CARLO MESSINA – DACCI UNA SPIEGAZIONE SERIA E CONCRETA A TUTTI GLI ITALIANI PRIMA DA DARLA AI MAGISTRATI

Il rischio di una nuova crisi 
e il lavoro di Messina 
per sbloccare la partita

Decisivi il rapporto di fiducia con Nouy e le garanzie pubbliche I dubbi sull’efficacia del meccanismo europeo di «risoluzione»

 
 
Carlo Messina, amministratore delegato di Intesa SanpaoloCarlo Messina, amministratore delegato di Intesa Sanpaolo
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Un mese fa Pier Carlo Padoan ha capito che il peggio per la Banca popolare di Vicenza e a Veneto Banca poteva accadere. In quella fase il ministro dell’Economia era rientrato in Italia da uno dei suoi incontri europei con un messaggio chiaro e diverso dal solito: la strada della “risoluzione” delle due banche venete, un fallimento secondo le procedure dell’Unione bancaria, non era più impensabile. Significava chiudere e ristrutturare entrambe le aziende, ma soprattutto coinvolgere nelle perdite tutti gli obbligazionisti e potenzialmente anche i depositanti fino a 100 mila euro.

A quel punto Padoan sapeva che la clessidra girava su Vicenza e Veneto. La sabbia stava scorrendo al ritmo della fuga di depositi che aveva già colpito le due banche. Buona parte di ciò che è avvenuto in seguito è la cronaca di questo mese: il tentativo fallito di trovare 1,2 miliardi di investimenti privati dal sistema finanziario per riportare le due banche a galla e giustificare così un successivo intervento pubblico per rafforzarle; l’idea affacciatasi settimane fa di seguire la strada, poi percorsa ieri, di una liquidazione in base alle procedure nazionali, anziché una risoluzione europea.

 

È su questa seconda opzione che si è rafforzata con il passare dei giorniun’oggettiva convergenza fra Padoan e Carlo Messina, amministratore delegato di Intesa Sanpaolo, che ha potuto godere di un “nulla osta” della Banca centrale europea, della Commissione Ue e del Consiglio Unico di Risoluzione. Francoforte sembra aver accettato, per adesso, che Intesa Sanpaolo non lanci un aumento di capitale anche se allarga il bilancio acquisendo a prezzo simbolico 26,1 miliardi di crediti sani e 8,9 miliardi di altri attivi delle due venete, oltre a debiti verso la clientela per 25,8 miliardi e obbligazioni per altri 11,8 miliardi. In altri esempi simili di interventi di banche forti su concorrenti in dissesto – Italia Ubi su Etruria, Marche e Carichieti, in Spagna Santander su Banco Popular – la Bce aveva chiesto rafforzamenti patrimoniali. Nel caso di Intesa ha contato sicuramente la fiducia reciproca cresciuta negli anni fra Messina e Danièle Nouy, la presidente del Consiglio unico di vigilanza della Bce. Ma si sono fatte sentire anche le garanzie pubbliche a vario titolo per 11,4 miliardi che il governo ha concesso sull’operazione.

Su quelle garanzie la Commissione Ue ha concesso un sostanziale via libera, deviando dalle posizioni molto rigide degli ultimi anni sugli aiuti di Stato alle banche. Quanto al Consiglio unico di sorveglianza, guidato dalla severissima tedesca Elke König (il cui voto vale doppio se una decisione è in bilico), venerdì scorso anch’esso ha optato per la via più morbida: non mettere Vicenza e Veneto in “risoluzione”, ma consentire una procedura di liquidazione nazionale che avrebbe garantito la continuità operativa grazie all’intervento di Intesa.

In sostanza i tre guardiani dell’Unione bancaria, uno dopo l’altro, hanno preso decisioni che sulla carta mettono in dubbio il loro stesso ruolo. La ragione è in un dettaglio rimasto coperto durante questo mese di tensioni, ma determinante per le scelte di tutti: lo scenario opposto, una risoluzione europea per le banche o una liquidazione senza l’intervento coordinato di Intesa Sanpaolo, non sarebbe stata sostenibile per il sistema bancario italiano. Quei due scenari avrebbero imposto infatti al Fondo interbancario di garanzia sui depositi di rimborsare subito i depositanti di Vicenza e Veneto per 12,5 miliardi di euro e subentrare a tutti i clienti come creditore delle due banche fallite. In base alle norme contabili in vigore, ciò avrebbe imposto alle banche italiane che alimentano il Fondo interbancario una perdita immediata di 12,5 miliardi, la quale a sua volta avrebbe eroso da subito i livelli di capitale dell’intero sistema del credito. Intesa Sanpaolo da sola avrebbe perso 2,5 miliardi di patrimonio, ma sarebbe molto probabilmente rimasta l’unico istituto di rilievo in Italia a mantenersi entro i requisiti indicati dalla Bce. Tutte le altre banche avrebbero dovuto avviare un altro ciclo di aumenti di capitale, in simultanea, rischiando di far fare all’intero sistema un altro giro nella spirale della crisi e di riportare l’Italia in recessione.

Per questo le tre autorità europee si sono dimostrate tolleranti verso un’operazione che avrebbero potuto fermare. Proprio la loro scelta su Vicenza e Veneto nell’operazione con Intesa Sanpaolo diventa così un’implicita ammissione che il meccanismo europeo di “risoluzione” non può funzionare senza che si lanci anche il Fondo di assicurazione sui depositi (ma per ora la Germania si oppone, proprio perché teme di dover pagare per le banche italiane).

D’altro canto, l’assenza di alternative ha rafforzato la posizione negoziale di Messina. Intesa ha negoziato fino in fondo. E ora non ha solo contribuito a stabilizzare un po’ di più l’intero sistema: diventa anche la prima banca nel Nord-Est, un’area che oggi cresce quasi a ritmi tedeschi.

 

L'ad Messina

 
VICENZA –  Intesa Sanpaolo ha stanziato un plafond di 100 milioni di euro a favore dei clienti privati azionisti delle ex banche venete, che hanno perso i risparmi investiti nellaPopolare di Vicenza e in Veneto Banca. Lo ha annunciato l’a.d. Carlo Messina: «Abbiamo identificato circa 30mila famiglie con reddito inferiore a 30mila euro e patrimonio, a parte i soldi investiti nelle azioni delle due banche, pari a 15mila euro» ha spiegato, sottolineando che i 100 milioni saranno utilizzati nei prossimi 5 anni «dando gratuitamente dei fondi monetari, privi di rischio, che poi i clienti potranno vendere nel corso dei periodi successivi».

«Penso sia una vergogna quello che è accaduto in queste due banche – ha aggiunto Messina – un aver tradito il principio base di questo mestiere cioè dare fiducia basandosi sulla reputazione, è scandaloso quello che è avvenuto in questo territorio. Vogliamo giocare una partita importante su questi territori in termini di recupero di fiducia e di vicinanza a coloro che non hanno cifre e redditi tali da poter guardare serenamente all’impatto subito dalla loro interazione con le banche venete», ha detto ancora Messina.

Dopo “boccone” fatto di BPVi e Veneto Banca la Cina è l’obiettivo di Intesa Sanpaolo: lo ha dichiarato Carlo Messina a DavosArticleImage

‘Non stiamo guardando all’M&A, assolutamente no’. Lo ha ribadito l’a.d. di Intesa SanpaoloCarlo Messina, in un’intervista rilasciata a Bloomberg Tv a margine del World economic forum di Davos. ‘Vogliamo guardare a possibili opzioni per crescere in Cina – ha aggiunto – e’ l’unica area in cui vogliamo crescere, perche’ penso che in Europa piu’ o meno non possiamo avere una crescita superiore a quella che abbiamo in Italia, ma la Cina puo’ davvero un’opzione di crescita per Intesa Sanpaolo’. Nella Repubblica Popolare, ha spiegato Messina, Intesa ha ‘ricevuto l’autorizzazione ad avere il 100% di una financial advisory company, vale a dire un’equivalente cinese di Fideuram.

Investiremo molto in questo e siamo anche pronti a valutare alleanze strategiche con partner cinesi – ha annunciato – In Cina possediamo il 15% di un banca e il 49% di un societa’ di gestione: nel piano d’impresa metteremo insieme tutte queste aree e la Cina potra’ davvero essere la nostra seconda area di crescita’ dopo l’Italia. Messina ha poi assicurato che le venete recentemente acquisite sono ‘assolutamente in linea’ con l’obiettivo di contribuire positivamente all’utile per azione del gruppo gia’ quest’anno: ‘Sono assolutamente sicuro che possiamo avere significativi utili per azione da questa acquisizione’, ha dichiarato.

Radiocor Il Sole 24 Ore per VicenzaPiu.com

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cinese e giapponese

 

DAVOS (WSI) – La Cina sarà al centro della prossima crisi finanziaria globale. Non ha dubbi Kenneth Rogoff, professore di Politica Pubblica all’Università di Harvard, intervenuto a Davos nel corso del 48esimo World Economic Forum.

Kenneth Rogoff è uno stimato conoscitore delle crisi finanziarie e  insieme al suo collega Carmen Reinhart, il professore dell’ Università di Harvard, è autore di “This Time Is Different: Eight C Centries of Financial Folly”, uno degli studi più importanti sulla crisi finanziaria del 2008 e il suo impatto sull’economia e la società. Qual è la più grande lezione che arriva quasi dieci anni dopo il traumatico crollo della banca d’ investimento Lehman Brothers? In che modo questa crisi è stata diversa da altri grandi shock nella storia della finanza? Soprattutto: Cosa c’è da fare per l’economia globale? Queste alcune delle domande poste a Rogoff nel corso di un intervento a Davos.

“Nella mia ricerca con Carmen Reinhart abbiamo scoperto che dopo una profonda crisi finanziaria sistemica, l’economia ha spesso bisogno di otto o dieci anni per riprendersi. Ora, è passato un decennio e penso che ci troviamo in un periodo di ripresa in cui ci sarà una certa inversione di tendenza in termini di crescita della produttività. Ciò significa che per diversi anni, con la normalizzazione dell’economia, la crescita della produttività sarà superiore alla media e l’aumento degli investimenti.(….) La cosa più importante ora è che gli investimenti continuino a crescere. (…) Questa è stata la crisi finanziaria più grave dalla Grande Depressione, quando alcuni paesi hanno vissuto una crisi molto grave. In questo contesto, la lentezza della ripresa in Europa è significativa. Ad esempio, la crisi finanziaria greca si colloca di gran lunga tra le prime 15 peggiori crisi finanziarie degli ultimi cento anni. (…)  Inoltre, la crisi che l’Italia, la Spagna, il Portogallo e l’Irlanda hanno vissuto si è adattata alle centinaia di crisi finanziarie più gravi mai registrate”.Si è tenuta il 17 gennaio a Pechino la cerimonia per il 25° anniversario della fondazione della rappresentanza a Pechino di Banca Intesa, alla quale hanno partecipato il Head of Emerging Markets and Trade & Export Finance di Banca Intesa 

Ma la grande preoccupazione per l’economia globale, dice il professore, è la Cina.

“Nutro grande rispetto per le autorità cinesi, che stanno lavorando sodo per non avere una crisi finanziaria. Inoltre, in Cina la crisi sarà diversa perché non esiste una vera e propria società privata. Le garanzie statali si sono quindi attivate molto più rapidamente di quanto non lo siano nell’economia occidentale. Tuttavia, al momento penso ancora che questa sia la regione più fragile del mondo. Il grande problema è che l’economia cinese è ancora molto squilibrata, facendo troppo affidamento sugli investimenti e sulle esportazioni. Inoltre, la Cina dipende molto dal credito. Quindi, se la Cina dovesse imbattersi in difficoltà finanziarie o semplicemente sperimentare un rallentamento del tasso di crescita del credito, potrebbe avere molti problemi. E se la Cina dovesse imbattersi in una propria crisi finanziaria, probabilmente produrrebbe una crisi di crescita che potrebbe generare una crisi politica”.(Alessandro Capparello Wallstreetitalia

 

Intesa Sanpaolo, Cina può diventare secondo mercato dopo Italia

Intesa Sanpaolo guarda alla Cina

La Cina si fa più vicina per Intesa Sanpaolo: secondo quanto dichiarato dall’amministratore delegato dell’istituto, Carlo Messina, parlando a margine del World Economic Forum in corso a Davos, in Svizzera, “Intesa Sanpaolo guarda a possibili opzioni per crescere in Cina” e per questo verranno fatti investimenti e verranno valutate eventuali partnership strategiche con operatori locali.

L’istituto ha già delle partecipazioni

L’istituto italiano ha del resto già ricevuto il via libera per salire al 100% di una financial advisory company, oltre a possedere una partecipazione del 15% in un istituto bancario ed una del 49% in una società di gestione. Messina ha aggiunto che nel nuovo piano d’impresa saranno messe assieme “tutte queste aree e la Cina potrà davvero essere la nostra seconda area di crescita, dopo l’Italia”.

Avanti con le cessione di ulteriori Npl

Messina ha anche segnalato come Intesa Sanpaolo intenda accelerare il processo di riduzione dei crediti deteriorati ancora presenti in bilancio “anche attraverso partnership strategiche”, come quella, in corso di trattativa, con Intrum Justitia per cedere la piattaforma di servicing dei crediti deteriorati, operazione che potrebbe includere anche la vendita di 10 miliardi di Npl.

Si prepara riassetto nell’asset management

Sempre nel nuovo piano strategico troveranno spazio un riassetto strategico del settore dell’asset management e il consolidamento delle attività rilevate dalle due ex banche popolari venete, che dovrebbe generare sinergie e crescita. Il tutto confermando la politica di remunerazione degli azionisti tramite dividendi, remunerazione che nell’arco del precedente piano industriale è risultata pari a 10 miliardi di euro (di cui 3,4 miliardi legati ai risultati 2017).(Luca Spoldi Gooruf)