IL RITORNO DI “FORZA GNOCCA”! – VAGONATA DI BONAZZE E EX MISS PER BERLUSCONI – C’E’ LA NIPOTE DI ANTONIO MARTINO, MATILDE SIRACUSANO – SPAZIO ANCHE ALLA EX TRONISTA YLENIA CITINO E AD ANNAELSA TARTAGLIONE

Felice Cavallaro per il “Corriere della Sera”

Matilde Siracusano e Silvio BerlusconiMATILDE SIRACUSANO E SILVIO BERLUSCONI

 

Scatta anche la carica delle Miss nel centrodestra, dalla Sicilia al Molise. Partite ancora da definire. Ma nella Città dello Stretto viene data in pole per FI la mancata Miss Italia del 2005, Matilde Siracusano, figlia di un ex assessore di Messina e soprattutto nipote dell’ex ministro Antonio Martino, che avrebbe caldeggiato la pratica ad Arcore.

 

Matilde SiracusanoMATILDE SIRACUSANO

Berlusconi sarebbe disponibile anche ad avallare la candidatura di una ex «tronista», Ylenia Citino, trent’ anni, protagonista nel 2011 di sei puntate della trasmissione Uomini e donne , pronta da Catania a una ricandidatura alla Camera dopo la corsa alle ultime Europee.

 

Notata anche lei ieri nella sede di piazza San Lorenzo in Lucina per firmare la dichiarazione di accettazione. Restia a discuterne con i cronisti, come Annaelsa Tartaglione, la terza «miss», attuale coordinatrice regionale nel Molise, verso un collegio sicuro a Isernia, pure lei con un passato da concorrente nel principale concorso di bellezza nazionale, 11 anni fa.

 

YLENIA CITINOYLENIA CITINO

Ma il clamore del richiamo a Miss Italia infastidisce soprattutto Matilde Siracusano: «È storia del 2005, avevo appena 19 anni. Che c’entra con tutto quello che ho poi fatto?». Ed eccola ricordare la laurea in Giurisprudenza, il master alla Luiss, il tirocinio alla Camera e tutti i passaggi ignorati da chi la critica sui social: «Che giungla, ognuno infierisce come vuole, mentre non è nemmeno certa la candidatura a Messina. Senza tenere conto dell’unica verità».

 

YLENIA CITINOYLENIA CITINO

E la racconta lei, «la verità», partendo dal salto in politica: «Fu l’università, dopo il master in Affari politici, ad assegnare me e altri colleghi come tirocinanti al gruppo Udc di Montecitorio dove sono rimasta a lungo. Prima in contatto con il presidente Casini. Poi come assistente di tanti parlamentari».

 

Fino a transitare in Forza Italia che ormai considera la sua casa. Forse anche per una questione di famiglia, considerata la parentela con l’ex ministro Martino, circostanza però da lei minimizzata: «È cugino lontano di mia nonna. Se poi ha parlato di me a Berlusconi, cosa che non so, sono felice. Non sarebbe comunque determinante».

 

ANNAELSA TARTAGLIONEANNAELSA TARTAGLIONE

No, non vuole parlarne prima che la scelta sia compiuta, «come mi auguro che accada, convinta di avere un curriculum idoneo, innamorata come sono della mia Sicilia, della mia Messina». Chissà, forse scatta anche un po’ di scaramanzia dopo la delusione del 2005 quando i giornali davano Matilde sul podio, poi esclusa anche perché rimbalzarono voci su una indagine giudiziaria a carico del padre, allora assessore. Storia che prova a chiudere: «L’ unico fatto certo è che quei sospetti furono cancellati da una archiviazione».(dagospia.com)

NUNZIA DE GIROLAMO - BERLUSCONI - ANNAELSA TARTAGLIONENUNZIA DE GIROLAMO – BERLUSCONI – ANNAELSA TARTAGLIONEANNAELSA TARTAGLIONEANNAELSA TARTAGLIONEANNAELSA TARTAGLIONEANNAELSA TAR

“Crac banche è costato 60 miliardi”

Crac banche è costato 60 miliardi

 

Nonostante “il fallimento di una decina di istituti di credito abbia originato un costo di oltre 60 miliardi di euro a carico dei risparmiatori”, delle banche concorrenti e del bilancio pubblico, l’Ufficio studi della Cgia denuncia che “il nostro sistema creditizio continua a premiare chi, in buona parte, ha causato questo dissesto: ovvero le grandi famiglie industriali, i gruppi societari e le grandi aziende”.

Gli ultimi dati disponibili della Banca d’Italia (riferiti al 30 settembre 2017), riporta la Cgia, dicono che la quota di prestiti ottenuta dal primo 10 per cento degli affidati (vale a dire la migliore clientela che certamente non è costituita da artigiani, piccoli negozianti, partite Iva o piccoli imprenditori) è pari al 79,8 per cento del totale. Per contro, il restante 90 per cento dei clienti ottiene poco più del 20 per cento degli impieghi.

 

Per l’associazione, in buona sostanza dei 1.500 miliardi che alla fine dello scorso mese di settembre gli istituti credito italiani avevano erogato a famiglie, imprese e società non finanziarie, 1.200 sono stati prestati a un ristretto numero di soggetti che, è proprio il caso di dire, presenta un elevatissimo potere negoziale.

“Non ci sarebbe nulla di strano se questo primo 10 per cento di affidati fosse solvibile, una banca, infatti, deve aiutare chi ha bisogno di risorse finanziarie ma, allo stesso tempo, è anche nelle condizioni finanziarie di restituire nei tempi concordati quanto ottenuto. In Italia, invece, le cose continuano ad andare diversamente” segnala il coordinatore dell’Ufficio studi della Cgia, Paolo Zabeo.

Zabeo chiarisce che “se, infatti, analizziamo l’incidenza percentuale sul totale delle sofferenze bancarie ascrivibile a questo ristrettissimo club di affidati, la quota ammonta all’81 per cento del totale. In altre parole, le grandi imprese continuano a ricevere la quasi totalità dei prestiti bancari, sebbene presentino livelli di insolvenza allarmanti”.

Sebbene in calo, al 30 settembre dello scorso anno, continua la Cgia, le sofferenze bancarie lorde presenti in Italia ammontavano a 170,2 miliardi: 16,5 miliardi in meno rispetto allo stesso periodo del 2016. “Questo elevato numero di crediti deteriorati ha provocato una forte contrazione dei prestiti all’economia reale” afferma il Segretario della Cgia, Renato Mason.

“Non essendo in grado di recuperare una buona parte dei finanziamenti erogati, le banche -avverte Mason- hanno deciso di non rischiare più e hanno progressivamente chiuso i rubinetti del credito. Solo nell’ultimo anno c’è stata una leggera inversione di tendenza. Tra novembre 2017 e lo stesso mese del 2016, la quantità di finanziamenti alle imprese è aumentata mediamente dello 0,3 per cento, anche se si sono registrati dei risultati molto diversi tra le varie classi dimensionali di impresa”.

Mason inoltre riferisce che “nelle imprese medio-grandi, ad esempio, la crescita è stata dello 0,6 per cento, nelle piccole e micro, invece, la contrazione è stata dell’1 per cento, nonostante la domanda generale di credito registrata in questi ultimi mesi sia tendenzialmente in crescita”.

La Cgia accende poi il faro a livello regionale sottolineando che è interessante notare che al Sud il primo 10 per cento degli affidati ottiene meno credito delle rispettive fasce presenti nel resto d’Italia, ma genera una quota di sofferenze quasi in linea con il dato medio nazionale. Al Nord, invece, le grandi imprese ottengono percentuali di credito molto alte, con livelli di affidabilità che, comunque, si allineano attorno al dato medio nazionale. “In altre parole possiamo dire che i grandi gruppi del Nord sono più ‘virtuosi’ di quelli presenti nel Mezzogiorno” indica l’associazione.

Ed “altrettanto paradossale” per la Cgia è la situazione che sta maturando in queste ore nel Veneto. “La finanziaria regionale, Veneto Sviluppo, ha deciso di salvare un migliaio di imprese (con ricavi tra i 10 e i 100 milioni di euro) che hanno crediti incagliati con le ex popolari (Veneto Banca e Popolare di Vicenza), attraverso l’istituzione di un apposito fondo che affianchi queste imprese in difficoltà” ricorda.

“Un’azione meritevole che, però, come giustamente ha evidenziato il Presidente della Confartigianato, -osserva l’associazione- non coinvolgerà decine di migliaia di piccole imprese venete che non rientrano in questa fascia di ricavi, con il pericolo che moltissimi artigiani e piccoli commercianti penalizzati dal fallimento delle due banche venete rimangano senza credito”. Ritornando all’elaborazione fatta dall’Ufficio studi della Cgia, i dati a livello provinciale, infine, evidenziano che il primo 10 per cento degli affidati ha in capo l’87,8 per cento delle sofferenze a La Spezia: record nazionale rispetto a una media Italia pari all’ 81 per cento.

Scorrendo la graduatoria, infine, si trova al secondo posto con l’86,4 per cento Verbania-Cusio-Ossola, al terzo con l’86,2 per cento Bolzano, al quarto con l’85,9 per cento Roma e al quinto con l’85,8 per cento Parma. In coda alla classifica nazionale si posizionano con il 69,9 per cento Sondrio, con il 69,7 per cento Agrigento e con il 68,7 per cento Lodi. (Adnkronos)

Risparmio, le dieci priorità per il nuovo governo

Dieci proposte per rendere più equo ed efficiente il mondo del risparmio italiano. Plus24 indica dieci interventi che a impatto (quasi) neutrale sulle casse dello Stato, possono finalmente rendere più facile la vita dei risparmiatori italiani di oggi e di domani. L’elenco, qui a fianco, è per i partiti politici schierati: chiunque vincerà dovrà tenerne conto. Si parla di fisco, previdenza, educazione finanziaria e tutela degli investitori.

I risparmiatori di oggi
Il risparmiatore di oggi è quello che destina, per esempio, una quota della propria busta paga al fondo previdenziale o al Pip (piano pensionistico individuale) per avere una pensione futura un po’ più sostanziosa. Oggi soltanto un 1 lavoratore italiano su 3 (vedi pagina 7) ha preso consapevolezza di ciò, aderendo a una forma pensionistica complementare. Gli altri hanno alzato le spallucce nonostante la busta arancione dell’Inps gli abbia ricordato il buco di contributi da colmare. Ma un’ulteriore «spinta gentile» per milioni di lavoratori potrebbe arrivare dal Fisco: abolizione o rimodulazione delle imposte sul capital gain come già fatto per i Pir (piani individuali di risparmio). Stesso discorso per l’innalzamento del tetto alla deduzione fiscale per chi aderisce a un fondo pensione o a un Pip inchiodata da anni a 5.164 euro, i vecchi 10 milioni di lire. Se poi, terza proposta, venisse realizzata da parte dello Stato una comunicazione capillare e continua via tv, radio, giornali e web, ecco sarebbe la chiusura del cerchio.

Fisco, dividendi e Pir
Negli ultimi anni i continui aumenti dell’imposta di bollo e le rivisitazioni delle aliquote sulle rendite finanziarie, sono state delle tappe di un percorso ben preciso di colpire oltre al reddito, anche il patrimonio del contribunte. Ma senza entrare nel merito del valore delle aliquote proporzionali ritoccate per esigenze di gettito più volte al rialzo, per rendere più equo il sistema di tassazione delle rendite finanziarie il futuro Parlamento dovrebbe mettere in agenda l’abolizione della distinzione tra redditi diversi e redditi di capitale per porre rimedio all’incomprensibile impossibilità di compensare guadagni e perdite di natura finanziaria con più facilità. In Italia pagare le tasse sui guadagni realizzati, senza poter compensare le perdite, continua a non essere un’eccezione, ma la regola. E intanto non si fa nulla per recuperare dal Fisco dei vari Paesi esteri i miliardi spettanti ai risparmiatori italiani per la doppia imposizione subita su dividenti e interessi distribuiti da società estere (vedi pagina 6)

Le tutele 
Il risparmiatore di oggi ha poi bisogno di tutele rafforzate o più efficienti. Il ricordo dei crack di Popolare di Vicenza e di Veneto Banca è ancora vivido. Così come i bond subordinati delle quattro «banche risolte» (Banca Marche, CariFerrara, CariChieti e Banca Etruria) collocati a migliaia di risparmiatori che non capivano cosa stavano sottoscrivendo.

Rendere più forti ed efficienti le tutele significa risolvere una buona volta il conflitto di competenze fra Bankitalia e Consob come è emerso anche dalle accese discussioni nella commissione banche presieduta da Pierferdinando Casini. Che sia finalmente chiaro chi fa cosa: ci sono fior di funzionari in entrambe authority, competenti e ben pagati; si potrà finalmente chiedere conto un domani sul perché non hanno bloccato dei fenomeni come i «finanziamenti baciati» (mutui in cambio di sottoscrizioni di azioni).

Inoltre sempre in ambito tutela e repressione, emerge la necessità di una maggiore competenza anche sul fronte della magistratura. Ecco perché c’è la necessità di una superprocura per i reati finanziari. Infine, manca l’arbitro per il settore assicurativo, già presente da anni per il mondo bancario.

Le coperture 
Le 10 proposte portano addirittura a un recupero di risorse per i risparmiatori italiani, come nel caso dei rimborsi che andrebbero richiesti al Fisco straniero per le trattenute alla fonte applicate all’origine sui dividendi e interessi pagati da titoli esteri. Nell’ambito delle tutele siamo a livello di riorganizzazione. L’esborso (o mancato introito) si avrebbe sul versante imposte nella previdenza integrativa e dell’unificazione dei redditi di natura finanziaria. La spesa di oggi però, benché gli esperti sentiti minimizzino sull’esborso, è un risparmio per le casse statali di domani che dovranno far fronte a un esercito di nuovi poveri pensionati. Conviene spostare il problema in avanti? Ai posteri la sentenza.

Le dieci proposte di Plus 24:

1. Redditi di capitale e redditi diversi da unificare in una sola tipologia di redditi finanziari

2. Recuperare i miliardi di euro dimenticati nelle casse del Fisco degli altri Paesi

3. Abolizione della tassa sui rendimenti dei fondi pensione e tassazione unica finale al pagamento della pensione integrativa

4. Aumento della deduzione del tetto di 5.146 euro in relazione a quanto versato per la previdenza integrativa e le assicurazioni

5. Campagna di comunicazione per spingere le persone verso la previdenza integrativa

6. Risoluzione dei conflitti tra le authority

7. Creazione della superprocura per reati finanziari

8. Educazione finanziaria

9. Un arbitro per il mondo assicurativo

10. Fissare un tetto massimo ai costi dei Pir

 

Il miracolo economico israeliano: il segreto dell’inarrestabile crescita della Startup Nation

Tel Aviv. Jack Guez/AFP/Getty Images

Quando si pensa a Israele, molto spesso ad essere rievocate sono le immagini del tormentoso conflitto che attanaglia queste terre da ormai tantissimi anni. Quello di cui, però, molti non sono ancora a conoscenza è che Israele è stata da tempo internazionalmente riconosciuta come la ‘Nazione delle Startup’.

 

Ad oggi, infatti, il ‘motore di ricerca per startup’, Startup Nation Central, conta quasi 8.000 start-up operanti su tutto il territorio israeliano, di cui un terzo ha sede a Tel Aviv. Inoltre, la percentuale di startup che riescono a crescere ed a diventare delle vere e proprie aziende è pari al 4%. Se questo già di per sé rappresenta un dato degno di nota – basti pensare che, in un paese all’avanguardia tecnologica come gli Stati Uniti, questo dato non supera l’1% – considerando che Israele conta solo 8 milioni e mezzo di abitanti, l’entità dello sviluppo tecnologico israeliano diventa quasi un fatto impressionante.

Gli economisti americani Senor e Singer, nel loro libro Start-Up Nation: The Story of Israel’s Economic Miracleesaminano le possibili cause dell’esponenziale crescita economica israeliana, attribuendo particolare importanza all’apparato militare. Secondo i due economisti, infatti, l’obbligatorietà del servizio militare israeliano avrebbe portato ad un incremento delle risorse investite nella ricerca e nello sviluppo, favorendo così una rapida crescita tecnologica sia in ambito militare che civile. Inoltre, sempre secondo Senor e Singer, l’esercito israeliano dà grande importanza allo sviluppo di creatività, spirito d’iniziativa e capacità decisionali indipendenti, fattori ugualmente fondamentali per dare vita e gestire una startup.

Sempre secondo Senor e Singer, un altro fattore che avrebbe inciso sulla rapida crescita economica e tecnologica della Startup Nation è il fenomeno immigratorio, in continua espansione. Il giovane stato d’Israele, nazione in cui la religione ebraica occupa una posizione centrale, ha infatti da sempre incoraggiato l’immigrazione di ebrei provenienti da tutto il mondo. Partendo da questa considerazione, gli immigranti verrebbero visti sotto in un’ottica positiva, caratterizzandosi soprattutto per una maggiore inclinazione al rischio la quale rappresenta una delle qualità intrinseche al mondo imprenditoriale. Una maggiore tendenza degli immigrati a prendere decisioni rischiose, la quale si basa sul presupposto che queste persone non abbiano molto da perdere, sembra quindi essere un alto fattore importante per l’analisi delle origini della Startup Nation.

Sostanzialmente, i giovani imprenditori israeliani sembrano distinguersi dai colleghi del resto del mondo per la loro capacità di non arrendersi, anche davanti a ostacoli che sembrano insormontabili e a situazioni socio-politiche non proprio favorevoli, come i numerosi conflitti avvenuti negli ultimi anni.  Un forte senso di sopravvivenza e la coltivazione di una cultura imprenditoriale tra i più giovani, hanno portato alla nascita e crescita di quella che noi oggi chiamiamo la nazione delle startup.

A supportare questa continua crescita economica e tecnologica ci sono molti esempi di startup di successo che, oltre ad essere riuscite a costituirsi come vere e proprie aziende, hanno addirittura compiuto la tanto desiderata ‘exit’ essendo state acquistate da grandi colossi tecnologici come Google o Cisco.

Basti pensare a Waze, l’app per la navigazione basata sull’appartenenza alla community, che nel 2013 è stata acquistata da Google per 1,15 miliardi di dollari e che oggi conta più di 65 milioni di utenti sparsi in 185 paesi.

A confermare l’inarrestabile crescita delle startup israelianesono anche i numerosi venture round efficientemente portati a termine da ciascuna. Logz.io, startup che offre servizi di log management e log analisi, ha infatti recentemente chiuso l’ultimo round di serie C raccogliendo un investimento di 23 milioni di dollari e totalizzando complessivamente 47 milioni di dollari di investimenti in soli tre anni dalla fondazione.

Poi ci sono startup che nascono per aiutare altre startup. È il caso di Monday, che offre una piattaforma online per gestire i progetti aziendali più efficientemente e che, fino a poco tempo fa, era conosciuta con il nome Dapulse. Monday è nata con l’obiettivo di garantire a ciascun dipendente un’organizzazione più efficiente del proprio lavoro che si basi soprattutto sulla collaborazione, al fine di creare una cultura aziendale più produttiva e trasparente. Ad oggi la piattaforma è utilizzata da startup di successo operanti in tutto il mondo come Wix, Outbrain e Wework, ma anche da brand internazionalmente conosciuti come Adidas.(Roberta Rottigni Businessinsider)

È morto Ingvar Kamprad, fondatore di Ikea

Ingvar Kamprad morto, addio al fondatore di Ikea: aveva 91 anni ed era tra gli uomini più ricchi del mondo

 L’imprenditore svedese, che nel 1943 fondò il colosso dei mobili si è spento all’età di 91 anni. 

Il fondatore di Ikea, Ingvar Kamprad, è morto all’età di 91 anni: lo ha reso noto lo stesso gruppo sul suo sito Internet e attraverso i canali social. Kamprad si è spento «serenamente» il 27 gennaio, dopo una breve malattia, nella sua casa di Smaland (Svezia), si legge in un comunicato pubblicato sul sito della Ikea.

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The founder of IKEA and one of the greatest entrepreneurs of the 20th century, Ingvar Kamprad, has passed away at the age of 91.

 

L’imprenditore, «uno dei più grandi del 20mo secolo», come viene definito nella nota. Era nato a Smaland nel 1926 e fondò la società Ikea all’età di 17 anni. «Siamo profondamente rattristati dalla scomparsa di Ingvar», ha commentato l’amministratore delegato e presidente dell’Inter Ikea Group, Torbjorn Loof, «ricorderemo la sua dedizione e il suo impegno a schierarsi sempre con la gente, a non arrendersi mai, a cercare sempre di migliorare e guidare e dare l’esempio». Kamprad aveva lasciato tutte le cariche operative nel gruppo nel 1988, ma aveva continuato a collaborare come consulente senior.

RE CARLO XVI: «ERA UN VERO IMPRENDITORE». Kamprad è stato «un vero imprenditore», che ha portato la Svezia «nel mondo» pur rimanendo «una persona semplice e dotata di un grande impegno». Lo ha detto re Carlo XVI Gustavo di Svezia in una comunicazione inviata all’agenzia di stampa svedese Tt. Il primo ministro Stefan Lofven ha invece definito Kamprad «un imprenditore unico» che ha reso l’arredamento di design accessibile per milioni di persone.(lettera43)

HANNO MESSO L’AUGELLO IN GABBIA – CHISSA’ SE LA MANCATA RICANDIDATURA DEL SENATORE ANDREA AUGELLO CON IL CENTRODESTRA SI DEVE AL SUO LAVORO NELLA COMMISSIONE D’INCHIESTA SULLE BANCHE… – E’ STATO UN “REGALO” DI BERLUSCONI A RENZI E BOSCHI IN VISTA DEL ‘GOVERNISSIMO’?

Carlo Tarallo per “la Verità”

 

Andrea AugelloANDREA AUGELLO

Ha dato tanto, troppo fastidio a Matteo Renzi, Maria Elena Boschi e Carlo De Benedetti, e quindi non verrà ricandidato. Possibile? Certo. Il problema è che parliamo di un senatore uscente di centrodestra: Andrea Augello, protagonista della Commissione parlamenta d’ inchiesta sulle banche, è stato fatto fuori dalla sua stessa parte politica.

 

L’esponente di centrodestra che più di ogni altro si è impegnato perché la Commissione parlamentare sulle banche servisse a fare luce sui tanti misteri di Banca Etruria e sui veri motivi dei fallimenti bancari che hanno ridotto sul lastrico centinaia di migliaia di famiglie, è fuori. Una decisione inspiegabile, che non può non far sospettare che, in fondo in fondo, il centrodestra si stia preparando al grande pasticcio di un governo con Matteo Renzi.

GENTILONI BOSCHI RENZIGENTILONI BOSCHI RENZI

 

Augello, raggiunto al telefono dalla Verità, non si scompone più di tanto, nemmeno quando gli chiediamo se non pensa di aver pagato proprio il suo impegno in Commissione banche: «Non posso confermare né escludere niente.

Andrea AugelloANDREA AUGELLO

 

Non ho idea del perché sia maturata questa scelta», tenta di ricostruire, «fatto sta che è maturata. Fino a pochi giorni fa mi era stata assicurata la candidatura, ovviamente nel collegio uninominale, dove la scelta è di coalizione, e non nel listino bloccato. Vengo dalla Regione Lazio, dove sono stato sempre eletto, l’ ultima volta con 25.000 preferenze: sono abituato a conquistare i voti uno ad uno. Il nostro movimento, Idea, nel solo Lazio esprime due sindaci e 110 amministratori. Alle amministrative», sottolinea Augello, «vale il 7% a Latina, il 4,5% a Frosinone, il 9% a Rieti. Un serbatoio di voti importante».

 

renzi & de benedettiRENZI & DE BENEDETTI

Andrea Augello in Commissione banche ha messo a segno una serie di colpi che hanno fatto barcollare il Pd. È stato lui a presentare al presidente, Pier Ferdinando Casini, una richiesta formale per verificare l’ esistenza di un’ inchiesta su Pierluigi Boschi, babbo della sottosegretaria Maria Elena, dopo la famosa audizione del procuratore di Arezzo, Roberto Rossi, che non aveva detto dell’ esistenza di questo filone d’ indagine, poi svelato dalla Verità.

 

renzi berlusconiRENZI BERLUSCONI

È stato lui a chiedere al ministro dell’ Economia, Pier Carlo Padoan, cosa sapesse dell’ interessamento di Maria Elena Boschi alle sorti di Banca Etruria, domanda alla quale Padoan rispose con un secco: «Io non ho autorizzato nessuno e nessuno mi ha chiesto un’ autorizzazione, la responsabilità (del settore bancario, ndr) è in capo al ministro delle Finanze»; è stato sempre lui a definire il caso Renzi-De Benedetti, la confidenza che l’ allora premier fece all’ ingegnere sull’ imminente approvazione del decreto sulle banche popolari, «un caso molto più grave di Banca Etruria».

 

renzi berlusconiRENZI BERLUSCONI

Esponente di Idea, il movimento di Gaetano Quagliariello, Andrea Augello è uno di quelli che non hanno mai, ma proprio mai, cambiato bandiera. Ex Msi, ex An, non seguì Gianfranco Fini nell’ avventura scissionista di Futuro e libertà, restando nel Pdl; rieletto nel 2013 con il Nuovo centrodestra di Angelino Alfano, non ha seguito il «senza quid» nell’ avventura governativa al fianco di Renzi, bensì è rimasto nel centrodestra insieme a Quagliariello.

 

Come relatore nel procedimento di decadenza di Silvio Berlusconi dal Senato, si è battuto perché il leader di Forza Italia non venisse espulso dal Parlamento, sollevando pregiudiziali e portando avanti una vera e propria battaglia. La sua eliminazione dalle liste è talmente paradossale che non può che suscitare sospetti di un «favore» a Renzi.

«Una persona», commenta Augello, «non polemizza mai su un posto in Parlamento. È una questione di stile».(dagospia.com)

E LO STATO DOV’E’? A CASTELVETRANO, IL PAESE DEL BOSS LATITANTE MATTEO MESSINA DENARO, NESSUNO PAGA LE TASSE – NEGLI ULTIMI CINQUE ANNI NON C’È TRIBUTO COMUNALE CHE NON SIA STATO EVASO IN MASSA: IL BUCO FISCALE È DI 42 MILIONI DI EURO

Da www.lastampa.it

 

Tributi non pagati, mancata riscossione, concessioni edilizie e convenzioni a canoni risibili di cui hanno giovato anche i favoreggiatori del boss: Castelvetrano, la città di origine dell’ultimo grande latitante della mafia, Matteo Messina Denaro, si è trasformata in una zona franca: negli ultimi cinque anni non c’è tassa comunale che non sia stata evasa in massa.

messina denaro 7MESSINA DENARO 7

 

Aziende, commercianti e cittadini hanno causato un’emorragia fiscale senza paragoni, ora individuata dai commissari straordinari spediti a Castelvetrano, in provincia di Trapani, dal ministero dell’Interno dopo lo scioglimento del Comune per infiltrazioni mafiose. Il buco fiscale è di 42 milioni di euro (35,5 milioni di entrate tributarie; 7,3 milioni di extra tributarie) e si riferisce alle imposte comunali su rifiuti, immobili, servizio idrico e imposte pubblicitarie non versate dal 2012 al 2017, durante l’amministrazione guidata dal sindaco Felice Errante. Cifre mai riscosse.

CASTELVETRANOCASTELVETRANO

 

“EVASIONE LEGALIZZATA” 

«Nell’ultimo quinquennio il Comune – dice Salvatore Caccamo, presidente della Commissione straordinaria che amministra il Comune – ha avuto una mancata riscossione pari al 65%. Più della metà non pagavano. La lotta all’evasione, come emerge dagli accertamenti sulle caselle esattoriali, si è assestata all’1,50%. Questo significa che l’evasione era legalizzata».

 

«Le ingiunzioni fiscali andavano in prescrizione dopo 5 anni e questo è avvenuto regolarmente. A volte tornavano indietro – continua Caccamo – perché il destinatario, era sconosciuto o incerto, oppure perché la postalizzazione non raggiungeva gli obbiettivi che doveva raggiungere. Anche la riscossione coattiva è stata deficitaria, sempre per gli stessi motivi». A dicembre 2017 stavano per scadere 1.400 cartelle esattoriali ma stavolta la Commissione le ha nuovamente notificate interrompendo così la prescrizione. 

Messina Denaro al matrimonio della sorellaMESSINA DENARO AL MATRIMONIO DELLA SORELLA

 

LE SOCIETÀ MAXI DEBITRICI 

I debitori più corposi sono tre aziende: Saiseb, che ha costruito l’impianto di depurazione (deve 1,7 milioni), Gemmo, che ha realizzato la rete dell’illuminazione pubblica (1,8 milioni) e Trapani Servizi, ente gestore della discarica (700.000 euro). Con tutti e tre è stato stipulato un piano di rientro. Per la restante parte invece è stato definito un piano di rateizzazione (che prima non esisteva) per cui sono già arrivate istanze di pagamento per 1,5 milioni di euro. «È un segnale che adesso è ora di riscuotere», dice Caccamo che è coadiuvato nella commissari Elisa Borbone e Maria Concetta Musca. A pensarci sarà una società esterna, di Lucca.

CASTELVETRANOCASTELVETRANO

 

I SOLDI DA RESTITUIRE ALLO STATO 

Ma ci sono anche i meccanismi di elusione con escamotage fiscali: dal cambio dell’assetto societario al trasferimento di gestione ad altri soci, passando per la cessione di rami d’azienda o i contratti di comodato gratuito attraverso i quali veniva trasferita la conduzione dell’attività ad altri familiari. Per tenere in piedi i conti, come emerge dal bilancio consuntivo del 2016, il Comune nel quinquennio ha ricevuto 32 milioni dallo Stato, che ora dovranno ritornare indietro: 3,5 milioni come anticipazioni di tesoreria; 8,7 milioni dalla Cassa depositi e prestiti; 12,7 milioni di debiti per mutui; 17,2 milioni per altre spese correnti.

MATTEO MESSINA DENAROMATTEO MESSINA DENARO

 

Per fermare l’emorragia adesso i Commissari hanno ottenuto un’anticipazione di 6,3 milioni riservati ai Comuni sciolti per mafia e utili per pagare gli stipendi e iniziare a pagare una parte dei debiti pregressi. Nel 2017 invece le tasse da riscuotere equivalgono a 12 milioni di euro: 1,3 di entrate tributarie; 1,2 di addizionale Irpef; 6,7 di Tari e igiene ambientale; 1,6 i Tarsu; 115.000 euro di Tosap; 100.000 di pubblicità; 25.000 di affissioni pubbliche. 

 

CONCESSIONI A PRIVATI A COSTO ZERO 

I commissari sono arrivati a Palazzo Pignatelli, sede del Comune, dopo il caso del consigliere comunale Lillo Giambalvo, arrestato con l’accusa di aver favorito la mafia in base a intercettazioni di elogio e di aneddoti sul capomafia latitante, e poi assolto. E dopo un anno di gestione commissariale del solo consiglio comunale, affidato all’ex capo della Procura di Palermo, Francesco Messineo. Controllando le concessioni e le convenzioni, i commissari si sono imbattuti in vari casi singolari.

 

CASTELVETRANOCASTELVETRANO

In uno di questi il Comune paga una locazione alle Ferrovie dello Stato per un bene, che poi viene concesso a un soggetto privato a costo zero. «Episodi come questo – continua Caccamo – creano un doppio danno erariale concreto». Negli anni novanta un collaboratore di giustizia Francesco Geraci, riferì che, riguardo all’acquisto di un terreno, «sentii Messina Denaro parlare con Sansone (imprenditore vicino a Riina) del fatto che avrebbero edificato su di esso un palazzo acquistato per creare Castelvetrano 2», iniziativa ispirata al modello di “Milano 2”.

MATTEO MESSINA DENAROMATTEO MESSINA DENARO

 

Adesso verificando le concessioni edilizie rilasciate negli anni e incrociando i dati dei beneficiari si arriva ai favoreggiatori del boss. «Molto spesso i permessi per costruire sono stati concessi come favore nei confronti di soggetti vicini alla criminalità. La periferia di Castelvetrano – sottolinea Caccamo – ha avuto un’espansione urbanistica impressionante. Molte lottizzazioni sono camuffate. Abbiamo riscontrato delle lottizzazioni abusive e stiamo provvedendo alla revoca di alcune concessioni, alcune perché scadute da tempo, altre perché non sono mai state rispettate».

 

L’HOTEL SU UN’AREA NON EDIFICABILE 

MATTEO MESSINA DENAROMATTEO MESSINA DENARO

Una di queste è quella del “Triscina Mare”, un hotel residence turistico di Michel Giacalone, 70enne presunto favoreggiatore di Messina Denaro, e padre di Angela Giacalone, assessore al Turismo durante l’ultima consiliatura. La concessione era stata rilasciata in un’area di assoluta inedificabilità e imponeva la demolizione di 3 villette realizzate, mai eseguita. Giacalone – originario di Tunisi – nel 1996 venne arrestato e poi condannato per mafia, anche per aver ospitato i fratelli Giuseppe e Benedetto Graviano nelle camere del “Triscina Mare”.

 

Oggi la Direzione distrettuale antimafia di Palermo e le Squadre mobili di Palermo e Trapani indagano su di lui per «procurata inosservanza di pena» e continuano a ritenerlo vicino alla famiglia mafiosa di Castelvetrano tanto che lo scorso dicembre, nell’ambito di una serie di perquisizioni per stanare il latitante, sono andati a cercarlo anche nel suo residence. Al quale adesso è stata revocata la concessione.(dagospia.com)  

MESSINA DENARO FIANCHEGGIATORIMESSINA DENARO FIANCHEGGIATORI

«La richiesta danni anche a Banca Intesa»

Veneto Banca, a Roma il giudice Ferri accoglie le ragioni dei risparmiatori e autorizza a citare Ca’ de Sass come responsabile civile per i risarcimenti.

Banca Intesa può essere chiamata in causa come responsabile civile. Il che significa, in prospettiva, che i risparmiatori di Veneto Banca potranno chiedere i danni anche alla good bank e avere così qualche chance di risarcimento. È l’effetto della decisione con cui ieri mattina il gup di Roma Lorenzo Ferri, in sede di udienza preliminare contro gli ex vertici dell’istituto montebellunese, ha accolto l’istanza delle parti civili autorizzandole a citare Intesa. La decisione è destinata a produrre effetti concreti solo nella fase successiva del processo (in caso di rinvio a giudizio) e di condanna degli imputati. Nel frattempo, Ca’De Sass si opporrà all’ordinanza, chiedendo di essere estromessa dal procedimento.

L’ordinanzaLe sette pagine lette ieri in aula dal gup Ferri sostengono, di fatto, come il contratto di cessione tra Veneto Banca e Banca Intesa abbia efficacia tra le parti, ma non possa escludere la responsabilità della good bank nei confronti dei terzi danneggiati, ovvero degli azionisti. Pertanto gli accordi tra i due istituti, con riferimento alle vittime del tracollo, valgono per i rapporti interni e non impediscono di chiamare Intesa a rispondere ai terzi. «Deve rilevarsi come il 26 giugno 2017 Veneto Banca sia stata oggetto di cessione in favore di Intesa San Paolo spa con la conseguenza che le relative domande risarcitorie, anche quale responsabile civile, possono essere rivolte nei confronti di quest’ultima», premette il gup. E ricorda come il contratto tra le parti costituisca una cessione di azienda, disciplinata pertanto dall’articolo 2560 del Codice civile che «prevede la responsabilità del cessionario nei confronti dei terzi ceduti (nel caso in specie i titolari di azioni e obbligazioni emesse da Veneto Banca) stabilendo altresì che nel trasferimento di un’azienda commerciale debba rispondere dei debiti pregressi anche l’acquirente». Fin qui il Codice. Nel caso delle due ex Popolari entra però in gioco il decreto legge 99 del 25 giugno 2017 che ha trasferito a Intesa solo le attività, mantenendo le passività in capo a Veneto Banca. Il gup rileva come tale decreto individui una categoria di creditori «chiamati di fatto a sopportare parte del costo» del salvataggio. E considerato che gli stessi sono i soggetti danneggiati dalle operazioni di commercializzazione di azioni o obbligazioni delle due banche, «non sembrerebbero avere concrete possibilità di ottenere il soddisfacimento delle proprie pretese», rileva il gup sottolineando altresì come l’attivo sia stato ceduto a un soggetto verso cui non possono agire. Un’esclusione che, secondo il giudice «può dare luogo a dubbi di legittimità costituzionale» per la disparità di trattamento a danno di tali creditori. Il gup procede pertanto a quella che tecnicamente viene definita un’ “interpretazione costituzionalmente orientata”; disapplica il decreto del governo applicando invece il Codice civile. Questo appunto perché, rileva, non può venire meno la responsabilità del cessionario di fronte ai terzi. E quindi di Intesa verso i risparmiatori-creditori.

Cosa succederàBanca Intesa conteste l’ordinanza e chiederà di essere estromessa. Lo farà nell’udienza fissata a tale scopo il prossimo 2 marzo. E anche in sede di dibattimento la decisione del gup potrà essere ribaltata. Nel frattempo però si apre per i risparmiatori una strada insperata: neppure la Procura aveva infatti sostenuto la loro istanza. Riflessi immediati ci saranno a Vicenza, dove le parti hanno chiamato in causa Intesa. Il gup Roberto Venditti deciderà il 3 febbraio.

Banca d’Italia e Consob. 

Il gup Ferri non ha invece autorizzato la chiamata in causa della Vigilanza. Innanzitutto perché la Procura ha indicato le Autority come vittime. E, d’altra parte, se pure fossero ritenute responsabili del danno – sostiene – dovrebbero esserlo per responsabilità propria e non di terzi. (Sabrina Tome’ Il Mattino di Padova)