Leucemia, un nuovo successo italiano per la terapia genica Car-T sui bambini

(Foto: Ospedale Pediatrico Bambino Gesù)(Foto: Ospedale Pediatrico Bambino Gesù)

L’innovativa terapia Car-T è stata utilizzata per trattare un bambino affetto da leucemia linfoblastica acuta al Bambino Gesù di Roma, con risultati molto promettenti.

Riprogrammare geneticamente le cellule immunitarie (i linfociti T) per addestrarle a riconoscere e attaccare un tumore. Si tratta della promettente e innovativa terapia genica Car T (acronimo di Chimeric antigen receptor T cell), un trattamento che si è appena dimostrato efficace su un bambino di 4 anni affetto da leucemia linfoblastica acuta (Lla), un tipo di tumore raro che spesso non risponde alle terapie convenzionali. A raccontarlo oggi sono stati i medici e i ricercatori dell’ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma, in collaborazione con il ministero della Salute, Regione Lazio e Airc, secondo cui il bambino sta bene ed è stato dimesso, in quanto non presenta cellule leucemiche nel midollo a un mese dall’infusione delle cellule riprogrammate.

Le cellule immunitarie del bambino, come dicevamo prima, sono state programmate con la terapia genica Car T, una delle strategie più innovative e promettenti nella ricerca contro il cancro, oggetto di numerose sperimentazioni in tutto il mondo.

Ricordiamo infatti che due terapie geniche con cellule modificate Car-T sono state approvate pochi mesi fa dall’agenzia statunitense Food and Drug Administration (Fda): la prima contro la Lla e l’altra contro forme di linfoma a grandi cellule B (mentre in Europa le valutazione sono ancora in corso). Ma come funziona? Per prima cosa vengono prelevati i linfociti T del paziente e modificati geneticamente fornendoli di un recettore chimerico sintetizzato in laboratorio, chiamato Car (Chimeric Antigenic Receptor), diretto contro antigeni tumorali. Una volta moltiplicati in laboratorio, i linfociti T modificati vengono poi re-infusi nel paziente per via endovenosa. In buona sostanza, questo recettore è capace di potenziare i linfociti e renderli a loro volta in grado di riconoscere e attaccare le cellule tumorali presenti nel sangue e nel midollo.

(Foto: Ospedale Pediatrico Bambino Gesù)
(Foto: Ospedale Pediatrico Bambino Gesù)

Precisiamo che l’approccio adottato dal team di ricercatori del Bambino Gesù differisce parzialmente da quello nord-americano: diversa è la piattaforma virale utilizzata per la trasduzione delle cellule, per realizzare cioè il percorso di modificazione genetica e diversa è la sequenza genica realizzata, che prevede l’inserimento di una sorta di gene “suicida”, chiamato Caspasi 9 Inducibile (iC9), che si rende attivo in caso di eventi avversi, bloccando l’azione dei linfociti modificati. E’ la prima volta che questo sistema, adottato grazie alla collaborazione dell’Ospedale con Bellicum Pharmaceuticals, viene impiegato in una terapia genica Car-T: una misura ulteriore di sicurezza per fronteggiare i possibili effetti collaterali che possono derivare da queste terapie innovative. Tra le complicanze più comuni, ricordiamo la Cytokine release Syndrome(Crs) o “tempesta di citochine”: le cellule T modificate rilasciano citochine, molecole infiammatorie che possono provocare febbre alta, dolori muscolari, sintomi neurologici e problemi circolatori e respiratori, anche molto gravi.

Il bambino che ha ricevuto il trattamento sperimentale di terapia genica aveva già avuto 2 ricadute: la prima dopo trattamento chemioterapico, la seconda dopo un trapianto di midollo osseo da donatore esterno. “Per questo bambino non erano più disponibili altre terapie potenzialmente in grado di determinare una guarigione definitiva”, spiega Franco Locatelli, direttore del dipartimento di Onco-ematologia pediatrica, terapia cellulare e genica del Bambin Gesù. “Qualsiasi altro trattamento chemioterapico avrebbe avuto solo un’efficacia transitoria o addirittura un valore palliativo. Grazie all’infusione dei linfociti T modificati, invece, il bambino oggi sta bene ed è stato dimesso. È ancora troppo presto per avere la certezza della guarigione, ma il paziente è in remissione: non ha più cellule leucemiche nel midollo. Per noi è motivo di grande gioia, oltre che di fiducia e di soddisfazione per l’efficacia della terapia. Abbiamo già altri pazienti candidati a questo trattamento sperimentale”.(Marta Musso Wired)

NUVOLE NERE SUL CANUTO PROFUMO – PALAZZO CHIGI E MEF PREOCCUPATI PER CROLLO DEL TITOLO DI LEONARDO DOPO PIANO INDUSTRIALE: COSI’ DIVENTA DIFFICILE FARE ALLEANZE INTERNAZIONALI PER FINMECCANICA – DOPO IL VOTO “ARROGANCE” RISCHIA IL POSTO E GIA’ SI MUOVE PER OCCUPARE LA POLTRONA IN CDP DI COSTAMAGNA (CHE SI ATTACCA A GUZZETTI) – GALLIA FUORI

DAGOREPORT

Alessandro Profumo Leonardo Alessandro Profumo Leonardo

Sulla testa imbiancata di Alessandro Profumo s’adensano nuvole nere. L’ad di Leonardo (Finmeccanica) ostenta ottimismo con i suoi collaboratori. Forse non sa che a Palazzo Chigi ed al ministero dell’Economia occhi attenti osservavano il tracollo del titolo dopo la presentazione del Piano Industriale.

ALESSANDRO PROFUMO E ROBERTA PINOTTI ALESSANDRO PROFUMO E ROBERTA PINOTTI

Al termine degli scambi dell’altro ieri, chiusi con un drammatico -12%, c’è stata una telefonata fra i piani nobili della presidenza del Consiglio. In questi colloqui riservatissimi trapelava la preoccupazione per Leonardo. La sua capitalizzazione (ridotta all’osso) mette ansia al governo. Non certo per la scalabilità (non lo è in virtù del golden power) quanto per la capitalizzazione. Se scende ancora riduce la forza negoziale al tavolo delle trattative internazionali.

lorenzo mariani Leonardo lorenzo mariani Leonardo

Insomma, c’è il rischio che Profumo abbia fatto diventare Leonardo una specie di zitella che nessuno vuole sposare. Circostanza che preoccupa non poco le strategie di qualche dipartimento della Presidenza del Consiglio.

Per di più, si comincia a respirare malumore dalle parti di piazza Montegrappa. I manager che hanno vissuto la Finmeccanica sono incazzati con “Arrogance” Profumo per il potere affidato a Lorenzo Mariani, a partire dal budget.

COSTAMAGNA GALLIA COSTAMAGNA GALLIA

E’ per queste ragioni che a Palazzo Chigi ed al Mef avrebbero concordato che dopo le elezioni sarebbe meglio che Profumo si cerchi un altro lavoro. La sua presenza nell’industria della Difesa rischia di diventare una meteora.

giuseppe guzzetti giuseppe guzzetti

E dopo le elezioni si faranno i giochi anche dentro Cassa depositi e prestiti. Fabio Gallia ha già pronti di scatoloni da amministratore delegato, mentre Claudio Costamagna (dopo lungo ripensamento) sarebbe intenzionato a rimanere. E per inchiodarsi sulla poltrona di presidente starebbe corteggiando in maniera pesante Giuseppe Guzzetti – anche se sembra orientato a un ricambio. E Profumo non fa mistero del suo desiderio di traslocare proprio in CDP. Nella divisione dei poteri l’ad viene indicato dal ministero Economia ed il presidente dalle Fondazioni.(dagospia.com)

 

Anche l’orrore di un omicidio è merce da campagna elettorale

di Giovanni De Franceschi Cronache Maceratesi

Eccola qui, puntuale come una sorta di balzello sociale da pagare a tutti i costi, la ridda di commenti dei politici. E così anche il brutale omicidio di una ragazza di 18 anni, fatta a pezzi, rinchiusa in una valigia e gettata ai bordi della strada diventa un argomento da campagna elettorale. La provincia che è entra nel grande circo della politica nazionale dalla porta delle frasi fatte, dei luoghi comuni.

Matteo Salvini
Le indagini sull’assassinio di Pamela Mastropietro sono tutt’altre che concluse, anzi di interrogativi ne restano ancora molti. Due le certezze al momento: il macabro ritrovamento del cadavere, il fermo di un nigeriano di 29 anni. Ma tanto basta, le sentenze sono servite. Come se l’orrore fosse ascrivibile a una nazionalità, a una bandiera, o peggio, a un categoria precisa di persone. Come se gli assassinii fossero diretta conseguenza di un unico problema facilmente individuabile. Come se bastasse cambiare casacca a un governo per far sì che simili tragedie non si ripetano. Che il teatrino abbia inizio allora. «Immigrato nigeriano, permesso di soggiorno scaduto, spacciatore di droga – ha commentato su Facebook il leader della Lega Nord Matteo Salvini – . È questa la “risorsa” fermata per l’omicidio di una povera ragazza di 18 anni, tagliata a pezzi e abbandonata per strada. Cosa ci faceva ancora in Italia questo verme? Non scappava dalla guerra, la guerra ce l’ha portata in Italia. La sinistra ha le mani sporche di sangue. Espulsioni, espulsioni, controlli e ancora espulsioni. La Boldrini mi accuserà di razzismo? La razzista (con gli italiani) è lei». Veloci, quasi istantanee le repliche. «Anche in questa occasione Salvini ha perso un’occasione per tacere e per rispettare il dolore di una famiglia distrutta dalla morte di una ragazza – ci ha tenuto a precisare Lara Ricciatti di Articolo Uno Mdp -Leu – Non accetteremo e non scenderemo mai al livello di sciacallaggio del leader della Lega Nord, che cavalca la morte pur di racimolare qualche voto in più. Non una parola sul dolore e sulla disperazione dei genitori e sulla morte di una ragazza che aveva ancora tutta la vita davanti. La giustizia farà il suo corso e noi ci schiereremo sempre e comunque dalla parte delle vittime, a prescindere dal colore della pelle o della nazionalità. Da parte nostra silenzio ed un abbraccio alla famiglia». E ancora: «Salvini è un razzista e umanamente analfabeta. Predicare odio e non fermarsi neanche davanti alla tragedia di una ragazza che ha perso la vita può fargli raccattare qualche voto ma è chiaro ormai non potrebbe essere in grado di governare un Paese». Così, sempre su Facebook, il capogruppo di Mdp a Montecitorio ed esponente di Liberi e Uguali, Francesco Laforgia.

 

Carlo Ciccioli
Finito? Macché. Anzi, la Lega rincara la dose. «Innocent Osenghale (il 29enne fermato, ndr), oltre ad essere una bestia, è solo uno delle centinaia di migliaia di irregolari presenti sul territorio che il nostro governo non intende assolutamente rintracciare ed espellere dal Paese – ha aggiunto il senatore Paolo Arrigoni, citando ancora una volta le “risorse” – A riprova di questo, quando lo scorso anno discutemmo in Senato del decreto Minniti sull’immigrazione, la Lega presentò un ordine del giorno per aumentare gli sforzi sul controllo degli irregolari che fu bocciato dal Pd e dal governo. Queste tragedie, che sempre più spesso vedono come vittima giovani donne italiane, sono il frutto più drammatico di una gestione dell’immigrazione totalmente fuori controllo. Non possiamo dimenticare che proprio nelle Marche, a Fermo, un anno e mezzo fa la presidente della Camera Laura Boldrini e l’ex ministro Cecile Kyenge parteciparono con grande enfasi al funerale di Emmanuel Chidi Nhamdi, accusando la comunità fermana di razzismo. Da parte loro mi aspetto la stessa considerazione per dire addio alla giovane Pamela e soprattutto solidarietà e vicinanza alla famiglia Mastropietro».

 

Deborah Pantana
E Carlo Ciccioli, portavoce di Fratelli d’Italia, che termine usa? Il solito: “risorse”. «Sono le risorse del, per fortuna ormai ex, presidente della Camera Laura Boldrini – dice Ciccioli – Non si tratta di essere xenofobi, ma insieme a brave persone arriva una quantità inaccettabile di potenziali criminali. L’immigrazione deve essere filtrata e contingentata. Ormai intere aree della nostra Italia sono dominate da personaggi di questo tipo, provenienti dall’Africa, dall’Asia o dall’Europa dell’Est. Lo Stato li accoglie e li paga pure, mentre non dà i soldi per sopravvivere agli italiani poveri o in disagio lavorativo. Le organizzazioni cosiddette umanitarie mantengono le loro strutture e il personale attraverso queste attività. Occorre spazzare via questo sistema. Così è a Macerata città, all’Hotel House di Porto Recanati, al quartiere Piano San Lazzaro ad Ancona e in tanti altri luoghi della regione». Poi ci sono i politici “nostrani”, che parlano sì di problemi reali che le amministrazioni locali dovrebbero affrontare, ma il cui tempismo lascia a desiderare. Proprio oggi, mentre alcuni suoi colleghi di centrodestra avevano già da tempo sollevato la questione dell’accoglienza, Deborah Pantana, consigliere comunale di Forza Italia, ha scritto una lettera al sindaco Carancini e ai vertici delle forze dell’ordine per chiedere una verifica su quante persone vivono, oppure «occupano» per usare le sue parole, gli appartamenti gestiti dalle associazioni che accolgono rifugiati e migranti. Già ieri sera aveva scritto scritto un post su facebook: «A Macerata c’è stato un grave omicidio.. un angelo di 18 anni è salito al cielo, un animale fuori da ogni grazia di Dio ha massacrato una piccola fanciulla. Viviamo in una città fuori controllo, il Sindaco non sa chi vive da noi! Stavolta no! Chiederemo il conto! Non viene fatto un consiglio comunale aperto sul l’immigrazione perché nessuno convince la Prefettura a venire da noi per fornirci i dati».

 

Delitto di Pamela, un testimone chiave: «Ho accompagnato l’uomo con i trolley»

 

di Gianluca Ginella

Ha raggiunto il luogo dove ha poi scaricato le valigie facendosi accompagnare da una sorta di taxi il 29enne Innocent Oseghale. Ad accompagnarlo un uomo del Camerun che però non aveva sospettato nulla sul momento. Solo dopo aver saputo cosa era successo ha deciso di farsi avanti e ha raccontato agli inquirenti di quel viaggio a Casette Verdini di Pollenza nella serata di martedì. È questo uno dei dettagli che emerge dalle indagini sulla morte di Pamela Mastropietro, la 18enne di Roma, ospite della comunità Pars da cui si era allontanata lunedì pomeriggio. Il nigeriano è indagato per omicidio e occultamento di cadavere. Il 29enne, secondo i carabinieri, non conosceva la ragazza.

Il luogo dove sono stati ritrovati i due trolley con il cadavere
È stato notato avviarsi insieme a lei dalla farmacia di via Spalato a Macerata, intorno alle 11 di martedì mattina, verso la sua abitazione. Cosa è successo in seguito è al vaglio degli inquirenti. Al momento la causa della morte non sarebbe stata chiarita. Non viene esclusa neameno l’ipotesi di una overdose e sono stati disposti accertamenti tossicologici. Da quanto emerge segni evidenti di una violenza sessuale non sono stati trovati ma saranno presi campioni col tampone. Altri accertamenti sono in corso nella casa di via Spalato 124 a Macerata dove gli inquirenti presumono la donna sia morta. Gli inquirenti stanno cercando sia tracce di sangue con il luminol. Alcune macchie di sangue in casa sono state trovate, parte sul balcone. Nella casa i carabinieri hanno trovato 70 grammi di hashish ma non eroina o altri tipi di droghe. Il nigeriano da quanto emerge ha una bambina di un anno e una compagna, che però al momento non vivono con lui. Nella casa di via Spalato stava da solo. Dalle indagini emerge inoltre che il nigeriano era stato arrestato per spaccio di droga: risale al 4 febbraio 2017. Aveva spacciato droga a un minorenne ai Giardini Diaz di Macerata. L’uomo, che da quanto emerge era arrivato in Italia come richiedente asilo, al momento aveva il permesso di soggiorno scaduto.

La mamma di Pamela a Macerata, in obitorio per il riconoscimento

di Giovanni De Franceschi

Ha anche raccontato che l’ultima volta che ha visto Pamela risale a qualche giorno fa.

Nella comunità, ha aggiunto la donna, le regole erano ferree: i familiari potevano sentire Pamela solo ogni 15 giorni. E dall’ultima visita non avevano avuto più contatti con lei. Ha inoltre detto di non avere idea del perché si sia allontanata dalla comunità. La donna, distrutta dal dolore, questa mattina ha raggiunto il capoluogo nella speranza che il corpo trovato nella valigia non fosse quello della figlia. Accompagnata dai carabinieri, alle 10,35 ha raggiunto l’obitorio. Ad attenderla diversi fotografi, giornalisti e telecamere di telegiornali e trasmissioni.

Alessandra Verni non ha rilasciato dichiarazioni. All’interno dell’obitorio è rimasta circa 30 minuti. Quando è uscita si è poi coperta il volto e si è allontanata sempre accompagnata dai carabinieri.

Pamela Mastropietro

La giovane donna è stata uccisa probabilmente tra il pomeriggio e la sera di martedì e poi fatta a pezzi e il corpo sistemato in due trolley lasciati a Casette Verdini di Pollenza, lungo via Dell’Industria. A ucciderla, stando alle indagini dei carabinieri, un nigeriano che vive in via Spalato, a Macerata, e che l’avrebbe incontrata per strada all’uscita della farmacia che si trova di fronte alla casa dove l’uomo, in Italia con permesso di soggiorno scaduto, vive.

 

BNL-BNP Paribas Private Banking: fondi “SRI”, investimenti socialmente responsabili, con in più il sostegno alla fondazione Telethon

BNL-BNP Paribas Private Banking, con il supporto di BNP Paribas Asset Management, punta sugli Investimenti Socialmente Responsabili (SRI), in linea con l’impegno della Banca e del Gruppo verso la sostenibilità ambientale, il benessere sociale e il rispetto delle persone. In particolare, BNL – da 26 anni partner di Telethon – ha voluto ulteriormente confermare il sostegno alla Fondazione per la ricerca sulla cura delle malattie genetiche rare, devolvendo – insieme a BNP Paribas AM – un contributo annuo di 3 basis points calcolato sulla raccolta realizzata dai clienti sui fondi SRI.

Gli Investimenti Socialmente Responsabili affiancano ai rendimenti finanziari i criteri ESG (Enviromental, Social, Governance): i gestori valutano e scelgono i titoli che compongono i panieri delle asset class tra le imprese particolarmente attente alla tutela ambientale (come ad esempio: sostenibilità, energie rinnovabili, efficienza e transizione energetica, edilizia responsabile); ad ambiti sociali (rispetto dei diritti umani, inclusione, istruzione, occupazione, salute, etc.); alla buona governance aziendale (con particolare attenzione a criteri di trasparenza ed eticità, al rispetto degli azionisti di minoranza e all’indipendenza del consiglio di amministrazione).

L’impegno e l’attenzione verso questi criteri riduce, per le imprese SRI, alcuni fattori di rischio aziendale e ciò ha benefici, secondo diversi studi, sulle performance.

Il Gruppo BNP Paribas è tra i primi ad aver puntato sul mercato degli Investimenti Socialmente Responsabili, avendo lanciato il primo fondo SRI nel 2002. BNP Paribas Asset Management è leader con circa 32 miliardi di euro di asset socialmente responsabili gestiti nel mondo e, in Italia, la quota di raccolta della Società nel 2017 è stata pari ad oltre il 71% rispetto al mercato.

«Abbiamo ampliato ulteriormente la nostra offerta grazie a fondi del nostro Gruppo che già vantano un track record positivo – ha dichiarato Gianpietro Giuffrida, Responsabile di BNL-BNP Paribas Private Banking – dando ai clienti private l’opportunità di scegliere tra una gamma di investimenti diversificati e allo stesso tempo responsabili, che sanno cogliere le migliori opportunità nell’ambito dello sviluppo sostenibile. Ciò è coerente con l’impegno del Gruppo e del Wealth Management di BNP Paribas, in cui il Private Banking di BNL è pienamente integrato, condividendone obiettivi di business, modelli di offerta e iniziative di importante valore sociale come, ad esempio, il “BNP Paribas Prize for Individual Philanthropy”, giunto alla sua decima edizione, e il “BNP Paribas Global Prize for Women Entrepreneurs”».

La partnership tra BNL e Telethon è tra le maggiori iniziative di fundraising in Europa, con una raccolta totale, dal 1992 ad oggi, pari ad oltre 290 milioni di euro, contribuendo a finanziare 2.629 progetti di ricerca, con 1.611 ricercatori coinvolti e 571 malattie genetiche studiate. Ciò ha prodotto circa 10.717 pubblicazioni su riviste scientifiche ed ha permesso di sviluppare 30 strategie terapeutiche per altrettante malattie genetiche rare prima considerate incurabili.(La Stampa)

PROVE TECNICHE DI PANICO SUI MERCATI, A UN MESE DAL VOTO – BRIDGEWATER, IL PIÙ GRANDE HEDGE FUND AL MONDO, SVENDE LE SUE PARTECIPAZIONI DELLE PRINCIPALI AZIENDE DELLA BORSA ITALIANA (INTESA, UNICREDIT, ENEL, ENI, GENERALI, ATLANTIA, TERNA E SNAM) – MA NON È SOLO BRIDGEWATER A PUNTARE I SUOI ‘CANNONI’ CONTRO PIAZZA AFFARI GUARDANDO A UN VOTO CHE RISCHIA DI NON DARE UNA MAGGIORANZA CHIARA AL PAESE: TRA I FONDI PIÙ ATTIVI C’È AQR CAPITAL MANAGEMENT CHE HA SCOMMESSO CONTRO 11 SOCIETÀ ITALIANE

(ANSA) – Bridgewater scommette contro Piazza Affari mentre si avvicinano le elezioni del 4 marzo. L’hedge fund Usa ha aumentato le sue posizioni ribassiste, vendendo allo scoperto le azioni di 18 blue chip. Oggetto delle scommesse ribassiste, che emergono dagli aggiornamenti della Consob sulle posizioni nette corte, sono tra gli altri Intesa, Unicredit, Enel, Eni, Generali, Atlantia, Terna e Snam. Secondo i calcoli di Bloomberg, da ottobre Bridgewater ha triplicato le sue posizioni da 1,1 a 3 miliardi di dollari.

La posizione ribassista più consistente di Bridgewater è verso Intesa Sanpaolo, nei confronti della quale il fondo Usa ha ampliato la sua scommessa ribassista all’1,01% del capitale. Seguono Enel (0,92%), Eni (0,9%), Unicredit (0,7%), Banco Bpm (0,7%), Bper (-0,7%), Prysmian (0,7%), Generali (0,6%), Azimut (0,6%), Ubi (0,6%). ‘Shortate’ per una quota pari allo 0,5% del capitale sono Unipol, Terna, Snam, Mediobanca, Moncler, Leonardo, Fineco e Atlantia.

Di Bridgewater, il più grande hedge fund al mondo, si era parlato a metà ottobre, quando erano emerse posizioni ribassiste per 713 milioni di dollari contro le principali banche italiane proprio mentre l’addendum della Bce, che conteneva criteri stringenti sulla svalutazione dei crediti deteriorati, aveva affossato i titoli del settore. In quell’occasione il ceo di Intesa, Carlo Messina, aveva bollato come ‘perdente’ la scommessa del fondo, che aveva una posizione netta corta sullo 0,5% del capitale di Ca’ de Sass.


(Ray Dalio)
“Secondo me perderanno una significativa opportunità di fare soldi con queste buone azioni italiane”, aveva detto. Ma non è solo Bridgewater a puntare i suoi ‘cannoni’ contro Piazza Affari guardando a un voto che rischia di non dare una maggioranza chiara al Paese: tra i fondi più attivi c’è Aqr Capital management che ha scommesso contro 11 società italiane, con posizioni ribassiste decisamente più consistenti, tra cui spiccano quelle sulle banche Bper (4,31%), Banco Bpm (2,65%), Ubi (1,7%) e Unicredit (1,27%) e sui petroliferi Saipem (2,39%) e Tenaris (1,99%). E poi Marshall Wace che ha messo nel mirino 10 società a partire, ancora una volta, dai bancari Ubi (2,73%) e Banco Bpm (2,22%).(dagospia.com)

 

 

Elezioni, Brigdewater scommette tre miliardi contro l’Italia
L’hedge fund americano ha aumentato le sue posizioni ribassiste, vendendo allo scoperto le azioni di 18 blue chip. E non è l’unico a essersi mosso a Piazza Affari.

Bridgewater scommette contro Piazza Affari mentre si avvicinano le elezioni politiche del 4 marzo. L’hedge fund americano, infatti, ha aumentato le sue posizioni ribassiste, vendendo allo scoperto le azioni di 18 blue chip, ovvero di società con una capitalizzazione superiore a 1 miliardo di euro.

CONTRO CHI HANNO SCOMMESSO GLI AMERICANI. Le “scommesse” ribassiste, emerse dagli aggiornamenti della Consob sulle posizioni nette corte, colpiscono Intesa Sanpaolo, Unicredit, Enel, Eni, Generali, Atlantia, Terna, Snam e altre grandi aziende quotate. Secondo i calcoli di Bloomberg, a partire dal mese di ottobre, Bridgewater ha triplicato le sue posizioni, passando da 1,1 a 3 miliardi di dollari.

LE CIFRE MESSE SUL PIATTO. La posizione ribassista più consistente di Bridgewater è verso Intesa Sanpaolo (1,01% del capitale). Seguono Enel (0,92%), Eni (0,9%), Unicredit (0,7%), Banco Bpm (0,7%), Bper (-0,7%), Prysmian (0,7%), Generali (0,6%), Azimut (0,6%), Ubi (0,6%). Shortate per una quota pari allo 0,5% del capitale sono invece Unipol, Terna, Snam, Mediobanca, Moncler, Leonardo, Fineco e Atlantia.

L’ATTACCO IN COINCIDENZA CON L’ADDENDUM DELLA BCE. Di Bridgewater, il più grande hedge fund al mondo, si era parlato già a metà ottobre, quando erano emerse posizioni ribassiste per 713 milioni di dollari contro le principali banche italiane, proprio mentre l’addendum della Bce, che conteneva criteri stringenti sulla svalutazione dei crediti deteriorati, aveva affossato i titoli del settore. In quell’occasione il Ceo di Intesa Sanpaolo, Carlo Messina, aveva bollato come «perdente» la scommessa del fondo, che aveva una posizione netta corta sullo 0,5% del capitale di Ca’ de Sass.

GLI ALTRI SPECULATORI IN AZIONE. Ma non è solo Bridgewater a puntare i suoi cannoni contro Piazza Affari, in attesa di una tornata elettorale che rischia di non dare una maggioranza chiara al Paese. Tra i fondi più attivi c’è Aqr Capital Management, che ha scommesso contro 11 società italiane con posizioni ribassiste decisamente più consistenti, tra cui spiccano quelle su Bper (4,31%), Banco Bpm (2,65%), Ubi (1,7%) e Unicredit (1,27%) e sui petroliferi Saipem (2,39%) e Tenaris (1,99%). E poi c’è Marshall Wace, che ha messo nel mirino 10 società a partire, ancora una volta, dai bancari Ubi (2,73%) e Banco Bpm (2,22%).(lettera43)

BOSCHI OVUNQUE: C’È PURE L’ALTRO FRATELLO, EMANUELE, NELLE CARTE NASCOSTE DELLA COMMISSIONE BANCHE SU ETRURIA – IL FRATELLO DI MARIA ELENA E FIGLIO DELL’EX VICEPRESIDENTE SBLOCCÒ FATTURE PER 400.000 EURO, OGGI OGGETTO D’ INDAGINE. LA BANCA ERA IN CRISI MA L’ ORDINE, SECONDO UN APPUNTO, SAREBBE PARTITO DAL PADRE – IL CASO SOLLEVATO DA AUGELLO, CHE ANCHE PER QUESTO HA PERSO IL POSTO IN LISTA (DEL CENTRODESTRA!)

Giacomo Amadori per la Verità

Nelle relazioni finali della Commissione d’ inchiesta sul settore bancario il nome della famiglia Boschi è entrato quasi en passant. Le conclusioni si sono concentrate sugli errori del sistema di vigilanza e hanno praticamente tralasciato i conflitti d’ interesse dell’ ex ministro delle Riforme, Maria Elena Boschi, e le presunte responsabilità dei suoi parenti nella vicenda del crac di Banca Etruria.

Sono quindi risultate quasi pleonastiche le carte che con somma urgenza erano state richieste alla Procura di Arezzo dopo l’ audizione del procuratore Roberto Rossi e gli scoop della Verità sul coinvolgimento nelle indagini di Pier Luigi Boschi, già vicepresidente della banca. Il babbo di Maria Elena è sotto inchiesta insieme con gli altri membri del consiglio d’ amministrazione per falso in prospetto (il bugiardino di presentazione al mercato delle obbligazioni subordinate) e ricorso abusivo al credito, ma anche per bancarotta. In particolare per il filone d’ inchiesta che riguarda le consulenze milionarie pagate dall’ istituto nel biennio 2013-2014.

Ebbene i membri della commissione, con il senatore di Idea Andrea Augello in testa (che anche per questa sua testardaggine ha perso il posto nelle liste del centrodestra), su quel fascicolo hanno chiesto documentazione alla Procura di Arezzo. Carte che però alla fine non sono entrate nelle relazioni finali dei diversi gruppi della commissione.

«Non abbiamo potuto citarle perché sono atti che riguardano inchieste in corso e per cui c’ è il segreto istruttorio», spiega Augello. Che aggiunge: «Le carte ci servivano per mandare alla Procura richieste di chiarimento e sollecitazioni». Per esempio i membri della commissione hanno voluto esaminare meglio le accuse per il falso in prospetto.
«Se gli inquirenti scagioneranno, come sembra, il consiglio d’ amministrazione sulla base del fatto che non ha votato il prospetto, ma ha solo dato una delega, sarebbero dei somari. Nel prospetto ci sono il piano industriale, gli ultimi due bilanci , l’ ultima nota semestrale, tutti atti approvati dal cda».

Chi scrive ha potuto esaminare alcuni dei documenti trasmessi in commissione dalla Procura di Arezzo e ha scoperto che nelle indagini sulle consulenze e in particolare sui pagamenti alla Bain & Co di Milano non compare solo il nome di Pier Luigi Boschi, ma anche quello di suo figlio Emanuele Boschi, sino al 2015 dipendente dell’ istituto. Ora il contenuto di questi incartamenti è stato ricostruito nel libro I segreti di Renzi 2 e della Boschi del direttore Maurizio Belpietro, in libreria a partire dal 13 febbraio.

Dal fascicolo aretino emerge il documento che potrebbe definitivamente affondare la vulgata del babbo all’ oscuro di tutte le operazioni contestate nel procedimento per bancarotta. Nel maggio 2014 il direttore generale Luca Bronchi (in quel momento dimissionario) manda al cda una proposta di delibera per il pagamento di due fatture del valore di circa 400.000 euro di importo totale. Il riferimento è a un contratto firmato dallo stesso Bronchi con la società Bain & Co il 2 aprile 2014 in relazione al progetto «Sviluppare i risultati commerciali e creditizi del 2014».

La proposta ha la durata di due mesi (aprile e maggio) e ha un costo forfettario (da addebitare sul budget della direzione generale) di 145.000 euro al mese più Iva e spese per gli onorari professionali, in tutto 194.590 euro al mese.

Ricordiamo che quelli sono mesi perigliosi per la Popolare dell’ Etruria. I vertici stanno cercando un partner di elevato standing (che non verrà mai individuato) e la banca, sull’ orlo del crac, è sotto osservazione da parte della Banca d’ Italia (che a febbraio 2015 ne otterrà il commissariamento). Eppure i manager trovano utile spendere altre centinaia di migliaia di euro per una consulenza apparentemente fumosa, volta a «supportare la Banca e il top management per assicurare il presidio delle attività e delle iniziative chiave nell’ ottica di garantire la massima attenzione alle attività di natura ordinaria; affiancare il percorso di integrazione; favorire il posizionamento negoziale della banca».

Sulla proposta di delibera, in alto a destra, c’ è un’ annotazione manoscritta che ha calamitato l’ attenzione degli investigatori: «Non inserita in procedura come da accordi con Boschi e Cuccaro». Nel libro di Belpietro si legge: «Il senso è: vanno saldate su indicazione di Boschi e Cuccaro (all’ epoca vicedirettore generale e per alcuni mesi sostituto dello stesso Bronchi) anche se non rispettano le procedure interne. Ma chi annotò quell’ appunto a margine?

Secondo gli investigatori l’ autore potrebbe essere lo stesso Emanuele, che all’ epoca dirigeva l’ ufficio di controllo sulle spese, il servizio cost management. E che questa sia un’ ipotesi investigativa si deduce anche dal fatto che agli atti siano state allegate alcune mail scambiate tra il fratello di Maria Elena e alcuni colleghi, messaggi di posta riguardanti i pagamenti alla Bain».

Giovedì 2 ottobre 2014 Emanuele scrive a Enzo Bondi, del servizio amministrazione fornitori, e inserisce in copia il vicedirettore generale Emanuele Cuccaro e Chiara Di Grillo: «Enzo per le fatture Bain puoi procedere come detto per telefono. Grazie» digita Emanuele. La risposta arriva circa un’ ora dopo: «Ok procediamo a sbloccare ed effettuare il pagamento delle due fatture a oggi sospese. Grazie. Saluti».

Il giorno dopo Bondi invia un’ altra mail alla Memar servizi contabili con questo ordine: «Si richiede di procedere, secondo quanto richiesto nel messaggio di seguito riportato, allo sblocco delle fatture del fornitore Bain che al momento risultano sospese e, in caso di maturata scadenza, al loro pagamento». Gli investigatori hanno però dei dubbi sul lavoro della Bain. In totale Banca Etruria ha pagato alla società milanese oltre 2 milioni di euro di consulenze riferibili agli anni 2013 e 2014. In cambio di che cosa? La struttura ispettiva della stessa banca (l’ audit interna) ha riferito che «relativamente ai riscontri sulle attività svolte, è stato possibile acquisire solamente slide di presentazione dell’ attività». In pratica Bpel avrebbe pagato 2 milioni per semplici presentazioni.

I documenti di cui vi abbiamo parlato, confermerebbero, a livello investigativo, che Pier Luigi Boschi nel maggio 2014 aveva un ruolo decisionale dentro la banca e che non può essere liquidato come un semplice consigliere senza delega. Ma significa che anche il figlio ebbe una parte nel pagamento delle consulenze sotto osservazione.
A onor del vero, secondo gli ispettori di Banca d’ Italia, nel gennaio 2015, pure «il “Servizio program e cost management”» di Boschi junior, «espresse riserve sull’ opportunità del conferimento» di quegli incarichi. Una segnalazione che arrivò però fuori tempo massimo, visto che dopo pochi giorni la banca venne commissariata.(dagospia.com)

Risparmiatori BPVi, Il Mattino di Padova: chiesto il sequestro degli arredi di Gianni Zonin & c.


L’istanza depositata da un risparmiatore nell’udienza della scorsa settimana ha aperto più che uno spiraglio un portone: sabato prossimo numerosi avvocati presenteranno infatti in aula analoga richiesta di sequestro conservativo nei confronti degli imputati di Banca Popolare di Vicenza per un importo di centinaia di milioni di euro. Trecentocinquanta milioni quelli che chiederà solo l’avvocato Sergio Calvetti che assiste 2.400 ex soci. «Sabato chiederemo il sequestro dei beni immobili, ma anche di quelli mobili degli indagati: gli arredi di casa e pure le azioni», annuncia il legale, «Non solo: procederemo nei confronti di coloro che hanno ricevuto beni in donazione e agiremo sui fondi costituiti».

Un’aggressione a tutte le proprietà ancora disponibili, dunque, quella che gli avvocati dei risparmiatori intendono mettere in campo dopo il decreto di sequestro per spese di giustizia nei confronti degli ex amministratori. Ulteriori istanze di congelamento dei beni dell’ex presidente Gianni Zonin e degli ex manager, sono in fase di preparazione e verranno depositate sempre sabato. Altre ancora arriveranno la settimana successiva, dopo che il gup Roberto Venditti si sarà espresso sull’ammissione delle parti civili. E sarà sempre il giudice a doversi pronunciare in merito alle istanze di sequestro dei risparmiatori, autorizzandole o respingendole.

Intanto sono in corso di deposito – com’era prevedibile dopo la decisione del gup di Roma – le chiamate in causa quale responsabile civile di Intesa SanPaolo anche per Bpvi. Ieri l’avvocato Francesco Ternullo per conto degli associati “Noi che credevamo nella BPVi” (oltre 1000 risparmiatori, soprattutto del Vicentino), ha presentato al tribunale berico la richiesta di poter procedere contro Intesa per la richiesta dei danni.

«Nell’istanza si precisa che il Dl 99 /2017 interpretato secondo costituzione non è idoneo ad escludere la responsabilità di Intesa Sanpaolo per le obbligazioni risarcitorie a carico della banca cedente non potendo derogare alle norme che prevedono la responsabilità solidale dell’acquirente di azienda», sottolinea Luigi Ugone, referente del gruppo. (

Di s. t., da Il Mattino di Padova

BANCHE FALLITE: AL CRAC SI CHIUDE E GLI AMMINISTRATORI IN GALERA

I risparmiatori italiani sono stati depredati con il Decreto cosiddetto “Salvabanche”. Quello che l’inutile commissione parlamentare d’inchiesta sulle banche oggi vuole fare passare sotto silenzio, ovvero il depredamento dei risparmiatori italiani ad opera dei governi mai eletti conniventi e sodali, i vigilanti che ovviamente non vigilano, è presto detto, anche perché lo sanno ormai tutti. Allo stesso modo oggi si cerca di nascondere, coprire o minimizzare quanto accaduto contro il risparmio degli italiani, a cominciare dal disperato gesto del pensionato di Civitavecchia il quale, perso tutto, si è ucciso.

La Costituzione italiana stabilisce che il risparmio è da tutelare in quanto valore fondamentale pari alla libertà di ciascuno di noi. Al contrario, lungi dall’essere tutelato, il risparmio del risparmiatore italiano è stato depredato, turlupinato. Il risparmiatore, in generale, chiunque esso sia specialista o meno, non può farsi carico della solvibilità o meno di una banca, soprattutto avendo contro di sé un plotone di esecuzione composto dalle banche stesse, dalla politica d’accordo e le truffe perpetrate in suo danno, insieme ai vigilanti che non vigilano, come Banca d’Italia, Consob ed autorità affatto indipendenti.

Ciascun risparmiatore tradito deve oggi essere risarcito in base a quanto perso per colpa di malgestione e i nostri conti correnti devono essere tutelati fino a duecentomila euro con un un fondo statale, come è già negli Stati Uniti, non solo fino a centomila da un fondo interbancario come avviene in Italia. E vanno tutelati primariamente i risparmiatori piccoli, oggi presi per i fondelli da politica ed istituzioni pubbliche sinistre, truffati dalle banche venete e ingannati da Banca Etruria e Monte dei Paschi di Siena.
I buchi devono essere appannaggio della Banca d’Italia che ha omesso di vigilare, e che deve dunque “tapparli”. Gli amministratori truffatori che hanno fatto fallire, devono andare in galera, non “scudati” e protetti ingiustamente e truffaldinamente contro gli italiani tramite decreti pubblici di non eletti ai governi illegittimi rubati a noi tutti. L’ Unione europea sta per emanare un codice di tutela del risparmiatore che letteralmente scarica, e ancora una volta, ogni problema sulle spalle dei risparmiatori, in loro/nostro danno. I prodotti finanziari in esso sono descritti come sempre, apposta, in maniera incomprensibile a chicchessia.

Ripercorriamo qui alcuni passi salienti di ciò che è stato fatto in danno di noi tutti, con i soldi di tutti noi:

1. Il 24 gennaio 2015 è stato pubblicato sulla Gazzetta ufficiale n. 19 il Decreto Investment Compact contenente le disposizioni urgenti per il sistema bancario e gli investimenti, in vigore dal 25 gennaio 2015. Tale Decreto legge ha stabilito l’obbligo per le banche popolari con attivo superiore a otto miliardi di euro di trasformarsi in società per azioni e l’abolizione del cosiddetto voto capitario che garantisce ad ogni azionista un voto in assemblea a prescindere dal numero delle azioni possedute. Grazie a tale decreto – fatto passare d’urgenza – le banche che ne hanno maggiormente beneficiato sono state il Banco Popolare che ha avuto un aumento del capitale del 21%, Ubi del 15%, la Popolare Emilia del 24%, la Banca Popolare di Milano del 21% e soprattutto la Popolare Etruria e Lazio. In soli quattro giorni la Banca Popolare dell’Etruria ha registrato un balzo del 66 per cento, nonostante i ripetuti stop alla negoziazione per eccesso di rialzo. La notizia dell’emanazione del Decreto d’urgenza (che urgente non era) ha favorito – del tutto ingiustamente – diversi operatori finanziari che hanno in tal modo avviato una serie di attività speculative. E’ evidente che tale comportamento oltre a configurare la fattispecie delittuosa dell’insider trading di cui all’articolo 184 del Testo unico finanza, ricorrendo il reato di abuso di informazioni privilegiate, ha comportato un utilizzo strumentale di decreti pubblici ad usum di interessi speculativi in contropartita o accredito conseguenziale di favori ed attribuzioni personali economiche e politiche.

2. Ulteriore vicenda certamente rilevante è stata quella dell’ingente finanziamento di circa 3,85 miliardi di euro devoluto al Monte dei Paschi di Siena da parte del ministero del tesoro, facendo divenire lo Stato, ufficialmente, socio di maggioranza assoluta della banca con il 53 per cento. L’istituto di credito gestito dalla politica era in rosso per circa 3 miliardi di euro, e Mps ha ufficializzato la sua nuova composizione sociale, frutto della ricapitalizzazione precauzionale evitando così di fallire grazie ai finanziamenti pubblici. Altri 4,5 miliardi sono arrivati dagli obbligazionisti subordinati coinvolti nella conversione dei loro titoli in azioni, il burden sharing, che risultano integralmente essere state sottoscritte. La perdita da 3 miliardi di euro che il consiglio di amministrazione ha approvato è legata al buco da 3,9 miliardi di euro provocato dalla cessione al 21% del pacchetto da 28,6 miliardi di sofferenze lorde, dovuta al conseguente bagno di realtà sulle scritture contabili. Su questa vicenda il “Tempo” in data 25 novembre 2017 riportava “i primi 100 nomi dei grandi debitori nel crac di Mps sono aziende, enti pubblici, fondi, l’ intera economia italiana. L’elenco – sottochiave – alla commissione d’inchiesta sulle banche. Tra i big Sorgenia di De Benedetti, coop, fondi, Atac ed enti pubblici”. I crediti sono diventati «sofferenze», ovvero somme impossibili da riscuotere per fallimenti dichiarati, e la banca senese li ha classificati importi da ottenere con la sigla Utp (Unlikely To Pay) ovvero i fidi per i quali la banca non chiedeva alcun rimborso in quanto fin dall’inizio improbabile. Con Sorgenia, la società energetica di Carlo De Benedetti poi passata in mano alle banche (fra cui la stessa Mps) dopo un periodo di difficoltà, portandosi dietro l’indebitamento verso le stesse, con un’esposizione verso Monte dei Paschi di 319 milioni, c’è Riscossione Sicilia che deve all’istituto senese 237 milioni ed il colosso cooperativo emiliano Unieco, fallito de facto (è per questo classificato come credito in sofferenza) con il suo carico di debiti per 110 milioni. C’è anche la Fondazione Mps che per il tramite della Sansedoni Siena Spa deve alla sua (fu) controllata oltre 100 milioni.C’è Atac, nei confronti della quale la banca Mps vanta 50 milioni di euro. Ammontare simile quello di Coopsette, altro grande della cooperazione emiliana finito anch’esso gambe all’aria e anch’esso classificato fra le sofferenze. Mps era manifestamente di manica larga nei confronti del mondo cooperativo in un nefasto intreccio tra politica ed economia che ha affossato i conti della banca, “salvata” con salvataggio pubblico, cioè con i soldi dei contribuenti risparmiatori italiani. Anche un articolo del “Giornale” del 26.1.2018 ha riportato che:”Tra i clienti che hanno preso soldi dal Monte dei Paschi di Siena e non li hanno restituiti ci sono poi Riscossione Sicilia con oltre 200milioni di euro, e il gruppo di armatori Bottiglieri che, attraverso due società, deve a Mps 375 milioni. Poi c’è un debito di 151,6 milioni relativo a Interporto campano, colosso delle infrastrutture, ci sono 24 milioni di debiti degli imprenditori della pasta Rummo; c’è il Grand Hotel di via Veneto a Roma, con 24,9 milioni; c’è Bagnoli Futura, di cui il Comune di Napoli è azionista di maggioranza; c’è Atac, la municipalizzata dei trasporti romana sull’ orlo del fallimento con 49,5 milioni di debiti. Ci sono poi la Tirrenia Navigazioni, con 59 milioni di debiti, Alitalia spa con 36 milioni, la famiglia Merloni con 69 milioni di euro e la Sansedoni Siena Spa il cui soggetto di riferimento è la Fondazione Mps con 103milioni di euro. C’è anche il gruppo di Zamparini, presidente del Palermo calcio, con 60 milioni di debiti.”

3. In data 24.11.2017 il Corriere della Sera ha svelato l’elenco acquisito dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sulle banche rivelando chi sono i 100 debitori top di Veneto Banca. “Imprenditori, campioni e non solo hanno creato un buco da 8 miliardi. Tutti insieme hanno creato un buco da 8 miliardi e 450 milioni, che ha dato origine ai mali di Veneto banca. Sono imprenditori, proprietari di hotel di lusso, che tra il 2012 e il 2017 hanno svuotato le casse dell’istituto di credito grazie alla compiacenza degli amministratori della banca che hanno concesso prestiti e finanziamenti senza le necessarie garanzie”. Il fallimento di Veneto Banca risulta così essere stato causato da quegli 8 miliardi e 450 milioni di euro mancanti, dei quali 4 miliardi e 235 milioni di euro relativi alle cosiddette sofferenze e oltre 4 miliardi per inadempienze, un flusso di denaro inimmaginabile che ha determinato il tracollo dell’istituto bancario. Il dissesto finanziario di Veneto Banca ha coinvolto tutti i cittadini italiani attraverso l’erogazione di finanziamenti pubblici devoluti dalle banche pubbliche, il tutto in assenza di una qualsiasi regolamentazione in materia e controllo.

4. In data 28 gennaio 2018 la Cgia di Mestre ha denunciato – in un articolo tratto dal quotidiano “La Verità” 28 gennaio 2018 – “che il sistema creditizio continua a premiare chi ha causato il dissesto di Mps, Popolare di Vicenza, Veneto banca, Banca Etruria, Cari Ferrara, Cari Chieti, e Banca Marche ovvero le grandi famiglie industriali, i gruppi societari e le grandi aziende cooperative. Sono 60 miliardi i risparmi degli italiani che vengono concessi, regalati, scialati e dissipati dati dalle banche e dalla cosa pubblica. Il 79,8 per cento dei prestiti vengono prestati (di fatto regalati) dalle banche ai grandi gruppi che non restituiscono il dovuto. Dei 1500 miliardi che alla fine di settembre 2017 le banche hanno erogato a famiglie, imprese e società non finanziarie, 1200 miliardi sono stati regalati ad un ristretto numero di soggetti molto vicini alle banche stesse e non solventi. Le imprese ricevono cioè la quasi totalità dei prestiti bancari sebbene presentino livelli di insolvenza allarmanti, pressochè certi”.

5. In data 28 dicembre 2018 La Verità ha svelato che la banca Popolare di Vicenza ha perso 170 milioni di euro su 350 investiti in fondi off shore – precisamente tre fondi lussemburghesi Optimum 1 e Optimum 2 gestiti da Alberto Matta e riconducibili a Futura funds ed ad Athena del finanziere Raffaele Mincione. Quei fondi avevano una duplice funzione: comprare azioni della stessa Popolare con uno schermo off shore e finanziare società riconducibili ad Alfio Marchini, al gruppo barese De Gennaro ed alla famiglia Fusillo. Tutte entità in grave difficoltà finanziaria. E’ l’ispettore di Banca d’Italia Mariano Sommella dal 2008 responsabile segreteria generale e partecipazioni di Gianni Zonin di Popolare di Vicenza a segnalare i fondi alla banca di Vicenza. La Guardia di Finanza ha certificato con informativa datata 16 marzo 2016 confermando che la banca “rafforzava” il suo capitale per vie parallele acquisendo portafogli di asset di mercato tra cui “azioni proprie” in base ad enormi castelli di finzioni. La banca ha trasferito così all’estero 200 milioni dei risparmiatori italiani con offshore indicate da un ex ispettore di Bankitalia. Ai risparmiatori poi venivano dati prestiti in cambio di acquisto d azioni proprie che valevano zero.

6. in data 29 gennaio 2016 Il Giornale riferisce che “i prestiti a vuoto di Etruria venivano conferiti a milioni all’azienda dello zio di un ministro al governo”. “In dieci anni Stefano Agresti fratello della madre di Maria Elena Boschi ai governi Renzi e Gentiloni ha ricoperto numerosi incarichi di comando nelle imprese (poi fallite) che succhiavano soldi all’istituto di Arezzo. Una storia che intreccia affari e politica, soldi e partiti, banche e società, parenti e amici”. Le aziende dello zio del ministro falliscono e lasciano buchi di milioni, accumulano enormi debiti anche nei confronti di Banca Etruria (circa 10 milioni di euro) e “Banca Etruria ci è rimasta dentro con tutte le scarpe. Una commistione vergognosa con le aziende delo zio. Etruria era esposta per tanti milioni senza garanzie: dal 2008 iniziano finanziamenti a pioggia a Saico senza possibilità di essere recuperati”, ha confermato l’avvocato Daniele Occhini che seguiva i dipendenti iscritti alla Cgil. “Quei crediti erano di qualità pessima. Soldi dati in maniera scriteriata, crediti in sofferenza e percentuali di recupero nemmeno quantificabili. Li chiamavano crediti ma erano inesigibili”, gli ha fatto eco il collega Stefano Arrighi.

La commissione parlamentare d’inchiesta sulle banche ha inteso coprire e nascondere tutto. La verità che è emersa è quella reale ed effettiva di un sistema politico, economico, istituzionale e sociale fatto di enti pubblici, banche, controllori pubblici, corrotto e colluso, di una economia italiana bloccata perché avviluppata nella collusione e che rifila truffe e danni contro tutti gli italiani pur di mantenere lo status quo. Mantenere lo status quo equivale oggi a volere il protrarsi nel futuro della rovina del nostro Paese . E’ necessario, oggi, fare rispettare le nostre regole e ciò che è scritto nella nostra Costituzione. Il risparmio tradito comporta le più gravi responsabilità. Chi ha sgarrato e sgarra, oggi, paga. Se no, anche nel presto domani, l’economia, la politica, le istituzioni tutte, il nostro Paese, non funzioneranno non potendo funzionare. Bisogna incidere le carni oggi per avere un domani, domani.

Francesca Romana Fantetti scenarieconomici

Commissione banche, la farsa scherma i responsabili. Quasi ignorata la Carichieti

«Vigilanza inefficace». Decisive assenze Fi nel voto. M5S: «non indica i veri colpevoli»

«Carichieti non era insolvente quando arrivò il decreto sulle 4 banche»
ROMA. Si era detto che la commissione speciale sulle banche sarebbe stata inutile. Si erano fatte molte polemiche anche sulla scelta del presidente, Pierferdinando Casini.

Previsioni e paure tutte pienamente rispettate alla fine del lungo lavoro della commissione parlamentare che non aggiunge molto a quello che si è saputo solo grazie ad inchieste giudiziaria (peraltro ancora in corso e tutt’altro che esplosive) e giornalistiche.

La politica ha cercato di metterci una sordina governando i vari scandali bancari culminati tutti con il salvataggio pubblico.
Alla fine il presidente Pier Ferdinando Casini non ce l’ha fatta: il tentativo di far convogliare tutti i gruppi politici verso una posizione condivisa, e quindi avallare una relazione unitaria al termine dei tre mesi di lavoro della Commissione banche, non è riuscito. E il testamento della bicamerale di inchiesta è stato così affidato a una relazione di maggioranza, passata con 19 voti favorevoli (Pd e centristi), 15 contrari e 6 astenuti: un voto, positivo ma comunque inferiore al quorum di 21, su cui, evidenziano alcuni, pesano le assenze in Commissione. Fra chi non ha partecipato alla votazione ben tre erano esponenti di Forza Italia ed uno di Gal: se avessero votato tutti ‘no’ avrebbero portato ad un pareggio che avrebbe provocato la bocciatura della relazione. Tanto che Daniele Capezzone del gruppo misto parla esplicitamente di «vergogna» e si chiede se «il Nazareno non finisce mai».

Una relazione, quella presentata dal vice presidente della Commissione ed esponente del Pd Mario Maria Marino, definita dallo stesso Casini «seria ed equilibrata, non elettorale», che ha puntato il dito in particolar modo contro falle e inefficacia del sistema di vigilanza, avanzando una serie di proposte per evitare in futuro nuove crisi bancarie. Che la tanto auspicata unanimità intorno ad un documento conclusivo fosse ormai una chimera era ormai nell’aria da giorni (LeU ad esempio si era già sfilato da tempo e il M5S aveva espresso ieri la propria contrarietà), ma è diventata una certezza in Ufficio di presidenza questa mattina. Fatto questo che ha costretto il presidente Casini a ritirare la sua relazione, stilata tenendo conto delle richieste dei diversi gruppi, e a far votare alla commissione il documento messo a punto dalla maggioranza Pd.
LA RELAZIONE DI CASINI

Il documento approvato, e che Casini ha trasmesso a Camere e Senato, contiene una parte descrittiva di ciò che è accaduto, una parte valutativa e una parte propositiva. Nell’analisi dei fatti e delle vicende di Mps, Veneto Banca, Popolare Vicenza e delle quattro banche poste in risoluzione, in particolare, non mancano le critiche a Bankitalia e Consob.

«Nello scenario che ha caratterizzato l’ultimo decennio, l’esercizio dell’attività di vigilanza non si è dimostrato del tutto efficace» si legge.

«La Commissione è giunta a ritenere che in tutti i 7 casi di crisi bancarie oggetto di indagine le attività di vigilanza sia sul sistema bancario (Banca d’Italia) che sui mercati finanziari (Consob) si siano rivelate inefficaci ai fini della tutela del risparmio».

Per agevolare la comunicazione tra le autorità si invita a creare un archivio unico delle ispezioni e ad allargare i poteri di Bankitalia alla possibilità di usare la polizia giudiziaria per perquisizioni e ispezioni. In primo piano anche l’ipotesi di creare una super procura per i reati finanziari. E, tra le varie misure, rispunta l’idea di una bad bank pubblica per la gestione dei crediti difficili. Un particolare rilievo è affidato anche alla necessità di ripensare il diritto penale, creando ad esempio una nuova fattispecie di reati. Le riforme presentate sono dei punti sui quali le «forze politiche possono trovarsi d’accordo» e che, se approvate dai prossimi Parlamento e governo, potrebbero modernizzare il comparto, dichiara lo stesso Marino, autore del documento.

NELLA RELAZIONE CARICHIETI QUASI NON C’E’

Chi si attendeva un focus specifico anche sulla crisi della vecchia Carichieti per avere magari conferme sulle cause del fallimento clamoroso dell’ultima banca abruzzese è rimasto deluso.

Nella relazione la Carichieti viene citata molto poco per lo più cause e storia vengono spesso assimilate a quelle delle altre tre banche che hanno avuto destino simile (Banca Popolare dell’Etruria e del Lazio, la Banca Marche e la Cassa di Risparmio di Ferrara).

La differenza sta nel fatto che la Consob non aveva poteri di controllo specifici sulla banca teatina perchè questa non aveva emesso titoli sul mercato.

«L’istituto di credito in questione», si legge nella relazione, «era, tuttavia, vigilato dalla CONSOB (al pari delle altre banche “minori”) – in quanto intermediario autorizzato alla prestazione dei servizi di investimento – limitatamente ai profili di trasparenza e correttezza, sicchè detta Autorità esercitava le proprie prerogative di controllo e vigilanza in occasione dell’approvazione dei prospetti informativi relativi all’emissione di azioni e obbligazioni».

 

«Con riferimento alle c.d. obbligazioni subordinate da essa emesse ed interessate dalla risoluzione, solo 3 (e per un importo complessivo di 25 milioni di euro) sono state offerte alla clientela su prospetti informativi approvati dalla CONSOB nel 2011 e nel 2013, mentre le restanti (per un importo totale di 34,8 milioni di euro) non erano assoggettate all’obbligo di approvazione di un prospetto da parte della CONSOB. E’ nel corso del 2012 che Carichieti», si legge ancora, «iniziava ad evidenziare difficoltà di gestione, con un’evoluzione della condizione di crisi rapidissima fino al fallimento, complice l’esposizione della banca con 45 milioni di sofferenze, concentrata prevalentemente su pochissime posizioni (rappresentate, prevalentemente, da un’azienda metalmeccanica e da un gruppo commerciale)».

L’istituto viene sottoposto a quattro ispezioni della Banca d’Italia prima dell’amministrazione straordinaria, scattata nel settembre del 2014, ben prima quindi del collasso, a qualsiasi causa sia esso riconducibile: «sembra, perciò, evidente che si trattava di una banca sotto osservazione con diversi problemi di trasparenza».

 

«GOVERNANCE INADEGUATA»In occasione della sua audizione in Commissione, il capo della Vigilanza di Bankitalia dr. Carmelo Barbagallo ha riferito (con riguardo a Carichieti, così come a Banca Etruria, Banca Marche e Cariferrara) che (testuale) «La governance delle quattro banche è risultata fortemente inadeguata in tutte le sue articolazioni»; ha, altresì, precisato l’alto funzionario della Vigilanza che «sulla qualità della governance di tre di queste banche (Marche, Chieti e Ferrara) ha inciso la strategia delle Fondazioni, volta a conservare un ruolo dominante; ne sono conseguiti una riluttanza a ricorrere al mercato dei capitali e atteggiamenti ostili a soluzioni aggregative».

Ha, quindi, ulteriormente evidenziato Barbagallo che «la crisi delle quattro banche poste in risoluzione il 22 novembre 2015 trae origine da cause comuni: governance inadeguata, politiche di erogazione imprudenti, comportamenti irregolari. La crisi economica ha fatto deflagrare fragilità già esistenti impedendo, in un contesto normativo europeo radicalmente mutato, l’utilizzo degli strumenti di soluzione delle crisi sperimentati in passato».

Parlando, in particolare, delle carenze nella governance, il capo della Vigilanza di Bankitalia ha spiegato che «la proprietà non ha svolto il ruolo di selezione e vaglio dei vertici aziendali; il Consiglio di amministrazione e il management non hanno realizzato un modello di gestione sano e prudente; i meccanismi di controllo interno non hanno funzionato»; di tal che, come riscontrato nelle altre banche in crisi, «Le insufficienze della governance si sono tradotte in una scadente qualità del credito, che ha risentito di cattiva organizzazione, pratiche inadeguate, violazioni di norme e regolamenti».

 

PRESTITI A TUTTI (QUELLI CHE NON LI HANNO RESTITUITI)

L’area crediti è il fulcro di queste crisi.

Le cause -ribadite nella relazione- sono da ricercare

1) in una eccessiva crescita dei prestiti negli anni precedenti lo scoppio della crisi finanziaria internazionale spesso in aree al di fuori della propria area di tradizionale insediamento, senza svolgere istruttorie di fido approfondite;

2) eccessiva concentrazione dei rischi in alcuni settori, in primis l’immobiliare e nei confronti di alcuni grandi prenditori;

 

3) debordi dai limiti regolamentari interni e profili di anomalia nei confronti di alcuni prenditori, anche nel caso di erogazioni nei confronti di  amministratori;

4) scarsa attenzione alle garanzie,  mancato aggiornamento delle perizie sugli immobili. Tali politiche del credito “facili” vengono realizzate in alcuni casi anche da altre banche o intermediari finanziari del gruppo (Flashbank nel caso del gruppo Carichieti, la società di Leasing Commercio e Finanza nel caso di Cariferrara, Medioleasing nel caso di Banca Marche).

 

 

 


CREDITI DETERIORATI

Quanto ai crediti deteriorati delle quattro banche cd. minori, Barbagallo ha sottolineato che nel corso del tempo essi hanno raggiunto «percentuali almeno doppie rispetto a quelle del sistema bancario, determinando tensioni di liquidità e pesanti perdite patrimoniali, all’origine del dissesto»; parlando, poi, dell’inadeguatezza del management delle predette 4 banche il dr. Barbagallo ha precisato che «i rafforzamenti patrimoniali non si sono talvolta nemmeno realizzati; i ricambi degli esponenti di vertice non ne hanno migliorato i comportamenti; la pervicace difesa dell’autonomia ha scoraggiato la ricerca di potenziali acquirenti».

 

 

Nel caso della Carichieti la situazione è sembrata «irreversibile» solo nel 2014, quando è arrivata la prima dichiarazione di insolvenza, mentre l’anno dopo è intervenuto l’azzeramento totale del valore delle azioni e delle obbligazioni subordinate, disposto dal consiglio dei ministri su proposta della Banca d’Italia (a novembre).

 

In data 5 settembre 2014 inizia, dunque, per la Carichieti il periodo di Amministrazione Straordinaria, durata 443 giorni; in data 22 novembre 2015, poi, la Banca d’Italia delibera l’avvio della risoluzione della Banca, fino all’aprile 2016, quando il Tribunale dichiara il fallimento della vecchia banca.

 

Il Procuratore della Repubblica di Chieti, Francesco Testa, ha riferito in Commissione di un’indagine aperta nei confronti degli ex commissari straordinari della banca, nominati dalla Banca d’Italia, Salvatore Immordino e Francesco Bochicchio, sulla base di indagini preliminari avviate il primo aprile 2016.

Il Procuratore Capo audito, infine, ha sottolineato che resta da approfondire se la svalutazione dei crediti operata poco prima della risoluzione possa aver dato la “mazzata finale” alla situazione patrimoniale dell’Istituto o se sia stata un fattore autonomo. (primadanoi.it)

 

UNA PIETRA NERA IN TESTA A BLOOMBERG – IL FONDO BLACKSTONE SI COMPRA I DATI DI REUTERS: INVESTE 20 MILIARDI PER IL 55% DELLA DIVISIONE ‘FINANCIAL & RISK’, CHE DA SOLA RAPPRESENTA PIÙ DELLA METÀ DEI RICAVI DEL GRUPPO – GLI SFORZI DI THOMSON NELLO SFIDARE BLOOMBERG SULLA GESTIONE DEI DATI NON AVEVANO DATO I FRUTTI SPERATI. ORA CI PROVERÀ IL GIGANTE DEGLI INVESTIMENTI

Francesco Semprini per la Stampa

THOMSON REUTERS THOMSON REUTERS

E’ senza dubbio una manovra che andrà a rimettere in discussione specifici equilibri strategici a Wall Street quella con cui una cordata a guida Blackstone ha voluto scommettere su Thomson Reuters. Il colosso dei private equity punta a far breccia nell’ analisi dei dati finanziari, così da rilevare il 55% della divisione «Financial and Risk» di Thomson Reuters appunto, che da sola rappresenta più della metà dei ricavi annuali del gruppo.

Si tratta di un’ operazione il cui controvalore è stato stimato attorno ai 20 miliardi di dollari, e che le consente di entrare a gran voce nel settore, mettendola in diretta concorrenza con Bloomberg e con lo stesso gruppo Dow Jones (che controlla a sua volta diverse pubblicazioni tra cui Wall Street Journal).

BLACKSTONE BLACKSTONE

Per la storica agenzia di informazione internazionale – con quasi 170 anni di attività – è una nuova svolta dopo quella del 2008 con l’ acquisto da parte del gruppo Thomson.

L’ accordo prevede la creazione di una nuova società per la fornitura di dati e analisi a Wall Street, controllata per il 55% da Blackstone e per il restante 45% da Thompson Reuters. Il Canada Pension Plan Investment Board e il Fondo sovrano di Singapore Gic investiranno nella nuova nata insieme a Blackstone, con la quale hanno dato vita al consorzio. L’ agenzia di stampa Reuters News resta parte di Thomson Reuters, e ha siglato un accordo a 30 anni da 325 milioni di dollari l’ anno per la fornitura di informazioni alla nuova società, dalla quale a sua volta riceverà dati e analisi.

Thomson Reuters Thomson Reuters

L’ annuncio è giunto nel tardo pomeriggio di martedì (sera inoltrata in Italia) al termine della seduta con la quale il consiglio di amministrazione di Thomson Reuters ha valutato l’ offerta tutta in contanti di Blackstone.

Per il private equity si tratta di uno dei maggiori accordi della sua storia, dopo l’ acquisizione di Hilton Hotels ed Equity Office Properties Trust per 26 e 29 miliardi di dollari nel 2007. Ma questa volta si tratta di un’ operazione ancora più significativa sul piano dell’ analisi finanziaria.

Riflette infatti l’ importanza e il valore dei dati che la famiglia Thomson, da quando ha acquistato Reuters nel 2008, ha cercato senza grande successo di promuovere. I suoi sforzi per creare un gigante in grado di sfidare Bloomberg non hanno portato i risultati sperati.

Nel 2016 a fronte del 33,4% del mercato controllato da Bloomberg, Thomson Reuters aveva solo il 23,1%. A questo si aggiunge la deludente performance dei suoi titoli in Borsa negli ultimi anni rispetto ai principali concorrenti. La manovra è quindi destinata a imprimere una svolta, grazie anche ai contatti di Blackstone con le maggiori banche, che potrebbero agevolare l’ adozione dei terminali informatici della nuova società. Il tutto unito con un’ accelerazione nel piano di taglio costi e la riduzione – a sentire alcuni media Usa – di posizioni nelle sedi più costose come Stati Uniti ed Europa a favore di posti di lavoro offshore.

BLACKSTONE1 BLACKSTONE1

Non è chiaro – riporta Reuters – chi ci sarà alla guida della nuova società. Incertezza inoltre sul parere dei fiduciari del Thomson Reuters Founders Share Co, il comitato creato per la supervisione dell’ indipendenza editoriale di Reuters quando la società è stata quotata negli anni 1980. In altalena infine il giudizio di Wall Street, dove Thomson Reuters ha perso ieri il 6,86, dopo il +9,21% del giorno precedente. (dagospia.com)

Estratti-conto da brivido per ex BPVi e Veneto Banca, CorVeneto: per avv. Calvetti «Intesa rivuole i prestiti dai soci finanziati»

Ex popolari, Intesa Sanpaolo manda estratti-conto da brivido ai soci finanziati. Il caso si sta aprendo in questi giorni, dopo la migrazione informatica che ha trasferito da dicembre 1,4 milioni di conti correnti di Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca sui computer di Intesa, e alla vigilia del passaggio dei crediti deteriorati dalle liquidazioni delle venete alla Sga, con l’inizio della gestione, atteso per l’inizio di febbraio, dopo il decreto del Tesoro. A sollevarlo è l’avvocato Sergio Calvetti, tra i più attivi sul fronte del tentativo di trovare una via d’uscita legale per risarcire i soci che hanno perso tutto con le azioni delle due popolari, e che ha accumulato 4.700 assistiti.

Tutto questo mentre si moltiplicano i fronti aperti intorno alla liquidazione delle venete. Da un lato il fronte caldo dei risarcimenti civili nei due processi penali, all’indomani della decisione del Gup di Roma di ammettere, saltando il divieto del decreto di liquidazione, la chiamata di Intesa a rispondere dei danni. Ieri la richiesta per ottenere il bis è stata depositata a Vicenza nel processo Bpvi dall’avvocato Francesco Ternullo dell’associazione «Noi che credevamo nella Bpvi». Nel frattempo, mentre i commissari liquidatori di Bpvi hanno venduto Nem Sgr e arriva a dama la cessione di Bim, dopo che il Tar ha respinto il ricorso di Barents sulla vendita al fondo Attestor, la First Cisl si dice preoccupata per i 26 dipendenti di Claris, la società di leasing di Veneto Banca ancora in utile, rimasta sotto la liquidazione, anche di fronte a «potenziali omissioni contributive previdenziali – sostiene Massimiliano Paglini – e all’atteggiamento ostile e vessatorio che il direttore generale Stefano Brunino ha messo in campo contro il sindacato».

In questo quadro in movimento, allo studio legale Calvetti di Treviso, come racconta lui stesso, si rifanno vivi i risparmiatori travolti dall’azzeramento delle azioni. Di due categorie specifiche: i titolari di «baciate», i prestiti per comprare – anche in parte – azioni; e chi, alla richiesta di vendere le azioni, si era visto opporre il no dalle banche, con la proposta alternativa di un prestito a tassi di favore, anche l’1%, in attesa di vendere. Solo Calvetti, tra le due banche, ne ha 5.100 con danni stimati in 6oo milioni.

L’esito per le due categorie è diverso, come mostrano gli esempi di due estratti-conto. Mentre nel primo caso il cliente, titolare di una «baciata» per 318 mila euro, considerata credito deteriorato e finito alle liquidazioni, riparte con il conto azzerato, il secondo riparte da un saldo iniziale negativo di quasi 90 mila euro. Niente estratti-conti «pazzi», dice il legale: «Intesa ha fatto una scelta precisa, lasciando a liquidazioni e Sga la scelta di come gestire le ‘baciate’ e provando a recuperare il secondo tipo di prestito, con l’evidenza di interessi di scoperto di conto corrente fino al 22%. Un atteggiamento che giudichiamo intimidatorio, verso controparti spesso deboli».

Calvetti per parte sua ha già scelto la linea: «Diffidiamo Intesa dall’esigere un credito frutto di una truffa che verrebbe continuata e minacciamo di rivolgerci alla Procura. Quei crediti erano anticipi su vendite azioni promesse in un secondo momento e mai avvenute, lasciando al socio, che ha perso tutto, il credito da pagare. Intesa non può fingere di essere estranea». L’obiettivo è chiaro: «La restituzione dei crediti alle liquidazioni. Vogliamo un duello ad armi pari». Per avere più spazio di trattativa: «Vogliamo arrivare a compensare – sostiene l’avvocato – la perdita delle azioni con il valore dell’anticipo dato sotto forma di prestito».

Per parte sua Intesa Sanpaolo replica, fornendo la sua linea sulla vicenda: «La banca continuerà a gestire i crediti come ha sempre fatto – sostiene Renzo Simonato, direttore regionale Veneto, Friuli e Trentino – guardando alla strategia e alla capacità di sviluppo della clientela e in particolare delle aziende».

Sui dettagli operativi, Simonato aggiunge: «La maggior parte dei clienti delle ex venete è passata a intesa Sanpaolo: tutti quelli in bonis con i loro rapporti; quindi anche i cosiddetti finanziamenti `baciati’. Sono rimasti alle liquidazioni, in quanto non compresi fra i rapporti ceduti, i finanziamenti `baciati’ relativi a rapporti deteriorati. Tale ripartizione è in linea con le previsioni normative». Per quanto riguarda invece i «finanziamenti sostitutivi», Simonato afferma: «Sono e saranno gestiti da Intesa Sanpaolo nel rispetto delle previsioni contrattuali e tenendo conto della situazione dei singoli clienti».

di Federico Nicoletti, da Il Corriere del Veneto

Davide contro Golia: la ex Divania accusa Unicredit di averle rifilato derivati spazzatura che l’hanno portata al crac. Ma la banca: ‘Falso’

La storia richiama per certi versi la biblica battaglia di Davide contro Golia. Nei loro ruoli, in questo caso, ci sono rispettivamente Divania, azienda di divani pugliese di proprietà dell’imprenditore barese Francesco Saverio Parisi oggi fallita, e Unicredit, una delle maggiori banche italiane. Per capire se anche l’esito di questa battaglia sarà analogo a quello che ha contrapposto Davide a Golia occorre seguire da vicino le prossime tappe della vicenda. A cominciare dall’udienza preliminare del processo penale per bancarotta fraudolenta che, in calendario inizialmente per il 25 gennaio del 2018, è appena stata rinviata al 23 marzo, presso il tribunale di Bari. A riguardo, all’inizio del 2017, il pubblico ministero Isabella Ginefra ha già chiesto il rinvio a giudizio per tutta una serie di manager di Unicredit, tra cui gli ex amministratori delegati Alessandro Profumo e Federico Ghizzoni (oggi la banca è guidata da Jean Pierre Mustier, estraneo ai fatti).

Agli imputati viene contestato il reato di concorso in bancarotta fraudolenta per avere determinato, con tutta una serie di comportamenti, il dissesto di Divania, fino a condurre l’azienda pugliese al fallimento dichiarato nel giugno del 2011. Ancora più nel dettaglio, alla base della richiesta di rinvio a giudizio del pm Ginefra, c’è l’ipotesi che gli imputati abbiano indotto Parisi, rappresentante legale della società produttrice di divani, a compiere “operazioni dolose su derivati, distraendo, dai conti correnti della società e a vantaggio di Unicredit, ingenti somme che investivano in contratti rischiosissimi causando il dissesto della società che veniva dichiarata fallita”.

Al centro della questione, dunque, ci sono i famigerati contratti derivati, già noti per avere portato sulla strada del dissesto molti enti locali italiani. Questa volta invece l’ipotesi dell’accusa è che sia stata danneggiata un’azienda privata, Divania appunto, che sino al 2003 – anno in cui entra in crisi, secondo la versione della stessa società, a causa dei contratti derivati siglati con Unicredit – realizzava un fatturato di circa 70 milioni e dava lavoro a 430 dipendenti, poi finiti in mobilità e licenziati. E’ il primo caso in Italia in cui una banca rischia un processo penale per avere danneggiato un’azienda privata con questi strumenti finanziari.

Passando ai numeri, l’ipotesi delle autorità inquirenti è che il fallimento di Divania sia stato provocato dalla distrazione di fondi a favore di Unicredit per 15,19 milioni, che rappresentano le perdite in senso stretto sopportate dall’azienda di divani a fronte di un capitale sociale di 7,65 milioni. A questi oltre 15 milioni di perdite in senso stretto, vanno sommati 183,77 milioni, che rappresentano invece le somme “addebitate sui conti correnti intestati a Divania in assenza di autorizzazione di addebito e utilizzate dagli imputati per effettuare investimenti abusivi nei contratti derivati”.

Non solo: tali quasi 184 milioni rappresentano anche le somme distratte dal patrimonio della società in danno degli altri creditori secondo il pm Ginefra “avendo coscienza e volontà di arrecare grave pregiudizio non soltanto a Divania ed ai suoi soci, ma anche ai terzi interessati ed ai creditori che, al contrario di Unicredit, per ottenere il pagamento dei contratti stipulati con la società hanno dovuto fare ricorso alla giustizia chiedendo l’ammissione al passivo del fallimento Divania”. All’interno dei 183,77 milioni, poi, poco più di 34 milioni sarebbero stati addebitati in assenza sia dell’autorizzazione all’addebito da parte del correntista sia dei contratti.

Così, all’ex amministratore delegato di Unicredit, Federico Ghizzoni, salito al vertice dell’istituto di credito nel 2010 per poi farsi da parte nel 2016, viene contestato di avere contribuito “a determinare l’insolvenza ed il conseguente fallimento di Divania perché, in qualità di ad, non adempiva alla diffida di restituzione della somma di 183,77 milioni sottratta dai conti correnti intestati a Divania inviata dal suo legale rappresentante (di Divania, ndr) Parisi in data 5 aprile 2011″.

Tra l’altro, all’interno di questa vicenda si inserisce un’altra questione, cui pure corrisponde un procedimento giudiziario tuttora aperto. Nella nota difensiva di Ghizzoni, vergata dallo studio legale milanese Mucciarelli, si legge che “le ctu”, ossia le consulenze tecniche d’ufficio commissionate dal tribunale, “evidenziavano, per un verso, la evidente infondatezza, almeno sotto il profilo quantitativo, delle pretese avanzate da Divania e, per altro verso, indirettamente, l’inesistenza di una correlazione tra l’operatività in derivati e il dissesto della società”. In altri termini, stando alla versione di Ghizzoni e dei suoi legali, il fallimento di Divania non sarebbe riconducibile alla sottoscrizione dei derivati consigliati e confezionati da Unicredit.

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Soprattutto, però, è emerso un problema con i due esperti che hanno fornito le consulenze tecniche cui si fa riferimento. Si tratta del commercialista barese Alfredo D’Innella e dell’avvocato romano Umberto Morera, che sono stati accusati di avere indebitamente ottenuto da Unicredit il pagamento di una parcella nell’ambito del procedimento sul fallimento della società barese Divania. Così, il tribunale di Bari, in un altro procedimento in sede civile, nel febbraio del 2015, ha disposto una nuova ctu, “tenuto conto dei dubbi emersi in ordine all’attendibilità e genuinità dell’elaborato peritale” a firma di D’Innella e Morera “con riferimento al pagamento del compenso” per la perizia “effettuato da Unicredit al di fuori e indipendentemente da una liquidazione giudiziale”. Il lavoro dei due periti, su cui tra le altre cose si basa la difesa di Ghizzoni, non è ritenuto attendibile anche perché Morera era l’avvocato di Unicredit che, proprio mentre svolgeva l’incarico di perito affidatogli dal tribunale, difendeva Unicredit in un’altra causa a Brescia.

Tornando al procedimento per bancarotta, tra gli imputati per cui è stato richiesto dal pm Ginefra il rinvio a giudizio c’è anche l’ex numero uno di Unicredit Profumo, poi passato ai vertici di Mps e oggi al timone di Leonardo, cui “viene contestato di aver contribuito al fallimento della Divania in quanto ben consapevole che elaborando, dirigendo e coordinando le strategie e la commercializzazione dei contratti derivati, ideati da Ubm (Unicredit banca mobiliare, società di Unicredit) e distribuiti alle imprese clienti, tra cui la Divania, ha provocato il dissesto e il conseguente fallimento della Divania”.

A loro volta, i contratti connessi ai derivati sono stati messi a punto, nella pratica, da altri due imputati nel procedimento, Luca Fornoni e Davide Mereghetti, ai quali viene contestato “di essere coloro che hanno concorso nel fallimento della Divania ingegnerizzando i contratti derivati commercializzati da Unicredit”. A supporto di quest’ultima tesi, il pm Ginefra ricorda anche alcune sanzioni amministrative comminate da parte di Consob a Fornoni e Mereghetti a seguito di una ispezione svolta tra il 2003 e il 2005 in Ubm (gruppo Unicredit).

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Insomma, la matassa che dovranno sbrogliare i giudici è intricatissima e non manca di risvolti e retroscena. In attesa di capire cosa si deciderà nell’udienza preliminare del procedimento per bancarotta rinviata a fine marzo, a complicare ulteriormente il quadro è anche la mossa della curatela del fallimento Divania che, nell’ambito del procedimento per bancarotta, ha promosso un’azione legale finalizzata alla restituzione, da parte di Unicredit, degli oltre 183 milioni di “addebiti non autorizzati”.

Unicredit, dal canto suo, in relazione alla vicenda, “ribadisce fermamente la correttezza del proprio operato, di quello di esponenti, anche cessati, e propri dipendenti ed è convinta che ciò potrà emergere dal vaglio delle sedi giudiziarie. Le vere ragioni del default di Divania sono contenute nella sentenza dichiarativa del suo fallimento del giugno 2011, confermate anche dalla Corte d’Appello di Bari e nella sostanza escludono che la contestata operatività in derivati abbia potuto rappresentare anche solo una concausa del dissesto di Divania, tanto più che Divania non ha mai pagato ad Unicredit alcuno degli importi oggetto di contestazioni solo infondate e strumentali. Unicredit – conclude la banca – evidenzia inoltre che sulla medesima vicenda Divania (ma per il capo d’imputazione di truffa aggravata, ndr.), nel luglio 2014, il Gup del Tribunale di Bari ha prosciolto tutti i dipendenti ed ex dipendenti del Gruppo Unicredit coinvolti”. La parola, a breve, passerà al tribunale di Bari, per il procedimento sulla presunta bancarotta fraudolenta tuttora in corso.(Carlotta Scozzari Businessinsider)

Passera, con Spaxs ha 5 banche nel mirino

A giorni la short list, poi l’acquisizione in 3-4 mesi di un istituto “piccolo, ma bello”. Positivo il debutto in Borsa

Debutto positivo in Borsa per Spaxs, la spac fondata da Corrado Passera che punta alla licenzia bancaria. L’ex ministro ha fatto sapere oggi, nel corso di una cerimonia a Piaza Affari, di avere nel mirino una piccola banca

Il titolo di Spaxs avanza a fine mattinata di circa 2 percentuali sopra i 10 euro. Positivo anche il debutto di Alp.i, la spac promossa da Mediobanca, a sua volta in rialzo di circa 1 punto percentuale. Entrambe sbarcano sul segmento Aim di Borsa Italiana e domani saranno inserite nel paniere dell’indice Ftse Aim Italia.

Per l’ex numero uno di Intesa Sanpaolo, nonché ministro dello sviluppo nel governo dei “professori”, il collocamento si è concluso con una robusta raccolta di 600 milioni di euro, ben oltre l’obiettivo originario compreso tra 400 e 500 milioni, mentre la domanda ha raggiunto i 760 milioni.

In occasione della cerimonia di quotazione Passera ha detto che in pochi mesi si integrerà “con una banca esistente, piccola ma bella”, confermando che sarà “molto attiva anche negli Npl, un mondo nel quale si può creare valore”. Passera sarà affiancato da Andrea Clamer, per diversi anni a capo della divisione di non performing loan di Banca Ifis, che ha lasciato pochi mesi fa. Durante il suo incarico, Banca Ifis ha rilevato 10 miliardi di Npl.

“Sul tavolo ci sono già cinque candidate e puntiamo a una piccola banca commerciale che fa credito alle piccole e medie imprese”. La prossima settimana Spaxs, in cui diversi fondi hanno rilevato più del 5% del capitale, dovrebbe definire la “short list”, per concludere l’acquisizione in 3-4 mesi. L’ex ministro ha smentito le voci di un possibile interesse per Fonspa, l’ex Credito Fondiario. “Cerchiamo una banca e un modello di business come quello di Fonspa non ci interessa”, ha dichiarato.

L’operazione inizialmente richiederà l’utilizzo al massimo del 10% delle risorse raccolte dalla spac, perciò al massimo 60 milioni. “Dopo avere conquistato la totalità del capitale e ci fonderemo – ha spiegato – quindi il grosso delle risorse a nostra disposizione sarà utilizzato per patrimonializzare la banca e investire”. Lo stesso Passera diventerà l’amministratore delegato dell’istituto.

Sui progetti futuri della nuova entità, Passera ha aggiunto: “Cercheremo di aiutare le aziende di piccole dimensioni con rating bassi ma con progetti profittevoli. Le aiuteremo nei crediti di breve e nel factoring. Inoltre ci occuperemo degli Utp (crediti incagliati) e infine ci proponiamo di stringere accordi con altri istituti sul fronte degli Npl, per gestirli o comprarli”. Infatti per il banchiere “gli Npl è un mondo dove è possibile creare valore”. Sul fronte dei depositi, Passera ha spiegato che la banca si proporrà di raccogliere risparmi di 200 o 300 mila famiglie, offrendo servizi e tassi competitivi. “La nostra sarà comunque una banca digitale”, ha precisato.

Come è noto, due terzi del capitale di Spaxs è composto da investitori esteri. Ciò, secondo Passera, “a dimostrazione della fiducia non solo nel progetto, ma anche nell’Italia. Nel capitale sono presenti con una quota del 7,67% Credit Suisse Securities, che detiene azioni per conto del fondo Usa Atlas. Sono inoltre presenti la Sdp Capital Management, che – ha precisato Passera – rappresenta la famiglia Pallavicini, che ha una partecipazione del 6%; Kairos Partners Sgr con il 5,98%; Numem Capital con il 5,75% e Tensile Capital Partners con il 5%. Quest’ultimo, ha spiegato ancora Passera, è un fondo di San Francisco. (Stefano Neri Finanzareport)

Luigi Luzzatti S.p.A., la nuova società delle Banche Popolari per la gestione dei crediti deterioriorati

DICIASSETTE BANCHE POPOLARI ITALIANE SI SONO UNITE NELLA “LUIGI LUZZATTI S.P.A.”, LA NUOVA SOCIETÀ NATA PER LA GESTIONE DEI CREDITI DETERIORATI E PER SFRUTTARE LE OPPORTUNITÀ DELLA NUOVA NORMATIVA EUROPEA MIFID 2

Diciassette Banche Popolari del Paese hanno dato vita a una nuova società: la “Luigi Luzzatti S.p.A.”, in onore del fondatore degli istituti cooperativi. La nuova realtà, presieduta da Vito Primiceri, presidente della Bpp, si pone come obiettivo principale quello di fare squadra, superando i limiti delle dimensioni di ogni singolo istituto di credito, per realizzare economie di scala. Nell’annunciare la costituzione il Presidente di Assopopolari, Corrado Sforza Fogliani, in presenza degli azionisti, ha dichiarato che “l’avvio di questa importante iniziativa della categoria del credito popolare è il segno di una rinnovata vitalità e capacità di guardare al futuro del settore cooperativo da un lato e del sistema bancario nel suo complesso dall’altro, salvaguardando quest’ultimo da ogni nociva appropriazione e il primo nella sua essenziale funzione di dare credito alle piccole e medie imprese, come fa da più di un secolo e mezzo”.

Le Banche popolari che partecipano all’iniziativa, esprimeranno un’intermediazione sui territori per un totale dell’attivo pari a circa 270 miliardi di euro e 264 miliardi di provvista attraverso una rete di circa 5.200 sportelli. Oltre a costituire un veicolo per la gestione dei crediti deteriorati, la “Luigi Luzzati s.p.a” nasce come uno strumento operativo volto a sfruttare le opportunità offerte dalla nuova normativa europea Mifid 2.

Entrata in vigore ad inizio anno, Mifid 2 è la nuova direttiva in ambito bancario nata con lo scopo di cambiare il rapporto tra i risparmiatori e gli investitori con le banche e i consulenti finanziari. Le nuove regole della Mifid 2 dovranno fornire una maggiore tutela ai risparmiatori (in particolare quelli piccoli e medi) puntando sulla trasparenza dell’informazione, sulle specifiche competenze dei consulenti, sulla produzione di strumenti finanziari adatti alla clientela e sulla dettagliata regolamentazione degli incentivi degli intermediari. In sintesi, la nuova direttiva europea farà in modo che ad ogni cliente l’intermediario proponga dei prodotti pensati e adattati appositamente per quel tipo di clientela o comunque compatibili con il suo profilo personale.

Il costo per l’attuazione di Mifid 2 è stimato a 2,5 miliardi di euro, che potrebbero facilmente salire nei prossimi mesi. Tuttavia, ai costi elevati dovrebbero corrispondere maggiori ricavi  per il mercato del risparmio gestito. I nuovi prodotti infatti puntano dritti alla gestione di un patrimonio rilevante (secondo la Banca d’Italia era del 32% nel 2016) che giace inutilizzato nei conti correnti e nei depositi bancari. Se tutto dovesse filare per il verso giusto, per le banche significherebbero entrate pari a 3,5 miliardi di euro nei prossimi cinque anni. (stopsecret.it)

1. LA SOFFIATA DI RENZI E DE BENEDETTI SULLE POPOLARI E’ NEL MIRINO DEI PM DI PERUGIA 2. LA PROCURA UMBRA HA APERTO UN FASCICOLO DOPO L’ESPOSTO PRESENTATO DA ELIO LANNUTTI, PRESIDENTE ONORARIO ADUSBEF E OGGI CANDIDATO CINQUESTELLE, PER VERIFICARE SE DAI MAGISTRATI DI ROMA CI SIANO STATE LEGGEREZZE INVESTIGATIVE OPPURE OMISSIONI 3. ALTRO GIRO, ALTRO INSIDER: ARRESTATO UN AVVOCATO A MILANO (E 8 PERSONE INDAGATE) PER L’INSIDER TRADING CHE, TRA IL 2012 E IL 2014, ALCUNI PROFESSIONISTI DI MEDIOBANCA, UNICREDIT E ALTRI STUDI LEGALI AVREBBERO COMMESSO SU ALCUNE OPA. LA STORIA E I NOMI


1 – RENZI E LA SOFFIATA A CDB
Estratto dell’articolo di Antonio Massari per il “Fatto Quotidiano”

La verità giudiziaria sull’ acquisto delle azioni delle banche popolari, operato dall’ ex presidente del gruppo Espresso, Carlo De Benedetti, dopo aver saputo dall’ ex premier, Matteo Renzi, dell’ imminente decreto che le trasformava in Spa, non è più soltanto nelle mani del pm Stefano Pesci e del procuratore capo di Roma, Giuseppe Pignatone.

Ora è anche nelle mani della procura di Perugia, guidata da Luigi De Ficchy. Il Fatto è in grado di rivelare che la procura perugina – dopo l’ esposto presentato d Elio Lannutti, presidente onorario dell’ Adusbef, oggi candidato per il M5S – ha aperto un fascicolo per verificare se, da parte dei magistrati romani che hanno condotto l’inchiesta, vi siano stati comportamenti od omissioni che integrino ipotesi di reato. E, per verificarlo, risulterà indispensabile valutare gli atti dell’intera vicenda che ha portato la procura di Roma a chiedere l’ archiviazione del broker Gianluca Bolengo.

Parliamo dell’uomo che, per conto di De Benedetti, il 16 gennaio 2015, investiva 5 milioni in azioni delle banche popolari, con un profitto di 500mila euro. Bolengo viene intercettato mentre De Benedetti gli chiede: “Salgono le popolari?”. Il broker gli risponde: “Sì, se passa un decreto fatto bene, salgono”. E De Benedetti: “Passa, ho parlato ieri con Renzi, passa”. E l’ investimento parte all’ istante.

[…] La procura di Roma – che sceglie di affidare le indagini a due periti e non alla Gdf – non iscriverà mai Renzi e De Benedetti nel registro degli indagati: sono stati entrambi sentiti come persone informate sui fatti. Fin qui, la cronaca dell’ inchiesta romana. Sulla vicenda, però, interviene ora la procura di Perugia.

[…] La procura di Perugia intende verificare se i pm capitolini, nell’ istruire il fascicolo, abbiano commesso reati oppure no: è l’ unica competente a indagare sui colleghi della capitale. […]

2 – SOFFIATE SULLE OPA
Luigi Ferrarella per il “Corriere della Sera”
Intercettazioni «bruciate» (appena una settimana dopo l’avvio) da una micidiale fuga di notizie che adesso gli inquirenti addebitano a un ufficiale della GdF. E versioni «aggiustate» nelle audizioni in Consob. Ma un ex manager di Mediobanca, ammettendo le contestazioni e collaborando con i pm al lavoro su alcune chat recuperate nel sequestro di un telefonino improvvidamente non resettato, fa ricostruire parte di un giro di insider trading che nel 2012-2014 avrebbe sfruttato in Borsa il lancio di importanti Opa-Offerte pubbliche di acquisto, come quelle di Edizione Holding srl su Benetton, Docomo Deutschland su Buongiorno spa, Pai Partners su Marcolini, Salini su Impregilo, Vodafone su Cobra Automotive, e Bollorè su Havas.

L’inchiesta emerge ieri a Milano con l’arresto di un avvocato, 8 indagati e il sequestro di quasi 900.000 euro: e ipotizza come fonti delle notizie privilegiate avvocati o consulenti che all’ epoca lavoravano in Mediobanca, in Unicredit e in importanti studi legali d’ affari (tutti vittime delle condotte attribuite ai loro collaboratori) quali Cordeiro Guerra, Bonelli&Erede, Pedersoli, Legance.

I professionisti che per preparare future operazioni dei loro clienti abbiano accesso a informazioni privilegiate, passibili di influenzare i prezzi delle azioni in Borsa, figurano in apposito registro riservato: se le rivelano per proprio tornaconto sono insider «primari» del reato (da 1 a 6 anni di carcere più multa fino a 3 milioni), mentre chi riceve e sfrutta l’informazione è insider «secondario», condotta che non è reato ma illecito amministrativo punito dalle sanzioni Consob, salvo riacquisire rilevanza penale nel solo caso di istigazione del soggetto «primario».

Dalle ammissioni di un ex manager di Mediobanca (Francesco Maldese), e in misura minore dalle risposte ai pm (invece più difensive) del suo ex collega Marco Cecchini nel «credit risk management» di Mediobanca, nonché dalle chat recuperate sul telefonino di Cecchini, i pm Giordano Baggio e Gianfranco Gallo contestavano addirittura uno schema d’accordo, con annessa retrocessione di compensi in percentuale sui guadagni: un accordo fra quattro «intermedi» cercatori di ghiotte notizie (Germano Urgeghe, legale nello studio Cordeiro Guerra; Cecchini, poi passato da Mediobanca a Mckinsey; un collega di Urgeghe e amico di studi di Cecchini in Bocconi, Damiano Tomassini; suo fratello fiscalista, Antonio Tomassini) e almeno tre «fonti» di insider primario, quali per l’accusa Maldese, Riccardo Sangiorgi (avvocato nello studio Legance) e una terza «fonte in Unicredit che gli accertamenti non hanno consentito di individuare».
Queste fonti – alle quali su singoli dossier se ne sarebbero affiancate altre fuori dall’accordo, come in una occasione per i pm Alessandro Ronchini nello studio Pedersoli e Luca Vestini nello studio Bonelli&Erede – avrebbero orecchiato nei posti di lavoro e poi veicolato le notizie messe infine a frutto da altri tramite acquirenti finali delle azioni segnalate.

La Procura contestava perciò anche l’«associazione a delinquere»: ma ieri il gip Franco Cantù Rajnoldi non l’ha accolta, ritenendo «assenti o contraddittori gli elementi comprovanti la partecipazione di altri all’accordo preventivo» addebitato a Urgeghe e Maldese, e per gli altri inquadrando invece i fatti «in una estemporanea, intervallata e atomizzata attivazione di propositi criminali».

Il gip ha così respinto la richiesta dei pm di arrestare Sangiorgi e Antonio Tomassini, mentre per insider trading (sulle Opa Impregilo, Havas e Marcolini) ha disposto la custodia cautelare in carcere di Urgeghe, già destinatario di un avvio di procedimento Consob, e il sequestro a fini di confisca di 878.000 euro.

Misure emesse ieri (per fatti 2012-2014) su richiesta avanzata dai pm nel maggio 2017 in una indagine nata da una nota di Consob nel gennaio 2016. Tra le esigenze cautelari il gip addita «il disvelamento ai coindagati della notizia» di intercettazioni in corso «fornitagli il 23 marzo 2016 dal tenente GdF Marco La Mela», all’ epoca all’ Ufficio Operazioni di Milano.(dagospia.com)