Leucemia, un nuovo successo italiano per la terapia genica Car-T sui bambini

(Foto: Ospedale Pediatrico Bambino Gesù)(Foto: Ospedale Pediatrico Bambino Gesù)

L’innovativa terapia Car-T è stata utilizzata per trattare un bambino affetto da leucemia linfoblastica acuta al Bambino Gesù di Roma, con risultati molto promettenti.

Riprogrammare geneticamente le cellule immunitarie (i linfociti T) per addestrarle a riconoscere e attaccare un tumore. Si tratta della promettente e innovativa terapia genica Car T (acronimo di Chimeric antigen receptor T cell), un trattamento che si è appena dimostrato efficace su un bambino di 4 anni affetto da leucemia linfoblastica acuta (Lla), un tipo di tumore raro che spesso non risponde alle terapie convenzionali. A raccontarlo oggi sono stati i medici e i ricercatori dell’ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma, in collaborazione con il ministero della Salute, Regione Lazio e Airc, secondo cui il bambino sta bene ed è stato dimesso, in quanto non presenta cellule leucemiche nel midollo a un mese dall’infusione delle cellule riprogrammate.

Le cellule immunitarie del bambino, come dicevamo prima, sono state programmate con la terapia genica Car T, una delle strategie più innovative e promettenti nella ricerca contro il cancro, oggetto di numerose sperimentazioni in tutto il mondo.

Ricordiamo infatti che due terapie geniche con cellule modificate Car-T sono state approvate pochi mesi fa dall’agenzia statunitense Food and Drug Administration (Fda): la prima contro la Lla e l’altra contro forme di linfoma a grandi cellule B (mentre in Europa le valutazione sono ancora in corso). Ma come funziona? Per prima cosa vengono prelevati i linfociti T del paziente e modificati geneticamente fornendoli di un recettore chimerico sintetizzato in laboratorio, chiamato Car (Chimeric Antigenic Receptor), diretto contro antigeni tumorali. Una volta moltiplicati in laboratorio, i linfociti T modificati vengono poi re-infusi nel paziente per via endovenosa. In buona sostanza, questo recettore è capace di potenziare i linfociti e renderli a loro volta in grado di riconoscere e attaccare le cellule tumorali presenti nel sangue e nel midollo.

(Foto: Ospedale Pediatrico Bambino Gesù)
(Foto: Ospedale Pediatrico Bambino Gesù)

Precisiamo che l’approccio adottato dal team di ricercatori del Bambino Gesù differisce parzialmente da quello nord-americano: diversa è la piattaforma virale utilizzata per la trasduzione delle cellule, per realizzare cioè il percorso di modificazione genetica e diversa è la sequenza genica realizzata, che prevede l’inserimento di una sorta di gene “suicida”, chiamato Caspasi 9 Inducibile (iC9), che si rende attivo in caso di eventi avversi, bloccando l’azione dei linfociti modificati. E’ la prima volta che questo sistema, adottato grazie alla collaborazione dell’Ospedale con Bellicum Pharmaceuticals, viene impiegato in una terapia genica Car-T: una misura ulteriore di sicurezza per fronteggiare i possibili effetti collaterali che possono derivare da queste terapie innovative. Tra le complicanze più comuni, ricordiamo la Cytokine release Syndrome(Crs) o “tempesta di citochine”: le cellule T modificate rilasciano citochine, molecole infiammatorie che possono provocare febbre alta, dolori muscolari, sintomi neurologici e problemi circolatori e respiratori, anche molto gravi.

Il bambino che ha ricevuto il trattamento sperimentale di terapia genica aveva già avuto 2 ricadute: la prima dopo trattamento chemioterapico, la seconda dopo un trapianto di midollo osseo da donatore esterno. “Per questo bambino non erano più disponibili altre terapie potenzialmente in grado di determinare una guarigione definitiva”, spiega Franco Locatelli, direttore del dipartimento di Onco-ematologia pediatrica, terapia cellulare e genica del Bambin Gesù. “Qualsiasi altro trattamento chemioterapico avrebbe avuto solo un’efficacia transitoria o addirittura un valore palliativo. Grazie all’infusione dei linfociti T modificati, invece, il bambino oggi sta bene ed è stato dimesso. È ancora troppo presto per avere la certezza della guarigione, ma il paziente è in remissione: non ha più cellule leucemiche nel midollo. Per noi è motivo di grande gioia, oltre che di fiducia e di soddisfazione per l’efficacia della terapia. Abbiamo già altri pazienti candidati a questo trattamento sperimentale”.(Marta Musso Wired)