Da 8 anni non consegna la posta: quasi 600 chili di lettere in garage. Denunciato postino.

 

A partire dal 2010 aveva nascosto parte della corrispondenza che avrebbe dovuto consegnare. Ora un 56enne di origini napoletane residente in provincia di Vicenza, è stato denunciato dalla Polizia della città veneta.

Aveva accumulato, a casa sua, posta non consegnata per più di mezza tonnellata, per la precisione 572 chili. A scoprire le portalettere infedele, un 56enne di origini napoletane e residente in provincia di Vicenza, dipendente delle Poste Italiane, sono stati gli uomini della polizia di stato. L’operazione, coordinata dal pm Carla Brunino della Procura della Repubblica presso il Tribunale di Vicenza, è scattata dopo il ritrovamento, da parte di volontari dell’ecocentro di Breganze, di venticinque cassette gialle, di proprietà di Poste italiane, contenenti gli invii e proveniente dallo sgombero di un garage di Breganze, precedentemente in uso proprio al postino. Secondo il compartimento della Polizia Postale e delle Telecomunicazioni di Venezia rappresenta il più ingente sequestro di materiale postale mai effettuato in Italia. 

Pubblicità elettorale delle elezioni regionali del 2010, ma anche Pagine bianche, posta commerciale di Onlus, plichi reggettati (vale a dire ancora sigillati con il nastro in plastica bianca che viene posto nei centri di lavorazione di Poste Italiane), lettere di banche, comunicazioni dell’Agenzia delle entrate, bollette del telefono e dell’Enel, multe e comunicazioni della Rai. C’era praticamente di tutto nell’elenco del materiale, indirizzato ad enti, aziende e privati e relativa al periodo 2010-2017, che il postino non aveva recapitato ai destinatari.

Le indagini della polizia postale e delle comunicazioni di Venezia sono state portate avanti d’intesa con l’ufficio Fraud management Nordest di Poste Italiane. Le attività di accertamento e di verifica hanno quindi portato ad individuare quello che ritengono essere l’autore della sottrazione del materiale in attesa di essere consegnato. In totale, come detto oltre mezza tonnellata di documenti, contenuti in 43 cassette gialle, ritrovati dagli agenti nel garage (nascosti da materassi e cartoni) e nel salotto della casa dell’uomo, accanto ai mobili, alla televisione ed ai tappeti. Tutto il materiale è stato sequestrato, in attesa dei controlli e della successiva fase di indagine che sarà effettuata da Poste Italiane per il recapito ai legittimi destinatari.(Biagio Chiarello Fanpage)

 

Elezioni 2018: il Financial Times vede uno scenario da “infarto collettivo”

Elezioni 2018, previsioni: l’intesa tra Lega e 5 Stelle terrorizza gli investitori internazionali

Elezioni 2018: il Financial Times vede uno scenario da "infarto collettivo"

I mercati finanziari non hanno mai veramente capito l’eurozona, e cosi’ sono passati da un eccesso di panico prima delle elezioni in Francia all’apatia dopo il voto in Germania, fino alla troppa indulgenza in vista delle elezioni del 4 marzo prossimo in Italia: lo scrive nella pagina delle opinioni del quotidiano economico britannico “The Financial Times” l’editorialista Wolfgang Munchau; secondo il quale gli analisti finanziari danno per scontato che nel prossimo Parlamento italiano non ci sara’ una chiara maggioranza e dunque il presidente della Repubblica Sergio Mattarella si trovera’ costretto a ridare l’incarico di formare un governo all’attuale presidente del Consiglio Paolo Gentiloni. Effettivamente questa e’ una possibilita’, ammette Munchau, ma non e’ il caso di scommetterci: c’e’ infatti la possibilita’ che dopo il voto emerga un’alleanza per il governo tra il Movimento 5 stelle (M5s) e la Lega nord. Si tratta di una possibilita’ largamente sottostimata fuori dall’Italia, ma anche dai sondaggi di opinione italiani che tradizionalmente tendono appunto a sottostimare il peso dei partiti populisti: e questa eventualita’ quasi certamente causerebbe un infarto tra gli investitori internazionali, che passerebbero di colpo dall’indifferenza al panico; i due partiti in questione infatti sono entrambi populisti, sono uniti da un identico atteggiamento euroscettico ed hanno in comune la simpatia nei confronti della Russia di Putin.

Tuttavia Munchau afferma che dal punto di vista dell’Europa ci sarebbe solo una differenza di sfumature tra una eventuale, per quanto improbabile, alleanza M5s-Lega nord ed una piu’ tradizionale amministrazione di centro-destra o di centro-sinistra: nessuno dei principali partiti italiani infatti offre agli elettori un programma di riforme, nessuno discute della scarsa produttivita’ dell’economia italiana o del basso tasso di partecipazione al mondo del lavoro, ne’ si parla delle politiche necessarie a rafforzare un sistema bancario che ha frenato la crescita negli ultimi 10 anni. E’ vero che anche l’Italia sta registrando una certa ripresa della sua economia, ma in maniera assai piu’ debole del resto dell’eurozona; con il suo alto livello di debito statale e la mancanza di una qualsiasi serio dibattito sulle riforme, sostene l’editorialista del “Financial Times”, non c’e’ dunque alcuna ragione di indulgenza per l’Italia: e’ questo che dovrebbe davvero preoccupare, conclude Munchau, e non una potenziale alleanza tra i Cinque stelle e la Lega.(affariitaliani)

Veneto Banca: la chiamata di Intesa Sanpaolo nel processo penale quale responsabile civile – provvedimento del 26 gennaio 2018 (diritto bancario)

GUP di Roma, 26 gennaio 2018
 
 

Nel contesto del procedimento penale a carico degli ex amministratori di Veneto Banca per aggiotaggio e ostacolo alle funzioni di vigilanza, il GUP del Tribunale di Roma ha disposto (ex art. 83 cpp) la chiamata di Intesa Sanpaolo quale responsabile civile del reato. Più precisamente, la posizione di responsabilità è stata fondata sulla circostanza che Intesa Sanpaolo si è resa cessionaria dell’azienda bancaria a carico della quale è originariamente sorta la posizione di responsabilità, in virtù del rapporto di amministrazione corrente con gli imputati. Il GUP ha altresì escluso che la possibilità della chiamata in causa di Intesa sia preclusa dall’art. 3, co. 1, secondo periodo, d.l. 99/2017. A tale ultima disposizione* è stata infatti fornita una interpretazione costituzionalmente orientata che, al fine di superare i rischi di incostituzionalità propri del disposto, ha inteso l’effetto dell’esclusione, di cui all’art. 3, come limitato ai rapporti interni tra cedente e cessionario, impregiudicata la responsabilità del cessionario verso i creditori, ex art. 2560, co. 2, c.c. (disposizione che, osserva il provvedimento, non risulta espressamente derogata dal d.l. 99/2017).

 

Il testo dell’art. 3, co. 2, d.l. 99/2017 è il seguente: «Restano in ogni caso esclusi dalla cessione anche in deroga all’articolo 2741 del codice civile: a) le passività indicate all’articolo 52, comma 1, lettera a), punti i), ii), iii) e iv), del decreto legislativo 16 novembre 2015, n. 180; b) i debiti delle Banche nei confronti dei propri azionisti e obbligazionisti subordinati derivanti dalle operazioni di commercializzazione di azioni o obbligazioni subordinate delle Banche o dalle violazioni della normativa sulla prestazione dei servizi di investimento riferite alle medesime azioni o obbligazioni subordinate, ivi compresi i debiti in detti ambiti verso i soggetti destinatari di offerte di transazione presentate dalle banche stesse; c) le controversie relative ad atti o fatti occorsi prima della cessione, sorte successivamente ad essa, e le relative passività».

(Diritto Bancario)

Che cos’è il collirio Montalcini appena approvato in Italia

Via libera dell’Aifa alla commercializzazione del “collirio Montalcini”. Il farmaco, applicazione dalle ricerche della premio Nobel italiana Rita Levi Montalcini, è impiegato nel trattamento della cheratite neurotrofica.

montalciniL’Agenzia italiana del farmaco (Aifa) ne ha da poco concesso il nulla ostacenegermin, il collirio Montalcini per curare la cheratite neurotrofica moderata e grave, malattia degenerativa dell’occhio che può condurre a cecità, è ora commercializzato in regime di rimborsabilità nel nostro Paese.

Che cos’è cenegermin
È un collirio, gocce oculari a base della proteina chiamata Nerve growth factor da somministrare a pazienti affetti da patologie che compromettono l’integrità funzionale e anatomica dell’occhio, che possono evolvere verso la cecità. Le indicazioni parlano in particolare della cheratite neurotrofica moderata o grave, dovuta a un danno del nervo trigemino a seguito del quale la cornea perde di sensibilità. Una malattia orfana – cioè priva di trattamenti efficaci, almeno fino a non molto tempo fa, perché cenegermin è in grado di stimolare la rigenerazione dei tessuti oculari, di ridare la vista.

La nascita di cenegermin
Cenegermin – il principio attivo del farmaco Oxervate, targato Dompè – è il frutto degli studi di Rita Levi Montalcini, la scienziata italiana che nel 1986 vinse il premio Nobel per la medicina proprio per la scoperta del Nerve growth factor (Ngf). Fu la stessa Levi Montalcini a intuire le potenzialità di quella molecola e a constatare alla fine degli anni ’90 l’efficaciadell’Ngf in una piccola paziente con la vista compromessa da un danno alla cornea.

Un successo italiano
Da allora la ricerca sull’Ngf è rimasta ben radicata in Italia: dalle prime evidenze si è passati alla sperimentazione sugli esseri umani utilizzando Ngf di origine murina.

Presidenza Figc, è caos: si ritira anche Sibilia. Si va verso commissariamento

Presidenza Figc, è caos: si ritira anche Sibilia. Si va verso commissariamento

La giornata non ha prodotto l’elezione del presidente della Figc

Commissariamento sempre più vicino (e toccherebbe a Malagò) in Figc. Una brutta pagina per la Federcalcio, tre candidati, niente accordo. E così dopo una giornata sfinente ecco quello che dice Cosimo Sibilia, leader dei Dilettanti, alle sei di sera: “Dopo aver in tutti i modi cercato di raggiungere una convergenza non ci sono condizioni per poter procedere, chiedo quindi ai delegati della Lega nazionale dilettanti di votare scheda bianca”. Sibilia aveva proposto a Gravina di fare lui il presidente (con il n.1 dei Dilettanti suo vicevicario) ma Gravina non ha accettato, “evidentemente all’interno ha avuto problemi” ha spiegato il senatore di Forza Italia. Molti alleati di Gravina non ci stavano. E così è saltato tutto. Anche i calciatori hanno annunciato che votano scheda bianca. “Noi siamo stati responsabili” ha detto il n.1 della Lega Dilettanti, eletto proprio qui un anno fa all’unanimità. Si va quindi alla quarta votazione (inutile): Sibilia era arrivato al ballottaggio con Gravina. Tommasi, finito terzo, era già out. Tutti sono rimastti inchiodati nelle loro posizioni. Ci sono stati tentativi infiniti di trovare una convergenza: Tavecchio si è dimesso il 13 novembre dopo il flop mondiale e il risultato è questo. Avvilente. Aveva ragione Malagò. Ora ci penserà lui e per molti saranno dolori. Un commissariamento lungo un anno, che mette le mani nelle vere riforme, quelle che nessuno è riuscito a fare. Grande sconfitto è anche Lotito, alleato di Sibilia. Per lui sono momenti difficili, in Lega di A e anche, adesso, in Figc. Tempo fa era decisivo, ora si agita molto ma non incide più come una volta.

Figc, parte il toto-nomi
Tommasi: “Sconfitta pe il nostro sistema” – “C’era bisogno di un cambiamento e non ritenevamo che nessuno dei due candidati lo rappresentasse. Per come si erano costruite le candidature, per quello che è stato il nostro percorso abbiamo deciso di non esprimere il nostro voto. Sicuramente ci sarà il commissario, sicuramente bisognerà fare quello che dicevamo già da qualche settimana. Se non riusciamo a trovare un accordo è giusto che qualcuno di esterno ci metta mano”. E’ il commento del presidente dell’Assocalciatori, Damiano Tommasi, dopo il mancato accordo con gli altri candidati alla presidenza della Figc che apre le porte al commissariamento. “Purtroppo è una sconfitta per il nostro sistema e forse non è un caso che siamo usciti dal Mondiale -ha sottolineato-. Se eravamo orientati all’appoggio di uno dei due? No, nessuno dei due”.
 
L’ultima notte – L’ultima notte non ha portato consiglio: niente rinvio delle elezioni Figc di novanta giorni come voleva Giovanni Malagò, e non solo lui. E niente accordo in zona Cesarini: tutti i tre candidati, Sibilia, Gravina e Tommasi, si sono presentati al voto. Tre rivali per la Federcalcio, un record, non certo positivo. Renzo Ulivieri se l’è presa ovviamente con il presidente del Coni, e si è schierato apertamente per Gravina, addio ticket con Tommasi, addio nuova alleanza. Nicchi ha attaccato Sibilia, il senatore di Forza Italia ha negato interventi della politica in questa partita e Tommasi ha negato di essere vicino ai 5 Stelle, “semmai vorrei che fosse la Figc, la nuova Figc delle schiene dritte, ad avere la quinta stella”. Frecciate e veleni dell’ultimissima ora. Poi, la prima votazione. Per Sibilia il 39,37 per cento delle preferenze, per Gravina il 37,06%, per Tommasi il 22,34%. Quorum a 75 per cento, nessun eletto. Si va alla seconda. Altra fumata nera. Nessuno dei tre candidati ha raggiunto il quorum richiesto (66%): Cosimo Sibilia ha ottenuto 206,80 voti (40,41%), Gabriele Gravina 185.74 (36,29%), Damiamo Tommasi 113.79 (22,23%). Per il terzo scrutinio serviva una maggioranza del 50% più uno. Ma anche qui il nulla. Poi il ritiro di Sibilia e il commissariamento che avanza.

Resta aperto il fronte caldissimo della Lega di A, se non fanno nulla il 1 marzo il Coni commissaria la Figc (e il commissario lo fa Malagò, la annuncia presto). “Vediamo come andrà la trattativa per i diritti tv della Lega di Serie A con Mediapro, se ci saranno altre opportunità per un terzo bando. Loro certo hanno fatto una offerta importante (950 milioni, ndr), che però non è quella che noi vogliamo perché abbiamo un obiettivo che è più elevato, ma già è un passo avanti importante rispetto ai valori cui si era approdati con le negoziazioni private dove si era arrivati a 830 milioni. Secondo me i dirit come andrà la trattativa per i diritti tv della Lega di Serie A con Mediapro, se ci saranno altre opportunità per un terzo bando. Loro certo hanno fatto una offerta importante (950 milioni, ndr), che però non è quella che noi vogliamo perché abbiamo un obiettivo che è più elevato, ma già è un passo avanti importante rispetto ai valori cui si era approdati con le negoziazioni private dove si era arrivati a 830 milioni. Secondo me i diritti valgono molto e c’è spazio per crescere ancora”. Così il presidente del Torino, Urbano Cairo. “Poi bisogna risolvere il tema della governance – ha aggiunto – ma ci stiamo lavorando e credo che anche qui stiamo facendo passi avanti. In questo momento non c’è unità, però credo ci stiamo avvicinando a trovare i nomi che gestiranno poi la Lega”. Cairo crede ancora in Tebas amministratore delegato, ma il presidente della Liga di Spagna difficilmente potrà essere scelto, soprattutto se arriverà Mediapro. E poi il calcio italiano deve consegnarsi agli spagnoli? Non ci sono manager capaci da noi? Sky è pronta a fare una nuova offerta. Consistente. Intanto Claudio Lotito fa politica alla toilette… Il presidente della Lazio, stazionandovi vivino, ha man mano avuto colloqui con l’ad del Milan Fassone, il presidente delll’Aia Nicchi e il numero uno della Lega di B, Balata. (Fulvio Bianchi Repubblica)

 

Elezioni 2018 Pd Boschi Bolzano. Rivolta contro la Boschi in Alto Adige

Elezioni 2018 Pd Boschi, ipotesi scheda bianca o nulla pur di non votare la Boschi

Elezioni 2018 Pd Boschi Bolzano. Rivolta contro la Boschi in Alto Adige

 

“Wir werden nicht für Maria Elena Boschi stimmen” (“Non voteremo per Maria Elena Boschi”. In Alto Adige è in atto una vera è propria rivolta contro la pupilla di Matteo Renzi, catapultata nel collegio uninominale di Bolzano-Bassa Atesina per evitarle la corsa nella Toscana di Banca Etruria. Il Pd ha scelto il Sud Tirolo perché spera che, grazie allo storico accordo con gli autonomisti della Svp, il collegio sia praticamente blindato per la Sottosegretaria di Stato alla presidenza del Consiglio. Ma mai dire mai, e mai dare nulla per scontato. La base del Partito Democratico di Bolzano è in subbuglio e sono moltissime le mail, le telefonate e i post sui social di chi afferma che non voterà alla Camera, annullando la scheda o lasciandola bianca, proprio per evitare di votare la Boschi all’uninominale. E la stessa cosa sta accadendo anche nella minoranza tedesca (da qui “Wir werden nicht für Maria Elena Boschi stimmen”) che questa volta in massa potrebbe decidere di non votare Svp proprio evitare di sostenere nel maggioritario l’ex ministra del governo Renzi. La Boschi ha sostenuto la riforma istituzionale bocciata dal referendum del 4 dicembre 2016 che, di fatto, colpiva le autonomie locali e ora corre in una zona del Paese dove almeno il 40% della popolazione appartiene ad una minoranza. Per molti un assurdo, un fatto inaccettabile. Senza contare che nel Pd locale si sentono esautorati con una decisione imposta da Roma. Fatto sta che se la Boschi dovesse perdere il 4 marzo sarebbe davvero un evento eccezionale che potrebbe accelerare lo sgretolamento del Pd.

BOSCHI IN ALTO ADIGE CONTRO LA BIANCOFIORE

Tutto confermato. Il 4 marzo alla elezioni nel Collegio Bolzano-Bassa Atesina per la Camera ci sara’ la sfida tra la Sottosegretaria di Stato alla presidenza del Consiglio Maria Elena Boschi (Centrosinistra) – oggi a Bolzano per l’avvio della campagna elettorale – e Michaela Biancofiore (Centrodestra). La Biancofiore sara’ anche capolista nel proporzionale regionale. Per il Senato il Centrodestra candida il segretario regionale della Lega, Massimo Bessone. Il Centrodestra a Merano candida, per il Senato, l’ex senatrice Maria Ida Germontani (Noi con l’Italia) e Ambra Giovanazzi (Forza Italia) per la Camera. A Bressanone candidata Cristina Barchetti (Fratelli d’Italia) per la Camera e Cristina Tos (Lega) per il Senato. Alessandro Urzi’ sara’ capolista per il proporzionale per Fratelli d’Italia. Il Movimento 5 Stelle in Alto Adige candidera’, per la Camera, Filomena Nuzzo (Bolzano-Bassa Atesina), Francesca Morrone (Merano) e Verena Weinhard (Bressanone) e per il Senato, Diego Nicolini (Bolzano-Bassa Atesina), Maria Paola Amatori (Merano) e Josef Pedevilla (Bressanone).(affariitaliani)

Concorso magistratura, Cristiana Sani “mi volevano far togliere gli slip”

Concorso in magistratura, fonti ministeriali però dicono di averla espulsa per dei foglietti

Di Giuseppe Vatinno Affariitaliani
Concorso magistratura, Cristiana Sani "mi volevano far togliere gli slip"

Non c’è pace per il concorso in magistratura su cui era scoppiata già una polemica per una traccia che conteneva una sentenza di Francesco Bellomo, il consigliere che vincolava le borsiste a un dress code di minigonne, umiliante per la condizione femminile.

Un’altra strana storia è stata denunciata dall’avvocatessa Cristiana Sani, direttamente su FB: la ragazza afferma di essere stata costretta a spogliarsi e di aver subito la richiesta di togliersi anche le mutande durante un concorso per entrare in magistratura che si è tenuto alla nuova Fiera di Roma.

Questo il primo testo post:

 

Roma, 26 gennaio 2018
Titolo: “Dottoressa, si tiri giù le mutande”.

Agli scritti del concorso di Magistratura succede che alcune agenti della Polizia penitenziaria decidano improvvisamente (senza alcun indizio e indistintamente) di rinchiudere una concorsista alla volta in un angolo del bagno e perquisirla.
La perquisizione richiede di togliersi la maglia, allentare il reggiseno, calarsi i pantaloni.
E tirarsi giù le mutande.

“Dottoressa, avanti! Si cali le mutande. Ancora più giù, faccia quasi per togliersele e si giri. Cos’è? Ha il ciclo, che non se le vuole tirare giù?!”

Questo è quello che oggi è successo a me e ad altre mie colleghe.
Ed ha solo un nome: VIOLENZA.

 

In un altro post si legge ancor più dettagliatamente:

 

Ero in fila per il bagno delle donne. Arrivano dei poliziotti penitenziari e invitano le ragazze dietro di me ad andare piuttosto ai bagni esterni. Le colleghe dietro di me si rifiutano, giustamente, perché era quasi il loro turno e già avevano fatto 20 min di fila (fare la fila in bagno significa perdere tempo prezioso per la stesura della prova scritta). In maniera molto tranquilla hanno spiegato che non avrebbero voluto perdere altro tempo a fare un’altra fila.
Il poliziotto (oltre a frasi del tipo: “Vi faccio passare dei guai”, “Allora ti lascio cintura e pistola e lo fai te il mio lavoro”) va a chiamare due colleghe poliziotte, le quali si avvicinano alla nostra fila, dicendo: “Non vogliono andare fuori che hanno freddo?! Lasciatele stare qui che le riscaldiamo noi!”
E iniziano a perquisire una ad una le ragazze in fila. Me compresa.
Io lì per lì non ho capito quello che stesse succedendo, non me lo aspettavo, visto che durante le due giornate precedenti non avevo avuto esperienze simili.
Capisco che c’è un problema nel momento in cui una ragazza esce dal bagno piangendo. Tocca a me e loro mi dicono di mettermi nell’angolo (non del bagno, ma del corridoio, con loro due davanti che mi fanno da paravento) per la perquisizione. Non mi mettono le mani addosso, sono sincera.
Mi fanno tirare su maglia e canotta, davanti e dietro. Mi fanno slacciare il reggiseno. Poi giù i pantaloni. Ma la cosa scioccante è stata quando mi hanno chiesto di tirare giù le mutande.Io mi stavo vergognando come la Peggiore delle criminali e le ho tirate giù di mezzo millimetro. E loro mi hanno risposto quello che ho scritto, sul ciclo e bla bla bla.
Mi sono rifiutata, rivestita e tornata al mio posto ma ero allibita.

Questo è quello a cui ho assistito, niente di più e niente di meno.

 

 

Il post sta provocando molto fermento sul web e ha fatto uscire allo scoperto anche altre denunce di fatti analoghi avvenuti in concorsi precedenti, come quello del 2014 di un’altra concorrente:

 

“Ciao Cristina (ndr: in realtà si chiama Cristiana), capisco benissimo quello che si provi, a me capitò la stessa cosa nel 2014 e ancora ricordo la sensazione di umiliazione e di impotenza che provai…naturalmente neanche a me trovarono niente…io non feci nulla, ma mi sono pentita di non aver denunciato quell’ episodio…un abbraccio”

 

A tal riguardo riportiamo un link che descrive in effetti questi fatti precedenti:

http://www.corriereuniv.it/cms/2014/07/concorso-magistratura-denuncia-candidata-costretta-rimanere-nuda-per-i-controlli-schifo/

La Sani, in altri post pubblici a commento del principale, afferma che prima dell’inizio delle prove gli era stato detto che potevano subire perquisizioni, ma afferma anche che “non ci hanno fatto togliere né scarpe né stivali” e questo -riporta – è un fatto strano, visto che poi c’è stata la richiesta di togliersi gli slip.

Ma la versione di fonti ministeriali è completamente diversa.

La Sani -riporta Repubblica-sarebbe stata trovata con dei foglietti addosso (la Sani nega questo addebito), dopo esser estata perquisita a causa di un sospetto andirivieni con i bagni e quindi espulsa dal concorso (anche questo negato dalla concorrente).

L’unico punto in comune tra le due versioni è la perquisizione effettuata da agenti della polizia penitenziaria femminile.

CORNUTI E MAZZIATI. DAI TEDESCHI – LA DEUTSCHE BANK GUADAGNA 3 MILIARDI CON I DERIVATI SUL DEBITO PUBBLICO – E, GUARDA CASO, SEMPRE LA DEUTSCHE BANK E’ QUELLA CHE INNESCA LA CRISI DELLO SPREAD NELL’ESTATE 2011 (BERLUSCONI USCIRA’ DA PALAZZO CHIGI A NOVEMBRE) – SOLO UN CASO?

Paolo Biondani e Luca Piana  per l’Espresso

 

In questi anni segnati dalla crisi lo Stato italiano ha perso una cifra superiore a tre miliardi di euro in una serie di scommesse finanziarie ad altissimo rischio effettuate con Deutsche Bank. È la conclusione che si può trarre dall’esame di una serie di contratti finanziari con caratteristiche molto particolari, chiamati in gergo derivati, stipulati fra i nostri governi e il colosso bancario tedesco a partire dal maggio 2004. Accordi riservatissimi, più volte modificati almeno fino al 2015 e tuttora in vigore, ma finora mai pubblicati. Fanno parte di quel complesso di contratti derivati che da anni sono al centro di aspre polemiche proprio per l’entità delle perdite subite dall’Italia. E per la segretezza che li circonda.

 

DEUTSCHE BANKDEUTSCHE BANK

Di recente due dirigenti del ministero dell’Economia e due ex ministri, Domenico Siniscalco e Vittorio Grilli, che respingono ogni accusa, si sono visti addebitare dalla procura della Corte dei Conti di aver causato danni miliardari alle casse pubbliche attraverso alcuni derivati siglati a suo tempo con un’altra grande banca, l’americana Morgan Stanley, che all’inizio del 2012 passò all’incasso facendosi versare dall’Italia ben 3,1 miliardi di euro. Tranne questa eccezione, tutti gli altri contratti sono rimasti top secret. Nonostante le richieste di trasparenza arrivate anche dal parlamento, che vi ha dedicato in tempi recenti un’indagine conoscitiva, nessun governo ha infatti mai rivelato i nomi delle altre banche interessate e i contenuti dei contratti, trincerandosi dietro necessità di riservatezza.

 

Ora L’Espresso è in grado di svelarne un nuovo blocco, raccontando la genesi di una serie di accordi siglati a partire dal 2004 con Deutsche Bank. Contratti che, secondo gli esperti interpellati, rischiano di costare all’Italia più di tre miliardi di euro: la stessa somma che nel caso di Morgan Stanley fece gridare allo scandalo. Si tratta senza dubbio di numeri pesanti. Basti pensare che, per l’intero piano nazionale di ristrutturazione e messa in sicurezza delle scuole pubbliche, il governo italiano ha stanziato per il prossimo triennio circa 1,7 miliardi.

Bomba derivati E di nuovo allarme h partbBOMBA DERIVATI E DI NUOVO ALLARME H PARTB

 

I derivati sono contratti complicatissimi che, se ben fatti, funzionano come una polizza di assicurazione. Il Tesoro ha sempre sostenuto di averli sottoscritti proprio per coprire l’Italia dai rischi finanziari. Il nostro Paese, che ha un enorme debito pubblico, corre pericoli gravissimi in caso di rialzo dei tassi d’interesse: quando crescono troppo, siamo rovinati. Di qui l’idea di assicurare le casse pubbliche con i derivati. Se i tassi superano un livello da allarme rosso, ad esempio il 5 per cento e rotti (come era previsto nel primo contratto del 2004 con Deutsche Bank), la differenza deve sborsarla la banca. Se invece gli interessi calano o crollano, lo Stato deve pagare comunque il 5 per cento e a guadagnarci è la banca.

 

quartier generale di Deutsche Bank a FrancoforteQUARTIER GENERALE DI DEUTSCHE BANK A FRANCOFORTE

Qui c’è il primo punto delicato: questo tipo di contratto derivato (chiamato “swap”, cioè scambio di tassi d’interesse: lo Stato paga un fisso e riceve un variabile) a detta di molti esperti assomiglia più a una scommessa che a una polizza assicurativa. Quando assicuriamo la nostra automobile, ad esempio, paghiamo un prezzo determinato e certo fin dall’inizio: in cambio, è la compagnia che si accolla il rischio di dover pagare il conto in caso di incidenti. Con questi “swap”, invece, il costo è incerto e il rischio resta distribuito tra le due parti: se i tassi vanno nella direzione opposta rispetto a quella su cui si è puntato, le perdite possono arrivare a cifre astronomiche. Quindi i derivati in questione assomigliano più a una scommessa finanziaria su come si muoveranno i tassi futuri. Una scommessa che, nel caso di Deutsche Bank, si è rivelata disastrosa per lo Stato italiano.

 

L’Espresso ha potuto esaminare, in particolare, le caratteristiche dei derivati stipulati con l’istituto tedesco dal 2004 fino al 2015. Si tratta, per la precisione, dello swap originario e di sei contratti di ristrutturazione, che via via modificano gli accordi iniziali, fino a stravolgerli. I cambiamenti sono sostanziali. Il primo derivato legava il Tesoro e la banca per un periodo di tempo molto lungo, fino al 2034. In seguito questo termine è stato prima abbreviato radicalmente, fino al 2017, ma poi riallungato, questa volta fino al 2023.

 

DERIVATIDERIVATI

Con queste modifiche sono state introdotte nel tempo anche delle opzioni, esercitabili sempre e soltanto da Deutsche Bank: è la banca a poter decidere a suo piacimento di allungare la durata dei contratti o di aumentare il valore assoluto dei pagamenti. Una clausola che solleva una questione cruciale: perché il Tesoro, guidato in tutto questo arco di tempo dalla responsabile della direzione debito pubblico Maria Cannata, che aveva la specifica competenza sui derivati, ha accettato contratti così favorevoli al colosso tedesco? E che posizione hanno tenuto i tre direttori generali che si sono succeduti con i diversi governi? Si tratta degli stessi Siniscalco e Grilli, poi promossi ministri, seguiti infine da Vincenzo La Via.

 

Per valutare gli effetti di questi contratti, L’Espresso li ha sottoposti a una docente di fama internazionale: Rita D’Ecclesia, che insegna Finanza Quantitativa alla Sapienza di Roma e alla Birkbeck University di Londra. La sua premessa è che calcoli troppo precisi sono impossibili, perché servirebbero informazioni che nei contratti non vengono fornite, come l’esatto momento dell’esecuzione: «Anche uno spostamento di qualche ora può modificare la reale quantificazione dei flussi d’interessi da corrispondere fra le due parti».

 

maria cannataMARIA CANNATA

Detto questo, l’esperta di matematica finanziaria calcola che, fra il primo contratto del 2004 e l’ultimo accordo conosciuto della primavera del 2015 (quando Deutsche Bank comunicò al governo italiano l’esercizio di un’opzione, che permetteva alla banca di accendere un ulteriore contratto, con scadenza 15 ottobre 2017), questi derivati si siano tradotti in un vero salasso per lo Stato. L’esborso netto è stimabile, solo per questo periodo, «in una cifra compresa fra 1,1 e 1,3 miliardi di euro».

 

E poi? Che cosa è accaduto dal 2015 a oggi, e che cosa succederà da qui al 2023, quando matureranno le ultime scadenze dei contratti esaminati? I dati disponibili, fermi appunto a tre anni fa, permettono agli esperti di quantificare ulteriori pagamenti molto ingenti. Gli addetti ai lavori utilizzano un indicatore tecnico, chiamato in gergo “mark to market”. Quello dei derivati con Deutsche Bank, alla data dell’ultimo contratto (aprile 2015) risultava negativo, per l’Italia, per 2 miliardi e 250 milioni. Insomma, tra i versamenti già effettuati fino al 2015 e quelli prevedibili per i prossimi anni, non c’è il rischio di sbagliare troppo se si afferma, come spiega la professoressa D’Ecclesia, che «il costo netto a carico dello Stato sia valutabile complessivamente in oltre tre miliardi».

Rita DEcclesiaRITA DECCLESIA

 

Questa stima è valida, ovviamente, solo a condizioni che i contratti, dopo il 2015, non siano stati ulteriormente modificati (in peggio o in meglio) con altre clausole riservate, come già avvenuto in passato. Questo è un punto importante. A saltare agli occhi, infatti, è proprio il progressivo stravolgimento delle condizioni contrattuali. L’accordo iniziale del 2004, stando alle valutazioni tecniche, non era così squilibrato. L’Italia aveva addirittura qualche probabilità in più di vincere la scommessa rispetto a Deutsche Bank: 54 per cento, contro 46. Ma la posta in gioco era sbilanciata dall’inizio.

 

Nella media dei casi prevedibili, infatti, lo Stato italiano avrebbe potuto incassare 360 milioni, mentre l’istituto tedesco, in caso di vittoria, poteva sperare fin dall’inizio in profitti più elevati: circa 460 milioni. Nella realtà, però, l’evoluzione effettiva dei tassi d’interesse ha subito dato torto al Tesoro, che ha iniziato a perdere soldi fin dalle prime scadenze, pagando ogni sei mesi pesanti interessi. C’è solo un momento in cui la situazione migliora: nel primo semestre 2009 i tassi risalgono fino al livello che permette allo Stato di non rimetterci troppo. Ma proprio allora il governo italiano accetta di varare la prima ristrutturazione.

 

draghi derivatiDRAGHI DERIVATI

Non sarà l’unica modifica delle condizioni contrattuali: dal 2010 al 2014 ne seguiranno altre cinque, al ritmo di una l’anno. I risultati sono sempre più negativi per l’Italia. E sempre più vantaggiosi per Deutsche Bank. Tra il 2010 e il 2012, stando alle valutazioni effettuate da Rita D’Ecclesia sulla base delle informazioni disponibili, la banca tedesca riesce ad azzerare ogni rischio di perdere la scommessa con lo Stato. Una strategia del tutto logica, dal punto di vista dell’istituto di Francoforte. Più difficile spiegare il perché di queste scelte per il Tesoro e per i governi dell’epoca. L’unica risposta che si può ricavare dai dati disponibili è preoccupante: con quelle modifiche, il ministero ha ottenuto uno sconto sugli interessi da pagare nell’anno in corso, ma ha aggravato il debito totale, da versare alla scadenza finale. Invece di disinnescare la bomba dei derivati, si è allungata la miccia, aggiungendo altri carichi di esplosivo. Fino ai tre miliardi in scadenza entro il 2023.

 

Deutsche Bank è lo stesso istituto che, per tutt’altri motivi, è finito al centro di un’inchiesta giudiziaria che riguarda una massiccia operazione sui titoli di Stato italiani avvenuta nel 2011. Tra il primo gennaio e il 30 giugno di quell’anno la banca tedesca aveva ridotto la propria esposizione sui titoli del debito pubblico italiano, tagliandola da 8 miliardi a soli 996 milioni di euro. L’istituto di Francoforte lo comunicò al mercato il 26 luglio 2011: un annuncio che contribuì ad alimentare la crisi di fiducia nell’Italia. Nei giorni successivi lo spread (cioè la differenza tra i tassi d’interesse italiani e quelli tedeschi) superò per la prima volta la soglia dei 300 punti base.

 

renato brunettaRENATO BRUNETTA

Nel corso di un’indagine per manipolazione di mercato iniziata dai magistrati di Trani e poi trasferita a Milano, è emerso ora un retroscena rimasto per anni inedito: quello stesso 26 luglio 2011 – cioè quando Deutsche Bank sembrava annunciare la fuga dall’Italia, pubblicando i dati di bilancio del 30 giugno precedente – il gruppo tedesco aveva in realtà già ricomprato una grossa quota di titoli italiani. Questa notizia giudiziaria, pubblicata nel dicembre scorso dall’Espresso, è stata utilizzata da importanti esponenti del centro-destra per suffragare la teoria di un complotto tedesco contro il terzo governo di Silvio Berlusconi. Che nell’autunno 2011 fu sostituito da Mario Monti, quando lo spread aveva ormai scavalcato anche la soglia dei 500 punti. L’ex ministro Renato Brunetta ha parlato addirittura di «colpo di Stato».

 

La teoria del complotto, però, sembra appartenere alla campagna elettorale, più che alla realtà economica. Il capo di Deutsche Bank in Italia, Flavio Valeri, di fronte alla commissione parlamentare d’inchiesta sulle banche, ha ricordato che tra gli azionisti della banca di Francoforte il governo tedesco non c’è. I primi tre soci erano nel 2011 (e sono ancora oggi) investitori internazionali: cinesi, americani e qatarioti. Difficile ipotizzare un complotto politico con mandanti così variegati. Più probabile che i vertici dell’epoca di Deutsche Bank (poi rimossi) seguissero la logica della finanza di ogni latitudine: e cioè quella di massimizzare i profitti.

 

BERLUSCONI-TREMONTIBERLUSCONI-TREMONTI

La teoria del complotto si scontra anche con altri dati di fatto, documentati proprio dai derivati di Deutsche Bank ora svelati dall’Espresso. Il primo contratto, l’accordo-base che apre la strada a tutti gli altri, viene infatti siglato il 17 maggio 2004. Quando il capo del governo italiano era Silvio Berlusconi e Giulio Tremonti ricopriva il ruolo di ministro dell’Economia. Ma non basta. Le prime tre decisive ristrutturazioni sono datate luglio 2009, novembre 2010, giugno 2011. Chi era il premier? Ancora Berlusconi. E il ministro dell’Economia? Tremonti. A questo punto resterebbe da capire perché mai Deutsche Bank avrebbe dovuto tramare proprio contro il governo che le aveva appena regalato quei contratti d’oro.(dagospia.com)

 

Revocatorie a Zonin Gli ex azionisti «Grazie commissari»

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VICENZA. Arrivano i ringraziamenti degli ex azionisti della Popolare di Vicenza ai commissari liquidatori dell’istituto (Fabrizio Viola, Giustino Di Cecco e Claudio Ferrario) che nei giorni scorsi hanno fatto partire le azioni revocatorie verso Gianni Zonin e gli altri ex vertici i quali, a ridosso del crac, si erano spogliati dei propri beni per sottrarli alle richieste risarcitorie. «Atto dovuto, la richiesta di revocatoria, che volevamo sollecitarvi in questi giorni ma che prontamente avete promosso» scrive l’associazione Noi che credevamo nella BpVi, che ringrazia Viola e gli altri commissari «perchè tale atto, anche indirettamente, potrà avere effetti positivi sui piccoli risparmiatori azionisti della Banca».

Per questo gli ex azionisti esprimono i loro «ringraziamenti sinceri, fatti da coloro – sottolineano – che oggi sono in una situazione di disagio proprio perchè molti soggetti in questa vicenda non hanno fatto ciò che dovevano».(Il Giornale di Vicenza)

MIFID 2: banche alla prova tra ritardi e criticità

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L’applicazione della Mifid 2 in alcune banche italiane sconta alcuni ritardi.

La normativa europea che disciplina i servizi di investimento apportando una profonda revisione alla disciplina della negoziazione e distribuzione di titoli in Europa è in vigore dal 3 gennaio con l’obiettivo di portare maggior trasparenza nei confronti dei risparmiatori. Da più parti ne è stata chiesta un’applicazione piena e tempestiva da parte delle banche e dei soggetti concorrenti, primo fra tutti il presidente dell’Abi, Antonio Patuelli, durante la 93* Giornata mondiale del Risparmio.

Eppure, in questa fase, le strutture faticano ad adeguarsi nei tempi alle norme. Dopo i casi di Banco Bpm e B.Mps, anche l’allineamento di Unicredit e Creval solleva alcuni interrogativi. In una comunicazione interna le segreterie di coordinamento Fabi, First-Cisl, Fisac Cgil, Uilca e Unisin in Unicredit ricordano che Mifid 2 oltre a maggiori vincoli nelle proposte dei prodotti finanziari offerti alla clientela, prevede precisi requisiti di conoscenza ed esperienza per gli operatori che effettuano consulenza.

Unicredit – proseguono le sigle – ha effettuato la mappatura dei dipendenti inseriti nei ruoli interessati dalla normativa, con il risultato che ad oggi non sono in possesso dei requisiti il 6% dei lavoratori del private, l’8% degli addetti Retail, il 3% di quelli Corporate e il 2% dei loro colleghi dello Small Business. In mancanza dei requisiti, Mifid 2 consente ugualmente di fornire consulenza ai clienti, ma unicamente in regime di “supervisione” fino alla maturazione dei requisiti stessi e, in ogni caso, per un periodo non superiore ai 48 mesi. Il supervisore sarà individuato in una figura manageriale in possesso dei requisiti e presente nella struttura dove opera il collega da supervisionare.

 

 

Unicredit ha fatto sapere ai dipendenti “assumendosene la responsabilità, che il regime di supervisione, per il quale peraltro non è ancora stato diffuso il regolamento da parte degli organismi competenti, sarà operativo in azienda solo dal prossimo 15 febbraio e soltanto a partire da quella data saranno inseriti i blocchi procedurali che inibiranno l’operatività ai colleghi privi dei requisiti minimi”, spiegano le segreterie. Tali blocchi, una volta che saranno operativi, potranno essere rimossi soltanto con l’assegnazione di un supervisore (assegnazione che dovrà risultare tracciata in procedura) e con l’accettazione del collega stesso. La mappatura dei lavoratori in possesso o meno dei requisiti è già stata comunicata a tutti gli Area Manager ma non ancora diffusa capillarmente. “Dopo reiterate richieste di chiarimento da parte sindacale, l’azienda ha infine dichiarato di assumersi in toto la responsabilità di consentire temporaneamente l’operatività anche in assenza dei requisiti minimi”.

Un ritardo nell’allineamento alle norme è stato riscontrato anche in Creval. Secondo le delegazioni sindacali del gruppo bancario valtellinesi due circolari aziendali hanno definito nel dettaglio i requisiti di accesso alla prestazione dei servizi di investimento. Eppure “la Circolare 2315 ha posto la decorrenza di tale modus operandi dal 24 gennaio, quando invece la normativa Mifid 2 indica il 3 gennaio”.

In generale, come ricordato dal settimanale Milano Finanza, la Mifid 2 chiama la consulenza e i consulenti a fare un deciso salto culturale. Infatti la direttiva pone molta attenzione alla preparazione di chi consiglia i clienti nell’impiego dei risparmi, che deve essere dotato delle conoscenze e competenze necessarie. All’art. 25 comma 1, la direttiva stabilisce che “gli Stati membri prescrivono alle imprese d’investimento di garantire e dimostrare alle autorità competenti che chi fa consulenza presso di esse sia in possesso delle conoscenze e competenze necessarie”. Una maggior attenzione che ha portato le banche (comprese quelle citate) a impostare periodi di tutoraggio e supervisione nell’interesse sia dei consulenti sia dei risparmiatori. Provvedimenti che gli istituti di credito hanno già preso, ma il tempo corre e a quasi un mese dall’entrata in vigore della normativa – fanno notare le sigle – i lavori sono ancora in corso.

Rimane infine aperta la questione delle pressioni commerciali. Secondo il segretario generale di First-Cisl, Giulio Romani, questa riforma parte azzoppata “perchè non impedisce che sui dipendenti possano essere esercitate indebite pressioni commerciali e scarica in basso le responsabilità di legislatori che non vogliono regolare i mercati finanziari. Le vere criticità non sono state rimosse nonostante

gli obiettivi fossero la tutela dei risparmiatori e la trasparenza”.

claudia.cervini@mfdowjones.it

WOODCOCK METTE IL DITONE SULLA PIAGA – IL MAGISTRATO SE LA PRENDE CON I GIUDICI E DENUNCIA “LA GIUSTIZIA DI CLASSE”: CONDANNANO UN RUBAGALLINE, MA HANNO LA MANO LEGGERA SUI “COLLETTI BIANCHI” ACCUSATI DI CORRUZIONE; PROBABILI COMPAGNI DI BANCO E PROTAGONISTI DI SALOTTI COMUNI

Henry John Woodcock per il Corriere della Sera

 

HENRY JOHN WOODCOCKHENRY JOHN WOODCOCK

Opportunamente, nella lingua italiana l’espressione «corruzione» non indica solo il reato omonimo, ma anche «decomposizione, disfacimento, putrefazione» e ancora «Il guastarsi, il degenerare» (Enciclopedia Treccani). Indica quindi, prima e più di tanti saggi e analisi, pure il complesso di conseguenze che un sistematico ricorso a quel reato comporta per la vita politica, ma anche sociale e civile.

 

La «Prima Repubblica» è stata travolta dalle inchieste sul reato, ma l’ampiezza del fenomeno criminale era, già esso, spia della decomposizione, della degenerazione che minava oramai dal di dentro il sistema politico. Qualcosa di analogo è successo ai regimi arabi sconvolti dalle «primavere», e la corruzione è il punto debole su cui spesso inciampano tragicamente anche governi che, nel complesso, meriterebbero un giudizio sostanzialmente positivo, come è il caso del Brasile di Inacio Lula da Silva.

 

DEL SETTE RENZI LOTTI CONSIPDEL SETTE RENZI LOTTI CONSIP

La corruzione è quindi un nemico, forse oggi il più insidioso, del vivere civile e delle democrazie, perché corrompe (appunto) dal di dentro il sistema di relazioni, il rapporto della politica coi cittadini e con le imprese, falsa il mercato e indebolisce la legittimità di leggi e istituzioni. E apre le porte ad avventure di vario tipo che, in nome della lotta alla corruzione, talvolta riescono a far peggio. Se ne parlerà oggi, in occasione della presentazione del recente saggio di Raffaele Cantone, il presidente dell’Autorità Nazionale Anticorruzione, «La corruzione spuzza». E subito ci tengo a dire che qualche volta la corruzione non «spuzza» affatto, ha anzi il buon odore dell’amicizia, delle relazioni importanti e dei salotti.

 

JOHN HENRY WOODCOCKJOHN HENRY WOODCOCK

E questo è un problema. E spiega in parte perché i processi contro i colletti bianchi durino così a lungo, tanto a lungo da stemperare l’allarme, e anche lo sdegno, che i fatti avevano suscitato al loro primo apparire, aprendo così la strada ad un giudizio più indulgente, più comprensivo di quanto quei fatti meriterebbero. Le ragioni di tutto questo sono molteplici: nel nostro sistema opera un doppio binario che rende celerissimi i processi contro la criminalità di strada e molto meno celeri, a volte tartarugheschi, quelli contro i colletti bianchi, appunto. Questi ultimi, poi, possono contare su abili avvocati e su molte complicatezze procedurali. Ma c’è anche un dato «umano» che ha il suo peso.

 

CORRUZIONECORRUZIONE

Quando davanti al giudice compare un personaggio i cui tratti sociali e culturali denotano una distanza siderale dal suo ambiente di nascita e di vita, viene più facile mantenere il distacco che è necessario per giudicare. Non c’è pericolo di identificarsi, non ci si può immedesimare nelle circostanze di vita che l’hanno portato al delitto. Diverso è quando compare una persona che assomiglia tremendamente al compagno di scuola o al vicino di casa del giudice che deve giudicare. E racconta storie che gli risuonano familiari, tanto simili a quelle che gli capita di ascoltare la sera a cena con gli amici.

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Qui diventa più complicato mantenere il distacco e la distanza, e forte è il rischio dell’indulgenza. D’altronde, ci fu, in anni passati, chi è arrivato ad affermare che con i colletti bianchi bisognava andarci piano, perché, al contrario dei delinquenti, per loro il carcere è un trauma.

 

Giustizia di classe? Certo, è possibile. Per evitarlo, decisivo è tenere sempre a mente il significato dell’espressione «corruzione» nel suo complesso, ricordare che si tratta di una malattia insidiosa che opera sotto traccia e a volte, quindi, non è immediatamente visibile. Ma sempre produce danni devastanti per l’organismo sociale.(dagospia.com)

Un diamante è per sempre, come fregatura. E infatti il quotidiano locale consigliava diamanti che vendeva Intesa e azioni della BPVi che la stessa banca ha arraffato a zero

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Il 31 ottobre 2017, sotto il titolo “Diamanti da investimento venduti anche a vicentini tramite Intesa, Unicredit, BPM, MPS: Report denuncia, Antitrust multa per 15,35 mln Idb e Dpi, procura di Milano indaga“, scrivevamno: “Dopo una denuncia di Rai Report di un anno fa, ripresa anche ieri sera (clicca qui e vedi l’ultimo servizio) presentando truffe ai danni di investitori anche vicentini in diamanti(sono in 100.000 gli acquirenti potenzialmente interessati) e dopo l’apertura di un’inchiesta per truffa aggravata presso la Procura di Milano e di due procedimenti per pratiche commerciali scorrette presso l’Autorità di garanzia per la concorrenza e il mercato arriva la notizia dei provvedimenti presi dall’Antitrust chiamata in causa insieme a Consob…“.

Ebbene, come vi abbiamo anticipato, stiamo per portare alle stampe un dossier in cui ricordiamo anche ai cittadini/lettori/soci di Vicenza come siano stati ben informati dalla stampa locale confindustriale sulle vicende della Banca Popolare di Vicenza prima che deragliasse addosso a 118.000 risparmiatori.

E allora, sistemando la rassegna stampa, ci siamo imbattuti in un paio di articoli del nostro bene amato quotidiano che consigliava caldamente proprio l’acquisto dei diamanti dalle società che poi L’Antitrust avrebbe sanzionato, scrive la Stampa, avendo «ritenuto gravemente ingannevoli e omissive le modalità di offerta dei diamanti da investimento» da parte delle società Intermarket Diamond Business (Idb) e Diamond Private Investment (Dpi) «anche attraverso gli istituti di credito con i quali rispettivamente operavano: Unicredit e Banco BPM (per Idb); Intesa Sanpaolo e Banca Monte dei Paschi di Siena (per Dpi)». L’ammontare complessivo delle sanzioni, decise al termine di due istruttorie, è di 15,35 milioni di euro…“.

Leggete ora gli articoli del 24 gennaio 2012 che anche gli investitori vicentini truffati avranno letto con la stessa fiducia che hanno riposto nelle azioni BPVi decantate per anni su quelle stesse pagine.

Il primo articolo, a firma Cinzia Morgani, nell’occhiello scrive «Investimenti. Un sistema diverso di impiego del risparmio», nel titolo spara «Meglio i diamanti dell’oro ballerino
 a “rischio-bolla”» e nel sommario dà il colpo finale «Gli operatori alla ricerca di alternative finanziarie a metallo giallo, titoli di stato, azioni e obbligazioni “Qui l’incremento di valore è costante nel tempo».

Avevate ancora qualche dubbio quel 24 gennaio 2012 prima di correre, che so, in Intesa Sanpaolo per ordinare ai suoi sportelli i diamanti DPI?

Ecco allora il secondo articolo sotto forma di intervista.

A chi? Ma a Maurizio Sacchi, Amministratore delegato di Dpi, che alla stessa collega Cinzia individuava nei suoi diamanti «Il modo migliore per salvaguardare il vostro capitale» riferendosi ai parametri poi sanzionati quali “…le informazioni ingannevoli e omissive diffuse… il prezzo di vendita dei diamanti, presentato come quotazione di mercato…; l’andamento del mercato dei diamanti, rappresentato in stabile e costante crescita; … l’agevole liquidabilità e rivendibilità dei diamanti alle quotazioni indicate e con una tempistica certa; … la qualifica dei professionisti come leader di mercato“.
Tutte cose prima e poi sentite sulle azioni BPVi ma l’Ad di Dpi forse non aveva tutti i torti perchè se i diamanti, venduti tramite l’attuale erede di BPVi, Intesa Sanpaolo, non erano “il modo migliore” per investire, si sono rivelati, comunque, crollo e qualità discutibili a  parte, un modo migliore che non quello di investire in azioni della Banca Popolare di Vicenza.

Che ora valgono zero.

Leggete e riflettete, gente: la finanza è una cosa seria da far trattare a gente seria…

Ora lo sapete, a spese vostre. (Giovanni Coviello Vicenzapiu’)

Conti correnti a rischio? I rincari sono già realtà, una nuova tassa pure „Conti correnti a rischio? I rincari sono già realtà, una nuova tassa pure“

Conti correnti a rischio? I rincari sono già realtà, una nuova tassa pure
„La paura della crisi non è passata e nelle banche si registra un boom di depositi sui conti correnti: ci sono mille miliardi di risparmi, e di questi 23 miliardi arrivano dalle famiglie. Un “tesoretto” su cui lo Stato ha già messo gli occhiConti correnti a rischio? I rincari sono già realtà, una nuova tassa pure

Secondo una ricerca del Centro studi di Unimpresa sull’andamento delle riserve delle famiglie e delle imprese italiane, le riserve delle banche sono cresciute in un anno di quasi 55 miliardi di euro. A registrare un vero e proprio boom sono i conti correnti in cui sono depositati oltre 1.000 miliardi: di questi 23 miliardi arrivano dal risparmio delle famiglie e circa 30 miliardi dalle imprese.

“A frenare consumi, investimenti e credito sono rispettivamente la paura di nuove tasse e l’assenza di certezze sul futuro – commenta il vicepresidente di Unimpresa, Maria Concetta Cammarata – i nostri dati sono in linea con quelli diffusi recentemente dall’Istat relativi al commercio al dettaglio, in calo nell’ultimo anno”.

Conti correnti a rischio? I rincari sono già realtà, una nuova tassa pure

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Le aziende non investono e le famiglie non spendono, preferendo accumulare: in banca aumentano le riserve, cresciute in un anno di quasi 55 miliardi di euro.

Conti correnti, tutti i costi

Se i conti correnti registrano una variazione positiva di 73,1 miliardi (+7,76%), in agguato ci sono tuttavia balzelli più o meno evidenti. Occorre infatti tenere gli occhi aperti sui costi fissi ovvero quelli di mantenimento del conto corrente, quelli per avere un bancomat e una carta di credito, per richiedere il libretto degli assegni, per ricevere l’estratto conto in formato cartaceo.

Tasse sui conti correnti

Attenzione poi alle tasse: le imposte sui conti corrente sono pari a 34,20 euro all’anno se la giacenza media è maggiore di 5.000 euro nel periodo di rendicontazione.
I conti correnti “senza spese” sono una possibilità solo per chi si trova al di sotto della soglia di 11.600 euro di Isee (Indicatore di situazione economica equivalente) e 18.000 euro di pensione lordi all’anno.

E tra le novità contenute nella legge di Bilancio c’è una norma che sancisce come le rendite finanziarie saranno tassate a partire dal 2018 al 26 per cento e questa tassazione verrà applicata anche agli utili qualificati.

E gli investimenti?

Le banche italiane mettono in conto una stretta della Banca centrale europea: Francoforte dovrebbe annunciare in autunno una probabile riduzione degli acquisti sui titoli di stato, con il rischio di effetti negativi su prezzi e rendimenti. (Today.it)

 

 

 

 

I (POCHI) SOLITI NOTI – L’80% DEI PRESTITI INTERCETTATI DAI GRANDI GRUPPI INDUSTRIALI. MA A PAGARE I “BUCHI” DELLE BANCHE PRODOTTI DAI CLIENTI BLASONATI SONO SEMPRE I PICCOLI RISPARMIATORI – L’INDAGINE DEGLI ARTIGIANI DI MESTRE

Da www.today.it

 

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Le banche continuano a favorire le grandi imprese anche se non sono affidabili. Lo rivela un rapporto dell’ufficio studi della Cgia, il quale denuncia che, nonostante il fallimento di una decina di istituti di credito abbia originato un costo di oltre 60 miliardi di euro a carico dei risparmiatori, delle banche concorrenti e del bilancio pubblico, il nostro sistema creditizio continua a premiare chi, in buona parte, ha causato questo dissesto: ovvero le grandi famiglie industriali, i gruppi societari e le grandi aziende.

 

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Gli ultimi dati disponibili della Banca d’Italia (riferiti al 30 settembre 2017) dicono che la quota di prestiti ottenuta dal primo 10 per cento degli affidati (vale a dire la migliore clientela che certamente non è costituita da artigiani, piccoli negozianti, partite Iva o piccoli imprenditori) è pari al 79,8 per cento del totale. Per contro, il restante 90 per cento dei clienti ottiene poco più del 20 per cento degli impieghi.

 

In buona sostanza dei 1.500 miliardi che alla fine dello scorso mese di settembre gli istituti credito italiani avevano erogato a famiglie, imprese e società non finanziarie, 1.200 sono stati prestati a un ristretto numero di soggetti che, è proprio il caso di dire, presenta un elevatissimo potere negoziale

 

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“Non ci sarebbe nulla di strano se questo primo 10 per cento di affidati fosse solvibile – dichiara il coordinatore dell’Ufficio studi della Cgia Paolo Zabeo – una banca, infatti, deve aiutare chi ha bisogno di risorse finanziarie ma, allo stesso tempo, è anche nelle condizioni finanziarie di restituire nei tempi concordati quanto ottenuto”.

 

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“In Italia, invece, le cose continuano ad andare diversamente. Se, infatti, analizziamo l’incidenza percentuale sul totale delle sofferenze bancarie ascrivibile a questo ristrettissimo club di affidati, la quota ammonta all’81 per cento del totale. In altre parole, le grandi imprese continuano a ricevere la quasi totalita’ dei prestiti bancari, sebbene presentino livelli di insolvenza allarmanti”.

 

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Sebbene in calo, al 30 settembre dello scorso anno le sofferenze bancarie lorde presenti in Italia ammontavano a 170,2 miliardi: 16,5 miliardi in meno rispetto allo stesso periodo del 2016. “Questo elevato numero di crediti deteriorati – dichiara il Segretario della CGIA Renato Mason – ha provocato una forte contrazione dei prestiti all’economia reale. Non essendo in grado di recuperare una buona parte dei finanziamenti erogati, le banche hanno deciso di non rischiare più e hanno progressivamente chiuso i rubinetti del credito”.

 

BANCHEBANCHE

Solo nell’ultimo anno c’è stata una leggera inversione di tendenza. Tra novembre 2017 e lo stesso mese del 2016, la quantità di finanziamenti alle imprese è aumentata mediamente dello 0,3 per cento, anche se si sono registrati dei risultati molto diversi tra le varie classi dimensionali di impresa. Nelle medio-grandi, ad esempio, la crescita è stata dello 0,6 per cento, nelle piccole e micro, invece, la contrazione è stata dell’1 per cento, nonostante la domanda generale di credito registrata in questi ultimi mesi sia tendenzialmente in crescita.

 

Paolo ZabeoPAOLO ZABEO

A livello regionale è interessante notare che al Sud il primo 10 per cento degli affidati ottiene meno credito delle rispettive fasce presenti nel resto d’Italia, ma genera una quota di sofferenze quasi in linea con il dato medio nazionale. Al Nord, invece, le grandi imprese ottengono percentuali di credito molto alte, con livelli di affidabilita’ che, comunque, si allineano attorno al dato medio nazionale. In altre parole possiamo dire che i grandi gruppi del Nord sono piu’ “virtuosi” di quelli presenti nel Mezzogiorno.

 

Paradossale è la situazione che sta maturando in queste ore nel Veneto. La finanziaria regionale, Veneto Sviluppo, ha deciso di salvare un migliaio di imprese (con ricavi tra i 10 e i 100 milioni di euro) che hanno crediti incagliati con le ex popolari (Veneto Banca e Popolare di Vicenza), attraverso l’istituzione di un apposito fondo che affianchi queste imprese in difficoltà. Un’azione meritevole che, però, come giustamente ha evidenziato il Presidente della Confartigianato, non coinvolgerà decine di migliaia di piccole imprese venete che non rientrano in questa fascia di ricavi, con il pericolo che moltissimi artigiani e piccoli commercianti penalizzati dal fallimento delle due banche venete rimangano senza credito. (dagospia.com)

Cattolica Assicurazioni, il piano Minali ha tre pilastri: ecco quali

 

l piano industriale 2018-2020 che la Cattolica Assicurazioni ha presentato oggi alla comunità finanziaria punta a far crescere del 60% l’utile operativo e del 50% il dividendo per azione ma anche a far lievitare del 64% i premi – Minali: “Il primo obiettivo è quello di diventare più reattivi e più veloci”

 

Cattolica Assicurazioni, il piano Minali ha tre pilastri: ecco quali

Gli obiettivi sono ambiziosi. Nel piano industriale presentato oggi a Piazza Affari e valido fino a fine 2020, Cattolica Assicurazioni ha fissato come target un utile operativo che potrà toccare i 400 milioni di euro, ovvero crescere del 60% rispetto a quello del 2016, con la distribuzione di un dividendo in aumento del 50% a mezzo euro per azione e Premi in crescita del 64% fino a 8 miliardi. Come l’istituto, guidato da circa 8 mesi da Alberto Minali, conta di raggiungerli?

illustrare il piano, che si poggia su tre pilastri – crescita profittevole, innovazione e eccellenza tecnica – è stato proprio l’amministratore delegato, nel corso dell’Investor Day a Palazzo Mezzanotte: “Siamo ancora troppo farraginosi, il primo obiettivo è quello di diventare più reattivi e veloci, trasformando l’azienda mentre continuiamo a fare business”. La stella polare del business “sarà sempre il servizio al cliente, nel contesto di un mercato difficile: l’Auto è in contrazione e il Vita è difficile in tempi di tassi bassi”.

Il primo passo, per la terza compagnia assicurativa italiana con 3,6 milioni di clienti, che ha come primo azionista la Berkshire Hathaway di Warren Buffett con una quota del 9%, è la digitalizzazione. “Punteremo sull’evoluzione multicanale del modello distributivo – ha spiegato Carlo Ferraresi, Direttore  generale Mercati e canali distributivi -, sia con i clienti che a livello interno: le nostri reti fisiche, le agenzie, rimarranno però predominanti”.

Digitalizzazione significa infatti anche diversificazione, con le agenzie che passeranno dall’83 al 68% del business, lasciando più spazio alla bancassurance, che passerà dal 12 al 22% dopo l’accordo con Banco Bpm (che fa seguito a quello con Ubi Banca e Iccrea) che – a conferma di un business che rimarrà prevalentemente fisico – porterà accesso a 1.700 sportelli (in aggiunta ai 1.500 di Cattolica), per un salto dimensionale previsto di 9 miliardi per le riserve Vita di 140 milioni di premi Danni. Proprio i Premi sono un’altra delle grandi sfide del nuovo piano: dovranno crescere in tutto di almeno 3 miliardi rispetto al 2016, con prevalenza del ramo Vita (+2,5 miliardi) rispetto a quello Danni (+0,5 miliardi).

“Attualmente – ha ricordato Minali – abbiamo una base clienti tra le più fedeli, una redditività superiore a quella del mercato e un livello di indebitamento inferiore. Dobbiamo essere in grado di evolverci senza intaccare il patrimonio della società. La diversificazione è importante: il nostro business è ancora troppo incentrato sull’Auto, cresceremo sul Vita e su altro”. Multicanalità e centralità del cliente non faranno però di Cattolica una compagnia assicurativa online né low cost.

“Non diventeremo mai low cost, ma più efficienti”, ha aggiunto Minali, rivendicando anche i risultati già raggiunti nel primo semestre alla guida della compagnia: “Finora non siamo stati a smacchiare il giaguaro, come direbbe qualcuno. Diciannove aree funzionali sono già in fase di riorganizzazione, abbiamo ridotto l’esposizione su titoli di credito governativi italiani di oltre 5,5 punti percentuali, e poi c’è l’accordo con Banco Bpm, che è la terza banca per sportelli in Italia”.

Senza dimenticare la delibera del Cda, avvenuta proprio alla vigilia dell’Investor Day, che ha dato il via a un nuovo modello di governance. “L’Assemblea è e rimarrà sovrana”, ha chiarito l’amministratore delegato, spiegando che verrà adottato un sistema monistico, allo scopo di valorizzare le funzioni del Cda rendendo la macchina aziendale più snella: il Cda avrà dunque meno esponenti e viene abolito il Comitato esecutivo. Inoltre la soglia di partecipazione azionaria è confermata allo 0,5% per le persone fisiche ma innalzata al 5% per quelle giuridiche: apertura dunque al mercato e agli investitori istituzionali.

“Viene comunque confermato il modello cooperativo e il voto capitario”, ha spiegato Minali. Il cda, per l’occasione, ha anche confermato Marco Cardinaletti come amministratore delegato di Tua Assicurazioni, la controllata al 100% di Cattolica. Cardinaletti lascia però la carica di Direttore generale di Cattolica. Il restyling della compagnia passa infine anche attraverso il nuovo portale, anch’esso più flessibile e orientato ai bisogni del cliente, attraverso una homepage distinta dedicata agli utenti, diversa da quella corporate: entrambe si trovano all’indirizzo www.cattolica.it.

Il piano al momento convince gli investitori: a fine mattinata, in una seduta che fino a quel momento era leggermente negativa per l’indice Ftse Mib, il titolo Cattolica Assicurazioni naviga in territorio positivo, saldamente sopra i 10 euro per azione.(Giuseppe Baselice Firstonline)