MIFID 2: banche alla prova tra ritardi e criticità

dashboard
 

L’applicazione della Mifid 2 in alcune banche italiane sconta alcuni ritardi.

La normativa europea che disciplina i servizi di investimento apportando una profonda revisione alla disciplina della negoziazione e distribuzione di titoli in Europa è in vigore dal 3 gennaio con l’obiettivo di portare maggior trasparenza nei confronti dei risparmiatori. Da più parti ne è stata chiesta un’applicazione piena e tempestiva da parte delle banche e dei soggetti concorrenti, primo fra tutti il presidente dell’Abi, Antonio Patuelli, durante la 93* Giornata mondiale del Risparmio.

Eppure, in questa fase, le strutture faticano ad adeguarsi nei tempi alle norme. Dopo i casi di Banco Bpm e B.Mps, anche l’allineamento di Unicredit e Creval solleva alcuni interrogativi. In una comunicazione interna le segreterie di coordinamento Fabi, First-Cisl, Fisac Cgil, Uilca e Unisin in Unicredit ricordano che Mifid 2 oltre a maggiori vincoli nelle proposte dei prodotti finanziari offerti alla clientela, prevede precisi requisiti di conoscenza ed esperienza per gli operatori che effettuano consulenza.

Unicredit – proseguono le sigle – ha effettuato la mappatura dei dipendenti inseriti nei ruoli interessati dalla normativa, con il risultato che ad oggi non sono in possesso dei requisiti il 6% dei lavoratori del private, l’8% degli addetti Retail, il 3% di quelli Corporate e il 2% dei loro colleghi dello Small Business. In mancanza dei requisiti, Mifid 2 consente ugualmente di fornire consulenza ai clienti, ma unicamente in regime di “supervisione” fino alla maturazione dei requisiti stessi e, in ogni caso, per un periodo non superiore ai 48 mesi. Il supervisore sarà individuato in una figura manageriale in possesso dei requisiti e presente nella struttura dove opera il collega da supervisionare.

 

 

Unicredit ha fatto sapere ai dipendenti “assumendosene la responsabilità, che il regime di supervisione, per il quale peraltro non è ancora stato diffuso il regolamento da parte degli organismi competenti, sarà operativo in azienda solo dal prossimo 15 febbraio e soltanto a partire da quella data saranno inseriti i blocchi procedurali che inibiranno l’operatività ai colleghi privi dei requisiti minimi”, spiegano le segreterie. Tali blocchi, una volta che saranno operativi, potranno essere rimossi soltanto con l’assegnazione di un supervisore (assegnazione che dovrà risultare tracciata in procedura) e con l’accettazione del collega stesso. La mappatura dei lavoratori in possesso o meno dei requisiti è già stata comunicata a tutti gli Area Manager ma non ancora diffusa capillarmente. “Dopo reiterate richieste di chiarimento da parte sindacale, l’azienda ha infine dichiarato di assumersi in toto la responsabilità di consentire temporaneamente l’operatività anche in assenza dei requisiti minimi”.

Un ritardo nell’allineamento alle norme è stato riscontrato anche in Creval. Secondo le delegazioni sindacali del gruppo bancario valtellinesi due circolari aziendali hanno definito nel dettaglio i requisiti di accesso alla prestazione dei servizi di investimento. Eppure “la Circolare 2315 ha posto la decorrenza di tale modus operandi dal 24 gennaio, quando invece la normativa Mifid 2 indica il 3 gennaio”.

In generale, come ricordato dal settimanale Milano Finanza, la Mifid 2 chiama la consulenza e i consulenti a fare un deciso salto culturale. Infatti la direttiva pone molta attenzione alla preparazione di chi consiglia i clienti nell’impiego dei risparmi, che deve essere dotato delle conoscenze e competenze necessarie. All’art. 25 comma 1, la direttiva stabilisce che “gli Stati membri prescrivono alle imprese d’investimento di garantire e dimostrare alle autorità competenti che chi fa consulenza presso di esse sia in possesso delle conoscenze e competenze necessarie”. Una maggior attenzione che ha portato le banche (comprese quelle citate) a impostare periodi di tutoraggio e supervisione nell’interesse sia dei consulenti sia dei risparmiatori. Provvedimenti che gli istituti di credito hanno già preso, ma il tempo corre e a quasi un mese dall’entrata in vigore della normativa – fanno notare le sigle – i lavori sono ancora in corso.

Rimane infine aperta la questione delle pressioni commerciali. Secondo il segretario generale di First-Cisl, Giulio Romani, questa riforma parte azzoppata “perchè non impedisce che sui dipendenti possano essere esercitate indebite pressioni commerciali e scarica in basso le responsabilità di legislatori che non vogliono regolare i mercati finanziari. Le vere criticità non sono state rimosse nonostante

gli obiettivi fossero la tutela dei risparmiatori e la trasparenza”.

claudia.cervini@mfdowjones.it