Processo BPVi: ammesse parti civili meno chi ha aderito alla transazione, attesa per ok a citazione Intesa Sanpaolo e per eccezione incostituzionalità decreto cessione

Esclusi solo coloro che abbiamo sottoscritto una transazione (come l’Offerta Pubblica dii Transazione, Opt, ndr), ammessi tutti gli altri richiedenti. Così il gup Roberto Venditti ha deciso sulle richieste di costituzione di parte civile nel corso dell’udienza preliminare che va avanti sul dissesto della Banca Popolare di Vicenza e sulla liquidazione che ne ha azzerato totalmente il capitale, provocando un danno di diversi miliardi ad una folta platea di piccoli risparmiatori.

Il giudice ha sciolto così la riserva sulle richieste di oltre cinquemila tra correntisti, azionisti e obbligazionisti i quali riponevano una certa fiducia in tale decisione alla luce del precedente diretto, peraltro molto vicino nel tempo, costituito dalla recentissima analoga decisione del gup di Roma nel processo “gemello” di piazzale Clodio sul crac di Veneto Banca.

Bisogna attendere invece fino alla prossima seduta, per conoscere le determinazioni del magistrato sulla richiesta di autorizzazione alla citazione in giudizio di Intesa Sanpaolo come successore di BPVi. Tale citazione è stata autorizzata nel procedimento su Veneto Banca, vedremo cosa accadrà in quello di Vicenza dove, a subentrare alle posizioni attive e passive della Popolare fallita, è stato anche in questo caso il maggiore istituto bancario italiano.

La continuità della responsabilità civile ha già avuto recenti precedenti giurisprudenziali, in occasione del subentro di Ubi a CariFerrara, CariChieti e Banca Marche. In questi tre casi altrettanti tribunali hanno sancito la responsabilità risarcitoria della banca subentrante ma, in tali situazioni, non c’era un atto normativo specifico a disciplinare direttamente e pesantemente le situazioni in atto. A Roma l’autorizzazione ha segnato una novità giurisprudenziale di grande rilievo. Vedremo cosa accadrà a Vicenza.

Per quanto riguarda l’esclusione dei sottoscrittori di transazioni dalla possibilità di costituirsi parte civile, questa decisione si spiega con il fatto che, in questo caso, il giudice è potuto entrare nel merito disponendo già degli elenchi delle varie posizioni, mentre a Roma, in mancanza di tali elenchi, l’accoglimento integrale è dipeso unicamente dall’impossibilità di potere vagliare la specifica situazione dei vari richiedenti poiché la richiesta degli elenchi avrebbe comportato un ritardo probabilmente di mesi. Il gup Venditti ha preso atto pertanto che la transazione sottoscritta precludeva ogni possibilità di agire in giudizio.

Nel caso di Veneto Banca la transazione – che prevedeva il rimborso, al netto delle vendite, del 15 per cento del valore pagato per l’acquisto di azioni tra l’1 gennaio 2007 e il 31 dicembre 2016 – verrà quindi in rilievo nella sempre più probabile fase dibattimentale, mentre per BPVi, il valore di rimborso concordato in tali transazioni è secco, di 9 euro per ogni azione.

Un’altra questione interessante che appassiona i giuristi è la questione di legittimità costituzionale del decreto legge 99 del 25 giugno che esonera espressamente Banca Intesa da ogni responsabilità verso le vittime degli istituti ai quali essa è subentrata. Una legge “contra personas” in quanto penalizza specificamente, escludendoli da possibilità risarcitorie, i soci e gli acquirenti di prodotti finanziari subordinati.

Per tale ragione è stata sollevata l’eccezione di incostituzionalità: il decreto varato dal governo il 25 giugno scorso violerebbe innanzitutto il principio di uguaglianza delle vittime dei dissesti bancari in quanto quelli delle due banche venete sarebbero privati di ogni azione risarcitoria senza alcuna motivazione plausibile e inoltre permane la situazione grottesca della mancata pubblicazione di un provvedimento che dica con esattezza, sette mesi dopo, che cosa esattamente sia stato ceduto. La ricostruzione dettagliata delle partite oggetto del trasferimento delle banche venete a Intesa Sanpaolo avrebbe dovuto essere fatta prima e non dopo e anche questo è motivo di eccepita incostituzionalità.

Nel processo sono imputati la BpVi come persona giuridica e sette loro ex dirigenti accusati di aggiotaggio, ostacolo alle attività di vigilanza e falso in prospetto: l’ex presidente Gianni Zonin, l’ex direttore generale Samuele Sorato, l’ex consigliere d’amministrazione Giuseppe Zigliotto, gli ex vicedirettori Emanuele Giustini (responsabile divisione mercati), Andrea Piazzetta (area finanza), Paolo Marin (divisione crediti), nonché il dirigente che redigeva materialmente il bilancio Massimo Pellegrini.(Angelo Di Natale Vicenzapiu’)

Papa Francesco: l’usura e l’azzardo umiliano e uccidono

Nell’udienza con i rappresentanti della Consulta nazionale anti-usura, il Papa ha ricordato che “la dignità umana dovrebbe essere sempre al centro delle politiche economiche”.

L'incontro del Papa con le Fondazioni anti-usura e la Consulta nazionale anti-usura (@Vatican media)

L’incontro del Papa con le Fondazioni anti-usura e la Consulta nazionale anti-usura (@Vatican media)

Usura e gioco d’azzardo sono fenomeni collegati e da combattere con ogni mezzo. Lo ha detto papa Francesco ricevendo in udienza i rappresentanti delle 30 Fondazioni anti-usura d’Italia e della Consulta nazionale anti-usura che le riunisce.

«L’usura – ha detto – è un peccato grave: uccide la vita, calpesta la dignità delle persone, è veicolo di corruzione e ostacola il bene comune. Essa indebolisce anche le fondamenta sociali ed economiche di un Paese. Infatti, con tanti poveri, tante famiglie indebitate, tante vittime di gravi reati e tante persone corrotte nessun Paese può programmare una seria ripresa economica né tanto meno sentirsi al sicuro».

Quanto al gioco d’azzardo, esso è «una patologia che prende e ti ammazza». Dunque ci si attende dalle Istituzioni che «disincentivino, con misure adeguate, strumenti che, direttamente o indirettamente, sono causa di usura, come ad esempio il gioco d’azzardo».

«L’usura umilia e uccide – ha proseguito il Pontefice – è un male antico e purtroppo ancora sommerso che, come un serpente, strangola le vittime. Bisogna prevenirla, sottraendo le persone alla patologia del debito fatto per la sussistenza o per salvare l’azienda. E si può prevenirla educando a uno stile di vita sobrio, che sappia distinguere tra ciò che è superfluo e ciò che è necessario e che responsabilizzi a non contrarre debiti per procurarsi cose alle quali si potrebbe rinunciare».

Per questo è importante l’opera della Consulta nazionale e delle singole Fondazioni. «Nei primi ventisei anni di servizio – ha detto rivolgendosi a loro – avete salvato dalla morsa del debito usuraio e dal rischio dell’usura oltre 25mila famiglie; salvando loro la casa, e talvolta la piccola azienda, le avete aiutate a ritrovare la dignità di cui erano state espropriate. E questo merita grande riconoscenza».

Il Papa ha quindi indicato nell’educazione a una concezione della vita che non ponga primo posto il profitto e non la persona una delle vie di uscita dal fenomeno. Ma ha anche chiesto un impegno preciso da parte delle autorità politiche ed economiche. «Il Signore ispiri le pubbliche autorità, affinché le persone e le famiglie possano usufruire dei benefici di legge come ogni altra realtà economica; ispiri e sostenga i responsabili del sistema bancario affinché vigilino sulla qualità etica delle attività e degli istituti di credito».

Infine Francesco ha salutato un gruppo di ex vittime dell’usura presenti all’udienza e le incoraggiate a trasmettere il loro coraggio a chi è ancora nel tunnel «testimoniando che si può venire fuori dall’usura e dall’azzardo».

Il Papa è stato salutato a nome di tutti dal presidente della Consulta nazionale, monsignor Alberto D’Urso. Anch’egli ha sottolineato: «Siamo convinti che è possibile uscire da questa spirale perversa. Se l’usura si organizza, si può organizzare anche la lotta all’usura con la prevenzione, la solidarietà e l’educazione alla legalità».

In precedenza i 300 partecipanti all’udienza avevano partecipato alla Messa presieduta dal cardinale Angelo Comastri, arciprete della Basilica Vaticana, nella Cappella del Coro della stessa Basilica. E si erano fermati in preghiera sulla tomba di san Giovanni Paolo II cui è intitolata la Consulta nazionale antiusura.(Mimmo Muolo Avvenire.it)

Il Papa: scoraggiare le cause d’usura come il gioco d’azzardo

L’appello alle istituzioni nell’udienza alla Consulta Antiusura. «L’usura uccide». I responsabili delle banche «vigilino sulla qualità etica delle attività degli istituti di credito».

 

Il Papa: scoraggiare le cause d’usura come il gioco d’azzardo

L’usura «umilia e uccide». È un male «antico e purtroppo ancora sommerso che, come un serpente, strangola le vittime». È la denuncia che papa Francesco lancia ricevendo in udienza questa mattina, 3 febbraio 2017, i membri della Consulta nazionale Antiusura. Il Pontefice coglie l’occasione per esortare le «pubbliche Istituzioni» a disincentivare «strumenti che, direttamente o indirettamente, sono causa di usura, come il gioco d’azzardo, una patologia che prende e uccide».  

 

Nella «Sala Clementina» del Palazzo apostolico vaticano, il Vescovo di Roma si dice lieto di «condividere con voi questo momento di riflessione su una piaga purtroppo diffusa e ancora molto sommersa: l’usura».  

 

Il Papa assicura di seguire «con particolare attenzione il vostro percorso di lotta all’usura, che diventa sempre più qualificato e concreto con l’esperienza e con la costituzione di nuove Fondazioni distribuite su tutto il territorio nazionale attraverso centinaia di Centri di ascolto». Sono «presìdi, scuole di umanità e di educazione alla legalità, frutto di una sensibilità che trova nella Parola di Dio la sua illuminante ispirazione e che opera silenziosamente e faticosamente nelle coscienze delle persone».  

 

Francesco sottolinea che «nei vostri primi ventisei anni di servizio avete salvato dalla morsa del debito usurario e dal rischio dell’usura oltre 25 mila famiglie; salvando loro la casa, e talvolta la piccola azienda, le avete aiutate a ritrovare la dignità di cui erano state espropriate». E tutto ciò «merita grande riconoscenza».  

 

Poi ecco il grido di Papa Bergoglio: «L’usura umilia e uccide. L’usura è un male antico e purtroppo ancora sommerso che, come un serpente, strangola le vittime». È necessario «prevenirla, sottraendo le persone alla patologia del debito fatto per la sussistenza o per salvare l’azienda». E ci si può riuscire «educando ad uno stile di vita sobrio, che sappia distinguere tra ciò che è superfluo e ciò che è necessario e che responsabilizzi a non contrarre debiti per procurarsi cose alle quali si potrebbe rinunciare».  

 

È cruciale «recuperare le virtù della povertà e del sacrificio: della povertà, per non diventare schiavi delle cose, e del sacrificio, perché dalla vita non si può ricevere tutto».  

 

Bisogna inoltre formare «una mentalità improntata alla legalità e all’onestà, nei singoli e nelle istituzioni; incrementare la presenza di un volontariato motivato e disponibile verso i bisognosi, perché questi si sentano ascoltati, consigliati, guidati, per risollevarsi dalla loro condizione umiliante».  

 

Jorge Mario Bergoglio osserva che «alla base delle crisi economiche e finanziarie c’è sempre una concezione di vita che pone al primo posto il profitto e non la persona». Invece la dignità «umana, l’etica, la solidarietà e il bene comune dovrebbero essere sempre al centro delle politiche economiche attuate dalle pubbliche Istituzioni. Da esse – invoca il Papa – ci si attende che disincentivino, con misure adeguate, strumenti che, direttamente o indirettamente, sono causa di usura, come ad esempio il gioco d’azzardo». Bergoglio racconta di avere «visto, ho saputo, di donne anziane a Buenos Aires, che andavano in banca a ricevere la pensione e da lì si recavano al locale del gioco di azzardo. È una patologia che ti prende e ti uccide!».  

 

L’usura è un «peccato grave: uccide la vita, calpesta la dignità delle persone, è veicolo di corruzione e ostacola il bene comune. Essa indebolisce anche le fondamenta sociali ed economiche di un Paese».  

 

Infatti, con «tanti poveri, tante famiglie indebitate, tante vittime di gravi reati e tante persone corrotte – spiega – nessun Paese può programmare una seria ripresa economica né tantomeno sentirsi al sicuro».  

 

Francesco è consapevole che il servizio «che rendete è gravoso: si tratta di collaborare perché il sistema economico-sociale sia umano e perché il messaggio evangelico possa illuminare il cuore e l’anima delle persone, come un giorno accadde a Zaccheo, ricco e corrotto capo dei “pubblicani” di Gerico, e al suo collega Matteo, che Gesù guardò con misericordia e scelse come discepolo, e che da un anno è Patrono delle Fondazioni Antiusura».  

 

Il Papa esprime la sua preghiera: «Il Signore ispiri e sostenga le pubbliche Autorità, affinché le persone e le famiglie possano usufruire dei benefici di legge come ogni altra realtà economica; ispiri e sostenga i responsabili del sistema bancario, affinché vigilino sulla qualità etica delle attività degli istituti di credito». Il Pontefice ricorda che molte banche sono nate «e si sono diffuse nel mondo proprio per sottrarre i poveri all’usura con prestiti senza pegno e senza interessi». 

 

Il Pontefice evidenzia che «fronteggiando l’usura e la corruzione, anche voi potete trasmettere speranza e forza alle vittime, affinché possano recuperare fiducia e risollevarsi dai loro bisogni. Per le istituzioni siete stimolo ad assicurare risposte concrete a chi è disorientato, a volte disperato e non sa come fare per mandare avanti la propria famiglia». E per «gli stessi usurai potete essere richiamo al senso di umanità e di giustizia, a prendere coscienza che in nome del denaro non si possono uccidere i fratelli!».  

 

Francesco incoraggia la Consulta a «dialogare con quanti hanno responsabilità nel campo dell’economia e della finanza, perché vengano promosse iniziative che concorrano alla prevenzione dell’usura».  

 

Poi mette in evidenza che «le persone che avete fatto uscire dall’usura possono testimoniare che il buio dentro il tunnel che hanno attraversato è fitto e angosciante, ma c’è anche una luce più forte che può illuminare e dare conforto». (Domenico Agasso JR La Stampa)

Immobili tra web, social e a.i. Così si vende casa nell’era digitale

Immobiliare, nel libro ‘Vendere casa nell’era digitale’, Diego Caponigro spiega com’è cambiato il mercato e come sopravvivere. Il video della presentazione

Immobili tra web, social e a.i. Così si vende casa nell'era digitale

Vendere casa all’epoca di internet: cosa cambia per le agenzie e gli agenti immobiliari? È da questa domanda che parte l’analisi di Diego Caponigro, fondatore di Regold.it, che ha appena pubblicato il suo primo libro, dal titolo ‘Vendere casa nell’era digitale’. L’obiettivo? Traghettare il mattone nel futuro, attraverso la digitalizzazione professionale. Il testo contiene la testimonianza preziosa di Carlo Giordano, importante player del settore nonché fondatore e amministratore delegato di Immobiliare.it.

“Con questo libro voglio mostrare le enormi potenzialità della digitalizzazione nel settore immobiliare, ma voglio anche far scoprire ai lettori le dinamiche e i principi che ne stanno alla base, al fine di aiutarli a essere consapevoli e capaci di governare questo mercato” – dichiara lo stesso autore.

Come si trasformeranno i gestionali e i portali immobiliari? A quali risorse gli operatori professionali potranno attingere per migliorare la qualità del servizio? Come si comporteranno i clienti tra qualche anno, quando avranno a portata di mano tecnologie sempre più avanzate e possibilità di scelta quasi infinite? Cosa fare per calamitarli? Come cambierà il mestiere di agente immobiliare?  Sono queste le domande a cui Diego Caponigro risponde all’interno del libro.

Vendere casa nell'era digitale VIDEO

 
 

Ogni capitolo inizia con una vicenda ispirata a fatti realmente accaduti e con una domanda, che troverà risposta alla conclusione dello stesso. Nell’ultimo capitolo l’autore racconta il suo viaggio negli USA alla scoperta di Apple, Google e Facebook e delle ultime frontiere tecnologiche che stanno rivoluzionando il settore.

Vendere casa nell’era digitale libro
 

Dopo anni di successi conseguiti sul campo dell’immobiliare, Diego Caponigro ha fiutato le potenzialità della rete e della tecnologia, fino a fondare ReGold.it, il primo e-commerce di servizi avanzati per il Reale Estate che ha avuto un riscontro altissimo: negli ultimi 3 anni il portale ha conquistato oltre 5.000 clienti, 12 collaboratori e una crescita costante dei ricavi del 40%.  Oltre a ReGold, Caponigro ha dato vita anche a ReTv, la web television di settore, un portale ricco di contenuti video riguardanti i temi fondamentali del mondo immobiliare.  È anche promotore dei Real Estate Awards, il premio annuale delle eccellenze di settore. Ha infine fondato il centro studi per la raccolta e l’elaborazione dei dati relativi all’uso di tecnologie digitali nel Real Estate che prende il nome di OID (Osservatorio Immobiliare Digitale).

“Perché il digitale diventi la grande occasione del settore serve volontà e per coglierla occorre passare a una mentalità diversa, superiore: quella del visionario” – conclude Caponigro. (affariitaliani.it)

Finpiemonte aumenta i controlli, tra carte bollate e Bankitalia

 

Dopo lo scandalo denunciato alla procura, la “banchina” regionale corre ai ripari per evitare le sanzioni di Palazzo Koch: riorganizzazione interna e azioni legali per recuperare il denaro sparito in Svizzera.

Una riunione fiume, quattro ore o forse di più, per riassestarsi e rilanciare. Mercoledì nella sede di galleria San Federico si è riunito il consiglio di amministrazione di Finpiemonte: sul tavolo un ordine del giorno importante per la riorganizzazione interna e per alcune iniziative giudiziarie. Tutto conseguenza di quell’ammanco milionario denunciato nell’autunno dello scorso anno dai vertici della finanziaria regionale e dalla giunta di Sergio Chiamparino. Esposto ancora al vaglio della procura. La vicenda, come noto, ruota attorno al deposito di 50 milioni di dollari su un conto della banca svizzera Vontobel, soldi che, in violazione delle indicazioni e della policy della società, sono serviti all’acquisto di un prodotto finanziario che, al momento della sua scoperta, aveva portato alla perdita di cinque milioni di euro, a cui si aggiungono i 5,5 milioni destinati ad alcune società che non rientrano tra quelle beneficiarie della finanziaria regionale.

Questi fatti hanno portato a galla un aspetto della società che un anno fa è diventata un istituto di credito riconosciuto dalla Banca d’Italia: la debolezza dei controlli interni, al punto che, dopo le verifiche degli ispettori, che hanno acquisito una mole enorme di documenti e chiesto una relazione dettagliata, Palazzo Koch sarebbe pronta a sospendere la licenza bancaria di Finpiemonte nell’attesa di miglioramenti effettivi. Per questo ieri il cda ha stabilito alcune misure per innalzare il livello dei controlli e la qualità del management. Tra le prime decisioni assunte c’è la ricerca di risorse esterne con esperienza nel settore bancario, figure assenti in galleria San Federico. Nessuna testa salterà al momento, anzi l’indagine interna ha accertato l’estraneità della direttrice generale Maria Cristina Perlo.

Su altre responsabilità farà luce la procura di Torino con l’ausilio della Guardia di finanza. Nell’attesa che l’inchiesta sia chiusa, Finpiemonte ha intenzione di intraprendere alcune azioni legali. Il cda ha valutato l’avvio di una causa contro la Vontobel a cui un mese fa è stata inviata una lettera nell’intento di ricomporre bonariamente la situazione e ottenere la restituzione dei 50 milioni di dollari depositati sui suoi conti, compresi i soldi investiti nel prodotto finanziario, le cui perdite sono di molto diminuite riportando il valore quasi al livello iniziale. C’è poi una seconda partita: il recupero dei 5,5 milioni di euro (forse) “bonificati” alle società vicine a Pio Piccini, l’imprenditore coinvolto nel crac Agile-Eutelia che ha fatto da intermediario dell’ex presidente di Finpiemonte Fabrizio Gatti nell’affare immobiliare di Collegno. Stando a quanto è emerso finora, quei soldi della finanziaria regionale sono finiti alla Gesi di Piccini per ricapitalizzare la Gem, società immobiliare di Gatti a cui il tribunale di Torino ha consentito di avviare un concordato preventivo. A seguire la questione come consulente di Gem c’era proprio Stefano Ambrosini, prima di succedere a Gatti in Finpiemonte.

Il ruolo di Gatti in questa vicenda è ancora un mistero. I tecnici di galleria San Federico hanno appurato alcuni aspetti: è stato lui a trovare la banca svizzera ed è stato lui a entrare in contatto con il faccendiere. Difficile, allo stato delle cose, stabilire se sia stato lui a manovrare le operazioni successive oppure se, come lasciano intendere alcuni, possa essere stato vittima di un raggiro. Pur avendo chiesto, tramite il suo legale, Luigi Chiappero, di essere sentito dagli inquirenti, al momento Gatti non sarebbe ancora stato interrogato.(lo spiffero.com)

Una gola profonda ha denunciato Ernst & Young per aver ‘coperto’ una società di Dubai che ha spacciato 5 tonnellate d’oro per argento

  • Un whistleblower di Ernst & Young (E&Y) sostiene che il suo ex datore di lavoro sia colpevole di aver insabbiato informazioni sul riciclaggio di denaro e altri illeciti nel suo audit su una società di Dubai specializzata nella raffinazione dell’oro
  • Amjad Rihan ha fatto causa a E&Y accusando il suo ex datore di lavoro di aver continuato a lavorare con il gruppo aziendale Kaloti dopo le sue rivelazioni, avvenute nel 2014
  • In base ai documenti sottoposti alla corte di cassazione Kaloti è accusato di aver verniciato lingotti d’oro con una mano di argento per evitare le restrizioni sulle esportazioni del metallo prezioso, nonché di aver fatto affari con organizzazioni che secondo le autorità statunitensi fungono da copertura per gruppi terroristici e di criminalità organizzata
  • E&Y e il gruppo Kaloti hanno negato di aver commesso qualunque atto illecito.

LONDRA – Ernst & Young (E&Y) – una delle Big Four, le quattro società di consulenza più importanti del mondo – è stata accusata di aver tenuto comportamenti “illeciti, non professionali e contraria all’etica” in relazione all’audit che ha svolto su una società di Dubai, specializzata nella raffinazione dell’oro, accusata di riciclaggio di denaro e di aver comprato oro da zone di conflitto.

Le accuse sono state formulate all’interno di documenti, dei quali è venuto a conoscenza il noto quotidiano inglese Guardian, sottoposti alla Corte di Cassazione dagli avvocati che rappresentano Amjad Rihan, ex partner di E&Y divenuto whistleblower nel 2014, rivelando il presunto scandalo.

Un portavoce di E&Y ha detto al Guardian: “Siamo a conoscenza della causa legale e neghiamo qualunque addebito al riguardo. Abbiamo intenzione di difenderci con forza da qualunque accusa sporta nei confronti di E&Y.”

Kaloti non ha risposto immediatamente alla richiesta di un commento.

Rihan era a capo del team di E&Y che ha sottoposto a un audit il gruppo di Dubai Kaloti, player di primo piano del settore della raffinazione dell’oro. L’audit era richiesto per dimostrare che l’approvvigionamento del metallo prezioso lavorato da Kaloti avvenisse in modo responsabile, in modo che il gruppo soddisfacesse i requisiti del Dubai Multi Commodities Centre (DMCC) e della London Bullion Market Association.

Rihan, che è stato licenziato da E&Y dopo aver formulato l’accusa, adesso sta facendo causa al suo ex datore di lavoro. E&Y e Kaloti hanno sempre negato di aver commesso qualunque atto illecito.

In base ai documenti sottoposti alla corte, l’audit avrebbe rivelato che Kaloti aveva importato dal Marocco cinque tonnellate di lingotti d’oro che erano stati verniciati con una mano di argento, per evitare le restrizioni all’esportazione di oro imposte dal Marocco, e che transazioni in contanti per un totale di oltre 5 miliardi di dollari realizzate dal gruppo non erano state dichiarate alle autorità di Dubai.

L’accusa sostiene che circa 57 tonnellate di oro siano state importate dal Sudan senza aver effettuato alcuna due diligence per stabilire se provenissero da una zona di conflitto, e che Kaloti abbia fatto affari con diverse organizzazioni inserite negli elenchi delle autorità statunitensi in quanto fungerebbero da copertura per gruppi terroristici e di criminalità organizzata.

Leggi anche: Il miraggio dell’oro africano: grandi guadagni, grandissimi rischi

Sempre secondo i documenti processuali, quando Rihan disse ai suoi superiori di E&Y che Kaloti non aveva passato l’audit questi avrebbero “minato attivamente la sua autorità (anche escludendolo dall’audit) e l’avrebbero ostracizzato all’interno di E&Y, trattandolo come un piantagrane.”

Rihan sarebbe stato sottoposto a “pressioni irragionevoli” perché tornasse a Dubai, malgrado esistessero “prove credibili del fatto che le autorità di Dubai e/o altre autorità della regione compissero gravi rappresaglie nei confronti delle persone che le criticavano o ne danneggiavano in altro modo gli interessi”.

Leggi anche: Lotta alla corruzione: cosa rischiano i whistleblower italiani che denunciano irregolarità?

Alcuni senior manager di E&Y avrebbero successivamente aiutato Kaloti a riscrivere il report sulla compliance richiesto dalla DMCC “in modo tale da insabbiare, nascondere o distorcere i risultati emersi dall’audit”. Le informazioni presuntamente eliminate dal report comprendevano tutti i riferimenti a lingotti d’oro verniciati con una mano d’argento, al valore delle transazioni in contanti e agli affari fatti con il coinvolgimento di Sudan, Repubblica democratica del Congo e Iran.

Gli avvocati di Rihan hanno detto che E&Y “non ha riportato, come di dovere, informazioni basate sulla certezza o sul sospetto che Kaloti e/o alcuni dei suoi fornitori fossero coinvolti in attività di riciclaggio di denaro”. Hanno sostenuto che E&Y abbia violato il Bribery Act, la legge anticorruzione, perché ha mantenuto Kaloti tra i suoi clienti ed è rimasta in buoni rapporti con le autorità di Dubai.

Camilla Hodgson, Business Insider UK

Tasse e pressione fiscale: cosa è cambiato in 18 anni di promesse elettorali

di Milena Gabanelli ed Enrico Marro dataroomcorriere.it

Via le aliquote Irpef; niente più Irap; basta con le tasse universitarie; taglio del cuneo fiscale; abolizione del canone Rai; stop al bollo auto; nessun prelievo su successioni, donazioni e nemmeno su case di lusso, ville e castelli. E chi più ne ha più ne metta. Se c’è un campo dove i partiti non conoscono limiti nelle promesse elettorali è quello del fisco. Ma quanto c’è di credibile in esse e quanto di propaganda? Un punto di partenza può essere il confronto con le precedenti consultazioni politiche. Almeno dal 2001, ogni campagna elettorale è stata dominata dalla promessa di tagliare le tasse. Ma com’è andata effettivamente? Proveremo a rispondere a questa domanda più avanti. Prima cerchiamo di inquadrare l’argomento.

Meno tasse o più servizi?

In materia ci sono due scuole di pensiero. La prima dice che tutti vogliamo pagare meno tasse. La seconda che non chiederemmo pagare meno se in cambio ottenessimo servizi adeguati. «Le tasse sono una cosa bellissima, un modo civilissimo di contribuire tutti insieme a beni indispensabili quali istruzione, sicurezza, ambiente e salute», disse nel 2007 l’allora ministro dell’Economia Tommaso Padoa-Schioppa, prima di essere coperto di improperi sulla rete e non solo. Del resto, questa seconda scuola di pensiero implica una pubblica amministrazione efficiente, che ci siano meno corruzione, meno sprechi, più senso civico, eccetera, eccetera. Forse per questo viene più facile aderire alla prima scuola. Solo che se si pagano meno tasse possono succedere due cose:

1) La prima è l’aumento del deficit e del debito pubblico, se insieme alle tasse non si taglia anche la spesa dello Stato. Ma c’è chi sostiene che l’aumento del deficit sarebbe solo temporaneo, perché poi con la crescita dell’economia spinta dal calo delle tasse le entrate sarebbe maggiori di prima. Perfino Berlusconi, che propone la flat tax, cioè un’aliquota unica Irpef del 23% al posto delle 5 attuali (dal 23 al 43% dell’imponibile) ammette: «Il primo anno ci saranno entrate minori per circa 30 miliardi». Ma subito aggiunge: «Andremo a prendere questi soldi, almeno 40 miliardi, dalla non elusione e dalla mancata evasione». Alla fine, appunto, lo Stato ci guadagnerebbe pure. Ma l’Italia, che ha il secondo debito pubblico in Europa, pari a circa il 132% del prodotto interno lordo, può permettersi di scommettere e di sfidare su questo terreno i mercati sui quali deve collocare ogni anno circa 400 miliardi di titoli pubblici?

2)La seconda cosa che può capitare abbattendo le tasse è che insieme bisogna abbattere le spese, per evitare appunto che il deficit esploda. Ma questo implica scelte difficili. Cosa si taglia? I dipendenti pubblici, le pensioni, la sanità, la scuola, la difesa? I partiti si guardano bene dallo scendere nei dettagli. Più genericamente prometto la lotta agli sprechi…

E poi c’è l’evasione

Ma una discussione sul fisco non sarebbe completa senza affrontare il tema dell’evasione. Per carità, c’è in tutti i Paesi, ma in Italia è più alta. L’evasione fiscale e contributiva sottrae, secondo le stime del governo, circa 108 miliardi ogni anno alle casse dello Stato (pagina 12, tabella 1.C:1). Se tutti pagassero il dovuto, ciascuno pagherebbe meno. Lo abbiamo visto, per esempio, col canone Rai. Quando il governo Renzi ha spostato il tributo, che prima gli utenti dovevano adempiere spontaneamente, nella bolletta elettrica, con una sorta di prelievo alla fonte, ci sono stati 5,6 milioni di abbonati in più per un maggior gettito di oltre 500 milioni, nonostante l’importo del canone fosse stato ridotto da 113,5 a 100 euro. In generale, minore è l’evasione minori sono le probabilità che chi fa il proprio dovere paghi anche al posto di chi fa il furbo. I tecnici spiegano così che un conto è la pressione fiscale «ufficiale», che è pari a circa il 43% del Pil, un altro la pressione fiscale «effettiva», cioè calcolata al netto dell’economia sommersa che le tasse non le paga per definizione. Si arriva per quest’ultima a quasi il 50%. Per forza, chi paga non ne può più e vorrebbe pagare meno.

Il fenomeno è antico. Lo aveva denunciato l’allora governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi, già nel 2007: il livello della pressione fiscale italiana «è più alto della media europea». «A causa del peso dell’evasione — aveva spiegato nelle Considerazioni finali — la differenza tra l’Italia e il resto d’ Europa è maggiore se si guarda al prelievo sui contribuenti fiscalmente onesti». Insomma, paghiamo troppe tasse anche perché da noi si evade di più. Ma c’è chi non è d’accordo e sostiene che non bisogna scambiare le cause con gli effetti e che quindi è tutta colpa dello Stato che in Italia chiede troppo costringendo i contribuenti ad evadere. Ma è proprio così? Secondo l’ultimo rapporto Ocse, l’Italia è al sesto posto nella classifica della pressione fiscale in rapporto al Pil, col 42,9%. Al primo posto c’è la Danimarca col 45,94%, davanti a Francia (45,27%), Belgio (44,18%) e Finlandia e Svezia, entrambe al 44,1%. Eppure in questi Paesi l’evasione fiscale è più bassa che da noi.

Berlusconi e il contratto con gli italiani

È almeno dal 2001 che il taglio delle tasse domina tutte le campagne elettorali. La svolta la imprime Silvio Berlusconi con il famoso «Contratto con gli italiani», firmato l’8 maggio di quell’anno, cinque giorni prima delle elezioni, durante la trasmissione tv Porta a Porta, ospite di Bruno Vespa. Il primo punto del contratto era l’«abbattimento della pressione fiscale: con l’esenzione totale dei redditi fino a 22 milioni di lire annui; con la riduzione al 23% per i redditi fino a 200 milioni di lire annui; con la riduzione al 33% per i redditi sopra i 200 milioni di lire annui; con l’abolizione della tassa di successione e della tassa sulle donazioni». Le due aliquote non furono introdotte, la riforma ne previde infatti quattro (dal 23 al 43%) e le tasse sulle successioni e sulle donazioni vennero cancellate solo per i redditi oltre i 350 milioni di lire. La pressione fiscale era, secondo i dati consultabili sul sito Istat, del 40,1% del Pil nel 2001 (Berlusconi governa dall’11 giugno) e del 40,2% nel 2006 (il Cavaliere lascia il 17 maggio). In mezzo l’anno migliore è stato il 2005, con il 39,1%.

Prodi e la pressione fiscale che sale

Il 9-10 aprile 2006 si vota e a Palazzo Chigi va Romano Prodi alla guida di un governo di centrosinistra (dal 17 maggio 2006 al 6 maggio 2008). In due anni la pressione fiscale sale di un punto, arrivando nel 2008 al 41,3% del Pil. Eppure il governo Prodi aveva adempiuto alla principale promessa fatta nella campagna elettorale del 2006: il taglio del cuneo fiscale. La riduzione fu di 5 punti, di cui tre a favore delle imprese e due dei lavoratori con una mini riforma dell’Irpef. L’intervento costò 7,5 miliardi, se ne accorsero più le imprese (con evidente soddisfazione dell’allora presidente della Confindustria, Luca di Montezemolo) che le famiglie, anche perché le entrate locali (dalle addizionali Irpef alle tasse sui rifiuti) videro un picco di aumento del 9,3% nel 2007.

Il governo dell’Ulivo, inoltre, abbassò dal 33 al 27,5% l’Ires e dal 4,25 al 3,9% l’aliquota Irap, entrambe imposte a carico delle aziende e introdusse un prelievo agevolato forfettario del 20% per le partite Iva con un giro d’affari sotto i 30 mila euro l’anno. Un contributo all’aumento della pressione fiscale sotto l’esecutivo Prodi venne dall’azione di contrasto dell’evasione fiscale promossa dal vice ministro dell’Economia Vincenzo Visco e, soprattutto, dal primo anno di recessione dopo la crisi partita dagli Stati Uniti. Il Pil scese dell’1,1%, abbassando il denominatore del rapporto della pressione fiscale.

Torna Berlusconi

Alle elezioni politiche anticipate del 2008 vince ancora il centrodestra e Berlusconi governa di nuovo dall’8 maggio 2008 al 16 novembre 2011. Questa volta il Cavaliere in campagna elettorale promette: il quoziente familiare sul modello francese per far pagare meno tasse alle famiglie numerose e monoreddito; l’aliquota massima Irpef al 33%; il federalismo fiscale «che non comporterà un aumento delle imposte, ma una loro riduzione»; stop ai condoni; abolizione dell’Ici sulla casa. Sintetizza il tutto, dicendo che vuole far «scendere la pressione fiscale sotto il 40%». Invece, nei due anni e mezzo del suo quarto governo il livello delle tasse rispetto al prodotto interno lordo rimane assolutamente stabile, chiudendo il 2011 al 41,6%, ma va dato atto a Berlusconi che ciò avviene nonostante il Pil tocchi il massimo della recessione nel 2009 con un –5,5%.

Rispetto alle misure promesse, viene varato solo il federalismo fiscale, ma le imposte locali continuano a salire (+ 3,7% nel 2010 e + 3,2% nel 2011) e la soppressione dell’Ici sulla prima casa. Quanto ai condoni, Berlusconi fa il contrario di quanto promesso, varando un nuovo scudo fiscale, dopo quelli che aveva già lanciato nel 2001 e nel 2003. Saranno 180 mila gli evasori che utilizzeranno nel 2009-10 la sanatoria per regolarizzare 104,5 miliardi di euro nascosti all’estero al modico «prezzo» di 5,6 miliardi che entreranno nelle casse del Fisco. Comunque di più dello scudo 2001-3 che aveva portato alla luce 77 miliardi per un gettito di un paio di miliardi. Ma questa volta il «successo» dell’operazione è agevolato dal fatto che all’evasore è garantito non solo l’anonimato ma anche la non punibilità di reati come la dichiarazione omessa o fraudolenta e il falso in bilancio.

Poi, nell’estate del 2011, tutto precipita. Con lo spread ai massimi storici, il governo del Cavaliere, è costretto a varare due manovre estive «lacrime e sangue»: legge 111 e legge 148 per un valore cumulato fino al 2014 di circa 145 miliardi, dei quali quasi un centinaio ottenuti con maggiori entrate. Le stangate pongono le basi per un’azione di inasprimento della pressione fiscale. Tra l’altro arriva l’aumento dell’Iva al 21%, delle accise, dell’imposta di bollo sui depositi e le attività finanziarie e debuttano le famigerate «clausole di salvaguardia» (altri aumenti dell’Iva programmati per gli anni successivi).

Monti per salvare il salvabile

La pressione fiscale raggiunge il massimo storico nel 2013 col 43,6% del Pil. La responsabilità non è tutta del governo presieduto da Mario Monti (dal 16 novembre 2011 al 28 aprile 2013), che eredita le maxi manovre del governo Berlusconi e vi aggiunge le sue. In particolare il decreto Salva Italia (63 miliardi nel triennio 2012-14, di cui 51 dal lato delle entrate). Ma almeno l’economista della Bocconi non aveva fatto promesse in senso contrario (del resto non era passato per una campagna elettorale), anzi fu chiaro a tutti che era stato chiamato al governo in un momento di emergenza per salvare il Paese dal rischio bancarotta. Purtroppo ciò avvenne, come da brutta abitudine, prevalentemente dal lato delle entrate. Monti, tra l’altro, introdusse l’Imu al posto dell’Ici, che comportò il pagamento dell’imposta anche sulla prima casa (prima esente) e prelievo maggiore sulle altre case e sui terreni. (Per il dettaglio delle manovre adottate dal 2008 al 2013 ,si vedano le tavole 5.4a e 5.4b di pagina 205-206 del rapporto Istat).

Bersani promette, ma governa Letta

Dopo le ultime elezioni, quelle del febbraio 2013, la legislatura che si è appena conclusa vedrà governare il centrosinistra, prima con Enrico Letta, poi con Matteo Renzi, infine con Paolo Gentiloni. Eppure la campagna elettorale di questo schieramento l’aveva guidata l’allora segretario del Pd, Pierluigi Bersani. Che aveva promesso: di abbassare dal 23 al 20% la prima aliquota Irpef; di tagliare il cuneo fiscale per chi assume e, tanto per cambiare, di ridurre la pressione fiscale e «mai più condoni». Solo che a governare non è stato lui. Ha cominciato Enrico Letta ma ha governato solo dieci mesi (dal 28 aprile 2013 al 22 febbraio 2014); sicuramente il premier più vicino a Bersani, visto che era vicesegretario del Pd e quindi aveva condiviso il programma elettorale del partito. Letta vara un complicato sistema di taglio del cuneo fiscale attraverso le detrazioni sui redditi da lavoro fino a 32 mila euro, ma se ne accorgono in pochi, visto che lo sconto arriva al massimo al 18,5 euro al mese (225 euro l’anno). Il governo, sostenuto in una prima fase anche da Berlusconi (fino a novembre), cancella anche l’Imu e la sostituisce con la Tasi, che con modalità diverse, si paga anche sulla prima casa.

Renzi e poi Gentiloni, la pressione fiscale scende

Dal 22 febbraio 2014 tocca a Matteo Renzi, che durante la campagna elettorale era solo il sindaco di Firenze. E che quando arriva a Palazzo Chigi porta le sue idee. Governa fino al 12 dicembre 2016. In quasi due anni e dieci mesi di attività, mette 80 euro netti in busta paga a chi guadagna fino a 26 mila euro lordi (un aumento di spesa, secondo le regole di contabilità, una riduzione delle tasse secondo il premier) per un costo di 10 miliardi l’anno, elimina il costo del lavoro dalla base imponibile dell’Irap (6,5 miliardi), riduce l’Ires dal 27,5 al 24% (3 miliardi), cancella la Tasi sulla prima casa, vara il superammortamento sugli investimenti delle imprese. La pressione fiscale, complice anche la ripresa del Pil, scende dal 43,6% del Pil registrato nel 2013 al 42,6% nel 2017, secondo le ultime stime (al 42% se si considerano anche gli 80 euro come un alleggerimento delle tasse).

Al risultato ha partecipato il governo Gentiloni, in carica dal 12 dicembre 2016. Anche questa volta, però, nessuna svolta sulla lotta all’evasione e nuove sanatorie. Arriva la «rottamazione» delle cartelle Equitalia, che secondo la relazione tecnica al decreto fiscale 148 del 2017, porterà 6,2 miliardi di gettito nel 2017 (vedi pagina 44-45). La sanatoria è andata così bene (1,1 miliardi in più del previsto il primo anno, compresi anche 400 milioni dalla rottamazione delle liti fiscali pendenti) che il governo Gentiloni vara una rottamazione bis per rendere sanabili le cartelle fino al 30 settembre 2017: gettito atteso nel 2018-18 un miliardo 345 milioni.

Renzi approva anche la voluntary disclosure (legge 186 del 2014), ancora a favore di chi ha nascosto i capitali all’estero. Sono state 129.620 domande di adesione, per un’emersione totale di quasi 65 miliardi di euro e un gettito di circa 4,3 miliardi, contro i 3,8 previsti (slide 21). Pure questo un successo (tanto che pure in questo caso il governo decide il bis), anche se va detto che la voluntary non è come lo scudo, che garantiva l’anonimato. Ora l’Agenzia delle entrate sa chi aveva nascosto i capitali all’estero, quanto e dove e quindi c’è un’emersione di base imponibile anche per i prossimi anni.

Le domande senza risposta

Nessun governo ha fatto una profonda riforma dell’Irpef, che continua a tartassare i redditi medio alti, specialmente dipendenti e pensionati con la ritenuta alla fonte. Basti pensare che solo il 12% dei contribuenti Irpef dichiara più di 35 mila euro lordi all’anno (cioè almeno 2.100 euro netti al mese) ma versa il 54% dell’imposta, mentre il 45% dei contribuenti dichiara meno di 15 mila euro lordi (cioè meno di 1.100 euro netti) e paga solo il 5% dell’imposta. Ma c’è soprattutto la fascia di contribuenti con un reddito superiore a 100 mila euro lordi, circa 52 mila netti, che rappresenta appena l’1% del totale (440 mila persone), ma versa all’erario il 17,22% del totale dell’Irpef.

Qualcosa non funziona, è chiaro. Chi non vuole o non può evadere paga troppe tasse, su questo non c’è dubbio, e spesso si tratta di contribuenti che ricchi non sono, anche se figurano come tali per il fisco, mentre i ricchi veri spesso trovano tutti i mezzi per evadere ed eludere. Finora, l’unico modo in cui tutti i governi, di qualsiasi colore, sono intervenuti è il condono, mascherato con nomi diversi, ma di questo si tratta: andare da chi ha fatto i propri comodi a chiedergli di restituire, con tanto di ringraziamenti (niente sanzioni e interessi, per carità) una parte del bottino. Forse è una strada realistica: meglio recuperare qualcosa che nulla. Ma non può essere l’unica. Di questo però non si parla seriamente mentre tutti partiti preferiscono fare a gara a chi promette meno tasse. Ma a spese di chi?

VIDEO :

http://www.corriere.it/dataroom-milena-gabanelli/tasse-pressione-fiscale-cosa-cambiato-18-anni-promesse-elettorali/de8b6bba-02b5-11e8-b05c-ecfd90fad4de-va.shtml

Intervista a Lucia Bosè, un vita dipinta di blu tra angeli e artisti. Grazie all’esempio di San Francesco sono felice

Ho sofferto la fame, ho toccato con mano la miseria. Il dolore più grande della mia vita è stato quando ho perso mia nipote Bimba.

 

Intervista a Lucia Bosè, un vita dipinta di blu tra angeli e artisti. Grazie all'esempio di San Francesco sono felice

Credit Foto – elespanol.com

Ha ipnotici capelli blu, la voce un po’ graffiata da qualche sigaretta, e un’esplicita cadenza madrilena. Lucia Bosè, l’italiana più famosa di Spagna, ama in maniera folle gli angeli scolpiti dagli allievi di Gian Lorenzo Bernini che ornano il ponte capitolino di Castel Sant’Angelo. «È come se si muovessero, ci faccia caso». E un po’ è vero. Fiera ed eterea, aristocratica, ma di umili origini, la grande attrice del cinema italiano a ottantasette anni appena compiuti si racconta con la semplicità comune soltanto ai grandi che hanno animato il Novecento. «Dobbiamo partire proprio dall’inizio? Non vorrei che i ricordi si fossero un po’ offuscati. Spero almeno mi dia una mano a riportarli a galla».

Non credo ce ne sia bisogno, ma ci provo volentieri. Cominciamo dalla bellissima commessa della pasticceria Galli di Milano, che nel 1947 incantò Luchino Visconti?

Questo me lo ricordo, e anche molto bene! Luchino Visconti entrò da Galli per acquistare una confezione di marron glacé. Mi guardò attentamente e disse: «Lei farà del cinema, ha un viso molto interessate». Era accompagnato da Giorgio de Lullo che aggiunse: «Ha idea di chi sia quest’uomo, signorina?».

E lei non lo sapeva, giusto?

Certo che no! Ero una ragazza di sedici anni. Non avevo mai sentito parlare di Visconti. Anzi, le confesso che ho pensato fosse addirittura uno squilibrato. 

E poi cosa avvenne?

Cinque mesi più tardi vinsi il titolo di Miss Italia, e Dino Risi mi scelse per un cortometraggio sulle Cinque giornate di Milano.

E Visconti uscì di scena?

No. Visconti nel frattempo da Milano andò a Roma e consigliò a Giuseppe De Santis di provinarmi per il ruolo di Lucia nel film Non c’è pace tra gli ulivi del 1950, visto che Silvana Mangano dovette rinunciare alla parte perché era incinta. Arrivai a Roma, confusa e perplessa, accompagnata da mia madre. Ricordo una fila interminabile di aspiranti attrici in lizza, ma alla fine, con mio estremo stupore, fu io a spuntarla.

Si rese conto che la sua vita stava cambiando?

No. Per niente. Non capivo nulla. Non sapevo niente. Non avrei mai pensato di fare del cinema. Ma il desino mi ha tirato questo meraviglioso scherzetto.

Com’era quel mondo del cinema?

Comincio col dirle che io non sono mai stata molestata. Mi hanno sempre rispettata. Detto ciò, il mondo del cinema ha subìto un drastico stravolgimento. È sempre più simile a un’industria. Il regista, per esempio, a breve non dirigerà più gli attori, ma sarà sempre più altrove, in balìa di mille monitor a pensare già al prodotto finito.

Lei ha avuto il privilegio di lavorare con i più grandi, con gli irripetibili che hanno contribuito a scrivere la storia della cinematografia mondiale.

Erano dei geni, avevano talento e cuore, e interagivano costantemente con gli attori creando un rassicurante rapporto umano.

Ha rimpianti?

No, perché ho messo al primo posto sempre la famiglia, prima ancora del lavoro. Mi sono salvata con questa scelta. Non ho rimpianti perché ho avuto tutto quel che ho sognato. Però mi sarebbe piaciuto fare teatro con Luchino Visconti, ma la tbc mi aveva procurato qualche fastidio a un polmone. I medici me lo proibirono perché non potevo affaticarmi più di tanto.

Com’era Visconti?

Luchino era un uomo straordinario, un vero signore. Non si può dire niente di brutto su di lui. Ha insegnato qualcosa a chiunque abbia avuto il privilegio di avvicinarlo.

A un certo punto, nella sua vita professionale piombò Michelangelo Antonioni.

Ero a pranzo a casa di Luchino Visconti. Si presentò Antonioni alla disperata ricerca di un’attrice per il suo Cronaca di un amore. Luchino gli suggerì di prendere me. Michelangelo era scettico, mi considerava giovane e acerba per il ruolo di una trentacinquenne elegante e borghese, ma decise di farmi un provino che superai alla grande. Su quel set, per la prima volta, mi sentii bellissima; indossavo vestiti meravigliosi e cappelli strepitosi simili a quelli di Gala, la moglie di Salvador Dalì.

Cronaca di un amore è passato alla storia anche come Cronaca di uno schiaffone. 

È  vero, sì! Michelangelo sul set era molto severo, a tratti terribile. Ricordo che durante le riprese, nel bel mezzo di una giornata storta, Citto Maselli, che faceva l’aiuto regista, iniziò a dire sciocchezze per stemperare la tensione che si respirava. Dopo quaranta ciak, visibilmente stanca, sovrastata da un enorme cappello con veletta, mi scappò da ridere. Non lo avessi mai fatto, Michelangelo si avvicinò furioso e mi mollò uno schiaffo. La sala si svuotò, scapparono tutti. Il produttore temeva la mia fuga dal set. Io, invece, non ho fatto i capricci. Consapevole di non esser stata un’attrice, mi sono ricomposta e, senza far la sciocchina, ho chiesto di riprendere da dove avevamo bruscamente interrotto. La scena riuscì, finalmente.

Quando si parla con lei, non si può non menzionare Pablo Picasso.

Ah, Pablo. Un personaggio importantissimo nella mia vita. Tenne a battesimo mio figlio Miguel. È stato un grande amico. Non dimenticherò mai il suo Essere e le sue uscite insolite e bizzarre.


Ce ne racconta qualcuna? 

Certo. Quando andavo a cena da lui mi faceva mangiare sempre uova di rondine. Diceva che avevano 200 anni e che se li era fatti mandare dalla Cina perché erano una sorta di elisir di lunga-vita. E forse era vero, ho ottantasette anni e non ho ancora avuto un malanno. Pablo aveva un rapporto speciale con le rondini, era molto divertente. Amava anche cucinare. Preparava spesso la “minestra igienica”, fatta con cereali e frumento. A volte però era immangiabile, e mi permetteva di correggerla con del formaggio grattugiato.

Cosa vive del suo amico Picasso in lei?

Lo ascoltavo con ammirazione. Raccontava sempre cose interessanti, belle, poetiche, stimolanti. Ho fatto tesoro di una cosa che amava ripetere: «Se non sei creativo non sei nulla nella vita»- Ed è vero, la creatività è il carburante che ci spinge ad andare sempre più avanti.

A proposito di creatività. Picasso realizzò per lei dei piatti con degli angeli.

Le creature celesti sono la sua più grande ossessione.

Sono convinta che l’uomo non “discenda” dalla scimmia, ma dagli angeli. Credo da sempre nella presenza-amica degli angeli custodi perché sono il principio di tutto; ci proteggono, vivono al nostro fianco, ci osservano, e se chiediamo il loro aiuto intervengono subito. Essendo italiana, inoltre, non posso non ricordare la presenza degli angeli in molte opere del nostro patrimonio artistico, come il diciannovesimo affresco attribuito a Giotto delle Storie di San Francesco della Basilica superiore di Assisi.

A un certo punto della sua vita ha deciso di rinvigorire la figura dell’angelo, di renderla più contemporanea, dedicandogli un museo.

La folgorazione di aprire un museo dedicato a queste magnifiche creature mi venne proprio a Roma, sul Ponte di Castel Sant’Angelo. Quando vidi per la prima volta queste statue maestose e imponenti, decisi che un giorno avrei fatto qualcosa per loro. Ho realizzato il mio sogno qualche anno più tardi, acquistando una fabbrica abbandonata a Turégano (vicino Segovia, a nord di Madrid) che ho trasformato in museo. Le opere esposte sono state realizzate da molti pittori famosi. Trascorro molto tempo con quegli angeli. Rido con loro, piango con loro, canto per loro. Condivido con quelle creature d’arte contemporanea tutte le mie emozioni.

Ha conosciuto molti angeli nella sua vita?

Sì. Oltre a Luchino Visconti e a Pablo Picasso, anche Ernest Hemingway che ispirò molte sue storie alle leggendarie gesta nelle arene spagnole del torero.

Il torero è il suo ex marito Dominguin? Non è stato proprio un angelo.

Più diavoletto che angioletto. Non potrei neppure paragonarlo a Lucifero ché ci ha portato la luce. Tutti lo considerano un angelo cattivo, ma Lucifero in realtà ci ha insegnato riconoscere il bene dal male. Ho sposato Dominguin nel 1955, e dalla nostra unione sono nati tre figli. Sapevo della sua nomea di rubacuori-farfallone, ma speravo che cambiasse. Ciò non è mai avvenuto. Ho trascorso anche momenti felici, indubbiamente, ma ho sofferto molto, mi creda; e non perché non voleva che recitassi – al punto da farmi interrompere la carriera per fare la moglie e la madre – ma perché i tradimenti erano all’ordine del giorno. Ho sopportato fino a quando ho potuto, ma poi nel 1967, stanca delle troppe infedeltà, dopo dodici anni di matrimonio, ho detto basta, e ho deciso di divorziare. Non ho voluto risposarmi. Qualche anno più tardi mi sono legata a un’altra persona. Ecco, quello è stato vero amore.

Tutto passa dalla sofferenza?

Il dolore fortifica. Ci insegna a essere felici.

Lo scorso anno ha perso sua nipote Bimba, una modella molto famosa, a causa di un cancro al seno.

Quello è stato il dolore più grande della mia vita. Non avevo ancora affrontato l’argomento con la stampa, lo faccio oggi per la prima volta. È una sofferenza lancinante, una ferita ancora aperta per tutti noi. Mi consolo, però, quando penso a lei, felice e serena, in un altro luogo, finalmente lontana da tutto il dolore che le ha riservato l’esperienza terrena.

Il suo equilibrio da cos’altro ha origine?

La mia generazione ha fatto i conti con la guerra. Io ho sofferto la fame, ho toccato con mano la miseria, il freddo. Non potrei mai dimenticarmi di quel passato, di quando desideravo fortemente un pezzo di pane da mordere, ma il pane non c’era. Mio padre era un contadino che vendeva il latte nella Milano degli anni prima della guerra. Io andavo a scuola a piedi perché anche il tram era un lusso. Non posso farmi tentare dal materialismo sciocco che impera in questi ultimi anni.
 Francesco d’Assisi ha vissuto una vita serena e felice perché ha avuto il coraggio di spogliarsi di tutti i suoi beni materiali per abbracciare la natura la vicinanza al prossimo. Ecco, ho imparato anche grazie a lui a essere felice perché ci ha lasciato un grande insegnamento: se non rispettiamo il creato non saremo mai in grado di rispettare gli altri e soprattutto noi stessi.

Lei è un’attenta e iperbolica ragazza di ottantasette anni. Osserva mai i ragazzini in strada?

Mi piace molto questa definizione! Sì, mi succede spesso. Che gran confusione questo mondo! Vedo i ragazzini immersi totalmente nei loro telefoni e nei loro tablet, mentre il mondo scorre via. Dovremmo forse iniziare tutti a parlare loro del nutrimento da dare all’anima che abita i corpi. Un po’ come fanno Papa Francesco e il Dalai Lama. Due figure che ammiro tantissimo per la preziosa missione che svolgono.

Lei è credente?

Sono nata cristiana e vivo da cristiana. Ho conosciuto tanti personaggi illustri, ma avrei tanto voluto conoscere Gesù per bombardarlo di domande. Lui era un vero rivoluzionario. Non ci sarà mai più nessuno come lui, purtroppo.

Bene, signora Bosè, ha praticamente ricordato tutto con grande lucidità. 

Ma il merito è tutto suo, ma forse anche delle uova di rondine che mi ha fatto mangiare Pablo Picasso. Sono sicura che quell’insolita cura mi permetterà di arrivare a centocinque anni. Anche se non vorrei andare oltre. 

Perché? 

Ma perché tutto quel che vedo comincia a spaventarmi. Non ho mai avuto paura, ho affrontato sempre la vita a testa alta, ma oggi mi ritrovo con un po’ di malinconica in più a riflettere su questa società sempre più dominata dall’odio e dalla violenza tra simili. 

Sì, ma non può soccombere.

Certo che no. Sono italiana, capace di oltrepassare qualunque ostacolo e sopravvivere ai momenti duri. Continuerò a guardare al futuro in maniera creativa. Le svelo un segreto: ho ancora intatto lo spirito di quella ragazza ingenua, piena di sogni e illusioni che vendeva marron glacé a Milano nel 1947. Ma se dovessi andarmene prima dei centocinque anni, sarò felice perché andrò in un posto più bello di questo, che ha già accolto tutti i miei angeli.
(Domenico Marcella Sanfrancescopatronoditalia.it)

Lo studio di Reuters e Oxford University che ridicolizza i “debunker” della Boldrini

 

Campagne elettorali minacciate da fake news? E’ una Fake news

 

Campagne elettorali minacciate da fake news? Complotti di tenebrose potenze straniere “attestati”, da enigmatici diagrammi sventolati da debunker di regime? Buffonate! Finalmente una ricerca seria – e, sopratutto, basata su dati facilmente verificabili – fa piazza pulita della paranoia e dalla campagna maccartista Boldrini&company che sta comportando l’esclusione dai social di innumerevoli articoli non in riga con la narrazione dominante. Come quelli de l’Antidiplomatico.

 

La ricerca “Measuring the reach of “fake news” and online disinformation in Europe, commissionata dal Reuters Institute for the study of Journalism dell’Università di Oxford analizza il percorso, in Francia e in Italia, di post prodotti da siti “acchiappa-click”, specializzati, cioè, nella diffusione di clamorose quanto inverosimili “notizie” destinate a veicolare un fiume di pubblicità. Secondo la ricerca, questi siti hanno avuto, nel 2017, una davvero bassa copertura media mensile oscillante intorno all’1%; in confronto, siti come Le Figaro, in Francia, e Repubblica, in Italia, hanno avuto, rispettivamente, una copertura media mensile del 22,3% e del 50,9%.
 

Analogo divario confrontando il tempo speso a leggere “notizie” clamorosamente false (diffuse dai 20 più importanti siti acchiappa-click) con notizie, per lo più false, diffuse da blasonati siti main stream: appena 10 milioni di minuti al mese per i primi ; sul solo Le Monde, ogni mese, 178 milioni di minuti; 443 milioni di minuti su La Repubblica. Conclusione della ricerca (che qui potete leggere integralmente in lingua inglese): “le notizie false hanno una portata più limitata di quanto talvolta si presuma”.
 

La ricerca, nonostante sia stata commissionata dalla Reuters (forse, la più importante agenzia giornalistica del mondo), è stata quasi ignorata dai media italiani. E al di di un servizio pubblicato da Dagospia (dal pacato titolo: Avete rotto il cazzo con le fake news: lebufale” raggiungono solo il 3% degli italiani online”) gli articoli a riguardo, finora, sono sostanzialmente due. Il primo è clamorosamente equilibrato, considerato che viene pubblicato da “Il Corriere della Sera”; auguriamo, quindi al coraggioso redattore una sorte migliore di quella toccata al suo collega di Repubblica colpevole di avere infranto un altro dogma. Il secondo articolo – pubblicato dal sito filo PD Giornalettismo – invece, si arrampica sugli specchi per contestare la ricerca: “Il problema, però, è rappresentato dalle interazioni sui social network. Qui le cose cambiano e non poco. Ben otto siti tra i venti presi in considerazione dalla ricerca superano il numero delle interazioni mensili di un sito «certificato» come quello di rainews24.it.” Ma è ovvio che “notizie”, a dir poco, improbabili e certamente clamorose, create solo per raccattare click e pubblicità, spingano innumerevoli sempliciotti a scambiarsele con loro pari su Facebook. Se mai, Giornalettismo avrebbe fatto meglio a chiedersi perché mai il sito rainews24.it (che imbarca legioni di giornalisti capaci di pubblicare “notizie” come questa o questa o questa) raccolga “solo 160.00 interazioni al mese su Facebook”.
 

Ma vuoi vedere che anche la crisi dei quotidiani e dei siti di regime è colpa delle fake news?

 

Francesco Santoianni L’antidiplomatico.it

 

E visto che ci siete, date una occhiata a questo videoclip

https://www.youtube.com/watch?v=6k1e4d8lKTs

Ciriaco De Mita spiegato ai bambini

Compie 90 anni il più longevo dei leader politici italiani: ex presidente del Consiglio, segretario della DC, ministro, europarlamentare e oggi sindaco di un paese vicino Avellino.

(ANSA/GIUSEPPE LAMI)

 

Oggi compie 90 anni Ciriaco De Mita, ex presidente del Consiglio, segretario e poi presidente della Democrazia Cristiana, quattro volte ministro e parlamentare per un’intera generazione. Dopo la morte di uomini politici come Giulio Andreotti, De Mita è rimasto il più illustre e anziano esponente ancora in vita della Prima Repubblica.

Fu lui a dare avvio alla carriera di personaggi che oggi consideriamo “grandi vecchi” della Seconda Repubblica: dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella al padre nobile del moderno centrosinistra, Romano Prodi. Nonostante l’età è ancora attivo in politica: nel 2014 è stato eletto sindaco di Nusco, in provincia di Avellino, la sua città natale. Ha partecipato attivamente alla campagna per il “No” al referendum, riuscendo persino a confrontarsi in un dibattito TV con l’allora presidente del Consiglio Matteo Renzi. Oggi è ancora in grado di dire la sua quando si tratta di formare le liste elettorali della sua regione.

 

La prima Repubblica
De Mita è nato nel 1928 e ha cominciato a fare politica giovanissimo all’interno della Democrazia Cristiana. A 28 anni ne divenne consigliere nazionale e a 35 fu eletto deputato. Continuò a esserlo senza interruzione fino al 2008, cioè dalla quarta fino alla quindicesima legislatura. All’epoca la DC era divisa in correnti: fazioni organizzate che si scontravano e alleavano tra di loro per il controllo del partito. De Mita faceva parte di una delle correnti più di sinistra, che veniva chiamata “Sinistra di base” o “la Base”, favorevole a un’alleanza con i socialisti. Sarà De Mita, venti anni dopo esserci entrato, a portare la Base alla guida della DC. Nel frattempo, ricoprì numerosi incarichi di governo, nella tradizione DC secondo cui anche alle correnti sconfitte nel corso dei congressi spettavano alcuni posti di governo. Dal 1969 al 1973 De Mita fu vicesegretario del partito, all’epoca guidato da Arnaldo Forlani, e negli anni successivi fu più volte ministro: dell’Industria, del Commercio con l’estero e degli Interventi straordinari nel Mezzogiorno.

Nel maggio 1982 De Mita divenne segretario della Democrazia Cristiana. Dopo le elezioni del 1983, quando il partito subì un drastico calo dei consensi, cercò di abolire le correnti interne al partito. Fu in quel periodo che suggerì al governo del repubblicano Giovanni Spadolini di nominare il suo consigliere economico, il professore bolognese Romano Prodi, presidente dell’Istituto per la Ricostruzione Industriale (IRI), che allora era il più grande ente pubblico e in quel momento si trovava in forti difficoltà economiche. Due anni dopo, nel 1984, incaricò Sergio Mattarella di occuparsi della DC in Sicilia per individuare tutti i membri del partito che avevano rapporti con la mafia. De Mita fu poi confermato nel ruolo di segretario fino all’ultimo congresso nazionale, quello del 1989.

Nell’aprile 1988 divenne presidente del Consiglio e fu il secondo segretario della DC a essere contemporaneamente primo ministro (il primo era stato Amintore Fanfani). Furono gli anni di maggior successo politico per De Mita: per un certo periodo fu persino considerato l’uomo più potente d’Italia per via delle sue due importanti cariche, capo del partito più votato e capo del governo.

Quel periodo durò molto poco. Il suo governo era instabile, sostenuto e formato da cinque partiti differenti (il cosiddetto “pentapartito”): democristiani, socialisti, repubblicani, socialdemocratici e liberali. Pochi giorni dopo l’insediamento del governo, Roberto Ruffilli, senatore della DC e consulente di De Mita per le riforme istituzionali, fu ucciso dalle Brigate Rosse. Nel febbraio del 1989, il partito gli chiese di abbandonare la carica di segretario, che fu assunta dal suo rivale Arnaldo Forlani. A maggio, dopo che il leader del Partito Socialista Bettino Craxi aveva mostrato di prenderne sempre più le distanze, si dimise da presidente del Consiglio e il presidente della Repubblica Cossiga diede il mandato a Giulio Andreotti. De Mita non tornò più sulla cresta dell’onda. Nel 1992 lo scandalo Tangentopoli mise fine alla Prima Repubblica, la DC si sciolse e De Mita iniziò una seconda, meno visibile, carriera politica.

La Seconda Repubblica
Attraverso i vari congressi e scissioni che coinvolsero i partiti di centro nati dallo scioglimento della DC, De Mita rimase sempre fedele alla sua storia di uomo di centro vicino alla sinistra. Alla fine, passando per la Margherita, approdò al Partito Democratico, tenendo persino un discorso alla sua assemblea fondativa nel 2007. Ma il suo rapporto col PD fu brevissimo. Nel 2008 si candidò al Senato con l’Unione di Centro: Walter Veltroni, allora segretario del PD, aveva rifiutato di candidarlo perché lo statuto del partito prevedeva un massimo di tre legislature complete per i suoi membri; De Mita aveva allora già 80 anni. La lista prese il 6,8 per cento, dunque meno dell’8 per cento necessario, e De Mita non fu eletto per la prima volta dopo ben undici legislature. Dal 2009 al 2014 riuscì comunque a rimediare un posto da europarlamentare, sempre con l’UDC. Nel 2014, sorprendendo tutti, si candidò e vinse le elezioni a sindaco di Nusco. Negli ultimi anni De Mita si è alleato, scontrato e poi di nuovo alleato con Vincenzo De Luca, presidente della regione Campania e ritenuto uno più potenti politici della regione.

De Mita, in breve
Uno scambio di battute che riguarda De Mita è entrato nella storia della politica italiana. A metà degli anni Ottanta, nel corso di una trasmissione televisiva, Gianni Agnelli, allora presidente di FIAT, definì De Mita «un tipico intellettuale del mezzogiorno, di quella formazione filosofica, di quella tradizione di pensiero tipica della Magna Grecia». Era un modo obliquo di criticare il modo di esprimersi di De Mita: complesso, legalistico e contorto. A questo proposito, il giornalista Giampaolo Pansa ha ricordato di recente un aneddoto che riguarda proprio De Mita: «Nel giugno 1988, quando era da due mesi il presidente del Consiglio, andò a Toronto per un vertice dei capi di governo. Ad un certo punto, gli statisti che lo ascoltavano, per prima la signora Margaret Thatcher, pensarono di aver dei problemi con l’auricolare. Invece era l’interprete di Ciriaco che aveva gettato la spugna, stroncato dalla suprema difficoltà di tradurre in inglese i ragionamenti demitiani». Di fronte alla definizione tutto sommato garbata di Agnelli, Indro Montanelli, che all’epoca era direttore de Il Giornale, scrisse: «Dicono che De Mita sia un intellettuale della Magna Grecia. lo però non capisco cosa c’entri la Grecia».

Anche per via di battute come questa, l’immagine di De Mita è rimasta legata a un modello di gestione del potere tipico della Democrazia Cristiana e della sua classe dirigente del Sud, basata su clientelismo nei propri territori di origine, sul trasformismo e su una generale opacità nel proprio operato. Alcune delle accuse sono ingiuste: soprattutto quelle sul trasformismo, visto che non ha mai cambiato la propria area politica.

De Mita inoltre non è mai stato coinvolto in scandali giudiziari ed è rimasto immune da Tangentopoli, anche se ricevette molte critiche dai giornali per la gestione dei fondi per la ricostruzione dopo il terremoto dell’Irpinia, la sua zona di origine. D’altro canto, però, non ha mai nascosto – e anzi spesso è stato orgoglioso – delle raccomandazioni e delle “spintarelle” che diede ad amici e alleati per entrare in RAI o per essere assunti ad altri incarichi. De Mita ha probabilmente pagato il fatto di essere stato uno degli ultimi grandi notabili della DC, che gestì il potere nella fase finale e decadente della parabola della Prima Repubblica, quando le sue storture erano divenute note e per molti elettori insopportabili.(ilpost.it)

I programmi elettorali in vista del 4 marzo

Cosa dicono di voler fare PD, Liberi e Uguali, la variegata coalizione di centrodestra, il Movimento 5 Stelle e +Europa.

ANSA/ALESSANDRO DI MEO

 

Mancano 29 giorni alle elezioni politiche, sono state presentate le liste, sappiamo dove ci saranno gli scontri elettorali più interessanti e – anche se è tutto molto complicato – sappiamo come si voterà. Cosa votare, naturalmente, lo deciderà ogni elettore: un buon modo per farlo è guardare i programmi elettorali dei diversi partiti candidati, che nonostante siano tra le cose più screditate della politica (le famose “promesse elettorali”) restano gli unici posti dove nero-su-bianco c’è scritto cosa ogni partito o coalizione promette di fare. Naturalmente bisogna leggerli con prudenza: le coalizioni, per esempio, potrebbero tranquillamente essere scombinate dal risultato elettorale. Insomma, se volete un consiglio, prendete i programmi come un “ecco da che parte stiamo” piuttosto che un “ecco cosa faremo”.

Detto questo, abbiamo raccolto di seguito i programmi dei principali partiti e delle principali liste che si presenteranno alle elezioni politiche del 4 marzo. (Ilpost.it)