CARLO MESSINA – ANCORA NON HA SISTEMATO DOPO SETTE MESI ESATTI DAL CONTRATTO SOTTOSCRITTO CON IL NOTAIO MARCHETTI IN MILANO LE BANCHE VENETE COME GIA’ DOCUMENTATO E PENSA ALLA CINA? MI RIVOLGO AL CDA DI INTESA SAN PAOLO , AL COLLEGIO SINDACALE E AL COLLEGIO DEI PROBIVIRI – VERIFICATE

cinese e giapponese

 

DAVOS (WSI) – La Cina sarà al centro della prossima crisi finanziaria globale. Non ha dubbi Kenneth Rogoff, professore di Politica Pubblica all’Università di Harvard, intervenuto a Davos nel corso del 48esimo World Economic Forum.

Kenneth Rogoff è uno stimato conoscitore delle crisi finanziarie e  insieme al suo collega Carmen Reinhart, il professore dell’ Università di Harvard, è autore di “This Time Is Different: Eight C Centries of Financial Folly”, uno degli studi più importanti sulla crisi finanziaria del 2008 e il suo impatto sull’economia e la società. Qual è la più grande lezione che arriva quasi dieci anni dopo il traumatico crollo della banca d’ investimento Lehman Brothers? In che modo questa crisi è stata diversa da altri grandi shock nella storia della finanza? Soprattutto: Cosa c’è da fare per l’economia globale? Queste alcune delle domande poste a Rogoff nel corso di un intervento a Davos.

“Nella mia ricerca con Carmen Reinhart abbiamo scoperto che dopo una profonda crisi finanziaria sistemica, l’economia ha spesso bisogno di otto o dieci anni per riprendersi. Ora, è passato un decennio e penso che ci troviamo in un periodo di ripresa in cui ci sarà una certa inversione di tendenza in termini di crescita della produttività. Ciò significa che per diversi anni, con la normalizzazione dell’economia, la crescita della produttività sarà superiore alla media e l’aumento degli investimenti.(….) La cosa più importante ora è che gli investimenti continuino a crescere. (…) Questa è stata la crisi finanziaria più grave dalla Grande Depressione, quando alcuni paesi hanno vissuto una crisi molto grave. In questo contesto, la lentezza della ripresa in Europa è significativa. Ad esempio, la crisi finanziaria greca si colloca di gran lunga tra le prime 15 peggiori crisi finanziarie degli ultimi cento anni. (…)  Inoltre, la crisi che l’Italia, la Spagna, il Portogallo e l’Irlanda hanno vissuto si è adattata alle centinaia di crisi finanziarie più gravi mai registrate”.Si è tenuta il 17 gennaio a Pechino la cerimonia per il 25° anniversario della fondazione della rappresentanza a Pechino di Banca Intesa, alla quale hanno partecipato il Head of Emerging Markets and Trade & Export Finance di Banca Intesa 

Ma la grande preoccupazione per l’economia globale, dice il professore, è la Cina.

“Nutro grande rispetto per le autorità cinesi, che stanno lavorando sodo per non avere una crisi finanziaria. Inoltre, in Cina la crisi sarà diversa perché non esiste una vera e propria società privata. Le garanzie statali si sono quindi attivate molto più rapidamente di quanto non lo siano nell’economia occidentale. Tuttavia, al momento penso ancora che questa sia la regione più fragile del mondo. Il grande problema è che l’economia cinese è ancora molto squilibrata, facendo troppo affidamento sugli investimenti e sulle esportazioni. Inoltre, la Cina dipende molto dal credito. Quindi, se la Cina dovesse imbattersi in difficoltà finanziarie o semplicemente sperimentare un rallentamento del tasso di crescita del credito, potrebbe avere molti problemi. E se la Cina dovesse imbattersi in una propria crisi finanziaria, probabilmente produrrebbe una crisi di crescita che potrebbe generare una crisi politica”.(Alessandro Capparello Wallstreetitalia

Intesa Sanpaolo, Cina può diventare secondo mercato dopo Italia

Intesa Sanpaolo guarda alla Cina

La Cina si fa più vicina per Intesa Sanpaolo: secondo quanto dichiarato dall’amministratore delegato dell’istituto, Carlo Messina, parlando a margine del World Economic Forum in corso a Davos, in Svizzera, “Intesa Sanpaolo guarda a possibili opzioni per crescere in Cina” e per questo verranno fatti investimenti e verranno valutate eventuali partnership strategiche con operatori locali.

L’istituto ha già delle partecipazioni

L’istituto italiano ha del resto già ricevuto il via libera per salire al 100% di una financial advisory company, oltre a possedere una partecipazione del 15% in un istituto bancario ed una del 49% in una società di gestione. Messina ha aggiunto che nel nuovo piano d’impresa saranno messe assieme “tutte queste aree e la Cina potrà davvero essere la nostra seconda area di crescita, dopo l’Italia”.

Avanti con le cessione di ulteriori Npl

Messina ha anche segnalato come Intesa Sanpaolo intenda accelerare il processo di riduzione dei crediti deteriorati ancora presenti in bilancio “anche attraverso partnership strategiche”, come quella, in corso di trattativa, con Intrum Justitia per cedere la piattaforma di servicing dei crediti deteriorati, operazione che potrebbe includere anche la vendita di 10 miliardi di Npl.

Si prepara riassetto nell’asset management

Sempre nel nuovo piano strategico troveranno spazio un riassetto strategico del settore dell’asset management e il consolidamento delle attività rilevate dalle due ex banche popolari venete, che dovrebbe generare sinergie e crescita. Il tutto confermando la politica di remunerazione degli azionisti tramite dividendi, remunerazione che nell’arco del precedente piano industriale è risultata pari a 10 miliardi di euro (di cui 3,4 miliardi legati ai risultati 2017).(Luca Spoldi Gooruf)

 

CARLO MESSINA – IL MASSIMO DELLE SUE DICHIARAZIONI A DAVOS

cinese e giapponese

 

DAVOS (WSI) – La Cina sarà al centro della prossima crisi finanziaria globale. Non ha dubbi Kenneth Rogoff, professore di Politica Pubblica all’Università di Harvard, intervenuto a Davos nel corso del 48esimo World Economic Forum.

Kenneth Rogoff è uno stimato conoscitore delle crisi finanziarie e  insieme al suo collega Carmen Reinhart, il professore dell’ Università di Harvard, è autore di “This Time Is Different: Eight C Centries of Financial Folly”, uno degli studi più importanti sulla crisi finanziaria del 2008 e il suo impatto sull’economia e la società. Qual è la più grande lezione che arriva quasi dieci anni dopo il traumatico crollo della banca d’ investimento Lehman Brothers? In che modo questa crisi è stata diversa da altri grandi shock nella storia della finanza? Soprattutto: Cosa c’è da fare per l’economia globale? Queste alcune delle domande poste a Rogoff nel corso di un intervento a Davos.

“Nella mia ricerca con Carmen Reinhart abbiamo scoperto che dopo una profonda crisi finanziaria sistemica, l’economia ha spesso bisogno di otto o dieci anni per riprendersi. Ora, è passato un decennio e penso che ci troviamo in un periodo di ripresa in cui ci sarà una certa inversione di tendenza in termini di crescita della produttività. Ciò significa che per diversi anni, con la normalizzazione dell’economia, la crescita della produttività sarà superiore alla media e l’aumento degli investimenti.(….) La cosa più importante ora è che gli investimenti continuino a crescere. (…) Questa è stata la crisi finanziaria più grave dalla Grande Depressione, quando alcuni paesi hanno vissuto una crisi molto grave. In questo contesto, la lentezza della ripresa in Europa è significativa. Ad esempio, la crisi finanziaria greca si colloca di gran lunga tra le prime 15 peggiori crisi finanziarie degli ultimi cento anni. (…)  Inoltre, la crisi che l’Italia, la Spagna, il Portogallo e l’Irlanda hanno vissuto si è adattata alle centinaia di crisi finanziarie più gravi mai registrate”.Si è tenuta il 17 gennaio a Pechino la cerimonia per il 25° anniversario della fondazione della rappresentanza a Pechino di Banca Intesa, alla quale hanno partecipato il Head of Emerging Markets and Trade & Export Finance di Banca Intesa 

Ma la grande preoccupazione per l’economia globale, dice il professore, è la Cina.

“Nutro grande rispetto per le autorità cinesi, che stanno lavorando sodo per non avere una crisi finanziaria. Inoltre, in Cina la crisi sarà diversa perché non esiste una vera e propria società privata. Le garanzie statali si sono quindi attivate molto più rapidamente di quanto non lo siano nell’economia occidentale. Tuttavia, al momento penso ancora che questa sia la regione più fragile del mondo. Il grande problema è che l’economia cinese è ancora molto squilibrata, facendo troppo affidamento sugli investimenti e sulle esportazioni. Inoltre, la Cina dipende molto dal credito. Quindi, se la Cina dovesse imbattersi in difficoltà finanziarie o semplicemente sperimentare un rallentamento del tasso di crescita del credito, potrebbe avere molti problemi. E se la Cina dovesse imbattersi in una propria crisi finanziaria, probabilmente produrrebbe una crisi di crescita che potrebbe generare una crisi politica”.(Alessandro Capparello Wallstreetitalia

 

Intesa Sanpaolo, Cina può diventare secondo mercato dopo Italia

Intesa Sanpaolo guarda alla Cina

La Cina si fa più vicina per Intesa Sanpaolo: secondo quanto dichiarato dall’amministratore delegato dell’istituto, Carlo Messina, parlando a margine del World Economic Forum in corso a Davos, in Svizzera, “Intesa Sanpaolo guarda a possibili opzioni per crescere in Cina” e per questo verranno fatti investimenti e verranno valutate eventuali partnership strategiche con operatori locali.

L’istituto ha già delle partecipazioni

L’istituto italiano ha del resto già ricevuto il via libera per salire al 100% di una financial advisory company, oltre a possedere una partecipazione del 15% in un istituto bancario ed una del 49% in una società di gestione. Messina ha aggiunto che nel nuovo piano d’impresa saranno messe assieme “tutte queste aree e la Cina potrà davvero essere la nostra seconda area di crescita, dopo l’Italia”.

Avanti con le cessione di ulteriori Npl

Messina ha anche segnalato come Intesa Sanpaolo intenda accelerare il processo di riduzione dei crediti deteriorati ancora presenti in bilancio “anche attraverso partnership strategiche”, come quella, in corso di trattativa, con Intrum Justitia per cedere la piattaforma di servicing dei crediti deteriorati, operazione che potrebbe includere anche la vendita di 10 miliardi di Npl.

Si prepara riassetto nell’asset management

Sempre nel nuovo piano strategico troveranno spazio un riassetto strategico del settore dell’asset management e il consolidamento delle attività rilevate dalle due ex banche popolari venete, che dovrebbe generare sinergie e crescita. Il tutto confermando la politica di remunerazione degli azionisti tramite dividendi, remunerazione che nell’arco del precedente piano industriale è risultata pari a 10 miliardi di euro (di cui 3,4 miliardi legati ai risultati 2017).(Luca Spoldi Gooruf)

 

IL CUL DE SAC DI DRAGHI

“non cambia direzione su tassi e Q.E.”.

Di conseguenza si rafforza l’Euro, e ciò non è un bene per i nostri conti pubblici (tema arcinoto); dipendiamo per il 30% dall’export, capite?

Bene.

Siamo quindi al punto che forse è ora di….

PREPARARE LE CHIAPPE….

….IL REDDE RATIONEM (LO SCHIANTO) È VICINO:

Draghi si è infilato da solo nel cul di sac. Non può fare quasi più niente per tenere basso l’euro. I mercati lo sanno e fanno schizzare in alto il cambio. E col cambio alto, il PIL va in contrazione…..non si può sapere effettivamente quanto MA si può pensare anche a livelli della crisi 2008-2009.

D’altronde, eminenti studi, riportati dal falligiornale:

segnalano che:

“…Le stime degli economisti variano e la dimensione degli effetti pare incerta, e tuttavia l’orientamento è unanime: quando l’euro si rivaluta perdiamo volumi di esportazione (12 miliardi nominali se il balzo è del 10%, stimano Intesa SanPaolo e Oxford Economics) e prodotto interno lordo (mezzo punto in meno il primo anno a fronte di una crescita dell’8% della moneta unica nelle valutazione del Centro Studi di Confindustria). Ora per fortuna ci troviamo nello scenario opposto, allontanandoci da quella quota di 1,40 che per molti imprenditori rappresenta la soglia di guardia oltre la quale la competitività delle merci italiane è messa seriamente a rischio.”

1 e 40 è la soglia oltre la quale si ha la morte delle nostre aziende esportatrici, mentre un incremento del 10% del valore della valuta determina un calo dell’export di 12 miliardi!

Il passaggio del cambio da 1.08 a 1 e 25 è un incremento di quasi il 16%!

Per quanto sopra, l’export potrebbe contrarsi di almeno 18/20 miliardi di euro, con riflessi pesanti sul PIL, parzialmente ammortizzati dal minor valore delle importazioni.

Faccio notare che, anche qualora la catena del valore incidesse del 50%, avremmo un calo di 9-10 miliardi di PIL con un pesante contraccolpo sul deficit Italiano 2018 per carenza di entrate.

Buon 2018 Mario Draghi.

  scenarieconomici

DAVOS: L’ITALIA STA CON TRUMP (INFORMATE GENTILONI)

Il dollaro continua a scendere aiutando così l’export statunitense. L’euro vola e fa male all’Europa. Francia e Germania vogliono fare razzia di imprese italiane e quel posapiano di Gentiloni mai eletto da nessuno da noi bacia le pantofole a Macron.

L’Italia è rincretinita, a causa di Napolitano e di Monti, Letta, Renzi e Gentiloni, a causa dei governi mai eletti al potere rubato agli italiani. L’Italia si è messa dalla parte sbagliata. Noi, l’Italia deve e vuole stare con Trump, non con Merkel. Chi se ne frega di questi dementi che ci propinano, tutti, la loro solita broda schifosa. Sono tutti inutili e dannosi, all’Italia ed ai nostri interessi. Il mondo vero è fuori, è da un’altra parte. Nel mondo vero c’è Trump che sta facendo ottimamente gli interessi del suo Paese, gli Stati Uniti, ed è lui che oggi a Davos segna la Storia dei prossimi anni.

Ci si chiede: il libero mercato è quello in cui Merkel e la Germania, attualmente senza governo, lucrano alle spalle e a svantaggio degli altri Stati membri dell’Unione? Per circolazione di beni e servizi, si intendono quelle tedesche cui si aggiungono prepotentemente quelle francesi? Per circolazione di capitali, si intendono quelli degli altri verso Germania e Francia? Le persone impoverite e rese misere, “circolano” ottimamente nell’Europa tedesca, e di recente dell’asse franco/tedesco? O circolano così come vediamo circolare solo i poveracci venuti dai paesi più malmessi e poveri della terra, a fare danno ed immiserire ulteriormente le nostre città e strade d’Europa?

Donald Trump ha promesso agli americani lavoro e la sua protezione, produzione in loco, un sistema fiscale che li tutela, organismi sovranazionali ridimensionati là dove non rispondono più agli interessi del Paese e degli americani, tipo chiusura dei contributi a chi foraggia i terrorismi ed il terrorismo islamico. L’idea di Europa unita è importante e va protetta e tutelata, rafforzata, ma l’Europa attuale tedesca, oggi franco-tedesca, non è Europa unita, è Germania e Francia falsamente europee per gli affari propri.

Se Gentiloni e i precedenti avessero avuto un briciolo di spina dorsale avrebbero preso via via le distanze dall’andazzo tedesco europeo, è dal 1997 che ve ne era la manifesta possibilità, si sarebbero opposti contro un accentramento tedesco pericoloso e una “superiorità” economica inferta e conquistata a colpi bassi, dubbia e sospettissima. Si sarebbero fermamente opposti. Ci spieghino ora, essi intendono il libero mercato come quello di Xi Jinping, in Cina? Cina e Germania sono ad oggi i detentori, ovviamente con l’adeguamento delle relative misure, dei maggiori surplus commerciali. Trump sta quindi riposizionando gli Stati Uniti riformando il proprio Paese dall’interno perché domani sia e ritorni ad essere competitivo, e sta opponendosi e cercando di mettere un argine fermo e possibile, facendo il lavoro sporco per tutti, noi per primi, ai colossi dei surplus. Mutatis mutandis ovviamente.

Da qui Merkel contro Trump. Si informino Gentiloni e gli altri, Mattarella, che stanno leccando i piedi sbagliati. E si informi anche Mario Draghi in vena di sussulti fuori posto che, in quanto capo della Bce, può anche restare silente, soprattutto a cercare di fare dimenticare agli italiani e all’Italia la famosa lettera pro Merkel e contro l’Italia ai tempi del golpe 2011. Non è certo libero mercato l’operazione quantitative easing. L’obiettivo -raggiunto – di Trump del dollaro basso comporta un euro al rialzo che fa male al nostro export . Con il cambio fisso in Europa la Germania svaluta artificialmente rispetto agli altri Stati membri grazie alla moneta unica e si spiega così il surplus miliardario che la Germania accumula ogni anno. Trump e il sistema da lui costruito mina alla radice il sistema del surplus tedesco, e anche della mancanza di possibilità di variabilità del cambio o svalutazione dell’euro. In un quadro simile, sarebbe necessario ricontattare l’Europa rinegoziando la posizione ad esempio italiana in Europa. L’Italia deve collocarsi pro Trump (e May) e chiedere la ricontrattazione e rimodulazione a proprio vantaggio dell’Europa, non tedesca, non franco/tedesca, ma unita, della nuova Europa. La nostra economia, i redditi, l’occupazione, il nostro benessere sono oggetto oggi di un ribilanciamento negoziale in Europa che deve essere chiesto e voluto proprio dall’Italia. La Germania ieri scriveva dalle colonne del giornale Die Welt che “l’Italia è messa anche peggio della Grecia” e che “solo riforme radicali, come ad Atene, potrebbero cambiare qualcosa, ma cose del genere non sono nel programma elettorale di nessuno dei contendenti alle elezioni”. Questo è il credo tedesco, peggio della Grecia ci vuole ridurre la Germania in compagnia della Francia. L’Italia deve fare perno su Trump (e May), deve dare inizio e vita alla nuova Europa.

Francesca Romana Fantetti scenari economici

MAGGIO – 2017 MESSINA ANDATA E RITORNO – IL CAPO DI BANCA INTESA È OTTIMISTA: ‘SUI NOSTRI CONTI PASSANO 15 MILIARDI DI TRANSAZIONI AL GIORNO, E VEDIAMO UN PAESE IN RECUPERO. LA RIPRESA C’È. ORA BISOGNA RIDURRE IL DEBITO – IL SUD HA GRANDI POTENZIALITÀ: HA ECCELLENZE NELL’AEROSPAZIALE E NEL TURISMO HA MARGINI DI CRESCITA. PUÒ DIVENTARE UNA DELLE GRANDI PIATTAFORME LOGISTICHE D’EUROPA’

Nicola Saldutti per il ‘Corriere della Sera

 

«Sui nostri conti passano 15 miliardi di transazioni al giorno e quello che stiamo vedendo è un Paese in recupero. C’è una ripresa che viene dal mondo delle famiglie e delle imprese. Gli investimenti accelerano, ma tassi dell’1% non bastano. La disoccupazione è troppo elevata e per riassorbirla ci vuole una crescita più sostenuta. Per ottenerla bisogna ridurre il debito pubblico, che drena risorse e investimenti. Deve diventare una priorità».

 

Non ha nessuna tentazione di scendere in campo in politica, Messina. Eppure la banca è un pezzo rilevante del Paese?

«Gestiamo 860 miliardi di euro e anche per questo possiamo considerarci un architrave del Paese. In questi anni abbiamo gradualmente cambiato il nostro modo di fare banca, trasformandoci da istituto commerciale a wealth management company, cioè un’azienda capace di valorizzare quell’enorme risorsa rappresentata dal risparmio degli italiani. È il nostro punto di forza. Un modello unico a livello europeo: alti livelli di redditività associati a una struttura operativa con un rapporto tra costi e ricavi sotto il 50%, tra i più bassi d’Europa».

carlo messinaCARLO MESSINA

 

Generali: dopo la bocciatura del dossier il caso è definitivamente alle vostre spalle?

«Sì. È stato doveroso esaminare la logica di una nostra integrazione industriale con le Generali dopo che sono iniziate a circolare sul mercato voci di un interesse di un grande operatore internazionale verso il gruppo triestino: lo scenario competitivo nel wealth management avrebbe subito un significativo mutamento. Abbiamo condotto, in maniera trasparente, un’analisi attenta avendo come punti fermi la capacità di creare valore per i nostri azionisti e la solidità patrimoniale della Banca. Verificato che le condizioni non c’erano il caso è stato chiuso».

 

Come riuscirete a crescere ancora?

«Stiamo lavorando a un nuovo piano industriale, che presenteremo nel 2018. Puntiamo sull’ulteriore conversione di attività della clientela in risparmio gestito, non meno di altri 100 miliardi. In campo assicurativo, vogliamo raggiungere una posizione di leadership nel ramo danni. L’acquisizione della banca dei tabaccai darà nuovo impulso alle attività retail. È ragionevole prevedere una ripresa dei tassi di interesse, con un significativo beneficio sui nostri conti: 100 punti base in più corrispondono a una crescita dei ricavi da margini d’interesse di 1 miliardo».

 

Ma il problema principale nelle aziende sono i ricavi. Anche per le banche…

«Non si possono tagliare i costi all’infinito. Noi, ad esempio, abbiamo investito sulla riqualificazione di 4.500 risorse, individuando nuove professionalità. Abbiamo evitato esuberi valorizzando il nostro punto di forza: le persone di Intesa Sanpaolo.

carlo messinaCARLO MESSINA

 

Abbiamo così diversificato i ricavi con l’aumento della componente commissioni, che cresce ormai a doppia cifra. Dal 2013 ad oggi le masse da noi gestite sono salite di 80 miliardi. Possiamo contare su un data base che ci indica le scadenze degli investimenti dei nostri clienti per stare al loro fianco proponendo opzioni redditizie e sicure. E non vendiamo, da oltre dieci anni, bond subordinati (quelli sotto accusa nei crack bancari, ndr)».

 

Però è anche vero che il mondo bancario è ostaggio delle sofferenze, dei crediti a rischio…

«Noi ci siamo mossi con due anni d’anticipo sulla riduzione dei cosiddetti Non Performing Loans (sofferenze, ndr). Dal picco siamo scesi di 7,5 miliardi. A costo zero. Grazie a questo processo torneremo ai livelli pre-crisi a fine 2019».

 

Come a costo zero?

«Cioè senza aver bisogno di nuovi accantonamenti, che avevamo già effettuato. Abbiamo realizzato una macchina per la gestione delle sofferenze dove lavorano 1.500 persone: un vero e proprio fondo di private equity. Che ci ha consentito di dismettere crediti problematici senza perdite aggiuntive. E siamo, nel frattempo, riusciti a riportare in bonis quasi 60 mila aziende. Vuol dire 300 mila posti di lavoro e altrettante famiglie».

ALITALIAALITALIA

 

Non mi dica che la banca ha un ruolo sociale…

«Può averlo: penso al nostro impegno per il terzo settore, ai nostri progetti per l’infanzia o al ruolo che svolgiamo in campo culturale. Quanto alle aziende in crisi è nostro interesse non farle fallire. Noi lavoriamo perché l’impresa torni a fare impresa».

 

Sta pensando ad Alitalia?

«Non mi rende felice pensare che Alitalia possa fallire. Esserne azionisti come banca non è virtuoso nel medio periodo, e questo è un cordone destinato ad essere reciso. Però, se esistono progetti industriali con partner che possono dare vere prospettive di ritorno alla redditività della compagnia aerea, la banca li valuterà con estrema attenzione. Ci sono in ballo 20 mila posti di lavoro, tra azienda e suo indotto».

ALITALIAALITALIA

 

A proposito di prestiti, quel risparmio che gestite è una specie di polmone per alimentare i finanziamenti all’economia…

«Dal primo gennaio 2014 abbiamo erogato finanziamenti per 130 miliardi. Quest’anno puntiamo a farne almeno 50. Con un impatto sull’economia reale superiore a quello di una manovra del Governo. Siamo i più grandi erogatori di credito del Paese. E a giudicare dalla domanda di nuovo credito, per mutui e investimenti, l’economia mostra un recupero strutturale».

 

Non sarà troppo ottimista?

«No. Siamo stati tra i primi, nel 2015, a vedere i segni di una ripresa più sostenuta e a stimare per il 2016 un aumento del Pil dell’1%. Credo che il Mezzogiorno rappresenti una grande potenzialità: esprime delle eccellenze nel settore aerospaziale, farmaceutico e agroalimentare, può diventare una delle principali piattaforme logistiche d’Europa, nel turismo i margini di crescita sono enormi. Tutto ciò, come ho già detto, non è sufficiente a rimuovere i punti di debolezza del Paese. Come il debito».

 

Alenia AermacchiALENIA AERMACCHI

Cosa bisognerebbe fare?

«Pensare a un piano pluriennale per la sua riduzione. Si potrebbe pensare a un piano di dismissioni di asset immobiliari a livello centrale, regionale e locale. Diciamo almeno 100 miliardi in cinque anni. Secondo me si può e si deve fare».

 

Lo può fare anche questo governo?

«Sì, ci sono le risorse e gli uomini per gestire scelte di questa portata».

 (dagospia.com)

MAGGIO 2017 – LA MARCEGAGLIA MARCIA SULL’ILVA – L’ACCIAIERIA PASSA AD AM INVESTCO, CORDATA FORMATA DAGLI INDO-LUSSEMBURGHESI DI ARCELORMITTAL, MARCEGAGLIA E INTESA SANPAOLO: LO HANNO DECISO I COMMISSARI STRAORDINARI – IRONIA DELLA SORTE: TARANTO IN MANO (ANCHE) AI LUSSEMBURGHESI GRAZIE AI MILIARDI SEQUESTRATI AI RIVA. CHE LI AVEVANO IMBOSCATI IN LUSSEMBURGO

 

emma marcegagliaEMMA MARCEGAGLIA

Rosario Dimito per www.ilmessaggero.it

 

L’Ilva passa a Am Investco, cioè la cordata formata da ArcelorMittal, Marcegaglia e Intesa Sanpaolo. Questa la decisione che, secondo quanto risulta al Messaggero.it, è stata presa nella tarda mattinata di venerdì 26 maggio dai commissari straordinari Corrado Carrubba, Piero Gnudi e Enrico Laghi che nel pomeriggio faranno la loro proposta al Ministro del Mise Carlo Calenda. Attorno alle 18 dovrebbe essere resa pubblica la decisione con una nota ufficiale.

 

La cordata vincente ha offerto 1,8 miliardi di euro, molto di più rispetto ad AccaiiItalia, guidata dagli indiani di Jindal e di cui fanno parte Cdp, Arvedi e Del Vecchio, anche se offre meno investimenti.

carlo messinaCARLO MESSINA

 

Quindi i commissari hanno ritenuto di tirare dritto e aggiudicare il gruppo siderurgico nonostante il monito pervenuto dalla Ue sui rischi Antitrust europeo in caso di vittoria della cordata guidata da ArcelorMittal che è un colosso industriale mondiale basato in Lussemburgo, operante nel settore dell’acciaio, nato dalla fusione di due tra le più grandi aziende del settore, la Arcelor e la Mittal Steel Company, avvenuta nel 2006.

 

Nei giorni scorsi su suggerimento dell’advisor Rothschild, i commissari hanno chiesto ai due finalisti di esprimersi sulla richiesta di proroga al 31 marzo 2018 delle loro offerte, mantenendole immutate. Da Am Investco Italy (Arcelor Mittal, Marcegaglia, Intesa Sp) sono arrivati sì incondizionati, mentre AcciaItalia  non ha accettato di prorogare la validità dell’offerta, che resta confermata con scadenza al 30 giugno 2017(dagospia.com)

GIUGNO 2017 – BANCA INTESA IMPONE UNA STANGATA AI RISPARMIATORI, MA DA’ LA COLPA A DRAGHI – I COSTI DI UN CONTO CORRENTE AUMENTATI DI 120 EURO ALL’ANNO: 10 EURO AL MESE – LA POLITICA DELLA BCE DEI TASSI A ZERO STA COSTANDO TROPPO ALL’ISTITUTO DI CARLO MESSINA. EPPURE, L’UTILE E’ CRESCIUTO DEL 13%

Flavio Bini per la Repubblica

 

gian maria gros pietro carlo messina giovanni bazoliGIAN MARIA GROS PIETRO CARLO MESSINA GIOVANNI BAZOLI

Le prime comunicazioni sono partite intorno alla metà di maggio. Destinatari i correntisti delle banche del gruppo Intesa Sanpaolo. Quattro pagine, tabelle incluse, per annunciare una piccola rivoluzione: dal primo agosto lasciare i soldi fermi sul proprio conto corrente avrà un costo. Anche se quel conto, quando è stato sottoscritto, era a zero spese. L’ accelerazione è da supercar: si passa da 0 a 120 euro l’ anno. Un salasso per chi aveva sottoscritto per esempio l’ opzione Zerotondo, che dieci anni fa prometteva nessuna spesa in banca. E che per di più arriverà in piena estate.

 

DRAGHIDRAGHI

La spiegazione la fornisce l’ istituto a pagina uno. La politica monetaria del governatore della Bce, Mario Draghi, ha spinto i tassi sotto zero e sta costando troppo alle banche. La soluzione? Riversare i costi sui depositanti. Eppure a scorrere i risultati dell’ istituto guidato da Carlo Messina, fresco di nomina di Cavaliere del Lavoro, il sacrificio chiesto ai correntisti stride con i numeri registrati nell’ ultimo anno: l’ utile netto è cresciuto del 13,6% a 3,111 miliardi di euro con un miliardo di ricavi di commissioni da conti correnti, in lieve calo (-2,4%) rispetto al 2015.

 

carlo messinaCARLO MESSINA

«L’ intervento tocca rapporti di conto stipulati in un contesto economico profondamente diverso, rispetto ai quali – negli anni – non ci sono stati adeguamenti o comunque non in misura sufficiente», spiega la banca a Repubblica. «Sono stati esclusi a priori i conti sociali, quelli legati a particolari convenzioni e le zone colpite dal terremoto. Nel complesso, quindi, non più del 30% delle posizioni verrà rivista».

 

Cosa cambierà concretamente per i clienti dipenderà da molte variabili: dal tipo di conto alla data di apertura, fino al livello di giacenza medio nell’ anno passato, cioè quanti soldi sono rimasti in media depositati. Fino a 2000 euro non ci sarà nessun aumento e, in nessun caso, supererà i 10 euro al mese. Per far scattare il rincaro massimo basterà avere aperto il conto prima del 2009 e avere lasciato in media 10 mila euro nel 2016. Per tutti gli altri, tra 2 e 10 mila euro, gli incrementi vanno da 2,4 a poco più di 100 euro l’ anno.

 

carlo messina giovanni bazoliCARLO MESSINA GIOVANNI BAZOLI

L’ istituto aggiunge poi che «a tutti i clienti interessati dalla manovra è stata inviata una comunicazione cartacea o digitale». Comunicazione che però, ad oggi, moltissimi clienti non hanno ancora ricevuto. La banca offre infine un’ alternativa. L’ istituto – si spiega nella comunicazione di maggio – «darà corso a interventi annuali di miglioramento delle condizioni sino all’ azzeramento dell’ incremento» . Come?

 

Per ottenere uno sconto sul canone i clienti avrebbero due strade: sperare in un’ inversione di rotta della politica monetaria condotta dal presidente Draghi, e quindi in un aumento dei tassi, o togliere i propri soldi dal conto. Investendoli in prodotti finanziari, spendendoli in beni di consumo o tenendoseli per sé. Nel mondo capovolto dei tassi sottozero il paradosso è servito: se avete soldi da parte lasciateli sotto il materasso. Ve lo chiede la banca.(dagospia.com)

 

GIUGNO 2017 -COSÌ PARLÒ SILEONI, CAPO DELLA FABI, IL PIÙ POTENTE SINDACATO BANCARIO: “INTESA HA IL MERITO DI VOLERSI SVINCOLARE DAI POTERI FORTI, A DIFFERENZA DI ALTRI CHE SONO AL CENTRO DI SCANDALI GRAVISSIMI, DOVE GLI AMMINISTRATORI DELEGATI SE NE VANNO COL BOTTINO IN MANO E I LAVORATORI BANCARI RISCHIANO DI PAGARE COSTI PESANTISSIMI DELLA MALAGESTIONE, FRUTTO D’INTERESSI TRASVERSALI’’

(Il Sole 24 Ore Radiocor Plus) –

 

gian maria gros pietro carlo messina giovanni bazoliGIAN MARIA GROS PIETRO CARLO MESSINA GIOVANNI BAZOLI

A fronte dell’evoluzione nell’organizzazione del lavoro ‘Intesa SanPaolo ha iniziato a gestire il cambiamento in maniera intelligente e l’a.d. Carlo Messina e’ uno dei pochi che cerca di portare un nuovo corso nel settore bancario puntando sulla riconversione professionale e non sul taglio dei posti di lavoro, dissociandosi da un modello di banca che produce esuberi e manda a casa i lavoratori. Messina e’ uno dei pochi che sta cercando di svincolarsi dall’abbraccio mortale dei poteri forti’.

 

Cosi’ Lando Maria Sileoni, segretario generale della Fabi, Federazione autonoma bancari italiani. In occasione del convegno ’10 anni d’Intesa Sanpaolo. Organizzazione del lavoro per un modello di banca sostenibile’, Sileoni ha rilevato che ‘Intesa e’ un fiore all’occhiello del nostro Paese e ha il merito di aver abbracciato il cambiamento e di volersi svincolare dai poteri forti, a differenza di altri che sono al centro di scandali gravissimi, dove gli amministratori delegati se ne vanno col bottino in mano e i lavoratori bancari rischiano di pagare costi pesantissimi della malagestione, frutto d’interessi trasversali’.

Lando SileoniLANDO SILEONI

 

Come Fabi, ha proseguito Sileoni, ‘chiediamo che si imponga a livello di sistema un nuovo modello di banca che sostenga l’occupazione, valorizzi i lavoratori e le economie dei territori. A breve, con le banche che vedono diminuire i tradizionali margini di guadagno, ci dovremmo confrontare su digitalizzazione, nuove tecnologie, consulenza e sui nuovi mestieri, ma per farlo ci vuole un management che sappia confrontarsi in modo intelligente e costruttivo con le organizzazioni sindacali’. Intesa Sanpaolo, che impiega oltre 60mila addetti, festeggia nel 2017 i primi 10 anni di attivita’.(dagospia.com)

 

GIUGNO 2017 -E’ TORNATA LA BANCA DI SISTEMA: INTESA CON UN EURO SI PRENDE LE BANCHE VENETE – COPIATA L’OPERAZIONE SANTANDER/POPULAR: MA CARLO MESSINA SI PRENDERA’ SOLO LE GOOD BANK E DOPO LA RICAPITALIZZAZIONE DEL TESORO – NO DI UNICREDIT – LA BCE STOPPA L’ICCREA: TROPPO IMPEGNATA NELLA RISTRUTTURAZIONE DEL CREDITO COOPERATIVO

Rosario Dimito per il Messaggero

 

BANCHE VENETEBANCHE VENETE

Via libera del consiglio straordinario di Intesa Sanpaolo riunito nella mattinata al salvataggio delle banche venete. Il board convocato ad hoc presieduto da Gian Maria Gros-Pietro, con molti consiglieri in call,  ha dato la disponibilità ad acquistare per 1 euro le good bank di Popolare di Vicenza e Veneto Banca, dopo la loro ricapitalizzazione da parte dello stato e separazione delle passività dei crediti deteriorati in un veicolo ad hoc finanziato sempre dallo Stato e il burden sharing di azionisti e obbligazionisti.

 

Nell’operazione è previsto anche che il governo integri il decreto varato venerdì scorso per congelare il bond di Veneto Banca con un meccanismo di tutela per assorbire la fuoriuscita dei 4 mila dipendenti dei due istituti attraverso il Fondo esuberi.

gian maria gros pietro carlo messina giovanni bazoliGIAN MARIA GROS PIETRO CARLO MESSINA GIOVANNI BAZOLI

 

Il consiglio ha dato mandato al top management guidato da Carlo Messina di presentare entro le ore 15 a Rothschild l’offerta vincolante a portare a termine l’operazione. Le fasi successive dovranno essere concordate tra Rothschild, Tesoro, Bankitalia, con la sponda della Commissione Ue e della Bce.

 

A Francoforte è proseguita nella mattinata di mercoledì 21 giugno la riunione del Consiglio di Vigilanza iniziata ieri nella quale sarebbe stato fatto il punto sulle banche italiane in difficoltà. L’obiettivo sarebbe di ripetere quanto accaduto domenica 22 novembre 2015 quando fu completata la risoluzione di Etruria, Ferrara, Marche e Chieti che, il giorno dopo, riaprirono i battenti sotto le nuove insegne. Lunedì 26 giugno 2017 potrebbero nascere la nuova Popolare di Vicenza e la nuova Veneto Banca.

 

DRAGHIDRAGHI

Dovrebbe essere quindi Intesa Sanpaolo a rilevare le due nuove good bank visto che le altre banche non avrebbero dato seguito, come Bnp-Bnl e Unicredit che comunque già ieri aveva manifestato disinteresse a un’operazione a due con Intesa. Iccrea fortemente interessata, sarebbe stata fermata dalla Bce in considerazione del riassetto in corso tra le bcc come effetto della riforma e Cariparma si sarebbe sfilata da subito perchè impegnata su Cesena, Carim, Carismi.(dagospia,com)

 

GIUGNO 2017 – VIA COL VENETO! – IL COSTO DEL SALVATAGGIO DELLE BANCHE VENETE (10 MILIARDI) FINIRA’ SUI CONTRIBUENTI. MA SI SCOPRIRA’ FRA QUALCHE ANNO, LONTANO DALLE ELEZIONI – IL RESTO A CARICO DEGLI AZIONISTI E DEGLI OBBLIGAZIONISTI: COME PER L’ETRURIA – CON UN EURO, INTESA SI PRENDE LA PARTE “BUONA”

Francesco Manacorda per la Repubblica

 

Dunque, le due banche venete verranno finalmente “salvate”, evitando una crisi potenzialmente devastante? E per “salvarle” basterà davvero l’ offerta di un euro arrivata ieri da Intesa Sanpaolo? Sono queste le domande a cui bisogna cercare una risposta nel giorno in cui pare sciogliersi uno dei nodi più intricati del nostro sistema creditizio. Quello di due banche di medie dimensioni che erano forti soprattutto nel forte Nord-Est, ma che all’ improvviso si sono scoperte debolissime.

 

DANIELE NOUYDANIELE NOUY

Oggi hanno un ammanco complessivo di capitale che la Bce calcola in 6,4 miliardi di euro e che vuole venga ripianato non solo dallo Stato, ma anche da soggetti privati. La risposta, nella tecnolingua delle vicende bancarie, sta innanzitutto nel fatto che il governo italiano, con l’ evidente consenso di Bruxelles, si prepara a non evitare il burden sharing, ma vuole dribblare il bail in.

 

Urge traduzione? Il burden sharing è una sorta di “mal comune mezzo gaudio” in chiave bancaria: se una banca è in dissesto, prima di poter ottenere l’ intervento pubblico, deve far pagare il peso di quel dissesto ai suoi azionisti e ai suoi obbligazionisti che hanno sottoscritto i bond subordinati, ossia la categoria più rischiosa. Il valore delle azioni viene tagliato e così quello delle obbligazioni subordinate (che possono essere anche convertite in azioni).

 

piercarlo padoan margrethe vestagerPIERCARLO PADOAN MARGRETHE VESTAGER

La regola del burden sharing era valida prima del 1° gennaio 2016, quando con la direttiva europea sulle risoluzioni bancarie – la Brrd – è entrato invece in vigore il più severo bail in: in questo caso, prima che i fondi pubblici possano intervenire, pagano non solo gli azionisti e gli obbligazionisti subordinati, ma anche le altre categorie di obbligazionisti e infine chi ha oltre 100mila euro depositati sul conto corrente di quella banca.

 

Un “mal comunissimo”, insomma, ma che rappresenta tutt’ altro che un mezzo gaudio; specie per i correntisti delle banche che finora non hanno mai dovuto affrontare il rischio di un salasso: non è avvenuto nemmeno per l’ Etruria e le altre tre banche sorelle, visto che il governo agì nel novembre 2015 proprio per evitare il loro bail in dal gennaio successivo.

popolare vicenza 2POPOLARE VICENZA 2

 

Adesso la scelta italiana appare quella di procedere non a una risoluzione secondo le regole europee, ma a una liquidazione coatta delle due banche in base alle regole nazionali. Le norme comunitarie offrono spazio per farlo, l’ accordo politico con Bruxelles si considera garantito. In questo senso si dribbla la Brrd e si evita il bail in come il ministro dell’ Economia Pier Carlo Padoan aveva più volte assicurato.

 

Improponibile, del resto, dopo che si sono salvati i correntisti della rossa Mps e quelli della rosata Etruria, toccare gli “schei” dei depositanti in un Veneto più tinto di verde Lega: in campagna elettorale una mossa simile si sarebbe trasformata in un boomerang micidiale per le forze di governo.

 

veneto banca 2VENETO BANCA 2

Se passerà l’ operazione e Intesa Sanpaolo prenderà a quel prezzo simbolico il meglio che le due banche possono offrire (niente crediti deteriorati, ma nemmeno crediti ad alto rischio) qualcuno dovrà però pagare il conto per il credito di pessima qualità che resterà nelle casse di Veneto Banca e Popolare di Vicenza. Lo faranno azionisti e obbligazionisti subordinati, ma il grosso – una cifra che potrebbe essere vicina ai 10 miliardi – ce lo dovrà mettere lo Stato.

 

Nessun salvataggio è gratis, ovviamente, e questo lo pagheranno in buona parte i contribuenti. Per capire se ne sia valsa la pena ci vorrà molto tempo, probabilmente anni, durante i quali i commissari che gestiranno le banche in liquidazione cercheranno di recuperare i crediti andati a male a prezzi superiori ai 17-19 centesimi per ogni euro che offrono oggi i fondi specializzati.

carlo messina giovanni bazoliCARLO MESSINA GIOVANNI BAZOLI

 

Una risposta positiva si può dare invece alla domanda sulla fine dei rischi di contagio per il sistema. Risolvendo il problema delle banche venete si sterilizza quello che pare l’ ultimo grande problema del sistema e restano casi minori di banche in difficoltà, come Carige. È una visione che condividono molti osservatori, come ad esempio Giuseppe Lusignani, vicepresidente di Prometeia, e che ritiene che «a questo punto i casi che preoccupano gli investitori sono drasticamente ridotti».

 

Ultima domanda legittima: ma allora Intesa-Sanpaolo ha fatto un affare offrendo un solo euro per la parte “buona” delle due consorelle venete? Difficile rispondere di sì, visto che – nonostante le speranze del Tesoro – non si è creata una fila di possibili acquirenti. Nessun altro è stato disposto a offrire nemmeno quell’ euro per avventurarsi nella palude bancaria, pur in parte bonificata, del Nord-Est.(dagospia.com)

 

 

GIUGNO 2017 -ITALIA SBANCATA – DOPO L’OFFERTA DI INTESA (1 EURO), LA FURIA DI MION (POP VICENZA): ”I PROF MI HANNO BOCCIATO” – SALE A 12 MILIARDI IL COSTO PER LO STATO, IL FONDO ATLANTE LIQUIDATO CON UN COMUNICATO – ENRICO ZANETTI, CHE ERA IL SUO VICEMINISTRO, DURISSIMO CON PADOAN: ”FALLIMENTO TOTALE SUI DOSSIER BANCARI”

1. MION: MI HANNO BOCCIATO

GIANNI MIONGIANNI MION

Da Ansa

 

“Ora tutti adesso pensano basti 1 euro”. Lo ha detto Gianni Mion, presidente della Popolare di Vicenza. “Io non posso valutare la proposta, non mi posso lamentare dei professori, io sono stato bocciato. È stato bocciato tutto, le persone, il piano e pure io”.

 

 

2. BOCCIA LISCIA IL PELO AD INTESA: NON C’ERANO ALTERNATIVE

Da Ansa

 

“Non mi sembra che ci fossero altre alternative su cui discutere”. Lo ha affermato Vincenzo Boccia, presidente di Confindustria, a proposito degli oneri per lo Stato derivanti dal salvataggio delle banche venete.

 

VINCENZO BOCCIA CONFINDUSTRIAVINCENZO BOCCIA CONFINDUSTRIA

“Il problema – ha detto a margine dell’assemblea annuale di Confindustria Firenze – è su quali alternative possibili dovevamo lavorare. Se non ne abbiamo occorre essere pragmatici e vediamo di vedere effetti panico all’interno del mercato, che in altri Paesi abbiamo già visto in epoche passate”.

 

Secondo Boccia l’offerta presentata da Intesa Sanpaolo “è buona”, per cui “accontentiamoci pragmaticamente di un’offerta e di una grande banca senza la quale avremmo avuto molti più problemi”.

 

 

3. BANCHE VENETE: ZANETTI, PADOAN HA SBAGLIATO, LO AMMETTA 
(ANSA) –  “Non vi è dubbio che l’offerta di Banca Intesa, se accettata dall’UE, possa essere considerata un male minore rispetto al bail in, ma è un male gigantesco rispetto a quello che il Governo Gentiloni poteva fare muovendosi prima, con più decisione e meglio, come abbiamo più volte urlato nel silenzio. Proprio per questo, il Ministro Padoan e coloro del suo staff che lo hanno così malamente supportato, dovrebbero assumersi le responsabilità di quello che non può certo essere definito un buon lavoro”.

 

Lo afferma Enrico Zanetti, segretario di Scelta Civica e già viceministro all’Economia del governo Renzi secondo il quale quella di Intesa non solo è il “male minore” ma arriva dopo il “fallimento totale” della gestione di altri dossier bancari caratterizzata da “episodi grossolani, totalmente contrari al buon senso e alla tutela degli interessi nazionali”. Su tutti “quello della comunicazione non richiesta alle autorità europee, da scolaretti secchioni che non sanno però fare due più due, dell’ultima cessione dei crediti deteriorati fatta da Banca Etruria”.

 

 

4. UN EURO DA INTESA SANPAOLO, 12 MILIARDI DAI CONTRIBUENTI

Andrea Greco per la Repubblica

 

Tra i palazzi zitti del potere, politico e finanziario, si lavora a oltranza per chiudere, se possibile nel fine settimana con un decreto che riformuli il Salvabanche natalizio, il dossier di liquidazione ordinata delle due ex popolari Vicenza e Veneto banca. I contatti con le autorità sovranazionali corrono, così come le riunioni telefoniche tra i protagonisti dell’ operazione, inedita e complessa nei meccanismi.

FABRIZIO VIOLAFABRIZIO VIOLA

 

L’ ad di Vicenza, Fabrizio Viola, che presto potrebbe venire nominato tra i commissari liquidatori, è già in contatto con l’ advisor del Tesoro Rothschild per conto dei compratori. Tuttavia l’ offerta inoltrata mercoledì da Ca’ de Sass, molto aggressiva e virtualmente l’ unica, per comprare a 1 euro le attività migliori delle due venete in crisi, ha spiazzato il loro legittimo proprietario Atlante – vistosi spossessato di 3,5 miliardi di capitale da un comunicato stampa – e un po’ anche il Tesoro: che ha poco tempo per ribaltare l’ angolo negoziale, ed evitare che la finalizzazione di due dossier sudatissimi degeneri in un caso politico, con costi per l’ erario fino al doppio rispetto ai 5 miliardi circa del piano precedente (basato sulle nozze delle due venete); e strascichi polemici crescenti verso la prossima campagna elettorale.

 

ALESSANDRO PENATIALESSANDRO PENATI

Il problema nasce dalle condizioni poste dal compratore, che oltre all’ euro di corrispettivo ha detto ai quattro venti di non voler pagare altro per una mole di crediti scelti attorno ai 20 miliardi, qualche centinaio di agenzie e circa 6mila lavoratori che non diventeranno “esuberi” (anche questi in parte agevolati da uno scivolo statale). Troppa grazia per la maggior banca italiana, anzi “too good to be true”, come dicevano ieri analisti finanziari e investitori a Londra e a New York: continuando a comprare l’ azione, chiusa in rialzo dello 0,6% in un settore credito cedente a Piazza Affari.

 

L’ affare in vista per Intesa Sanpaolo, tuttavia, potrebbe risolversi nel salasso del governo. La lista delle spesa (pubblica) per far partire una liquidazione imperniata su Ca’ de Sass potrebbe essere più lunga del previsto. Ci sono i 500 milioni per i 3.500 esuberi, circa 1,5 miliardi di crediti fiscali lasciati al compratore, il finanziamento di sofferenze e crediti problematici che l’ ad Carlo Messina non intende sobbarcarsi, e che finiranno in una bad bank statale sul modello della Rev, nata dalle ceneri delle quattro banche ponte.

gian maria gros pietro carlo messina giovanni bazoliGIAN MARIA GROS PIETRO CARLO MESSINA GIOVANNI BAZOLI

 

Una mole di attivi fino al doppio dei 10 miliardi di sofferenze effettive, e da finanziare con almeno 6 miliardi, secondo qualche addetto ai lavori. In aggiunta, c’ è lo “sbilancio” delle attività residue di Vicenza e Montebelluna. Se infatti il compratore – come ha annunciato – rileverà tutti i depositi delle due banche venete ma solo una frazione dei loro crediti, rimarrebbero in capo alla liquidazione degli attivi in eccesso, da colmare con nuovo patrimonio (pubblico) stimato da due fonti vicine al dossier in altri 5-6 miliardi. Così si arriva alla dozzina.

 

BANCHE VENETEBANCHE VENETE

Certo, una fetta di questi miliardi rientrerà nel tempo, con le vendite di altri pezzi dei due gruppi, come le controllate Banca Nuova e Apulia, su cui sembra pronta l’ offerta di un fondo anglosassone, poi di Bim, Arca Sgr e altro. Proprio ieri Veneto banca ha perfezionato la cessione a Capital Shuttle di tutto il suo 25% in Banca Consulia, prezzo 13,5 milioni. Anche il recupero crediti di Stato, specie se non partirà in folle come fu per Rev, attenuerà negli anni l’ esborso: tuttavia gli impatti sul debito pubblico verranno molto prima. Mentre il Tesoro, nel più grande riserbo, cerca di attenuare queste dinamiche, prosegue la corsa per completare nelle prossime ore l’ iter che consenta la liquidazione delle due venete.

 

PADOANPADOAN

Quanto sia complesso lo spiega Andrea Resti, docente all’ università Bocconi e consulente del parlamento europeo per la vigilanza bancaria: «Prima è necessario che la Bce consideri i due istituti in dissesto certo o probabile. A questo punto la palla passerà al Single resolution board, l’ autorità delle crisi bancarie cui toccherà decidere se mettere le banche in risoluzione o direttamente in liquidazione ». Il Tesoro vuole evitare la “risoluzione”, poiché coinvolgerebbe i bond senior meno rischiosi.

 

MARGRETHE VESTAGERMARGRETHE VESTAGER

Ma per evitarla, continua Resti, «l’ Srb deve sostanzialmente dire che l’ importanza delle due banche per l’ economia nazionale non è tale da avere valenza sistemica che richieda di risolverle per tutelare l’ interesse pubblico ». Un giudizio non scontato trattandosi di 62 miliardi di euro di attivi: e che di fatto squalificherebbe la direttiva sul bail in Europa al disotto di quella soglia. Ammesso che l’ Srb si pronunci per la liquidazione, su richiesta di Bankitalia il Tesoro la disporrebbe per decreto, lasciando a Via nazionale la Nomina di uno o piu commissari. (dagospia.com)

GIUGNO 2017 -UCCI UCCI SENTO ODOR DI PROBLEMUCCI: VUOI VEDERE CHE SALTA L’OPERAZIONE SULLE BANCHE VENETE? – SI VOCIFERA CHE SIA ARRIVATA AL TESORO UNA LETTERA DEL COMMISSARIO EUROPEO MARGRETHE VESTAGER IN CUI SI METTE IN DISCUSSIONE L’ACCORDO FATTO DAL MINISTRO PADOAN CON BANCA INTESA – ECCO COSA C’E’ SCRITTO NEL DOCUMENTO

inchino padoanINCHINO PADOAN

Dagoreport

Banche venete, salta tutto? Voci insistenti dicono che sia arrivata al Tesoro una lettera del commissario europeo Margrethe Vestager in cui si mette in discussione l’accordo fatto dal ministro Padoan con Banca Intesa. E che questo avrebbe spinto il ministro ad ingaggiare un braccio di ferro con Carletto Messina, i cui esiti sono incertissimi.

La tesi della ruvida commissaria danese è che i soldi che il governo italiano spenderebbe per accontentare Intesa (almeno 6 miliardi) sarebbero aiuti di Stato, sanzionabili non meno della ricapitalizzazione precauzionale chiesta dalle due banche a marzo, rimasta appesa per mesi e poi bocciata. Padoan e Messina tremano, Gentiloni è nervosissimo e Renzi è pronto a far scoppiare un casino.

carlo messinaCARLO MESSINAVestagerVESTAGER

 

GIUGNO 2017 -GUERRA TRA BANCHE – INTESA COMPRA POPVICENZA E VENETO BANCA, MA NEGLI ULTIMI GIORNI UNICREDIT E MEDIOBANCA HANNO PROVATO A FAR SALTARE L’OPERAZIONE CON AZIONI DI DISTURBO – L’ASSE DI FERRO TRA CARLO MESSINA E IL CAPO DELLA FABI SILEONI – INTESA COMPRERÀ ANCHE BANCA APULIA E BANCA NUOVA OLTRE ALLE RETI ESTERE – NEI DUE ISTITUTI CI SARANNO 4MILA ESUBERI

 

Francesco De Dominicis per www.liberoquotidiano.it

 

alberto nagel carlo messinaALBERTO NAGEL CARLO MESSINA

Lo schema per l’accordo tra IntesaSanpaolo e il governo era stato trovato definito la scorsa settimana. Ma ci sono voluti più di 10 giorni per chiudere la partita, col decreto legge che oggi sarà approvato dal governo in un consiglio dei ministri straordinario, sulle banche venete comprate dal colosso comandato da Carlo Messina. Chi si interroga sui motivi dell’inatteso ritardo potrebbe trovare le risposte “sfogliando” il registro telefonico della segreteria tecnica del ministero dell’Economia. Gli sherpa di alcuni importanti istituti di credito italiani ostili a Intesa, secondo fonti ben informate, hanno tentato di far saltare l’acquisto di Popolare di Vicenza e Veneto Banca lavorando sotto traccia.

 

Continue telefonate nelle quali venivano sollevati dubbi e perplessità sull’operazione, anche in relazioni a presunti dubbi dell’Unione europea che, in realtà, non ha evidenziato criticità insormontabili. Un attacco sotterraneo che è apparso subito come un gesto di gelosia, al quale tuttavia qualcuno ha dato credito a via Venti Settembre. Ecco perché Messina, quando si è accorto delle azioni di disturbo, ha sparigliato il tavolo convincendo definitivamente il governo e soprattutto dando al ministro Pier Carlo Padoan motivi validi per chiudere la questione coi detrattori interni. E in tempi rapidi.

MUSTIER MESSINAMUSTIER MESSINA

 

Il piano, dunque, è pronto. Ecco i dettagli. Secondo quanto appreso da Libero, il perimetro oggetto di acquisto include crediti in bonis diversi da quelli ad alto rischio per circa 26,1 miliardi di euro, attività finanziarie per circa 8,9 miliardi di euro, le partecipazioni in Banca Apulia  e Banca Nuova oltre quelle in Sec Servizi e in Servizi Bancari. Intesa rileverà pure le quote delle banche con sede in Moldavia, Croazia e Albania. Nell’operazione finiranno anche 28,5 miliardi di debiti verso la clientela, 11,8 miliardi di obbligazioni sentire e 23 miliardi di raccolta.

 

Quanto alla rete, il gruppo presieduto da Gian Maria Gros Pietro comprerà  circa 900 sportelli in Italia (60 all’estero, inclusa la rete di filiali in Romania) e circa 10mila persone in Italia su quasi 14mila e circa 900 all’estero. Sul personale, quindi, le eccedenze per le venete sono 4.000, ma solo 1.500 lavoratori hanno i requisiti (età anagrafica e contributi previdenziali) per i prepensionamenti a sette anni. I 2.500 extra verranno gestiti con la riapertura del fondo esuberi nel gruppo Intesa. Manovra grazie alla quale Ca de’ Sass potrà liberarsi di altri suoi dipendenti: quelli di Intesa che hanno i requisiti per accedere al fondo sono 8.200.

veneto banca assemblea sociVENETO BANCA ASSEMBLEA SOCI

 

 La situazione – nel settore – è considerata gestibile. L’ad di Intesa ha stretto infatti un patto coi sindacati di categoria e in particolare con la Fabi. Patto che è raccontato, tra altro, anche dalla lunga sequenza di comunicati stampa diramati con tempistica chirurgica dall’organizzazione guidata da Lando Maria Sileoni.

 

L’asse di ferro tra il primo gruppo bancario del Paese e il principale sindacato del settore si è rivelato politicamente strategico nel corso dei negoziati che si sono protratti per tutta questa settimana. Nei momenti critici la Fabi ha giocato di sponda con  Intesa che lavorava da mesi, a fari spenti, sul dossier riuscendo a non far trapelare nulla all’esterno. Fatto sta che l’offerta di acquisto di Vicenza e Montebelluna alla cifra simbolica di un euro, formalizzata martedì dal consiglio di amministrazione dell’istituto, non è stata digerita facilmente dai banchieri italiani.

 

veneto banca 2VENETO BANCA 2

E in questo senso, Sileoni ha sostanzialmente aiutato Messina a mettere tutti d’accordo, intessendo una fitta rete di contatti ai piani alti dell’industria creditizia del Paese. La soluzione di sistema – ecco il problema – di fatto non era condivisa, anche se a parole in tanti hanno dato la disponibilità, come Unicredit, Iccrea sostenuta da Mediobanca e Bnp Paribas.

 

Tra i nodi principali dell’operazione c’erano gli esuberi e la Fabi ha convinto gli attori in campo che non esistevano alternative percorribili: qualsiasi soluzione diversa al piano Intesa avrebbe cagionato un terremoto nel settore a livello occupazionale e i licenziamenti avrebbero portato allo scontro col sindacato. E quando Padoan ha preso atto del quadro complessivo, venerdì ne ha immediatamente parlato col premier, Paolo Gentiloni, e hanno concordato il cdm straordinario inizialmente previsto per ieri e poi slittato a oggi.(dagospia.com)

zonin popolare vicenzaZONIN POPOLARE VICENZA

 

DRAGHI HA FATTO 30, FARÀ 31? – IL DIFENSORE CIVICO EUROPEO HA RACCOMANDATO AL PRESIDENTE DELLA BCE DI NON FREQUENTARE PIÙ IL ‘GRUPPO DEI 30’, CLUB PRIVATO DI WASHINGTON DOVE SI RIUNISCONO BANCHIERI CENTRALI, BANCHIERI D’AFFARI ED ECONOMISTI: ‘QUELLE BANCHE SONO SUPERVISIONATE DALLA BCE, NON PUÒ DARE L’IMPRESSIONE CHE LA SUA INDIPENDENZA SIA COMPROMESSA’

EMILY O REILLYEMILY O REILLY

1. OMBUDSMAN UE, DRAGHI SOSPENDA ADESIONE A GRUPPO DEI 30

 (ANSA) – Al termine di un’indagine durata un anno, l’Ombudsman europeo Emily O’Reilly ha raccomandato che il presidente della Banca centrale europea Mario Draghi “sospenda la sua adesione al Gruppo dei 30 (G30) per il resto del periodo del suo mandato, al fine di proteggere la Bce ed il suo presidente, da percezioni che l’indipendenza dell’Istituto possa essere compromessa”. Si legge in una nota del difensore civico.

 

O’Reilly ha inoltre raccomandato che i futuri presidenti della Bce non diventino membri del G30. Il G30 è un gruppo privato, basato a Washington, a cui partecipano vari governatori di banche centrali, banchieri del settore privato e accademici, e vi si può partecipare solo su invito. Tra i membri ci sono rappresentanti di banche supervisionate direttamente o indirettamente, dalla Bce. Da Francoforte la Bce fa sapere di aver preso atto del rapporto e che risponderà a tempo debito.

 

 

2. UN ANNO FA, LA RISPOSTA DEL PORTAVOCE BCE A ‘POLITICO.EU’

MARIO DRAGHIMARIO DRAGHI

 

“Il trattato sul funzionamento dell’Unione europea richiede che la Bce mantenga un dialogo con gli azionisti esterni. Il gruppo in questione è un forum molto eterogeneo, che include governatori in carica ed ex governatori delle banche centrali, ministri delle finanze, esponenti del mondo accademico e rappresentanti del settore privati, inclusi i banchieri. Si tratta, come si può notare, di una platea importante con cui avere rapporti, ricordando sempre che ci sono regole e strumenti atti ad evitare apparenti o potenziali conflitti di interessi”.

 

 

3. CHI È EMILY O’REILLY, L’OMBUDSMAN UE CHE PUNTA IL DITO SU DRAGHI

Francesco Russo per www.agi.it

 

A farla risalire agli onori delle cronache è stata la richiesta al presidente della Bce, Mario Draghi, di abbandonare il “gruppo dei 30”, opaco organo di consultazione composto da alcuni dei leader del mondo finanziario, inclusi banchieri che ricadono sotto la supervisione di Francoforte, che in tale sede discutono a porte chiuse le problematiche relative al settore. Quasi un caso di scuola delle ragioni che hanno gettato milioni di elettori tra le braccia dei partiti euroscettici e nazionalisti.

 

DRAGHI GIORNALISTI1DRAGHI GIORNALISTI1

“La presenza del presidente della Bce tra i membri del G30 potrebbe far sorgere la percezione nell’opinione pubblica che l’indipendenza della Bce possa essere compromessa”, scrive nella sua raccomandazione Emily O’Reilly, la donna che dal 2013 ricopre il ruolo di ombudsman, o mediatore, europeo, “che negli anni la Bce abbia consentito a questa percezione di consolidarsi costituisce, da parte sua, un caso di cattiva amministrazione”.

 

Una donna in lotta per un’Europa più trasparente

Si tratta solo dell’ultimo capitolo della lotta di O’Reilly per un’Europa più trasparente, in grado di riguadagnare la fiducia dei cittadini. Un anno fa aveva aperto un’inchiesta sulla nomina dell’ex presidente della Commissione Europea, Josè Manuel Barroso, a consulente nei ranghi della Goldman Sachs, lamentando l’assenza di un richiamo formale da parte di Bruxelles. Nel 2016 aveva ingaggiato una battaglia, lungi dall’essere conclusa, per chiedere che vengano pubblicate le minute dei vertici istituzionali europei nei quali vengono stese le bozze dei provvedimenti legislativi comunitari.

 

Prima ancora si era resa portabandiera della richiesta di maggiore trasparenza nelle segretissime trattative per il Ttip, l’accordo di libero scambio, poi naufragato, tra Usa e Unione Europea. Più recente la richiesta al presidente del Consiglio Europeo, Donald Tusk, di stendere un registro dei lobbisti autorizzati a relazionarsi con i rappresentanti di Bruxelles e a pubblicare le minute di tali incontri.

 

EMILY O REILLY E BARROSOEMILY O REILLY E BARROSO

Tutte vicende nelle quali la posta in gioco è il rapporto tra gli europei e le istituzioni comunitarie che vengono percepite sempre più distanti. Senza un cambiamento di passo, ha avvertito O’ Reilly, la Ue rischia di ritrovarsi “come Maria Antonietta”- Bruxelles, quindi, “deve ascoltare i cittadini prima di raggiungere un punto di non ritorno”, fu il monito lanciato nel dicembre 2016, pochi giorni prima del referendum costituzionale italiano che aveva spinto la “ombudswoman”, come non disdegna di farsi chiamare, a paventare che Roma sarebbe stata “la terza tessera del domino”.

 

Dal giornalismo alla Ue

Importata dalla tradizione scandinava, la figura dell’ombudsman, o “difensore civico”, ha lo scopo di raccogliere ed esaminare le lamentele di cittadini e aziende nei confronti delle istituzioni della Ue. Le sue raccomandazioni non sono vincolanti ma ignorarle non è saggio. Poche figure nell’organigramma comunitario hanno infatti un simile polso della percezione pubblica dell’Unione Europea.

 

G30G30

“La mia priorità è avere un forte impatto sul lavoro delle istituzioni europee”, spiegò O’ Reilly in un’intervista, “punto a far ciò concentrandomi sulle questioni sistemiche chiave che sono più rilevanti per gli interessi di cittadini, aziende e altre organizzazioni. Intendo poi utilizzare tutti i poteri a mia disposizione, incluso il mio diritto di avere accesso a tutti i documenti Ue e di chiedere ai funzionari Ue di testimoniare, in certi casi”. Un lavoro, quello della consultazione dei documenti, nel quale a O’ Reilly sarà tornata sicuramente utile l’esperienza come giornalista politica.

 

Questa era infatti la professione dell’agguerrita irlandese prima di diventare, nel 2003, la prima “ombudswoman” di Dublino. Una carriera che la portò a vincere una borsa di studio a Harvard nel 1988 e a ottenere, nel 1986 e nel 1994, i riconoscimenti di “giornalista dell’anno” e “donna giornalista dell’anno”. Una delle caratteristiche chiave di un buon giornalista, del resto, è quella necessaria per svolgere il ruolo di ombudsman: l’amore per la verità e per la trasparenza.(dagospia.cpm)

 

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