Il paradosso italiano: l’export vola, ma perde quote di mercato. Ecco perché

L’export italiano, infatti, ha mosso circa 411 miliardi di euro solo nel 2017.

 

A fare la parte del leone sulle rotte commerciali è il settore della meccanica strumentale, seguito da quello degli autoveicoli, dei prodotti farmaceutici e dell’abbigliamento.

Se, però, tra il 2007 ad oggi, il valore economico dell’export nostrano è aumentato, passando da 364 a 411 miliardi, nello stesso periodo la quota di mercato mondiale del nostro paese si è ridotta, perdendo due posizioni. Sembra una contraddizione in termini, eppure è così. Nel 2007, infatti, l’Italia era al 7° posto nel mondo per l’export, mentre oggi è al 9°. Per approfondire la questione, Business Insider ha contattato l’Associazione Italiana Commercio Estero (Aice).

Dal 2007 l’Italia ha perso in competitività, cedendo il terreno a concorrenti molto più aggressivi”, spiega Pierantonio Cantoni, International Business development manager di Aice. “Negli ultimi due anni, però, il trend si è invertito e siamo tornati a crescere, riguadagnando una posizione. Certo, siamo sempre più indietro rispetto a dove eravamo una decina di anni fa, ma questo si deve a fattori in parte diversi. Dal 2007 al 2015, la causa principale dell’andamento negativo era da annoverare nella perdita di competitività, generata anche dalla crisi, mentre dal 2015 ad oggi sono entrate in gioco altre dinamiche. Innanzitutto, i competitor sono aumentati. Il commercio mondiale è cresciuto molto di più di quanto noi esportiamo. Se noi cresciamo 10 e il commercio mondiale cresce 30, è ovvio che non possiamo offrire la stessa produzione. Diciamo che stiamo correndo troppo piano, mentre gli altri corrono più veloci. C’è poi da considerare la perdita generata dalle sanzioni europee imposte alla Russia (circa 5 miliardi di euro, ndr). La situazione ora sta migliorando, ma è difficile recuperare terreno”.

Nel commercio come nella geopolitica, infatti, i vuoti vengono presto colmati da nuovi paesi e attori.

“Nonostante il restringimento della quota di export, comunque, precisa Cantoni, l’Italia rimane uno dei maggiori paesi esportatori al mondo”.

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Della stessa opinione è Piergiorgio Borgogelli, Direttore Generale dell’Agenzia Ice, che afferma:

È interessante evidenziare come l’erosione della nostra quota di mercato sia stata meno marcata rispetto ai competitor. Nell’analisi che abbiamo condiviso nell’ultima Cabina di Regia per l’internazionalizzazione, abbiamo evidenziato infatti come l’Italia abbia comunque mantenuto, dall’anno 2000, circa il 79% della propria quota di export mondiale, rispetto ad una erosione decisamente più marcata in altri paesi tradizionalmente protagonisti dell’export mondiale come Francia (63%), Usa (75%), Giappone (52%), Uk (59%) con la sola eccezione della Germania rimasta praticamente sui medesimi livelli”.

I dati regionali

L’area del Paese che esporta di più è il Nord-Ovest, seguita dal Nord-Est, dal Centro e dal Sud e Isole. Ci sono comunque eccezioni: la Valle D’Aosta (566 milioni) e la Liguria (7,3 miliardi), per valore delle esportazioni, sono più vicine alle regioni del Sud, che alla Lombardia (111,9 miliardi) e al Piemonte (44,4 miliardi). Lo stesso vale per l’Umbria, con un valore dell’export intorno ai 3,6 miliardi di euro, mentre tra le regioni del Sud domina la Campania (10 miliardi).

Osservatorio Economico – Ministero Sviluppo Economico

Il focus sul mercato asiatico

La maggior parte delle esportazioni italiane sono destinate al mercato europeo, mentre tra le mete extra-europee spiccano gli Stati Uniti e la Cina.

Proprio sul paese asiatico si apre un discorso a parte.

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La Cina rappresenta una terra ricca di opportunità, ma anche complessa. Per dire, nel 2016 il valore economico complessivo dell’export verso il paese del Dragone ha mosso 12,2 miliardi di euro, mentre quello verso la Polonia ha toccato quota 12,4 miliardi.

Va detto che nel 2017 l’export italiano in Cina ha toccato il livello più alto di sempre, segnando il tasso di crescita migliore tra i paesi europei”, spiega Alberto Rossi, Responsabile Marketing della Fondazione Italia-Cina. “Certo è che esistono difficoltà evidenti, sia di natura logistica che culturale. Bisogna fare grossi investimenti, trovare il partner locale giusto e anche i canali di distribuzione più adeguati. Penso al settore alimentare, dove l’Italia continua a scontare la mancata presenza di un operatore nazionale della grande distribuzione organizzata. Ci sono la Carrefour e la Tesco, ma non ci siamo noi. Ciò detto, alcuni comparti del settore alimentare sono comunque in crescita, come quello del cioccolato, anche grazie all’investimento di Ferrero, che ha deciso di aprire uno stabilimento ad Hangzhou. Altre eccellenza italiana è quella dei mobili, in cui siamo leader di mercato, e dei prodotti farmaceutici, il cui export in Cina è in crescita”.

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“Il fatto è – conclude Rossi – che non si può affrontare la Cina come un paese tra gli altri. Ha sempre meno senso chiedersi come va la Cina. Ci sono settori che crescono in modo esponenziale e settori che calano, ci sono province che stanno attraversando un boom e province che faticano a tenere il passo. Non c’è un’unica Cina”.

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Il settore del vino, forse, è quello che meglio rappresenta la sfida che il mercato cinese rappresenta per gli imprenditori italiani.

Export under modal

Per andare in Cina occorre conoscere in modo approfondito il mercato”, spiega Stevie Kim, Managing Director di Vinitaly International. “La Cina non è un singolo paese, ma un insieme di regioni anche molto differenti tra loro, ognuna con le proprie peculiarità e regole. La maggior parte dei produttori del mondo, in generale, tende a focalizzarsi sugli stessi mercati, che però sono ormai saturi. Tutti vogliono andare a Pechino, Shangai Guangzhou, mentre c’è molta più potenzialità nei mercati secondari e terziari. Andare a Shangai è come andare a New York: ci sono decine di eventi ogni sera dedicati alle degustazioni di vino italiano e questo, senza dubbio, rende più difficile l’ingresso nel mercato al piccolo produttore. L’imprenditore che va in Cina deve quindi porsi prima di tutto una domanda: voglio essere il piccolo pesce nel mare o il grande pesce nel lago? È il più classico dei dilemmi”.

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La questione è centrale. Oggi le multinazionali si concentrano in 40 città, ma in futuro migliaia di città di grandi e piccole dimensioni cresceranno d’importanza. Nel 2005, per raggiungere l’80% della classe media era necessario essere presenti in 60 città, nel 2014 in circa 160 città e nel 2020 si dovrà essere presenti in oltre 200 città del paese (Dati Rapporto annuale “Cina 2017. Scenari e Prospettive per le imprese”, CeSIF).

La Cina è il nuovo mondo e per entrarci bisogna uscire dalla propria zona di confort.

Molti dei produttori italiani che vanno in Cina – continua Kim – promuovono i loro vini nei ristoranti italiani perché questo è il modello che hanno usato negli altri paesi e che ha avuto tanto successo negli Stati Uniti e in Giappone, che però sono mercati maturi. In Cina bisognerebbe fare un passo in più, anche perché non c’è lo stesso numero di ristoranti italiani che c’è negli USA. Serve più innovazioneAgli italiani la creatività non manca, ma c’è troppa frammentazione. Manca un’unica regia in grado di guidare tutto il comparto, come accade negli altri Paesi. Questo è un problema, perché è vero che bisogna curare il proprio brand, ma prima di tutto bisognerebbe curare il vino italiano. Per gli stessi motivi, non c’è un brand capace di trainare tutto il settore, come per gli altri paesi. Forse Antinori, che ora ha un distributore molto importante, riuscirà in questa impresa”.

Per penetrare il mercato asiatico, quindi, non basta il know how, ma bisogna ripensare il marketing in un’ottica diversa da quella tradizionale. Per guardare il nuovo mondo il novello Colombo ha bisogno di occhi nuovi o, se proprio non riesce, di cambiare almeno prospettiva, ricalibrando le proprie strategie, magari anche a costo di finire in qualche periferia, per emergere e conquistare posizioni più ampie a partire dalle retrovie. Non è di certo rimanendo ancorati ai propri modelli tradizionali che si vincerà la battaglia per il cuore e le menti asiatiche. Il Made in Italy rimane una garanzia, ma il concetto deve essere espresso anche cambiando lingua se il rischio è quello di non essere compresi affatto, perdendo opportunità a favore della concorrenza. È il marketing, bellezza!(Silvia Scaramuzza Busineeinsider)

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