«Zonin usava Fondazione Roi per vendere azioni BpVi»

«La Fondazione Roi potrebbe essere servita come “strumento” attraverso cui la banca, nella persona di Gianni Zonin, ha consentito a taluni soci primari di “liberarsi” delle azioni in precedenza acquistate mediante l’utilizzo di fidi allo scopo erogati e, al contempo, “svuotare” il proprio Fondo acquisto azioni proprie». Lo sostengono gli investigatori della Tributaria, nell’informativa finale della guardia di finanza depositata di recente in udienza ai sostituti del procuratore Antonino Cappelleri. Come scrive Diego Neri sul Giornale di Vicenza a pagina 13, nel profilo di Zonin, dove gli inquirenti hanno elencato tutte le accuse, compare un paragrafo sulla Fondazione Roi, la onlus vicentina con finalità culturali, presieduta dal giugno 2009 al luglio 2016 proprio dall’ex presidente di BpVi.

La fondazione ha acquisito in diversi momenti molte azioni della banca. Il 29 settembre 2009 BpVi ha ceduto sul mercato 254 mila azioni e la Roi ne ha subito comprate 200 mila, per 12,1 milioni di euro. Il 22 giugno 2010 la banca ha venduto 173 mila azioni, la fondazione ne ha prese 111 mila per un valore di 6,8 milioni.  Sulla base di questi fatti e «in considerazione della consapevolezza di Zonin in merito alla prassi delle baciate, nonché all’ingente danno patrimoniale patito dalla Fondazione in seguito alla svalutazione del titolo», i finanzieri ipotizzano che la Roi fosse un deposito sicuro per la banca, che così era certa di collocare azioni riacquistate. L’ex presidente, assistito dagli avvocati Ambrosetti e Diodà, ha negato questa versione. (VVOX)

Anche la distrazione aiuta a meditare

Un evento di meditazione a Berlino, dicembre 2017. (Gordon Welters, Laif/Contrasto)

 

 

Nelle pagine iniziali, tutti i libri sulla meditazione contengono una frase del tipo: “Prima di tutto, scegliete un momento in cui nessuno vi disturberà”, e non scopro mai cosa c’è dopo perché nel frattempo ho lanciato il libro dall’altra parte della stanza, anche se, ovviamente, senza colpire la fonte del disturbo.

Perciò è stato un sollievo scoprire Meditation for fidgety skeptics (Meditazione per scettici irrequieti) di Dan Harris, il giornalista televisivo statunitense che nel libro precedente, 10 % happier, raccontava le sue avventure nel mondo della meditazione dopo un attacco di panico mentre era in onda.

Questo nuovo lavoro non spiega come meditare, ma essenzialmente come riuscirci sul serio, come costringersi a mettersi seduti e fare quella dannata cosa. In questo senso, in realtà è un manuale su come acquisire qualsiasi buona abitudine. Nello specifico, ci invita a modificare il nostro modo di vedere le “ricadute”.

Come il manubrio in palestra
Nella maggior parte dei casi, quando si cerca di liberarsi di una brutta abitudine, ovviamente una ricaduta è una cosa negativa (per Alcolisti anonimi, l’organizzazione che è la principale paladina di questa teoria, è terribilmente negativa). Harris sostiene invece che a volte la ricaduta non è solo scusabile, ma essenziale.

Di solito chi insegna meditazione è una persona cordiale e sorridente, che spiega come meditare in modo cordiale e sorridente: sedetevi comodi, chiudete gli occhi, concentratevi sul vostro respiro, e se vi distraete, non sentitevi in colpa, riportate dolcemente l’attenzione sul respiro.

La cosa importante è rialzarsi sempre dopo una caduta. E se non siete caduti non potete farlo

Non è che lo faccia solo perché vuole essere gentile con voi nonostante siate degli inetti. Distrarsi non è un vero problema, quello che conta è accorgersene, perché significa che avete imparato a meditare, ed equivale al momento in cui sollevate un manubrio in palestra.

“Ogni volta che vi accorgete che la mente sta vagando e riportate l’attenzione sul respiro, per il cervello è come un allenamento del bicipite”, scrive Harris. “È anche un atto coraggioso: state rompendo l’abitudine di vagare in una nebbia di elucubrazioni e proiezioni e vi state veramente concentrando su quello che succede in quel momento”. La cosa importante è rialzarsi sempre dopo una caduta. E se non siete caduti non potete farlo.

Parte integrante
La stessa logica entra in gioco se volete prendere l’abitudine di meditare tutti i giorni, o qualsiasi altra abitudine, come quella di fare esercizio fisico. Se smettete di farlo per un po’ e vi accorgete di sentirvi irritabili, stanchi o depressi, sarete ancora più motivati a ricominciare, molto di più che cercando di imporvelo con la forza di volontà.

Magari vorreste imparare ad ascoltare di più il vostro partner, o a non guardare il cellulare durante i pasti, o a fare qualsiasi altra cosa: più vi accorgete di non esserci riusciti e più state acquisendo la lucidità mentale necessaria per consolidare la nuova abitudine.

Potremmo considerarla una sorta di superabitudine, che rende più facile acquisirne qualsiasi altra. Se riuscite a fare in modo che la caduta diventi parte integrante del processo – e perfino assaporare con gioia il momento in cui vi rialzate – userete il vostro fallimento come carburante per il successo.

Non lo state facendo nel modo sbagliato. O per essere più precisi, il modo sbagliato è quello giusto.

(Traduzione di Bruna Tortorella)

Questo articolo è uscito sul quotidiano britannico The Guardian.

Così l’Italia ha regalato 3 miliardi alla tedesca Deutsche Bank

Spuntano i derivati fatti dal Tesoro italiano con l’istituto di credito. Tutti in perdita. Con tanto di beffa: un contratto del 2004 è stato ristrutturato più volte con nuove clausole capestro.

DI PAOLO BIONDANI E LUCA PIANA  L’ESPRESSO       
Così l'Italia ha regalato 3 miliardi alla tedesca Deutsche Bank
L’insegna di una filiale Deutsche Bank

In questi anni segnati dalla crisi lo Stato italiano ha perso una cifra superiore a tre miliardi di euro in una serie di scommesse finanziarie ad altissimo rischioeffettuate con Deutsche Bank. È la conclusione che si può trarre dall’esame di una serie di contratti finanziari con caratteristiche molto particolari, chiamati in gergo derivati, stipulati fra i nostri governi e il colosso bancario tedesco a partire dal maggio 2004. Accordi riservatissimi, più volte modificati almeno fino al 2015 e tuttora in vigore, ma finora mai pubblicati. Fanno parte di quel complesso di contratti derivati che da anni sono al centro di aspre polemiche proprio per l’entità delle perdite subite dall’Italia. E per la segretezza che li circonda.

Di recente due dirigenti del ministero dell’Economia e due ex ministri, Domenico Siniscalco e Vittorio Grilli, che respingono ogni accusa, si sono visti addebitare dalla procura della Corte dei Conti di aver causato danni miliardari alle casse pubbliche attraverso alcuni derivati siglati a suo tempo con un’altra grande banca, l’americana Morgan Stanley, che all’inizio del 2012 passò all’incasso facendosi versare dall’Italia ben 3,1 miliardi di euro. Tranne questa eccezione, tutti gli altri contratti sono rimasti top secret. Nonostante le richieste di trasparenza arrivate anche dal parlamento, che vi ha dedicato in tempi recenti un’indagine conoscitiva, nessun governo ha infatti mai rivelato i nomi delle altre banche interessate e i contenuti dei contratti, trincerandosi dietro necessità di riservatezza.

Ora L’Espresso è in grado di svelarne un nuovo blocco, raccontando la genesi di una serie di accordi siglati a partire dal 2004 con Deutsche Bank. Contratti che, secondo gli esperti interpellati, rischiano di costare all’Italia più di tre miliardi di euro: la stessa somma che nel caso di Morgan Stanley fece gridare allo scandalo. Si tratta senza dubbio di numeri pesanti. Basti pensare che, per l’intero piano nazionale di ristrutturazione e messa in sicurezza delle scuole pubbliche, il governo italiano ha stanziato per il prossimo triennio circa 1,7 miliardi.

I derivati sono contratti complicatissimi che, se ben fatti, funzionano come una polizza di assicurazione. Il Tesoro ha sempre sostenuto di averli sottoscritti proprio per coprire l’Italia dai rischi finanziari. Il nostro Paese, che ha un enorme debito pubblico, corre pericoli gravissimi in caso di rialzo dei tassi d’interesse: quando crescono troppo, siamo rovinati. Di qui l’idea di assicurare le casse pubbliche con i derivati. Se i tassi superano un livello da allarme rosso, ad esempio il 5 per cento e rotti (come era previsto nel primo contratto del 2004 con Deutsche Bank, spiegato nella figura della pagina a destra), la differenza deve sborsarla la banca. Se invece gli interessi calano o crollano, lo Stato deve pagare comunque il 5 per cento e a guadagnarci è la banca.

Qui c’è il primo punto delicato: questo tipo di contratto derivato (chiamato “swap”, cioè scambio di tassi d’interesse: lo Stato paga un fisso e riceve un variabile) a detta di molti esperti assomiglia più a una scommessa che a una polizza assicurativa. Quando assicuriamo la nostra automobile, ad esempio, paghiamo un prezzo determinato e certo fin dall’inizio: in cambio, è la compagnia che si accolla il rischio di dover pagare il conto in caso di incidenti. Con questi “swap”, invece, il costo è incerto e il rischio resta distribuito tra le due parti: se i tassi vanno nella direzione opposta rispetto a quella su cui si è puntato, le perdite possono arrivare a cifre astronomiche. Quindi i derivati in questione assomigliano più a una scommessa finanziaria su come si muoveranno i tassi futuri. Una scommessa che, nel caso di Deutsche Bank, si è rivelata disastrosa per lo Stato italiano.

L’Espresso ha potuto esaminare, in particolare, le caratteristiche dei derivati stipulati con l’istituto tedesco dal 2004 fino al 2015. Si tratta, per la precisione, dello swap originario e di sei contratti di ristrutturazione, che via via modificano gli accordi iniziali, fino a stravolgerli. I cambiamenti sono sostanziali. Il primo derivato legava il Tesoro e la banca per un periodo di tempo molto lungo, fino al 2034. In seguito questo termine è stato prima abbreviato radicalmente, fino al 2017, ma poi riallungato, questa volta fino al 2023. Con queste modifiche sono state introdotte nel tempo anche delle opzioni, esercitabili sempre e soltanto da Deutsche Bank: è la banca a poter decidere a suo piacimento di allungare la durata dei contratti o di aumentare il valore assoluto dei pagamenti. Una clausola che solleva una questione cruciale:perché il Tesoro, guidato in tutto questo arco di tempo dalla responsabile della direzione debito pubblico Maria Cannata, che aveva la specifica competenza sui derivati, ha accettato contratti così favorevoli al colosso tedesco? E che posizione hanno tenuto i tre direttori generali che si sono succeduti con i diversi governi? Si tratta degli stessi Siniscalco e Grilli, poi promossi ministri, seguiti infine da Vincenzo La Via.

Per valutare gli effetti di questi contratti, L’Espresso li ha sottoposti a una docente di fama internazionale: Rita D’Ecclesia, che insegna Finanza Quantitativa alla Sapienza di Roma e alla Birkbeck University di Londra. La sua premessa è che calcoli troppo precisi sono impossibili, perché servirebbero informazioni che nei contratti non vengono fornite, come l’esatto momento dell’esecuzione: «Anche uno spostamento di qualche ora può modificare la reale quantificazione dei flussi d’interessi da corrispondere fra le due parti». Detto questo, l’esperta di matematica finanziaria calcola che, fra il primo contratto del 2004 e l’ultimo accordo conosciuto della primavera del 2015 (quando Deutsche Bank comunicò al governo italiano l’esercizio di un’opzione, che permetteva alla banca di accendere un ulteriore contratto, con scadenza 15 ottobre 2017), questi derivati si siano tradotti in un vero salasso per lo Stato. L’esborso netto è stimabile, solo per questo periodo, «in una cifra compresa fra 1,1 e 1,3 miliardi di euro».

E poi? Che cosa è accaduto dal 2015 a oggi, e che cosa succederà da qui al 2023, quando matureranno le ultime scadenze dei contratti esaminati? I dati disponibili, fermi appunto a tre anni fa, permettono agli esperti di quantificare ulteriori pagamenti molto ingenti. Gli addetti ai lavori utilizzano un indicatore tecnico, chiamato in gergo “mark to market”. Quello dei derivati con Deutsche Bank, alla data dell’ultimo contratto (aprile 2015) risultava negativo, per l’Italia, per 2 miliardi e 250 milioni. Insomma, tra i versamenti già effettuati fino al 2015 e quelli prevedibili per i prossimi anni, non c’è il rischio di sbagliare troppo se si afferma, come spiega la professoressa D’Ecclesia, che «il costo netto a carico dello Stato sia valutabile complessivamente in oltre tre miliardi».

Questa stima è valida, ovviamente, solo a condizioni che i contratti, dopo il 2015, non siano stati ulteriormente modificati (in peggio o in meglio) con altre clausole riservate, come già avvenuto in passato. Questo è un punto importante. A saltare agli occhi, infatti, è proprio il progressivo stravolgimento delle condizioni contrattuali. L’accordo iniziale del 2004, stando alle valutazioni tecniche, non era così squilibrato. L’Italia aveva addirittura qualche probabilità in più di vincere la scommessa rispetto a Deutsche Bank: 54 per cento, contro 46. Ma la posta in gioco era sbilanciata dall’inizio. Nella media dei casi prevedibili, infatti, lo Stato italiano avrebbe potuto incassare 360 milioni, mentre l’istituto tedesco, in caso di vittoria, poteva sperare fin dall’inizio in profitti più elevati: circa 460 milioni. Nella realtà, però, l’evoluzione effettiva dei tassi d’interesse ha subito dato torto al Tesoro, che ha iniziato a perdere soldi fin dalle prime scadenze, pagando ogni sei mesi pesanti interessi. C’è solo un momento in cui la situazione migliora: nel primo semestre 2009 i tassi risalgono fino al livello che permette allo Stato di non rimetterci troppo. Ma proprio allora il governo italiano accetta di varare la prima ristrutturazione.

Non sarà l’unica modifica delle condizioni contrattuali: dal 2010 al 2014 ne seguiranno altre cinque, al ritmo di una l’anno. I risultati sono sempre più negativi per l’Italia. E sempre più vantaggiosi per Deutsche Bank. Tra il 2010 e il 2012, stando alle valutazioni effettuate da Rita D’Ecclesia sulla base delle informazioni disponibili, la banca tedesca riesce ad azzerare ogni rischio di perdere la scommessa con lo Stato. Una strategia del tutto logica, dal punto di vista dell’istituto di Francoforte. Più difficile spiegare il perché di queste scelte per il Tesoro e per i governi dell’epoca. L’unica risposta che si può ricavare dai dati disponibili è preoccupante: con quelle modifiche, il ministero ha ottenuto uno sconto sugli interessi da pagare nell’anno in corso, ma ha aggravato il debito totale, da versare alla scadenza finale. Invece di disinnescare la bomba dei derivati, si è allungata la miccia, aggiungendo altri carichi di esplosivo. Fino ai tre miliardi in scadenza entro il 2023.

Deutsche Bank è lo stesso istituto che, per tutt’altri motivi, è finito al centro di un’inchiesta giudiziaria che riguarda una massiccia operazione sui titoli di Stato italiani avvenuta nel 2011. Tra il primo gennaio e il 30 giugno di quell’anno la banca tedesca aveva ridotto la propria esposizione sui titoli del debito pubblico italiano, tagliandola da 8 miliardi a soli 996 milioni di euro. L’istituto di Francoforte lo comunicò al mercato il 26 luglio 2011: un annuncio che contribuì ad alimentare la crisi di fiducia nell’Italia. Nei giorni successivi lo spread (cioè la differenza tra i tassi d’interesse italiani e quelli tedeschi) superò per la prima volta la soglia dei 300 punti base. Nel corso di un’indagine per manipolazione di mercato iniziata dai magistrati di Trani e poi trasferita a Milano, è emerso ora un retroscena rimasto per anni inedito: quello stesso 26 luglio 2011 – cioè quando Deutsche Bank sembrava annunciare la fuga dall’Italia, pubblicando i dati di bilancio del 30 giugno precedente – il gruppo tedesco aveva in realtà già ricomprato una grossa quota di titoli italiani. Questa notizia giudiziaria, pubblicata nel dicembre scorso dall’Espresso , è stata utilizzata da importanti esponenti del centro-destra per suffragare la teoria di un complotto tedesco contro il terzo governo di Silvio Berlusconi. Che nell’autunno 2011 fu sostituito da Mario Monti, quando lo spread aveva ormai scavalcato anche la soglia dei 500 punti. L’ex ministro Renato Brunetta ha parlato addirittura di «colpo di Stato».

VEDI ANCHE:

Schermata-2017-12-11-alle-11-53-09-png

Deutsche Bank affonda l’Italia: l’inchiesta che ha riaperto le polemiche

Ecco la vera storia dell’operazione condotta nel 2011 dal colosso di Francoforte sui titoli di Stato italiani. Che fece gridare alla fuga degli investitori internazionali dal ‘rischio Italia’. Ora però emerge un’altra verità: quando l’istituto annunciò di aver venduto gran parte dei Btp, in realtà li stava già ricomprando. La procura di Milano indaga

La teoria del complotto, però, sembra appartenere alla campagna elettorale, più che alla realtà economica. Il capo di Deutsche Bank in Italia, Flavio Valeri, di fronte alla commissione parlamentare d’inchiesta sulle banche, ha ricordato che tra gli azionisti della banca di Francoforte il governo tedesco non c’è. I primi tre soci erano nel 2011 (e sono ancora oggi) investitori internazionali: cinesi, americani e qatarioti. Difficile ipotizzare un complotto politico con mandanti così variegati. Più probabile che i vertici dell’epoca di Deutsche Bank (poi rimossi) seguissero la logica della finanza di ogni latitudine: e cioè quella di massimizzare i profitti.

La teoria del complotto si scontra anche con altri dati di fatto, documentati proprio dai derivati di Deutsche Bank ora svelati dall’Espresso. Il primo contratto, l’accordo-base che apre la strada a tutti gli altri, viene infatti siglato il 17 maggio 2004. Quando il capo del governo italiano era Silvio Berlusconi e Giulio Tremonti ricopriva il ruolo di ministro dell’Economia. Ma non basta. Le prime tre decisive ristrutturazioni sono datate luglio 2009, novembre 2010, giugno 2011. Chi era il premier? Ancora Berlusconi. E il ministro dell’Economia? Tremonti. A questo punto resterebbe da capire perché mai Deutsche Bank avrebbe dovuto tramare proprio contro il governo che le aveva appena regalato quei contratti d’oro.

Credito, i conti non tornano: le banche continuano a preferire le grandi imprese

Immagine
I conti non tornano. Nonostante il fallimento di una decina di istituti di credito abbia originato un costo di oltre 60 miliardi di euro a carico dei risparmiatori, delle banche concorrenti e del bilancio pubblico, l’Ufficio studi della CGIA denuncia che il nostro sistema creditizio continua a premiare chi, in buona parte, ha causato questo dissesto: ovvero le grandi famiglie industriali, i gruppi societari e le grandi aziende.

QUASI TUTTO NELLE MANI DI POCHI – A trarre vantaggio, insomma, sono sempre i pochi soliti noti. Gli ultimi dati disponibili della Banca d’Italia (riferiti al 30 settembre 2017) dicono che la quota di prestiti ottenuta dal primo 10 per cento degli affidati (vale a dire la migliore clientela che certamente non è costituita da artigiani, piccoli negozianti, partite Iva o piccoli imprenditori) è pari al 79,8 per cento del totale. Per contro, il restante 90 per cento dei clienti ottiene poco più del 20 per cento degli impieghi. 

In buona sostanza dei 1.500 miliardi che alla fine dello scorso mese di settembre gli istituti credito italiani avevano erogato a famiglie, imprese e società non finanziarie, 1.200 sono stati prestati a un ristretto numero di soggetti che, è proprio il caso di dire, presenta un elevatissimo potere negoziale. 

LIVELLI DI INSOLVENZA ALLARMANTI – “Non ci sarebbe nulla di strano se questo primo 10 per cento di affidati fosse solvibile – dichiara il coordinatore dell’Ufficio studi della CGIA Paolo Zabeo – una banca, infatti, deve aiutare chi ha bisogno di risorse finanziarie ma, allo stesso tempo, è anche nelle condizioni finanziarie di restituire nei tempi concordati quanto ottenuto. In Italia, invece, le cose continuano ad andare diversamente. Se, infatti, analizziamo l’incidenza percentuale sul totale delle sofferenze bancarie ascrivibile a questo ristrettissimo club di affidati, la quota ammonta all’81 per cento del totale. In altre parole, le grandi imprese continuano a ricevere la quasi totalità dei prestiti bancari, sebbene presentino livelli di insolvenza allarmanti”.(Il Messaggero)

‘Commissariate la coop il Forteto! E’ nelle mani dei fedelissimi di Fiesoli’

Presidente commissione inchiesta sul Forteto e rappresentante vittime vogliono il commissariamento della coop. Scritta lettera a Calenda. Ma nessuno risponde.

'Commissariate la coop il Forteto! E' nelle mani dei fedelissimi di Fiesoli'

  
 “Commissariate il Forteto! La cooperativa è nelle mani dei fedelissimi di Fiesoli!”, dice il consigliere Pd della Regione Toscana Paolo Bambagioni. E’ l’allarme lanciato ad Affaritaliani dell’ex presidente della commissione d’indagine sulla cooperativa di Vicchio in provincia di Firenze che per 30 anni è stata il centro dei maltrattamenti e degli abusi su minori affidati dalle istituzioni. Lo chiede come ha fatto in precedenza Stefano Mugnai di Forza Italia, anche lui in passato presidente della commissione. Da anni insieme i due consiglieri, anche da opposti schieramenti, si sono battuti per far emergere la verità sugli orrori.

Quella della cooperativa il Forteto è una delle storie più assurde e drammatiche degli ultimi anni.

Bimbi in difficoltà tolti alle famiglie e che venivano sottoposti a violenze fisiche, psicologiche, sessuali e morali e che dopo il lavaggio del cervello erano violati sessualmente dal “guru” della comunità, Roberto Fiesoli. I ragazzini in affido, alcuni anche con la sindrome di down, venivano poi assegnati non a coppie vere ma a due «genitori funzionali» intercambiabili. L’omosessualità era rappresentata come liberatrice dalla materialità e i rapporti eterosessuali banditi. “E la cooperativa non aveva alcuna credenziale a ricevere minori in affido”, ha ricordato di recente in un convegno l’ex-magistrato, già procuratore della Repubblica a Venezia e membro del Csm, Vittorio Borraccetti che ha studiato il caso.

Orrori nascosti quelli di Fiesoli, il “guru” della comunità e non solo della sinistra del Mugello, consumati all’ombra di un muro di connivenze fatta dal mondo coop, dalle Regione, dai Comuni rossi del Mugello, dal tribunale dei minori e dal servizi sociali che dovevano vedere ciò che era sotto gli occhi di tutti. Un’autorità quella della sua coop che quasi nessuno poteva scalfire. Nonostante ripetute denuncia e accertamenti. L’esperienza educativa del Forteto è stata numerose volte raccontata come esempio positivo anche in libri editi dalla prestigiosa casa editrice di Bologna Il Mulino.

Eppure già tra gli anni ’70 e ’80 Fiesoli era stato arrestato e condannato per violenza sessuale, corruzione di minorenne e maltrattamenti. Con lui il suo braccio destro Luigi Goffredi. Nonostante questo ricevevano minorenni in affido. Addirittura nel 2000 la Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo ha condannato l’Italia per l’affidamento di due minori strappati alle cure della madre e affidati proprio al Forteto. L’Italia si è difesa davanti all’organo di giustizia, ha ricordato Borraccetti, sostenendo che le considerazioni e le condanne contro il Forteto erano frutto di pregiudizio politico.

Il 22 dicembre scorso Fiesoli è stato portato in carcere perché condannato definitivamente con sentenza confermata della Cassazione (è stato arrestato dai carabinieri per scontare una pena residua di 14 anni, 8 mesi e 17 giorni). In appello, a pene diverse, sono stati condannati con Fiesoli altri 15 soggetti. Per alcuni di loro però è intervenuta la prescrizione che fra l’altro ha annullato interamente la condanna a 6 anni dell’ideologo  di Fiesoli, Luigi Goffredi, suo braccio destro.

COMMISSARIARE LA COOP IL FORTETO. ECCO PERCHE’

Ma la comunità che sembra tanto una setta non si è sciolta. Nonostante la condanna “la cooperativa resta nelle mani dei suoi fedelissimi”, racconta Paolo Bambagioni. “Abbiamo scritto anche al ministro Calenda che sovrintende il Mise, il ministero che si occupa del controllo delle cooperative e al presidente del Senato Grasso, ma senza risultati”.

“Nessuno vuole affrontare il tema della guida della cooperativa agricola sorta negli anni ’70 contemporaneamente alla comunità”, spiega Bambagioni, “io lo dico anche per salvaguardare i lavoratori esterni”. La cooperativa agricola produce fatturati dai 18 ai 20 milioni di euro e occupa circa un trentina di lavoratori esterni, oltre a soggetti cresciuti nella comunità che hanno convissuto con i metodi del “guru” e con quanto accadeva, oltre ai suoi fedelissimi.

“La coop agricola vende prodotti caseari nei supermercati coop e principalmente all’estero, negli Stati Uniti, in Oceania e a Tokio” – , racconta Sergio Pietracito uno dei testimoni nei processi e presidente dell’associazione vittime – “Per me, e per la sentenza del 17 giugno, non esistono una cooperativa e una comunità, ma solo una setta. Dentro restano i soliti noti. Figurano nomi di persone accusate di risposte reticenti e omissioni al processo in primo grado per difendere Fiesoli. In questa storia, del resto, il gruppo ha sempre contato più dei singoli. Dietro, in regia, resta gente definita dalla corte ‘apice di menzogne’ o anche dei condannati. Non vedo nessun nuovo corso”

Bambagioni sottolinea che “il commissariamento della cooperativa Il Forteto, oltre ad essere un atto di giustizia per le tante vittime (negli anni sarebbero stati assegnati alla coop circa 86 minori, come affermato dalla commissione regionale d’indagine, ndr), dovrebbe servire anche come salvaguardia della realtà economica in quanto verrebbero ripristinati condizioni di neutralità e indipendenza rispetto a coloro che si sono macchiati di questi crimini”.

Ma il silenzio continua. Lo stesso che per molti anni non ha consentito alla vicenda di finire nelle tv nazionali. Anche se di recente è da segnalare su Canale 5 uno speciale dedicato al caso dal programma Matrix condotto da Nicola Porro. Un disegno di legge per l’istituzione di una commissione parlamentare d’inchiesta è stato presentato nel 2015 dalla senatrice Laura Bottici del M5S. Già proposta anche da altri esponenti delle opposizioni. La commissione è stata approvata solo al Senato ma si è arenata lì.

“Il Forteto è stata un’esperienza drammatica, per molti aspetti criminale”, scrivono i giudici della condanna: “Le vittime di quei fatti, oggi come allora e salvo un paio di eccezioni, sono entrate nella comunità Il Forteto su disposizioni della pubblica autorità (tribunale per i minorenni, servizio sociale, servizio di salute mentale)… diventata (negli anni, è nata nel 1977-78, ndr) una delle più importanti realtà economiche della Toscana nel settore caseario”.  

I leader in gara per il prossimo governo dovrebbero prendere un impegno verso questo disastro drammatico procurato da 30 anni di omertà e salvaguardare quel che di buono esiste nella cooperativa. Se ne è rimasto.(Antonio Amorosi Affariitaliani)

 

ROTAIA MARCIA – TRENORD SI TIENE 74 MILIONI IN CASSA MA I PENDOLARI VIAGGIANO SU CARRI BESTIAME, I TRENI SONO INADEGUATI E NON SI FA MANUTENZIONE – IL BILANCIO DELLA SOCIETÀ LOMBARDA È IN PIENA SALUTE, CRESCONO GLI UTILI E PURE LE RISERVE…

Fabio Pavesi per “la Verità”

 

TRENORD PIOLTELLOTRENORD PIOLTELLO

Con quel pezzo di 20 centimetri di binario collassato che hanno trovato gli investigatori due chilometri prima del deragliamento del treno che collega Cremona a Milano delle Trenord ti aspetti di trovare nei conti della società ferroviaria partecipata al 50% da Ferrovie nord Milano e per l’ altro 50% da Trenitalia dei buchi altrettanto clamorosi. Non si fa manutenzione, o se ne fa poca perché mancano i soldi. La Trenord, pensi, ha i bilanci scassati come quel binario lasciato lì, pericolosamente divelto.

 

E invece la sorpresa è che l’ azienda lombarda è tutto fuorché una società disastrata. I soldi ci sono eccome e anche tanti. Solo di liquidità in cassa la società lombarda aveva a fine 2016 la bellezza di 74 milioni di euro. Una cifra imponente di liquidità lasciata lì a giacere nelle casse. Tra l’ altro cresciuta a dismisura nel tempo. A inizio del 2015 la cassa era di soli 27 milioni. Quasi triplicata in soli due anni di esercizio. Cosa ci faccia tanta liquidità parcheggiata in un’ azienda di trasporto locale non è dato sapersi. Di solito la cassa si usa per gli investimenti. Già.

 

TRENORD PIOLTELLOTRENORD PIOLTELLO

Ma quanto spende Trenord per gli investimenti di cui la manutenzione di treni dovrebbe essere la voce principe? Ebbene nel 2016 su un attivo di bilancio totale di oltre 600 milioni la società lombarda presieduta da Barbara Morgante e amministrata da Cinzia Farisè ha investito risorse su beni materiali per 36 milioni. Il 6% del bilancio dedicato agli investimenti.

 

Al contrario appare elevata la cifra che va sotto la voce dei debiti nei confronti di Rete ferroviaria italiana, l’ azienda controllata da Ferrovie dello Stato che si occupa della gestione della rete. Ovvero, dei binari. Trenord, sempre nel bilancio, segnala un debito di circa 76 milioni nei confronti di Rfi a cui deve per contratto i costi energetici e il pedaggio lungo i binari. Motivo in più per aprire un capitolo sul denaro che finisce effettivamente nella manutenzione, una voce non certo secondaria visto che le società ferroviarie sono capital intensive per definizione. Ma Trenord sta così bene in salute da riuscire a produrre un utile doppio già nel 2016 rispetto all’ anno prima.

TRENORDTRENORD

 

Nel 2016 infatti (ultimo bilancio approvato) la società ha chiuso i rendiconti con un guadagno netto di oltre 8 milioni. Ne produceva solo 3,68 nel 2015 e superava a malapena i 2,5 milioni di profitti netti nel 2014. In due anni l’ utile di Trenord è più che triplicato. E questo non perché il fatturato sia cresciuto.

 

Al contrario i ricavi complessivi sono di fatto fermi a poco più di 750 milioni. Di questi oltre 400 milioni sono la parte del contratto di servizio. Cioè i soldi pubblici che Regione Lombardia riconosce alla società per il servizio fornito. Gli altri 350 milioni di incassi sono i ricavi da biglietti. Difficile trovare una società del trasporto ferroviario locale che viaggi con conti così brillanti. Di solito accade il contrario.

 

TreNordTRENORD

Chapeau, verrebbe da dire quindi sul piano gestionale agli amministratori, ma «la cura e la manutenzione sono stati lasciati in disparte in nome della ricerca del profitto forse?». A chiederselo in queste ore sono i pendolari che al di là del tragico incidente lamentano da anni un trattamento – su alcune linee – che ricorda quello dei carri bestiame. Così come si chiedono come sia stato possibile mettere il turbo ai guadagni. Per triplicare l’ utile negli ultimi anni a parità di ricavi si è forse intervenuti sui costi?

 

Bene in un’ azienda del tutto privata che sta sul mercato e deve guerreggiare ogni giorno con la concorrenza, meno bene per un’ azienda pubblica di servizio che non ha al primo posto come priorità fare profitti a tutti i costi. E che Trenord sia una vera gallina dalle uova d’ oro, una cash machine con i suoi oltre 70 milioni di cassa, lo dimostra anche la capacità di remunerare bene i suoi due soci.

INCIDENTE FERROVIARIO A PIOLTELLOINCIDENTE FERROVIARIO A PIOLTELLO

 

Sempre a fine 2016 a fronte di quegli 8 milioni di utili generati dalle efficienza da taglio dei costi, Trenord ha staccato un bel dividendo di 3,8 milioni, la metà del ricco utile. Sono finiti per 1,9 milioni cadauno ai due grandi azionisti: le Ferrovie nord Milano e Trenitalia. Tutti contenti a livello manageriale. Si fanno soldi e bene anche con i treni dei pendolari. Non solo. Basta vedere quanta ricchezza Trenord valga nei conti del suo socio lombardo quelle Ferrovie nord Milano quotate in Borsa.

 

INCIDENTE FERROVIARIO A PIOLTELLOINCIDENTE FERROVIARIO A PIOLTELLO

Di fatto per l’ intera galassia della società presieduta da Andrea Gibelli, Trenord produce metà dei profitti di Fnm. E vale a bilancio come la punta di diamante dell’ intero gruppo Fnm. Se si fosse in presenza di un gruppo privato attento alla redditività come faro-guida forse non ci sarebbe da stupirsi più di tanto. Anzi i vertici sarebbero portati in palmo di mano come grandi manager capaci di fare utili anche in un settore difficile come il trasporto pubblico locale. Ma quei 20 cm di binario collassato sono un monito importante dal quale non si può prescindere.(dagospia.com)

Processo BPVi: esaminate altre costituzioni di parte civile, attesa per richiesta di citazione in giudizio di Intesa Sanpaolo per i danni

ArticleImage

Nuova tappa di avvicinamento oggi, in un nuovo sabato di lavoro straordinario in Tribunale, verso l’avvio di un processo molto atteso sul crac della Banca Popolare di Vicenza per via del devastante impatto sociale che la vicenda ha avuto sul territorio. Il giudice dell’udienza preliminare Roberto Venditti ha passato in rassegna la restante metà di richieste di costituzione di parte civile riservandosi la decisione nella prossima udienza di sabato 3 febbraio. Nel frattempo è stata chiusa la possibilità per nuove richieste, sempre possibili comunque successivamente dopo l’eventuale rinvio a giudizio, sicché sabato prossimo sarà ben definita la platea delle parti civili.

Gli oltre cinquemila richiedenti ripongono una certa fiducia nel varco aperto dal Tribunale di Roma, nell’omologa udienza preliminare per il dissesto di Veneto Banca, con l’accoglimento pressoché totale delle richieste di costituzione.

Su questo terreno si sta determinando, soprattutto per gli studiosi del diritto e dell’evoluzione giurisprudenziale, un intreccio interessante di fattispecie giuridiche e di situazioni fattuali nuove o comunque non corrispondenti a vecchie categorie tradizionali.

Carlo Messina (3) Imc

E’ il caso dell’autorizzazione concessa dal Tribunale di Roma alla citazione in giudizio di Intesa San Paolocome successore di Veneto Banca. In questo caso la richiesta era stata avanzata anche nei confronti di Veneto Banca, oltre che di BankitaliaConsob e della società di revisione. Il giudice l’ha ammessa solo per Intesa San Paolo nel presupposto che non si fosse mai interrotto il collegamento, in termini di gestione delle posizioni attive e passive, tra la banca fallita e l’istituto che di fatto le è subentrata.

Stesso risultato le parti civili e soprattutto le organizzazioni dei consumatori si attendono a Vicenza, considerata l’analogia di situazioni. In entrambi i casi infatti a subentrare è la stessa banca, per effetto di una stessa disposizione normativa, il decreto legge di giugno scorso.

Quanto alla decisione sull’ammissione delle parti civili, c’è però un aspetto a suggerire cautela. Mentre il gup Ferri a Roma le ha accolte tutte non essendo in possesso di elenchi nei quali vagliare – e se del caso differenziare – le varie posizioni, sicché la scelta dell’accoglimento integrale è stata dettata dalla necessità di non bloccare per mesi il processo in attesa di tali elenchi, a Vicenza essi ci sono già e il gup Roberto Venditti potrebbe entrare nel merito, distinguendo caso per caso e, per esempio, dando rilievo alle aspiranti parti civili che abbiano sottoscritto l’offerta pubblica di transazione che peraltro vietava loro di agire in giudizio.

Nel caso di Veneto Banca essa prevedeva il rimborso, al netto delle vendite, del 15 per cento del valore pagato per l’acquisto di azioni tra l’1 gennaio 2007 e il 31 dicembre 2016, mentre per BpVi, il valore concordato in tali transazioni era secco di 9 euro per ogni azione la quale, prima della crisi, ne valeva tra 60 e 62.50 euro.

Un altro elemento interessante che, in questo ginepraio di situazioni di fatto che incrociano nuove valenze giuridiche in via di definizione, viene in rilievo è la questione di legittimità costituzionale del decreto legge 99 del 25 giugno che esonera espressamente Banca Intesa da ogni responsabilità verso le vittime degli istituti ai quali essa è subentrata. Una legge che potremmo, con un sempre efficace latinismo, definire “ad argentariam” (è appositamente applicabile ad una banca, Intesa appunto) e “contra personas” in quanto penalizza specificamente, escludendoli da possibilità risarcitorie, i soci e gli acquirenti di prodotti finanziari subordinati.Carlo Messina (Infophoto)

La continuità della responsabilità civile ha già recenti precedenti giurisprudenziali, in occasione del subentro di Ubi a CariFerrara, CariChieti e Banca Marche. In questi tre casi altrettanti tribunali hanno sancito la responsabilità risarcitoria della banca subentrante ma, in tali situazioni, non c’era un atto normativo specifico a disciplinare direttamente e pesantemente le situazioni in atto.

Ecco perché è stata sollevata l’eccezione di incostituzionalità: il decreto varato dal governo Gentiloni violerebbe innanzitutto il principio di uguaglianza delle vittime dei dissesti bancari in quanto quelli delle due banche venete sarebbero privati di ogni azione risarcitoria senza alcuna motivazione plausibile e inoltre permane la situazione grottesca della mancata pubblicazione di un provvedimento che dica con esattezza, sette mesi dopo, che cosa esattamente sia stato ceduto. La ricostruzione dettagliata delle partite oggetto del trasferimento delle banche venete a Intesa San Paolo avrebbe dovuto essere fatta prima e non dopo e anche questo è motivo di eccepita incostituzionalità.

Le due udienze preliminari in corso a Roma e Vicenza procedono in parallelo, con la prima in fase più avanzata, verso un risultato – di proscioglimento o di rinvio a giudizio degli imputati – che dovrebbe maturare nel mese di marzo.

A Roma si riprenderà il 16 febbraio con l’esame delle ultime questioni preliminari, come quelle della competenza territoriale.

A Vicenza invece sabato prossimo il gup scioglierà la riserva emettendo la decisione cui il Tribunale di Roma è già pervenuto: vedremo se in modo conforme, come sperano le organizzazioni dei consumatori, o difforme come auspicano le banche e la difesa degli imputati coinvolti. Che a Vicenza sono la BpVi come persona giuridica e sette loro ex dirigenti accusati di aggiotaggio, ostacolo alle attività di vigilanza e falso in prospetto: l’ex presidente Gianni Zonin, l’ex direttore generale Samuele Sorato (la cui posizione però, stralciata per legittimo impedimento per motivi di salute sarà vagliata in un’apposita udienza fissata l’11 gennaio prossimo), l’ex consigliere d’amministrazione Giuseppe Zigliotto, gli ex vicedirettori Emanuele Giustini (responsabile divisione mercati), Andrea Piazzetta (area finanza), Paolo Marin (divisione crediti), nonché il dirigente che redigeva materialmente il bilancio Massimo Pellegrini. (Angelo Di Natale Vicenzapiu’)

Storie di banchieri (e dunque dell’Italia recente)

L’antologia curata da Beppe Ghisolfi, banchiere di lungo corso che decise, bambino, di diventare presidente della Cassa di Risparmio di Fossano perché un giorno il papà si vide negare ingiustamente un prestito

Il banchiere Beppe GhisolfiIl banchiere Beppe Ghisolfi

Processo Veneto Banca, seconda svolta giurisprudenziale: autorizzata la citazione in giudizio di Intesa Sanpaolo per i danni dopo ammissione parti civili

ArticleImage

Roma, nostro servizio – Dopo la svolta giurisprudenziale dell’ammissione alla costituzione di parte civile delle migliaia di risparmiatori danneggiati dalla malagestio delle banche fallite e liquidate con il totale azzeramento del capitale, un’altra pagina importante è stata scritta dal giudice dell’udienza preliminare in corso a Roma sul crac di Veneto Banca. Accogliendo la richiesta delle organizzazioni dei consumatori, il gup ha autorizzato la citazione in giudizio di Intesa Sanpaolo comeresponsabile civile per i reati di ostacolo alla vigilanza e aggiotaggio di cui sono accusati gli ex vertici dell’istituto e le figure preposte al controllo (qui la nostra anticipazione, ndr).

Di grande rilievo anche la motivazione dell’autorizzazione concessa dal giudice che si spinge nel merito delle vicende che hanno chiuso la lunga e, per certi versi, gloriosa storia della banca di Montebelluna, il cui ultimo atto è stato il decreto governativo di giugno scorso che ha trasferito la banca al prezzo simbolico di cinquanta centesimi (un euro complessivo, condiviso con la stessa partita in atto per la Banca Popolare di Vicenza) a Intesa San Paolo, che da anni è il più grande istituto italiano. 
Il giudice ha ritenuto infatti che la cessione ricomprenda anche il diritto al risarcimento dei danni subiti dagli azionisti e dalle altre parti civili ammesse nel processo. Altrimenti il prezzo avrebbe dovuto essere ben diverso perchè pur nella situazione disastrata dei bilanci e dell’azzeramento del capitale, gli asset sopravvissuti e il valore di struttura non avrebbero certamente potuto essere valutati pari a zero. Dunque nella contropartita dell’acquirente deve esserci anche l’assunzione delle responsabilità risarcitorie rispetto alle tante vittime del crac.
I danni sono ovviamente ricondotti alle operazioni, che dovranno essere accertate nel processo, volte ad impedire un corretto esercizio della funzione di vigilanza da parte di Bankitalia e di Consob tali da impedire loro di rilevare il dissesto e quindi favorendo la diffusione ai mercati finanziari di false informazioni sullo stato patrimoniale della banca. Su tali false informazioni sarebbe fondata infatti la scelta decisiva dell’acquisto dei prodotti finanziari “spazzatura” o della sottoscrizione di quote di capitale già all’epoca irrimediabilmente compromesso. 
La novità giurisprudenziale deve però ancora essere consolidata negli sviluppi futuri dell’udienza. Anche Intesa San Paolo potrà costituirsi in giudizio chiedendo di essere esclusa, ma l’autorizzazione alla citazione nei suoi confronti in veste di “responsabile civile“, ovvero soggetto responsabile dei danni causati alle vittime dei reati in solido con gli autori degli illeciti. Alla prossima udienza, calendarizzata per il 16 febbraio, Intesa Sanpaolo potrà costituirsi in giudizio, chiedendo di essere esclusa.
Esulta Giuseppina Massaiu, avvocato di Primoconsumo che patrocina un folto gruppo di parti civili nel processo in corso a Roma. “La nostra battaglia comincia a dare i suoi frutti” esclama il legale, anche se il percorso sarà lungo e le resistenze, da parte degli interessi ruotanti intorno all’assetto tradizionale del mondo bancario, probabili.
Undici in tutto gli imputati. I più importanti sono l’ex amministratore delegato ed ex direttore generale Vincenzo Consoli e l’ex presidente Flavio Trinca i quali hanno da tempo annunciato che in caso di rinvio a giudizio affronteranno il dibattimento con rito ordinario. Gli altri nove imputati sono Diego Xausa e Michele Stiz ex componenti del collegio sindacale; Stefano Bertolo ex responsabile della direzione centrale amministrazione dal 2008 al 2014; Flavio Marcolin ex responsabile degli Affari societari e legali; Pietro D’Aguì, al vertice di Banca Intermobiliare; Gianclaudio Giovannone, titolare della Mava; Mosè Fagiani ex responsabile commerciale dal 2010 al dicembre 2014; Massimo Lembo, ex capo della Direzione Compliance; Renato Merlo direttore delle banche estere.(Pietro Cotron Vicenzapiu)

Intesa rischia di pagare i danni delle due Venete

Il Gup apre ai soci vittima delle passate gestioni Ca de’ Sass: “Il coinvolgimento è contro la legge”

I soci azzerati di Veneto Banca e Popolare Vicenza che hanno perso tutti i loro risparmi nelle azioni delle banche venete vendute a prezzi gonfiati a clienti spesso ignari dei rischi che correvano, potranno rivalersi.

Carlo Messina

Ma non sulle passate gestioni di Vincenzo Consoli e Gianni Zonin. Nè attingendo dagli attivi delle banche in liquidazione. Gli errori del passato, e l’eventuale risarcimento dei danni subiti da azionisti e obbligazionisti, potranno infatti ricadere sulle tasche di Intesa Sanpaolo, che ha rilevato per un euro le due ex popolari salvandole dal crac.

Lo ha deciso ieri il gup di Roma, Lorenzo Ferri, che nel processo su Veneto Banca ha disposto la citazione in giudizio di Intesa come responsabile civile per i reati di ostacolo alla Vigilanza e aggiotaggio, di cui sono accusati gli ex manager e sindaci di Montebelluna. Il giudice solleva, infatti, dubbi di legittimità costituzionale sul decreto legge 99/17 sulla liquidazione delle banche venete, in quanto preclude ai soci azzerati ogni speranza di ristoro, mettendo la «cessionaria» Intesa al riparo dalle richieste di risarcimento. L’ordinanza afferma «che il contratto di cessione stipulato tra Intesa e la liquidazione di Veneto Banca ha efficacia solo tra le parti e non vale ad escludere la responsabilità dell’istituto guidato da Carlo Messina nei confronti dei terzi danneggiati azionisti di Veneto Banca», ha spiegato l’avvocato Matteo Moschini che rappresenta circa 600 soci di Veneto Banca e 400 di Popolare Vicenza.

Le associazioni dei consumatori esultano perché la decisione del gup romano apre la strada a richieste analoghe nei confronti delle altre «good bank», come Etruria&C salvate da Ubi. Con una mossa che rischia di scardinare accordi e leggi. In serata dalla banca milanese, che ha acquistato le due ex popolari sulla base di un contratto blindato che la teneva al riparo dai rischi legali, è arrivata una reazione durissima. «Intesa Sanpaolo apprende con sconcerto la notizia del possibile coinvolgimento giudiziale come preteso responsabile civile per «reati di ostacolo alla Vigilanza e aggiotaggio di cui sono accusati gli ex manager e sindaci di Veneto Banca in liquidazione coatta», si legge in una nota. Dove l’istituto sottolinea di avere «acquisito soltanto determinati attivi, passivi e rapporti giuridici» delle due banche venete «dando risposta urgente e concreta alla necessità di evitare effetti dirompenti per l’economia del Paese e i gravi riflessi sociali che sarebbero altrimenti derivati soprattutto nelle aree del Nord Est, e salvaguardando così gli affidamenti, depositi e il posto di lavoro di migliaia di persone». Poi, l’affondo: «Il coinvolgimento di Intesa in vicende del passato che riguardano altri soggetti è contrario alla legge, ma ancor prima a ogni logica». E per questo il gruppo di Messina (che fra l’altro a ottobre aveva stanziato un fondo da 100 milioni per ristorare le famiglie meno abbienti che hanno visto sfumare i loro risparmi) non mancherà di difendersi «in ogni sede e di esercitare ogni suo diritto legale e contrattuale»(Camilla Conti Il Giornale)

Intesa Sanpaolo pagherà i danni delle ex banche venete?

Intesa Sanpaolo pagherà i danni delle ex banche venete? E’ la domanda che è lecito porsi dopo che il gup di Roma ha stabilito che nel processo sulle stesse, l’istituto possa essere chiamato in giudizio  come responsabile civile per i reati di ostacolo alla Vigilanza e aggiotaggio di cui sono accusati gli ex capi di Veneto Banca e Popolare Vicenza.

In poche parole i soci azzerati di quest’ultime, le quali hanno perso tutti i loro risparmi nelle azioni delle banche venete, avranno modo di rivalersi su Intesa. E’ importante ricordare che la SanPaolo ha rilevato per un euro entrambe le banche salvandole dalla bancarotta: perché l’istituto di Carlo Messina sarebbe costretto a pagare? E’ presto detto: il giudice ha sollevato dubbi di legittimità costituzionale del decreto legge 99/17, per l’appunto quello relativo alla liquidazione delle banche venete perché preclude ai soci azzerati ogni speranza di recuperare l’investimento perso mentre dà modo ad Intesa Sanpaolo di “salvarsi” dalle richieste di risarcimento.

Si legge nella sentenza del gup Lorenzo Ferri:

[…] Il contratto di cessione stipulato tra Intesa e la liquidazione di Veneto Banca ha efficacia solo tra le parti e non vale ad escludere la responsabilità dell’istituto guidato da Carlo Messina nei confronti dei terzi danneggiati azionisti di Veneto Banca.

Le reazioni non sono mancate: se da una parte le associazioni di consumatori esultano perché questo potrebbe aprire alle richieste di risarcimento dei risparmiatori nei confronti delle altre banche, dall’altra Intesa SanPaolo ha fatto sapere, a margine di una nota durissima, il suo riservarsi di intraprendere, nelle debite sedi azioni legali di protezione.(Valentina Cervelli Mondo FinanzaBlog)

DUE PESI DUE BANCHIERI – BANKITALIA SI PRESENTA PARTE CIVILE NEL PROCESSO CONTRO GLI EX VERTICI DI BANCA MARCHE (“SALTATA” CON ETRURIA), MA NON FA ALTRETTANTO NEL PROCESSO SULL’UBI – MICA SARA’ PERCHE’ NEL SECONDO E’ RINVIATO A GIUDIZIO ANCHE GIOVANNI BAZOLI?

Antonio Spampinato per Libero Quotidiano

 

massimo bianconi michele ambrosini banca marcheMASSIMO BIANCONI MICHELE AMBROSINI BANCA MARCHE

Renato Borzone, avvocato dell’ ex direttore generale di Banca Marche Massimo Bianconi, non riesce a farsene una ragione: il bombardamento mediatico che ha accompagnato il processo del suo assistito, dice, ha condizionato la decisione dei giudici. Il tribunale di Ancona è «incompetente per territorio» e la sentenza di condanna, decisa nella notte di mercoledì dopo dieci ore di camera di consiglio, «è frutto di un impianto accusatorio traballante». Bianconi – se il verdetto verrà confermato in appello dovrà scontare tre anni di reclusione per corruzione tra privati – è per il suo legale un capro espiatorio individuato «per mantenere in piedi un’ accusa nata da pettegolezzi di stampa».

 

I POTERI FORTI

banca marcheBANCA MARCHE

Cosa può mai dire di diverso un avvocato che ha perso? Anche se a metà, o molto meno, visto che il secondo capo d’ imputazione, il più pesante, è caduto. Eppure, al di là dello sfogo, quelle di Borzone sono parole che potrebbero aver colto nel segno, non certo per l’ accanimento mediatico, ma perché dietro alla vicenda di Banca Marche ci sono nomi e istituzioni dal peso specifico paragonabile a quella dell’ uranio.

 

Banca Marche fa parte del gruppo degli istituti di credito rimasti impantanati nella crisi dei prestiti inesigibili e i cui armadi sono stracolmi di scheletri probabilmente riportati alla luce solo in piccola parte. Entrata a fine 2015 in liquidazione coatta amministrativa, è stata depurata dal marciume e la parte ancora buona ribattezzata Nuova Banca Marche – poi Banca Adriatica – e venduta insieme alle scintillanti Nuova Banca Etruria e Nuova CariChieti a Ubi Banca per la stratosferica cifra di 1 euro. E con la benedizione della banca centrale della Repubblica.

IGNAZIO VISCOIGNAZIO VISCO

 

Il maxi processo che lo scorso 10 novembre ha preso il via a Bergamo e che vede come protagonista proprio Ubi Banca fa sembrare l’ oggetto di quello di Ancona un’ evasione fiscale per uno scontrino del ristorante non emesso. “Declassato” non certo per il crac che ha rovinato migliaia di piccoli azionisti e che pretendono giustizia o per quanti hanno perso il posto di lavoro ma per la strana differenza di trattamento riservata da un’ istituzione come Banca d’ Italia ai due processi.

UBI BANCAUBI BANCA

 

IL CASO UBI

Tra le 31 persone verso cui è stato richiesto il rinvio a giudizio nel caso Ubi ci sono Giovanni Bazoli, da trent’ anni protagonista di primo piano nelle più importanti vicende bancarie del Paese, il presidente del Consiglio di sorveglianza Andrea Moltrasio e il consigliere delegato Victor Massiah.

 

Secondo la ricostruzione della procura ci sarebbe stato un presunto patto occulto tra l’ anima bergamasca e bresciana di Ubi e volto non solo a manipolare l’ assemblea del 2013 ma anche a gestire la banca e decidere le nomine, nascondendo a Consob e Bankitalia l’ intesa. E illecita influenza sull’ assemblea e ostacolo alle autorità di vigilanza sono i due principali capi d’ accusa. Non a caso tra le otto parti offese risultano esserci proprio Consob e Banca d’ Italia. Mentre però Consob si è costituita parte civile, Bankitalia no. Cosa che invece ha fatto nel caso Banca Marche, prima di essere acquistata da Ubi.

 

victor massiahVICTOR MASSIAH

È vero che nel caso di rinvio a giudizio e se non viene chiesto il rito abbreviato potrebbe ancora esserci la prima udienza in cui costituirsi parte civile, ma – questa volta sì, secondo il chiacchiericcio della stampa, che avvicina il capo della vigilanza di palazzo Koch al vertice dell’ istituto – il calibro dei poteri forti finiti nelle maglie della procura bergamasca consiglia di puntarci ben poco.

 

LA CORTE D’ APPELLO

Ma ci può essere un altro motivo per cui via Nazionale non ritiene di essere stata danneggiata dal comportamento di una sua vigilata oppure pensare che non valga la pena far sentire il suo peso. Ed è il periodo in cui sarebbero stati commessi i presunti reati, cioè quando ancora Ubi era una popolare con voto capitario: una testa, un voto, indipendentemente dalle azioni detenute. Possibile pensare che ci si presenti in assemblea senza aver discusso come votare?

bazoliBAZOLI

 

Inoltre c’ è la sentenza dello scorso giugno della Corte d’ appello di Brescia che ha assolto Ubi Banca nella causa intentata da Consob sulle mancate comunicazioni al mercato. Fare brutta figura non piace (quasi) a nessuno. Fino a prova contraria l’ accusa del complotto è una bufala. O, ancora, Bankitalia non è il soggetto più influente di questa storia.(dagospia.com)