Davide contro Golia: la ex Divania accusa Unicredit di averle rifilato derivati spazzatura che l’hanno portata al crac. Ma la banca: ‘Falso’

La storia richiama per certi versi la biblica battaglia di Davide contro Golia. Nei loro ruoli, in questo caso, ci sono rispettivamente Divania, azienda di divani pugliese di proprietà dell’imprenditore barese Francesco Saverio Parisi oggi fallita, e Unicredit, una delle maggiori banche italiane. Per capire se anche l’esito di questa battaglia sarà analogo a quello che ha contrapposto Davide a Golia occorre seguire da vicino le prossime tappe della vicenda. A cominciare dall’udienza preliminare del processo penale per bancarotta fraudolenta che, in calendario inizialmente per il 25 gennaio del 2018, è appena stata rinviata al 23 marzo, presso il tribunale di Bari. A riguardo, all’inizio del 2017, il pubblico ministero Isabella Ginefra ha già chiesto il rinvio a giudizio per tutta una serie di manager di Unicredit, tra cui gli ex amministratori delegati Alessandro Profumo e Federico Ghizzoni (oggi la banca è guidata da Jean Pierre Mustier, estraneo ai fatti).

Agli imputati viene contestato il reato di concorso in bancarotta fraudolenta per avere determinato, con tutta una serie di comportamenti, il dissesto di Divania, fino a condurre l’azienda pugliese al fallimento dichiarato nel giugno del 2011. Ancora più nel dettaglio, alla base della richiesta di rinvio a giudizio del pm Ginefra, c’è l’ipotesi che gli imputati abbiano indotto Parisi, rappresentante legale della società produttrice di divani, a compiere “operazioni dolose su derivati, distraendo, dai conti correnti della società e a vantaggio di Unicredit, ingenti somme che investivano in contratti rischiosissimi causando il dissesto della società che veniva dichiarata fallita”.

Al centro della questione, dunque, ci sono i famigerati contratti derivati, già noti per avere portato sulla strada del dissesto molti enti locali italiani. Questa volta invece l’ipotesi dell’accusa è che sia stata danneggiata un’azienda privata, Divania appunto, che sino al 2003 – anno in cui entra in crisi, secondo la versione della stessa società, a causa dei contratti derivati siglati con Unicredit – realizzava un fatturato di circa 70 milioni e dava lavoro a 430 dipendenti, poi finiti in mobilità e licenziati. E’ il primo caso in Italia in cui una banca rischia un processo penale per avere danneggiato un’azienda privata con questi strumenti finanziari.

Passando ai numeri, l’ipotesi delle autorità inquirenti è che il fallimento di Divania sia stato provocato dalla distrazione di fondi a favore di Unicredit per 15,19 milioni, che rappresentano le perdite in senso stretto sopportate dall’azienda di divani a fronte di un capitale sociale di 7,65 milioni. A questi oltre 15 milioni di perdite in senso stretto, vanno sommati 183,77 milioni, che rappresentano invece le somme “addebitate sui conti correnti intestati a Divania in assenza di autorizzazione di addebito e utilizzate dagli imputati per effettuare investimenti abusivi nei contratti derivati”.

Non solo: tali quasi 184 milioni rappresentano anche le somme distratte dal patrimonio della società in danno degli altri creditori secondo il pm Ginefra “avendo coscienza e volontà di arrecare grave pregiudizio non soltanto a Divania ed ai suoi soci, ma anche ai terzi interessati ed ai creditori che, al contrario di Unicredit, per ottenere il pagamento dei contratti stipulati con la società hanno dovuto fare ricorso alla giustizia chiedendo l’ammissione al passivo del fallimento Divania”. All’interno dei 183,77 milioni, poi, poco più di 34 milioni sarebbero stati addebitati in assenza sia dell’autorizzazione all’addebito da parte del correntista sia dei contratti.

Così, all’ex amministratore delegato di Unicredit, Federico Ghizzoni, salito al vertice dell’istituto di credito nel 2010 per poi farsi da parte nel 2016, viene contestato di avere contribuito “a determinare l’insolvenza ed il conseguente fallimento di Divania perché, in qualità di ad, non adempiva alla diffida di restituzione della somma di 183,77 milioni sottratta dai conti correnti intestati a Divania inviata dal suo legale rappresentante (di Divania, ndr) Parisi in data 5 aprile 2011″.

Tra l’altro, all’interno di questa vicenda si inserisce un’altra questione, cui pure corrisponde un procedimento giudiziario tuttora aperto. Nella nota difensiva di Ghizzoni, vergata dallo studio legale milanese Mucciarelli, si legge che “le ctu”, ossia le consulenze tecniche d’ufficio commissionate dal tribunale, “evidenziavano, per un verso, la evidente infondatezza, almeno sotto il profilo quantitativo, delle pretese avanzate da Divania e, per altro verso, indirettamente, l’inesistenza di una correlazione tra l’operatività in derivati e il dissesto della società”. In altri termini, stando alla versione di Ghizzoni e dei suoi legali, il fallimento di Divania non sarebbe riconducibile alla sottoscrizione dei derivati consigliati e confezionati da Unicredit.

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Soprattutto, però, è emerso un problema con i due esperti che hanno fornito le consulenze tecniche cui si fa riferimento. Si tratta del commercialista barese Alfredo D’Innella e dell’avvocato romano Umberto Morera, che sono stati accusati di avere indebitamente ottenuto da Unicredit il pagamento di una parcella nell’ambito del procedimento sul fallimento della società barese Divania. Così, il tribunale di Bari, in un altro procedimento in sede civile, nel febbraio del 2015, ha disposto una nuova ctu, “tenuto conto dei dubbi emersi in ordine all’attendibilità e genuinità dell’elaborato peritale” a firma di D’Innella e Morera “con riferimento al pagamento del compenso” per la perizia “effettuato da Unicredit al di fuori e indipendentemente da una liquidazione giudiziale”. Il lavoro dei due periti, su cui tra le altre cose si basa la difesa di Ghizzoni, non è ritenuto attendibile anche perché Morera era l’avvocato di Unicredit che, proprio mentre svolgeva l’incarico di perito affidatogli dal tribunale, difendeva Unicredit in un’altra causa a Brescia.

Tornando al procedimento per bancarotta, tra gli imputati per cui è stato richiesto dal pm Ginefra il rinvio a giudizio c’è anche l’ex numero uno di Unicredit Profumo, poi passato ai vertici di Mps e oggi al timone di Leonardo, cui “viene contestato di aver contribuito al fallimento della Divania in quanto ben consapevole che elaborando, dirigendo e coordinando le strategie e la commercializzazione dei contratti derivati, ideati da Ubm (Unicredit banca mobiliare, società di Unicredit) e distribuiti alle imprese clienti, tra cui la Divania, ha provocato il dissesto e il conseguente fallimento della Divania”.

A loro volta, i contratti connessi ai derivati sono stati messi a punto, nella pratica, da altri due imputati nel procedimento, Luca Fornoni e Davide Mereghetti, ai quali viene contestato “di essere coloro che hanno concorso nel fallimento della Divania ingegnerizzando i contratti derivati commercializzati da Unicredit”. A supporto di quest’ultima tesi, il pm Ginefra ricorda anche alcune sanzioni amministrative comminate da parte di Consob a Fornoni e Mereghetti a seguito di una ispezione svolta tra il 2003 e il 2005 in Ubm (gruppo Unicredit).

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Insomma, la matassa che dovranno sbrogliare i giudici è intricatissima e non manca di risvolti e retroscena. In attesa di capire cosa si deciderà nell’udienza preliminare del procedimento per bancarotta rinviata a fine marzo, a complicare ulteriormente il quadro è anche la mossa della curatela del fallimento Divania che, nell’ambito del procedimento per bancarotta, ha promosso un’azione legale finalizzata alla restituzione, da parte di Unicredit, degli oltre 183 milioni di “addebiti non autorizzati”.

Unicredit, dal canto suo, in relazione alla vicenda, “ribadisce fermamente la correttezza del proprio operato, di quello di esponenti, anche cessati, e propri dipendenti ed è convinta che ciò potrà emergere dal vaglio delle sedi giudiziarie. Le vere ragioni del default di Divania sono contenute nella sentenza dichiarativa del suo fallimento del giugno 2011, confermate anche dalla Corte d’Appello di Bari e nella sostanza escludono che la contestata operatività in derivati abbia potuto rappresentare anche solo una concausa del dissesto di Divania, tanto più che Divania non ha mai pagato ad Unicredit alcuno degli importi oggetto di contestazioni solo infondate e strumentali. Unicredit – conclude la banca – evidenzia inoltre che sulla medesima vicenda Divania (ma per il capo d’imputazione di truffa aggravata, ndr.), nel luglio 2014, il Gup del Tribunale di Bari ha prosciolto tutti i dipendenti ed ex dipendenti del Gruppo Unicredit coinvolti”. La parola, a breve, passerà al tribunale di Bari, per il procedimento sulla presunta bancarotta fraudolenta tuttora in corso.(Carlotta Scozzari Businessinsider)