei prezzi ancora molto bassi, ma la ripresa per il momento sembra riguardare solo una piccola parte delle società greche quotate in borsa.

3. La Grecia dovrà tornare a raccogliere capitali sui mercati
Entro la prossima estate il governo greco prevede di ritornare sui mercati, vendendo titoli di stato per finanziarsi e quindi essere indipendente dagli aiuti. Già nel 2017 la Grecia aveva fatto alcune operazioni sui mercati del debito, ma erano stati soprattutto scambi tra vecchi titoli in mano ai privati e nuove emissioni, un’operazione quindi più semplice. Nel corso del 2018 la Grecia dovrà rinnovare circa 16 miliardi di euro di debito, una cifra considerevole: si parla di titoli che scadono, quindi vanno pagati ai loro titolari e sostituiti da altri titoli da mettere in vendita. Non è chiaro come i mercati reagiranno all’offerta. Nei prossimi mesi sarà importante capire se i paesi membri dell’Eurozona, che sono i principali creditori della Grecia, concederanno al paese nuovi sconti sul debito, un passaggio che il Fondo Monetario Internazionale considera fondamentale per far uscire la Grecia dal programma di aiuti.

4. Il mercato dei capitali non è ancora in una situazione normale
Come abbiamo appena visto, circa tre quarti del debito greco sono in mano ai paesi membri dell’Eurozona e questo, spiega il Financial Times, è parte della ragione per cui i rendimenti sono così bassi. I titoli non sono in mano ai privati che se li scambiano tra loro sui mercati secondari, ma sono tenuti in mano dai fondi di salvataggio dell’Unione Europea. Cosa accadrà a questo debito e se esiste una domanda di debito greco sui mercati privati abbastanza alta da sostituire il debito attualmente in mani pubbliche, sarà una questione fondamentale per il futuro del paese.

5. La fine non sembra ancora vicina
Nonostante tutto, la quantità del debito greco in rapporto all’economia non ha ancora smesso di crescere. L’anno prossimo si prevede che il rapporto debito-PIL raggiunga il 184 per cento. Visto che il 2018 o 2019 saranno anni di elezioni, alcuni osservatori sono preoccupati che una nuova instabilità politica possa innescare una nuova volatilità nei mercati: in altre parole, che possa costringere la Grecia a offrire rendimenti più alti – e quindi pagare interessi più alti – per convincere qualcuno a comprare i suoi titoli.(Il Post)

Banche: Nouy, applicazione addendum slitterà ma preparatevi

Banche

L’applicazione dell’addendum della Bce sugli Npl potrebbe slittare di qualche mese e verrà chiarito meglio il contesto di Pillar 2 in cui si inserisce. E’ quanto ha dichiarato stamani in un discorso a Francoforte, Daniele Nouy, presidente del supervisory board della Bce. “L’addendum è stato sottoposto a pubblica consultazione che si è chiusa a dicembre”, ha ricordato Nouy. “Abbiamo esaminato tutti i commenti e le opinioni legali che abbiamo ricevuto. Potremmo cambiare la data di applicazione e chiariremo il contesto di Pillar 2 in cui si inserisce”.

Allo stesso tempo, ha aggiunto, “ci stiamo coordinando con la Commissione europea sulla sua proposta per un livello minimo di accantonamento prudenziale in base al Pillar 1. L’addendum sarà finalizzato nel primo trimestre di quest’anno”. Dunque l’applicazione dell’addendum potrebbe essere ritardata di qualche mese, ma Nouy non smette di incalzare il sistema bancario sul nodo Npl. “Il mio primo messaggio alle banche è questo: fare troppo poco e tardi non è un’opzione percorribile. Porterà sicuramente a maggiori problemi nel futuro” per cui il momento di agire è ora. “Il mio secondo messaggio alle banche è questo: preparatevi per l’addendum”.

Danièle Nouy, braccio armato della Bce
Danièle Nouy, braccio armato della Bce

E’ infatti fondamentale che i bilanci vengano ripuliti quando le condizioni sono buone. “Ma a volte, è solo quando le condizioni peggiorano che scopriamo quanto davvero sono puliti. Gli stress test sono, quindi, diventati uno strumento importante per verificare la vulnerabilità dei bilanci”. Quest’anno l’Eba condurrà un altro grande stress test, ha ricordato il presidente del supervisory board della Bce, che riguarderà alcune delle banche direttamente supervisionate dalla Bce.

“Per ottenere un quadro più completo”, ha indicato, “condurremo un nostro test di stress per molte delle banche che non sono coperte dallo stress test Eba ma che sono comunque supervisionate direttamente da noi”. La posta in gioco è ovviamente alta. Le banche con livelli insufficienti di capitale dovranno intervenire per coprire le mancanze. Inoltre i risultati degli stress test saranno resi pubblici, quindi “è probabile che i mercati si aspettino che le banche affrontino le loro carenze di capitale”.

In terzo luogo, la vigilanza bancaria europea deciderà, caso per caso, “se le banche che risultano sottocapitalizzate nello scenario avverso dovranno ricapitalizzare”, ha chiarito. Nel complesso, lo stress test sarà “un momento della verità per le banche”. Ripulire i bilanci è fondamentale, ha ribadito Nouy, e aiuterà le banche a rimanere redditizie e resilienti e, più in generale, aiuterà a ridurre i rischi nel settore bancario. “Questo, a sua volta, è un prerequisito per la creazione del terzo e ultimo pilastro dell’Unione bancaria: un sistema europeo di assicurazione dei depositi, o Edis. E, nota a margine, la creazione dell’Edis potrebbe comportare un’altra revisione della qualità degli asset. Questo dovrebbe rappresentare per le banche un ulteriore incentivo a ripulire i loro bilanci”.

Daniele Nouy, Chair of the Supervisory Board of the Single Supervisory Mechanism, SSM, of the European Central Bank, ECB, addresses the media during a press conference following the announcement of the results of the comprehensive assessment (Stresstest) in Frankfurt/Main, Germany, on October 26, 2014. Nearly one in five banks subjected to a crunch financial health check by the European Central Bank have failed the test, though no major banks were among them, according to official data. AFP PHOTO / DANIEL ROLAND (Photo credit should read DANIEL ROLAND/AFP/Getty Images) Getty ImagesGetty Images

 

Dunque la Bce, secondo alcune fonti interpellate dall’agenzia Reuters, posporrà la pubblicazione delle nuove regole finalizzate a risolvere il problema dei crediti deteriorati a marzo, mese in cui i supervisori dell’Istituto centrale europeo pubblicheranno una prima bozza sulle nuove misure sui crediti deteriorati che sono presenti nei bilanci delle banche e che rappresentano un grosso problema soprattutto per quelle italiane, portoghesi, irlandesi e slovene.

Questo documento probabilmente definirà soltanto delle linee guida, mentre gli aspetti essenziali delle nuove regole potrebbero essere decisi nei mesi successivi. D’altra parte “i non performing loan degli istituti di credito europei restano un problema”, ha affermato, al World Economic Forum di Davos, il ceo di Ing, Ralph Hamers, puntualizzando che il comparto bancario è in rafforzamento, ma non sta ancora viaggiando “a pieno regime”. Per il top manager è quindi importante che le autorità europee facciano passi in avanti e completino l’Unione bancaria.(Francesca Gerossa MilanoFinanza)

Fini, richiesta rinvio a giudizio e vizio di sbattere il mostro in prima pagina VIDEO

Consip, tre testimoni incastrano il Giglio magico di Renzi

L’inchiesta Consip pende come una spada di Damocle sul Giglio magico del segretario del Partito democratico Matteo Renzi, spaventato dalla possibilità di scendere sotto la soglia del 25% dei consensi alle elezioni politiche del 4 marzo 2018. Oltre alla decisione della procura di Roma di Giuseppe Pignatone di proseguire le indagini per altri sei mesi sull’ex comandante generale dei carabinieri Tullio Del Sette, sull’ex comandante della legione Toscana Emanuele Saltalamacchia, sul ministro allo Sport Luca Lotti e sul padre dell’ex premier, Tiziano, iniziano a farsi sentire tre testimonianze che potrebbero pesare nel possibile rinvio a giudizio degli indagati che rispondono a vario titolo dalla rivelazione di segreto fino al traffico d’influenze.

DOPO NAPOLI, ORA SI MUOVE ROMA. Se prima le testimonianze erano state date alla procura di Napoli – all’epoca nel mirino dei renziani c’era soprattutto il pm Henry John Woodcock poi archiviato per la presunta fuga di notizie – ora è Roma a muoversi. I tre testimoni che potrebbero pregiudicare le posizioni degli indagati sono Marco Gasparri, l’ex dirigente Consip che ha confermato di essere stato corrotto dall’imprenditore napoletano Alfredo Romeo e ha patteggiato un anno e otto mesi, poi Luigi Marroni, ex amministratore delegato della stazione appaltante della pubblica amministrazione che ha rivelato di essere stato informato delle indagini, e infine Alfredo Mazzei, ex tesoriere del Pd campano che ha raccontato di un presunto incontro tra il padre di Renzi e lo stesso Romeo, smentito da entrambi.

Consip: Comparetto, sono io 'Mister X'

Tiziano Renzi, padre dell’ex premier.

ANSA

Insomma forse il lavoro dei magistrati napoletani non era così campato in aria, con presunti complotti ai danni dell’ex premier, dopo le accuse rivolte all’ex capitano del Noe Giampaolo Scafarto e persino al colonnello Sergio De Caprio, alias Capitano Ultimo. Non a caso negli ultimi giorni è emersa la tattica dei procuratori capitolini, che con grande discrezione stanno portando avanti le indagini ascoltando i testimoni chiave. A darne notizie nelle ultime settimane è stato il Fatto Quotidiano che assieme a La Verità ha seguito il caso sin dall’inizio.

TIRATI IN BALLO LOTTI E CARABINIERI. Il 23 gennaio 2018 è stato il giorno di Marroni, ex amministratore delegato Consip, che riascoltato in gran segreto ha confermato quanto già spiegato in precedenza ai procuratori partenopei, tirando in ballo Lotti e i vertici dei carabinieri. «A luglio 2016 durante un incontro Luca Lotti mi informò che si trattava di un’indagine che era nata sul mio predecessore Domenico Casalino e che riguardava anche l’imprenditore campano Romeo. Delle intercettazioni ambientali nel mio ufficio l’ho saputo non ricordo se da Lotti o da un suo stretto collaboratore», ha detto Marroni.

Renzi Saltalamacchia

Una vecchia foto di Renzi con Saltalamacchia.

Marroni spiegò ai pm di Napoli anche di alcune pressioni di Renzi per favorire il presunto faccendiere Carlo Russo. Non solo. Marroni ha parlato pure di un altro renziano, ossia Filippo Vannoni: «Il presidente di Publiacqua mi ha detto due volte, prima delle ferie estive e alla fine di novembre, di fare attenzione alle conversazioni telefoniche in quanto il mio cellulare era sotto intercettazione assieme ad altri in una vicenda di cui non mi fece menzione né io gliene chiesi».

MARRONI INTERCETTATO E INFORMATO. Di più. Proprio Marroni ha parlato esplicitamente di Saltalamacchia: «Mi disse che il mio telefono era sotto controllo, anche in questo caso l’informazione la ricevetti prima dell’estate 2016. Ho incontrato Saltalamacchia di recente e gli ho chiesto se il mio cellulare fosse ancora sotto controllo ma lui mi disse che non aveva avuto aggiornamenti».

I miei rapporti con Romeo iniziarono a essere stabili dal 2013 con una prima dazione di 5 mila euro, dal 2014 in poi i versamenti diventarono sempre più frequenti

GASPARRI, EX DIRIGENTE CONSIP

Ma sulla famiglia del segretario del Pd pesa soprattutto la testimonianza di Mazzei, da cui sarebbe emerso, come riportato da il Fatto, che Renzi senior e Russo si sarebbero fatti promettere «indebitamente da Romeo somme di denaro mensili, come compenso per la loro mediazione verso Marroni, in relazione allo svolgimento delle gare».

VERSATI 100 MILA EURO IN QUATTRO ANNI. In più c’è l’episodio del famoso incontro in una bettola tra Romeo e Tiziano Renzi. Infine a pesare sono le parole di Gasparri. A verbale l’ex dirigente confermò di aver preso 100 mila euro nell’arco di quattro anni «per informare Alfredo Romeo sulle gare bandite da Consip». E aggiunse: «I miei rapporti con Romeo iniziarono a essere stabili dal 2013 con una prima dazione di 5 mila euro, dal 2014 in poi i versamenti diventarono sempre più frequenti» fino ai 100 mila euro presi in quattro anni.

LA FAMOSA GARA DA 2,7 MILIARDI. L’imprenditore napoletano avrebbe tratto grande vantaggio da questa spesa perché Gasparri «lo ricompensava con notizie riservate su gare di appalto bandite in Consip, in particolare si mise a disposizione per la gara FmM4, quella da 2,7 miliardi di euro».

 
 Insomma il quadro va delineandosi ed è probabile che la procura di Roma alla fine possa chiedere il rinvio a giudizio per tutti gli indagati chiarendo le posizioni una volta a processo. Una possibilità concreta dal momento che lo stesso Vannoni ha reso ai magistrati di Napoli e Roma versioni discordanti sul filone della rilevazione del segreto d’ufficio e sul ruolo ricoperto dall’attuale ministro dello Sport Lotti.

SI VA VERSO IL RINVIO A GIUDIZIO. Mentre ai magistrati partenopei disse di essere stato informato delle indagini su Consip anche dallo stesso Lotti, ai pm di Roma spiegò invece di aver fatto il nome del ministro per «levarmi dalla situazione». Più avanti lo stesso ha affermato di non conoscere «il generale Emanuele Saltalamacchia e neanche Luigi Ferrara», cioè gli altri due indagati per la fuga di notizie assieme al ministro dello Sport. Dunque rimane da capire da chi avesse appreso dell’esistenza dell’inchiesta sulla centrale acquisti della Pubblica amministrazione. Circostanze che probabilmente devono essere chiarite in dibattimento. (Alessandro Da Rold – Luca Rinaldi Lettera43)

Intesa Sanpaolo, gestire i risparmi dei ricchi cinesi. Il piano industriale

Intesa pronta a fare investimenti e a siglare partnership strategiche per far diventare la Cina la seconda maggior area di crescita del gruppo dopo l’Italia

Di Luca Spoldi affariitaliani
Intesa Sanpaolo, gestire i risparmi dei ricchi cinesi. Il piano industriale 

La Cina è un mercato sempre più interessante per Intesa Sanpaolo: secondo quanto dichiarato dall’amministratore delegato dell’istituto, Carlo Messina, che ha parlato a margine del World Economic Forum in corso a Davos, “Intesa guarda a possibili opzioni per crescere in Cina” e per questo verranno fatti investimenti e verrannovalutate eventuali partnership strategiche con operatori locali, ma “niente operazioni di fusione o acquisizione”.L’istituto italiano ha del resto già ricevuto il via libera per salire al 100% di una financial advisory company, oltre a possedere una partecipazione del 15% in un istituto bancario ed una del 49% in una società di gestione.

Messina ha aggiunto che nel nuovo piano d’impresa, che sarà presentato ufficialmente il mese prossimo, saranno messeassieme “tutte queste aree e la Cina potrà davvero essere la nostra seconda area di crescita, dopo l’Italia“. Le dichiarazioni di Messina rafforzano l’interesse già emerso nei mesi scorsi, in particolare per quanto riguarda il project financing, un ambito che fa riferimento ad una divisione, la Cib (Corporate e Investment Banking), che vede il 40% del suo giro d’affari legato a clienti esteri e che si preannuncia particolarmente “caldo” nei prossimi anni proprio in Cina, grazie al piano di ammodernamento infrastrutturale da 40 miliardi di euro varato da Pechino che fa gola anche a tante società italiane come Salini Impregilo, piuttosto che Terna Snam Rete Gas.

banca intesa ape
 

Oltre a fare da ponte per Pechino a favore di imprese italiane, il gruppo guidato da Carlo Messina potrà poi sfruttare la più che trentennale esperienza nel paese (grazie all’operatività sulla piazza di Hong Kong sin dal 1984) per assistere imprenditori e capitali cinesi in cerca di occasioni di business in Italia.

A questo punto, per chiudere il cerchio, non restava che provare aoffrire i propri servizi direttamente agli investitori cinesi sul loro mercato domestico.

Un mercato colossale, visto che già a fine settembre l’offerta di denaro in Cina era pari a 21.900 miliardi di euro (da meno di 2.500 miliardi di euro nel 2002), mentre il debito pubblico è volato al 260% del Pil, la gran parte del quale (circa il 150% del Pil) rappresentato da debito delle aziende a controllo pubblico.

borsa cina 2
 

Un mercato che Pechino sta cercando di porre sotto un maggior controllo, anche per quanto riguarda il settore del risparmio gestito (ad esempio con la rimozione delle garanzie implicite per i prodotti di risparmio gestito), non senza proteste da parte delle stesse banche cinesi.

Per Intesa Sanpaolo, che sul risparmio gestito ha già deciso di puntare da tempo (è il secondo maggior gruppo in Italia in termini di masse gestite con quasi 400 miliardi di euro, dietro solo al gruppo Generali, che gestisce un patrimonio complessivo di quasi 483 miliardi), potrebbe essere l‘occasione di rosicchiare quote di mercato.

Lo stesso numero uno del gruppo bancario, al riguardo, è apparso ottimista: la Cina “è l’unica area in cui vogliamo crescere, perché penso che in Europa più o meno non possiamo avere una crescita superiore a quella che abbiamo in Italia”, mercato che soprattutto nell’ultimo anno ha già sfruttato la forte spinta dei Pir e più in generale dei fondi aperti (che lo scorso anno hanno raccolto circa 76 miliardi di euro, più del doppio dei 34 miliardi raccolti nel 2016), mentre “la Cina può davvero essere un’opzione di crescita”.

La crescita di Intesa potrebbe incrociarsi con quella di Generali, solo un anno fa preda “mancata” di Intesa Sanpaolo, apparsa a sua volta sempre più interessata a rafforzare la sua presenza nel paese asiatico. Il duello tra Carlo Messina e Philippe Donnet è destinato a rinnovarsi, anche se a debita distanza.

Carige, in arrivo resa dei conti nel Cda

Sarebbe stato già fissato il board per rispondere alla lettera di Malacalza. La bagarre per una volta giova al titolo, che continua il suo recupero in Borsa

 
 

(Aggiornato dopo la chiusura di Borsa) – L’ultima sfuriata di Vittorio Malacalza, azionista di maggioranza di banca Carige, non pesa sull’andamento del titolo in Borsa, che anzi anche oggi chiude positiva (+1,2% a 0,0090 euro con un massimo a 0,0094) tentando di riavvicinarsi al prezzo del recente aumento di capitale fissato a 1 centesimo. 

L’attenzione del mercato è rivolta a martedì prossimo, quando sarebbe stato convocato un Cda della banca ligure proprio per replicare alle contestazioni dell’imprenditore piacentino contenute in una lettera infuocata inviata allo stesso board guidato da Paolo Fiorentino e presieduto da Giuseppe Tesauro. 

Nel mirino della Malacalza Investimenti, la holding di famiglia dell’imprenditore Vittorio, c’è soprattutto il ruolo degli advisor nell’aumento di capitale da 560 milioni di euro portato a termine poche settimane fa, per cui si chiede “un franco chiarimento”. 

In particolare viene criticata una linea “orientata prioritariamente nel senso di ricercare investitori estranei alla compagine sociale, trascurando qualsiasi iniziativa di contatto, spiegazione e promozione dell’operazione verso la generalità degli azionisti, e rivolgendosi a quelli principali tardivamente e burocraticamente per richiedere l’assunzione di impegni di sottoscrizione”. A sua volta la banca viene accusata di aver pubblicato “comunicazioni oscure e incoerenti” sugli impegni dello stesso consorzio. 

A fronte di ciò, Malacalza non avrebbe digerito il fatto che i garanti dell’operazione – Deutsche Bank, Credit Suisse e Barclays, ai quali si è aggiunta Equita – si siano spartiti commissioni per complessivi 51,7 milioni senza assumersi rischi. 

L’aumento è andati in porto grazie sia agli azionisti storici sia al complesso schema di subgaranti, i quali hanno “prenotato” una fetta di inoptato in cambio di alcune operazioni di cessione, come nel caso di Chenevari che ha acquisito Creditis (per poi vendere parte della quota rilevata in Carige) o del Credito Fondiario e di Sga che si sono aggiudicate gli Npl della banca ligure. 

Da parte sua la Malacalza Investimenti è diventata titolare del 20,64% del capitale di Carige partecipando all’aumento di capitale dopo aver chiesto alla Bce perfino l’autorizzazione a salire al 28%. E ora, visto l’accorato j’accuse, si tratta di vedere quali saranno le prossime mosse dell’azionista di maggioranza: se intenderà effettivamente salire al 28% oppure se sia giunto il momento di farsi da parte. Tanto più che lo stesso Fiorentino ha citato una possibile aggregazione come una strada obbligata per la banca ligure. Nei giorni scorsi sono addirittura circolate voci su una possibile acquisizione da parte del Crédit Agricole

Nella lettera comunque Malacalza auspica che “il Cda e il management possano ora concentrarsi sulla più efficace e sollecita attuazione del piano industriale, dalla quale l’azionariato si attende risultati finalmente positivi che si augura possano presto emergere sia dai conti della banca che dalla percezione della clientela”. (Stefano Neri Finanzareport)

MICHELA VITTORIA METTE MANO AL PORTAFOGLIO – LA BRAMBILLA PRONTA A PAGARE PUR DI USCIRE DAL CRACK DELLE TRAFILERIE DI PAPA’ – GIA’ CHIUSA LA PARTITA CON IL FISCO – ANCORA IN BALLO QUELLA PER DEFINIRE IL RISARCIMENTO DEL FALLIMENTO

Da www.leccoonline.com

 

VITTORIO E MARIA VITTORIA BRAMBILLAVITTORIO E MARIA VITTORIA BRAMBILLA

Si è tornati a parlare del crack della Trafileria del Lario in liquidazione quest’oggi in Tribunale a Lecco: se il 17 ottobre l’udienza dinnanzi al Gup Massimo Mercaldo era durata giusto una manciata di minuti, quest’oggi il confronto in camera di consiglio è stato un pelo più lungo ma non ancora “risolutivo”. I legali dell’ex patron Vittorio Brambilla e della figlia Michela Vittoria Brambilla, indagata quale supposto amministratore di fatto della storica società calolziese più nota con l’originale denominazione e dunque con il cognome della famiglia della forzista in insegna, hanno comunicato al giudice l’avvenuta estinzione di debiti tributari in contestazione.

 

SILVIO BERLUSCONI MICHELA VITTORIA BRAMBILLASILVIO BERLUSCONI MICHELA VITTORIA BRAMBILLA

Due, nello specifico, gli assegni staccati per riportare il “conto” a zero, coprendo anche gli interessi nel frattempo maturati: il primo, da circa un milione di euro, ha sanato gli aspetti relativi all’omesso versamento di ritenute evidenziato dalla Procura, mentre il secondo, arrecante all’incirca il doppio della cifra, risalente a qualche giorno fa, ha invece coperto l’Iva che – i PM Nicola Pretori e Paolo Del Grosso, quest’ultimo presente personalmente in Aula – ritengono essere stata “dimenticata” negli anni oggetto d’indagine.

 

Ancora aperta, invece, la trattativa (riservata) per la quantificazione del risarcimento che padre e figlia sembrerebbero essere pronti a corrispondere al fallimento, senza che tale apertura in qualche modo possa essere letta quale assunzione di responsabilità come evidenziato, uscendo dal Tribunale, dall’avvocato Fabrizio Consoloni, legale dell’ex ministro al Turismo, in corsa per le prossime elezioni del 4 marzo tra le fila del Movimento Animalista a sostegno di “Berlusconi presidente”.

 

BERLUSCONI BRAMBILLABERLUSCONI BRAMBILLA

“Le due proposte sono consistenti” ha dichiarato l’avvocato Carlo Galli per conto del fallimento, senza chiaramente potersi ulteriormente sbilanciare. “Dovranno ora essere valutate dal curatore, dal comitato dei creditori e poi dal giudice delegato”. Il tutto entro il 26 giugno, nuova data a cui è stato aggiornato il fascicolo, che tocca anche Nicola Vaccani (liquidatore della società) e Alessandro Valsecchi (amministratore delegato) nonché i tre membri del collegio sindacale, i piemontesi Francesco Ercole (presidente), Mario Ercole e Aida Tia. Ancora da chiarire, come spiegato dall’avvocato Cristian Malighetti che assiste l’ex A.D., se i primi due potranno beneficiare sotto il profilo penale dei vantaggi introdotti dai Brambilla estinguendo – a loro spese – i reati tributari.

 

“Non c’è ancora giurisprudenza della Cassazione sul punto e dunque se la causa di non punibilità si trasmetta anche a chi non ha effettivamente pagato”. Ha invece provveduto a meglio delineare le contestazioni mosse ai singoli imputati il sostituto procuratore Paolo Del Grosso, rispondendo quest’oggi ad una sollecitazione arrivata in tal senso alla scorsa udienza sempre dall’avvocato Malighetti.

 

michela brambilla luciano fontana (1)MICHELA BRAMBILLA LUCIANO FONTANA (1)

Genericamente, ai sette indagati, a vario titolo, i PM ascrivono due episodi di bancarotta fraudolenta: il primo, datato 2010, in relazione all’acquisto da parte della Trafileria del Lario di quote della Brava srl ed il secondo incentrato invece su presunte fatture false (circa 280, per un totale di 15 milioni di euro).  Come anticipato, si torna in aula a giugno, quando sarà delineata anche la strada processuale che intendono intraprendere gli imputati.

 

Posticipata, invece, da marzo a settembre, l’udienza dinnanzi al Tribunale delle imprese nell’ambito dell’azione di responsabilità civile esercitata – tramite l’avvocato Carlo Galli – dal dottor Luigi Bolis che, nella qualità di curatore della fallita, si surroga alla società stessa e alla massa dei creditori “battendo cassa” nei confronti degli organi sociali di diritto (gli amministratori e il collegio sindacale), dell’ipotizzato amministratore di fatto (appunto la parlamentare Michela Vittoria Brambilla) nonché di chi, con il proprio comportamento, avrebbe contribuito – stando l’impianto accusatorio – ad aggravare il dissesto “foraggiando” la spa con un’iniezione di liquidità per 15 milioni di euro a fronte della presentazione di fatture giudicate dagli inquirenti quantomeno sospette e dunque, concretamente, il ceto bancario (Unicredit, Intesa San Paolo, Banca Popolare di Milano e Credito Bergamasco, quest’ultimi entrambi ora sotto l’etichetta Banco BPM).

 

MICHELA VITTORIA BRAMBILLA AL NEGOZIO DI SCARPEMICHELA VITTORIA BRAMBILLA AL NEGOZIO DI SCARPE

27 i milioni di euro chiesti dal legale lecchese, pari al divario tra la situazione al 31 dicembre 2010 – data in cui, ritengono il dottor Bolis e l’avvocato Galli, l’impresa avrebbe dovuto cessare l’attività avendo perso il proprio patrimonio netto – e quella riscontrata il giorno dell’effettiva messa in liquidazione ovvero il 18 ottobre 2013, con il “concorso” dei quattro istituti – tacciati di omesso controllo in relazione a ciò che stava avvenendo – individuato a partire dal 31 dicembre 2011 (da qui la chiamata in causa per “appena” 25 milioni). Qualora a Lecco si concretizzasse la corresponsione di un risarcimento da parte dei Brambilla, i loro nomi – ovviamente – verranno espunti dalla lista dei “citati” in questa seconda – parallela – vertenza.(dagospia.com)

Banche, addendum Bce su Npl potrebbe slittare

Il documento sarà comunque finalizzato entro il primo trimestre. Per il capo della vigilanza Nouy gli istituti “si devono preparare”.

Danièle Nouy, responsabile del comitato unico europeo di vigilanza bancaria

Danièle Nouy, responsabile del comitato unico europeo di vigilanza bancaria
 

Resta sotto i riflettori il tema della vigilanza dell’Unione Europea sui crediti deteriorati delle banche italiane, dopo che nelle ultime ore una delle maggiori funzionarie della Banca centrale europea, Danièle Nouy, presidente del supervisory board dell’ente, ha fatto capire che potrebbe essere rimandata di qualche mese l’applicazione del cosiddetto “addendum” alle linee guida comunitarie sugli Npl, alias Non Performing Loans.

Parlando a Francoforte, presso la sede della Bce, la Nouy ha dichiarato: “L’addendum è stato sottoposto a pubblica consultazione che si è chiusa a dicembre. Abbiamo esaminato tutti i commenti e le opinioni legali che abbiamo ricevuto ed emenderemo di conseguenza l’addendum. Tra le altre cose, potremmo cambiare la data di applicazione e chiariremo il contesto di Pillar 2 in cui si inserisce della Bce. Ci stiamo coordinando con la commissione europea sulla sua proposta per un livello minimo di accantonamento prudenziale in base al Pillar 1. L’addendum sarà finalizzato nel primo trimestre di quest’anno”.

Si ricorderà che il cosiddetto “addendum” è, riassumendo, una integrazione alle linee guida sugli Npl già emesse dalla BCE nel marzo 2017, una sorta di “aggiunta” che l’Europa ha pubblicato in autunno e che prevede di spingere le banche a coprire integralmente i deteriorati dopo sette anni, oppure due anni, a seconda siano crediti garantiti o non garantiti, decorrendo dal momento della loro iscrizione a credito deteriorato. 

La Nouy ha invitato gli istituti a non sprecare la possibile dilazione e a impegnarsi comunque per raggiungere l’obbiettivo senza perdere tempo: “Il mio primo messaggio alle banche è questo: fare troppo poco e tardi non è un’opzione percorribile. Porterà sicuramente a maggiori problemi nel futuro. Il mio secondo messaggio alle banche è questo: preparatevi per l’addendum”.

il capo della vigilanza Bce ha ricordato il nuovo stress test per capire quali banche sono sottocapitalizzate, spronandole a rimediare ai rischi di mercato, sotto la stretta supervisione dell’Europa. Lo scopo, come spiega lei stessa, è anche arrivare al ventilato sistema europeo di assicurazione dei depositi, o Edis. Secondo la Nouy, la creazione dell’Edis potrebbe comportare “un’altra revisione della qualità degli asset e ciò dovrebbe rappresentare per le banche un ulteriore incentivo a ripulire i loro bilanci”.

Il tema dell’addendum è molto sentito dalle banche italiane, che detengono il 25% degli Npl di tutta la galassia bancaria della Ue. I criteri europei di valutazione vengono ritenuti troppo rigidi dall’Italia, e un incontro fra la Nouy e la Banca d’Italia svoltosi a Roma lo scorso 17 gennaio non è valso a far ammorbidire le posizioni europee. La prospettata dilazione di alcuni mesi, però, sembra offrire almeno l’occasione per guadagnare tempo.(MIRKO MOLTENI FINANZAREPORT)

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