Rapporto Eurispes, gli italiani si fidano solo delle forze armate

RIMANE BASSO IL CONSENSO PER LA POLITICA, SOPRATTUTTO NELLE QUESTIONI ECONOMICHE E FINANZIARIE.

Gli italiani si fidano delle Istituzioni grazie a forze armate e polizia. E’ quanto emerge dal trentesimo rapporto Eurispes presentato il 30 gennaio 2018. Calo di consensi confermato, invece, per la politica e il governo in particolare, che ispira fiducia a 1 italiano su 5.

La fiducia degli italiani sul piano sicurezza passa dal 7,7% al 13%

La fiducia dei cittadini nei confronti del proprio Paese cresce dal 7,7% del 2017 all’attuale 13%.
Una lenta ripresa che si deve però alla percezione della sicurezza che hanno avuto negli ultimi anni grazie alle forze armateL’Arma dei Carabinieri ha raccolto il 69,4% dei consensi nel 2018 con una crescita del 10,8% rispetto allo scorso anno e la Polizia di Stato il 66,7% (+5% ). Per quanto riguarda la Guardia di Finanzaparliamo del 68,5% con una crescita di consensi del 8,6%.

Vigili del Fuoco indice di gradimento più alto

Per la prima volta è stato analizzato anche l’indice di gradimento sui Vigili del Fuoco che hanno ricevuto l’86,6% di consensi. Anche l’Esercito italiano ha registrato un’importante crescita passando dal 59,6% del 2017 al 70,4% di questo anno. Negli ultimissimi anni l’Europa è stata nella morsa dei terroristi e in questo clima di tensione e paura, fortemente sentito in Italia, l’indice di gradimento per il lavoro fatto dall’intelligence è alto, di fatto si è registrato il 65,4% dei consensi nel 2018.

La metà degli italiani pensa che Governo sia riuscito a tutelare l’immagine d’Italia all’estero

Se dal rapporto Eurispes emerge ancora una forte sfiducia nei confronti dello Stato per le questioni economiche e finanziarie, cresce la fiducia dei cittadini in merito alle gestione della criminalità e del terrorismo. Infatti, la metà degli italiani è convinto che il Governo sia riuscito a tutelare l’Italia e a tenere alta l’immagine dell’Italia all’estero. “Se letta attraverso i risultati in serie storica dal 2004 al 2018, l’indagine di quest’anno segnala un’interessante complessiva crescita del clima di fiducia nelle Istituzioni – si legge nel rapporto Eurispes – I dati mostrano un’inversione di tendenza in senso positivo che interessa tutte le Istituzioni, ma la fiducia continua a concentrarsi con maggiore intensità sulle Forze di Polizia, sulle Forze armate e sui servizi di intelligence”.(Eleonora Spadaro OFCSREPORT)

Il Governo ha la fiducia di 1 italiano su 5

Tuttavia le percentuali di gradimento rimangono ancora basse su molti fronti. Il Governo ha ottenuto la fiducia di 1 italiano su cinque (21,5%). E, nonostante il consenso nei confronti della magistratura sia cresciuto del 5,8%, ancora non supera il 40%. Per quanto riguarda il Parlamento, invece, gli italiani sfiduciati sono il 20% in meno del 2013, ma ciò nonostante ancora non raggiunge nemmeno il 23% dei consensi. “Il Paese si sente deluso, tradito da un Sistema che non riesce più a garantire crescita, stabilità, sicurezza economica e prospettive per il futuro”, spiega il rapporto.

“Il Sistema è, e lo sarà ancora per molti anni, fragile sotto molti punti di vista – ha dichiarato il presidente di Eurispes ,Gian Maria Fara – Beninteso però che fragile non vuol dire debole. Anzi, l’Italia ha molte frecce nel suo arco, enormi potenzialità ma ha grandi difficoltà a trasformare la sua potenza in energia”.

QUANTO DURA PROFUMO? – LEONARDO AFFONDA DEL 12% DOPO LA PRESENTAZIONE DEL PIANO STRATEGICO 2018-2022. LA CRESCITA AL RALLENTATORE E LE DIFFICOLTÀ DEL GRUPPO A INVERTIRE LA ROTTA DEPRIMONO LA BORSA – L’AZIENDA FA UTILI, MA NON ABBASTANZA PER UN MERCATO AFFAMATO DI RECORD E CONTI DOPATISSIMI…

LEONARDO: PROFUMO, CONVINCEREMO BORSA COI RISULTATI

 (ANSA) – Come convincere il mercato dopo il forte calo, a novembre e di nuovo oggi, in Borsa? “Consegnando i risultati che avremo ottenuto”, risponde l’A.d di Leonardo, Alessandro Profumo, dopo la reazione negativa per il titolo a Piazza Affari innescata dalla presentazione del piano industriale 2018-2022. “Il fatto che abbiamo dato delle guidance più basse delle attese faceva prevedere una reazione del mercato”, dice Profumo.

 

 

alessandro profumoALESSANDRO PROFUMO

Luca Fornovo per www.lastampa.it

 

La crescita media dei ricavi sarà del 5-6% fino al 2022, ma quest’anno il fatturato sarà ancora stabile e un’accelerazione ci sarà solo nel 2020. Mentre l’ebitda (margine operativo lordo) salirà in media dell’8-10%. Confermate poi le previsioni del 2017, incluso il profit warning (allarme sugli utili), lanciato a novembre. Nello stabilimento degli elicotteri a Vergiate (Varese), l’amministratore delegato Alessandro Profumo ha alzato il velo sul nuovo piano strategico 2018-2022 del gruppo. La crescita al rallentatore e le difficoltà del gruppo a invertire la rotta prima del 2020 non convincono Piazza Affari, dove il titolo Leonardo viene sospeso tre volte per eccesso di ribasso, arrivando a perdere fino al 12%. 

 

Lo stesso Profumo, classe 1957, approdato alla guida della ex Finmeccanica da maggio, ha spiegato che «il 2018 sarà un anno di consolidamento e siamo certi che questo piano fornirà le basi per una nuova fase di crescita». Per accelerare insomma ci vorrà ancora tempo, l’ex banchiere che cerca – non senza difficoltà – di reinventarsi capitano d’industria si è detto certo che questo piano porrà le base per un percorso di crescita sostenibile ma «nel lungo periodo».

Alessandro Profumo LeonardoALESSANDRO PROFUMO LEONARDO

 

 

Il colosso della difesa stima infatti un aumento medio degli ordini del 6% ma di raggiungere una redditività a doppia cifra solo a partire dal 2020. Il piano industriale presentato oggi prevede inoltre un accelerazione nella generazione di cassa con l’obiettivo di rafforzare la struttura patrimoniale e ritornare all’investment grade, cioè il gradimento delle agenzie di rating nel più breve tempo possibile.

 

 

Dopo la cura del cliente e la nuova strategia commerciale, l’aumento dei ricavi e il controllo sul debito, l’ultimo pilastro del piano è il focus sull’efficienza per aumentare i margini in linea con i leader del settore. Profumo ha poi confermato le previsioni sul 2017 con ricavi compresi tra 11,5-12 miliardi di euro, l’ebitda a 1,05-1,1 miliardi e il debito a 2,6 miliardi. 

ALESSANDRO PROFUMO E ROBERTA PINOTTIALESSANDRO PROFUMO E ROBERTA PINOTTI

 

 

Per quest’anno a fronte di ricavi piatti, l’ebitda sarà leggermente in crescita a 1,075-1,125 miliardi di euro. Il piano 2018-22 stima un incremento degli ordini nei prossimi cinque anni «superiore al 6%» medio annuo.(dagospia.com)

 

alessandro profumoALESSANDRO PROFUMO

 

 

UniCredit-Intesa, le Fondazioni tornano a sorridere. I conti in tasca ai soci

In Unicredit e Intesa Sanpaolo, le Fondazioni possono tirare il fiato: l’azione del management ha fatto recuperare i titoli e sono tornati i dividendi. I conti

UniCredit-Intesa, le Fondazioni tornano a sorridere. I conti in tasca ai soci

Dopo dieci anni “orribili”, per le fondazioni bancarie italiane il peggio potrebbe essere alle spalle, grazie ai primi risultati delle ristrutturazioni dei perimetri d’attività, revisione dei business model e pulizie di portafoglio avviate da un top management che in questi anni si è profondamente rinnovato ai vertici dei principali gruppi creditizi tricolori, a partire da Unicredit e Intesa Sanpaolo. Proprio uno degli azionisti di Unicredit, Fondazione Crt (azionista dell’istituto con circa l’1,7% del capitale) si dice oggi, per bocca del suo presidente, Giovanni Quaglia, soddisfatto della gestione di Jean Pierre Mustier.

mustier messina

 

 

“Va benissimo, il titolo sta crescendo e quest’anno i dividendi ci saranno: al momento non possiamo che essere soddisfatti” ha spiegato Quaglia a margine della presentazione delle linee programmatiche 2018 della Compagnia di San Paolo, l’altra grande fondazione bancaria torinese che è il primo azionista di Intesa Sanpaolo col 9,88% del capitale. Ma quanto hanno recuperato nell’ultimo anno le Fondazioni grazie in particolare a Mustier e a Carlo Messina (Ceo di Intesa Sanpaolo)?

A inizio 2007 in Unicredit erano presenti tra i soci principali Fondazione Cariverona col 4,54%, Fondazione Crt (accreditata del 3,79%) e Carimonte (col 3,35%), mentre una manciata di altre fondazioni controllava un ulteriore 4,15%.

Lo scorso anno, di questi tempi, nessuno aveva conservato una quota pari o superiore al 2%: Cariverona era di una spanna davanti a tutti con l’1,8%, seguito da Crt (1,7% appunto) e da altre otto fondazioni nel complesso titolari di circa il 2%. Visto che nell’ultimo anno le quotazioni di Unicredit sono crescite di circa il 36%, a tanto ammonta la rivalutazione implicita delle partecipazioni delle fondazioni bancarie socie della banca guidata da Mustier: quella di Cariverona in particolare ora vale circa 716 milioni di euro, quella di Crt una quarantina di milioni in meno (678 milioni). Ancora più soddisfatti possono dirsi gli azionisti di Intesa Sanpaolo: il titolo della banca guidata da Carlo Messina nell’ultimo anno ha infatti recuperato quasi il 54%. Così ora la partecipazione di Compagnia di San Paolo vale 5,24 miliardi di euro, mentre quella di Fondazione Cariplo (4,68%) vale poco più di 2,48 miliardi.

Giuseppe Guzzetti
 

Merito anche del fatto che, rispetto al 2007, le partecipazioni delle due fondazioni non si sono assottigliate, anzi: Compagnia di San Paolo pesava il 7,95%, quasi 2 punti in meno di oggi, Cariplo oscillava sul 4,67%, sostanzialmente in linea coi valori attuali. Che Intesa Sanpaolo sia rimasta in questi undici anni una banca con unamigliore qualità del credito è stato l’elemento che ha fatto la differenza anche rispetto ad altre situazioni, come nel caso di Mps, dove Fondazione Montepaschi è passata dal 56% allo 0,1% del capitale (pari a un controvalore di soli 4 milioni o poco più), piuttosto che di Banca Carige, la cui Fondazione è passata dal 46,6% del 2007 ad appena lo 0,07% del capitale post ricapitalizzazione (per un controvalore di neppure 330 mila euro).

Essere riusciti a conservare una partecipazione decente nel capitale di banche risanate ha consentito e consentirà di godere dei benefici dell’opera di ristrutturazione intrapresa dal management anche in termini di dividendi. Intesa Sanpaolo, come noto, ha distribuito 10 miliardi di euro di dividendi, crescenti, ai propri soci nel quadriennio 2014-2017 (1,2 miliardi a valere sugli utili 2014, 2,4 miliardi sul 2015, 3 miliardi sul 2016 e 3,4 miliardi sul 2017), di cui quasi un miliardo sono dunque finiti in tasca alla Compagnia di San Paolo e poco meno della metà a Fondazione Cariplo. 

Unicredit, per contro, dopo perdite miliardarie nel 2013 ha distribuito 700 milioni quali “script dividend” (dividendi rappresentati da nuovi titoli, ndr) sia nel 2014, a fronte di un utile di 2 miliardi, sia nel 2015 (1,69 miliardi di utile), mentre nel 2016 il dividendo è rimasto sospeso e solo nel 2017 si è tornati ad un dividendo in contanti (sarà pari al 20% dell’utile netto rettificato) che dovrebbe risultare pari a 1,7-1,8 miliardi. In tutto a Fondazione Cariverona dovrebbero essere dunque andati tra titoli e dividendi in contanti l’equivalente di 57 milioni circa, a Fondazione Crt poco più di 53 milioni: rispetto all’era ante-crisi poco più di noccioline, ma in entrambi i casi decine di volte multipli di quanto rimasto in mano alle consorelle senesi e genovesi. (Luca Spoldi Affariitaliani)

Amazon, Buffett, JPMorgan affrontano la sanità pubblica e si fanno la loro “sanità’ privata”.

 

Amazon, Warren Buffett e JPMorgan stanno formando una nuova società per affrontare i costi dell’assistenza sanitaria dei propri dipendenti, inviando quote di aziende sanitarie in netta diminuzione in tutto il settore, nonostante la vaga natura dell’annuncio.

Martedì scorso, Jeff Bezos di Amazon ha dichiarato che, insieme a Buffet e JPMorgan, tenterebbe di migliorare l’assistenza sanitaria per centinaia di migliaia di dipendenti e, eventualmente, per il paese.Berkshire Hathaway Inc.

Ci sono stati pochi dettagli e le persone coinvolte hanno affermato che il progetto è nella fase iniziale della pianificazione.

“I costi in mongolfiera di (assistenza sanitaria) agiscono come una tenia affamata sull’economia americana”, ha detto Buffett, il capo del Berkshire Hathaway, in una dichiarazione preparata. “Il nostro gruppo non arriva a questo problema con le risposte, ma non lo accettiamo come inevitabile”.

La nuova società sarà indipendente e “libera da incentivi e vincoli a scopo di lucro”. Le aziende hanno affermato che l’attenzione iniziale della nuova impresa sarà sulla tecnologia che fornisce assistenza “semplificata, di alta qualità e trasparente”.

Non è chiaro se l’obiettivo finale sia quello di andare oltre Amazon, Buffett’s Berkshire Hathaway e JPMorgan. Tuttavia, il presidente e CEO di JPMorgan, Jaimie Dimon, ha dichiarato: “il nostro obiettivo è creare soluzioni a beneficio dei dipendenti statunitensi, delle loro famiglie e, potenzialmente, di tutti gli americani”.

La potenziale interruzione di tre rinomati innovatori nel campo della tecnologia e della finanza ha provocato un’onda d’urto nel settore dell’assistenza sanitaria, cancellando miliardi di capitalizzazione di mercato in pochi secondi.

Sei delle prime dieci società con una significativa diminuzione delle azioni dell’indice Standard & Poor’s 500 erano aziende sanitarie. Quasi tutte le aziende nel campo della salute erano in ritiro martedì.

JP Morgan logo

L’esigenza di una soluzione alle crisi sanitarie negli Stati Uniti è intensa. Con circa 151 milioni di persone non anziane, la copertura sponsorizzata dal datore di lavoro è la maggior parte del mercato delle assicurazioni sanitarie degli Stati Uniti.

I costi dell’assistenza sanitaria per le aziende di solito aumentano più rapidamente dell’inflazione e consumano porzioni maggiori dei loro budget. Gli americani sono impantanati in un sistema confuso che crea un mix di prezzi nello stesso mercato per la stessa procedura o farmaco e non offre un percorso facile per trovare l’offerta migliore.

L’aumento dei costi dell’assistenza sanitaria ha trascinato le aziende statunitensi, grandi e piccole, e i dipendenti sentono sempre più questo dolore. I datori di lavoro hanno aumentato le franchigie e altre spese per i dipendenti, il che significa meno potere di spesa per quasi tutti gli americani.

Solo il 50 percento delle aziende con tre a 49 impiegati ha offerto la copertura l’anno scorso, secondo la non-profit Kaiser Family Foundation. Questo è in calo dal 66% in più rispetto a un decennio fa. Il Federal Affordable Care Act richiede a tutte le aziende con 50 o più dipendenti a tempo pieno di offrirlo.Warren Buffett Sprechi 120103155738

 

Amazon, Berkshire e JP Morgan affermano di poter portare la loro scala e le “competenze complementari” a quella che descrivono come una campagna a lungo termine.

L’ingresso di Amazon nel mercato della salute è stato percepito come imminente, anche se la società non aveva annunciato nulla di pubblico.

È stato osservato molto da vicino a Wall Street, che ha visto l’Amazon interrompere numerose industrie che vanno dalle librerie alle catene di abbigliamento.

Amazon, che per la maggior parte vendeva libri quando è stata fondata più di 20 anni fa, ha radicalmente modificato il modo in cui le persone acquistano pannolini, giocattoli o asciugamani di carta. Più recentemente ha fatto ribaltare il settore alimentare, spendendo 14 miliardi di dollari l’anno scorso per Whole Foods Market Inc.(

Amazon, JPMorgan, Berkshire creano una nuova compagnia di assistenza sanitaria

The Amazon logo is displayed at the Nasdaq MarketSite in New York's Times Square. | AP Photo

Le aziende non hanno detto se il progetto si sarebbe espanso oltre Amazon, Berkshire o JP Morgan.

La nuova società sarà indipendente e “libera da incentivi e vincoli a scopo di lucro”.

Amazon si sta immergendo in assistenza sanitaria, collaborando con Berkshire Hathaway di Warren Buffett e la banca newyorkese JPMorgan Chase, per creare una società che aiuti i loro dipendenti statunitensi a trovare cure di qualità “a costi ragionevoli”.

I leader di ogni azienda, Jeff Bezos di Amazon, Buffet e Jamie Dimon di JPMorgan, hanno offerto pochi dettagli martedì e hanno affermato che il progetto è nella fase iniziale della pianificazione.

 

“I costi in mongolfiera di (assistenza sanitaria) agiscono come una tenia affamata sull’economia americana”, ha detto Buffett in una dichiarazione preparata. “Il nostro gruppo non arriva a questo problema con le risposte, ma non lo accettiamo come inevitabile”.

La nuova società sarà indipendente e “libera da incentivi e vincoli a scopo di lucro”. Le aziende hanno affermato che l’attenzione iniziale della nuova impresa sarà sulla tecnologia che fornisce assistenza “semplificata, di alta qualità e trasparente”.

Non è chiaro se l’obiettivo finale sia quello di espandere l’ambizioso progetto al di là di Amazon, Berkshire o JPMorgan. Tuttavia, Dimon di JPMorgan ha dichiarato martedì che “il nostro obiettivo è creare soluzioni a beneficio dei nostri dipendenti statunitensi, delle loro famiglie e, potenzialmente, di tutti gli americani”.

Le azioni delle aziende sanitarie hanno avuto un grande successo nelle prime negoziazioni di martedì, suggerendo la minaccia della nuova entità sul modo in cui l’assistenza sanitaria è pagata e consegnata negli Stati Uniti

Prima della campanella di apertura, otto dei dieci declinatori più importanti dell’indice Standard & Poor’s 500 erano aziende sanitarie.

 

L’esigenza di una soluzione alle crisi sanitarie negli Stati Uniti è intensa. Con circa 151 milioni di persone non anziane, la copertura sponsorizzata dal datore di lavoro è la maggior parte del mercato delle assicurazioni sanitarie degli Stati Uniti.

I costi dell’assistenza sanitaria per le aziende di solito aumentano più rapidamente dell’inflazione e consumano porzioni maggiori dei loro budget. Gli americani sono impantanati in un sistema confuso che crea un mix di prezzi nello stesso mercato per la stessa procedura o farmaco e non offre un percorso facile per trovare l’offerta migliore.

I datori di lavoro hanno aumentato le franchigie e altre spese per i dipendenti e le loro famiglie per dissipare i costi, che ha colpito duramente gli americani.

Solo il 50 percento delle aziende con tre a 49 impiegati ha offerto la copertura l’anno scorso, secondo la non-profit Kaiser Family Foundation. Questo è in calo dal 66% in più rispetto a un decennio fa. Il Federal Affordable Care Act richiede a tutte le aziende con 50 o più dipendenti a tempo pieno di offrirlo.

Amazon, Berkshire e JP Morgan affermano di poter portare la loro scala e le “competenze complementari” a quella che descrivono come una campagna a lungo termine.

L’ingresso di Amazon nel mercato della salute è stato percepito come imminente, anche se la società non aveva annunciato nulla di pubblico.

È stato osservato da vicino a Wall Street, che ha visto l’Ambar distruggere numerose industrie, dai rivenditori di libri alle catene di abbigliamento e di elettronica.

Amazon, che per la maggior parte vendeva libri quando è stata fondata più di 20 anni fa, ha radicalmente modificato il modo in cui le persone acquistano pannolini, giocattoli o asciugamani di carta. Più recentemente ha fatto ribaltare il settore alimentare, spendendo 14 miliardi di dollari l’anno scorso per Whole Foods Market Inc.(Di THE ASSOCIATED PRESS)

 

 

MI-JENA METTE LE MANI NELLE TASCHE DEGLI ITALIANI – L’INCHIESTA DELLA GABANELLI: ‘A CHE SERVE IL CONTANTE? RIUSCIRANNO LE BANCHE CENTRALI A ELIMINARE LA MONETA E TRASFORMARE TUTTI I PAGAMENTI IN TRANSAZIONI TRACCIABILI?’ – SOPRATTUTTO: NON È CHE UNA VOLTA CHE AVREMO ELIMINATO I CONTANTI, ARRIVERANNO I BITCOIN A GARANTIRE LE TRANSAZIONI IN NERO, MA SOLO AI PIÙ RICCHI E TECNOLOGICAMENTE ESPERTI?

VIDEO:

http://www.corriere.it/dataroom-milena-gabanelli/perche-pagare-contanti-non-conviene-nessuno/a7458654-02b5-11e8-b05c-ecfd90fad4de-va.shtml?refresh_ce-cp

  

Milena Gabanelli per DATAROOOM – www.corriere.it

A cosa serve il contante?

milena gabanelli (2)MILENA GABANELLI (2)

Il signor Marvin Goodfriend è un professore americano esperto in politica monetaria che detesta il contante. Il suo approccio ai bigliettoni conta, perché Trump lo ha appena nominato nel Board della Federal Reserve, dove resterà per 14 anni, se il Senato conferma il mandato. Secondo lui, se si ripresenta una crisi economica, la Fed dovrà applicare tassi di interesse un bel po’ sotto lo zero, per spingere la gente a spendere i propri soldi o investirli in qualcosa, in modo da far ripartire la crescita e l’occupazione. La reazione della gente però sarebbe quella di andarseli a prendere in banca per metterli sotto al materasso.

Goodfriend, per non rendere conveniente accumulare contante ha in mente diverse misure: la prima è quella di abolire il cartaceo; la seconda è una penalizzazione al momento del prelievo in banca dei contanti, commisurata agli eventuali tassi di interesse negativi fissati dalla banca centrale. Terzo: rimpiazzare la moneta cartacea con una moneta elettronica, e cioè una sorta di bancomat emesso dalla banca centrale, che però richiede ingenti investimenti nell’infrastruttura bancaria e nei sistemi di pagamento.

 

CONTANTICONTANTI

L’argomento ovviamente è molto controverso, ma non c’è dubbio che qualche idea in caso di una prossima recessione le banche centrali dovranno farsela venire visto che gli strumenti normalmente usati potrebbero non essere sufficienti per affrontare le nuove sfide. Con i tassi di interesse così bassi, gran parte del risparmio privo di rischio è sterile, non rende nulla. Forse non sono più i tempi in cui chi ha i conti gonfi può decidere di tenerli fermi, mentre l’altra metà della popolazione cerca un lavoro che non c’è. Spingere ad investire (in titoli di Stato, grandi o piccole aziende o start up) può essere utile a creare per tutti un mondo un po’ più prospero.

contanti europaCONTANTI EUROPA

Attenzione ai rischi però: scacciato dai conti correnti, il denaro potrebbe invece muoversi verso la prossima bolla speculativa piuttosto che l’economia reale. L’abolizione del contante dovrebbe avere inoltre altri grandi benefici: diminuzione della evasione fiscale, criminalità e corruzione, tre fenomeni che amano l’anonimato garantito dal contante. Stanno nascendo però altri strumenti efficaci per muovere soldi senza metterci la faccia: vedi le valute digitali più opache dei Bitcoin, non tracciabili in nessun caso.

I mali italiani: evasione, corruzione, sommerso

Secondo Ocse, Unione europea, Agenzia delle Entrate, Tax Research e Transparency, siamo un Paese molto corrotto, e tutte le inchieste legate al mondo degli appalti dimostrano che la tangente viaggia sotto forma di bigliettoni. Di contanti vive lo spaccio di droga, il contrabbando di petrolio e della merce contraffatta. Scoraggiarne l’uso quindi è un dovere, se non altro perché si ostacolano le attività illecite e si contribuisce ad una società più giusta. Anche se tutti pagassero le tasse sarebbe un mondo più equo.

russo in contantiRUSSO IN CONTANTI

Il tema ci riguarda perché in Europa noi siamo i migliori evasori. I numeri esatti non si conoscono, parliamo di stime, e quelle a ribasso, secondo il Ministero dell’Economia e delle Finanze si aggirano sui 101 miliardi di euro l’anno di mancato incasso. Ragion per cui chi le tasse le paga, paga caro. Siamo primi nell’economia sommersa, formata da centinaia di attività: dall’avvocato al medico, dal meccanico al parrucchiere, dall’estetista all’idraulico, dal commerciante al libero professionista. Un’economia che vive di contante, stimata dall’Istat in 208 miliardi su cui non è stato versato un euro di tasse. Una capillare e minuziosa evasione che noi cittadini potremmo ostacolare semplicemente cambiando abitudini, e iniziando a pagare tutto con bancomat, carta di credito, bonifico, assegni o uno dei tanti mezzi tracciabili. Rinunciare a quello sconticino occulto vuol dire fare del bene all’economia nel suo complesso. 

Come si riduce la filiera del sommerso

LA FINE DEL CONTANTELA FINE DEL CONTANTE

Il Governo Renzi ha inspiegabilmente alzato il tetto all’uso del contante, permettendo pagamenti cash fino a 3.000 euro. Così continuiamo ad essere il Paese europeo che lo utilizza di più come forma di pagamento. Andrebbe certamente meglio se lo Stato obbligasse le banche ad applicare a tutti, e non solo alla grande distribuzione, commissioni non superiori all’1,3%, percentuale paragonabile ai costi di gestione del contante. Sulle commissioni non c’è trasparenza e i piccoli negozi arrivano a pagare fino al 3.5%. Il Governo avrebbe dovuto intervenire su questo e non sul tetto all’uso del contante. Ma dovrebbe ridurre la filiera del sommerso mediante norme che rendano più conveniente pagare 100 euro con fattura, che non 80 senza.

 

ventaglio di contantiVENTAGLIO DI CONTANTI

L’illegalità potrebbe diminuire anche nel mondo del lavoro. Nel 2017 su 141.920 imprese ispezionate, sono emersi 88.865 lavoratori irregolari (+13,5% rispetto al 2015), e 43.048 lavoratori completamente «in nero» (+3,6%). Sia gli irregolari che i lavoratori in nero sono pagati in contanti, il che significa: niente entrate fiscali, niente contributi versati.

Succede nel settore delle costruzioni, commercio all’ingrosso, dettaglio, ristorazione, servizi di informazione, finanziari, assicurativi, immobiliari, attività professionali, istruzione, sanità, assistenza sociale, attività di servizi. Sarebbero misure semplici per cominciare a recuperare un po’ di fiscalità da quei 208 miliardi, per investirla in crescita.

Chi c’è dietro una carta online?

water contanti rich kid russiWATER CONTANTI RICH KID RUSSI

Invece la nostra propensione ad usare i bigliettoni al posto di bancomat, carte, assegni o bonifici, ha spinto quei settori che di solito il contante non lo usano, come l’e-commerce, a inventarsi metodi alternativi e non tracciabili. Amazon si sta attrezzando: ordini e ti registri con il nome che vuoi, e poi vai dal tabaccaio dove acquisti una carta ricaricabile ed effettui il pagamento attraverso SisalPay.

Perfino CartaFreccia di Trenitalia ti manda a casa carte ricaricabili fino a 2.500 euro. Anche qui basta andare dal tabaccaio e dargli i soldi in contanti. Perché le autorità di vigilanza ammettono questa procedura, quando a monte non c’è nessuna adeguata verifica che il titolare della Carta realmente corrisponda? Nell’incuria generale il rilascio delle carte online si sta moltiplicando, con modalità esattamente opposte a ciò che persegue la legge, che dice: «Conosci il tuo cliente», ovvero verifica «de visu».

In conclusione, ben venga la moneta elettronica, purché sia tracciabile. Ben vengano pure i tassi di interesse negativi, laddove dovessero contribuire ad una maggiore occupazione, poiché il mondo, oltre che prospero, deve essere anche giusto ed equo.(dagospia.com)

 

Compagnia San Paolo, tempi più lunghi per ridurre quota Intesa

Accordo con il Mef: approccio graduale per ridurre il peso della partecipazione, altri 2-3 anni.

 
 

Si allungano i termini entro cui la Compagnia di San Paolo dovrà ridurre l’esposizione a Intesa Sanpaolo, di cui è il principale azionista con l’8,252% del capitale. 

A riferirlo è stato lo stesso segretario generale della Compagnia, Pietro Gastaldo, a margine della presentazione delle linee programmatiche 2018 della Fondazione. “Abbiamo definito con il Mef un approccio graduale per ridurre il peso della partecipazione della Compagnia in Intesa Sanpaolo a un terzo del patrimonio. La nuova scadenza è più lunga di quella fissata che era aprile 2018, ora abbiamo un orizzonte pluriennale di due tre anni”, ha detto Gastaldo. 

Lo scorso ottobre, nel solco di questo impegno, la Compagnia di San Paolo aveva ceduto tramite un collocamento accelerato (accelerated bookbuilding) 150 milioni di titoli della Cà de Sass>, pari allo 0,946% del capitale. Ai valori di Borsa di quel periodo il pacchetto corrispondeva a circa 436 milioni di euro.

“In Compagnia – ha sottolineato Gastaldo – abbiamo tutti apprezzato che il Mef abbia aperto questo orizzonte pluriennale perché questo rende il processo ordinato e graduale. Continuiamo a essere un azionista molto attento, siamo comunque il primo azionista”. Il Mef, ha spiegato, “ci ha scritto all’inizio dell’anno per comunicarci questa proroga che noi avevamo chiesto e che è stata decisa applicando i criteri correttivi nell’ambito dei principi generali del protocollo Acri-Mef. (Finanzareport)

COSA COSTRUISCI? DEBITI! – ESPLODE LA CRISI DELLE GRANDI. LE BIG HANNO OLTRE TRE MILIARDI DI DEBITI. E LO STATO NON PAGA – CONDOTTE HA AVVIATO LA PROCEDURA DI CONCORDATO IN BIANCO – IL RUOLO DELLE AZIENDE PICCOLE CHE SONO STATE COOPTATE RICEVENDO GARANZIE DALLA PARTE SUPERIORE DELLA FILIERA (È IL CASO DELLA BRACCIANTI SRL)

Gianluca De Maio per la Verità

 

condotte spaCONDOTTE SPA

La crisi delle grandi opere sembra essere esplosa nella sua interezza. Il settore delle costruzioni nel suo complesso può ormai vantare un record dal sapore amaro. Le big del comparto assieme hanno oltre tre miliardi di debiti.

 

Astaldi dovrà rafforzare il capitale con una manovra da circa 400 milioni. Trevi, a sua volta, cerca circa 300 milioni da iniettare, Grandi lavori Fincosit segna un ritorno sugli investimenti negativo per il 4%. I numeri sono stati forniti recentemente dal Sole 24 Ore.

 

salini costruttoriSALINI COSTRUTTORI

A ciò si aggiunge che Condotte ha avviato la procedura di concordato in bianco, dandosi tre mesi di tempo per decidere il proprio futuro. Al di là di Impregilo-Salini, il cui rapporto tra indebitamento e margine lordo rimane intorno a quota uno, le altre aziende viaggiano su una proporzione che parte da tre e arriva a valere addirittura dieci volte tanto.

 

Lo scorso anno il nostro Paese, a differenza di altre nazioni europee, ha previsto per le imprese in difficoltà o in concordato la possibilità di rimanere in gara e continuare a partecipare ai percorsi d’ appalto. Da un lato una garanzia e un salvagente. Chiudere i rubinetti significherebbe far peggiorare ulteriormente la situazione. Dall’ altro però il rischio è di creare un effetto a catena che porterebbe a un domino vero e proprio.

 

FINCOSITFINCOSIT

Il caso di Condotte spiega magistralmente la delicatezza del fenomeno italiano. L’ azienda ha un debito che si avvicina ai due miliardi di euro. Il patrimonio supera di poco i 200 milioni. Da qui la necessità di rivolgersi al tribunale di Roma che la scorsa settimana ha prontamente nominato tre commissari.

 

Spulciando più in profondità i numeri, si può vedere che la metà del fatturato è prodotto in Italia. Lo Stato deve a Condotte addirittura 900 milioni e a sua volta l’ azienda è impegnata verso le banche per 800 milioni di euro. Lo scorso dicembre i vertici del colosso hanno constatato «la grave situazione economico finanziaria e ha dato mandato a banca Rothschild di presentare un piano finalizzato all’ ottenimento di finanza in bonis e di finanza protetta».

 

ALESSANDRO MAZZI - FINCOSITALESSANDRO MAZZI – FINCOSIT

In poche parole, al termine dei 120 giorni, si apriranno tre strade possibili. La prima prevede la creazione di una newco che porterebbe con sé dipendenti e commesse. Nella bad company rimarrebbero i debiti, mentre ai commissari andrebbero i proventi della vendita della newco a una terza parte. Con questi soldi si pagherebbero i debiti o parte di essi.

 

La domanda di concordato in bianco lascia anche aperta la possibilità di un cosiddetto 182 bis, dal nome dell’ articolo della legge fallimentare. Si tratterebbe di ristrutturare i debiti e ripartire con liquidità fresca. All’ interno di questa stessa seconda strada, le banche potrebbero chiedere anche di spacchettare il debito.

Appoggiandosi all’ articolo 67 le banche e l’ azienda potrebbero ottenere una sorta di esenzione dalla revocatoria.

 

In pratica alcune controllate otterrebbero un canale privilegiato. Un modo per mettere benzina nei singoli motori del colosso, quelli in grado di ricominciare da subito a correre.

MARCO BRACCIANTIMARCO BRACCIANTI

Resta il timore di una terza strada che si chiama liquidazione e porterebbe alla chiusura del colosso. Con tutto ciò che ne consegue. Tutti i ragionamenti teorici hanno in ogni caso impatti pratici sulla vita quotidiana dei cittadini europei e soprattutto italiani. Condotte ha da poco portato a casa una gara in Polonia. Nel Nord del Paese il governo di Varsavia prevede per 77 milioni di euro la costruzione di tratto di superstrada che nel complesso dovrà collegare Berlino a Minsk.

 

In Italia l’ azienda romana partecipa alla gara per lo sviluppo dell’ ospedale di Cisanello, a due passi da Pisa. Si tratta di un mega lavoro da 430 milioni di euro. Di cui 247 per le opere e circa 183 per la gestione e la manutenzione.

 

In tutto si tratterà di 632 posti letto, con specializzazioni in terapia intensiva e neonatologia. Lo scorso undici settembre sono state aperte le buste amministrative, ma non sono state comunicate le compagini ammesse alla competizione. Il presidente della Regione Toscana, Enrico Rossi, da cui è scaturita la gara, assieme al Comune di Pisa, a fine 2017 ha confermato di essere allo step finale del procedimento.

Braccianti srlBRACCIANTI SRL

 

«Alla ripresa dei lavori, alla Befana, saremo pronti per l’ aggiudicazione della gara d’ appalto per l’ ospedale di Cisanello», ha spiegato Rossi. «Sull’ opera lavoriamo ormai da diversi anni, dal 2000 in poi. La cosa importante è che questo prevede anche che chi farà le offerte dovrà intervenire sulla parte vecchia degli ospedali, l’ attuale Santa Chiara, vicino alla torre, vicino a Piazza dei Miracoli, e penso dunque che questo sia un progetto complessivo di riqualificazione».

Un polo fondamentale per tutta la Toscana.

 

La compagine guidata da Condotte con la controllata Inso è considerata tra le papabili per know how e per la filiera che rappresenta. Se una volta assegnata la gara l’ esito del concordato finisse male che accadrebbe all’ ospedale di Pisa? Esistono le altre aziende mandanti che partecipanti all’ intera filiera. Ma la catena è complessa e – ad esempio – nel caso specifico partecipano aziende piccole che sono state cooptate ricevendo garanzie dalla parte superiore della filiera (è il caso della Braccianti srl).

 

Costruzione di un tunnel in BrasileCOSTRUZIONE DI UN TUNNEL IN BRASILE

La legge consente giustamente di inserire elementi più piccoli magari vicini al territorio, ma da valutare, in questo momento, è la situazione complessiva dell’ intero sistema delle costruzioni. Come sempre il problema è a monte. E si chiama Stato. Se il pubblico non paga e le banche non possono più garantire, a rischio non ci sono solo i posti di lavoro dei grandi colossi ma l’ intero schema delle infrastrutture italiane. Se il pubblico non versa il dovuto e non salda i debiti, ospedali, strade e ponti ritarderanno ulteriormente. E l’ Italia non può permetterselo.(dagospia.com)

 

 

Bando intercettazioni, dietro le bocciature della procura di Milano

Trasparenza, sicurezza e affidabilità scarse. Con registrazioni scaricabili anche fuori dai server giudiziari. Ecco perché otto società su 15 sono state escluse. Il dossier di Greco.

Un’azienda su due di quelle che hanno partecipato al bando della procura di Milano per l’accreditamento alla fornitura di servizi sulle intercettazioni telefoniche, ambientali e telematiche sono state bocciate. Impresentabili. Su 15 società otto non hanno i requisiti minimi richiesti. Lo ha messo nero su bianco il procuratore capo di Milano Francesco Greco in una nota del novembre 2017. A saltare subito all’occhio, almeno tra gli addetti ai lavori, sono sicuramente due tra le società più attive nel settore: Area e Ips.

REGISTRAZIONI SU COMPUTER OFFLINE. La prima si trova al momento sotto inchiesta per aver custodito in archivio «le tracce informatiche relative a una enorme quantità di conversazioni telefoniche/ambientali/telematiche». La circostanza, citata da Greco, si riferisce a una serie di intercettazioni di vari procedimenti che sono state ritrovate non solo sui server interni della procura, come da contratto, ma pure sui computer offline della stessa società.

MANCANO I REQUISITI DI FIDUCIA. Da un anno la procura di Milano sta approfondendo i fatti per accertare il rispetto dei termini del contratto tra l’azienda e i suoi interlocutori istituzionali e che quelle intercettazioni non abbiano preso altre vie. Con le registrazioni fuori dal server il pericolo è che si possa intervenire e scaricarle su altri dispositivi senza che la procura si accorga di nulla. Le indagini, dirette dal pm Piero Basilone, sono state avviate per accesso abusivo a sistema informatico. Per Greco mancano dunque «i necessari requisiti di fiducia per affidarle dati di tale riservatezza».

Fuori anche la società Esitel per aver acconsentito a deviare i dati sensibili/riservati delle intercettazioni fuori dagli ambienti stabiliti per legge

Un altro leader di settore e attivo come Area anche nel campo della sorveglianza è Ips, azienda con base operativa a Latina ma con una «compagine societaria opaca» dal momento che, scrive Greco nella sua nota di esclusione, «il controllo della società è esercitato tramite una catena di partecipazioni che si dipana su tre livelli, in cima alla quale vi è una società fiduciaria». 

CHIARO DIFETTO DI TRASPARENZA. Qui «mancando il mandato fiduciario non vi è certezza sui soggetti fisici che agiscono alle spalle di tali schermi societari». Dunque, conclude il procuratore capo di Milano, «difetta il necessario requisito della trasparenza».

RISCHIO DI UNA RETE AGGIUNTIVA. Fuori anche la società Esitel per aver «acconsentito a deviare i dati sensibili/riservati tratti dalle intercettazioni in corso fuori dagli ambienti rigorosamente stabiliti per legge». Il riferimento è a un procedimento aperto e poi archiviato dalla procura di Brescia in cui però emergeva, scrive Greco attingendo dal decreto archiviazione, l’indiscutibile disponibilità dei suoi esponenti a «creare una inedita rete informatica aggiuntiva a quella ministeriale». Anche qui difetta «il necessario requisito di fiducia».

Greco 160414222137

Il procuratore capo di Milano Francesco Greco.

Ci sono altre aziende come Csh, Multicom o Record Unit che invece, annota il procuratore di Milano, non risultano sufficientemente solide dal punto di vista patrimoniale, hanno rilevanti contenziosi con il fisco o che risultano di costituzione troppo recente e con apporto di mano d’opera troppo modesto per poter svolgere i servizi richiesti.

SOCIETÀ CON OPACITÀ FINANZIARIE. Poi la S&F Surveillance Forensics che, scrive Greco, «ha già un capitale sociale contenuto, un volume d’affari trascurabile e un reddito modesto, ed è amministrata da un soggetto che non ha presentato dichiarazioni dei redditi recenti; dal che», conclude Greco, «è lecito dubitare che sia l’effettivo titolare dei poteri gestori con conseguente impossibilità da parte della procura della Repubblica di sapere con chi ha veramente a che fare».

Quella di Greco è una tagliola dettata dal caso delle intercettazioni ritrovate sui computer della dipendente della società Area al di fuori dei server della procura

Dunque su 15 sono soltanto otto le promosse. Tra le escluse alcune società che storicamente hanno rifornito dei propri servizi le procure di mezza Italia. Una tagliola, quella di Greco, dettata dal caso delle intercettazioni ritrovate sui computer della dipendente della società Area al di fuori dei server della procura.

DIALOGO APERTO FRA LE ISTITUZIONI. La vicenda ha coinvolto le inchieste, secondo quello che risulta al momento a Lettera43.it, di circa un centinaio di magistrati da Nord a Sud del Paese. Un caso che ha aperto pure un dialogo tra il garante della Privacy, il Consiglio superiore della magistratura (Csm) e il ministero della Giustizia con la Direzione generale per i servizi informativi automatizzati e da cui deriva il vaglio più severo dei procuratori nei confronti di aziende che vengono in possesso di dati sensibili e determinanti ai fini delle indagini penali. Aziende che devono assicurare «il massimo grado di onorabilità, sicurezza e affidabilità».(Luca Rinaldi Lettera43)

 

 

REINTRODURRE LA SCHIAVITÙ È UN’OPZIONE PER LA SOCIETÀ MODERNA? – LA PROVOCAZIONE SUL SITO DEL “SOLE 24 ORE”: “DI FATTO GIÀ OGGI, IN ITALIA, LE PARTITE IVA SONO SOTTOPOSTE A RISCHIO DI SCHIAVITÙ. NON HANNO GIORNI DI VACANZA PAGATI, NON HANNO MALATTIE PAGATE, NE’ CERTEZZE PER IL FUTURO. ALMENO NELL’ANTICA ROMA UNO SCHIAVO AVEVA DIRITTO A UN ALLOGGIO, CURE MEDICHE, VITTO E MOLTI RICEVEVANO FORMAZIONE…”

Enrico Verga per http://www.econopoly.ilsole24ore.com

 

vagone di schiavi 1910VAGONE DI SCHIAVI 1910

“Ogni progresso della civiltà è nato sulle spalle degli schiavi”, spiega il creatore di replicanti nella recente pellicola Blade Runner 2049. È solo fantascienza? No, è la semplice verità. Esistono vari fattori che stanno radicalmente mutando il rapporto uomo-lavoro: una crescente pressione sociale, una politica aziendale strutturata nell’esternalizzare tutto il possibile (ne parleremo tra poco) e una veloce digitalizzazione nell’industria (a svantaggio della forza lavoro umana, in molti settori).

 

Mi domando se non sarebbe opportuno rivalutare la schiavitù (nella sua interezza, non parlo solo di frustate) e considerare l’opportunità economica di reintrodurre tale soluzione contrattuale nell’economia moderna.

 

schiavi south carolina 1863SCHIAVI SOUTH CAROLINA 1863

La schiavitù è spesso vista con un’accezione negativa. Tuttavia si può notare come una larga parte della storia dell’umanità abbia visto regni, imperi e persino nazioni democratiche (con un sistema di elezioni popolari come gli stati americani) utilizzare gli schiavi per differenti mansioni e ruoli. L’abolizione della schiavitù è un fenomeno piuttosto recente. Poco più di due secoli. Tuttavia se sulla carta la schiavitù, nella sua accezione più brutale, è stata bandita, così non si può dire nei fatti. Con nomi differenti esiste e prolifera ancora in una buona parte del mondo.

 

Prima di entrare nel merito economico della discussione valutiamo un’opinione legale.

“Per la cultura giuridica delle istituzioni internazionali è a rischio di essere considerato in sostanza schiavitù più o meno qualsiasi rapporto di lavoro esuli dallo schema del contratto di impiego in un’azienda capitalistica a fronte di un salario, o magari dalla fornitura “free lance” di servizi puntuali da un individuo a chi occasionalmente ne voglia ingaggiare i servizi”, spiega Stefano Sutti, managing parter dello studio legale Sutti di Milano, uno tra i cinque studi legali più importanti del panorama italiano commerciale.

 

schiavi nel mississippi 1937SCHIAVI NEL MISSISSIPPI 1937

“Naturalmente, queste categorie mentali prescindono completamente dalla misura della retribuzione, che si ritiene sempre più comunemente debba essere determinata dal mercato. Nulla impedisce d’altronde che il mercato, grazie anche (localmente) ad un cartello spontaneo di datori di lavoro e (globalmente) alla concorrenza internazionale e al cosiddetto dumping sociale da parte di paesi dove comunque il costo della vita è molto inferiore, possa assestarsi al di sotto del livello del livello di sussistenza per il lavoratore interessato e le persone che da lui dipendano.

 

E se al primo problema hanno tradizionalmente fatto fronte (ma solo per i dipendenti) legislazione sociale e contrattazione collettiva, tali strumenti restano sostanzialmente spuntati rispetto, invece, alla globalizzazione.

 

Ora, in una realtà di mercato perfetto questo non pone particolari problemi al datore di lavoro che sia in grado di rimpiazzare prontamente le risorse umane di cui ha bisogno, ma lo disincentiva naturalmente ad investire nella loro sopravvivenza, sviluppo professionale, benessere, fedeltà.

schiavi ai lavori forzatiSCHIAVI AI LAVORI FORZATI

 

Al contrario, non solo nelle economie tradizionali il singolo lavoratore viene considerato un capitale da proteggere; ma viene tuttora considerato alla stessa stregua anche in società fortemente industrializzate come quella giapponese e di altre parti dell’Asia, dove la contrattualizzazione formale del rapporto secondo il modello occidentale ha fatto venir meno solo fino ad un certo punto il vincolo culturale di fedeltà reciproca che si stabilisce ai vari livelli all’interno di una comunità di lavoro stabile e delle unità produttive che lo compongono”.

 

Con questo panorama legale e contrattuale già si può evincere un potenziale scenario di schiavitù laddove non sia presente un contratto normato e ben strutturato. Di fatto si può suggerire che già oggi, in Italia, le partite IVA siano sottoposte a rischio di schiavitù.

Consideriamo le esternalizzazioni. Uno dei grandi successi della società moderna, capitalista e liberista (in pratica i discendenti di Friedman), è l’esternalizzazione dei costi spinta all’estremo.

 

il corpo carbonizzato di uno schiavo nel 1916IL CORPO CARBONIZZATO DI UNO SCHIAVO NEL 1916

Dalla fabbrica di tessuti che scarica nel fiume vicino i liquami, alla centrale di energia che pompa acqua dal vicino lago, depauperando la riserva idrica utile per l’agricoltura o il consumo umano. Dei danni ambientali da esternalizzazione vale la pena dedicare un’analisi a parte, ma consideriamo le esternalizzazioni umane.

 

Focalizziamoci sulle partite IVA. Diversi milioni di Italiani ne sono felici (per così dire) possessori. Il leitmotiv è che sono imprenditori di se stessi. Un termine, quello di imprenditore, che già di per sé suscita (o dovrebbe suscitare) il pensiero di un futuro radioso, una sfida dell’individuo alla continua crescita economica e alla perfetta integrazione tra libertà civili ed economiche.

 

bimbi minatori congolesiBIMBI MINATORI CONGOLESI

In vero non è certo un segreto che molte partite IVA sono né più né meno finte. Capita che l’azienda, per rendere più “fluida” la sua gestione delle risorse umane, chieda (evento molto raro come si può immaginare) ai suoi dipendenti di licenziarsi. In seguito chiederà loro di aprire una partita Iva e lavorare come consulenti per l’azienda stessa, svolgendo le stesse mansioni. Tuttavia in questo virtuoso percorso di emancipazione dell’individuo dall’azienda, vengono cancellati tutti i benefici che un contratto garantiva.

 

Le partite IVA infatti non hanno giorni di vacanza pagati, non hanno malattie pagate, i costi degli strumenti elettronici (cellulare, computer) sono a loro carico. Non vi sono certezze per il futuro, e il costo-ora tende, a volte, a decrescere (rispetto alla precedente posizione di impiegato assunto). Non si dimentichi inoltre il costo della tassazione, che viene ad aumentare. Sulle spalle del fortunato possessore della partita IVA pesano inoltre un eventuale mutuo o affitto, cibo, costi sanitari etc..

schiavituSCHIAVITU

 

Se le partite IVA sono avventurosi e impavidi imprenditori in potenza, non si dimentichi altri contratti come quelli a zero ore. Anche in questo caso su chiamata, con ovvi vantaggi per l’azienda appaltante, minori benefici osservabili (oltre ad un elevato livello di stress e ansia) per il contrattato.

 

Perché, quindi, non si può valutare, nei programmi politici delle incombenti elezioni, una proposta di legge per re-instaurare l’istituto della schiavitù? Fatti due conti veloci alcuni milioni di neo-schiavi potrebbero essere interessati ad un programma che possa migliorare le loro condizioni.

 

bambini schiavi in eritreaBAMBINI SCHIAVI IN ERITREA

Bene inteso non si propone certo un regime di frustate, violenza, o pasto per i leoni. Consideriamo alcune società straniere che già oggi danno una serie di benefici: casa pagata, ticket pranzo, copertura sanitaria, servizio di lavanderia etc.. sono tutti benefit che permettono al padrone (pardon, all’azienda) di tenere vicini a se gli impiegati. Di recente un nuovo percorso di esternalizzazione (spesso descritto come benefit) ha preso piede, nelle aziende: si invitano i propri dipendenti a lavorare dal rispettivo domicilio. Indubbiamente vi sono vantaggi per chi ha una famiglia, ci si potrebbe domandare se tali scelte non hanno vantaggi anche per le aziende.

 

partite iva 1PARTITE IVA 1

Con tutte queste esternalizzazioni che la società privata pratica, e che vengono, di fatto, scaricate spesso sui budget statali (dalle crescenti sindrome nervose che pesano sul budget del ministero della Salute ai rischi di esodati) ci si può domandare se, per molti cittadini, non sarebbe opportuno diventare schiavi.

 

Consideriamo alcuni vantaggi prendendo, ad esempio, come matrice di partenza l’impero romano. Uno schiavo aveva diritto a un alloggio, cure mediche, vitto. Molti schiavi ricevevano formazione. Anche oggi i costi della formazione coperti dal padrone sono sicuramente un asset per il dipendente-schiavo.

 

PARTITE IVAPARTITE IVA

Ovviamente lo schiavo dovrà concedere la sua totale disponibilità. Tuttavia non si suggerisce la presenza di catene o collari di proprietà come nell’impero romano.

In vero, a ben guardare, le catene sono già oggi disponibili e largamente diffuse. Il cellulare che le aziende generosamente donano ai propri dipendenti sono di fatto catene virtuali. Autorizzano (formalmente o informalmente) l’azienda ad avere accesso al dipendente in qualunque momento, sia con mail messaggi o telefonate. Le catene quindi esistono, e sono sempre presenti nella vita quotidiana.

 

Se assumiamo che gli aspetti negativi dello schiavismo (sfruttamento, incertezza per quanto riguarda il proprio futuro, mancanza di libertà) sono già di fatto presenti in una larga parte della classe lavoratrice, mi domando se non sarebbe un vantaggio per la comunità e lo stato se le grandi aziende non si facessero carico di un contratto di schiavismo. Dopo tutto la libertà non è per tutti. O no? (dagospia.com)

 

Perché Matteo Renzi è il più odiato d’Italia

Aveva promesso la rivoluzione. E invece hanno prevalso i vecchi metodi: raccomandazioni, conflitti d’interesse, rapporti con i poteri forti. Così l’ex golden boy affonda nei sondaggi. Insieme al Pd. Diagnosi di una parabola.

Perché Matteo Renzi è il più odiato d'Italia

Quando Matteo Renzi ha mostrato alle telecamere di Matrix l’estratto conto da 15.859 euro per dimostrare che non si è arricchito durante il premierato, alcuni suoi collaboratori si sono messi le mani davanti agli occhi. «Non sono un traffichino», ha aggiunto il segretario del Pd sventolando i fogli. «Se vuoi fare soldi vai nelle banche d’affari, non fai politica».

L’excusatio non petita ha mostrato con chiarezza, a poco più di un mese dalle elezioni del 4 marzo, qual è il timore maggiore di Renzi: quello di essere ormai percepito da una fetta crescente dell’opinione pubblica come un “traffichino” appunto, il capo di una banda intenta, più che a governare il Paese, a curare i propri interessi e quelli degli amici degli amici. E così, nonostante le precisazioni e i distinguo, se negli ultimi rilevamenti il partito è precipitato intorno a un terrificante 22 per cento (ben sotto la quota della non-vittoria che nel 2013 costò a Pier Luigi Bersani la poltrona al Nazareno), anche il consenso personale di Renzi è sceso a un misero 23 per cento. E il sondaggista Nicola Piepoli sostiene che oltre due terzi degli italiani non lo vogliono vedere neanche dipinto.

Matteo è diventato in pochi mesi il leader politico meno amato d’Italia, dietro pure a Salvini e a Di Maio, più odiato persino del pregiudicato e redivivo Silvio Berlusconi. Dato ancor più significativo se confrontato con quello del premier Paolo Gentiloni che, pur a capo di un governo identico a quello di Renzi, oggi gode dall’alto di un gradimento del 100 per cento più alto rispetto a quello del suo segretario.

Risalire la china non sarà facile. Perché le promesse e gli elenchi delle cose fatte (che pure non sono poche) non sembrano scalfire il convincimento negativo dell’elettorato. Nell’ultimo mese la “questione renziana” è sbucata fuori un giorno sì e un giorno anche. Prima con l’audizione dell’ex amministratore delegato di Unicredit Federico Ghizzoni dello scorso 20 dicembre su Banca Etruria. Poi per colpa di un’imbarazzante mail al banchiere da parte dell’amico fraterno di Matteo Marco Carrai. Infine con la pubblicazione di un’intercettazione di Carlo De Benedetti (presidente onorario del Gruppo Gedi, di cui L’Espresso fa parte), in cui Renzi sembrava agevolare gli investimenti – la procura di Roma ha già chiesto l’archiviazione – di un editore di primissimo piano.
«I renziani sono supini alle lobby e all’establishment», cantano in coro le opposizioni e gli antipatizzanti sui social. L’ansia, al Nazareno, è aumentata a dismisura dopo l’analisi approfondita degli ultimi trend sui collegi uninominali: il Pd rischia di venire massacrato al Nord dalla destra e al Sud dai grillini.

VEDI ANCHE:

WEB-jpg

I “Renzomandati”: così muore la meritocrazia

Renzi aveva promesso rottamazione e «l’arrivo dei migliori». Invece nelle Spa pubbliche ha nominato raccomandati di ferro, amici senza curriculum, manager privi di laurea. Spuntano anche i rapporti tra il nuovo presidente della Cassa Depositi e Prestiti con Luigi Bisignani. E l’incarico a uno dei finanziatori della fondazione del premier

Solo Toscana ed Emilia (e il listino proporzionale bloccato) garantiranno un posto al sole nel prossimo Parlamento. Nella guerra civile per le candidature tra correnti nel Pd, per il segretario piazzare i suoi non è stato affatto un’operazione semplice: fino all’ultimo Luca Lotti e altri fedelissimi (come Giuliano Da Empoli, l’economista Tommaso Nannicini, il tesoriere Francesco Bonifazi, i parlamentari Ernesto Carbone e Gennaro Migliore) hanno ballato tra un collegio sicuro e i listini bloccati. E soprattutto il destino di una big come Maria Elena Boschi, la preferita di Matteo, è stato a lungo incerto. La vicenda Etruria l’ha costretta a girovagare tra la Toscana, Ercolano (che è un collegio amico) e l’Alto Adige. «Il problema», sospirano dal Pd, «è che non la vuole nessuno. Con lei in lista si perdono un sacco di voti».

Cos’è dunque successo al giovin rottamatore che meno di quattro anni fa portava il Pd a superare il 40 per cento alle europee e da meno di un anno trionfatore delle primarie? Come mai i successi indiscutibili sui diritti civili e la ripresa economica certificata dall’Istat e dall’Ocse non hanno fatto breccia nell’opinione pubblica, nemmeno tra chi ha sempre votato centrosinistra? Com’è possibile che persino il decreto sui sacchetti biodegradabili a pagamento abbia generato tonnellate di indignazione popolare contro il segretario dem, costretto a difendersi per giorni dalla fake news secondo cui la decisione sarebbe stata presa «per favorire una produttrice di bioplastiche cugina di Renzi»?

L’origine dello scontento anti-Matteo ha radici profonde. E poggia sulla sfilza di errori imputabili alla sua leadership. Che ha deluso non solo Sergio Marchionne, ma anche tanti altri supporter stanchi dello spread crescente tra le parole e i fatti.

L’ex sindaco fiorentino aveva conquistato prima il Pd e poi i palazzi romani con la promessa di una rivoluzione radicale, di una rottamazione non solo degli anziani leader del partito ma anche dei vecchi metodi della politica italiana. «Metteremo sulle poltrone di comando i più bravi in modo da far ripartire il paese. L’Italia con me sarà un posto dove trovi lavoro se conosci qualcosa, non se conosci qualcuno!», s’impegnò Renzi nel 2012. E poi: «La meritocrazia è l’unica medicina per la politica, per l’impresa, per la ricerca, per la pubblica amministrazione. Gli amici degli amici se ne faranno una ragione», proclamò nel 2014, appena scippata la poltrona ad Enrico Letta.
Ma, evidenze alla mano, il toscano il rinnovamento non l’ha mai davvero realizzato. Al contrario. Invece di basarsi sul merito ha selezionato la nuova classe dirigente del partito e della sua amministrazione con i soliti metodi. Fondati sulla cooptazione, sulle relazioni personali e amicali, sulle spartizioni partitocratiche e la mediazione – ça va sans dire – con gli immarcescibili potentati.

VEDI ANCHE:

Appena arrivato al vertice, Renzi ha in primis occupato molte poltrone con leopoldini, fiorentini e vecchi sodali. La lista è lunghissima, possiamo solo riassumerla: l’amico tributarista Ernesto Ruffini è diventato prima ad di Equitalia e poi, qualche mese fa, numero uno dell’Agenzia delle Entrate. Marco Seracini, commercialista di Matteo, già revisore del comune di Rignano e presidente del collegio sindacale della Leopolda, è stato preso nel collegio sindacale dell’Eni. Lapo Pistelli è stato mandato alla vicepresidenza del colosso energetico mentre era viceministro degli Esteri. Il coordinatore della campagna delle primarie del 2012, l’ingegnere elettrotecnico Roberto Reggi, piazzato inizialmente come sottosegretario all’Istruzione, è stato poi deviato all’agenzia del Demanio, dove non si occupa né di scuola né di elettronica, ma di patrimonio immobiliare. Ma il suo stipendio è lievitato a 240 mila euro l’anno.

Anche nei palazzi romani la strategia è stata identica: invece del merito, Renzi ha prediletto il rapporto personale. Giovanni Palumbo, ad esempio, è stato assunto nella segreteria tecnica. Seguiva Renzi dai tempi della Provincia di Firenze, quando era stato chiamato dal suo capo senza avere i titoli necessari (cioè una laurea). Anche Antonella Manzione è stata prelevata, a 207 mila euro l’anno, dal gruppo dei compagni toscani: ex capo dei vigili urbani di Firenze, autrice del romanzo “Martina va alla guerra” e seminarista sul tema “Disturbo della quiete pubblica”, Matteo ha voluto lei, e solo lei, nel delicatissimo ruolo di capo del dipartimento per gli Affari giuridici e legislativi della presidenza del Consiglio. Non c’era nessun altro in grado di affrontare decreti e provvedimenti di legge? Pare di no. Prima di andar via da Palazzo Chigi nel dicembre 2016, Renzi le ha fatto l’ultimo regalo, nominandola consigliere di Stato.

Un paracadute che Maria Elena Boschi ha offerto anche al suo collaboratore (indubbiamente preparato, ma sconfitto con lei nella battaglia referendaria), il segretario generale di Palazzo Chigi Paolo Aquilanti. Una nomina prestigiosa e remunerativa che, secondo accuse recenti del M5S, potrebbe ora ottenere anche un’altra strettissima collaboratrice di Boschi, il dirigente del dipartimento per le Riforme Carla Ciuffetti.
Delle polemiche politiche il capo del Pd se n’è sempre infischiato. Spiegando che “così fan tutti”, e che lui sceglieva «sempre tra i più bravi». Il leader però ha sottovalutato l’impatto mediatico di promozioni discutibili, come quella del suo spin doctor personale Guelfo Guelfi a membro del cda Rai. O come quella di Gabriele Beni, produttore di scarpe e soprattutto finanziatore della fondazione renziana Open con 45 mila euro, diventato vicepresidente di Ismea, l’Istituto di servizi per il mercato agricolo alimentare controllato dal ministro piddino Maurizio Martina.

VEDI ANCHE:

ESPRESSOOCCHIB-20160526101615530-jpg

Tutti gli affari dell’avvocato di Renzi

Sconosciuto e riservato, Alberto Bianchi è diventato uno degli uomini più potenti d’Italia. Ecco le sue consulenze da centinaia di migliaia di euro con aziende pubbliche controllate dal governo

Ma ad aver causato i danni politici e d’immagine più gravi sono state proprio le mosse dei membri di Open, cuore del potere renziano. Dove siedono Boschi, Lotti e Carrai. Oltre al presidente, Alberto Bianchi,  avvocato personale e consigliere di Renzi. Tutti originari della Toscana: tra Laterina, Empoli, Pistoia e Rignano sull’Arno. Tutti coinvolti in scandali politici e giudiziari. Tutti, nonostante tutto, ancora oggi tenacemente difesi da Matteo.
Boschi, anche se non è mai stata indagata, è colei che ha creato maggior imbarazzo al partito e contribuito in modo determinante al buco nero nel consenso. Per gli osservatori le sue responsabilità sono due. Da un lato la disastrosa sconfitta al referendum del 4 dicembre 2016 (il ministro per le Riforme, architetta del riordino costituzionale bocciato dagli italiani, invece di uscire di scena come aveva giurato è stata addirittura promossa nel nuovo governo Gentiloni). Dall’altro, Boschi e Renzi pagano il comportamento della ministra durante la crisi di Banca Etruria.

E le ultime settimane, a causa delle clamorose audizioni alla commissione parlamentare d’inchiesta sulle banche voluta dallo stesso Pd, sono state fatali. Gli italiani già sapevano che il padre della Boschi era indagato e che quando era vicepresidente dell’istituto usava frequentare massoni e faccendieri come Flavio Carboni per chiedere consigli e pareri. Ma – come accennato sopra – lo scorso 20 dicembre hanno avuto anche conferma definitiva dall’ex amministratore di Unicredit Federico Ghizzoni che Maria Elena le aveva davvero chiesto di «valutare, nel 2014, l’acquisizione o un intervento su Banca Etruria». Esattamente come aveva scritto Ferruccio De Bortoli lo scorso maggio, notizia smentita da Maria Elena con forza e sprezzo. «La richiesta avvenne durante un colloquio cordiale», ha aggiunto Ghizzoni, «non avvertii pressioni da parte della Boschi». De Bortoli, però mai aveva parlato di «pressioni», ma solo dell’evidente conflitto di interessi di un ministro potente ma non competente (le banche sono questioni riguardanti il dicastero dell’Economia) di chiedere «una possibile acquisizione» dell’istituto tanto caro alla famiglia dell’allora ministra. Oltre al fatto in sé, è stata la gestione mediatica della vicenda a lasciare sbigottiti pezzi del partito e del popolo della sinistra: la Boschi, evidenze alla mano, sembra infatti aver pubblicamente mentito. O, quanto meno, sembra essere stata reticente. La volontà di Renzi di proteggerla ad ogni costo, prima impuntandosi per la sua promozione nel governo Gentiloni poi ricandidandola alle politiche, non sembra aiutare il recupero del consenso smarrito. E neppure candidare nel centrosinistra il capo della commissione banche, l’ex alleato di Berlusconi Pier Ferdinando Casini, è sembrata un’idea geniale.

Anche il rapporto personale con Marco Carrai ha creato più di un problema al segretario. Sponsorizzato a fine nel 2015 dall’ex premier per un incarico a Palazzo Chigi come responsabile della cyber sicurezza, s’è presto scoperto che “Marchino” qualche mese prima aveva fondato la Cys4. Una spa che avrebbe potuto mirare ai futuri appalti banditi dal governo dopo la creazione del nucleo per la sicurezza cibernetica.
Il trasferimento di Carrai a Roma è stato così stoppato dalle polemiche sui conflitti di interessi. Ma l’amico ventennale è tornato sulle prime pagine dei giornali un mese fa, quando Ghizzoni ha rivelato che anche lui, attraverso una email, aveva chiesto delucidazioni su Etruria. «Ciao Federico», aveva scritto l’imprenditore nel gennaio 2015, «solo per dirti che su Etruria mi è stato chiesto di sollecitarti, se possibile e nel rispetto dei ruoli, per una risposta». A che titolo il renziano “sollecitava” l’ad di Unicredit? «Ero solo consulente di un cliente privato interessato a Banca Del Vecchio, controllata da Etruria», s’è giustificato Carrai, «Renzi non sapeva niente, e se in quella banca c’era il padre della Boschi a me non interessava nulla. Non sono un politico e non appartengo a nessun partito. Non mi cibo di questi banchetti mediatici».

Sarà. Ma se Carrai sembra spesso dimenticare di essere seduto nel board dell’ente che raccoglie denaro per Renzi e la Leopolda, qualcuno ha pure notato, forse con malizia, che le aziende dell’imprenditore di Greve in Chianti abbiano preso il volo proprio durante l’ascesa politica di Renzi. In primis la Cmc Labs, società che tra il 2013 e il 2015 ha in effetti quadruplicato il fatturato e aumentato l’utile di 30 volte.
Tra i business del 2015, come risulta a L’Espresso, spunta anche un affare tra un’altra azienda di Carrai e di suo fratello Stefano, la Cgnal spa, e l’Unicredit di Ghizzoni. A febbraio di quell’anno, qualche settimana dopo aver mandato la mail su Etruria, la banca milanese firmò con la spa di Marchino una ricca commessa per “profilare” al meglio i big data dei clienti dell’istituto. La collaborazione tra Ghizzoni e l’amico dell’allora premier è durata solo otto mesi, e non fu rinnovata. Anche perché Unicredit è proprietaria al 100 per cento di Ubis, una delle più grandi realtà europee di information management: non si capisce come mai Ghizzoni abbia affidato un contratto alla piccola società di Carrai, nata appena due mesi prima.

La sensazione di parte dell’elettorato è che Renzi e parte del Giglio magico abbiano dunque creato a Palazzo Chigi, come ai tempi di D’Alema e dei capitani coraggiosi di Roberto Colaninno, una specie di merchant bank: che forse parla anche un po’ d’inglese, ma con un forte accento fiorentino. Una percezione forse eccessiva, ma che di certo si è diffusa anche per colpa delle scelte di Matteo. Se ogni politico ha il diritto di chiamare al suo fianco uomini fidati, Renzi ha scelto troppo spesso non tra i più capaci d’Italia, come ha sottolineato Ezio Mauro su Repubblica, ma «tra i più bravi di Rignano». La speranza di proteggere la sua leadership attraverso una rete di fedelissimi s’è così trasformata in un groviglio di relazioni, in cui ora la sua leadership rischia di rimanere impiccata.

Renzi Pierino by Edo Baraldi

Il caso Consip ha cementato questa impressione diffusa: al netto delle gravissime accuse che la procura rivolge ai carabinieri del Noe sui falsi fabbricati ad hoc per incastrare il babbo di Matteo, il manager – anche lui toscano – Luigi Marroni (chiamato dal governo Renzi a guidare la stazione appaltante dello Stato) ha parlato ai pm di «pressioni e ricatti» da parte di Tiziano Renzi e del suo sodale Carlo Russo. Obiettivo: condizionare l’assegnazione di alcune ricchissime commesse pubbliche. I pm romani hanno iscritto l’illustre parente per traffico di influenze illecite. E anche Lotti, l’altro “fratello gemello” di Matteo, è indagato nella stessa inchiesta: l’accusa dei magistrati è quella di aver rivelato l’esistenza dell’inchiesta allo stesso Marroni, complicando il lavoro degli inquirenti.

La Consip non ha portato fortuna nemmeno al presidente di Open, l’avvocato Alberto Bianchi (piazzato anche nel cda dell’Enel): L’Espresso ha scoperto che ha ottenuto dalla società pubblica consulenze per quasi 350 mila euro.

«Addosso a me pm e giornalisti possono indagare all’infinito, non mi troveranno attaccato nemmeno un centesimo», ribadisce Renzi, che si sente ingiustamente accerchiato. Eppure, ai più sembra che le congreghe amicali e familistiche interessate al potere, agli appalti e al denaro e non al bene del Paese abbiano davvero azzoppato una carriera politica che aveva il vento in poppa. Alle critiche il segretario resta allergico. E nemmeno di fronte al rischio imminente di un disastro elettorale sembra voler cambiare passo. (Emilio Fittipaldi L’Espresso)

Cattolica: a Buffett la Spa non interessa nulla, dice l’Ad Minali

Il ceo della compagnia precisa le sue strategie all’indomani della presentazione del piano. Titolo resta debole in Borsa.

Warren Buffett

Warren Buffett
 

Cattolica Assicurazioni va a caccia di un rimbalzo in Borsa all’indomani di un piano industriale improntato alla crescita dei premi e a una storica apertura ai fondiLe linee guida avevano dapprima convinto il mercato, con decisi acquisti sul titolo, ma poi nel finale hanno prevalso forti realizzi e le azioni del gruppo assicurativo sono arrivate a cedere il 5%. 

L’amministratore delegato Alberto Minali ha colto un’ulteriore occasione per spiegare il suo piano nel corso di un’intervista, spiegando che al grande investitore Warren Buffett, sbarcato a sorpresa nell’azionariato lo scorso ottobre con una quota del 9%, la trasformazione in Spa non interessa affatto. 

Il titolo stamani resta comunque nel mirino delle prese di beneficio, tenuto conto anche che ha corso molto negli ultimi mesi proprio grazie all’interesse concreto mostrato da Buffett. Cattolica alle 10,37 cede lo 0,8% a 10,02 euro. A questi livelli comunque il titolo è cresciuto nell’ultimo anno di quasi il 70% e dell’11% nell’ultimo mese. 

La trasformazione in Spa “non è mai stata all’ordine del giorno. Non credo nelle rivoluzioni: abbiamo bisogno di un percorso evolutivo veloce ma graduale. Con questa riforma facciamo un grande passo in avanti”, ha detto Minali in un’intervista alla Stampa, escludendo che la mancata trasformazione in Spa possa deludere il nuovo primo socio, Warren Buffett che tramite la Berkshire Hathaway ha scommesso sul gruppo assicurativo veronese. “Anzitutto – ha spiegato Minali – perché dalla sua società non ne hanno mai parlato né hanno mai subordinato l’investimento a trasformazioni di sorta: è materia che non è stata mai discussa. Con Berkshire Hathaway abbiamo un rapporto importante ma di natura legata al business perché sono all’interno del nostro panel di riassicuratori. Ci consultiamo nello sviluppo dei prodotti. Per il resto non hanno chiesto niente, neppure di diventare soci: sono solo azionisti. Né chiedono posti in consiglio”, ha concluso. (finanza report)

Banche venete, domani esce Viola

Tra poche ore diventano efficaci le dimissioni dall’incarico di commissario. Concluse numerose cessioni, il banchiere ritiene di aver portato a termine l’incarico affidatogli da Tesoro e Bankitalia.

 

Si conclude tra poche ore una delle pagine della controversa storia delle banche popolari venete. Fabrizio Viola non sarà più il commissario di Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca salvate dallo Stato con l’ausilio di Intesa Sanpaolo. 

Domani diventeranno, infatti, efficaci le dimissioni presentate la scorsa settimana al Ministero del Tesoro e alla Banca d’Italia. L’uscita di Viola sancisce il completamento dell’incarico affidatogli nei mesi scorsi per dismettere gli ultimi business in bonis non passati sotto il controllo di Intesa Sanpaolo. 

Nelle ultime settimane sono stati raggiunti accordi per la cessione del 71,6% di Banca Intermobiliare ad Attestor, del 70,7% di Farbanca e Cefc, del 9% di Cattolica alla Berkshire Hathaway di Warren Buffett. Restano ancora da cedere Pestinuova, Claris e il 39,8% di Arca Sgr, gli asset immobiliari e le opere d’arte, ma si tratta sostanzialmente di partite di minor spessore e complessità rispetto alle altre dimissioni. 

Il più è comunque fatto visto che il contratto di cessione di 18 miliardi di sofferenze e incagli alla Sga del Tesoro è ormai prossimo al perfezionamento dopo la firma del relativo decreto ministeriale. 

Dunque Viola ha portato a termine il grosso del suo lavoro sul fronte della gestione degli attivi e ora avrebbe intenzione di lasciare a persone più competenti la gestione del passivo per dedicarsi ad altre esperienze professionali, probabilmente meno complicate di quelle degli ultimi anni, passati tra le difficoltà di Mps prima e quelle delle due popolari venete dopo. (rosario murgida finanza report)

NOI PAGHIAMO LE TASSE COSÌ CHE LE POVERE MULTINAZIONALI NON DEBBANO FARLO – LE ELUSIONI FISCALI DI APPLE, FACEBOOK, AMAZON, GOOGLE E NIKE VALGONO 627 MILIARDI L’ANNO DI IMPONIBILE SOTTRATTO. E I TRE GRANDI PARADISI FISCALI NON SONO ISOLETTE CARAIBICHE, MA I NOSTRI ‘AMICI’ DELL’UNIONE EUROPEA OLANDA, LUSSEMBURGO E IRLANDA. DOVE APPLE NEL 2014 PAGAVA LO 0,005% DI TASSE SUI NOSTRI IPHONE DA 1000 EURO L’UNO

Federico Fubini per il ‘Corriere della Sera

 

PROTESTE PER LE POCHE TASSE PAGATE DA APPLEPROTESTE PER LE POCHE TASSE PAGATE DA APPLE

Distratti dall’ arrivo di Donald Trump, i manager presenti all’ ultimo Forum di Davos andrebbero perdonati nel caso si fossero persi un dettaglio: vale 627 miliardi di euro la base imponibile nascosta solo nel 2015 da poche grandi multinazionali al fisco di Paesi come Germania, Francia e Italia (e vari altri). In quell’ anno – uno fra i molti nei quali gli stessi fenomeni si ripetono – è di duecento miliardi di euro il gettito sottratto ai governi attraverso la rete dei paradisi fiscali. Per compensare l’ ammanco, hanno dunque dovuto versare più tasse i normali lavoratori dipendenti o autonomi, i pensionati e anche – attraverso l’ Iva sui beni di consumo – le persone i cui redditi sono così bassi da restare al di sotto delle soglie tassabili.

 

google tasseGOOGLE TASSE

Per l’ Italia, il trasferimento artificiale all’ estero dei ricavi alcune grandi multinazionali ha prodotto nel 2015 un’ erosione di quasi un quarto della base imponibile del prelievo sulle società: 7,4 miliardi di euro in tutto, una perdita di 0,5% del reddito nazionale sul 2015 che con ogni probabilità si sta riproducendo ogni anno. In media, i Paesi dell’ Unione Europea perdono così circa un quinto delle entrate alle quali avrebbero titolo dalle imprese.

 

Ma non va malamente allo stesso modo per tutti. I tre più grandi paradisi fiscali per le grandissime imprese non sono infatti annidati in qualche isola dei Caraibi o dell’ Oceano Pacifico. Al contrario, prosperano in gran parte indisturbati nel cuore della zona euro: Olanda, Lussemburgo e Irlanda sono tre piccoli Paesi – poco più del 6% della popolazione dell’ unione monetaria – ma rappresentano nel complesso quasi metà dell’ elusione fiscale internazionale delle grandi società. In gran parte questi tre Paesi operano in questo modo direttamente a danno degli altri, gli stessi con i quali condividono la moneta e severe regole di vigilanza sui bilanci pubblici.

LE TASSE DI APPLE E GOOGLELE TASSE DI APPLE E GOOGLE

 

L’ occasione per parlarne è arrivata qualche giorno fa, a Davos, in un incontro sui paradisi fiscali. È allora che sono stati presentati i risultati di uno studio pubblicato d*ue mesi fa da tre economisti: Thomas Tørsløv e Ludvig Wier dell’ Università di Copenaghen, insieme a Gabriel Zucman dell’ Università di California a Berkeley. I tre hanno appena portato a termine un lavoro da veri e propri detective del sistema di contabilità internazionale.

 

Il loro obiettivo era calcolare l’ impatto dell’ elusione da parte di grandi gruppi come Apple, Facebook, Amazon, Google-Alphabet o Nike. Non è un compito facile, che infatti sfugge in gran parte agli stessi governi. Risultano infatti invisibili molti degli spostamenti ad arte di utili dal Paese in cui sono stati realizzati a un Paese che offre aliquote effettive quasi a zero, in primo luogo perché vengono registrati come proventi da attività intangibili: brevetti, ricerca e sviluppo, importazione di servizi.

 

coltello nikeCOLTELLO NIKE

Non per niente, i tre studiosi notano alcuni paradossi nella contabilità di Nike, Facebook, Apple e Google. In ciascuno di questi gruppi, la somma dei profitti realizzati dalle società controllate – così come visibile nella banca dati Orbis di Bureau Van Dijk-Moody’ s – bizzarramente risulta pari a una frazione minima dei profitti consolidati globali. Il caso più estremo è Facebook, i cui profitti del 2015 sono di circa 11 miliardi di euro ma la somma dei ricavi tassabili di tutte le sussidiarie resta a zero.

 

Per individuare la reale situazione Tørsløv, Wier e Zucman cercano indizi nella quantità di ricavi tassabili in proporzione al monte-salari dei dipendenti in ogni dato Paese: i profitti trasferiti artificialmente infatti gonfiano il bilancio, ma non il numero dei dipendenti. I tre indagano anche per capire in quali Paesi risultano la quota di profitti in mano agli stranieri sia curiosamente fuori proporzione e studiano le comunicazioni (obbligatorie) a Eurostat di tutti i Paesi europei sulla contabilità aggregata delle imprese.

 

Alla fine vengono fuori conferme impressionanti sui soliti sospetti. Il Lussemburgo, con aliquote bassissime su una base imponibile tanto artificiale quanto sterminata, presenta profitti societari tassabili pari a sette volte le medie europee (in rapporto al monte-salari). Del tutto fuori linea anche Irlanda e Olanda. Questi tre Paesi nel 2015 pesano da soli per 293 miliardi di euro di base imponibile societaria sottratta al resto del mondo, più di cento miliardi ciascuna per Irlanda e Olanda.

fiscoFISCO

 

Poco importa che proprio il governo dell’ Aia sia stato in prima linea dall’ inizio della crisi nell’ esigere rigore di bilancio agli stessi Paesi ai quali nel frattempo sottraeva decine di miliardi di entrate fiscali. Ai grandi gruppi bastava registrare nei Paesi Bassi profitti realizzati nel resto d’ Europa sulla vendita di servizi definiti «intangibili», perché digitali. Questi ricavi fatti apparire in Olanda con aliquote quasi a zero sono così vasti che l’ avanzo estero del piccolo Paese sull’ estero (80 miliardi di dollari) si avvicina ormai a quello della Cina (120 miliardi).

 

Dell’ Irlanda era presente all’ incontro di Davos il ministro delle Finanze Paschal Donohoe. Davide Serra, il fondatore del fondo Algebris, gli ha presentato le proprie stime sulla contabilità dei rapporti di Dublino con l’ Unione Europea dal momento dell’ ingresso 40 anni fa: si contano 150 milioni di euro di trasferimenti netti dall’ Irlanda al resto d’ Europa, attraverso il bilancio comunitario; e 200 miliardi di elusione innescata da Dublino a danno degli altri Paesi.

 

OLANDAOLANDA

È celebre il caso di Apple, la cui aliquota effettiva ritagliata ad hoc era dello 0,005% nel 2014 (il gruppo di Cupertino di recente ha accettato una transazione). Meno noto invece il caso di Google, presentato da Serra a Davos. Nel 2015 il gruppo di Menlo Park ha realizzato ricavi per 22,6 miliardi in Europa, Medio Oriente e Africa. Tutte le entrate sono emerse contabilmente in Irlanda. Tuttavia, fra «diritti di proprietà intellettuale» pagati a altre controllate dello stesso gruppo e varie deduzioni, alla fine Google ha pagato solo 48 milioni di tasse all’ Irlanda e quasi zero a chiunque altro.

 

Si tratta un’ aliquota effettiva dello 0,2% sui redditi. Sono operazioni del genere, secondo i tre studiosi di Copenaghen e Berkeley, a produrre ormai distorsioni immense: due terzi dei profitti esteri delle multinazionali americane nel 2015 (e il 45% di quelle di tutto il mondo) slittano verso i paradisi fiscali. E sulle spalle dei contribuenti ordinari degli Stati Uniti e dell’ Europa pesano 60 miliardi di euro in più da pagare al posto di chi elude.(dagospia.com)

Processo Veneto Banca: ammesse le parti civili

GUP di Roma, 16 gennaio 2018
Avv. Vincenzo Cusumano, Ph.D student, Università degli Studi di Padova
 
 

Il caso

Con Ordinanza del 16.1.2018 il Giudice per l’Udienza Preliminare del Tribunale di Roma – dott. Ferri – ha ammesso la costituzione degli investitori come parte civile nel processo penale a carico degli ex amministratori.

Gli ex amministratori di Veneto Banca sono accusati dei reati di aggiotaggio (art. 2627 c.c.) e ostacolo all’esercizio delle funzioni delle autorità pubbliche di vigilanza (art. 2638 c.c.).

Il provvedimento si pone come particolarmente innovativo infatti non constano nel panorama giurisprudenziale recente altri provvedimenti di ammissione come parte civile del reato di cui all’art. 2638 c.c. (Ostacolo alle Autorità di Vigilanza).

Le difese degli imputati hanno chiesto l’esclusione delle parti civili per il reato di cui all’art. 2638 c.c. sulla scorta del fatto che l’interesse protetto dalla norma fosse il regolare funzionamento delle pubbliche autorità di vigilanza e che quindi gli unici soggetti legittimati a costituirsi fossero Consob e Banca d’Italia.

Le difese delle parti civili hanno invece sostenuto che vi fosse un nesso di causalità evidente tra la condotta di ostacolo alle Autorità e il danno subito dagli azionisti.

Il G.U.P., accogliendo la richiesta delle parti civili, ha ammesso la costituzione degli azionisti per tutti i capi di imputazione contestati.

In particolare si legge nell’ordinanza: “è certamente ravvisabile un meccanismo di derivazione causale nella produzione del danno, in ragione del doloso ostacolo alla vigilanza” , e ancora “la responsabilità per il danno derivante da reato comprende anche i danni mediati ed indiretti che sotituiscono effetti normali dell’illecito secondo il criterio della cosiddetta regolarità causale (Cass. Sez. II del 14.05.2010 n. 23046), che nel caso di specie appare ravvisabile visto che si procede per una serie di condotte illecite che nel loro complesso avrebbero avuto come conseguenza quella di diffondere all’esterno l’apparenza di una solidità patrimoniale dell’istituto diversa rispetto a quella effettiva e idonea a trarre in inganno i risparmiatori e gli investitori […]”

La questione

Pare opportuno soffermarsi sulla nota distinzione tra persona offesa da reato e danneggiato: il primo titolare dell’interesse protetto dalla norma incriminatrice, il secondo tutelato dal principio generale del neminem laedere estrinsecato negli art. 2043 e 2059 c.c..

Ciò che dal punto di vista penalistico viene identificato come reato, per quanto attiene l’azione civile – anche se esercitata nel processo penale – costituisce un fatto illecito.

Infatti le norme penali sostanziali e procedurali che ammettono l’esercizio dell’azione civile nel processo penale – l’art. 185 c.p. e 74 c.p.p. – si riferiscono esplicitamente a un danno civilisticamente inteso seppur generato da una condotta di reato.

E’ di tutta evidenza quindi che la clausola generale di cui all’art. 2043 c.c. renda risarcibili anche i danni generati da reato, e che gli artt. 185 c.p. e 74 c.p.p. siano esclusivamente norme che permettono l’esercizio dell’azione civile per responsabilità extracontrattuale – che già si sarebbe potuta esercitare in sede propria – anche in sede penale.

Ciò posto l’azione per il risarcimento del danno in sede penale spetta a chiunque abbia riportato un danno eziologicamente riferibile all’azione od omissione del soggetto attivo del reato (cfr. Cass. 13.1.2015, n 4380, rv. 262371; Cass. 4.11.2004, n. 7259, rv. 231210).

Gli elementi che quindi giustificano la costituzione di parte civile sono: la produzione di un danno ingiusto nella sfera giuridica e la derivazione eziologica di questo dalla condotta degli imputati. A nulla rilevando il bene giuridico tutelato dalla norma incriminatrice.

Il danno nel caso di specie è costituito dall’ingente perdita patrimoniale subita dagli investitori a seguito della decisione di investire in azioni BPVi e di non disinvestire. La condotta degli imputati, così come descritta nel capo di imputazione, consiste nell’aver occultato con mezzi fraudolenti, o comunque nell’aver taciuto, alle autorità di vigilanza circostanze che avrebbero condotto la stessa autorità a prendere urgenti e immediati provvedimenti nei confronti di BPVi.

L’intempestività dell’intervento delle Autorità di Vigilanza, causata dalle condotte descritta nel capo di imputazione, ha determinato la decisione degli azionisti di investire o non investire e il conseguente danno.

Infatti ai sensi dell’art. 41 c.p. (norma generale valevole in ambito penale e in ambito civile) ogni condizione è causa dell’evento con esclusione solo di quelle condotte che hanno determinato il prodursi dell’evento passando per fattori del tutto anomali o eccezionali.

Il concetto di eccezionalità va identificato secondo il criterio della causalità umana così come descritto dalla Cassazione come “percorso causale completamente atipico, anomalo ed eccezionale” (Cass. 4912/2010 e Cass 44093/2012). Pertanto la condotta è causa dell’evento quando, oltre ad essere condizione necessaria di questo, lo stesso evento costituisce uno sviluppo non eccezionale della condotta stessa, tramite una valutazione ex ante.

Anche il riferimento all’immediatezza del danno risulta non accettabile, essendo, ormai da tempo, la giurisprudenza (civile e penale) giunta a riconoscere responsabilità anche per i danni mediati e indiretti che costituiscono effetto non eccezionale dell’illecito (cfr. Cassazione penale, sez. V, 21/12/2016, n. 4701; Sez. II, 14 maggio 2010, n. 23046; Sez. VI, 2 dicembre 2014, n. 11295; Sez. II, 13 gennaio 2015, n. 4380).

D’altra parte, anche dottrina e giurisprudenza civile, hanno escluso l’interpretazione strettamente letterale dell’art. 1223 c.c. che limitava la risarcibilità del danno alle conseguenze immediate e dirette della condotta. È ormai assolutamente assodato che il concetto di conseguenza diretta e immediata sia stato sostituito dal concetto di conseguenza normale secondo un giudizio di prognosi postuma ex ante svolto al momento della condotta. Andranno quindi escluse sole quelle conseguenze eccezionali o straordinarie, quindi assolutamente eccentriche rispetto all’id quod plerumque accidit.

La giuriprudenza

Come detto, non constano sentenze che abbiano ammesso la costituzione di parte civile nel processo penale per il reato di cui all’art. 2638 c.c.. Si rinvengono però sentenze nel senso opposto, tra cui G.i.p., Tribunale di Milano, ordinanza 11.6.2010; Tribunale di Siena, ordinanza 26.9.2013, che fanno leva sul bene giuridico protetto dalla norma.

In tema di nesso di causalità si segnala: “In tema di risarcibilità dei danni conseguiti da fatto illecito (o da inadempimento, nell’ipotesi di responsabilità contrattuale) il nesso di causalità va inteso in modo da ricomprendere nel risarcimento anche i danni indiretti e mediati che si presentino come effetto normale secondo il principio della cd. regolarità causale. “(Cass. Civile, sez. III, 04/07/2006, n. 15274);

“Osserva questa Corte che, a parte la dibattuta questione se la norma di cui all’art. 1223 c.c. regoli il nesso di causalità giuridica, mentre il nesso di causalità materiale sia regolato esclusivamente dai principi di cui agli artt. 40 e 41 c.p., con conseguente distinzione tra causalità di fatto (contenuta nella struttura dell’illecito ed avente come referenti le predette norme penali) e causalità giuridica (contenuta nella struttura della valutazione del danno, di cui agli artt. 2056 – 1223 c.c.), sta di fatto che per giurisprudenza pacifica il criterio in base al quale sono risarcibili i danni conseguiti dal fatto illecito (o dall’inadempimento in tema di responsabilità contrattuale), deve intendersi, ai fini della sussistenza del nesso di causalità, in modo da comprendere nel risarcimento i danni indiretti e mediati, che si presentino come effetto normale, secondo il principio della c.d. regolarità causale” (Cass. Cassazione civile, sez. III, 21/12/2001, n. 16163);

“in tema di risarcibilità dei danni conseguiti da fatto illecito (o da inadempimento, nell’ipotesi di responsabilità contrattuale) il nesso di causalità va inteso in modo da ricomprendere nel risarcimento anche i danni indiretti e mediati che si presentino come effetto normale secondo il principio della cd. regolarità causale, con la conseguenza che, ai fini del sorgere dell’obbligazione di risarcimento, il rapporto fra illecito ed evento può anche non essere diretto ed immediato se, ferme restando le altre condizioni, il primo non si sarebbe verificato in assenza del secondo, sempre che, nel momento in cui si produce l’evento causante, le conseguenze dannose di esso non appaiono del tutto inverosimili (combinazione della teoria della “condicio sine qua non” con la teoria della “causalità adeguata”)” (Cassazione civile, sez. III, 09/05/2000, n. 5913)

Si veda inoltre – nel senso appena esposto – Cass. 6.3.1997, n. 2009; Cass. 10.11.1993, n. 11087; Cass. 11.1.1989, n. 65; Cass. 18.7.1987, n. 6325; Cass. 20.5.1986, n. 3353; Cass. 16.6.1984, n. 3609.

(Diritto Bancario.it)

Fra poco verrà fuori uno scandalo molto peggiore del Watergate negli USA, con Obama e Clan Clinton come imputati. E i media italiani tacciono. Le conseguenze per l’Italia

La faccio breve. Esiste una Corte in USA che si occupa dei politici, delle indagine politiche sia interne che esterne. Il nome richiama il controspionaggio contro entità estere ma la realtà è che tale legge, che si appoggia a Corti speciali giudiziarie per le varie autorizzazioni, serve per mettere la museruola a CIA ed FBI nelle loro attività di indagine interne (…). Le decisioni di tali Corti sono segrete e non divulgabili. Emerse qualcosa sulla stampa a seguito delle dichiarazioni di Edward Snowden relativamente al progetto Prism/NSA per collezionare dati privati massivi, nulla o poco più.

Bene, sempre facendola breve sembrerebbe – e dico sembrerebbe – che Donald J. Trump e il Dipartimento di Giustizia (tramite il comitato intelligence) siano venuti in possesso di un documento, un memo, che indica come il Presidente USA sia stato oggetto di abusi nelle indagini volute da Clinton ed Obama durante la campagna presidenziale, gettando ombre sinistre sul fatto che i dossier sulla sua ipotetica collusione col la Russia fossero effettivamente falsi e creati ad arte per deragliare la sua corsa alla Casa Bianca.

Come capite se fosse vero sarebbe uno scandalo ben peggiore del Watergate in quanto in questo caso ci sarebbe una unità di intenti di un intero sistema contro un candidato presidente non allineato. Un vero e proprio golpe possiamo dire.

Ora finalmente si voterà alla Camera dei deputati USA per desecretare tale memo. Chiaro, se venisse fatto ed il voto fosse favorevole lo scandalo sarebbe pubblico e probabilmente il partito Dem USA imploderebbe. Probabilmente una parte della popolazione si ribellerebbe allo status quo, in modo anche violento. Anche i militari potrebbero essere molto “arrabbiati”. Sta di fatto che il Clan democratico sta facendo di tutto perchè tale memo non venga desecretato.

Or dunque, se le prove venissero fuori certamente lo staff di Hillary Clinton rischierebbe l’arresto, altrettanto certamente Hillary, Obama e gli alti papaveri andrebbero sotto indagine.

Chiaro, per andare fino in fondo bisogna avere le persone giuste al posto giusto. E dopo un annetto Trump piano piano sta prendendo il controllo dell’FBI (che possiamo definirla la polizia politica americana, ricordiamo sempre che Al Capone venne arrestato per evasione fiscale dal dipartimento di giustizia, da cui l’FBI dipende – l’FBI fu creata per mettere fuori gioco l’oriundo Capone, che stava vincendo sull’autoctono Kennedy nel traffico dei liquori, parlo del papà di JFK, che diciamo proprio per via politica lo fece fuori, ndr -). Idem nella CIA, dove pian piano sono in corso epurazioni oltre che una stretta supervisione da parte degli apparati militari, i quali sembra stiano prendendo il sopravvento nell’organizzazione operativa (…). L’NSA è sempre stata invece in mano ai militari.

Se verrà smantellato il sistema obamiano di sospette intercettazioni segrete con indirizzo politico – le dimissioni di Andrew MacCabe di oggi, il vice di Wray all’FBI, sono un passo fondamentale – si potrà davvero avere un risanamento radicale. Se – quando – ciò succederà Trump avrà mano libera nelle sue scelte e soprattutto nelle sue politiche. Sono certo che la cosa andrà avanti ancora qualche mese per deflagrare appena prima delle elezioni Midterm: se il Senato a novembre prossimo passerà in mano netta dei Repubblicani il vero cambiamento sarà concluso e dunque tutte le politiche di Trump e dei suoi militari, ossia dei patrioti, prenderà piede. Ancora un pochino…

Le conseguenze di tutto questo sembra saranno più pesanti all’estero che negli USA. Là, la vittoria di Trump ha già indebolito l’establishment anziano, facendo presente che Trump è ancora vivo solo perchè evita accuratamente di farsi proteggere dai FBI e CIA, lui usa solo i militari (nessuno della stampa mainstream vi ha detto che a Davos il presidente USA ha pubblicamente ringraziato durante la sua intervista non solo il suo team ma anche i suoi valorosi generali!!!).

Or dunque, se come penso i dossier russi si dimostreranno in larghissima parte falsi, possiamo ipotizzare che ci sarà un occhio di favore di Putin a fare pulizia anche all’esterno dei clintoniani, il sistema obamiano aveva proprio il presidente russo come nemico in quanto era il modo elegante per uscire dalle bolle finanziarie dando la colpa ad uno che non c’entrava nulla, o qualcosa del genere. Ed all’ “esterno” – si sa – il sistema Obama fece danni enormi, ribaltando assetti geostrategici dati per scontati da 70 anni. Ad esempio, l’iper alleato USA Silvio Berlusconi venne buttato nella polvere con una operazione di destabilizzazione che parte (forse) dall’incidente di Viareggio, segue con L’Aquila (diciamo G7 valà) per poi far rientrare da Bagdad l’ambasciatore britannico e dargli il comando delle operazioni in Libya che hanno portato al disfacimento del paese ed alla morte di Ghddafi. I dossier sulle intercettazioni Berlusconiane, che NON esistono agli atti, sono stati lo strumento non molto dissimile da quello tentato in USa contro Trump – parlo del caso della culona inchiavabile, se non lo avete capito fa parte di un’operazione che solo il sistema USA poteva fare in Italia -. Chiaro, il Clan Clinton era a letto soprattutto con i francesi tra gli Europei (…), da qui l’interesse transalpino non tanto a togliere dalle scatole Berlusconi in quanto supposto nemico dei clintoniani (ossia di Putin, questa fu la scusa) ma piuttosto ci impossessarsi dell’Italia mettendo loro governanti al potere, e qui abbiamo spiegato la genesi non tanto del governo d’emergenza durante il piano di destabilizzazione di Mario Monti ma dei tre che sono seguiti, Letta, Renzi, Gentiloni. Chiaro, il PD è a letto coi francesi, che hanno fatto da trait d’union con l’apparato USA filo clintoniano.

Bene, se il sistema USA cambia e si rompe cadono anche i pezzi da 90 che hanno supportato Obama e Clinton nelle loro scorribande mondiali. Renzi ed il PD infatti senza il supporto esterno come da attese stanno implodendo e, credetemi, moriranno politicamente (in questo contesto per i privati cittadini pensare alla salute resta comunque un obbligo). Il passo successivo sarà l’eliminazione dei gangli sistemici a supporto di coloro che verranno tacciati del nuovo Watergate, parlo dei vari Soros ed oligarchi al seguito. Da lì al limare le unghie agli strumenti diciamo operativi sarà passo breve, parlo di Google e Facebook (…). Tutto tenderebbe alla norma, come è successo per 75 anni nel sistema sostenuto dai vari checks & balance. Se non fosse per una novità.

 

Appunto, il problema oggi è che Berlino e Parigi vogliono la loro contropartita promessa dagli USA di Obama, il controllo dell’EUropa, facendo leva su un asse di interessi – notate bene – non con la Russia, che resta un soggetto isolato, ma con la Cina, le cui policies sembrano vieppiù declinate alla bisogna in salsa franco-tedesca (accordo sul clima in primis). Letta meglio, l’asse EU sta facendo comunella con Pechino per sbattere fuori dall’EUropa gli States, assecondando in contropartita il mondo asiatico nella sua presa di potere nelle sfere di influenza pacifiche. L’intromissione soprattutto francese negli scenari medio-orientali  è una mera conseguenza. In questo contesto il globalismo è un mero strumento di potere o meglio, di interessata contrapposizione.

Il problema è che gli USA non vogliono concedere nulla soprattutto all’EUropa, con la Cina si vedrà. E dunque ecco spiegate le parole di Trump di sabato scorso, accuratamente taciute dalla stampa filo tedesca ormai imperante in Italia, “se l’Europa vorrà un a guerra (commerciale, speriamo non intendesse oltre) ce l’avrà”. Tradotto, Francia e Germania non vogliono più sottostare agli indirizzi USA. Qui sta il vero problema oggi. Semplice no?

Da qui la “particolare attenzione” verso l’Italia, dove sono concentrate basi americane e armi nucleari USA in EUropa: l’EU deve necessariamente tagliare il cordone ombelicale con gli USA, ossia deve far in modo di prendere il potere in Italia mettendo al governo sue persone, leggasi Letta, Renzi, Gentiloni. Dunque, per i fini di cui sopra, oggi per l’EU fare un accordo con Berlusconi è vitale: vedremo se verrà rispettato, certamente Putin premerà per, sì, stare dalla parte dell’EUropa intendo, la guerre est la guerre (con gli USA), sempre e comunque. Dall’altra gli USA vorranno il contrario, da qui lo scontro in arrivo.

L’arma “pulita” in mano a Washington per fare i propri interessi resta l’asso: ossia usare il dollaro debole per ridurre le importazioni USA, il resto verrà da solo a fronte dei 500 e passa miliardi di beni che gli USA comprano a credito nel mondo. Dove si vuole arrivare? Alla deflagrazione della crisi EUropea che purtroppo riguarderà in primo luogo l’Italia.

Mi spiego meglio: il dollaro a 1.24 significa giù oggi che la crescita del PIL in Italia a fine anno sarà pari a zero o leggermente negativa. Avete capito bene, ne abbiamo parlato QUI. Il crollo economico a termine non sarà colpa di Berlusconi o del nuovo governo, no, solo del dollaro debole. A tale punto la direzione tedesca – che NON sta facendo un governo perchè non vuole farlo, in un estremo tentativo di non dare bersagli a Trump e possibilmente indebolire la moneta unica – dovrà scegliere se ridurre la fonte della sua ricchezza asimmetrica, ossia l’austerità l’EUroimposta, leggasi tirare il cappio soprattutto all’Italia.

Se il Belpaese avrà un politico che vorrà diventare o semplicemente restare ricchissimo gli sarà permesso tutto, e dico davvero tutto (riabilitazione politica e personale, aprire una TV in Francia, una in Germania e via dicendo, mettere Bollorè in galera…). Se tale politico dovesse invece diventare un problema, beh, sarebbe lo scontro. Non confondetevi, dopo il 4 MArzo 2018 inizierà un nuovo periodo in Italia, la guerra per procura tra interessi USA e EUropei nel vostro Paese.

Alla fine la scelta italica sarà semplice: il prossimo governo sarà per annichilire il benessere del paese a vantaggio dei soliti noti mantenendo l’euro (modello EUropeo) o si sceglierà la sponda USA in grado di permettere crescita del PIL uscendo dalla moneta unica? E che ruolo giocheranno i servizi segreti stranieri in Italia? Ri-inizieranno gli attentati sul suolo patrio?

L’ignavia gioca contro al Belpaese: la mia previsione è che si tirerà a campare con un degrado lento ma progressivo, direi inesorabile.

Niente di buono aspetta l’Italia.

Fantomas Scenarieconomici