Zonin, il sospetto delle baciate e quella lettera nell’agenda

Sorato: «Non tenete le carte». Nelle informative della Finanza, tutte le prove contro i vertici di Popolare di Vicenza. La dirigente: «Mi dissero: Se l’Audit fa un controllo andiamo tutti a casa»

VICENZA «…si staglia il coinvolgimento dell’allora presidente del consiglio di amministrazione Bpvi, Zonin Giovanni, in operazioni di questa natura (le baciate, ndr) allo stesso note, quindi, molto prima di quanto ammesso in sede di interrogatorio: “La mia prima conoscenza dell’esistenza di operazioni baciate risale all’incontro con Gatti (Emanuele, il capo degli ispettori Bce, ndr) del 7 maggio 2015”». È il passo tratto da una delle informative (mai emerse finora) che la guardia di finanza ha trasmesso alla procura di Vicenza quattro mesi fa, quindi dopo la chiusura della maxi inchiesta sul crac che ha travolto migliaia di soci della Banca Popolare. Centinaia di pagine che riepilogano tutte le prove raccolte in oltre due anni di inchiesta nei confronti dei sette ex manager indagati, che ora stanno affrontando l’udienza preliminare.

Samuele Sorato con Gianni Zonin (archivio)
Samuele Sorato con Gianni Zonin (archivio)
 
Zonin: baciate e lettere

I finanzieri sono convinti che l’ex presidente, che si è sempre detto all’oscuro di tutto, in realtà sapesse dell’esistenza delle baciate – finanziamenti correlati in tutto o in parte all’acquisto di titoli della banca – dal 2012. Si parte da un dato sul quale sono in corso verifiche: le aziende del Gruppo economico che fa riferimento a Zonin «risultano detenere al 13 novembre 2015 un totale di 190mila azioni Bpvi per un controvalore, al prezzo di 62,5 euro ad azione, di 11 milioni e 877mila euro». Ebbene, dall’esame del Tableau de Bord (uno strumento informatico che contiene tutte le informazioni sui soci) «sono emerse correlazioni tra finanziamenti indiretti della banca ricevuti dal Gruppo Zonin e acquisto di azioni Bpvi per un valore complessivo pari a 2 milioni e 853mila euro». L’informativa parla espressamente del «possesso del Gruppo di azioni Bpvi acquistate attraverso operazioni del tipo “baciate”». L’elenco è lungo, e spesso per piccoli importi, come ad esempio l’operazione del 27 agosto 2013 da parte della società «Feudo Principi di Butera»: 2.625 euro di finanziamento ottenuto, l’identica cifra spesa per acquistare 42 azioni. Oppure il 29 agosto 2014: 103.125 euro finanziati alla «Gianni Zonin Vineyards Sas» e altrettanti spesi per 1.650 azioni. E così via, passando per acquisti correlati che sarebbero stati effettuati anche dai figli, oltre che dallo stesso ex presidente. Il condizionale è d’obbligo (perché la Vigilanza non le ha mai riscontrate?), ed è la stessa Finanza a scrivere che, per averne certezza, occorre acquisire le relative pratiche di fido. E comunque potrebbero essere tutte – o comunque in larghissima parte – operazioni lecite, perché fatte «alla luce del sole» in occasione degli aumenti di capitale e quindi scorporate dal patrimonio di vigilanza.

Gianni Zonin nel cda della Fondazione Teatro La Fenice di Venezia
Gianni Zonin

Resta il sospetto. Per gli investigatori, un eventuale riscontro contribuirebbe a dimostrare come Zonin sapesse perfettamente cosa fossero le baciate, visto che ne avrebbero fatte perfino le sue stesse aziende. Il difensore dell’ex presidente, l’avvocato Enrico Ambrosetti, sentito dal Corriere del Veneto, nega siano state eseguite operazioni illecite. «Le aziende che il dottor Zonin presiedeva – spiega il legale – collaborano con Popolare di Vicenza da quasi cento anni, così come con altri maggiori istituti di credito italiani e stranieri, utilizzando i fidi a loro concessi per necessità strettamente relative all’operatività e alla gestione. Le aziende da lui presiedute, nel corso del medesimo periodo, hanno acquistato e sottoscritto aumenti di capitale di Bpvi autonomamente e in maniera totalmente indipendente. Si tiene infine a sottolineare che nessuno dei membri della famiglia Zonin e delle aziende ad essi riconducibili ha mai venduto o chiesto di vendere una singola azione della banca». Insomma, nel corso degli anni le società hanno effettivamente chiesto dei prestiti e acquistato azioni, ma le due operazioni non sarebbero in alcun modo collegate. Si vedrà. Ma più in generale, è proprio su questo che si concentra il lavoro degli inquirenti: dimostrare che l’ex padre-padrone di Bpvi fosse pienamente consapevole di quanto accadeva. Nell’informativa che lo riguarda, lo si descrive così: «Ha espletato la propria carica in maniera estremamente autoritaria ed esercitando un costante e tangibile controllo sulle strutture e divisioni della Banca, tale da consentire di escludere che le principali decisioni aziendali, e non solo quelle, possano essere state assunte senza la sua approvazione». In una intercettazione, l’ex componente del collegio sindacale Laura Piussi è ancora più esplicita: «Come faceva a non sapere uno che ha governato come un monarca assoluto…». Tra le prove che «lui sapeva», particolare rilievo viene data a una lettera del 30 gennaio 2015 trovata tra le agende dell’ex presidente. Un responsabile dell’area Toscana di Bpvi gli segnalava il comportamento di un funzionario dell’ufficio crediti: «Dimostrando anche lui i suoi grandi limiti, in più occasioni ha affermato pubblicamente e con orgoglio che non avrebbe mai deliberato una pratica riguardante un fido dedicato all’acquisto di nostre azioni (…) forse qualcuno dovrebbe ricordargli che quello che dice di non voler fare, è l’operazione più ricercata e “necessaria” per la sua banca». Che Zonin abbia letto la missiva, non c’è dubbio, visto che a margine ha annotato alcuni appunti. «Pertanto emerge chiaramente come, tra l’aprile 2014 e il gennaio 2015 l’indagato avesse affettivamente preso contezza, oltre che dell’esistenza delle baciate anche della rilevanza assunta da tale fenomeno», si legge nell’informativa.

Zonin: Anche io ho perso molti soldi da crac banca

Gianni Zonin (Fotogramma)

Alle intercettazioni (Sorato, il 31 agosto 2015: «Che Zonin sapesse, lo sapeva. Perché glielo dicevo io e lui continuava a dirmi “Ma direttore non si fasci la testa prima di romperla…”») si aggiunge l’elenco dei testimoni che chiamano direttamente in causa l’ex presidente. Come un’imprenditrice, amica di vecchia data : «Mi chiese se ero interessata a partecipare all’aumento di capitale. Alla mia risposta che non disponevo dei mezzi necessari per poter partecipare, Zonin mi disse di non preoccuparmi e che mi avrebbero aiutato loro». Finì per comprare, grazie al prestito della banca, azioni per un milione di euro. Anche un socio padovano ha fatto mettere a verbale che «nel settembre 2013 incontrai il presidente dicendogli che avevo fatto un acquisto di azioni Bpvi per l’importo complessivo di 150mila euro e che ero stato appositamente finanziato dalla banca».

Le «regole» di Sorato

Del 14 settembre è l’informativa che riepiloga gli «elementi di prova a carico di Sorato Samuele». Molti i testimoni che tirano in ballo l’allora Dg per aver sostenuto il meccanismo illecito dei finanziamenti correlati all’acquisto di azioni. «Le prime operazioni baciate di cui si trova riscontro – osserva la Finanza – sono state attuate nel 2008/2009. In una circostanza, già nel 2009 è emersa la diretta e consapevole partecipazione dell’ex direttore generale il quale nel corso di una cena con uno dei principali clienti-soci dava indicazioni a un funzionario Bpvi di porre in essere una operazione baciata di notevole importo (5 milioni di euro)». I testimoni citati parlano di «notevoli pressioni» da parte di Sorato sui dirigenti per vendere i titoli. E aveva anche dettato alcune regole alle quali dovevano attenersi i dipendenti Bpvi: le comunicazioni relative alle operazioni correlate – ha spiegato un funzionario – dovevano essere esclusivamente orali, senza ricorrere alle e-mail. Inoltre, mette a verbale: «Sorato aveva dato l’indicazione di non conservare la documentazione relative alle operazioni (…) ha giustificato ciò facendo riferimento alla possibilità di ispezioni da parte di Consob e Bankitalia». Diversi funzionari Bpvi lo accusano direttamente. Anche di aver nascosto la reale situazione della banca.«Già dal 2010, le richieste di vendita di azioni da parte dei soci erano superiori a quelle di acquisto. Sorato e Giustini (il suo vice, ndr) davano ordine di portare in sede di Comitato Soci e poi di Cda una situazione positiva». Come facevano? Semplice: «Il file con le richieste di vendita/acquisto azioni Bpvi veniva valutato da Sorato, Giustini e Romano (un funzionario, ndr) i quali provvedevano, prima di ogni Comitato dei soci, a disporre il taglio delle richieste di vendita in eccesso (…) Nel 2013 e 2014 i “tagli alle richieste di cessioni erano sempre maggiori e iniziarono a celare agli amministratori presenti in comitato soci l’effettiva portata dello sbilanciamento tra richieste di cessione e di acquisto azioni Bpvi» C’è poi il fenomeno delle lettere di acquisto, con le quali la banca si impegnava a ricomprare le azioni, a volte garantendo perfino una rendita. Alcune sono state firmate dallo stesso Sorato che, secondo un dirigente «sono state formate sulla base del testo trasmesso da Sorato». A uno dei sindaci che gli chiedeva perché le avesse sottoscritte, il vice-dg Giustini, intercettato, rispose: «Perchè mi è stato chiesto di farle. E all’epoca l’ho fatto per il bene della banca, capisci?». Interessante anche il racconto fatto dall’allora responsabile Direzione affari generali Bpvi, alla quale venne chiesto di rilasciare una dichiarazione nella quale attestava la legittimità giuridica di alcune baciate. «La mia risposta fu negativa (…) risposti al Dg che simili operazioni erano in violazione dell’articolo 2358, per questa risposta venni “assalita” da Sorato ed ebbi con lui uno scontro molto pesante durante il quale dissi che era necessario dare incarico all’Audit (l’organismo di controllo interno, ndr) di verificare queste operazioni. A questa mia proposta intervenne Piazzetta (Andrea, altro vice di Sorato, ndr) dicendo: “Ma sei matta, se facciamo un Audit andiamo tutti a casa”». Samuele Sorato, difeso dall’avvocato Fabio Pinelli, ha sempre respinto le accuse, sostenendo che le decisioni cruciali, in particolare se dare credito e a chi darlo, e se concederlo per far comprare azioni della banca, erano in capo al Consiglio di amministrazione (e quindi anche a Zonin) e non al direttore generale, che non si sarebbe occupato neppure dei rapporti con Banca d’Italia e Bce. (Andra Priante Corriere del Veneto)