Se la godono in Svizzera

Ecco i paperoni “piemontesi” con residenza in Svizzera. Da Zegna a Marchionne, da Loro Piana a De Benedetti: patrimoni milionari custoditi oltreconfine dove sfruttano un regime fiscale agevolato.

Marchionne, De Benedetti, Agnelli, Zegna, Loro Piana. Eccoli i piemontesi – di nascita o di adozione – più ricchi; ma in Svizzera dove custodiscono il loro tesoro. È il club dei miliardari e dei milionari italiani presenti nell’elenco stilato, come ogni anno, dai magazine Bilan e Bilanz, il primo di lingua francese e attento alla piazza ginevrina, il secondo di idioma tedesco e più vicino a Zurigo e a Berna. Lo scorso dicembre i due periodici hanno pubblicato le loro classifiche sui “300 più ricchi della Svizzera”, dimostrando come le ricchezze dei potenti continuino ad aumentare.
 
Il bollettino degli arrivi e delle partenze di questa super-élite globale vede complessivamente nove uscite dalla Svizzera (principalmente verso Londra, altro luogo dove i miliardari si concentrano) e 15 nuovi ingressi. Quindi il saldo nel 2017 è stato positivo. Se non fosse che, notano sconsolati i due giornali, ad andarsene sono i miliardari ma ad arrivare sono “solo” dei multimilionari.Una tendenza che qualche preoccupazione può destarla. Ma a rasserenare gli svizzeri c’è un altro trend: nel 2017 il numero dei miliardari presenti nella Confederazione è cresciuto di due unità rispetto al 2016 e ora i Paperon de’ Paperoni che vivono nel suo territorio sono ben 128. Chapeau. Alcuni di loro lo scorso anno hanno visto accrescere la ricchezza del 100 o del 200 per cento in un anno. Chi di 2 miliardi e chi addirittura di 4 miliardi nel giro di 12 mesi. E poi ci sono gli italiani, guidati come sempre dalla famiglia Bertarelli, sesta o settima fortuna della Svizzera. Molti tra i super-ricchi italiani sono ormai naturalizzati o hanno passaporto della Confederazione. Tutti, però, possono trarre beneficio dalle basse aliquote fiscali del paese, che concede a chi sceglie la Svizzera come nuova casa di pagare le imposte contrattando un forfait legato alla propria capacità di spesa. Il risparmio è assicurato.
 
Al quarto posto tra i “paperoni” italiani in Svizzera c’è la famiglia Zegna, primi tra i piemontesi. La famiglia possiede una ricchezza stimata in 2-3 miliardi di franchi, stabile rispetto allo scorso anno (Bilanz stima un patrimonio di 2,250 miliardi) e anche rispetto alla cifra calcolata cinque anni prima. Lo scorso anno, nel gruppo di abbigliamento e di tessuti di lusso, lo stilista Stefano Pilati ha ceduto il posto ad Alessandro Sartori, che aveva lanciato il marchio di successo Z Zegna. Le sue prime collezioni sono state un successo. Gildo Zegna (62 anni) ha anche razionalizzato la rete di negozi, che conta più di 513 punti vendita, di cui 287 di proprietà, e ha puntato sulla produzione e sul marketing. Il gruppo prevede una crescita a due cifre in Cina, Russia e persino in Europa. La partecipazione nella griffe Brunello Cucinelli è stata venduta con profitto la scorsa primavera.
 
Al nono posto c’è Pier Luigi Loro Piana, erede della famiglia del cashmere italiano, con radici a Trivero, un piccolo centro di seimila anime nella provincia di Biella. Nel 2013 i Loro Piana hanno ceduto l’80 per cento dell’azienda alla Moët Hennessy Louis Vuitton del miliardario francese Bernard Arnault per 2,6 miliardi di dollari. Con il 10 per cento delle quote Pier Luigi Loro Piana conserva all’interno del gruppo l’incarico di vicepresidente. La sua ricchezza è valutata in 1-1,5 miliardi di franchi(1,250 per Bilanz). Loro Piana (65 anni) vive a St. Moritz ma d’estate ama trascorrere alcuni mesi sul suo yacht di lusso di 40 metri “My Song”. Se è possibile, sua moglie e tre bambini lo accompagnano. Le sue destinazioni preferite? Sono le isole Baleari e le isole greche. Come membro dello Yacht Club Costa Smeralda, “Pigi”, come è conosciuto dal suo equipaggio, partecipa a molte regate. È sempre alla ricerca del miglior materiale per le sue creazioni. La sua ultima idea sono abiti fatti di peli di cammello. Con la compagnia di moda Caruso, ha sviluppato una procedura che consente di elaborare un tessuto sempre più sottile. La fibra è chiamata Gobigold: la materia prima proviene infatti da cammelli del deserto del Gobi e dalla Mongolia.
 
All’undicesimo posto della classifica degli italiani più ricchi (in Svizzera) c’è Sergio Marchionne. Una ricchezza calcolata in 600-700 milioni di franchi svizzeriper l’amministratore delegato di Fca (Bilanz calcola invece 550 milioni). Nel 2017 ha aumentato il suo patrimonio di 300 milioni. Nell’edizione 2012 di Bilan, la ricchezza di Marchionne era calcolata in 100-200 milioni di franchi svizzeri. Questo significa – se i dati di Bilan sono esatti – che in cinque anni la fortuna dell’ad di Fca è cresciuta nell’ipotesi peggiore del 200 per cento. Nell’autunno 2016 Marchionne ha trasferito la sua residenza fiscale da Walchwil, un comune del cantone di Zug, a Schindellegi (Feusisberg) nel canton Svitto, perché il cantone continua a consentire la tassazione forfettaria. Secondo i giornali svizzeri il numero uno del gruppo automobilistico abiterebbe nel complesso di lusso “Sunset” alla Stutz Haldenstrasse, con vista sul lago di Zurigo. Arrivato nel giugno 2004 al vertice della Fiat, Marchionne (65 anni) ha ristrutturato completamente il gruppo fondendolo con l’americana Chrysler e scorporando Ferrari. Quando Marchionne è arrivato alla Fiat il gruppo valeva 5,5 miliardi di euro di capitalizzazione. Oggi, insieme a Cnh Industriale (macchine agricole e camion) vale più di 60 miliardi. Appassionato di Maria Callas, Marchionne detiene partecipazioni in Fca (1,13%), Cnh, Ferrari e Philip Morris.
 
Subito dietro ecco, al dodicesimo posto, ecco Carlo De Benedetti. Stabile rispetto al 2016 la ricchezza di Carlo De Benedetti, valutata in 500-600 milioni di euro(550 milioni per Bilanz). Rispetto all’edizione 2012, invece, l’ingegnere registra un calo consistente ed è l’unico della classifica degli italiani ad andare in perdita. Cinque anni fa il suo patrimonio era valutato 800-900 milioni di euro, quindi nella migliore delle ipotesi si è ridotto del 33%. Nel frattempo però De Benedetti ha lasciato le sue attività ai figli. L’Ingegnere vive da tempo a Lugano e ha un passaporto della Confederazione. Nel 1976 ha fondato la Cir (Compagnie Industriali Riunite), una delle più importanti holding private italiane, con circa 14 mila dipendenti, quotata alla Borsa di Milano. Attualmente è presidente onorario di Cir e Cofide. Dal 1978 al 1996 è stato alla guida di Olivetti e presidente onorario dal 1996 al giugno 1999. Dal 2006 è presidente del Gruppo Editoriale L’Espresso. Da giugno 2017 è presidente onorario di Gedi, il gruppo editoriale nato dalla fuzione del gruppo Espresso con la Stampa e il Secolo XIX. (lo spiffero)

Starbucks apre a Milano lo store più grande d’Europa – “300 assunzioni” ecco come candidarsi


“La catena statunitense Starbucks ha dato il via ufficialmente alle selezioni per 300 assunzioni per le prime aperture delle sue caffetterie in Italia. L’inaugurazione in autunno in piazza Cordusio a Milano“

Starbucks apre in Italia: dopo anni di annunci e speculazioni ora è ufficiale. La catena di “caffetterie” statunitese infatti ha dato inizio alla procedura di selezione del personale per il primo negozio Starbucks che aprirà a Milano nell’autunno 2018.

A Milano lo Starbucks più grande d’Europa

La scelta di Starbucks per il suo primo negozio in Italia è caduta su Milano, e precisamente in piazza Cordusio sarà realizzato il negozio Starbucks più grande d’Europa: oltre 2.400 metri quadrati “per dare onore all’artigianalità del caffè e dare omaggio alla cultura italiana” spiega Howard Schultz, amministratore delegato del gruppo Starbuks. Cultura che sarà omaggiata anche con la creazione di cinque nuovi caffè Starbucks, oltre al tradizionale – e immancabile – espresso.

“L’impronta scelta per il locale milanese di Starbucks è quella della Roastery, torrefazione. Costruiremo una vera fabbrica del caffè e un centro di panificazione con l’alleato italiano Princi”.

Come riporta Milano Today il progetto è stato presentato da Howard Schultz, l’amministratore delegato del gruppo Starbuks che aveva incontrato a palazzo Marino il sindaco di Milano, Beppe Sala, l’assessore Pierfrancesco Maran, il ministro Maurizio Martina e l’imprenditore Percassi per presentare il progetto e per iniziare a prendere confidenza con la città.

Lavorare in Starbucks: come candidarsi

Le candidature possono essere inviate attraverso il sito ufficiale della Starbucks Reserve Roastery. Si parte con 150 posizioni; altri 150 lavoratori si aggiungeranno alle altre caffetterie che la multinazionale prevede di aprire in Lombardia, in collaborazione con Percassi che ha già, con successo, portato all’ombra della Madonnina Victoria’s Secret e un immenso Lego store.

Le candidature dovranno essere inviate entro il 28 febbraio 2018. I profili richiesti sono quelli di bartender, baristi ed esperti di mixologia; si cercano anche associate manager. I contratti previsti sono sia full che part time.

Starbucks investe in Italia: 300 assunzioni per le prime aperture

Il primo negozio Starbucks fu aperto il 30 marzo 1971 a Seattle, a Pike Place Market. La svolta arrivò da un’idea di Howard Schultz, storico amministratore delegato, riconosciuto ormai come il vero fondatore della famosa catena. In occasione di un viaggio proprio a Milano nel 1983 sviluppò il suo progetto di portare in America l’autenticità della caffetteria italiana e i suoi segreti, usando le migliori qualità di caffè nel mondo.

“50 anni fa la fiorente cultura milanese del bar e del caffè espresso ispirarono un giovane imprenditore in vacanza in Italia. L’imminente apertura a Milano dello Starbucks Reserve Roastery, Teatro del caffè, segnerà il ritorno in quella città che per prima inspirò il Brand Starbucks. Ma non si tratta del classico Starbucks. Il Reserve Roastery, un vero e proprio omaggio alla cultura del caffè, accoglierà clienti da tutto il mondo, farà vivere loro un’esperienza unica in un ambiente esclusivo e coinvolgente”, scrive in una nota il gruppo.

Starbucks ha quasi 13mila store in quasi tutto il mondo. Oltre a caffè espresso, è possibile trovare biscotti, torte, donuts, tramezzini salati, succhi di frutta, bevande al cioccolato e il notissimo frappuccino.(today.it)

 

Rispunta l’ipotesi Draghi premier. BTP e banche sotto stress in caso di stallo post-elezioni

L’ipotesi di Draghi alla guida del Governo non è certo una novità, ma solleva una serie di interrogativi. Potrebbe realmente rappresentare una buona soluzione per l’Italia? E ancora,sui mercati chi …

La campagna elettorale prosegue senza sosta, e tra una proposta e un’altra rispunta anche l’ipotesi Mario Draghi premier. Se a fine 2017 l’appuntamento con le elezioni politiche italiane del prossimo 4 marzo era visto come un evento capace di dividere la zona euro, adesso la situazione è cambiata e “l’incubo appare lontano”. A scriverlo, qualche giorno fa, “The Wall Street Journal“, che ha bollato come “ininfluente il rischio Italia per i mercati”. “Molti asset italiani hanno corso e sovraperformato gli altri Paesi europei, grazie al miglioramento dell’economia italiana e al ridursi della disoccupazione. Inoltre, i politici anti-establishment non sono più considerati una minaccia. Una questione, sottolinea il quotidiano americano, che ha placato i timori degli investitori a poche settimane dal voto”.

 
 

Il tutto mentre sui mercati i movimenti del Btp tornano sotto i riflettori. Anche oggi lo spread Btp/Bund è scivolato in area 125 punti base. Solo un mese fa lo spread viaggiava sopra i 160 punti base. Il rendimento del Btp decennale ha ripreso la salita e si è riportato a un soffio dalla soglia del 2 per cento.

E se il rischio Italia non sembra più impensierire i mercati, sul tavolo rimangono ancora diverse questioni aperte, come la possibilità di un governo di larghe intese oppure un governo istituzionale guidato magari dal presidente della Banca centrale europea (Bce), Mario Draghi, il cui mandato scadrà nel 2019.

Un’ipotesi rilanciata oggi dal leader di Forza Italia, Silvio Berlusconi, dalle pagine del quotidiano “Libero”. “Mario Draghi sarebbe la persona giusta per ricoprire qualsiasi incarico“, ha dichiarato Berlusconi rispondendo alla domanda se l’attuale numero Bce possa rappresentare un premier ideale per guidare il Paese in caso di una situazione di stallo post tornata elettorale. Berlusconi ha subito precisato: “Ma non ci sarà nessuno stallo e quindi il presidente della Repubblica non avrà questo imbarazzo”.

 

L’ipotesi di Draghi alla guida del Governo non è certo una novità, ma solleva una serie di interrogativi. Potrebbe realmente rappresentare una buona soluzione per l’Italia? E ancora, il suo addio “anticipato” dalla Bce che contraccolpi potrebbe avere per l’Europa? Guardando più da vicino ai potenziali impatti sui mercati, quali settori e asset ne potrebbero beneficiare maggiormente? Di quest’ultimo punto ne abbiamo discusso con Vincenzo Longo, market strategist di Ig.
L’esperto sgombra immediatamente il campo, dichiarando che “l’ipotesi di vedere Mario Draghi a capo del nuovo governo è una soluzione fattibile, ma altamente improbabile. Il suo mandato scadrà a novembre 2019 ed è probabile che resti fino ad allora”. “Un governo istituzionale/tecnico potrebbe essere una buona soluzione (e direi anche l’unica) in caso di completa ingovernabilità post voto – afferma Longo – Un’ipotesi questa che i partiti politici cercheranno di evitare in tutti i modi. Difficile dire ora l’impatto sui mercati in caso di una scelta simile, di sicuro l’incertezza non farà bene allo spread“. Osservando i singoli settori, secondo Longo, “i titoli del settore finanziario saranno quelli più esposti a tale incertezza, per via anche dei bond governativi che hanno in bilancio”. Detto questo, il futuro di Draghi? “Credo che Draghi rimarrà al suo posto fino a termine del mandato. Sul suo futuro sono aperte diverse possibilità, ma penso che avrà un ruolo in qualche istituzione internazionale”, conclude il market strategist di Ig. (Donatella La Cava Finanzaonline)

CHE SOFFERENZE! – DALLA BCE E’ IN ARRIVO UNA NUOVA STRETTA SULLE SOFFERENZE IN ITALIA – ALLO STUDIO LE INDICAZIONI PER BANCO BPM, UBI E BPER – AVVISO AI NAVIGATI: L’EBA DIFFONDE LE NUOVE LINEE GUIDA PER GLI STRESS TEST DA FARE NEI PROSSIMI MESI – LA SIMULAZIONE DI SCENARIO E’ TREMENDA. ECCOLA…

Andrea Greco per “la Repubblica”

 

BCE FRANCOFORTE BCE FRANCOFORTE

Entra nel vivo il 2018 bancario, altro anno di passione tra le attenzioni speciali della Bce sui crediti che potrebbero riguardare anche Banco Bpm, Ubi e Bper – stress test più severi per 37 europee – tra cui Intesa Sanpaolo, Unicredit, Banco Bpm e Ubi – e le cessioni generalizzate di vecchi crediti in mora, con effetti negativi sui bilanci e la possibile ripresa delle fusioni.

 

Lunedì 5 comincia Credito valtellinese: ha 4 miliardi di euro di cattivo credito in pancia, un quarto degli impieghi. Il cda convocato, oltre ai conti 2017 attesi in rosso per circa mezzo miliardo, attende l’ok di Consob per il prospetto di aumento da 700 milioni, 5,8 volte la capitalizzazione dell’ex popolare.

creval credito valtellinese creval credito valtellinese

 

Un’operazione al limite, che ha spaccato le banche d’affari richieste di garantirla. Mediobanca e Citi guideranno il plotone, Credit Suisse, Barclays, Santander – che pare resti non interessata ad acquisizioni italiane – sono in seconda fascia.

 

Altre big come Goldman Sachs, Jp Morgan e Morgan Stanley hanno declinato l’invito, (forse entrerà Bofa), e così Deutsche Bank: per i rischi di esecuzione di un aumento che farà pure di Creval la banca più “pulita” d’Italia sui crediti, ma non la doterà di redditività sostenibile; soprattutto, se iniziasse il 19 febbraio come si stima, vedrà il culmine nella settimana dopo le elezioni del 4 marzo.

 

BPM BPM

Il rischio che gli investitori istituzionali, padroni di circa il 60% delle quote, stiano alla finestra come per Mps durante la campagna referendaria 2016 esiste. Anche per questo Mediobanca, advisor di Creval, mostra il dossier a ogni possibile compratore. A partire da Crédit Agricole, sempre più deciso a far leva sui domini italiani come provano le tre acquisizioni recenti da 4 miliardi ( Pioneer, Banca Leonardo e le tre Casse).

 

Ai francesi tirano la giacca anche da Genova (dove Carige ha ricapitalizzato a fatica e ora cerca marito); ma le integrazioni di Leonardo in Indosuez e delle tre Casse nella rete prenderanno tempo e risorse almeno fino a luglio. La partita su Creval resta aperta: potrebbe rientrarvi anche la rivale Popolare di Sondrio, che attende il 20 marzo la sentenza della Consulta per trasformarsi in spa e scegliersi un destino da polo aggregante, per non diventare ambita preda.

UBI BANCA UBI BANCA

 

Anche Popolare di Bari, non quotata, aspetta la Consulta per poi eventualmente bussare a nuovi soci. Martedì 6 tocca a Intesa Sanpaolo fare il punto sull sua prima grossa dismissione di sofferenze: presenterà il suo piano strategico e darà indicazioni sulla vendita alla svedese Intrum di una dozzina di miliardi di euro di Npl, insieme al 51% della loro piattaforma gestionale con opzione su ulteriori flussi in mora, passati e futuri.

 

L’ impatto sul capitale, sui due miliardi, non impedirà al gruppo di preservare utili e cedole: « Il nuovo piano non sarà di continuità, ma di sviluppo importante » , ha rilanciato il presidente Gian Maria Gros-Pietro. Chi invece sente il colpo arrivare, stando a fonti bancarie, sono Banco Bpm, Ubi e Bper, vigilate direttamente da Francoforte e su cui sarebbero in arrivo istruzioni rigide sullo smaltimento dei crediti.

UNICREDIT UNICREDIT

 

Come ha intimato Danièle Nouy che guida la vigilanza, quell’ addendum sulle coperture di tutte le banche, proposto mesi fa a Francoforte ma stoppato dal parlamento Ue, potrebbe materializzarsi per alcuni istituti come monito di adeguatezza tra patrimonio e rischi (Pillar II): tra chi teme di ricevere una lettera sgradita anche le tre italiane di media taglia, non abbastanza incisive nello smaltire Npl finora.

 

Sofferenze Bancarie DEF Sofferenze Bancarie DEF

Con questa agenda primaverile passa quasi in subordine la diffusione delle linee guida che l’ Eba a Londra ha disposto per i test di sforzo da fare nei prossimi mesi e comunicare a novembre. La simulazione di scenario avverso, acuito dalla Brexit, entro il 2020 vede l’ Ue perdere un 8% cumulato di Pil, con picchi per disoccupati e spread ma crollo dei valori immobiliari. Esclusa è Mps, unica bocciata dell’ edizione 2016 che ora cerca un arduo rilancio prima di cercare, anch’ essa, un compratore. (dagospia.com)

 

Benetton: il ritorno di Luciano, spiegato bene

A 82 anni torna alla guida del gruppo tessile per “trovarere le intelligenze giuste” e “stanare i colori dal mondo”

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Luciano Benetton fondatore e presidente esecutivo del gruppo in una foto del 2016 – Credits: ANSA

Sergio Luciano

 – Panorama

“A quattro anni dipingevo come Raffaello, poi ho impiegato una vita per imparare a dipingere come un bambino”.

A ottantadue anni compiuti, Luciano Benetton come Picasso, è tornato nella sua azienda e rilancia la sfida della creatività contro un mondo – che pure tanti anni fa ha fondato lui – che sembra averla abbandonata: “Mentre gli altri ci imitavano, la United Colors spegneva i suoi colori”, aveva detto lui, quasi gemendo, in un’intervista di tre mesi fa: “Ci siamo sconfitti da soli. I negozi, che erano pozzi di luce, sono diventati bui e tristi come quelli della Polonia comunista. E parlo di Milano, Roma, Parigi… Abbiamo chiuso in Sudamerica e negli Usa”.

E ancora: “È come se avessero tolto l’acqua a un acquedotto!”, si era sfogato parlando con Repubblica, e gettando il suo anatema, ad alzo zero, contro una gestione “malavitosa, non in senso criminale” del gruppo. 

Ma non era stato chiaro fino a che punto questo dissenso addolorato potesse diventare reazione personale, potesse spingerlo al suo personale “ritorno del Grinta”. Non era chiaro che stava preparandosi a riprendere in mano il timone.

Cosa vuole fare

Ottantadue anni sono tanti per chiunque. E invece c’era una voglia di rivincita pazzesca, in quelle parole. C’era rabbia, ma anche energia; delusione ma anche determinazione.
Detto fatto, il ragazzo incorreggibile è tornato, e fa sul serio. È tornato presidente operativo del gruppo.

E vuol far vedere ai concorrenti i sorci di tutti i colori: “Vedrà che troveremo i giovani giusti. Staneremo le intelligenze dovunque si trovino, a cominciare dagli immigrati che sono una ricchezza d’energia. Li chiameremo a Fabrica a studiare e a lavorare con noi. E in poco tempo torneremo a colorare il mondo”.

Auguri al vecchio leone di Treviso, che ha subito richiamato il suo vecchio sòdale, Oliviero Toscani, per rifare una campagna di marketing “come quelle di una volta”. Sandokan alla riscossa, che richiama in servizio Janez de Gomera. 

Le diversificazioni del brand

Auguri davvero. Benetton è uno dei brand italiani più italiani del mondo, ha anticipato di vent’anni i nuovi signori del fast-fashion, gli spagnoli di Zara, gli svedesi di H&M, ha capito il franchising quando non solo in Italia ma in tutta Europa pochi sapevano cosa fosse.

Ha stupito, divertito, scandalizzato con lui nudo, il presidente, in copertina o con le pubblicità provocatorie, il bacio tra prete e suora, l’agonia dell’Aids, una provocazione intellettuale speculativa per pochi, affascinante per i più, perché contaminava la melensaggine fatale in ogni “reclame” con la memoria del sociale, la consapevolezza dei problemi, la sfidante sensazione che si potesse pensare a un bel pullover ricordandosi, intanto, che nella vita e nel mondo ci sono anche le cose brutte.

Poi è come se il gruppo si fosse seduto seduto sugli allori, la famiglia ha investito nelle autostrade, negli aeroporti, nelle grandi stazioni, negli autogrill, nelle rendite di posizione che garantiscono un bel cedolone e non hanno niente a che vedere con l’industria, più da “prenditori” che da imprenditori.

Ha inutilmente tentato una scorreria nei telefoni, senza ricavarne un bel niente; ha bazzicato con Mediobanca, recitando soltanto da comparsa. E nel frattempo, l’accudimento quotidiano e il rinnovamento crreativo costante di tutto quel ben di Dio languiva, si scolorava, iniziava addirittura a perdere soldi. Fino alla ribellione indignata del fondatore, che ha richiamato accanto a sè anche la sorella Giuliana.

Auguri, davvero. 

Cosa è successo al brand

Ma cos’è successo a uno dei gruppi industriali italiani tra i più innovativi del mondo per almeno vent’anni? Com’è possibile che non sia stato possibile trovare un management capace di rinnovarne i fasti? Com’è stato possibile che una famiglia perfetta, almeno apparentemente, un quartetto di fratelli affiatati e concordi non riuscisse a trovare ad esempio un passaggio generazionale efficiente?

Sono dinamiche segrete, forse impalpabile, incomprensibili da fuori: a volte capita che i figli superino i padri, e vedi ottantenni come Ennio Doris che si divertono con il figlio cinquantenne, Massimo, a fare insieme degli spot intelligenti, mentre la loro azienda fondata dall’uno e gestita dall’altro va a gonfie vele. Altre volte l’alchimia non riesce.

Come Leonardo Del Vecchio

Diciamo però che Benetton non è il solo “grande vecchio” a voler (e a dover!) tornare in campo – è questo è vero anche senza scomodare la politica, scandita in queste settimane dalle determinanti gesta dell’ottantunenne Silvio Berlusconi.

Benetton segue di poco una performance analoga decisa due anni fa da Leonardo Del Vecchio, un altro “grande del Veneto”, che dopo essersi ben molto allontanato per un decennio dalla sua Luxottica per godersi la sua villa di Montecarlo ha garbatamente cacciato il pur elogiatissimo Andrea Guerra (riparato poi sotto le tende di Matteo Renzi per tentare di fare il fenomeno della politica industriale senza peraltro riuscirci), ha ripreso il potere ed ha moltiplicato le performance dell’azienda più di quando avesse mai fatto il premiatissimo ex manager.

Perché è importante

Che sia la colpa di un management italiano che rappresenta – oggi – il residuo stanziale di una generazione di quarantenni i cui campioni se ne sono andati a lavorare all’estero? Forse, anche: certamente nel tessile, con l’eccezione di Sergio Tamborini di Marzotto, molte stelle di mezza età d buona grandezza non se ne sono viste.

Che sia la colpa di un capitalismo familiare che – al di tanti salamelecchi di facciata – continua a non lasciare spazio di crescita ai giovani?

Le chiacchiere stanno a zero, vien da dire, come capirebbero anche a Ponzano Veneto: nessuno lo sa, il “perché”. Resta il fatto che il gruppo dei pullover si è arroccato su se stesso ed ha deciso di cambiare passo, chiamando al vertice un manager di formazione e curriculum italianissimi: Luciano Benetton, fondatore. Una cosa è certa, non sarà mai l’affondatore.

 

I 10 collegi da tenere d’occhio il 4 marzo

Con il sistema uninominale con cui voteremo alle prossime elezioni ci saranno parecchi scontri diretti interessanti: ecco quelli che è meglio prepararsi a seguire (Ilpost.it)

Il prossimo 4 marzo si voterà per le elezioni politiche e per la prima volta da più di dieci anni un terzo dei seggi sarà assegnato tramite collegi uninominali maggioritari: significa che ci saranno moltissimi seggi in cui i candidati dei vari partiti si affronteranno in scontri diretti nei quali vincerà chi riuscirà a prendere anche un solo voto più degli altri (i restanti due terzi saranno eletti invece in collegi proporzionali: qui abbiamo spiegato per bene come funziona la legge elettorale). Per arrivare preparati alle elezioni abbiamo raccolto le dieci sfide più interessanti (più una bonus).

Paolo Gentiloni, Angiolino Cirulli (ANSA)

Paolo Gentiloni (PD), Angiolino Cirulli (Movimento 5 Stelle)
Una sfida interessante, soprattutto perché probabilmente è una delle più impari della storia del sistema uninominale. Il presidente del Consiglio in carica Paolo Gentiloni si candiderà alla Camera nel collegio di Roma 1, che comprende il centro storico, dove il centrosinistra è sempre andato bene alle ultime elezioni. La sua vittoria è data così per scontata che contro di lui il Movimento 5 Stelle ha candidato Angiolino Cirulli, che non ha nessuna esperienza politica ed è un piccolo imprenditore di Roma che sostiene di aver perso tutti i suoi risparmi nel fallimento di Banca Etruria. Cirulli non ha un profilo Facebook, Twitter o Instagram. Il Post ha provato a contattarlo per avere ulteriori chiarimenti sulla sua candidatura, ma finora senza successo.

Matteo Orfini (PD), Lorenzo Fioramonti (M5S)
Il presidente del PD Matteo Orfini ha scelto di correre in uno dei collegi uninominali più difficili di Roma, quello per la Camera di Torre Angela, in periferia. Per Orfini sarà molto arduo battere Lorenzo Fioramonti del Movimento 5 Stelle, che va forte nelle periferie romane. Il Movimento ha investito molto su Fioramonti, nonostante non abbia un passato di lunga militanza (per esempio è già stato inviato a rappresentare il Movimento nella trasmissione Porta Porta). Fioramonti è professore di Politica economica all’Università di Pretoria, in Sudafrica.

l segretario del PD Matteo Renzi si candiderà nel collegio di Firenze, la città di cui è stato prima presidente della provincia e poi sindaco. Ha scelto di candidarsi al Senato: la camera che nella prossima legislatura sarà più in bilico e i cui parlamentari avranno bisogno di essere tenuti più sotto controllo. Contro di lui il centrodestra ha candidato Alberto Bagnai, professore di Economia dell’università di Pescara senza precedenti esperienze politiche. Bagnai è uno dei più noti e polemici sostenitori dell’uscita dell’Italia dall’euro ed è l’autore del blogGoofynomics. Sarà candidato anche capolista in Abruzzo, sempre nelle liste della Lega. Ha quindi buone possibilità di essere eletto anche se, come prevedibile, dovesse perdere la sfida con Renzi.

Luigi Di Maio (M5S), Vittorio Sgarbi (Forza Italia)
Il capo politico del Movimento 5 Stelle Luigi Di Maio è candidato alla Camera nel collegio di Acerra, che comprende anche la sua città natale, Pomigliano d’Arco. Di Maio dovrebbe ottenere una vittoria abbastanza facile. In ogni caso è candidato anche nella posizione di capolista nel proporzionale della Campania, quindi non rischia di non essere eletto. Contro di lui il centrodestra ha candidato il personaggio televisivo Vittorio Sgarbi che, fino a poco tempo fa, parlava di volersi candidare da solo con il suo movimento “Rinascimento“. Sarà invece presente all’interno delle liste di Forza Italia con cui, spiega, il suo movimento si è “federato” (Sgarbi è candidato al proporzionale in provincia di Modena).

Pierferdinando Casini (Civica Popolare), Vasco Errani (Liberi e Uguali)
La sfida più simbolica e importante sarà probabilmente quella tra Pierferdinando Casini, candidato di Civica Popolare e appoggiato dal PD, e Vasco Errani, ex presidente della regione Emilia-Romagna e ora candidato di Liberi e Uguali. I due si affronteranno nel collegio del Senato di Bologna, storica città di sinistra. Casini è un ex esponente della Democrazia Cristiana per anni alleato di Berlusconi; si è alleato con il PD soltanto nel corso dell’ultima legislatura. Errani ha lasciato il PD l’anno scorso, criticando, tra le altre cose, le scelte giudicate troppo centriste del partito. In una lettera aperta destinata agli abitanti di Bologna, Casini ha scritto che i «tempi sono cambiati» e che le vecchie rivalità tra destra e sinistra devono essere accantonate per combattere insieme «i populismi».

Massimo D’Alema (Liberi e Uguali), Teresa Bellanova (PD)
Un’altra sfida interessante è quella in cui si affronteranno Massimo D’Alema, storico dirigente della sinistra italiana oggi con Liberi e Uguali, e Teresa Bellanova del PD, viceministro dello Sviluppo Economico, che cercheranno di conquistare il collegio del Senato di Nardò-Gallipoli. Per Massimo D’Alema è la prima competizione elettorale a cui partecipa direttamente dal 2008, e anche un ritorno nel posto dove iniziò a fare politica quando era membro della Federazione italiana dei giovani comunisti e in quella che per lungo tempo è stata considerata un suo “feudo” dal punto di vista politico. D’Alema e Bellanova sono entrambi candidati anche nei listini proporzionali.

Maria Elena Boschi (PD), Micaela Biancofiore (Forza Italia)
La sottosegretaria Maria Elena Boschi sarà candidata alla Camera nel collegio di Bolzano. Contro di lei il centrodestra ha candidato Micaela Biancofiore. A differenza di Boschi, che è nata ad Arezzo e non ha mai fatto politica in Alto Adige, Biancofiore è di Bolzano e ha sempre frequentato la regione. Tradizionalmente, però, il collegio di Bolzano è ritenuto un’area dove per il centrosinistra è abbastanza facile vincere. In ogni caso Boschi è candidata in altri cinque collegi proporzionali, il massimo concesso dalla legge e il record tra tutti i candidati.

Pier Carlo Padoan (PD), Claudio Borghi (Lega), Carlo Sibilia (M5S)
Nel collegio per la Camera di Siena si sfideranno tre personaggi molto noti al grande pubblico: il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan; Claudio Borghi, ex candidato presidente della Toscana per la Lega, ex professore a contratto dell’Università Cattolica e forte sostenitore dell’uscita dall’euro; infine il Movimento 5 Stelle candida Carlo Sibilia, ex membro del “direttorio” del Movimento 5 Stelle, oltre che sostenitore di numerose teorie del complotto: da quella del signoraggio a quella del finto sbarco sulla Luna. Padoan dovrebbe ottenere una facile vittoria: non solo perché Siena è una città storicamente di sinistra, ma anche perché Padoan è il ministro che ha salvato la banca cittadina, il Monte dei Paschi.

Emma Bonino (+Europa), Claudio Consolo (M5S)
Emma Bonino, leader di +Europa e alleata del PD, sarà candidata al Senato nel quartiere Roma Gianicolense. Il suo principale avversario sarà Claudio Consolo del Movimento 5 Stelle, professore di diritto alla Sapienza e consulente del ministro della Giustizia Angelino Alfano durante l’ultimo governo Berlusconi. La sfida è interessante soprattutto perché i collegi di Roma sono ritenuti molto difficili per il PD e tendenzialmente favorevoli al Movimento 5 Stelle.

Roberto Giachetti (PD), Serena Pillozzi (LeU)
Un’altra sfida interessante sarà quella tra Roberto Giachetti, candidato del PD, e Serena Pillozzi, candidata di Liberi e Uguali, che si contenderanno il collegio di Sesto Fiorentino per la Camera. Pillozzi è una politica locale, non molto conosciuta fuori dall’area della cosiddetta “piana fiorentina”. Ma la sfida è comunque interessante per via del suo avversario. Durante la preparazione delle liste Giachetti aveva chiesto di essere candidato soltanto in un collegio uninominale, senza essere contemporaneamente candidato in un collegio proporzionale sicuro (Giachetti è l’unico leader di livello nazionale a non avere anche una candidatura proporzionale). Il suo gesto è stato molto apprezzato, ma Giachetti ha ricevuto anche qualche critica quando si è venuto a sapere che il collegio uninominale scelto per lui era proprio quello di Sesto Fiorentino, uno dei comuni storicamente più di sinistra di tutta l’Italia. Alle ultime elezioni comunali, però, proprio a Sesto il PD è stato battuto dalla coalizione che oggi appoggia Pillozzi. C’è quindi almeno una possibilità, per quanto esigua, che Giachetti venga battuto e questo rende la sfida di Sesto molto interessante da seguire.

Gianluigi Paragone (Movimento 5 Stelle), Umberto Bossi (Lega Nord)
Sfida “bonus”: non è uno scontro in un collegio uninominale, ma è comunque una storia interessante. L’ex conduttore televisivo Gianluigi Paragone sarà candidato dal Movimento 5 Stelle a Varese al collegio per il Senato. Nello stesso collegio, ma al proporzionale, la Lega candiderà Umberto Bossi. È una coincidenza curiosa, visto che nel 2005 fu proprio Bossi a nominare Paragone direttore del quotidiano di partito La Padania. Paragone raccontò che fu sempre grazie a Bossi che divenne prima vicedirettore di Libero e che poi entrò alla Rai, dove ricoprì gli incarichi di vicedirettore di Rai Uno, vicedirettore di Rai Due e dove condusse diversi talk show politici. Dal 2011, durante la crisi dell’ultimo governo Berlusconi, si allontanò dal partito. Nel 2013 passò a La7 dove iniziò ad avvicinarsi al Movimento 5 Stelle, fino all’annuncio della sua candidatura con il partito lo scorso gennaio.

Senza sfidanti
Gran parte degli altri leader nazionali hanno preferito evitare di candidarsi nell’uninominale, oppure non hanno di fronte avversari rilevanti. È il caso per esempio dell’ex segretario del PD Dario Franceschini, oggi ministro della Cultura e principale alleato di Renzi all’interno del PD, che si è candidato alla Camera nel sicurissimo collegio di Ferrara. In una situazione opposta si trova l’ex segretario del PD e ora dirigente di Liberi e Uguali Pierluigi Bersani che, oltre ai collegi proporzionali che gli garantiscono l’elezione, è candidato al Senato nell’uninominale di Verona, dove non ha alcuna possibilità di vittoria. Sempre in Veneto e alla Camera, ma con l’elezione quasi garantita, si è candidato Renato Brunetta, capogruppo di Forza Italia alla Camera e candidato del centrodestra a San Donà di Piave. Giorgia Meloni, presidente di Fratelli d’Italia, è candidata alla Camera nel collegio di Latina sostenuta da tutto il centrodestra, e anche lei non dovrebbe avere difficoltà ad essere eletta. Chi invece ha deciso di non rischiare per nulla una brutta figura all’uninominale è il leader della Lega Matteo Salvini, che è candidato capolista al Senato nei listini proporzionali di Lombardia, Liguria, Lazio, Calabria e Sicilia: il massimo numero di pluricandidature consentito dalla legge.

Cosa succede a Bitcoin e alle criptovalute

 

Dopo il picco di dicembre hanno passato un gennaio complicato, che è finito ancora peggio: ma è piuttosto normale che vada così

(Shan She/AP Photo)

Bitcoin ha raggiunto gli 8.352 dollari, secondo la quotazione del sito Coindesk: è il valore minimo dalla fine di novembre, cioè da prima che la criptovaluta iniziasse il suo ultimo picco che la portò al record di oltre 19mila dollari di metà dicembre. Bitcoin ha perso circa il 15 per cento nelle ultime 24 ore, il 35 per cento negli ultimi tre giorni, e oltre il 50 per cento dal suo massimo. Il crollo di Bitcoin arriva dopo un gennaio molto difficile per il mercato delle criptovalute, che negli ultimi 30 giorni ha perso circa 300 miliardi di dollari.

Ethereum, la seconda criptovaluta con il valore di mercato più alto, vale attualmente meno di 900 dollari, circa il 35 per cento in meno rispetto a metà gennaio, quando aveva raggiunto il suo record di oltre 1360 dollari. Ethereum ha comunque tenuto di più, nella media delle criptovalute. Ad andare peggio è stata Ripple (la cui valuta è indicata con il simbolo XRP), che negli ultimi tre giorni ha perso oltre il 40 per cento, e che rispetto al suo valore massimo – di circa 3,80 dollari, raggiunto a inizio gennaio – ha perso quasi l’80 per cento. Per farsi un’idea, nell’ultimo mese le altre criptovalute più importanti, in ordine di valore di mercato, hanno perso molto: Bitcoin Cash il 57 per cento, Cardano il 60 per cento, Stellar il 40 per cento, Litecoin il 53 per cento. NEO aveva raggiunto il suo massimo in ritardo rispetto alle altre principali criptovalute, intorno a metà gennaio, e da allora ha perso oltre il 40 per cento.

Quello delle criptovalute è un mercato estremamente volatile, e flessioni come quella avvenuta negli ultimi giorni e settimane sono state frequenti nel corso della loro storia. In questo caso il crollo è arrivato dopo una crescita incredibile, durata tutto il 2017, e che aveva portato Bitcoin a passare da meno di mille dollari a quasi ventimila. Una perdita del 50 per cento rispetto al suo massimo, quindi, vuole dire comunque un valore di circa nove volte superiore rispetto a quello di un anno fa. Crolli del 60, 70, 80 per cento sono già successi altre volte nella storia del mercato delle criptovalute, che esiste da meno di dieci anni ed è ancora giovane, e quindi imprevedibile e instabile.

Non c’è una sola ragione concreta per il crollo di questi giorni, ma c’è stata una serie di piccole notizie cattive o preoccupanti. Un’influenza l’ha probabilmente avuta una dichiarazione del ministro delle Finanze indiano Arun Jaitley, che ha detto che l’India avrebbe vietato l’uso di criptovalute in «transazioni illegali» e come «parte del sistema di pagamenti». Non è stato molto chiaro, però: qualcuno lo ha interpretato come l’annuncio di un divieto generale delle criptovalute, mentre altri esperti hanno ipotizzato che sia soltanto l’annuncio di una regolamentazione, visto che l’India si sta interessando alla tecnologia della blockchain per possibili investimenti. Nei giorni scorsi, poi, Facebook ha detto che proibirà le pubblicità delle criptovalute, una decisione che potrebbe essere stata interpretata come un danneggiamento dell’istituzionalità del mercato.

L’annuncio di Facebook e soprattutto quello dell’India hanno probabilmente contribuito a generare una certa agitazione tra gli investitori, soprattutto quelli asiatici, e ne è nato un panic selling, cioè un gran numero di investitori che vende per paura che il prezzo scenda, e facendo così scendere il prezzo loro stessi. Dalla fine del 2017 il mercato delle criptovalute è infatti diventato molto più speculativo di quanto già lo fosse, e molti investitori entrati soltanto recentemente nel mercato si stanno comportando in modo confusionario e istintivo, dicono diversi analisti. Anche l’introduzione dei futures sui Bitcoin, contratti che permettono ai grandi investitori di scommettere sull’andamento della criptovaluta, ha probabilmente aumentato l’instabilità del mercato.

La flessione di questi giorni non è legata a problemi tecnici o di sicurezza riscontrati nelle tecnologie dietro le criptovalute, le blockchain. Nel corso di gennaio ci sono state invece diverse notizie di banche, istituzioni e grandi enti finanziari interessati a verificare possibili applicazioni delle blockchain nei propri business.

Per questo, nei prossimi giorni e settimane potrebbe succedere più o meno di tutto, avvertono gli esperti: Bitcoin potrebbe scendere ulteriormente e arrivare a 6mila dollari, Ethereum potrebbe continuare a resistere meglio degli altri concorrenti, diventando la prima criptovaluta per valore di mercato, superando Bitcoin. Oppure potrebbe esserci una stabilizzazione generale, o addirittura un rialzo. (Ilpost.it)

Deutsche Bank dovrà pagare negli Stati Uniti una multa di 70 milioni di dollari per aver cercato di manipolare un tasso di interesse

Deutsche Bank, la più importante banca tedesca, dovrà pagare negli Stati Uniti una multa di 70 milioni di dollari (56 milioni di euro) per aver cercato di manipolare un tasso di interesse sul quale sono indicizzati dei prodotti derivati in dollari. L’autorità che negli Stati Uniti regola il mercato finanziario, la Commodity Futures Trading Commission (CFTC), ha fatto sapere che gli operatori della banca tedesca sono accusati di aver cercato di manipolare tra il 2007 e il 2012 il tasso di riferimento ISDAFIX e di aver diffuso false notizie per nascondere queste manovre. L’ISDAFIX (International swaps and derivatives association fix) viene usato dai trader per stabilire i prezzi di swap, ossia dei derivati utilizzati per gestire il rischio degli investitori nei movimenti dei tassi di interesse.

«Questa decisione riflette l’impegno e la vigilanza permanente di CFTC nella protezione di coloro che confidano nell’integrità dei tassi di riferimento nel mondo finanziario», ha commentato James McDonald, uno dei responsabili dell’agenzia. «Non possiamo tollerare la manipolazione», ha aggiunto. Già altre banche sono state multate da CFTC per aver cercato di manipolare l’ISDAFIX: Royal Bank of Scotland nel 2017 (che ha pagato 85 milioni di dollari), Citibank e Goldman Sachs nel 2016 (250 milioni e 120 milioni) e Barclays nel 2015 (115 milioni).(Ilpost.it)

CINQUE STELLE DI PAURA – IL RISCHIO DI UNA VITTORIA GRILLINA ALLE ELEZIONI SPINGE GLI SQUALI DELLA FINANZA AD ALLEGGERIRE I PORTAFOGLI DI TITOLI ITALIANI – ANCORA PER UN ANNO, PERO’, A FRANCOFORTE C’E’ “SAN MARIO” (DRAGHI)

Nicola Porro per il Giornale

Ray Dalio Ray Dalio

Ray Dalio è il miliardario che possiede l’ hedge fund Bridgewater e che, in sei mesi, ha venduto allo scoperto tre miliardi di azioni italiane. Nei suoi comitati si presenta sempre con il tablet dove gira un algoritmo di sua invenzione. Chiunque dica la sua, su un certo investimento, viene registrato e prende un voto in funzione di alcuni parametri: l’ empatia, la tecnicalità della soluzione proposta, la preparazione sul dossier e poi, a investimento fatto, la bontà dell’ intuizione. È l’ algoritmo umanizzato che decide gli investimenti.

Bridgewater Bridgewater

La scommessa è che in Italia dopo le elezioni ci sia il caos. Che il partito di Casaleggio faccia cadere il mercato nel baratro. Gli analisti, dopo Brexit e Trump, temono che il voto di protesta sia sottostimato dalle rilevazioni ufficiali e dai grandi media. Gli investitori oggi conoscono il Rosatellum meglio degli elettori e ritengono che il primo partito italiano sarà il Movimento 5 stelle. Di Maio potrebbe avere un incarico esplorativo per cercare di trovare una maggioranza (magari anche allargata come sembrava dai leaks dell’ incontro fatto dal leader pentastellato due giorni fa a Londra).

DI MAIO LONDRA DI MAIO LONDRA

C’ è poco da fare, giusto o sbagliato, tutto ciò agli investitori internazionali non piace. Bisogna essere onesti. Tutto ciò rappresenta una scommessa: e spesso sull’ Italia i fondi ci hanno capito nulla. Come quando schiacciarono il mercato per il possibile esito negativo del referendum di Renzi; sbagliarono, non tanto nelle previsioni politiche (il referendum in effetti non passò) ma nelle conseguenze economiche nefaste, che non ci sono state.

MARIO DRAGHI CON LA MOGLIE MARIO DRAGHI CON LA MOGLIE

Nel passato la scommessa avveniva sui titoli di Stato. Con il debito pubblico monstre che ci ritroviamo, l’ anello debole erano i Btp. Oggi non lo sono più per un semplice e banale motivo: Mario Draghi. Proprio l’ uomo della finanza, di Goldman Sachs, che i populisti grillini e non solo tanto odiano, ci mette per il momento al riparo dalle tempeste dei venditori allo scoperto.

Draghi e la Bce sono il banco. Nessuno scommette contro chi dà le carte. Ogni vendita allo scoperto di titoli di Stato italiani si infrangerebbe sugli acquisti fatti dalla Bce, che ha una potenza di fuoco incommensurabile rispetto a un privato. Draghi ha detto che farà tutto ciò che è necessario per mantenere la stabilità dei mercati obbligazionari europei. E fino ad ora tanto ha fatto. Ecco perché chi scommette contro l’ Italia vende le sue reginette quotate in Borsa: da generali a Unicredit, da Enel a Eni, da Atlantia a Terna, da Intesa a Snam.(dagospa.com)

Elezioni, banche italiane tra principali venditori di BTP alla Bce. Smobilizzi senza precedenti.

 

Stando a quanto rivela un report firmato da Jefferies, le banche italiane si stanno confermando in queste settimane concitate prima delle elezioni politiche italiane tra i più grandi venditori di bond italiani alla Bce.

Jefferies fa notare che nel mese di dicembre, le banche italiane hanno ridotto le loro partecipazioni in debiti sovrani italiani di ben 12,6 miliardi di euro, e di 40 miliardi di euro (il 10,5% del debito outstanding) nell’intero quarto trimestre del 2017.

Certo, l’analisi mette in evidenza che i dati sono di per sé volatili, visto che gli istituti effettuano cambiamenti in vista della fine dell’anno; “tuttavia, anche in base agli standard precedenti, la decisione di questi ultimi mesi è senza precedenti”.

Un fenomeno cronico, tra l’altro, quello della vendita di BTP dalle banche italiane alla Bce, visto che dall’inizio del Quantitative easing inaugurato da Mario Draghi, i bond sovrani italiani che sono stati interessati dal passaggio di proprietà dalle banche italiane alla Banca centrale europea sono ammontati a ben 100 miliardi di euro. (Laura Naka Antonelli Finanza.com)

 

Elezioni, BTP scaricati soprattutto da banche italiane. Che passano la patata bollente alla BCE

Non solo: dall’inizio del Quantitative easing inaugurato dalla Bce di Mario Draghi, bond sovrani italiani del valore di ben 100 miliardi di euro sono stati oggetto di un passaggio di …

I gestori italiani e mondiali saranno anche poco preoccupati dell’esito delle elezioni politiche italiane. Diverso è il caso delle banche italiane stesse che, stando a quanto rivela un report firmato da Jefferies, si stanno confermando in queste settimane concitate prima del voto tra i più grandi venditori di bond italiani…alla Bce.

 
 

 

I dati parlano chiaro e riportano sotto i riflettori l’abbraccio mortale di cui aveva parlato S&P: un fenomeno cronico, quello della vendita di BTP dalle banche italiane alla Bce, visto che dall’inizio del Quantitative easing inaugurato dalla Bce di Mario Draghi, bond sovrani italiani del valore di ben 100 miliardi di euro sono stati oggetto di un passaggio di proprietà: dall’Italia alla Bce. (Laura Naka Antonelli Finanzaonline)

Creval accelera su Npl e aumento?

Nuovo ritocco al piano di smaltimento delle sofferenze della banca valtellinese. Sale a 2,2 miliardi il valore del pacchetto da cedere. Intanto l’aumento potrebbe anche essere anticipato.


Il Credito Valtellinese accelera ancora il programma di cessione delle sofferenze e anticipa i tempi della ricapitalizzazione.

Secondo le ultime indiscrezioni di stampa la banca lombarda avrebbe intenzione di aumentare l’importo del pacchetto di Npl in fase di dismissione. Non si tratta di un incremento consistente ma comunque è la prova, l’ennesima, di quanto nel settore bancario italiano si voglia dare un colpo di acceleratore a strategie di smaltimento dei crediti deteriorati anche per anticipare l’impatto dell’addendum della Bce. In particolare si parla dell’intenzione del Creval di aumentare di 100 milioni lo stock di Npl per arrivare a 2,2 miliardi, di cui 1,6 miliardi con le garanzie statali.

Tra l’altro negli scorsi giorni erano circolate ulteriori voci sulla possibilità che il pacchetto venga messo sul mercato nella sua interezza già entro il primo semestre mentre i programmi originari prevedevano la cessione di 1,5 miliardi di crediti deteriorati entro giugno e di 600 milioni di incagli nella seconda metà dell’anno.

Dunque continuano a emergere nuovi sviluppi su un’operazione direttamente collegata al maxi aumento di capitale da 700 milioni di euro voluto dai vertici aziendali per procedere con una drastica pulizia di bilancio. A tal proposito sembra sempre più probabile che venga seguito lo stesso schema dell’aumento di Carige. Alla ricapitalizzazione della banca ligure hanno partecipato anche realtà finanziarie con le quali sono stati firmati accordi per la cessione di determinati cespiti. Il Credito Fondiario ha per esempio aderito alla sottoscrizione in cambio di un pacchetto di sofferenze da 1,2 miliardi e Chenavari in cambio dell’acquisto del controllo di Creditis. Nel caso del Creval circolano da giorni voci sull’interesse del fondo Algebris del finanziere Davide Serra a partecipare all’aumento e al contempo a rilevare i 600 milioni di incagli.

La ricapitalizzazione dovrebbe partire il 19 febbraio per concludersi dopo tre settimane ma anche sul fronte delle tempistiche emergono voci sulla possibilità di un anticipo di qualche giorno, evidentemente per evitare la fase di incertezza in concomitanza con le elezioni politiche del 4 marzo. Intanto lunedì è prevista la riunione del consiglio di amministrazione per l’approvazione dei risultati dell’esercizio 2017. Con i conti in mano il management partirà per il roadshow di presentazione di un’operazione di rafforzamento che sarà gestita con l’ausilio di un pool di banche guidato da Mediobanca e Citigroup e composto anche da Santander, Barclays, Credit Suisse. Il tutto è comunque ancora sub-judice perchè la Consob non ha ancora acceso il semaforo verde sulla ricapitalizzazione.

Le indiscrezioni non stanno comunque dando sostegno al titolo, in calo di oltre l’1,8% complice l’intonazione negativa dell’intero mercato. (Rosario Murgida Finanzareport)

GUERRA DI TOGHE – ECCO PERCHE’ I PM DI PERUGIA INDAGANO SU QUELLI DI ROMA SULL’ASSOLUZIONE “A PRIORI” DI DE BENEDETTI E RENZI PER LE “DRITTE” SULLE POPOLARI – IL DUCETTO INFORMO’ L’INGEGNERE, MA PER I GIUDICI DELLA CAPITALE NON CI FU INSIDER TRADING. SOLO CHE C’E’ UN PROBLEMA CON LA PROCEDURA SEGUITA PER CHIUDERE IL CASO…

Giacomo Amadori per la Verta

 

In Procura a Perugia lo definiscono un «procedimento delicato», anche se gli inquirenti non rilasciano dichiarazioni ufficiali. Il fascicolo, in mano alla pm Gemma Miliani con la supervisione del procuratore Luigi De Ficchy, è stato aperto a gennaio dopo la presentazione di un esposto da parte del presidente onorario dell’ Adusbef (Associazione difesa utenti servizi bancari, finanziari, postali, assicurativi), Elio Lannutti, sulla vicenda del presunto insider trading che ha coinvolto l’ imprenditore Carlo De Benedetti e l’ ex premier Matteo Renzi.

I magistrati umbri, come ha anticipato ieri Il Fatto Quotidiano, dovranno «valutare e/o indagare circa la sussistenza degli estremi per avviare un procedimento per responsabilità penale o civile nei confronti dei magistrati» di Roma che non avrebbero indagato a fondo sulla presunta spifferata dell’ ex premier a favore dell’ editore onorario di Repubblica, Stampa, Espresso e Secolo XIX.

 

Lannutti a metà gennaio ha depositato a Perugia un documento di 9 pagine con una ricostruzione dettagliata dei fatti incriminati, partendo dalla telefonata del 16 gennaio 2015 in cui De Benedetti chiede al proprio broker di fiducia, Gianluca Bolengo, se «salgono le (azioni delle banche, ndr) Popolari». Il professionista risponde «se passa un decreto fatto bene salgono». «Passa, ho parlato ieri con Renzi, passa» lo rassicura De Benedetti. Cosa che succede dopo quattro giorni.

Lannutti nell’ esposto specifica che la notizia in possesso di De Benedetti è in quel momento segreta, al contrario di quanto affermato da Renzi: «Il 15 gennaio 2015, quando De Benedetti e Renzi si incontrano, del decreto nessuno sa nulla a parte ovviamente chi ha appena deciso di vararlo (Renzi) e chi ha appena parlato con lui (De Bendetti). L’ indomani mattina l’ ingegnere gira la soffiata al suo broker ordinandogli di investire 5 milioni in azioni di banche popolari: appena in tempo perché alle 17.58 di quella sera, a Borse chiuse, l’ Ansa annuncia che il prossimo Consiglio dei ministri (che si terrà il giorno 20) riformerà le Popolari».

Con la telefonata a Bolengo, De Benedetti in poche ore guadagna 600.000 euro. Nel 2016 la Consob, la commissione nazionale che vigila sulle società e la Borsa, intorno a questa operazione intravede specifici reati che segnala alla Procura e alla Guardia di finanza.

Lannutti, candidato con il M5s alle prossime elezioni e già eletto in Senato con l’ Italia dei valori, nel suo esposto ricorda che al premier Renzi, cioè al titolare delle informazioni privilegiate, l’ ufficio abusi di mercato della Consob non ha contestato nulla, mentre a De Benedetti aveva addebitato il reato di insider trading primario «per aver comunicato a Bolengo un’ informazione privilegiata» proveniente dall’ altro insider primario (Renzi) e l’ illecito amministrativo di insider trading secondario per aver «disposto che fossero acquistate azioni di banche popolari basandosi su detta informazione privilegiata».

Su queste segnalazioni la Procura di Roma ha aperto un fascicolo modello 45, ossia quello degli atti che non costituiscono notizia di reato, ed è questo che ha fatto indispettire Lannutti. Il presidente di Adusbef sospetta che iscrivere il procedimento nato dalle informative Consob a modello 45 sia stato un modo per insabbiare un’ inchiesta scomoda.

Il metodo usato, nota Lannutti, oltre a essere vietato dal codice di procedura penale è regolato anche da una circolare esplicativa emanata nel 2011 dal ministero della Giustizia e recepita da tutti i procuratori generali. «La circolare», spiega il presidente della Adusbef, «vuole stroncare l’ uso scorretto che fanno molti pm del modello 45 (infilandoci notizie di reato scomode per lasciarle dormire fino alla prescrizione o per archiviarle in via amministrativa, senza passare dal gip».

Su quel modello del registro della Procura è possibile iscrivere quindi solo le notizie che non meritano alcun approfondimento investigativo, perché non riconducibili in astratto ad alcun illecito penale. Ma nel caso delle informative Consob, secondo Lannutti, la notizia era circostanziata. Con tanto di nomi e cognomi. «Insomma», valuta Lannutti, «è evidente che non si possa iscrivere nel registro degli atti non costituenti reato un’ informativa con la quale viene riferito un fatto che integra inequivocabilmente un reato. E figurarsi se si può farlo quando a segnalare sei reati è la Consob; e quando si compiono atti d’ indagine, come ha fatto la Procura di Roma sul caso Renzi-De Benedetti».

Per questo Lannutti ha domandato ai magistrati perugini «di valutare e/o indagare circa la legittimità, ai sensi di legge, dell’ atto di aver iscritto le informative Consob nel modello 45». Sulla questione la Procura di Roma circa un anno e mezzo fa ha chiesto l’ archiviazione per l’ unico indagato, Bolengo, specificando che in questa storia sarebbero «due gli elementi price sensitive che avrebbero dovuto rimanere riservati: l’ adozione dello strumento del decreto legge e la data di emanazione».

Per il pm Stefano Pesci, De Benedetti non conosceva la tempistica («nei prossimi mesi, una o due settimane» vaticina al telefono) né sapeva del decreto (Bolengo secondo Pesci usa il termine «palesemente senza connotazione tecnica»). Il gip romano Gaspare Sturzo, forse con meno certezze del collega, non si è ancora espresso sulla richiesta di Pesci. Nel frattempo la palla è passata alla Procura di Perugia. (dagospia.com)

AZIENDE CHE CONSIGLIAMO DI BOICOTTARE PER IL LORO COMPORTAMENTO NON ETICO VERSO GLI ITALIANI

 

La politica può essere affrontata non solo con il voto, ma anche con azioni semplici  pratiche che possono lasciare un segno molto profondo.

In questo breve articolo vi indicheremo alcune aziende che, secondo gli autori di Scenari Economici, sono da boicottare, punendole pesantemente nell’unico elemento che considerano, cioè il portafoglio. Non c’è nessuna migliore lezione  per chi fa del denaro la propria unica finalità esistenziale che privarlo della sua ragione di esistere.

Iniziamo

WHIRLPOOL EMBRACO : Il caso della Whirlpool Ebraco è emblematico e ne ha già parlato in modo esteso Maurizio Gustinicchi. La Embraco, parte del gruppo Whirlpool, per cui produceva componentistica , si era stabilità in Piemonte anche in cambio di laute contribuzione  regionali. Ancora nel 2014 la giunta Cota aveva garantito fondi per la ricerca e Finpiemonte si era detta disponibile a finanziare ulteriori investimenti. Il pubblico ha messo molti soldi in questa società.

Il risultato….

500 Licenziamenti, produzione spostata in Slovacchia. NON BISOGNA ACQUISTARE PIU’ WHIRLPOOL.  Vediamo se un mercato di 60 milioni di persone ha ancora un valore.

 

HONEYWELL

Honeywell produce dai termostati pr appartamento ad apparecchiature sanitarie. L’aziena, nonostante la disponibilità del Ministero per lo Sviluppo Economico ha deciso di chiudere lo stabilimento di Atessa licenziando 420 persone.

Non è stata presa in considerazione nessuna ipotesi di riconversione.

IDEAL STANDARD

Ideal Standard ha deciso di chiudere lo stabilimento di Roccasecca causando 500 nuovi disoccupati, fra diretti ed indotto. La produzione viene trasportata all’estero e , in minima parte in altri impianti del Nord.

Invce che Ideal Standard potete comprare, ad esempio Globo, che è Laziale. Qualsiasi design italiano va bene.

 

VINI ZONIN

 

Questa campagna è stata iniziata da Noi Che Credevamo nella BPVI, e vuole colpire la famiglia Zonin. Il capostipite, Amministratore eegato di Popolare di Vicenza, si è liberato delle sue partecipazioni azionarie regalandole ai figli ed ora è quasi nullatenente. In questo modo è riuscito a salvare il suo patrimonio personale da qualsiasi tentativo di rivalsa che possano tentare i soci truffati della Banca.

In attesa che la giustizia faccia il suo lungo corso la campagna di boicottaggio, che ha risvolti anche all’estero, dove Zonin ha investito molto (USA, Cile) questo può essere un modo per riuscire a fare pressione sulla famiglia. Al posto dei vini Zonin, ci sono centinaia di ottimi produttori veneti !

SE L’UNICA NOSTRA ARMA E’ IL CONSUMO, USIAMOLA ! (SCENARIECONOMICI)

Perché i banchieri non pagano mai le proprie colpe

Milena Gabanelli e Massimo Gaggi Dataroom Corriere.it

VIDEO

http://www.corriere.it/dataroom-milena-gabanelli/perche-banchieri-non-pagano-mai-proprie-colpe/d041549c-074d-11e8-8886-af603f13b52a-va.shtml

Uomo più odiato d’America dopo la bancarotta del suo istituto che innescò un crollo finanziario planetario, Dick aveva sempre suscitato timore dentro la Lehman dove era soprannominato «the gorilla» per la brutalità dello stile manageriale. Fuld è stato a lungo inquisito per la sua gestione spregiudicata della banca, arrivata a investire in attività apparentemente redditizie ma molto rischiose somme 30 volte superiori al capitale liquido a sua disposizione. Sono stati versati fiumi d’inchiostro sulla scelta folle di scommettere in modo massiccio sui mutui subprime, quelli sottoscritti da proprietari di immobili con situazioni patrimoniali assai precarie, candidati all’insolvenza.

Da uomo-record di Wall Street a peggior ad della storia

Fuld, che nel 2006 era stato nominato miglior Ceo finanziario d’America da Institutional Investor, la bibbia degli investitori, nel 2009 precipitò, secondo la classifica della rivista Portfolio, nella casella di «peggior amministratore delegato di tutti i tempi» per i suoi affari sciagurati e anche per una serie di errori madornali commessi negli ultimi anni di vita della Lehman. Come il rifiuto di aprire le porte alla Berkshire Hathawy di Warren Buffett, il celebre investitore soprannominato «l’oracolo di Omaha», che aveva mostrato una certa disponibilità a entrare nel capitale della banca in difficoltà.

Dopo il crack di Bear Stearns, la più debole delle 5 grandi banche d’investimento americane, Fuld si era reso conto di essere in pericolo e si era messo a cercare nuovi capitali. A quel tempo, siamo nel marzo del 2008, la Federal Reserve, la Banca centrale americana, riuscì ad evitare una tempesta finanziaria spingendo la JPMorgan Chase, la più solida delle banche americane, ad assorbire la Bear Sterns, di fatto fallita, prima che ne emergesse l’insolvenza. Consapevole che anche il suo istituto era eccessivamente esposto, Fuld iniziò una serie di sondaggi.

Warren Buffett, il salvatore respinto

Ma quando Buffett ipotizzò un finanziamento di 3 miliardi di dollari in cambio di un nuovo tipo di azioni privilegiate che dovevano dare un rendimento del 9 per cento, lui rifiutò l’offerta, convinto che, anche se in difficoltà, la Lehman avesse un valore molto superiore a quello che le veniva attribuito dal finanziere del Nebraska. Di certo un errore: quei 3 miliardi sarebbero stati preziosi e l’impegno diretto del grande investitore avrebbe, se non rassicurato, almeno ridotto l’agitazione dei mercati. A quel punto Buffett spostò la sua attenzione su Goldman Sachs che evitò di essere risucchiata nel vortice della Lehman anche grazie ai 5 miliardi di dollari da lui investiti in questo istituto.

Potrà apparire paradossale, ma quell’errore, se ha rafforzato il giudizio negativo sulle capacità manageriali di Fuld, ha anche contribuito a salvarlo da un’incriminazione penale. Nei nove anni trascorsi dal crollo, il banchiere ha dovuto affrontare vari giudizi in sede civile per la bancarotta di Lehman, ma non gli è mai stata contestata una vera e propria frode. Per la legge americana, infatti, la truffa presuppone la consapevolezza, da parte di chi la commette, delle conseguenze disastrose delle sue azioni. Fuld, invece, fino all’ultimo momento è sempre stato convinto di avere le risorse per evitare il tracollo della banca e il rifiuto del salvagente lanciato da Buffett ne è una prova.

Bank of America molla Fuld e decide di tenere a galla Merrill Lynch

Ma, mese dopo mese, gli squilibri di Lehman continuavano a peggiorare mentre i possibili «cavalieri bianchi» (istituti che, secondo Fuld, avrebbero potuto intervenire a sostegno della banca) si allontanvano al galoppo, scomparendo oltre l’orizzonte. In quel maledetto week end di fine estate, lo spregiudicato banchiere, ormai consapevole di essere finanziariamente con le spalle al muro, era ancora convinto di poter salvare Lehman vendendola a Bank of America. Il 15 settembre la trattativa, condotta in modo frenetico per annunciare l’accordo prima della riapertura dei mercati, era ormai quasi conclusa quando, improvvisamente, con un dietrofront maturato nell’arco di poche ore, questo istituto decise, invece, di salvare Merril Lynch, l’altro grande malato di Wall Street. Con JPMorgan già appesantita dal salvataggio di Bear Stearns fatto pochi mesi prima e Citigroup troppo debole, rimase in campo solo la britannica Barclays che, però, preferì aspettare la bancarotta dell’istituto di Fuld per acquistare successivamente, a condizioni più vantaggiose, i pezzi di attività di Lehman che aveva interesse a rilevare.

Rimaneva l’ultima spiaggia, quella dell’intervento pubblico, ma il ministro repubblicano del Tesoro Henry Paulson (siamo negli ultimi mesi della presidenza di George W. Bush) si rifiutò di nazionalizzare la banca, ritenendo che il mercato fosse in grado di sopportare la bancarotta di un gruppo che aveva 639 miliardi di dollari di asset patrimoniali. Non fu così: si scatenò uno tsunami finanziario con conseguente gelata planetaria del credito che tre giorni dopo costrinse il Tesoro a fare col gruppo assicurativo Aig quello che non aveva fatto con Lehman — un salvataggio pubblico — per evitare una micidiale reazione a catena.

Responsabilità enormi ma senza reati penali

Fuld si è sentito vittima di una sorta di gigantesco gioco finanziario delle tre carte: illuso e poi abbandonato dai suoi colleghi, mentre l’ombrello protettivo delle autorità monetarie, sempre aperto in passato in circostanze analoghe, stavolta rimase ben chiuso. Le sue responsabilità sono comunque enormi: simbolo di un’incredibile era di avidità e stupidità a Wall Street, Fuld aveva creato un sistema di gestione della banca nella quale aveva passato tutti i 40 anni della sua vita professionale basato sul culto della personalità: la sua. Presidente e amministratore delegato di Lehman, questo figlio di una famiglia di banchieri ebrei di New York è stato un padre padrone con un controllo assoluto sull’istituzione, salvo alcuni poteri esecutivi da lui delegati al braccio destro Joe Gregory, soprannominato dagli altri dirigenti della banca «Darth Vader» per la pesantezza dei suoi interventi. Insomma, una sorta di monarca medievale che non voleva consiglieri ma cortigiani: così è stato azzerato lo spazio per le riflessioni critiche. Quando un investitore, David Einhorn di Greenlight Capital, cominciò a criticare le scelte di Lehman e la sua scarsa trasparenza, i vertici della banca, ossessionati dalla segretezza, pensarono di mettere un investigatore privato alle costole del contestatore e di setacciare anche la sua spazzatura.

Fuld ha sempre respinto ogni accusa. Nelle audizioni parlamentari poco dopo il crollo di Wall Street e nel primo discorso tenuto in pubblico nel 2015, dopo anni di silenzio, si è autoassolto, individuando molti altri responsabili per l’assassinio di una gloriosa istituzione finanziaria con 158 anni di storia: il governo, reo di aver di aver abbassato in misura eccessiva gli standard per l’erogazione del credito, i proprietari di case, accusati di aver «usato i loro immobili come dei bancomat», visto che rifinanziavano i mutui ottenendo nuovi prestiti garantiti sempre dalla stessa proprietà. E poi, ovviamente, le autorità monetarie, colpevoli secondo lui di aver lasciato fallire Lehman mentre in passato erano sempre intervenute in crisi analoghe per evitare crolli che avrebbero potuto provocare incontrollabili tempeste finanziarie: proprio quello che accadde nel settembre 2008.

Fuld, Pandit, Fleming: la nuova vita dei reduci del disastro 2008

Insomma, Fuld ha una bella faccia tosta a difendere il suo operato, ma non ha tutti i torti quando afferma di essere stato solo una ruota di un folle ingranaggio: le altre banche che hanno evitato il destino della Lehman non si erano comportate in modo molto diverso. E quella di Fuld, per quanto gestita come una monarchia medievale, era amata dai dipendenti che godevano di trattamenti piuttosto generosi. Tanto che, anche dopo la bancarotta, molti di loro tornarono a lavorare senza essere pagati: per gestire le procedure fallimentari. Dick, comunque, è afflitto da qualche amnesia: dimentica, ad esempio, che grazie al «folle ingranaggio» che oggi denuncia lui riuscì a incassare in pochi anni compensi per oltre mezzo miliardo di dollari.

Difficile sapere quanto gli è rimasto dopo aver pagato gli indennizzi per le cause civili. Così come è difficile misurare l’immane distruzione di ricchezza seguita all’infarto del sistema finanziario mondiale. Il Gao, l’ufficio contabile del governo americano, ha stimato un impatto complessivo sulla sola economia Usa di ben 22 mila miliardi di dollari. Altri istituti hanno indicato cifre variabili tra i 6 mila e i 14 mila miliardi di dollari per la sola perdita di fatturato negli anni della recessione: 7,5 milioni di posti di lavoro distrutti e un calo del 3,5% della produzione mondiale.

Passato qualche anno, normalizzata la situazione dell’economia americana, oggi l’ormai 72enne Fuld può tornare sul palcoscenico della finanza dopo aver lavorato per anni dietro le quinte come consulente. Molti lo troveranno scandaloso, ma lui non è l’unico banchiere di quella stagione disastrosa ad essere tornato in attività: Vikram Pandit, che lasciò la guida di Citigroup quando la banca era in grave crisi, ora guida Orogen Group mentre Greg Fleming, il presidente di Merrill Lynch che riuscì in extremis a convincere Bank of America a salvare la sua banca anziché Lehman, oggi gestisce i 100 miliardi di dollari di Rockefeller Capital Management.