Commissione banche, la farsa scherma i responsabili. Quasi ignorata la Carichieti

«Vigilanza inefficace». Decisive assenze Fi nel voto. M5S: «non indica i veri colpevoli»

«Carichieti non era insolvente quando arrivò il decreto sulle 4 banche»
ROMA. Si era detto che la commissione speciale sulle banche sarebbe stata inutile. Si erano fatte molte polemiche anche sulla scelta del presidente, Pierferdinando Casini.

Previsioni e paure tutte pienamente rispettate alla fine del lungo lavoro della commissione parlamentare che non aggiunge molto a quello che si è saputo solo grazie ad inchieste giudiziaria (peraltro ancora in corso e tutt’altro che esplosive) e giornalistiche.

La politica ha cercato di metterci una sordina governando i vari scandali bancari culminati tutti con il salvataggio pubblico.
Alla fine il presidente Pier Ferdinando Casini non ce l’ha fatta: il tentativo di far convogliare tutti i gruppi politici verso una posizione condivisa, e quindi avallare una relazione unitaria al termine dei tre mesi di lavoro della Commissione banche, non è riuscito. E il testamento della bicamerale di inchiesta è stato così affidato a una relazione di maggioranza, passata con 19 voti favorevoli (Pd e centristi), 15 contrari e 6 astenuti: un voto, positivo ma comunque inferiore al quorum di 21, su cui, evidenziano alcuni, pesano le assenze in Commissione. Fra chi non ha partecipato alla votazione ben tre erano esponenti di Forza Italia ed uno di Gal: se avessero votato tutti ‘no’ avrebbero portato ad un pareggio che avrebbe provocato la bocciatura della relazione. Tanto che Daniele Capezzone del gruppo misto parla esplicitamente di «vergogna» e si chiede se «il Nazareno non finisce mai».

Una relazione, quella presentata dal vice presidente della Commissione ed esponente del Pd Mario Maria Marino, definita dallo stesso Casini «seria ed equilibrata, non elettorale», che ha puntato il dito in particolar modo contro falle e inefficacia del sistema di vigilanza, avanzando una serie di proposte per evitare in futuro nuove crisi bancarie. Che la tanto auspicata unanimità intorno ad un documento conclusivo fosse ormai una chimera era ormai nell’aria da giorni (LeU ad esempio si era già sfilato da tempo e il M5S aveva espresso ieri la propria contrarietà), ma è diventata una certezza in Ufficio di presidenza questa mattina. Fatto questo che ha costretto il presidente Casini a ritirare la sua relazione, stilata tenendo conto delle richieste dei diversi gruppi, e a far votare alla commissione il documento messo a punto dalla maggioranza Pd.
LA RELAZIONE DI CASINI

Il documento approvato, e che Casini ha trasmesso a Camere e Senato, contiene una parte descrittiva di ciò che è accaduto, una parte valutativa e una parte propositiva. Nell’analisi dei fatti e delle vicende di Mps, Veneto Banca, Popolare Vicenza e delle quattro banche poste in risoluzione, in particolare, non mancano le critiche a Bankitalia e Consob.

«Nello scenario che ha caratterizzato l’ultimo decennio, l’esercizio dell’attività di vigilanza non si è dimostrato del tutto efficace» si legge.

«La Commissione è giunta a ritenere che in tutti i 7 casi di crisi bancarie oggetto di indagine le attività di vigilanza sia sul sistema bancario (Banca d’Italia) che sui mercati finanziari (Consob) si siano rivelate inefficaci ai fini della tutela del risparmio».

Per agevolare la comunicazione tra le autorità si invita a creare un archivio unico delle ispezioni e ad allargare i poteri di Bankitalia alla possibilità di usare la polizia giudiziaria per perquisizioni e ispezioni. In primo piano anche l’ipotesi di creare una super procura per i reati finanziari. E, tra le varie misure, rispunta l’idea di una bad bank pubblica per la gestione dei crediti difficili. Un particolare rilievo è affidato anche alla necessità di ripensare il diritto penale, creando ad esempio una nuova fattispecie di reati. Le riforme presentate sono dei punti sui quali le «forze politiche possono trovarsi d’accordo» e che, se approvate dai prossimi Parlamento e governo, potrebbero modernizzare il comparto, dichiara lo stesso Marino, autore del documento.

NELLA RELAZIONE CARICHIETI QUASI NON C’E’

Chi si attendeva un focus specifico anche sulla crisi della vecchia Carichieti per avere magari conferme sulle cause del fallimento clamoroso dell’ultima banca abruzzese è rimasto deluso.

Nella relazione la Carichieti viene citata molto poco per lo più cause e storia vengono spesso assimilate a quelle delle altre tre banche che hanno avuto destino simile (Banca Popolare dell’Etruria e del Lazio, la Banca Marche e la Cassa di Risparmio di Ferrara).

La differenza sta nel fatto che la Consob non aveva poteri di controllo specifici sulla banca teatina perchè questa non aveva emesso titoli sul mercato.

«L’istituto di credito in questione», si legge nella relazione, «era, tuttavia, vigilato dalla CONSOB (al pari delle altre banche “minori”) – in quanto intermediario autorizzato alla prestazione dei servizi di investimento – limitatamente ai profili di trasparenza e correttezza, sicchè detta Autorità esercitava le proprie prerogative di controllo e vigilanza in occasione dell’approvazione dei prospetti informativi relativi all’emissione di azioni e obbligazioni».

 

«Con riferimento alle c.d. obbligazioni subordinate da essa emesse ed interessate dalla risoluzione, solo 3 (e per un importo complessivo di 25 milioni di euro) sono state offerte alla clientela su prospetti informativi approvati dalla CONSOB nel 2011 e nel 2013, mentre le restanti (per un importo totale di 34,8 milioni di euro) non erano assoggettate all’obbligo di approvazione di un prospetto da parte della CONSOB. E’ nel corso del 2012 che Carichieti», si legge ancora, «iniziava ad evidenziare difficoltà di gestione, con un’evoluzione della condizione di crisi rapidissima fino al fallimento, complice l’esposizione della banca con 45 milioni di sofferenze, concentrata prevalentemente su pochissime posizioni (rappresentate, prevalentemente, da un’azienda metalmeccanica e da un gruppo commerciale)».

L’istituto viene sottoposto a quattro ispezioni della Banca d’Italia prima dell’amministrazione straordinaria, scattata nel settembre del 2014, ben prima quindi del collasso, a qualsiasi causa sia esso riconducibile: «sembra, perciò, evidente che si trattava di una banca sotto osservazione con diversi problemi di trasparenza».

 

«GOVERNANCE INADEGUATA»In occasione della sua audizione in Commissione, il capo della Vigilanza di Bankitalia dr. Carmelo Barbagallo ha riferito (con riguardo a Carichieti, così come a Banca Etruria, Banca Marche e Cariferrara) che (testuale) «La governance delle quattro banche è risultata fortemente inadeguata in tutte le sue articolazioni»; ha, altresì, precisato l’alto funzionario della Vigilanza che «sulla qualità della governance di tre di queste banche (Marche, Chieti e Ferrara) ha inciso la strategia delle Fondazioni, volta a conservare un ruolo dominante; ne sono conseguiti una riluttanza a ricorrere al mercato dei capitali e atteggiamenti ostili a soluzioni aggregative».

Ha, quindi, ulteriormente evidenziato Barbagallo che «la crisi delle quattro banche poste in risoluzione il 22 novembre 2015 trae origine da cause comuni: governance inadeguata, politiche di erogazione imprudenti, comportamenti irregolari. La crisi economica ha fatto deflagrare fragilità già esistenti impedendo, in un contesto normativo europeo radicalmente mutato, l’utilizzo degli strumenti di soluzione delle crisi sperimentati in passato».

Parlando, in particolare, delle carenze nella governance, il capo della Vigilanza di Bankitalia ha spiegato che «la proprietà non ha svolto il ruolo di selezione e vaglio dei vertici aziendali; il Consiglio di amministrazione e il management non hanno realizzato un modello di gestione sano e prudente; i meccanismi di controllo interno non hanno funzionato»; di tal che, come riscontrato nelle altre banche in crisi, «Le insufficienze della governance si sono tradotte in una scadente qualità del credito, che ha risentito di cattiva organizzazione, pratiche inadeguate, violazioni di norme e regolamenti».

 

PRESTITI A TUTTI (QUELLI CHE NON LI HANNO RESTITUITI)

L’area crediti è il fulcro di queste crisi.

Le cause -ribadite nella relazione- sono da ricercare

1) in una eccessiva crescita dei prestiti negli anni precedenti lo scoppio della crisi finanziaria internazionale spesso in aree al di fuori della propria area di tradizionale insediamento, senza svolgere istruttorie di fido approfondite;

2) eccessiva concentrazione dei rischi in alcuni settori, in primis l’immobiliare e nei confronti di alcuni grandi prenditori;

 

3) debordi dai limiti regolamentari interni e profili di anomalia nei confronti di alcuni prenditori, anche nel caso di erogazioni nei confronti di  amministratori;

4) scarsa attenzione alle garanzie,  mancato aggiornamento delle perizie sugli immobili. Tali politiche del credito “facili” vengono realizzate in alcuni casi anche da altre banche o intermediari finanziari del gruppo (Flashbank nel caso del gruppo Carichieti, la società di Leasing Commercio e Finanza nel caso di Cariferrara, Medioleasing nel caso di Banca Marche).

 

 

 


CREDITI DETERIORATI

Quanto ai crediti deteriorati delle quattro banche cd. minori, Barbagallo ha sottolineato che nel corso del tempo essi hanno raggiunto «percentuali almeno doppie rispetto a quelle del sistema bancario, determinando tensioni di liquidità e pesanti perdite patrimoniali, all’origine del dissesto»; parlando, poi, dell’inadeguatezza del management delle predette 4 banche il dr. Barbagallo ha precisato che «i rafforzamenti patrimoniali non si sono talvolta nemmeno realizzati; i ricambi degli esponenti di vertice non ne hanno migliorato i comportamenti; la pervicace difesa dell’autonomia ha scoraggiato la ricerca di potenziali acquirenti».

 

 

Nel caso della Carichieti la situazione è sembrata «irreversibile» solo nel 2014, quando è arrivata la prima dichiarazione di insolvenza, mentre l’anno dopo è intervenuto l’azzeramento totale del valore delle azioni e delle obbligazioni subordinate, disposto dal consiglio dei ministri su proposta della Banca d’Italia (a novembre).

 

In data 5 settembre 2014 inizia, dunque, per la Carichieti il periodo di Amministrazione Straordinaria, durata 443 giorni; in data 22 novembre 2015, poi, la Banca d’Italia delibera l’avvio della risoluzione della Banca, fino all’aprile 2016, quando il Tribunale dichiara il fallimento della vecchia banca.

 

Il Procuratore della Repubblica di Chieti, Francesco Testa, ha riferito in Commissione di un’indagine aperta nei confronti degli ex commissari straordinari della banca, nominati dalla Banca d’Italia, Salvatore Immordino e Francesco Bochicchio, sulla base di indagini preliminari avviate il primo aprile 2016.

Il Procuratore Capo audito, infine, ha sottolineato che resta da approfondire se la svalutazione dei crediti operata poco prima della risoluzione possa aver dato la “mazzata finale” alla situazione patrimoniale dell’Istituto o se sia stata un fattore autonomo. (primadanoi.it)