Rapporto Eurispes, gli italiani si fidano solo delle forze armate

RIMANE BASSO IL CONSENSO PER LA POLITICA, SOPRATTUTTO NELLE QUESTIONI ECONOMICHE E FINANZIARIE.

Gli italiani si fidano delle Istituzioni grazie a forze armate e polizia. E’ quanto emerge dal trentesimo rapporto Eurispes presentato il 30 gennaio 2018. Calo di consensi confermato, invece, per la politica e il governo in particolare, che ispira fiducia a 1 italiano su 5.

La fiducia degli italiani sul piano sicurezza passa dal 7,7% al 13%

La fiducia dei cittadini nei confronti del proprio Paese cresce dal 7,7% del 2017 all’attuale 13%.
Una lenta ripresa che si deve però alla percezione della sicurezza che hanno avuto negli ultimi anni grazie alle forze armateL’Arma dei Carabinieri ha raccolto il 69,4% dei consensi nel 2018 con una crescita del 10,8% rispetto allo scorso anno e la Polizia di Stato il 66,7% (+5% ). Per quanto riguarda la Guardia di Finanzaparliamo del 68,5% con una crescita di consensi del 8,6%.

Vigili del Fuoco indice di gradimento più alto

Per la prima volta è stato analizzato anche l’indice di gradimento sui Vigili del Fuoco che hanno ricevuto l’86,6% di consensi. Anche l’Esercito italiano ha registrato un’importante crescita passando dal 59,6% del 2017 al 70,4% di questo anno. Negli ultimissimi anni l’Europa è stata nella morsa dei terroristi e in questo clima di tensione e paura, fortemente sentito in Italia, l’indice di gradimento per il lavoro fatto dall’intelligence è alto, di fatto si è registrato il 65,4% dei consensi nel 2018.

La metà degli italiani pensa che Governo sia riuscito a tutelare l’immagine d’Italia all’estero

Se dal rapporto Eurispes emerge ancora una forte sfiducia nei confronti dello Stato per le questioni economiche e finanziarie, cresce la fiducia dei cittadini in merito alle gestione della criminalità e del terrorismo. Infatti, la metà degli italiani è convinto che il Governo sia riuscito a tutelare l’Italia e a tenere alta l’immagine dell’Italia all’estero. “Se letta attraverso i risultati in serie storica dal 2004 al 2018, l’indagine di quest’anno segnala un’interessante complessiva crescita del clima di fiducia nelle Istituzioni – si legge nel rapporto Eurispes – I dati mostrano un’inversione di tendenza in senso positivo che interessa tutte le Istituzioni, ma la fiducia continua a concentrarsi con maggiore intensità sulle Forze di Polizia, sulle Forze armate e sui servizi di intelligence”.(Eleonora Spadaro OFCSREPORT)

Il Governo ha la fiducia di 1 italiano su 5

Tuttavia le percentuali di gradimento rimangono ancora basse su molti fronti. Il Governo ha ottenuto la fiducia di 1 italiano su cinque (21,5%). E, nonostante il consenso nei confronti della magistratura sia cresciuto del 5,8%, ancora non supera il 40%. Per quanto riguarda il Parlamento, invece, gli italiani sfiduciati sono il 20% in meno del 2013, ma ciò nonostante ancora non raggiunge nemmeno il 23% dei consensi. “Il Paese si sente deluso, tradito da un Sistema che non riesce più a garantire crescita, stabilità, sicurezza economica e prospettive per il futuro”, spiega il rapporto.

“Il Sistema è, e lo sarà ancora per molti anni, fragile sotto molti punti di vista – ha dichiarato il presidente di Eurispes ,Gian Maria Fara – Beninteso però che fragile non vuol dire debole. Anzi, l’Italia ha molte frecce nel suo arco, enormi potenzialità ma ha grandi difficoltà a trasformare la sua potenza in energia”.

QUANTO DURA PROFUMO? – LEONARDO AFFONDA DEL 12% DOPO LA PRESENTAZIONE DEL PIANO STRATEGICO 2018-2022. LA CRESCITA AL RALLENTATORE E LE DIFFICOLTÀ DEL GRUPPO A INVERTIRE LA ROTTA DEPRIMONO LA BORSA – L’AZIENDA FA UTILI, MA NON ABBASTANZA PER UN MERCATO AFFAMATO DI RECORD E CONTI DOPATISSIMI…

LEONARDO: PROFUMO, CONVINCEREMO BORSA COI RISULTATI

 (ANSA) – Come convincere il mercato dopo il forte calo, a novembre e di nuovo oggi, in Borsa? “Consegnando i risultati che avremo ottenuto”, risponde l’A.d di Leonardo, Alessandro Profumo, dopo la reazione negativa per il titolo a Piazza Affari innescata dalla presentazione del piano industriale 2018-2022. “Il fatto che abbiamo dato delle guidance più basse delle attese faceva prevedere una reazione del mercato”, dice Profumo.

 

 

alessandro profumoALESSANDRO PROFUMO

Luca Fornovo per www.lastampa.it

 

La crescita media dei ricavi sarà del 5-6% fino al 2022, ma quest’anno il fatturato sarà ancora stabile e un’accelerazione ci sarà solo nel 2020. Mentre l’ebitda (margine operativo lordo) salirà in media dell’8-10%. Confermate poi le previsioni del 2017, incluso il profit warning (allarme sugli utili), lanciato a novembre. Nello stabilimento degli elicotteri a Vergiate (Varese), l’amministratore delegato Alessandro Profumo ha alzato il velo sul nuovo piano strategico 2018-2022 del gruppo. La crescita al rallentatore e le difficoltà del gruppo a invertire la rotta prima del 2020 non convincono Piazza Affari, dove il titolo Leonardo viene sospeso tre volte per eccesso di ribasso, arrivando a perdere fino al 12%. 

 

Lo stesso Profumo, classe 1957, approdato alla guida della ex Finmeccanica da maggio, ha spiegato che «il 2018 sarà un anno di consolidamento e siamo certi che questo piano fornirà le basi per una nuova fase di crescita». Per accelerare insomma ci vorrà ancora tempo, l’ex banchiere che cerca – non senza difficoltà – di reinventarsi capitano d’industria si è detto certo che questo piano porrà le base per un percorso di crescita sostenibile ma «nel lungo periodo».

Alessandro Profumo LeonardoALESSANDRO PROFUMO LEONARDO

 

 

Il colosso della difesa stima infatti un aumento medio degli ordini del 6% ma di raggiungere una redditività a doppia cifra solo a partire dal 2020. Il piano industriale presentato oggi prevede inoltre un accelerazione nella generazione di cassa con l’obiettivo di rafforzare la struttura patrimoniale e ritornare all’investment grade, cioè il gradimento delle agenzie di rating nel più breve tempo possibile.

 

 

Dopo la cura del cliente e la nuova strategia commerciale, l’aumento dei ricavi e il controllo sul debito, l’ultimo pilastro del piano è il focus sull’efficienza per aumentare i margini in linea con i leader del settore. Profumo ha poi confermato le previsioni sul 2017 con ricavi compresi tra 11,5-12 miliardi di euro, l’ebitda a 1,05-1,1 miliardi e il debito a 2,6 miliardi. 

ALESSANDRO PROFUMO E ROBERTA PINOTTIALESSANDRO PROFUMO E ROBERTA PINOTTI

 

 

Per quest’anno a fronte di ricavi piatti, l’ebitda sarà leggermente in crescita a 1,075-1,125 miliardi di euro. Il piano 2018-22 stima un incremento degli ordini nei prossimi cinque anni «superiore al 6%» medio annuo.(dagospia.com)

 

alessandro profumoALESSANDRO PROFUMO

 

 

UniCredit-Intesa, le Fondazioni tornano a sorridere. I conti in tasca ai soci

In Unicredit e Intesa Sanpaolo, le Fondazioni possono tirare il fiato: l’azione del management ha fatto recuperare i titoli e sono tornati i dividendi. I conti

UniCredit-Intesa, le Fondazioni tornano a sorridere. I conti in tasca ai soci

Dopo dieci anni “orribili”, per le fondazioni bancarie italiane il peggio potrebbe essere alle spalle, grazie ai primi risultati delle ristrutturazioni dei perimetri d’attività, revisione dei business model e pulizie di portafoglio avviate da un top management che in questi anni si è profondamente rinnovato ai vertici dei principali gruppi creditizi tricolori, a partire da Unicredit e Intesa Sanpaolo. Proprio uno degli azionisti di Unicredit, Fondazione Crt (azionista dell’istituto con circa l’1,7% del capitale) si dice oggi, per bocca del suo presidente, Giovanni Quaglia, soddisfatto della gestione di Jean Pierre Mustier.

mustier messina

 

 

“Va benissimo, il titolo sta crescendo e quest’anno i dividendi ci saranno: al momento non possiamo che essere soddisfatti” ha spiegato Quaglia a margine della presentazione delle linee programmatiche 2018 della Compagnia di San Paolo, l’altra grande fondazione bancaria torinese che è il primo azionista di Intesa Sanpaolo col 9,88% del capitale. Ma quanto hanno recuperato nell’ultimo anno le Fondazioni grazie in particolare a Mustier e a Carlo Messina (Ceo di Intesa Sanpaolo)?

A inizio 2007 in Unicredit erano presenti tra i soci principali Fondazione Cariverona col 4,54%, Fondazione Crt (accreditata del 3,79%) e Carimonte (col 3,35%), mentre una manciata di altre fondazioni controllava un ulteriore 4,15%.

Lo scorso anno, di questi tempi, nessuno aveva conservato una quota pari o superiore al 2%: Cariverona era di una spanna davanti a tutti con l’1,8%, seguito da Crt (1,7% appunto) e da altre otto fondazioni nel complesso titolari di circa il 2%. Visto che nell’ultimo anno le quotazioni di Unicredit sono crescite di circa il 36%, a tanto ammonta la rivalutazione implicita delle partecipazioni delle fondazioni bancarie socie della banca guidata da Mustier: quella di Cariverona in particolare ora vale circa 716 milioni di euro, quella di Crt una quarantina di milioni in meno (678 milioni). Ancora più soddisfatti possono dirsi gli azionisti di Intesa Sanpaolo: il titolo della banca guidata da Carlo Messina nell’ultimo anno ha infatti recuperato quasi il 54%. Così ora la partecipazione di Compagnia di San Paolo vale 5,24 miliardi di euro, mentre quella di Fondazione Cariplo (4,68%) vale poco più di 2,48 miliardi.

Giuseppe Guzzetti
 

Merito anche del fatto che, rispetto al 2007, le partecipazioni delle due fondazioni non si sono assottigliate, anzi: Compagnia di San Paolo pesava il 7,95%, quasi 2 punti in meno di oggi, Cariplo oscillava sul 4,67%, sostanzialmente in linea coi valori attuali. Che Intesa Sanpaolo sia rimasta in questi undici anni una banca con unamigliore qualità del credito è stato l’elemento che ha fatto la differenza anche rispetto ad altre situazioni, come nel caso di Mps, dove Fondazione Montepaschi è passata dal 56% allo 0,1% del capitale (pari a un controvalore di soli 4 milioni o poco più), piuttosto che di Banca Carige, la cui Fondazione è passata dal 46,6% del 2007 ad appena lo 0,07% del capitale post ricapitalizzazione (per un controvalore di neppure 330 mila euro).

Essere riusciti a conservare una partecipazione decente nel capitale di banche risanate ha consentito e consentirà di godere dei benefici dell’opera di ristrutturazione intrapresa dal management anche in termini di dividendi. Intesa Sanpaolo, come noto, ha distribuito 10 miliardi di euro di dividendi, crescenti, ai propri soci nel quadriennio 2014-2017 (1,2 miliardi a valere sugli utili 2014, 2,4 miliardi sul 2015, 3 miliardi sul 2016 e 3,4 miliardi sul 2017), di cui quasi un miliardo sono dunque finiti in tasca alla Compagnia di San Paolo e poco meno della metà a Fondazione Cariplo. 

Unicredit, per contro, dopo perdite miliardarie nel 2013 ha distribuito 700 milioni quali “script dividend” (dividendi rappresentati da nuovi titoli, ndr) sia nel 2014, a fronte di un utile di 2 miliardi, sia nel 2015 (1,69 miliardi di utile), mentre nel 2016 il dividendo è rimasto sospeso e solo nel 2017 si è tornati ad un dividendo in contanti (sarà pari al 20% dell’utile netto rettificato) che dovrebbe risultare pari a 1,7-1,8 miliardi. In tutto a Fondazione Cariverona dovrebbero essere dunque andati tra titoli e dividendi in contanti l’equivalente di 57 milioni circa, a Fondazione Crt poco più di 53 milioni: rispetto all’era ante-crisi poco più di noccioline, ma in entrambi i casi decine di volte multipli di quanto rimasto in mano alle consorelle senesi e genovesi. (Luca Spoldi Affariitaliani)

Amazon, Buffett, JPMorgan affrontano la sanità pubblica e si fanno la loro “sanità’ privata”.

 

Amazon, Warren Buffett e JPMorgan stanno formando una nuova società per affrontare i costi dell’assistenza sanitaria dei propri dipendenti, inviando quote di aziende sanitarie in netta diminuzione in tutto il settore, nonostante la vaga natura dell’annuncio.

Martedì scorso, Jeff Bezos di Amazon ha dichiarato che, insieme a Buffet e JPMorgan, tenterebbe di migliorare l’assistenza sanitaria per centinaia di migliaia di dipendenti e, eventualmente, per il paese.Berkshire Hathaway Inc.

Ci sono stati pochi dettagli e le persone coinvolte hanno affermato che il progetto è nella fase iniziale della pianificazione.

“I costi in mongolfiera di (assistenza sanitaria) agiscono come una tenia affamata sull’economia americana”, ha detto Buffett, il capo del Berkshire Hathaway, in una dichiarazione preparata. “Il nostro gruppo non arriva a questo problema con le risposte, ma non lo accettiamo come inevitabile”.

La nuova società sarà indipendente e “libera da incentivi e vincoli a scopo di lucro”. Le aziende hanno affermato che l’attenzione iniziale della nuova impresa sarà sulla tecnologia che fornisce assistenza “semplificata, di alta qualità e trasparente”.

Non è chiaro se l’obiettivo finale sia quello di andare oltre Amazon, Buffett’s Berkshire Hathaway e JPMorgan. Tuttavia, il presidente e CEO di JPMorgan, Jaimie Dimon, ha dichiarato: “il nostro obiettivo è creare soluzioni a beneficio dei dipendenti statunitensi, delle loro famiglie e, potenzialmente, di tutti gli americani”.

La potenziale interruzione di tre rinomati innovatori nel campo della tecnologia e della finanza ha provocato un’onda d’urto nel settore dell’assistenza sanitaria, cancellando miliardi di capitalizzazione di mercato in pochi secondi.

Sei delle prime dieci società con una significativa diminuzione delle azioni dell’indice Standard & Poor’s 500 erano aziende sanitarie. Quasi tutte le aziende nel campo della salute erano in ritiro martedì.

JP Morgan logo

L’esigenza di una soluzione alle crisi sanitarie negli Stati Uniti è intensa. Con circa 151 milioni di persone non anziane, la copertura sponsorizzata dal datore di lavoro è la maggior parte del mercato delle assicurazioni sanitarie degli Stati Uniti.

I costi dell’assistenza sanitaria per le aziende di solito aumentano più rapidamente dell’inflazione e consumano porzioni maggiori dei loro budget. Gli americani sono impantanati in un sistema confuso che crea un mix di prezzi nello stesso mercato per la stessa procedura o farmaco e non offre un percorso facile per trovare l’offerta migliore.

L’aumento dei costi dell’assistenza sanitaria ha trascinato le aziende statunitensi, grandi e piccole, e i dipendenti sentono sempre più questo dolore. I datori di lavoro hanno aumentato le franchigie e altre spese per i dipendenti, il che significa meno potere di spesa per quasi tutti gli americani.

Solo il 50 percento delle aziende con tre a 49 impiegati ha offerto la copertura l’anno scorso, secondo la non-profit Kaiser Family Foundation. Questo è in calo dal 66% in più rispetto a un decennio fa. Il Federal Affordable Care Act richiede a tutte le aziende con 50 o più dipendenti a tempo pieno di offrirlo.Warren Buffett Sprechi 120103155738

 

Amazon, Berkshire e JP Morgan affermano di poter portare la loro scala e le “competenze complementari” a quella che descrivono come una campagna a lungo termine.

L’ingresso di Amazon nel mercato della salute è stato percepito come imminente, anche se la società non aveva annunciato nulla di pubblico.

È stato osservato molto da vicino a Wall Street, che ha visto l’Amazon interrompere numerose industrie che vanno dalle librerie alle catene di abbigliamento.

Amazon, che per la maggior parte vendeva libri quando è stata fondata più di 20 anni fa, ha radicalmente modificato il modo in cui le persone acquistano pannolini, giocattoli o asciugamani di carta. Più recentemente ha fatto ribaltare il settore alimentare, spendendo 14 miliardi di dollari l’anno scorso per Whole Foods Market Inc.(

Amazon, JPMorgan, Berkshire creano una nuova compagnia di assistenza sanitaria

The Amazon logo is displayed at the Nasdaq MarketSite in New York's Times Square. | AP Photo

Le aziende non hanno detto se il progetto si sarebbe espanso oltre Amazon, Berkshire o JP Morgan.

La nuova società sarà indipendente e “libera da incentivi e vincoli a scopo di lucro”.

Amazon si sta immergendo in assistenza sanitaria, collaborando con Berkshire Hathaway di Warren Buffett e la banca newyorkese JPMorgan Chase, per creare una società che aiuti i loro dipendenti statunitensi a trovare cure di qualità “a costi ragionevoli”.

I leader di ogni azienda, Jeff Bezos di Amazon, Buffet e Jamie Dimon di JPMorgan, hanno offerto pochi dettagli martedì e hanno affermato che il progetto è nella fase iniziale della pianificazione.

 

“I costi in mongolfiera di (assistenza sanitaria) agiscono come una tenia affamata sull’economia americana”, ha detto Buffett in una dichiarazione preparata. “Il nostro gruppo non arriva a questo problema con le risposte, ma non lo accettiamo come inevitabile”.

La nuova società sarà indipendente e “libera da incentivi e vincoli a scopo di lucro”. Le aziende hanno affermato che l’attenzione iniziale della nuova impresa sarà sulla tecnologia che fornisce assistenza “semplificata, di alta qualità e trasparente”.

Non è chiaro se l’obiettivo finale sia quello di espandere l’ambizioso progetto al di là di Amazon, Berkshire o JPMorgan. Tuttavia, Dimon di JPMorgan ha dichiarato martedì che “il nostro obiettivo è creare soluzioni a beneficio dei nostri dipendenti statunitensi, delle loro famiglie e, potenzialmente, di tutti gli americani”.

Le azioni delle aziende sanitarie hanno avuto un grande successo nelle prime negoziazioni di martedì, suggerendo la minaccia della nuova entità sul modo in cui l’assistenza sanitaria è pagata e consegnata negli Stati Uniti

Prima della campanella di apertura, otto dei dieci declinatori più importanti dell’indice Standard & Poor’s 500 erano aziende sanitarie.

 

L’esigenza di una soluzione alle crisi sanitarie negli Stati Uniti è intensa. Con circa 151 milioni di persone non anziane, la copertura sponsorizzata dal datore di lavoro è la maggior parte del mercato delle assicurazioni sanitarie degli Stati Uniti.

I costi dell’assistenza sanitaria per le aziende di solito aumentano più rapidamente dell’inflazione e consumano porzioni maggiori dei loro budget. Gli americani sono impantanati in un sistema confuso che crea un mix di prezzi nello stesso mercato per la stessa procedura o farmaco e non offre un percorso facile per trovare l’offerta migliore.

I datori di lavoro hanno aumentato le franchigie e altre spese per i dipendenti e le loro famiglie per dissipare i costi, che ha colpito duramente gli americani.

Solo il 50 percento delle aziende con tre a 49 impiegati ha offerto la copertura l’anno scorso, secondo la non-profit Kaiser Family Foundation. Questo è in calo dal 66% in più rispetto a un decennio fa. Il Federal Affordable Care Act richiede a tutte le aziende con 50 o più dipendenti a tempo pieno di offrirlo.

Amazon, Berkshire e JP Morgan affermano di poter portare la loro scala e le “competenze complementari” a quella che descrivono come una campagna a lungo termine.

L’ingresso di Amazon nel mercato della salute è stato percepito come imminente, anche se la società non aveva annunciato nulla di pubblico.

È stato osservato da vicino a Wall Street, che ha visto l’Ambar distruggere numerose industrie, dai rivenditori di libri alle catene di abbigliamento e di elettronica.

Amazon, che per la maggior parte vendeva libri quando è stata fondata più di 20 anni fa, ha radicalmente modificato il modo in cui le persone acquistano pannolini, giocattoli o asciugamani di carta. Più recentemente ha fatto ribaltare il settore alimentare, spendendo 14 miliardi di dollari l’anno scorso per Whole Foods Market Inc.(Di THE ASSOCIATED PRESS)

 

 

MI-JENA METTE LE MANI NELLE TASCHE DEGLI ITALIANI – L’INCHIESTA DELLA GABANELLI: ‘A CHE SERVE IL CONTANTE? RIUSCIRANNO LE BANCHE CENTRALI A ELIMINARE LA MONETA E TRASFORMARE TUTTI I PAGAMENTI IN TRANSAZIONI TRACCIABILI?’ – SOPRATTUTTO: NON È CHE UNA VOLTA CHE AVREMO ELIMINATO I CONTANTI, ARRIVERANNO I BITCOIN A GARANTIRE LE TRANSAZIONI IN NERO, MA SOLO AI PIÙ RICCHI E TECNOLOGICAMENTE ESPERTI?

VIDEO:

http://www.corriere.it/dataroom-milena-gabanelli/perche-pagare-contanti-non-conviene-nessuno/a7458654-02b5-11e8-b05c-ecfd90fad4de-va.shtml?refresh_ce-cp

  

Milena Gabanelli per DATAROOOM – www.corriere.it

A cosa serve il contante?

milena gabanelli (2)MILENA GABANELLI (2)

Il signor Marvin Goodfriend è un professore americano esperto in politica monetaria che detesta il contante. Il suo approccio ai bigliettoni conta, perché Trump lo ha appena nominato nel Board della Federal Reserve, dove resterà per 14 anni, se il Senato conferma il mandato. Secondo lui, se si ripresenta una crisi economica, la Fed dovrà applicare tassi di interesse un bel po’ sotto lo zero, per spingere la gente a spendere i propri soldi o investirli in qualcosa, in modo da far ripartire la crescita e l’occupazione. La reazione della gente però sarebbe quella di andarseli a prendere in banca per metterli sotto al materasso.

Goodfriend, per non rendere conveniente accumulare contante ha in mente diverse misure: la prima è quella di abolire il cartaceo; la seconda è una penalizzazione al momento del prelievo in banca dei contanti, commisurata agli eventuali tassi di interesse negativi fissati dalla banca centrale. Terzo: rimpiazzare la moneta cartacea con una moneta elettronica, e cioè una sorta di bancomat emesso dalla banca centrale, che però richiede ingenti investimenti nell’infrastruttura bancaria e nei sistemi di pagamento.

 

CONTANTICONTANTI

L’argomento ovviamente è molto controverso, ma non c’è dubbio che qualche idea in caso di una prossima recessione le banche centrali dovranno farsela venire visto che gli strumenti normalmente usati potrebbero non essere sufficienti per affrontare le nuove sfide. Con i tassi di interesse così bassi, gran parte del risparmio privo di rischio è sterile, non rende nulla. Forse non sono più i tempi in cui chi ha i conti gonfi può decidere di tenerli fermi, mentre l’altra metà della popolazione cerca un lavoro che non c’è. Spingere ad investire (in titoli di Stato, grandi o piccole aziende o start up) può essere utile a creare per tutti un mondo un po’ più prospero.

contanti europaCONTANTI EUROPA

Attenzione ai rischi però: scacciato dai conti correnti, il denaro potrebbe invece muoversi verso la prossima bolla speculativa piuttosto che l’economia reale. L’abolizione del contante dovrebbe avere inoltre altri grandi benefici: diminuzione della evasione fiscale, criminalità e corruzione, tre fenomeni che amano l’anonimato garantito dal contante. Stanno nascendo però altri strumenti efficaci per muovere soldi senza metterci la faccia: vedi le valute digitali più opache dei Bitcoin, non tracciabili in nessun caso.

I mali italiani: evasione, corruzione, sommerso

Secondo Ocse, Unione europea, Agenzia delle Entrate, Tax Research e Transparency, siamo un Paese molto corrotto, e tutte le inchieste legate al mondo degli appalti dimostrano che la tangente viaggia sotto forma di bigliettoni. Di contanti vive lo spaccio di droga, il contrabbando di petrolio e della merce contraffatta. Scoraggiarne l’uso quindi è un dovere, se non altro perché si ostacolano le attività illecite e si contribuisce ad una società più giusta. Anche se tutti pagassero le tasse sarebbe un mondo più equo.

russo in contantiRUSSO IN CONTANTI

Il tema ci riguarda perché in Europa noi siamo i migliori evasori. I numeri esatti non si conoscono, parliamo di stime, e quelle a ribasso, secondo il Ministero dell’Economia e delle Finanze si aggirano sui 101 miliardi di euro l’anno di mancato incasso. Ragion per cui chi le tasse le paga, paga caro. Siamo primi nell’economia sommersa, formata da centinaia di attività: dall’avvocato al medico, dal meccanico al parrucchiere, dall’estetista all’idraulico, dal commerciante al libero professionista. Un’economia che vive di contante, stimata dall’Istat in 208 miliardi su cui non è stato versato un euro di tasse. Una capillare e minuziosa evasione che noi cittadini potremmo ostacolare semplicemente cambiando abitudini, e iniziando a pagare tutto con bancomat, carta di credito, bonifico, assegni o uno dei tanti mezzi tracciabili. Rinunciare a quello sconticino occulto vuol dire fare del bene all’economia nel suo complesso. 

Come si riduce la filiera del sommerso

LA FINE DEL CONTANTELA FINE DEL CONTANTE

Il Governo Renzi ha inspiegabilmente alzato il tetto all’uso del contante, permettendo pagamenti cash fino a 3.000 euro. Così continuiamo ad essere il Paese europeo che lo utilizza di più come forma di pagamento. Andrebbe certamente meglio se lo Stato obbligasse le banche ad applicare a tutti, e non solo alla grande distribuzione, commissioni non superiori all’1,3%, percentuale paragonabile ai costi di gestione del contante. Sulle commissioni non c’è trasparenza e i piccoli negozi arrivano a pagare fino al 3.5%. Il Governo avrebbe dovuto intervenire su questo e non sul tetto all’uso del contante. Ma dovrebbe ridurre la filiera del sommerso mediante norme che rendano più conveniente pagare 100 euro con fattura, che non 80 senza.

 

ventaglio di contantiVENTAGLIO DI CONTANTI

L’illegalità potrebbe diminuire anche nel mondo del lavoro. Nel 2017 su 141.920 imprese ispezionate, sono emersi 88.865 lavoratori irregolari (+13,5% rispetto al 2015), e 43.048 lavoratori completamente «in nero» (+3,6%). Sia gli irregolari che i lavoratori in nero sono pagati in contanti, il che significa: niente entrate fiscali, niente contributi versati.

Succede nel settore delle costruzioni, commercio all’ingrosso, dettaglio, ristorazione, servizi di informazione, finanziari, assicurativi, immobiliari, attività professionali, istruzione, sanità, assistenza sociale, attività di servizi. Sarebbero misure semplici per cominciare a recuperare un po’ di fiscalità da quei 208 miliardi, per investirla in crescita.

Chi c’è dietro una carta online?

water contanti rich kid russiWATER CONTANTI RICH KID RUSSI

Invece la nostra propensione ad usare i bigliettoni al posto di bancomat, carte, assegni o bonifici, ha spinto quei settori che di solito il contante non lo usano, come l’e-commerce, a inventarsi metodi alternativi e non tracciabili. Amazon si sta attrezzando: ordini e ti registri con il nome che vuoi, e poi vai dal tabaccaio dove acquisti una carta ricaricabile ed effettui il pagamento attraverso SisalPay.

Perfino CartaFreccia di Trenitalia ti manda a casa carte ricaricabili fino a 2.500 euro. Anche qui basta andare dal tabaccaio e dargli i soldi in contanti. Perché le autorità di vigilanza ammettono questa procedura, quando a monte non c’è nessuna adeguata verifica che il titolare della Carta realmente corrisponda? Nell’incuria generale il rilascio delle carte online si sta moltiplicando, con modalità esattamente opposte a ciò che persegue la legge, che dice: «Conosci il tuo cliente», ovvero verifica «de visu».

In conclusione, ben venga la moneta elettronica, purché sia tracciabile. Ben vengano pure i tassi di interesse negativi, laddove dovessero contribuire ad una maggiore occupazione, poiché il mondo, oltre che prospero, deve essere anche giusto ed equo.(dagospia.com)

 

Compagnia San Paolo, tempi più lunghi per ridurre quota Intesa

Accordo con il Mef: approccio graduale per ridurre il peso della partecipazione, altri 2-3 anni.

 
 

Si allungano i termini entro cui la Compagnia di San Paolo dovrà ridurre l’esposizione a Intesa Sanpaolo, di cui è il principale azionista con l’8,252% del capitale. 

A riferirlo è stato lo stesso segretario generale della Compagnia, Pietro Gastaldo, a margine della presentazione delle linee programmatiche 2018 della Fondazione. “Abbiamo definito con il Mef un approccio graduale per ridurre il peso della partecipazione della Compagnia in Intesa Sanpaolo a un terzo del patrimonio. La nuova scadenza è più lunga di quella fissata che era aprile 2018, ora abbiamo un orizzonte pluriennale di due tre anni”, ha detto Gastaldo. 

Lo scorso ottobre, nel solco di questo impegno, la Compagnia di San Paolo aveva ceduto tramite un collocamento accelerato (accelerated bookbuilding) 150 milioni di titoli della Cà de Sass>, pari allo 0,946% del capitale. Ai valori di Borsa di quel periodo il pacchetto corrispondeva a circa 436 milioni di euro.

“In Compagnia – ha sottolineato Gastaldo – abbiamo tutti apprezzato che il Mef abbia aperto questo orizzonte pluriennale perché questo rende il processo ordinato e graduale. Continuiamo a essere un azionista molto attento, siamo comunque il primo azionista”. Il Mef, ha spiegato, “ci ha scritto all’inizio dell’anno per comunicarci questa proroga che noi avevamo chiesto e che è stata decisa applicando i criteri correttivi nell’ambito dei principi generali del protocollo Acri-Mef. (Finanzareport)

COSA COSTRUISCI? DEBITI! – ESPLODE LA CRISI DELLE GRANDI. LE BIG HANNO OLTRE TRE MILIARDI DI DEBITI. E LO STATO NON PAGA – CONDOTTE HA AVVIATO LA PROCEDURA DI CONCORDATO IN BIANCO – IL RUOLO DELLE AZIENDE PICCOLE CHE SONO STATE COOPTATE RICEVENDO GARANZIE DALLA PARTE SUPERIORE DELLA FILIERA (È IL CASO DELLA BRACCIANTI SRL)

Gianluca De Maio per la Verità

 

condotte spaCONDOTTE SPA

La crisi delle grandi opere sembra essere esplosa nella sua interezza. Il settore delle costruzioni nel suo complesso può ormai vantare un record dal sapore amaro. Le big del comparto assieme hanno oltre tre miliardi di debiti.

 

Astaldi dovrà rafforzare il capitale con una manovra da circa 400 milioni. Trevi, a sua volta, cerca circa 300 milioni da iniettare, Grandi lavori Fincosit segna un ritorno sugli investimenti negativo per il 4%. I numeri sono stati forniti recentemente dal Sole 24 Ore.

 

salini costruttoriSALINI COSTRUTTORI

A ciò si aggiunge che Condotte ha avviato la procedura di concordato in bianco, dandosi tre mesi di tempo per decidere il proprio futuro. Al di là di Impregilo-Salini, il cui rapporto tra indebitamento e margine lordo rimane intorno a quota uno, le altre aziende viaggiano su una proporzione che parte da tre e arriva a valere addirittura dieci volte tanto.

 

Lo scorso anno il nostro Paese, a differenza di altre nazioni europee, ha previsto per le imprese in difficoltà o in concordato la possibilità di rimanere in gara e continuare a partecipare ai percorsi d’ appalto. Da un lato una garanzia e un salvagente. Chiudere i rubinetti significherebbe far peggiorare ulteriormente la situazione. Dall’ altro però il rischio è di creare un effetto a catena che porterebbe a un domino vero e proprio.

 

FINCOSITFINCOSIT

Il caso di Condotte spiega magistralmente la delicatezza del fenomeno italiano. L’ azienda ha un debito che si avvicina ai due miliardi di euro. Il patrimonio supera di poco i 200 milioni. Da qui la necessità di rivolgersi al tribunale di Roma che la scorsa settimana ha prontamente nominato tre commissari.

 

Spulciando più in profondità i numeri, si può vedere che la metà del fatturato è prodotto in Italia. Lo Stato deve a Condotte addirittura 900 milioni e a sua volta l’ azienda è impegnata verso le banche per 800 milioni di euro. Lo scorso dicembre i vertici del colosso hanno constatato «la grave situazione economico finanziaria e ha dato mandato a banca Rothschild di presentare un piano finalizzato all’ ottenimento di finanza in bonis e di finanza protetta».

 

ALESSANDRO MAZZI - FINCOSITALESSANDRO MAZZI – FINCOSIT

In poche parole, al termine dei 120 giorni, si apriranno tre strade possibili. La prima prevede la creazione di una newco che porterebbe con sé dipendenti e commesse. Nella bad company rimarrebbero i debiti, mentre ai commissari andrebbero i proventi della vendita della newco a una terza parte. Con questi soldi si pagherebbero i debiti o parte di essi.

 

La domanda di concordato in bianco lascia anche aperta la possibilità di un cosiddetto 182 bis, dal nome dell’ articolo della legge fallimentare. Si tratterebbe di ristrutturare i debiti e ripartire con liquidità fresca. All’ interno di questa stessa seconda strada, le banche potrebbero chiedere anche di spacchettare il debito.

Appoggiandosi all’ articolo 67 le banche e l’ azienda potrebbero ottenere una sorta di esenzione dalla revocatoria.

 

In pratica alcune controllate otterrebbero un canale privilegiato. Un modo per mettere benzina nei singoli motori del colosso, quelli in grado di ricominciare da subito a correre.

MARCO BRACCIANTIMARCO BRACCIANTI

Resta il timore di una terza strada che si chiama liquidazione e porterebbe alla chiusura del colosso. Con tutto ciò che ne consegue. Tutti i ragionamenti teorici hanno in ogni caso impatti pratici sulla vita quotidiana dei cittadini europei e soprattutto italiani. Condotte ha da poco portato a casa una gara in Polonia. Nel Nord del Paese il governo di Varsavia prevede per 77 milioni di euro la costruzione di tratto di superstrada che nel complesso dovrà collegare Berlino a Minsk.

 

In Italia l’ azienda romana partecipa alla gara per lo sviluppo dell’ ospedale di Cisanello, a due passi da Pisa. Si tratta di un mega lavoro da 430 milioni di euro. Di cui 247 per le opere e circa 183 per la gestione e la manutenzione.

 

In tutto si tratterà di 632 posti letto, con specializzazioni in terapia intensiva e neonatologia. Lo scorso undici settembre sono state aperte le buste amministrative, ma non sono state comunicate le compagini ammesse alla competizione. Il presidente della Regione Toscana, Enrico Rossi, da cui è scaturita la gara, assieme al Comune di Pisa, a fine 2017 ha confermato di essere allo step finale del procedimento.

Braccianti srlBRACCIANTI SRL

 

«Alla ripresa dei lavori, alla Befana, saremo pronti per l’ aggiudicazione della gara d’ appalto per l’ ospedale di Cisanello», ha spiegato Rossi. «Sull’ opera lavoriamo ormai da diversi anni, dal 2000 in poi. La cosa importante è che questo prevede anche che chi farà le offerte dovrà intervenire sulla parte vecchia degli ospedali, l’ attuale Santa Chiara, vicino alla torre, vicino a Piazza dei Miracoli, e penso dunque che questo sia un progetto complessivo di riqualificazione».

Un polo fondamentale per tutta la Toscana.

 

La compagine guidata da Condotte con la controllata Inso è considerata tra le papabili per know how e per la filiera che rappresenta. Se una volta assegnata la gara l’ esito del concordato finisse male che accadrebbe all’ ospedale di Pisa? Esistono le altre aziende mandanti che partecipanti all’ intera filiera. Ma la catena è complessa e – ad esempio – nel caso specifico partecipano aziende piccole che sono state cooptate ricevendo garanzie dalla parte superiore della filiera (è il caso della Braccianti srl).

 

Costruzione di un tunnel in BrasileCOSTRUZIONE DI UN TUNNEL IN BRASILE

La legge consente giustamente di inserire elementi più piccoli magari vicini al territorio, ma da valutare, in questo momento, è la situazione complessiva dell’ intero sistema delle costruzioni. Come sempre il problema è a monte. E si chiama Stato. Se il pubblico non paga e le banche non possono più garantire, a rischio non ci sono solo i posti di lavoro dei grandi colossi ma l’ intero schema delle infrastrutture italiane. Se il pubblico non versa il dovuto e non salda i debiti, ospedali, strade e ponti ritarderanno ulteriormente. E l’ Italia non può permetterselo.(dagospia.com)

 

 

Bando intercettazioni, dietro le bocciature della procura di Milano

Trasparenza, sicurezza e affidabilità scarse. Con registrazioni scaricabili anche fuori dai server giudiziari. Ecco perché otto società su 15 sono state escluse. Il dossier di Greco.

Un’azienda su due di quelle che hanno partecipato al bando della procura di Milano per l’accreditamento alla fornitura di servizi sulle intercettazioni telefoniche, ambientali e telematiche sono state bocciate. Impresentabili. Su 15 società otto non hanno i requisiti minimi richiesti. Lo ha messo nero su bianco il procuratore capo di Milano Francesco Greco in una nota del novembre 2017. A saltare subito all’occhio, almeno tra gli addetti ai lavori, sono sicuramente due tra le società più attive nel settore: Area e Ips.

REGISTRAZIONI SU COMPUTER OFFLINE. La prima si trova al momento sotto inchiesta per aver custodito in archivio «le tracce informatiche relative a una enorme quantità di conversazioni telefoniche/ambientali/telematiche». La circostanza, citata da Greco, si riferisce a una serie di intercettazioni di vari procedimenti che sono state ritrovate non solo sui server interni della procura, come da contratto, ma pure sui computer offline della stessa società.

MANCANO I REQUISITI DI FIDUCIA. Da un anno la procura di Milano sta approfondendo i fatti per accertare il rispetto dei termini del contratto tra l’azienda e i suoi interlocutori istituzionali e che quelle intercettazioni non abbiano preso altre vie. Con le registrazioni fuori dal server il pericolo è che si possa intervenire e scaricarle su altri dispositivi senza che la procura si accorga di nulla. Le indagini, dirette dal pm Piero Basilone, sono state avviate per accesso abusivo a sistema informatico. Per Greco mancano dunque «i necessari requisiti di fiducia per affidarle dati di tale riservatezza».

Fuori anche la società Esitel per aver acconsentito a deviare i dati sensibili/riservati delle intercettazioni fuori dagli ambienti stabiliti per legge

Un altro leader di settore e attivo come Area anche nel campo della sorveglianza è Ips, azienda con base operativa a Latina ma con una «compagine societaria opaca» dal momento che, scrive Greco nella sua nota di esclusione, «il controllo della società è esercitato tramite una catena di partecipazioni che si dipana su tre livelli, in cima alla quale vi è una società fiduciaria». 

CHIARO DIFETTO DI TRASPARENZA. Qui «mancando il mandato fiduciario non vi è certezza sui soggetti fisici che agiscono alle spalle di tali schermi societari». Dunque, conclude il procuratore capo di Milano, «difetta il necessario requisito della trasparenza».

RISCHIO DI UNA RETE AGGIUNTIVA. Fuori anche la società Esitel per aver «acconsentito a deviare i dati sensibili/riservati tratti dalle intercettazioni in corso fuori dagli ambienti rigorosamente stabiliti per legge». Il riferimento è a un procedimento aperto e poi archiviato dalla procura di Brescia in cui però emergeva, scrive Greco attingendo dal decreto archiviazione, l’indiscutibile disponibilità dei suoi esponenti a «creare una inedita rete informatica aggiuntiva a quella ministeriale». Anche qui difetta «il necessario requisito di fiducia».

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Il procuratore capo di Milano Francesco Greco.

Ci sono altre aziende come Csh, Multicom o Record Unit che invece, annota il procuratore di Milano, non risultano sufficientemente solide dal punto di vista patrimoniale, hanno rilevanti contenziosi con il fisco o che risultano di costituzione troppo recente e con apporto di mano d’opera troppo modesto per poter svolgere i servizi richiesti.

SOCIETÀ CON OPACITÀ FINANZIARIE. Poi la S&F Surveillance Forensics che, scrive Greco, «ha già un capitale sociale contenuto, un volume d’affari trascurabile e un reddito modesto, ed è amministrata da un soggetto che non ha presentato dichiarazioni dei redditi recenti; dal che», conclude Greco, «è lecito dubitare che sia l’effettivo titolare dei poteri gestori con conseguente impossibilità da parte della procura della Repubblica di sapere con chi ha veramente a che fare».

Quella di Greco è una tagliola dettata dal caso delle intercettazioni ritrovate sui computer della dipendente della società Area al di fuori dei server della procura

Dunque su 15 sono soltanto otto le promosse. Tra le escluse alcune società che storicamente hanno rifornito dei propri servizi le procure di mezza Italia. Una tagliola, quella di Greco, dettata dal caso delle intercettazioni ritrovate sui computer della dipendente della società Area al di fuori dei server della procura.

DIALOGO APERTO FRA LE ISTITUZIONI. La vicenda ha coinvolto le inchieste, secondo quello che risulta al momento a Lettera43.it, di circa un centinaio di magistrati da Nord a Sud del Paese. Un caso che ha aperto pure un dialogo tra il garante della Privacy, il Consiglio superiore della magistratura (Csm) e il ministero della Giustizia con la Direzione generale per i servizi informativi automatizzati e da cui deriva il vaglio più severo dei procuratori nei confronti di aziende che vengono in possesso di dati sensibili e determinanti ai fini delle indagini penali. Aziende che devono assicurare «il massimo grado di onorabilità, sicurezza e affidabilità».(Luca Rinaldi Lettera43)

 

 

REINTRODURRE LA SCHIAVITÙ È UN’OPZIONE PER LA SOCIETÀ MODERNA? – LA PROVOCAZIONE SUL SITO DEL “SOLE 24 ORE”: “DI FATTO GIÀ OGGI, IN ITALIA, LE PARTITE IVA SONO SOTTOPOSTE A RISCHIO DI SCHIAVITÙ. NON HANNO GIORNI DI VACANZA PAGATI, NON HANNO MALATTIE PAGATE, NE’ CERTEZZE PER IL FUTURO. ALMENO NELL’ANTICA ROMA UNO SCHIAVO AVEVA DIRITTO A UN ALLOGGIO, CURE MEDICHE, VITTO E MOLTI RICEVEVANO FORMAZIONE…”

Enrico Verga per http://www.econopoly.ilsole24ore.com

 

vagone di schiavi 1910VAGONE DI SCHIAVI 1910

“Ogni progresso della civiltà è nato sulle spalle degli schiavi”, spiega il creatore di replicanti nella recente pellicola Blade Runner 2049. È solo fantascienza? No, è la semplice verità. Esistono vari fattori che stanno radicalmente mutando il rapporto uomo-lavoro: una crescente pressione sociale, una politica aziendale strutturata nell’esternalizzare tutto il possibile (ne parleremo tra poco) e una veloce digitalizzazione nell’industria (a svantaggio della forza lavoro umana, in molti settori).

 

Mi domando se non sarebbe opportuno rivalutare la schiavitù (nella sua interezza, non parlo solo di frustate) e considerare l’opportunità economica di reintrodurre tale soluzione contrattuale nell’economia moderna.

 

schiavi south carolina 1863SCHIAVI SOUTH CAROLINA 1863

La schiavitù è spesso vista con un’accezione negativa. Tuttavia si può notare come una larga parte della storia dell’umanità abbia visto regni, imperi e persino nazioni democratiche (con un sistema di elezioni popolari come gli stati americani) utilizzare gli schiavi per differenti mansioni e ruoli. L’abolizione della schiavitù è un fenomeno piuttosto recente. Poco più di due secoli. Tuttavia se sulla carta la schiavitù, nella sua accezione più brutale, è stata bandita, così non si può dire nei fatti. Con nomi differenti esiste e prolifera ancora in una buona parte del mondo.

 

Prima di entrare nel merito economico della discussione valutiamo un’opinione legale.

“Per la cultura giuridica delle istituzioni internazionali è a rischio di essere considerato in sostanza schiavitù più o meno qualsiasi rapporto di lavoro esuli dallo schema del contratto di impiego in un’azienda capitalistica a fronte di un salario, o magari dalla fornitura “free lance” di servizi puntuali da un individuo a chi occasionalmente ne voglia ingaggiare i servizi”, spiega Stefano Sutti, managing parter dello studio legale Sutti di Milano, uno tra i cinque studi legali più importanti del panorama italiano commerciale.

 

schiavi nel mississippi 1937SCHIAVI NEL MISSISSIPPI 1937

“Naturalmente, queste categorie mentali prescindono completamente dalla misura della retribuzione, che si ritiene sempre più comunemente debba essere determinata dal mercato. Nulla impedisce d’altronde che il mercato, grazie anche (localmente) ad un cartello spontaneo di datori di lavoro e (globalmente) alla concorrenza internazionale e al cosiddetto dumping sociale da parte di paesi dove comunque il costo della vita è molto inferiore, possa assestarsi al di sotto del livello del livello di sussistenza per il lavoratore interessato e le persone che da lui dipendano.

 

E se al primo problema hanno tradizionalmente fatto fronte (ma solo per i dipendenti) legislazione sociale e contrattazione collettiva, tali strumenti restano sostanzialmente spuntati rispetto, invece, alla globalizzazione.

 

Ora, in una realtà di mercato perfetto questo non pone particolari problemi al datore di lavoro che sia in grado di rimpiazzare prontamente le risorse umane di cui ha bisogno, ma lo disincentiva naturalmente ad investire nella loro sopravvivenza, sviluppo professionale, benessere, fedeltà.

schiavi ai lavori forzatiSCHIAVI AI LAVORI FORZATI

 

Al contrario, non solo nelle economie tradizionali il singolo lavoratore viene considerato un capitale da proteggere; ma viene tuttora considerato alla stessa stregua anche in società fortemente industrializzate come quella giapponese e di altre parti dell’Asia, dove la contrattualizzazione formale del rapporto secondo il modello occidentale ha fatto venir meno solo fino ad un certo punto il vincolo culturale di fedeltà reciproca che si stabilisce ai vari livelli all’interno di una comunità di lavoro stabile e delle unità produttive che lo compongono”.

 

Con questo panorama legale e contrattuale già si può evincere un potenziale scenario di schiavitù laddove non sia presente un contratto normato e ben strutturato. Di fatto si può suggerire che già oggi, in Italia, le partite IVA siano sottoposte a rischio di schiavitù.

Consideriamo le esternalizzazioni. Uno dei grandi successi della società moderna, capitalista e liberista (in pratica i discendenti di Friedman), è l’esternalizzazione dei costi spinta all’estremo.

 

il corpo carbonizzato di uno schiavo nel 1916IL CORPO CARBONIZZATO DI UNO SCHIAVO NEL 1916

Dalla fabbrica di tessuti che scarica nel fiume vicino i liquami, alla centrale di energia che pompa acqua dal vicino lago, depauperando la riserva idrica utile per l’agricoltura o il consumo umano. Dei danni ambientali da esternalizzazione vale la pena dedicare un’analisi a parte, ma consideriamo le esternalizzazioni umane.

 

Focalizziamoci sulle partite IVA. Diversi milioni di Italiani ne sono felici (per così dire) possessori. Il leitmotiv è che sono imprenditori di se stessi. Un termine, quello di imprenditore, che già di per sé suscita (o dovrebbe suscitare) il pensiero di un futuro radioso, una sfida dell’individuo alla continua crescita economica e alla perfetta integrazione tra libertà civili ed economiche.

 

bimbi minatori congolesiBIMBI MINATORI CONGOLESI

In vero non è certo un segreto che molte partite IVA sono né più né meno finte. Capita che l’azienda, per rendere più “fluida” la sua gestione delle risorse umane, chieda (evento molto raro come si può immaginare) ai suoi dipendenti di licenziarsi. In seguito chiederà loro di aprire una partita Iva e lavorare come consulenti per l’azienda stessa, svolgendo le stesse mansioni. Tuttavia in questo virtuoso percorso di emancipazione dell’individuo dall’azienda, vengono cancellati tutti i benefici che un contratto garantiva.

 

Le partite IVA infatti non hanno giorni di vacanza pagati, non hanno malattie pagate, i costi degli strumenti elettronici (cellulare, computer) sono a loro carico. Non vi sono certezze per il futuro, e il costo-ora tende, a volte, a decrescere (rispetto alla precedente posizione di impiegato assunto). Non si dimentichi inoltre il costo della tassazione, che viene ad aumentare. Sulle spalle del fortunato possessore della partita IVA pesano inoltre un eventuale mutuo o affitto, cibo, costi sanitari etc..

schiavituSCHIAVITU

 

Se le partite IVA sono avventurosi e impavidi imprenditori in potenza, non si dimentichi altri contratti come quelli a zero ore. Anche in questo caso su chiamata, con ovvi vantaggi per l’azienda appaltante, minori benefici osservabili (oltre ad un elevato livello di stress e ansia) per il contrattato.

 

Perché, quindi, non si può valutare, nei programmi politici delle incombenti elezioni, una proposta di legge per re-instaurare l’istituto della schiavitù? Fatti due conti veloci alcuni milioni di neo-schiavi potrebbero essere interessati ad un programma che possa migliorare le loro condizioni.

 

bambini schiavi in eritreaBAMBINI SCHIAVI IN ERITREA

Bene inteso non si propone certo un regime di frustate, violenza, o pasto per i leoni. Consideriamo alcune società straniere che già oggi danno una serie di benefici: casa pagata, ticket pranzo, copertura sanitaria, servizio di lavanderia etc.. sono tutti benefit che permettono al padrone (pardon, all’azienda) di tenere vicini a se gli impiegati. Di recente un nuovo percorso di esternalizzazione (spesso descritto come benefit) ha preso piede, nelle aziende: si invitano i propri dipendenti a lavorare dal rispettivo domicilio. Indubbiamente vi sono vantaggi per chi ha una famiglia, ci si potrebbe domandare se tali scelte non hanno vantaggi anche per le aziende.

 

partite iva 1PARTITE IVA 1

Con tutte queste esternalizzazioni che la società privata pratica, e che vengono, di fatto, scaricate spesso sui budget statali (dalle crescenti sindrome nervose che pesano sul budget del ministero della Salute ai rischi di esodati) ci si può domandare se, per molti cittadini, non sarebbe opportuno diventare schiavi.

 

Consideriamo alcuni vantaggi prendendo, ad esempio, come matrice di partenza l’impero romano. Uno schiavo aveva diritto a un alloggio, cure mediche, vitto. Molti schiavi ricevevano formazione. Anche oggi i costi della formazione coperti dal padrone sono sicuramente un asset per il dipendente-schiavo.

 

PARTITE IVAPARTITE IVA

Ovviamente lo schiavo dovrà concedere la sua totale disponibilità. Tuttavia non si suggerisce la presenza di catene o collari di proprietà come nell’impero romano.

In vero, a ben guardare, le catene sono già oggi disponibili e largamente diffuse. Il cellulare che le aziende generosamente donano ai propri dipendenti sono di fatto catene virtuali. Autorizzano (formalmente o informalmente) l’azienda ad avere accesso al dipendente in qualunque momento, sia con mail messaggi o telefonate. Le catene quindi esistono, e sono sempre presenti nella vita quotidiana.

 

Se assumiamo che gli aspetti negativi dello schiavismo (sfruttamento, incertezza per quanto riguarda il proprio futuro, mancanza di libertà) sono già di fatto presenti in una larga parte della classe lavoratrice, mi domando se non sarebbe un vantaggio per la comunità e lo stato se le grandi aziende non si facessero carico di un contratto di schiavismo. Dopo tutto la libertà non è per tutti. O no? (dagospia.com)

 

Perché Matteo Renzi è il più odiato d’Italia

Aveva promesso la rivoluzione. E invece hanno prevalso i vecchi metodi: raccomandazioni, conflitti d’interesse, rapporti con i poteri forti. Così l’ex golden boy affonda nei sondaggi. Insieme al Pd. Diagnosi di una parabola.

Perché Matteo Renzi è il più odiato d'Italia

Quando Matteo Renzi ha mostrato alle telecamere di Matrix l’estratto conto da 15.859 euro per dimostrare che non si è arricchito durante il premierato, alcuni suoi collaboratori si sono messi le mani davanti agli occhi. «Non sono un traffichino», ha aggiunto il segretario del Pd sventolando i fogli. «Se vuoi fare soldi vai nelle banche d’affari, non fai politica».

L’excusatio non petita ha mostrato con chiarezza, a poco più di un mese dalle elezioni del 4 marzo, qual è il timore maggiore di Renzi: quello di essere ormai percepito da una fetta crescente dell’opinione pubblica come un “traffichino” appunto, il capo di una banda intenta, più che a governare il Paese, a curare i propri interessi e quelli degli amici degli amici. E così, nonostante le precisazioni e i distinguo, se negli ultimi rilevamenti il partito è precipitato intorno a un terrificante 22 per cento (ben sotto la quota della non-vittoria che nel 2013 costò a Pier Luigi Bersani la poltrona al Nazareno), anche il consenso personale di Renzi è sceso a un misero 23 per cento. E il sondaggista Nicola Piepoli sostiene che oltre due terzi degli italiani non lo vogliono vedere neanche dipinto.

Matteo è diventato in pochi mesi il leader politico meno amato d’Italia, dietro pure a Salvini e a Di Maio, più odiato persino del pregiudicato e redivivo Silvio Berlusconi. Dato ancor più significativo se confrontato con quello del premier Paolo Gentiloni che, pur a capo di un governo identico a quello di Renzi, oggi gode dall’alto di un gradimento del 100 per cento più alto rispetto a quello del suo segretario.

Risalire la china non sarà facile. Perché le promesse e gli elenchi delle cose fatte (che pure non sono poche) non sembrano scalfire il convincimento negativo dell’elettorato. Nell’ultimo mese la “questione renziana” è sbucata fuori un giorno sì e un giorno anche. Prima con l’audizione dell’ex amministratore delegato di Unicredit Federico Ghizzoni dello scorso 20 dicembre su Banca Etruria. Poi per colpa di un’imbarazzante mail al banchiere da parte dell’amico fraterno di Matteo Marco Carrai. Infine con la pubblicazione di un’intercettazione di Carlo De Benedetti (presidente onorario del Gruppo Gedi, di cui L’Espresso fa parte), in cui Renzi sembrava agevolare gli investimenti – la procura di Roma ha già chiesto l’archiviazione – di un editore di primissimo piano.
«I renziani sono supini alle lobby e all’establishment», cantano in coro le opposizioni e gli antipatizzanti sui social. L’ansia, al Nazareno, è aumentata a dismisura dopo l’analisi approfondita degli ultimi trend sui collegi uninominali: il Pd rischia di venire massacrato al Nord dalla destra e al Sud dai grillini.

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I “Renzomandati”: così muore la meritocrazia

Renzi aveva promesso rottamazione e «l’arrivo dei migliori». Invece nelle Spa pubbliche ha nominato raccomandati di ferro, amici senza curriculum, manager privi di laurea. Spuntano anche i rapporti tra il nuovo presidente della Cassa Depositi e Prestiti con Luigi Bisignani. E l’incarico a uno dei finanziatori della fondazione del premier

Solo Toscana ed Emilia (e il listino proporzionale bloccato) garantiranno un posto al sole nel prossimo Parlamento. Nella guerra civile per le candidature tra correnti nel Pd, per il segretario piazzare i suoi non è stato affatto un’operazione semplice: fino all’ultimo Luca Lotti e altri fedelissimi (come Giuliano Da Empoli, l’economista Tommaso Nannicini, il tesoriere Francesco Bonifazi, i parlamentari Ernesto Carbone e Gennaro Migliore) hanno ballato tra un collegio sicuro e i listini bloccati. E soprattutto il destino di una big come Maria Elena Boschi, la preferita di Matteo, è stato a lungo incerto. La vicenda Etruria l’ha costretta a girovagare tra la Toscana, Ercolano (che è un collegio amico) e l’Alto Adige. «Il problema», sospirano dal Pd, «è che non la vuole nessuno. Con lei in lista si perdono un sacco di voti».

Cos’è dunque successo al giovin rottamatore che meno di quattro anni fa portava il Pd a superare il 40 per cento alle europee e da meno di un anno trionfatore delle primarie? Come mai i successi indiscutibili sui diritti civili e la ripresa economica certificata dall’Istat e dall’Ocse non hanno fatto breccia nell’opinione pubblica, nemmeno tra chi ha sempre votato centrosinistra? Com’è possibile che persino il decreto sui sacchetti biodegradabili a pagamento abbia generato tonnellate di indignazione popolare contro il segretario dem, costretto a difendersi per giorni dalla fake news secondo cui la decisione sarebbe stata presa «per favorire una produttrice di bioplastiche cugina di Renzi»?

L’origine dello scontento anti-Matteo ha radici profonde. E poggia sulla sfilza di errori imputabili alla sua leadership. Che ha deluso non solo Sergio Marchionne, ma anche tanti altri supporter stanchi dello spread crescente tra le parole e i fatti.

L’ex sindaco fiorentino aveva conquistato prima il Pd e poi i palazzi romani con la promessa di una rivoluzione radicale, di una rottamazione non solo degli anziani leader del partito ma anche dei vecchi metodi della politica italiana. «Metteremo sulle poltrone di comando i più bravi in modo da far ripartire il paese. L’Italia con me sarà un posto dove trovi lavoro se conosci qualcosa, non se conosci qualcuno!», s’impegnò Renzi nel 2012. E poi: «La meritocrazia è l’unica medicina per la politica, per l’impresa, per la ricerca, per la pubblica amministrazione. Gli amici degli amici se ne faranno una ragione», proclamò nel 2014, appena scippata la poltrona ad Enrico Letta.
Ma, evidenze alla mano, il toscano il rinnovamento non l’ha mai davvero realizzato. Al contrario. Invece di basarsi sul merito ha selezionato la nuova classe dirigente del partito e della sua amministrazione con i soliti metodi. Fondati sulla cooptazione, sulle relazioni personali e amicali, sulle spartizioni partitocratiche e la mediazione – ça va sans dire – con gli immarcescibili potentati.

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Appena arrivato al vertice, Renzi ha in primis occupato molte poltrone con leopoldini, fiorentini e vecchi sodali. La lista è lunghissima, possiamo solo riassumerla: l’amico tributarista Ernesto Ruffini è diventato prima ad di Equitalia e poi, qualche mese fa, numero uno dell’Agenzia delle Entrate. Marco Seracini, commercialista di Matteo, già revisore del comune di Rignano e presidente del collegio sindacale della Leopolda, è stato preso nel collegio sindacale dell’Eni. Lapo Pistelli è stato mandato alla vicepresidenza del colosso energetico mentre era viceministro degli Esteri. Il coordinatore della campagna delle primarie del 2012, l’ingegnere elettrotecnico Roberto Reggi, piazzato inizialmente come sottosegretario all’Istruzione, è stato poi deviato all’agenzia del Demanio, dove non si occupa né di scuola né di elettronica, ma di patrimonio immobiliare. Ma il suo stipendio è lievitato a 240 mila euro l’anno.

Anche nei palazzi romani la strategia è stata identica: invece del merito, Renzi ha prediletto il rapporto personale. Giovanni Palumbo, ad esempio, è stato assunto nella segreteria tecnica. Seguiva Renzi dai tempi della Provincia di Firenze, quando era stato chiamato dal suo capo senza avere i titoli necessari (cioè una laurea). Anche Antonella Manzione è stata prelevata, a 207 mila euro l’anno, dal gruppo dei compagni toscani: ex capo dei vigili urbani di Firenze, autrice del romanzo “Martina va alla guerra” e seminarista sul tema “Disturbo della quiete pubblica”, Matteo ha voluto lei, e solo lei, nel delicatissimo ruolo di capo del dipartimento per gli Affari giuridici e legislativi della presidenza del Consiglio. Non c’era nessun altro in grado di affrontare decreti e provvedimenti di legge? Pare di no. Prima di andar via da Palazzo Chigi nel dicembre 2016, Renzi le ha fatto l’ultimo regalo, nominandola consigliere di Stato.

Un paracadute che Maria Elena Boschi ha offerto anche al suo collaboratore (indubbiamente preparato, ma sconfitto con lei nella battaglia referendaria), il segretario generale di Palazzo Chigi Paolo Aquilanti. Una nomina prestigiosa e remunerativa che, secondo accuse recenti del M5S, potrebbe ora ottenere anche un’altra strettissima collaboratrice di Boschi, il dirigente del dipartimento per le Riforme Carla Ciuffetti.
Delle polemiche politiche il capo del Pd se n’è sempre infischiato. Spiegando che “così fan tutti”, e che lui sceglieva «sempre tra i più bravi». Il leader però ha sottovalutato l’impatto mediatico di promozioni discutibili, come quella del suo spin doctor personale Guelfo Guelfi a membro del cda Rai. O come quella di Gabriele Beni, produttore di scarpe e soprattutto finanziatore della fondazione renziana Open con 45 mila euro, diventato vicepresidente di Ismea, l’Istituto di servizi per il mercato agricolo alimentare controllato dal ministro piddino Maurizio Martina.

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Tutti gli affari dell’avvocato di Renzi

Sconosciuto e riservato, Alberto Bianchi è diventato uno degli uomini più potenti d’Italia. Ecco le sue consulenze da centinaia di migliaia di euro con aziende pubbliche controllate dal governo

Ma ad aver causato i danni politici e d’immagine più gravi sono state proprio le mosse dei membri di Open, cuore del potere renziano. Dove siedono Boschi, Lotti e Carrai. Oltre al presidente, Alberto Bianchi,  avvocato personale e consigliere di Renzi. Tutti originari della Toscana: tra Laterina, Empoli, Pistoia e Rignano sull’Arno. Tutti coinvolti in scandali politici e giudiziari. Tutti, nonostante tutto, ancora oggi tenacemente difesi da Matteo.
Boschi, anche se non è mai stata indagata, è colei che ha creato maggior imbarazzo al partito e contribuito in modo determinante al buco nero nel consenso. Per gli osservatori le sue responsabilità sono due. Da un lato la disastrosa sconfitta al referendum del 4 dicembre 2016 (il ministro per le Riforme, architetta del riordino costituzionale bocciato dagli italiani, invece di uscire di scena come aveva giurato è stata addirittura promossa nel nuovo governo Gentiloni). Dall’altro, Boschi e Renzi pagano il comportamento della ministra durante la crisi di Banca Etruria.

E le ultime settimane, a causa delle clamorose audizioni alla commissione parlamentare d’inchiesta sulle banche voluta dallo stesso Pd, sono state fatali. Gli italiani già sapevano che il padre della Boschi era indagato e che quando era vicepresidente dell’istituto usava frequentare massoni e faccendieri come Flavio Carboni per chiedere consigli e pareri. Ma – come accennato sopra – lo scorso 20 dicembre hanno avuto anche conferma definitiva dall’ex amministratore di Unicredit Federico Ghizzoni che Maria Elena le aveva davvero chiesto di «valutare, nel 2014, l’acquisizione o un intervento su Banca Etruria». Esattamente come aveva scritto Ferruccio De Bortoli lo scorso maggio, notizia smentita da Maria Elena con forza e sprezzo. «La richiesta avvenne durante un colloquio cordiale», ha aggiunto Ghizzoni, «non avvertii pressioni da parte della Boschi». De Bortoli, però mai aveva parlato di «pressioni», ma solo dell’evidente conflitto di interessi di un ministro potente ma non competente (le banche sono questioni riguardanti il dicastero dell’Economia) di chiedere «una possibile acquisizione» dell’istituto tanto caro alla famiglia dell’allora ministra. Oltre al fatto in sé, è stata la gestione mediatica della vicenda a lasciare sbigottiti pezzi del partito e del popolo della sinistra: la Boschi, evidenze alla mano, sembra infatti aver pubblicamente mentito. O, quanto meno, sembra essere stata reticente. La volontà di Renzi di proteggerla ad ogni costo, prima impuntandosi per la sua promozione nel governo Gentiloni poi ricandidandola alle politiche, non sembra aiutare il recupero del consenso smarrito. E neppure candidare nel centrosinistra il capo della commissione banche, l’ex alleato di Berlusconi Pier Ferdinando Casini, è sembrata un’idea geniale.

Anche il rapporto personale con Marco Carrai ha creato più di un problema al segretario. Sponsorizzato a fine nel 2015 dall’ex premier per un incarico a Palazzo Chigi come responsabile della cyber sicurezza, s’è presto scoperto che “Marchino” qualche mese prima aveva fondato la Cys4. Una spa che avrebbe potuto mirare ai futuri appalti banditi dal governo dopo la creazione del nucleo per la sicurezza cibernetica.
Il trasferimento di Carrai a Roma è stato così stoppato dalle polemiche sui conflitti di interessi. Ma l’amico ventennale è tornato sulle prime pagine dei giornali un mese fa, quando Ghizzoni ha rivelato che anche lui, attraverso una email, aveva chiesto delucidazioni su Etruria. «Ciao Federico», aveva scritto l’imprenditore nel gennaio 2015, «solo per dirti che su Etruria mi è stato chiesto di sollecitarti, se possibile e nel rispetto dei ruoli, per una risposta». A che titolo il renziano “sollecitava” l’ad di Unicredit? «Ero solo consulente di un cliente privato interessato a Banca Del Vecchio, controllata da Etruria», s’è giustificato Carrai, «Renzi non sapeva niente, e se in quella banca c’era il padre della Boschi a me non interessava nulla. Non sono un politico e non appartengo a nessun partito. Non mi cibo di questi banchetti mediatici».

Sarà. Ma se Carrai sembra spesso dimenticare di essere seduto nel board dell’ente che raccoglie denaro per Renzi e la Leopolda, qualcuno ha pure notato, forse con malizia, che le aziende dell’imprenditore di Greve in Chianti abbiano preso il volo proprio durante l’ascesa politica di Renzi. In primis la Cmc Labs, società che tra il 2013 e il 2015 ha in effetti quadruplicato il fatturato e aumentato l’utile di 30 volte.
Tra i business del 2015, come risulta a L’Espresso, spunta anche un affare tra un’altra azienda di Carrai e di suo fratello Stefano, la Cgnal spa, e l’Unicredit di Ghizzoni. A febbraio di quell’anno, qualche settimana dopo aver mandato la mail su Etruria, la banca milanese firmò con la spa di Marchino una ricca commessa per “profilare” al meglio i big data dei clienti dell’istituto. La collaborazione tra Ghizzoni e l’amico dell’allora premier è durata solo otto mesi, e non fu rinnovata. Anche perché Unicredit è proprietaria al 100 per cento di Ubis, una delle più grandi realtà europee di information management: non si capisce come mai Ghizzoni abbia affidato un contratto alla piccola società di Carrai, nata appena due mesi prima.

La sensazione di parte dell’elettorato è che Renzi e parte del Giglio magico abbiano dunque creato a Palazzo Chigi, come ai tempi di D’Alema e dei capitani coraggiosi di Roberto Colaninno, una specie di merchant bank: che forse parla anche un po’ d’inglese, ma con un forte accento fiorentino. Una percezione forse eccessiva, ma che di certo si è diffusa anche per colpa delle scelte di Matteo. Se ogni politico ha il diritto di chiamare al suo fianco uomini fidati, Renzi ha scelto troppo spesso non tra i più capaci d’Italia, come ha sottolineato Ezio Mauro su Repubblica, ma «tra i più bravi di Rignano». La speranza di proteggere la sua leadership attraverso una rete di fedelissimi s’è così trasformata in un groviglio di relazioni, in cui ora la sua leadership rischia di rimanere impiccata.

Renzi Pierino by Edo Baraldi

Il caso Consip ha cementato questa impressione diffusa: al netto delle gravissime accuse che la procura rivolge ai carabinieri del Noe sui falsi fabbricati ad hoc per incastrare il babbo di Matteo, il manager – anche lui toscano – Luigi Marroni (chiamato dal governo Renzi a guidare la stazione appaltante dello Stato) ha parlato ai pm di «pressioni e ricatti» da parte di Tiziano Renzi e del suo sodale Carlo Russo. Obiettivo: condizionare l’assegnazione di alcune ricchissime commesse pubbliche. I pm romani hanno iscritto l’illustre parente per traffico di influenze illecite. E anche Lotti, l’altro “fratello gemello” di Matteo, è indagato nella stessa inchiesta: l’accusa dei magistrati è quella di aver rivelato l’esistenza dell’inchiesta allo stesso Marroni, complicando il lavoro degli inquirenti.

La Consip non ha portato fortuna nemmeno al presidente di Open, l’avvocato Alberto Bianchi (piazzato anche nel cda dell’Enel): L’Espresso ha scoperto che ha ottenuto dalla società pubblica consulenze per quasi 350 mila euro.

«Addosso a me pm e giornalisti possono indagare all’infinito, non mi troveranno attaccato nemmeno un centesimo», ribadisce Renzi, che si sente ingiustamente accerchiato. Eppure, ai più sembra che le congreghe amicali e familistiche interessate al potere, agli appalti e al denaro e non al bene del Paese abbiano davvero azzoppato una carriera politica che aveva il vento in poppa. Alle critiche il segretario resta allergico. E nemmeno di fronte al rischio imminente di un disastro elettorale sembra voler cambiare passo. (Emilio Fittipaldi L’Espresso)