CAFONALINO ALBERTONE! – NELLA GALLERIA A LUI DEDICATA LA PRESENTAZIONE DEL LIBRO SU SORDI BY SILVANA GIACOBINI – ENRICO VANZINA: “SORDI HA GUARDATO GLI ITALIANI E LI HA PORTATI SULLO SCHERMO. E ALLA FINE GLI ITALIANI HANNO COPIATO LUI” – VERDONE: “E’ STATA LA MASCHERA DI ROMA. E IO NON SONO IL SUO EREDE MA UN SUO SEMPLICE SPETTATORE” – VIDEO+FOTO

Foto Luciano Di Bacco per Dagospia

 

enrico vanzina silvana giacobini e carlo verdoneENRICO VANZINA SILVANA GIACOBINI E CARLO VERDONE

Lucilla Quaglia per il Messaggero – Roma

 

A quindici anni dalla scomparsa la voce di Alberto Sordi risuona ancora nelle vie della Città Eterna e tra le pagine del nuovo libro di Silvana Giacobini, Albertone, presentato ieri pomeriggio nella Galleria dedicata al divo romano. E ad affiancare l’autrice nel racconto dell’indimenticabile interprete ci sono Carlo Verdone ed Enrico Vanzina. La sala è gremita di amici e fan che attendono da ore l’evento. E come per magia, man mano che si ricorda Sordi, tornano in mente la voce da basso, quando doppiò Ollio e Marcello Mastroianni e fu protagonista indiscusso della commedia rosa e nera all’italiana.

 

libro presentatoLIBRO PRESENTATO

«E’ sempre nei nostri cuori dice Verdone – ci ha fatto ridere e riflettere e non morirà mai perché è stata una maschera importante: la maschera di Roma che è immortale e non ha eredi. E io non sono il suo erede ma un suo semplice spettatore». «Mio padre lo ha diretto in Un americano a Roma ed è stato grande amico di famiglia aggiunge Vanzina Sordi ha guardato gli italiani e li ha portati sullo schermo. E alla fine gli italiani hanno copiato lui: massimo onore per un attore». La Giacobini, che l’ha conosciuto e intervistato, lo descrive attraverso le trame dei suoi film più amati.

carlo verdoneCARLO VERDONE

 

una foto a carlo verdoneUNA FOTO A CARLO VERDONEenrico vanzinaENRICO VANZINAbeppe convertiniBEPPE CONVERTINIcarlo verdone ricorda alberto sordi (2)CARLO VERDONE RICORDA ALBERTO SORDI (2)carlo verdone ricorda alberto sordi (3)CARLO VERDONE RICORDA ALBERTO SORDI (3)carlo verdone ricorda alberto sordiCARLO VERDONE RICORDA ALBERTO SORDIcarlo verdone ricorda alberto sordi con enrico vanzina e silvana giacobiniCARLO VERDONE RICORDA ALBERTO SORDI CON ENRICO VANZINA E SILVANA GIACOBINIinvitati alla presentazione libro su alberto sordiINVITATI ALLA PRESENTAZIONE LIBRO SU ALBERTO SORDIenrico vanzina silvana giacobini carlo verdoneENRICO VANZINA SILVANA GIACOBINI CARLO VERDONEsilvana giacobiniSILVANA GIACOBINI

 

Farinetti usa i bus della Regione Spreco da 4,3 milioni di euro

Solo 6 passeggeri a corsa sui bus pubblici per FICO. Proteste M5S per lo spreco

Di Antonio Amorosi affariitaliani
Farinetti usa i bus della Regione Spreco da 4,3 milioni di euro

 

L’azienda dei trasporti dell’Emilia Romagna, Tper, ha “investito” 4,3 milioni di euro per mettere a disposizione di Fico, la creatura privata di Oscar Farinetti e Coop Adriatica, 9 autobus pubblici. In più questi mezzi circolano per Bologna sempre semivuoti. Vengono infatti utilizzati da sole 6 persone a corsa“Uno spreco di proporzioni cosmiche”, ha commentato ad Affaritaliani Silvia Piccinini, capogruppo regionale del MoVimento 5 Stelle che con un accesso agli atti ha chiesto le cifre ufficiali a Tper (partecipata al 46% dalla Regione e al 30% dal Comune di Bologna). 

Da non crederci. Ma leggete i numeri

Le persone salite a bordo degli autobus dal 15 novembre al 31 dicembre 2017, (i primi 47 giorni di apertura del parco commerciale, periodo di massimo afflusso) sono 20.536 per 3.262 corse. Sono 60 le corse al giorno, da e per Fico, dal lunedì al venerdì, 86 nei weekend e festivi. Corse che collegano il parco commerciale di Eataly con la stazione di Bologna. Un servizio dedicato, al costo di 5 euro (7 euro andata/ritorno). L’investimento complessivo da 4,3 milioni di euro è stato reso possibile dalla Regione Emilia-Romagna attraverso un co-finanziamento del 70% in attuazione del progetto “Mi Muovo Elettrico-Free Carbon City” con risorse provenienti dal Piano operativo regionale (Por Fesr 2007-2013) – e da Tper, che ha contribuito con risorse proprie al restante 30% della spesa.

Ma ogni giorno viaggiano sugli autobus per Fico, lunghi 18 metri e con 148 posti disponibili, in media di sole 6 persone.

“Se Fico vuole un servizio bus che se lo paghi da solo”, ha reagito alle cifre Silvia Piccinini, “quei mezzi e i nostri soldi potrebbero servire a migliorare i viaggi di migliaia di pendolari che ogni giorno si muovono sui bus di Bologna”

Quante pretese!

Fico è un investimento da 100 milioni di euro di cui 55 messi a disposizione come immobili da Caab, controllata del Comune di Bologna ed è un investimento sul futuro e sul lavoro.

A ridosso dell’apertura l’amministratore delegato, Tiziana Primori, membro forte di Coop Adriatica disse: «Fico Eataly World vuole essere un modello anche per il mondo del lavoro perché occupa circa 700 addetti, in buona parte giovani, che diventano quasi 3000 con l’indotto. È una piattaforma imprenditoriale che unisce Nord e Sud Italia, piccole e grandi imprese per promuovere il made in Italy nel mondo a beneficio di tutto il Paese».

Ad appena tre mesi dall’apertura 90 lavoratori interinali sono stati lasciati a casa.Ma si sà, viviamo in un’epoca in cui il lavoro è instabile.

Poche ore dopo l’apertura i carabinieri della forestale sequestrarono 1.000 metri cubi di rifiuti da demolizione, pericolosi e non, un cumulo di vetroresine, oli, fusti vuoti (prima contenenti solventi), plastiche e sostanze di sintesi varie, accumulati come in una discarica abusiva all’aperto in un piazzale interno del parco agroalimentare.

Ora lo spreco dei soldi pubblici dei trasporti.

Parliamo di una struttura, 100000 mq, dove si coltiva e si produce, si seguono gli alimenti dal campo al ristorante per favorirne la tracciabilità. Il tutto a circa un chilometro e mezzo da un inceneritore che emette livelli di cadmio per una quantità “da 3 a 10 volte superiori a quelli riscontrati negli altri siti (negli altri inceneritori, ndr)”, scrivono in uno studio del 2012 gli oncologi dell’associazione Medicina Democratica.

Ma dove vuole arrivare Farinetti?

“Per peggiorare la congestione del traffico, inquinare senza neanche spostare passeggeri, serviva proprio Ficobus”, aggiunge ironico il consigliere comunale della Lega di Bologna Umberto Bosco.

“E’ in via di redazione una risoluzione per spingere la Giunta regionale a riconvertire i mezzi verso usi più razionali”, avverte Daniele Marchetti sempre della Lega ma in Regione come la Piccinini. Vedremo se servirà a qualcosa. Brum brum Farinetti Ficobus!!!

APRILE 2017 -“Messina come un ragazzino al bar”. Del Vecchio attacca l’a.d. di Intesa sull’affaire Generali

Il ceo di Ca’ de Sass replica a muso duro: “Non sa di cosa parla”

ANSA/GETTY
 

Il matrimonio alla fine non c’è stato, mentre le liti, e anche pesanti, alla fine sono esplose. Generali-Intesa Sanpaolo: settimane di prove di avvicinamento, poi un nulla di fatto, con Ca’ de Sass che alla fine ha preferito non avventurarsi in una combinazione industriale che ha surriscaldato i mercati. Una dinamica che non è piaciuta a uno dei soci del Leone, Leonardo Del Vecchio, che detiene attraverso Delfin il 3,5% delle azioni della compagnia assicurativa triestina. “Non so come si fa a fare questi discorsi da parte di un amministratore delegato, lo può dire un ragazzino al bar”, ha dichiarato il patron di Luxottica. Il destinatario del messaggio? L’amministratore delegato di Intesa, Carlo Messina.

 

Del Vecchio non ha risparmiato critiche a Messina. “Vuol dire – ha aggiunto – che non sa neanche che cosa è Generali: ha fatto danno agli investitori più che al mercato. In America sarebbe stata una class action. Una dichiarazione di un a.d. di questo tipo sarebbe costata molto alla banca”.

 

Chiacchiere da bar, insomma, secondo Del Vecchio quelle che hanno animato l’interesse di Intesa per Generali. “È come se lo ha detto al bar, come se stesse parlando di Inter e Milan. Come si fa con due società in Borsa che un amministratore di una faccia queste dichiarazioni. ‘Noi vorremmo comperare…’ Come se io dicessi ‘Vorrei comperare la Microsoft”.

 

La risposta di Messina, anch’essa accesa, è arrivata a stretto giro. “Ho letto le dichiarazioni di Leonardo Del Vecchio: evidentemente non sa di cosa parla e neanche sa come sono andate le cose. Intesa Sanpaolo non ha mai commentato l’argomento se non in conseguenza dell’acquisto del 3% dei titoli della Banca da parte di Generali”. Messina ha rivendicato di aver informato i mercati in maniera trasparente e “rispettosa delle norme” dopo l’acquisto “da ultimo comunicando la decisione di bocciare la possibile operazione di combinazione industriale in quanto non creava valore”.

 

La querelle Del Vecchio-Messina non si ferma però qui. “Quelle di Del Vecchio sono affermazioni diffamatorie a fronte delle quali reagirò nelle sedi opportune a tutela mia e della banca”, ha chiosato Messina.

 

 

Milano Santa Giulia riparte con Spark One FINANZA

Milano Santa Giulia riparte con Spark One

Spark One

L’attesa rigenerazione di Milano Santa Giulia parte la prossima estate, quando aprirà il cantiere per il nuovo ‘business district’ a fianco di Sky, dietro alla stazione ferroviaria e metropolitana di Milano Rogoredo. Spark One, il primo grande edificio da circa 25mila metri quadri, sarà pronto in 24 mesi, nel 2020, insieme al più piccolo Spark Two, per un investimento complessivo di 120 milioni. Li costruiràLendlease, la società australiana che ridisegnerà e svilupperà anche l’area Expo.

Con Risanamento, la proprietaria dei terreni su cui sorgerà il progetto, LendLease ha creato una joint venture, Intown, che potrebbe presto coinvolgere un club di investitori destinato a gestire gli affitti. Al piano terra di Spark One, ‘scintilla uno’, andranno negozi, negli altri nove piani uffici.

 

Su questo fronte, “il dialogo con aziende interessate a trasferirsi nell’area è iniziato, sta andando avanti e siamo moderatamente ottimisti: credo ci sia la possibilità oggi, con un progetto di alta qualità, di arrivare a riempire quasi interamente tutti gli spazi prima del previsto”, ha sottolineato Andrea Ruckstuhl, il capo per l’Italia di Lendlease. Il progetto nasce con una grande attenzione all’impatto sociale: “Aree verdi, spazi pedonali e collegamenti viari sono fondamentali per rendere la piazza un’area a forte vocazione pubblica”, ha detto Davide Albertini Petroni, dg di Risanamento.

Il complesso Spark, tra l’altro, è uno dei primi progetti in Italia disegnati secondo le linee guida della certificazione Well, un protocollo che valuta il livello di vivibilità e benessere degli ambienti di lavoro. Alla realizzazione dei due edifici nei lotti Sud di Milano Santa Giulia seguirà l’avvio del completamento dell’area Nord. Comune di Milano e Regione Lombardia dovrebbero approvare insieme la variante all’accordo di programma per l’area Nord entro il primo trimestre del 2019. “Il messaggio – ha spiegato Petroni – è che noi siamo pronti, attendiamo i disbrighi amministrativi per iniziare i lavori”. ADNKRONOS

Elezioni, Messina: «L’Italia deve ridurre il debito»

MESSINA

 

Il Ceo di Intesa Sanpaolo in un’intervista all’Handelsblatt tenta di rassicurare i mercati in vista del voto: «Se parliamo di stabilità del sistema finanziario, siamo un Paese normale».

Il Ceo di Intesa Sanpaolo, Carlo Messina, ha rilasciato un’intervista al quotidiano tedesco Handelsblatt, una delle voci più autorevoli e ascoltate nel campo dell’informazione economico-finanziaria. A pochi giorni dalle elezioni politiche, il cui esito si annuncia quanto mai incerto, Messina ha tentato di rassicurare i mercati e gli investitori internazionali: «L’Italia deve ridurre il suo debito», ha ammesso, ma «se parliamo di stabilità del sistema finanziario, siamo un Paese normale».

DEBITO ALTO, MA SOSTENIBILE. Secondo Messina, in altre parole, Roma non rappresenta «in alcun modo» un rischio per la stabilità dell’Eurozona. E sulla capacità dell’Italia di sostenere il pur alto livello del debito pubblico (2.256,1 miliardi nel 2017, in crescita di 36,6 miliardi rispetto al 2016), «non vi è alcun dubbio». Un ragionamento che resterebbe valido «anche se la Bce dovesse ridurre l’acquisto dei bond» sul mercato secondario. Anche in questo caso, prosegue infatti Messina, «non mi aspetto alcuna forte pressione sul mercato italiano».

GOVERNO STABILE? «NEMMENO IN GERMANIA». Sul piano più strettamente politico, il Ceo di Intesa Sanpaolo non ha rinunciato a dare una stoccata ai tedeschi: «L’Italia non è in una situazione peggiore di altri Paesi in Europa. O la Germania ha al momento un governo stabile?», ha chiesto retoricamente a chi lo intervistava. Compito del nuovo governo italiano, piuttosto, dovrà essere quello di «tenere sotto controllo la disoccupazione, soprattutto quella giovanile». Ma per farlo «serve la crescita e dobbiamo trovare la strada per ridurre i debiti. Questo ha assoluta priorità» e i partiti italiani, sul punto, «sono tutti d’accordo».

LE PROMESSE, DOPO IL VOTO, DIVENTANO PIÙ RAGIONEVOLI. Agli intervistatori, che facevano notare però come anche nella coalizione di centrodestra, per esempio, c’è chi propone di abolire la riforma delle pensioni introdotta dal governo Monti, Messina ha risposto così: «Tutti i partiti fanno promesse in campagna elettorale. Ma dopo le elezioni, le promesse si trasformeranno in qualcosa di più ragionevole. Se l’Italia vuole parlare con i suoi partner in Europa, dobbiamo affrontare il problema del debito. I politici sanno che hanno bisogno di investire per determinare una crescita maggiore, e possono farlo solo se non spendono così tanto per il rimborso del debito».

BANCHE, NUOVE AGGREGAZIONI IN VISTA. Il manager è stato interpellato anche sulla necessità di un nuovo consolidamento del nostro sistema bancario: «Sono assolutamente convinto del fatto che nei prossimi due anni vedremo aggregazioni di banche di dimensioni medie e piccole. Intesa Sanpaolo, però, non sarà della partita. La nostra quota di mercato è già adesso troppo grande». Quanto al nodo delle sofferenze, Messina si è detto «sicuro che la maggior parte delle banche italiane possa risolvere i suoi problemi in un arco di tempo che va dai prossimi tre ai cinque anni. Se parliamo di stabilità del sistema finanziario, siamo un Paese normale. Alcune banche possono avere delle difficoltà, ma questo vale anche per la Germania».

LA REPLICA ALLE SCOMMESSE DI BRIDGEWATER. Infine, una replica al pessimismo dell’hedge fund americano Bridgewater, che ha recentemente scommesso tre miliardi contro l’Italia: «Ci saranno molte chance per le banche italiane, credo che Bridgewater sia sulla strada sbagliata». Lettera 43

 

CARLO MESSINA IN CAMPO – IL CAPO DI INTESA, A POCHI GIORNI DALLE ELEZIONI PIÙ IMPORTANTI DEGLI ULTIMI DECENNI, CON I FONDI INTERNAZIONALI PRONTI A VENDERE I NOSTRI TITOLI IN CASO DI STALLO POLITICO, DIFENDE IL SISTEMA FINANZIARIO E INDUSTRIALE ITALIANO E RASSICURA L’EUROPA CON UNA INTERVISTA AL TEDESCO HANDESBLATT. CERTO, NON POTEVANO FARLA I POLITICI…

Dagoreport

 

carlo messinaCARLO MESSINA

A pochi giorni dalle elezioni politiche italiane più importanti dell’ultimo decennio il messaggio più credibile sulla tenuta dei conti pubblici italiani e sulla salute delle banche, quindi sulla sostenibilità del sistema Italia, viene da Carlo Messina, amministratore delegato di Intesa: “Non c’è nessun pericolo per la stabilità dell’euro, né per il debito pubblico italiano  poiché la durata media dei titoli di Stato è pari a sette anni. Anche se la Banca Centrale Europea dovesse ridurre il suo programma di acquisto di obbligazioni non mi aspetto una grande pressione sul mercato italiano. E politicamente parlando l’Italia non è in una situazione peggiore rispetto ad altri paesi europei. Neanche la Germania attualmente ha un governo stabile, o mi sbaglio?”.

Banca IntesaBANCA INTESA

 

Messina ha risposto alle domande di due giornalisti dell’Handsblatt, Regina Krieger e Michael Maisch, uno dei  più autorevoli giornali tedeschi che ha pubblicato l’intervista con grande rilievo su due pagine.

carlo messinaCARLO MESSINA

 

Il messaggio del capo della più grande banca italiana ai mercati finanziari e, in particolare, alla classe dirigente tedesca non è casuale: di fronte alle incertezze di un voto che potrebbe non definire un vincitore netto e, secondo alcuni commentatori, potrebbe vedere tre forze politiche diverse vincere in zone diverse del Paese (centrodestra al Nord, centrosinistra al Centro e Movimento 5 Stelle al Sud), non potevano certo essere i politici in una campagna elettorale giocata pressoché esclusivamente su promesse scarsamente realizzabili a mandare un segnale forte e chiaro all’Europa e a chi potrebbe speculare contro l’Italia.

 

INTESAINTESA

Una sorta di “supplenza” rispetto alla debolezza strutturale del sistema politico italiano, importante proprio perchè all’estero avvertono molto di più che in Italia la difficoltà di scegliere tra riformisti deboli e populisti senza competenza, tra anziani cavalli di ritorno e puledri già imbolsiti.

 

Il messaggio di Messina, che poche settimane fa presentando il piano industriale aveva indicato l’obiettivo di costruire la banca più importante d’Europa, sulla tenuta del sistema finanziario italiano fa il paio con la recente prova di forza delle imprese italiane che a metà febbraio avevano presentato davanti a settemila imprenditori a Verona un piano a medio termine per il Paese con più investimenti, più crescita e più occupazione.

 

Messina intervista da HandesblattMESSINA INTERVISTA DA HANDESBLATT

Messina lancia un messaggio forte e diretto: c’è un sistema finanziario e industriale italiano che è consapevole della propria forza, che vuole cogliere, consolidare e rendere stabile la ripresa e che in Europa vuole tutto intero il posto che compete non solo ad un paese fondatore ma ad un paese capace di competere ad armi pari con la Germania e capace di tenere a distanza la Francia. Il capo di Intesa non lo dice, ma proprio per questo le difficoltà dei treni con dieci centimetri di neve non sono proprio tollerabili.dagospia.com

 

 

India nella morsa del credito dopo scandalo banca PNB

A due settimane circa dello scoppio dello scandalo relativo alla frode della Punjab National Bank, il sistema finanziario dell’India inizia a sentire i primi contraccolpi e il paese si trova ora stretto in una morsa del credito, con i grandi gruppi stranieri sempre meno disposti a concedere garanzie al settore bancario del secondo paese più popoloso al mondo.

Gli istituti di credito stranieri sono sempre più riluttanti ad accettare garanzie delle loro controparti locali, rileva in un articolo Bloomberg, dove si precisa: “Citigroup, Deutsche Bank, Standard Chartered e HSBC hanno ridotto l’esposizione verso le operazioni utilizzate dalle società più piccole per accedere ai finanziamenti in dollari a breve termine”.

 

Lo hanno riferito all’agenzia di stampa americana fonti a conoscenza dei fatti, le quali hanno anche specificato che “proprio perché sono aumentati gli interrogativi sull’affidabilità creditizia delle banche statali indiane, i tassi sono aumentati fino a 0,5 punti percentuali per alcuni tipi di finanziamento”, alimentando una situazione di cosiddetto credit crunch.

I problemi in India sono iniziati lo scorso 10 febbraio, quando la Punjab National Bank (PNB) ha denunciato in una comunicazione alla Borsa e alla polizia di aver scoperto transazioni fraudolente equivalenti a 1,77 miliardi di dollari realizzate con l’emissione di Lettere di credito (LoU) irrevocabili e garantite da parte di una sua filiale (‘mid-corporate branch‘) di Mumbai a favore di imprese facenti riferimento al gioielliere miliardario indiano Nirav Modi e a suoi soci.

Nel documento diffuso dalla PNB, che è la seconda banca pubblica per importanza in India, si precisa che “le transazioni non autorizzate” sono state eseguite da personale che è riuscito a eludere il sistema centrale di controllo interno, permettendo la presentazione per l’incasso delle Lettere di credito anche a filiali all’estero di altre banche indiane, quali la Allahabad Bank, la Axis Bank e la Union Bank of India.

Mariangela Tessa wallstreetitalia

Pil Usa rivisto al ribasso, VIX fa flash-crash e Larry Summers avverte: prossima recessione durerà più dell’ultima

L’ex segretario al Tesoro: quando la recessione arriverà, “avremo già in qualche modo sparato con i cannoni della politica fiscale e monetaria”. 

Negli ultimi tre mesi del 2017 l’economia Usa è cresciuta meno di quanto inizialmente comunicato. Il dato sul Pil degli Stati Uniti è stato infatti rivisto al ribasso a +2,5%, dal +2,6% reso noto con la prima lettura dell’indicatore, in rallentamento rispetto al +3,2% del terzo trimestre.Former U.S. Treasury Secretary 

 

Dal report diffuso dal dipartimento del Commercio, si legge che la revisione al ribasso riflette “un indebolimento degli investimenti privati nelle scorte“. Le spese per consumi si sono confermate invece solide al 3,8%.

Dopo le perdite sofferte alla vigilia e scatenate dal fattore Powell, a Wall Streetc’è voglia di ripresa, mentre i tassi sui Treasuries fanno dietrofront, scendendo sotto la soglia del 2,90% superata alla vigilia.

Tra le reazioni più forti si mette in evidenza tuttavia soprattutto il VIX, l’indice che monitora la volatilità e noto in gergo anche come indice della paura, che reagisce con un flash crash, capitolando da un valore superiore a 18 punti a 15,65 punti.

Il flash crash dura (per sua natura) poco: il VIX torna infatti a salire.

In ogni caso, il Pil Usa sembra riportare i più ottimisti sull’economia Usa, con i piedi per terra. D’altronde, le view di alcuni esperti del mondo della finanza sono tutto fuorché confortanti.

Guardando al futuro, l’ex segretario al Tesoro Usa Larry Summers ha detto inoltre nel corso di una conferenza che si è svolta ad Abu Dhabi che la prossima recessione degli Stati Uniti potrebbe protrarsi per un arco temporale più lungo rispetto all’ultima, che è andata avanti per 18 mesi.

Il motivo è che, quando la recessione arriverà, “avremo già esaurito i cannoni della politica fiscale e monetaria”.

Summers ha poi riferito alla televisione di Bloomberg che il neo presidente della Federal Reserve, Jerome Powell, dovrà riuscire a garantire “quell’equilibrio difficile tra il legittimo desiderio di stimolare l’economia e di ottenere quanta più crescita e occupazione possibile, e assicurarsi che l’inflazione torni al 2% (target della Fed).

Così intanto, intervistato da Marketwatch, James Meyer, responsabile investimenti presso Tower Bridge Advisors, commenta il dato relativo al Pil Usa:

“Il Pil non dovrebbe essere oggi un forte market mover in nessun senso. E’ un dato che conferma che siamo in un’economia caratterizzata da buona crescita e da un’inflazione limitata. Tuttavia, le valutazioni sono elevate per tutti gli asset finanziari, e il trucco per la Fed sarà normalizzare i tassi in modo abbastanza lento da non scontrarsi nel percorso con gli ostacoli”.

Intanto, l’FT fa notare che il ritmo di crescita del Pil Usa al tasso del 2,5% è inferiore all’obiettivo di Donald Trump di portare l’espansione a +3%. Laura Naka Antonelli Finanzaonline

La Germania privatizza la prima landesbank

Hsh Nordbank, banca regionale di Amburgo e Schleswig-Holstein, venduta a una cordata guidata dal fondo Cerberus per 1 miliardo

 
 

La Germania privatizza una landesbank. Si tratta della “famigerata” Hsh Nordbank, già oggetto di un corposo salvataggio pubblico per complessivi 13 miliardi, per il dissesto provocato dalla crisi finanziaria. E’ la prima volta che una banca regionale tedesca finisce in mani private. 

A rilevare Hsh Nordbank, per 1 miliardo di euro, è stata una cordata guidata dai fondo americani di private equity Cerberus (fra i soggetti più attivi nella corsa per acquisire Alitalia) e J. C. Flowers. Soddisfatto il sindaco di Amburgo, Olaf Scholz, che in conferenza stampa si è vantato di avere “spuntato un buon prezzo”. 

Il contratto è stato approvato oggi dal Senato di Amburgo e dall’esecutivo dello Schleswig-Holstein. I due Laender (Schleswig-Holstein e Amburgo) hanno rinunciato a mantenere una quota di minoranza. 

Per la vendita della “banchetta” tedesca la Commissione europea aveva imposto una deadline che sarebbe scaduta domani. Ora così saranno i fondi americani a tentare di mettere fine alle forti difficoltà finanziarie che hanno tormentato l’istituto per quasi 10 anni. In ogni caso servirà il via libera della stessa commissione Ue, dell’organo di sorveglianza bancaria tedesca Bafin e della Bce. Procedure che dureranno alcuni mesi, per cui la transazione potrebbe avvenire ufficialmente il prossimo autunno. 

Quando la banca regionale sarà passata di mano, Cerberus deterrà una quota del 40,3% mentre J. C. Flowers – che già detiene il 5,1% del capitale, acquisirà il 33,2%. Quote minori sono destinate agli asset manager Usa GoldenTree Asset Management (11,9 per cent) e Centaurus Capital (7,1%). Il 2,4% andrà al gruppo austriaco Bawag, controllato dallo stesso fondo Cerberus. 

L’operazione evita al sistema bancario tedesco l’onta di una risoluzione, ma non migliora l’immagine delle banche regionali tedesche, un universo opaco finora sfuggito in gran parte alle maglie della vigilanza europea. In compenso una settantina di queste ha fallito l’anno scorso gli stress test nazionali organizzati dalla Bundesbank. Stefano Neri Finanzareport.it

“Io, vittima della truffa dei diamanti, la banca mi ha rubato 30mila euro”

Truffata dalla banca, che le ha fatto acquistare diamanti. Solo in seguito, mentre scoppiava la “bolla” dei diamanti – bluff, venduti al doppio del prezzo di vendita da quattro banche, una parmigiana, Anna Franzoni, ha raccontato nei giorni scorsi la propria disavventura ai microfoni di “Mi manda Rai Tre”.

L’indagine di altroconsumo –  Multa milionaria per Intesa San Paolo, Unicredit, Monte dei Paschi di Siena e Banco BPM, e per due società venditrici di diamanti, IDB e DPI, per aver venduto agli ignari clienti i loro diamanti dai prezzi fuori mercato. Il tutto era partito dalle denunce di Altroconsumo. Se hai questi diamanti puoi fare reclamo.

Antitrust multa per più di 15 milioni di euro due società venditrici di diamanti e quattro banche che hanno venduto a prezzi gonfiati le loro pietre a ignari clienti, spacciandoli per investimenti sicuri e senza informare dei rischi reali e dell’impossibilità di rivendere i preziosi acquistati. Le banche sanzionate sono Intesa San PaoloUnicreditMonte dei Paschi di Siena e Banco BPM, assieme alle due società IDB e DPI.

Se hai anche tu acquistato questi diamanti fai reclamo per iscritto (usando il modello che puoi scaricare qui sotto) alla banca che ti ha offerto le pietre e alla società che le ha vendute, chiedendo la cessazione del rapporto contrattuale e la restituzione di una somma di denaro pari almeno al prezzo di acquisto che hai pagato per il diamante.

 

Infatti sono palesi le gravi inadempienze della banca e l’ingannevolezza delle informazioniche hai ricevuto e che ti hanno convinto a fare l’investimento in termini di valore della pietra, sua rivendibilità, quotazione di mercato.

La vicenda nei dettagli –  In tempi di magra per gli investimenti tradizionali in titoli di Stato e obbligazioni, gli istituti di credito hanno individuato il diamante come bene rifugio, come possibilità di investimento da proporre ai clienti. A denunciare il fenomeno era stato Report, il programma di Rai Tre, con un’inchiesta andata in onda lo scorso ottobre. Abbiamo ricevuto diverse segnalazioni di soci preoccupati. L’acquisto di un diamante da investimento non è un buon affare. Troppe incognite e un circuito chiuso che non guarda al mercato.

Ma come si investe in diamanti? Allo sportello viene proposto come investimento sicuro, redditizio ed esentasse, ma a lungo termine. Peccato che vendere la pietra quando si ha bisogno di liquidità non è semplice come viene prospettato: il prezzo a cui viene venduta al cliente è almeno il doppio dei valori di mercato e le commissioni di uscita sono piuttosto salate. Il sistema funziona finché la banca trova un altro cliente a cui rivendere il diamante a quel prezzo gonfiato. Quindi, nel circuito chiuso che si viene a creare. Ma chi ci dà la certezza che questo sarà possibile tra 10-20 anni cioè, al termine del tempo consigliato dalla banca e dalle società per l’investimento? Nessuno. La bolla potrebbe scoppiare e le perdite potrebbero essere consistenti.

La proposta delle banche – Le principali banche italiane hanno fatto accordi commerciali con le due società attive nella vendita di diamanti (come risulta dai siti delle società stesse):

  • DPI – Diamond Private Investment (Intesa Sanpaolo, Monte dei Paschi di Siena, Banca Popolare di Milano, Banca Popolare dell’Emilia Romagna, 50 banche di credito cooperativo, Widiba…);
  • IDB – Intermarket Diamond Business (Unicredit, Banco Popolare, Carige, Banca popolare di Bari).

L’inchiesta (da www.altroconsumo.it) – Per capire meglio i meccanismi di vendita, nel novembre del 2016, Altroconsum si è presentato agli sportelli di quattro grandi banche (Banca Popolare di Lodi (Banco Popolare), Intesa San Paolo, Banco di Brescia (Ubi Banca), Unicredit) come clienti interessati all’acquisto di diamanti. I consulenti ci mostrano sempre un grafico in cui si vede la curva delle quotazioni dei diamanti in crescita costante: sono però le quotazioni preparate dalla società stessa che vende i diamanti tramite la banca, pubblicate su Il Sole24Ore ogni tre mesi in uno spazio pubblicitario. Dando un’occhiata alle vere quotazioni internazionali (per esempio, il listino Rapaport), si può capire che il valore ha un andamento ben più volatile e che ci sono anche discese e picchi. Convinti di fare un buon affare, ci informiamo su come liquidare l’investimento. Chi ricompra il diamante quando voglio recuperare i soldi e realizzare il guadagno? La banca tranquillizza il cliente, dicendo che il diamante verrà riacquistato dalla società a cui si appoggia per la vendita e sorvola sul punto più importante: le commissioni da versare all’uscita. Vediamo cosa dicono in merito i contratti delle tre società che vendono diamanti.

  • Contratto di IDB: la società non ha alcun obbligo di riacquisto, ma solo quello di accettare dal cliente un mandato a vendere ad altri clienti IDB ai prezzi di quotazione. Mandato che dura 4 mesi, rinnovabili. Per il servizio sono previste commissioni comprese tra il 16% +Iva del prezzo di vendita (nel primo anno) e un minimo del 7% + Iva se la vendita avviene dopo 7 anni dall’acquisto.
  • Contratto di DPI: la società si impegna a rivendere il diamante e la commissione è del 10% +Iva del prezzo finale del diamante.

A conti fatti, si fa fatica a guadagnare e si rischia facilmente di perderci.

La multa dell’Antitrust – A novembre del 2016 Altroconsumo aveva segnalato le scorrettezze delle banche all’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato, chiedendo la sospensione dell’attività e sanzioni per le società coinvolte. L’Antitrust ha avviato due procedimenti per pratiche commerciali scorrette nei confronti di DPI e IDB, allargati poi anche alle banche che vendevano agli ignari clienti i diamanti dai prezzi gonfiati. Le informazioni parziali o scorrette fornite dai consulenti e dalle due società sui depliant e online non permettono, infatti, al cliente di fare un investimento consapevole.

Sempre a novembre  2016 inviata una segnalazione anche alla Consob chiedendo regole di trasparenza e correttezza da parte delle società che vendono diamanti e delle banche che le offrono ai loro clienti. La Consob ha comunicato che sta facendo delle verifiche per capire se l’offerta di diamanti in banca non sia, in realtà, un’offerta di un prodotto finanziario e per questo soggetta alla disciplina prevista dal Testo unico della Finanza in termini di servizi di investimento. La Consob ci fa sapere anche che ha chiesto alle banche che offrono diamanti ai loro clienti di spiegare bene l’offerta, le condizioni contrattuali, mettendo bene in evidenza quali siano le commissioni comprese nel prezzo del diamante. Dubitiamo che un richiamo possa bastare, anche perché abbiamo già dimostrato che questo non avviene. Resta poi aperto il nodo di chi i diamanti li ha comprati finora senza alcun rispetto delle norme di informativa precontrattuale e di trasparenza. Per questo chiediamo alla Consob di intervenire al più presto con modalità più incisive.

Ma adesso almeno qualche novità positiva può arrivare dalle sanzioni comminate ieri e che riguardano le due società ma anche le banche presso i cui sportelli i diamanti sono stati venduti. Come avevamo messo in luce con le nostre inchieste sul campo e le segnalazioni ad Antitrust, le banche sono coinvolte direttamente nella pratica scorretta. Hanno proposto ai loro clienti l’acquisto di diamanti come bene rifugio usando le informative e le quotazioni fornite dalle due società senza verificarne il contenuto e quindi senza alcun rispetto della minima diligenza professionale cui sono tenute nella loro attività. I clienti peraltro acquistavano i diamanti in base al rapporto di fiducia che avevano con la banca.

Le sanzioni – IDB (Intermarket Diamond Business)  vendeva diamanti tramite Unicredit e Banco Bpm; la sua pratica scorretta è andata avanti dall’inizio del 2011 fino al 1 marzo 2017 (data in cui IDB ha smesso di vendere diamanti).

Multa per IDB di 2 milioni di euro + per Unicredit 4 milioni di euro + per Banco Bpm 3,35 milioni di euro.

DPI (Diamond Private Investment) che vendeva diamanti tramite Intesa San Paolo (da inizio ottobre 2015 ed è ancora in corso) e Monte dei Paschi di Siena (da maggio 2012 fino a febbraio 2017).

Pratica scorretta realizzata da DPI dall’inizio del 2011 ed è tuttora in corso.

La sanzione per lei è di 1 milione di euro. Per Intesa San Paolo la sanzione è di 3 milioni di euro. Per Monte dei Paschi di Siena la sanzione è di 2 milioni di euro.

Francesca Devincenzi parmapress24.it

Italia non considerata rischio da investitori esteri, dice Messina (Intesa)

MILANO (Reuters) – L‘Italia non viene considerata un rischio dagli investitori esteri e l‘hedge fund Usa Bridgewater è sulla via sbagliata.

MESSINAMESSINA

 

Carlo Messina, amministratore delegato di Intesa Sanpaolo. Foto del 27 aprile 2017. REUTERS/Giorgio Perottino

E’ il pensiero del ceo di Intesa Sanpaolo, Carlo Messina, intervistato da Handelsblatt.

“Molti investitori vedono l‘Italia come una opportunità di investimento, specie gli investitori Usa. Continuano a comprare le nostre azioni perché vedono Intesa Sanpaolo come rappresentazione del paese, e vogliono beneficiare della ripresa dell‘economia italiana”, dice Messina.

Bridgewater, che ha aperte posizioni corte sulle banche italiane, “penso sia sulla strada sbagliata. Al momento Bridgewater perde soldi con le sue scommesse al ribasso. Nella mia opinione, ci sono molte opportunità per le banche italiane. Non solo per la ripresa dell‘economia ma anche per l‘alto livello dei depositi”, aggiunge riferendosi al prevedibile aumento dei tassi.

Inoltre, “anche se la Bce riduce il suo programma di acquisti di bond, non prevedo una particolare pressione sul mercato italiano”.

A una domanda su un possibile approdo alla presidenza Bce del numero uno della Bundesbank Jens Weidmann, Messina risponde: “abbiamo bisogno di qualcuno che lavori per l‘Europa, non per un singolo paese. Mi soddisfa ogni soluzione che ponga enfasi sulla crescita e Mario Draghi ha fatto un lavoro molto buono”.

E alla considerazione che Bundesbank non sia esattamente famosa per la promozione della crescita, Messina replica: “ma nonostante ciò la Germania raggiunge uno dei più alti tassi di crescita in Europa. E’ importante trasformare problemi in opportunità di progresso. L‘Europa non potrà crescere se cresce un Paese soltanto”.

Berlusconi ed euroscettici non frenano appetito per l’Italia, ma occhio a cautela Citi e BofA

“Tutte le proposte economiche discusse in vista delle elezioni vanno in una direzione: un aumento netto del debito pubblico”, ha scritto Mauro Baragiola, strategist di Citigroup.

“Neanche Berlusconi e gli euroscettici riescono a fermare il rally positivo italiano”. Così un articolo di Bloomberg firmato da Cecile Gutscher mette in evidenza quello che appare per certi versi un paradosso, in vista delle elezioni politiche di domenica 4 marzo.

 
 

“Con uno euroscettico e un titano controverso dei media che tramano per controllare il governo italiano, il voto di domenica sembra presentare un rischio politico sufficiente per agitare i mercati”.

E invece non è così, sia se si guarda al trend del Ftse Mib, +4% dall’inizio dell’anno,che allo spread BTP-Bund.

Il rally delle azioni italiane e il restringimento del differenziale, continua l’articolo, è avvenuto nonostante la prospettiva di un Hung Parliament lasci “Silvio Berlusconi, ex premier condannato per frode fiscale, probabile incoronatore. Visto che non può assumere la carica di premier, infatti, Berlusconi potrebbe dar vita a un’alleanza non facile con gli euroscettici della Lega Nord, sempre che i due blocchi riescano a risolvere le loro differenze”.

E comunque gli analisti che invitano alla cautela non mancano.

Bloomberg presenta i giudizi degli strategist tra le istituzioni finanziarie più importanti al mondo, tra cui quelli di Bank of America, che hanno per esempio consigliato ai loro clienti di tagliare l’esposizione verso il debito corporate italiano.

Da segnalare che le obbligazioni emesse da diverse aziende italiane attive nel settore energetico, utility e trasporti rendono meno rispetto al debito sovrano.

Barnaby Martin, strategist del credito di Bank of America, ha scritto di conseguenza che tale situazione, presente in un contesto in cui la Bce ha già iniziato a staccare la spina QE, “potrebbe non generare frustrazioni in chi ha posizioni short sul credito, diversamente da quanto accaduto nelle elezioni presidenziali francesi”.

Citigroup mette invece in evidenza il rischio di una crescita ulteriore del debito pubblico, già elevato.

“Tutte le proposte economiche discusse in vista delle elezioni vanno in una direzione: un aumento netto del debito pubblico”, ha scritto Mauro Baragiola, strategist di Citigroup, in una nota dello scorso 26 febbraio.

Gli investitori, ha rilevato Baragiola, “tendono a dimenticare che lo scenario più probabile è quello di un governo guidato in qualche modo da Silvio Berlusconi, di cui i mercati non sono stati grandi fan in passato”.

Si potrebbe spiegare in questo modo l’aumento dei premi che i trader devono pagare per proteggersi contro il rischio di un calo dei futures sui bond italiani.

Barclays e Morgan Stanley sono invece bullish sul debito italiano.

“L’esito più probabile delle elezioni italiane è una coalizione ampia ed eterogenea – ha scritto Cagdas Aksu, analista di Barclays – E noi crediamo che un tale risultato consentirebbe all’Italia di performare bene, con gli spread che scenderebbero sia verso la Germania, che verso la Spagna”. Laura Naka Antonelli Finanzaonline

Aumentano debiti colosso cinese HNA, in grave crisi di liquidità

colosso cinese HNA, in piena crisi di liquidità, è alla ricerca disperata di fondi freschi. Un esempio della situazione critica delle finanze del gruppo lo offre Reuters, che ha svelato come HNA sia riuscita ad accumulare 3 miliardi di yuan (476 milioni di dollari) di debiti con una società statale di benzina per aerei. Lo hanno riferito all’agenzia di stampa due fonti dell’industria petrolifera.

Dopo essersi gonfiato negli ultimi sei mesi, il conto di quanto HNA deve alla China National Aviation Fuel Group Ltd (CNAF), gruppo statale che esercita praticamente un monopolio nel mercato della distribuzione di benzina per gli aerei in Cina, è sempre più salato. “Avendo versato solo una piccola quota, HNA deve ancora finire di pagare il conto, perciò il debito è diventato sempre più grande”, secondo quanto riferito da un dirigente del settore petrolifero a conoscenza dei fatti. Un’altra fonte ha rivelato che la situazione “si è veramente deteriorata negli ultimi mesi”.

 

È uno dei tanti esempi di quanto profonda sia la crisi di liquidità che sta compromettendo le operazioni chiave del conglomerato asiatico. Malgrado la sua volontà di cedere asset secondari e ridurre il suo indebitamento, un mese fa HNA ha annunciato ai suo creditori che potrebbe dover far fronte a un buco di liquidità di almeno 15 miliardi di yuan nel primo trimestre di quest’anno, una somma che equivale a 1,9 miliardi di euro.

Dopo due anni, HNA ha iniettato 50 miliardi di dollari per finanziare la sua strategia ambiziosa di acquisizioni verticali o di acquisto di partecipazioni in diversi settori, principalmente nel settore aereo, alberghiero e del turismo. Al pari di altri gruppi cinesi Wanda, gruppo presente nell’immobiliare, cinema e nei parchi divertimento, Fosun (turismo, divertimenti) e Anbang(assicurazione, hotel), HNA è un conglomerato tentacolare.

È per esempio la società madre della compagnia aerea Hainan Airlines ed è entrata nel capitale di altri gruppi aerei stranieri, come Aigle Azur in Francia, Virgin Australia, TAP in Portogallo, Azul in Brasile. Detiene il 10% dell’agenzia immobiliare francese Pierre Vacances e ha in mano quote in aziende svizzere, come quella di servizi di assistenza agli scali aeroportuali Swissport e quella di ristorazione e catering negli aeroporti e sugli aerei Gategroup, nonché in Servair, divisione di Air France-KLM. Il primo gennaio di un anno fa HNA Hospitality Group era all’11esimo posizione mondiale tra i gruppi alberghieri con 1.181 edifici per un’offerta di 188 mila camere in totale.

Daniele Chicca wallstreetitalia

LA TRISTE STORIA DI UN ATTIVISTA M5S NO EURO E DEL FUTURO MINISTRO PER L’ECONOMIA GIGGINIANO: MARCO GIANNINI E PIER LUIGI CIOCCA

Oggi vi presento la TRISTE storia di uno dei tanti attivisti no euro che si sono dati da fare per spingere il movimento verso posizioni antitetiche a quelle attuali. Egli, come noi del resto, voleva un movimento per la gente comune (e quindi antieuro), essi lo hanno, invece, trasformato nel cavallo di troia dei panzern tedeschi.
Buona lettura.
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Riassunto: Dopo 5 anni di militanza M5s, io Marco Giannini, ho pubblicato nel 2015 un saggio economico anti euro per Andromeda, con prefazioni di Anna Variato (UNIBG) e di diversi Europarlamentari e Parlamentari M5S, presentandolo nel 2016 alla Camera (invitato dagli stessi parlamentari del movimento M5s).
 
Saluti l’Orso….
ps ho cambiato 3 profili dall’ultima volta stando anche 3 mesi fuori da fb perché ero giù per vicende private (la mia ex)…
 
Nonostante ben 5 anni di esperienza nelle Istituzioni e di evidenze empiriche il M5s come proposta di “punta” ha ancora oggi quella sui vitalizi immediatamente “fagocitata” dalla protesta come “Dio Marketing” vuole.
Facendo credere al cittadino medio “conti qualcosa” lo si è portato a inveire contro questioni secondarie ma comprese da tutti e volutamente distratto. E’ stato portato a credere che 70 milioni di euro di vitalizi (quanto potrebbe costare il cartellino di Alex Sandro della Juventus) siano più odiosi delle decine e decine di miliardi che lo Stato annualmente paga a pochi soggetti della finanza internazionale. Una speculazione parassitaria (cioè ottenuta senza dietro un “lavoro”), imposta ai nostri contribuenti mediante leggine da abolire presenti tanto nell’Italia pre moneta unica, quanto in quella post moneta unica; nel secondo contesto la situazione è divenuta critica perché causante perdita di competitività e debito estero.
Trasformando quindi la materia “Economia” in un reality, il M5s ha potuto compiere un’opera di trasformismo senza precedenti, proponendo per il relativo Ministero Pier Luigi Ciocca senza essere praticamente notato.
Chi è Ciocca?
Per capirlo partiamo dalla Germania: dal dopoguerra in poi i tedeschi hanno percorso una strada di costante “austerity sostenibile” mantenendo i salari bassi rispetto ai profitti delle imprese (“quota salari”). Invece di alimentare politiche di domanda interna spesso poco etiche (e di aumento dei prezzi), i teutonici hanno conquistato fette di mercato estero incamerando ricchezza: in tal modo si sono ritrovati un salario reale molto più alto senza deprezzare o svalutare la propria moneta.
L’Italia, tuttavia, riusciva ad essere altamente competitiva grazie ai cambi flessibili e ad una struttura produttiva in parte differente.
Quando l’Italia sull’onda emotiva di Mani Pulite(…) chiese di far parte della moneta unica,
la Germania, che per 50 anni era stata “austera” chiese al nostro paese di pagare un dazio di altrettanta “sobrietà” immediatamente: competizione al ribasso dei diritti e dei salari mediante alta disoccupazione (ed ingresso di manodopera a basso costo dall’Africa), taglio dei servizi anche essenziali, totale separazione della moneta rispetto all’economia, distruzione delle economie locali.
Per ottenere tale risultato serviva come “precursone” un valore di ingresso (nell’Euro) Marco/Lira che non rispecchiasse il reale rapporto di forza tra le due economie (1 Marco = 1200 Lire circa) ma ipervalutasse la nostra valuta (mettendo così in difficolta la nostra bilancia commerciale, prodromo di tutte le crisi economiche, con tutti i sacrifici annessi).
Ad accordarsi per un valore di 1 Marco = 990 Lire furono proprio Prodi, Ciampi, Draghi e… Ciocca!
Per legittimare questo rapporto “drogato”, nei mesi precedenti la decisione, ci avevano pensato i mercati finanziari “drogando” il rapporto cioè vendendo appositamente Marchi e comprando Lire.
Una volta compreso il contributo storico di Ciocca per il proprio paese, quello che va rimarcato è che il M5s è riuscito a proporre un simile prospetto senza essere notato dall’opinione pubblica. Per fare un esempio eloquente se i pentastellati avessero cercato un ex di Forza Italia per quel Ministero (senza responsabilità sulla crisi rispetto ai summenzionati) ci sarebbero state le barricate.
Secondo la stessa logica tocca sentire un Prodi (cui affidammo il futuro dei nostri figli e nipoti) dichiarare “abbiamo svalutato la Lira sul Marco del 600% rispetto a quando ero uno studente universitario” confondendo moneta ed economia sempre profittando della totale ignoranza (in materia) del cittadino medio.
In questo contesto quindi ha buon gioco chi riesce a far passare inosservate, insieme a figure come Ciocca, le pericolose carenze di un programma economico confusionario ed impraticabile.
Alcuni media hanno espresso preoccupazione per l’estrema fragilità interna del M5S, una fragilità che, secondo loro, si andrebbe a ripercuotere sul paese una volta al governo; altri hanno ravvisato nella ricetta M5S numerosi copia incolla eseguiti da programmi di altre forze politiche e da Wikipedia (inquietanti indizi di incompetenza) ma nessuno si è cimentato nell’analisi della proposta economica.
A prima vista parrebbe che a dettare la linea economica sia sempre Beppe Grillo visto il suo “innamoramento” per il default, eppure non credo che stiano così le cose: inizialmente fu la “decrescita felice”, una teoria rudimentale, di pochi capitoletti, che durante la stagnazione ci costerebbe il default; successivamente fu il turno del default stesso, auspicato da Grillo; poi fu la volta del referendum sull’euro che avrebbe portato sempre al fallimento; adesso è il turno di questa proposta che favorirebbe una speculazione internazionale senza precedenti con “scenari greci” (cioè il dimezzamento dei livelli pensionistici) o addirittura “argentini” cioè il… default!
Come noto, se si escludono le persone che hanno conti all’estero, il default comporta l’immediata evaporazione di tutti i risparmi degli italiani: una crisi debitoria in Italia a qualche soggetto estero conviene sempre…
Per uscire dalle recessioni, secondo l’approccio keynesiano, è opportuno “fare deficit” per incrementare la domanda aggregata (acquisto di beni e servizi da parte dei cittadini) dando lavoro, infrastrutture, detassando ecc. In questo modo tornano a circolare danari, l’economia riparte, i contribuenti aumentano di numero e con essi le entrate dello Stato che vanno a ripianare non solo il nuovo deficit ma anche a ridurre lo stock debitorio.
In altre parole si va ad incidere sul denominatore del rapporto Debito/PIL incrementandolo e non sul numeratore (cercare di ridurlo significa fare austerità). Purtroppo l’economia non è una materia da affrontare in modo virtuale bensì chirurgico, considerando in primo luogo in che contesto ci si muove: al minimo errore si rischia una macelleria sociale senza precedenti.
Su un piano strettamente economico, nell’ambito dell’eurozona, se espandiamo la domanda aggregata ed i partner europei non fanno altrettanto, la conseguenza è il peggioramento dei conti verso l’estero e della bilancia commerciale, a causa dell’impennata dell’import rispetto all’export con probabile crisi debitoria (di tipo economico).
Il Candidato Premier pentastellato pare quindi mettere il carro davanti ai buoi visto che i principali partner europei optano senza titubanze verso dinamiche ultra competitivie e marcatamente mercantiliste.
Di Maio insistendo sullo sforamento del parametro del 3% denota che a sfuggirgli è pure un importante dettaglio: “fare deficit” non significa erogare beni e servizi aggiuntivi rimanendo scoperti ma vuol dire ottenere un prestito da un investitore (sotto forma di Bot, Btp ecc) per poterli pagare. Successivamente lo Stato, per evitare il fallimento, è obbligato a saldare il debito col creditore quando egli chieda indietro i soldi o alla scadenza prestabilita del prestito con interessi annessi.
Se uno Stato paventa la violazione di regole comunitarie, perde credibilità e diviene costosissimo per esso ottenere finanziamenti, visto che una simile prospettiva può comportare dinamiche punitive da parte di numerosi soggetti finanziari (compresi gli Stati creditori).
Di Maio è corso ai ripari evidenziando come anche Francia e Spagna in passato abbiano disatteso il 3% ma non ha tenuto conto del fatto che questi Stati possiedono un debito pubblico minore del nostro. Poco importa ai partner dell’eurozona che il concetto di debito pubblico sia emotivamente enfatizzato e confuso con il debito estero.
Un altro punto estremamente critico del candidato premier è dare per scontato che i propri interventi siano “ad altissimo moltiplicatore” e che in brevissimo tempo comportino una crescita del PIL tale da ottenere maggiori entrate fiscali (utili ad onorare le scadenze con vecchi e nuovi creditori e quindi ad evitare il default).
Al netto del fatto che le dinamiche di questo tipo sono estremamente imprevedibili, il moltiplicatore si esprime in tutta la sua forza quando il danaro “gira” cioè quando proviene da capitali fino ad allora giacenti e finisce nelle tasche di chi consuma fino all’ultimo euro di stipendio per poter vivere. Se va ad accumularsi nei forzieri delle multinazionali che stanno dietro larga parte della Green Economy, della Virtual Economy e delle infrastrutture, l’effetto è contrario (al netto del fatto che se sono capitali esteri la moneta “emigra” peggiorando ancor più lo stato delle cose).
In altre parole è lecito attendersi che i licenziamenti presenti nel piano Cottarelli e gli investimenti nei settori auspicati da Di Maio e dal suo staff economico, comportino una riduzione degli effetti del moltilicatore nel breve/medio periodo (e con essa una riduzione dei livelli occupazionali, proprio secondo Keynes!), una contrazione del PIL, minori entrate e tagli ai servizi ed alle infrastrutture che nelle intenzioni si vorrebbero potenziare.
Per quanto eticamente auspicabile, la “moralizzazione” della spesa pubblica nel breve può comportare al massimo un incremento della soddisfazione dei cittadini che, se si rivolgono a un fannullone, non ottengono un servizio pronto e decente. Solo nel medio-lungo periodo una burocrazia efficiente, un paese sicuro e ricco di infrastrutture possono attrarre investimenti sensibili ma finché ciò non avviene, di effetti moltiplicatori “nemmeno l’ombra”, quindi non si hanno maggiori entrate mentre i creditori, aumentati di numero, pretendono subito il pagamento delle scadenze pena il fallimento dello Stato e questo contesto innesca fenomeni speculativi.
 
Non saper “moltiplicare” l’economia e prospettare la violazione di norme comunitarie (perdita di credibilità) è il viatico certo per ritrovarci con il cappio al collo delle scadenze verso i creditori.
Quando uno Stato è nell’urgenza di ottenere finanziamenti, i potenziali “prestatori” (detti “investitori” ma anche detti “speculatori”) chiedono interessi sempre più alti (speculazione/spread), il paese sotto attacco finisce per avvitarsi nei debiti e per onorare scadenze sempre più pressanti ed evitare il default è costretto a svendere assets strategici a prezzi di saldo (con ulteriore desertificazione dell’economia), di norma proprio ai soggetti che hanno compiuto questa aggressione.
 
E’ l’azione della tipica “finanza volatile” con sede a Londra che non comporta un incremento dell’economia reale (industrie, lavoro) bensì emorragia di benessere verso l’estero e deflazione salariale.
In questo caso la crisi debitoria ha tratti più finanziari che economici e di nuovo il M5S pare incamminato in quella direzione.
 
Di Maio è reduce da incontri con non ben definiti “investitori” a porte chiuse quando in gioco c’è l’interesse nazionale: perché questo gap in termini di trasparenza proprio quando la posta in gioco è così alta?
Ricordo che nel 1992 il Governo italiano optò per l’uscita dallo SME e consapevole che la grande svalutazione che ne sarebbe seguita avrebbe comportato un pari sconto sui “gioielli di Stato”, sul Panfilo Britannia, si accordò con soggetti esteri per la svendita degli stessi.
A completare un quadro di estrema incertezza la salita agli onori della cronaca di Fioramonti come responsabile della politica economica pentastellata, per i legami (da lui smentiti) con lo speculatore internazionale Soros, con i Rockefeller, i Rothschild ed Anspen Institute.
Egli insegna economia in Sud Africa ma è laureato in Scienze Politiche (quindi non è un economista) ed è un teorico della della “decrescita felice”. Superfluo rimarcare come tale teoria non scopra niente (è lapalissiano che gli sprechi vadano ridotti e che il PIL non sia un indice della felicità ma economico) ma viene percepita da creditori e partner europei (che spesso coincidono) come indizio di approssimazione e come indice di un potenziale disimpegno sul lato dei conti pubblici da parte degli “italiani”.
 
Insomma più che il “Moltiplicatore di Di Maio” e di un clima alla Mani Pulite 2.0 (utile a difendere la Religione della Moneta Unica) questo paese necessita di maggiore lealtà nei confronti di chi non “mastica” economia: volendo esprimere un giudizio nazional popolare, si dichiari chiaramente che dal punto di vista della “crisi” il problema del nostro paese non sono tanto i “corrotti”, che evidenze scientifiche mostrano pesare tra un 5% e un 10% alla voce “debito”, ma i “venduti” (a soggetti esteri) che hanno approvato una Maastricht irriformabile.
 

 scenarieconomici.it

Bill Blain e la ‘Buffett Chart’. Guadagni azionario davvero ormai insostenibili?

Sul fronte politico, Bill Blain parla di una situazione di un rischio massiccio in Italia (per le elezioni politiche), Germania e Regno Unito

“Con la capitalizzazione dell’azionario Usa che ora vale il 143% del Pil Usa – come dimostra la Buffett Chart (grafico di Buffett) – in diversi avvertono che il mercato appare ormai insostenibile”. Così Bill Blain, strategist del reddito fisso per Mint Partners e tra le voci più ascoltate a Wall Street. Ma è davvero così?

 
 

Blain  sottolinea che “la struttura del mercato è cambiata”.

In che senso? “Il mercato azionario appare più equilibrato tra i settori (nel 2000, il 40% del suo valore era nei titoli tecnologici, oggi è pari al 27%). E il mio collega macro-economista Martin Malone ritiene che l’ampiezza del mercato Usa significhi che possiamo smettere di preoccuparci e rivedere anzi il rialzo del ratio azionario/Pil dalla media degli ultimi 20 anni, pari al 100%, fino al 150%”.

La realtà della stessa economia, d’altronde, è cambiata.

“I nuovi fondamentali sono diversi: basta preoccuparsi della deflazione, piuttosto è il momento di capire che la verità è un’inflazione che potrebbe essere smisurata (specialmente in Europa!) – dice Bill Blain – “Ed è cambiato anche l’outlook, visto che il crash finanziario globale ha lasciato il posto a una crescita globale sincronizzata”.

Certo, “le banche centrali rimangono un problema – aggiunge lo strategist – se si pensa a quanto potrebbero sbagliare e al rischio che vadano nel panico”. Inoltre, la politica rimarrà ‘fluida’ e volatile, condizionata dalla crescente percezione delle diseguaglianze dei redditi, che sarà terreno fertile per il populismo”.

Fondamentalmente siamo in presenza di un mondo nuovo – sentenzia Blain, che poi lancia l’appello a trader e investitori: “Cercate di leggerlo”.

Sul fronte politico, Bill Blain parla di una situazione di rischio massiccio in Italia (per le elezioni politiche), Germania e Regno Unito.

“Ma queste cose raramente poi risultano così negative come appaiono all’inizio. Sebbene la Brexit rimanga un caos terribile, immaginate quanto sareste scioccati, e quanto velocemente le vostre valutazioni dei mercati sarebbero costrette a cambiare, se improvvisamente (la premier britannica) Theresa May fosse capace di governare in modo quasi competente”.

Tutto ciò – conclude Bill Blain – “fa della crescita il vero elemento che crea valore. E sebbene diversi investitori credono che la crescita possa fermarsi alla fine di quest’anno o all’inizio del 2019, tutte le istituzioni globali sono positive. Il Pil globale sta crescendo, giustificando le elevate quotazioni delle azioni e degli asset di rischio. Con il ritmo di crescita ancora modesto, e le minacce sull’inflazione limitate, potrebbe anche non esserci una paura così forte verso i bond”.

Alla fine Bill Blain conclude: “Sembra tutto molto positivo…E sì, io sono un buyer. Acquistate rischio. Vendete bond”. Laura Naka Antonelli Finanzaonline