Finpiemonte aumenta i controlli, tra carte bollate e Bankitalia

 

Dopo lo scandalo denunciato alla procura, la “banchina” regionale corre ai ripari per evitare le sanzioni di Palazzo Koch: riorganizzazione interna e azioni legali per recuperare il denaro sparito in Svizzera.

Una riunione fiume, quattro ore o forse di più, per riassestarsi e rilanciare. Mercoledì nella sede di galleria San Federico si è riunito il consiglio di amministrazione di Finpiemonte: sul tavolo un ordine del giorno importante per la riorganizzazione interna e per alcune iniziative giudiziarie. Tutto conseguenza di quell’ammanco milionario denunciato nell’autunno dello scorso anno dai vertici della finanziaria regionale e dalla giunta di Sergio Chiamparino. Esposto ancora al vaglio della procura. La vicenda, come noto, ruota attorno al deposito di 50 milioni di dollari su un conto della banca svizzera Vontobel, soldi che, in violazione delle indicazioni e della policy della società, sono serviti all’acquisto di un prodotto finanziario che, al momento della sua scoperta, aveva portato alla perdita di cinque milioni di euro, a cui si aggiungono i 5,5 milioni destinati ad alcune società che non rientrano tra quelle beneficiarie della finanziaria regionale.

Questi fatti hanno portato a galla un aspetto della società che un anno fa è diventata un istituto di credito riconosciuto dalla Banca d’Italia: la debolezza dei controlli interni, al punto che, dopo le verifiche degli ispettori, che hanno acquisito una mole enorme di documenti e chiesto una relazione dettagliata, Palazzo Koch sarebbe pronta a sospendere la licenza bancaria di Finpiemonte nell’attesa di miglioramenti effettivi. Per questo ieri il cda ha stabilito alcune misure per innalzare il livello dei controlli e la qualità del management. Tra le prime decisioni assunte c’è la ricerca di risorse esterne con esperienza nel settore bancario, figure assenti in galleria San Federico. Nessuna testa salterà al momento, anzi l’indagine interna ha accertato l’estraneità della direttrice generale Maria Cristina Perlo.

Su altre responsabilità farà luce la procura di Torino con l’ausilio della Guardia di finanza. Nell’attesa che l’inchiesta sia chiusa, Finpiemonte ha intenzione di intraprendere alcune azioni legali. Il cda ha valutato l’avvio di una causa contro la Vontobel a cui un mese fa è stata inviata una lettera nell’intento di ricomporre bonariamente la situazione e ottenere la restituzione dei 50 milioni di dollari depositati sui suoi conti, compresi i soldi investiti nel prodotto finanziario, le cui perdite sono di molto diminuite riportando il valore quasi al livello iniziale. C’è poi una seconda partita: il recupero dei 5,5 milioni di euro (forse) “bonificati” alle società vicine a Pio Piccini, l’imprenditore coinvolto nel crac Agile-Eutelia che ha fatto da intermediario dell’ex presidente di Finpiemonte Fabrizio Gatti nell’affare immobiliare di Collegno. Stando a quanto è emerso finora, quei soldi della finanziaria regionale sono finiti alla Gesi di Piccini per ricapitalizzare la Gem, società immobiliare di Gatti a cui il tribunale di Torino ha consentito di avviare un concordato preventivo. A seguire la questione come consulente di Gem c’era proprio Stefano Ambrosini, prima di succedere a Gatti in Finpiemonte.

Il ruolo di Gatti in questa vicenda è ancora un mistero. I tecnici di galleria San Federico hanno appurato alcuni aspetti: è stato lui a trovare la banca svizzera ed è stato lui a entrare in contatto con il faccendiere. Difficile, allo stato delle cose, stabilire se sia stato lui a manovrare le operazioni successive oppure se, come lasciano intendere alcuni, possa essere stato vittima di un raggiro. Pur avendo chiesto, tramite il suo legale, Luigi Chiappero, di essere sentito dagli inquirenti, al momento Gatti non sarebbe ancora stato interrogato.(lo spiffero.com)