Cosa resta dell’amore

, Libération, Francia

 

Questa sera sono triste e non so se è perché Nicanor Parra è morto – esattamente tre anni dopo Pedro Lemebel – o perché il padre del mio migliore amico è morto di recente e io, come sempre, non ero là per consolarlo tra le mie braccia. Non so essere là dove ci si abbraccia. Pedro Lemebel era l’esatto contrario, portava i suoi baci là dove non erano mai arrivati. Non so se sono triste perché sono giorni che non parlo con la persona che fino a poco tempo fa ancora mi amava. Mi ricordo la poesia nella quale Parra avvertiva gli amanti della letteratura che avrebbe cambiato il nome di alcune cose, che avrebbe smesso di chiamare sole il sole e che aveva deciso di chiamare le scarpe “casse da morto”.

Sentire che qualcuno ha smesso di amarti significa, come quando qualcuno muore, accorgersi che il nome delle cose è cambiato, senza che nessuno ti abbia mandato il nuovo vocabolario per decifrarle. Smetterò di chiamare il sole un sole e chiamerò bare i giorni. Tutto sembra simile a com’era prima, tutto è rimasto al suo posto, ma tutto è diverso. Dici buongiorno alle cose, ma loro non rispondono più al loro nome.

Quando ci siamo incontrati, era successo qualcosa di simile. In pochi mesi avevamo cambiato il nome di tutto: il negozio Maasai, il femore, la fiocina, l’ariete, il falco, il pulpito, il novanta, l’ipernotte, la specialità della casa e così via. Ormai quello che indicavano queste parole non esiste più.

Federazione dei desideri
L’amore comincia a essere un movimento sociale che lotta perché la sua lingua minoritaria sia riconosciuta e parlata. Quando l’amore funziona, diventa una federazione dei desideri che si costituisce in accademia reale della lingua, fissando le sue nuove voci e legittimando le nuove parole che contribuiscono al suo splendore. Quando invece l’amore finisce, diventa una lingua vietata: ogni parola del suo lessico scappa da chi l’ha creata, ogni espressione è un crimine.

Un amore finito somiglia a un vecchio laboratorio abbandonato, un luogo dove sono state fabbricate macchine meravigliose che ormai non servono più a niente. Ad Atene ho visitato una tipografia che aveva chiuso negli anni settanta e il cui proprietario non si era mai preoccupato di andare a recuperare i giornali stampati il giorno della chiusura. Era come se gli operai fossero andati a prendere un caffè, e non fossero più tornati. Su un tavolo c’era un telefono nero a disco con accanto un elenco del telefono aperto alla lettera ϕ e un giornale che annunciava l’uscita del film Meres tou 36 (I giorni del ‘36) di Theo Angelopoulos, in francese. Uno strato di polvere e di grasso ricopriva tutto, attenuando le differenze tra gli oggetti e le superfici.

L’amore è una tecnologia che si rivela indispensabile quando la utilizzi e che all’improvviso diventa obsoleta

Mi sono chiesto se avevo il diritto di lasciare una traccia mentre prendevo una pubblicazione e facevo cadere la polvere per leggere il nome di Theo Angelopoulos. I rotoli di carta erano ancora attaccati alle rotative con la data 10 maggio 1973, metà pagina era stampata, mentre l’altra era ancora bianca e non sapremo mai quello che doveva esserci scritto. Era poco prima della fine della dittatura. Ho pensato che forse il proprietario poteva essere stato arrestato o ucciso, come il personaggio del film di Angelopoulos. Mi sono informato e mi è stato detto che il proprietario aveva fatto fallimento ed era emigrato in Australia senza più tornare. Lo stato greco aveva sequestrato i locali per farne una scuola d’arte ma per anni non aveva avuto i soldi per fare pulizia e cominciare i lavori di ristrutturazione.

I nomi insieme
Accanto alle linotype c’erano due cassette di legno con le 24 lettere greche e le 26 latine, diventate nel corso del tempo un’opera concettuale alla Joseph Cornell. Sapevo il numero delle lettere perché le ho contate per capire perché due spazi rimanessero vuoti in una delle due cassette. Sui tavoli erano sparse alcune lettere, piccoli blocchi di metallo levigati da un lato e incisi dall’altro con una lettera in rilievo al rovescio.

Ho chiesto se potevo prenderne qualcuna. Il sorvegliante dei locali della scuola mi ha risposto che potevo prendere quello che volevo, tutto quello che era lì non serviva più a nulla e ben presto sarebbe stato gettato alla discarica. Ho cercato a lungo nell’alfabeto latino una P che mi rappresentava e la Z del suo nome. Quella sera li ho messi sul mio tavolo, perché i nostri nomi rimanessero insieme quando eravamo separati.

L’amore è una tecnologia che si rivela indispensabile quando l’utilizzi e che all’improvviso diventa obsoleta: prese elettriche inutilizzabili, elettricità incompatibile, il sistema improvvisamente guasto e non si possono più compiere quei gesti che facevamo il giorno prima in modo automatico. Ci sono amori che si lasciano con premeditazione: le macchine finiscono smontate, i giornali stampati vengono portati via, si chiude la linea telefonica, si svuota tutto e si ridipinge lo spazio per un nuovo inquilino.

Altri invece si lasciano come questa tipografia greca: i mobili e le macchine, all’apparenza perfettamente funzionanti, rimangono intatti, come se gli amanti potessero tenere in vita l’idea di tornare e di rimettere in funzione le macchine in qualunque momento. Ma che fare delle macchine dell’amore quando diventano obsolete? Conservarle come in un museo o riciclarle? Prendo le lettere P e Z rimaste tra i resti della tipografia greca, le caccio in fondo a una tasca ed esco a camminare sulle rive del Rodano.

(Traduzione di Andrea De Ritis) (l’internazionale)

Questo articolo è uscito sul quotidiano francese Libération.

 

L’anno della resa dei conti per le banche centrali

CHICAGO – Dal 2008 le banche centrali dei paesi industriali si sono discostate dalla politica monetaria classica in vari modi. Hanno cercato di persuadere il pubblico attraverso lo strumento della “forward guidance”, la comunicazione di previsioni e intenzioni future, che i tassi di interesse sarebbero rimasti bassi per lunghi periodi di tempo. Inoltre, hanno implementato una serie di programmi, come le operazioni di rifinanziamento a lungo termine (LTRO), il programma per il mercato dei titoli finanziari (SMP), e il cosiddetto allentamento quantitativo (QE) con l’intento di perseguire vari obiettivi.

Più recentemente, le banche centrali hanno anche introdotto tassi di interesse negativi e – dalla Banca del Giappone (BOJ), che è sempre stata in prima linea sul fronte dell’innovazione – il controllo della curva dei rendimenti. Alcune banche centrali, poi, sono ricorse a politiche non convenzionali ma ben note, come il controllo diretto del tasso di cambio.

Adesso, però, poiché l’impressione è che la maggior parte delle principali banche centrali stia cercando di normalizzare la politica monetaria, dovremmo chiederci perché queste misure straordinarie siano state utilizzate e se abbiano funzionato. Guardando al futuro, dovremmo domandarci quale effetto avrà la loro graduale eliminazione e se il loro impiego possa destare preoccupazioni nel lungo periodo. Rispondendo a queste domande, i banchieri centrali saranno meglio preparati ad affrontare eventuali crisi future.

Era necessario?
Vale la pena ricordare che i mercati erano usciti chiaramente a pezzi dalla crisi finanziaria del 2007-2008. Dato il congelamento dei flussi di credito, era comprensibile che le banche centrali fossero disposte a tutto pur di restituire stabilità ai mercati finanziari, sia che si trattasse dei titoli statunitensi garantiti da crediti ipotecari o del mercato dei titoli di Stato europei.

Ma una seconda ragione per cui le banche centrali dovevano intervenire era quella di influenzare rendimenti o prezzi. In questo caso si trattava di un obiettivo più avventuroso, dato che le banche centrali gestiscono i prezzi solo indirettamente, alzando o abbassando il tasso di interesse ufficiale, e non mediante un’azione diretta. Ma una volta che il tasso ufficiale ha raggiunto il limite inferiore pari a zero, i banchieri centrali hanno ritenuto necessario ritoccare i prezzi su una varietà di titoli a lungo termine, talvolta concentrandosi su una particolare classe di obbligazioni nella speranza che l’effetto si propagasse poi alle altre.

Una terza ragione dell’intervento delle banche centrali era quella di segnalare un impegno verso la politica monetaria preferita. Ad esempio, se una banca centrale annunciava un programma di acquisto di titoli di Stato, era sottinteso che non avrebbe praticato una politica monetaria più restrittiva mentre il programma era in vigore. Indipendentemente dall’intento dichiarato del programma, l’effetto risultante era segnalare tassi di interesse “bassi a lungo”.

Le banche centrali hanno addotto tutte queste giustificazioni per attuare politiche monetarie occasionalmente aggressive o innovative. Personalmente, in qualità di ex banchiere centrale, aggiungerei un’altra ragione, che raramente viene menzionata dalle autorità monetarie, e cioè il fatto di essere prigioniere del loro mandato di raggiungere il target di inflazione.

Quando, negli anni ottanta e novanta, cominciarono a fissare una fascia di fluttuazione per l’inflazione, le banche centrali erano perlopiù concentrate sul limite superiore. Pochi banchieri centrali si aspettavano che il problema sarebbe stato il limite inferiore, e che si sarebbero dovuti dare da fare per spingere l’inflazione verso l’alto anziché il contrario. Ora si ritrovano incastrati da un mandato che non necessariamente sanno come assolvere.

La BOJ ha tentato di far salire l’inflazione per circa un decennio e mezzo. Durante questo periodo, i banchieri centrali di molti paesi si sono sentiti autorizzati a dire ai funzionari della BOJ: “È semplicissimo, si fa così”. Ma quando questi stessi banchieri centrali si sono trovati ad affrontare un’inflazione bassa, si sono resi conto che le cose non erano poi così lineari.

Una delle ragioni è che nessuno sa davvero come scardinare l’aspettativa del pubblico di un’inflazione bassa, che sembra contribuire a mantenerla tale. Persino l’opzione drastica di spargere “denaro dall’elicottero” sull’economia è destinata a fallire se la gente a cui arriva pensa che la banca centrale che aziona il meccanismo sia folle. Temendo il giorno della resa dei conti, le persone potrebbero nascondere i soldi sotto il materasso oppure depositarli sul proprio conto di risparmio, invece di spenderli.

In un contesto simile, i banchieri centrali devono seriamente temere che, ammettendo di non avere “altri strumenti politici a disposizione”, le aspettative di inflazione del pubblico potrebbero crollare. Di conseguenza, dichiareranno sempre di avere un’arma segreta per aumentare l’inflazione, che però sperano di non dover mai tirare fuori e, tantomeno, utilizzare.

Pur non essendosi verificata una spirale disinflazionistica negativa, che è ciò che i banchieri centrali temono di più, l’inflazione è rimasta ostinatamente bassa. I banchieri centrali, pertanto, hanno costantemente alzato la posta sull’innovazione monetaria – vale a dire, sui nuovi strumenti che potrebbero teoricamente incrementare l’inflazione – anche se l’inefficacia dei loro espedienti è diventata sempre più evidente.

Secondo questa logica, una volta che il QE ha fatto il suo corso, le banche centrali devono passare ai tassi di interesse negativi. E quando questi ultimi si rivelano insufficienti, devono ricorrere al controllo della curva dei rendimenti. In ogni fase, quando uno strumento politico si dimostra sempre più inefficace, esse devono introdurre qualcosa di nuovo per evitare di dare l’impressione di cedere all’autocompiacimento. Non fornire un’alternativa potrebbe suggerire che hanno abbandonato la speranza, e che anche tutti gli altri dovrebbero farlo, e questo implicherebbe la certezza di aver fallito il proprio mandato.

Ha funzionato?
Questo ci conduce alla seconda domanda: qualcuno di questi strumenti innovativi ha funzionato davvero? In termini di stabilizzazione dei mercati è vero che alcune politiche sembrano aver avuto una certa efficacia, magari perché un danaroso operatore del mercato si è presentato per acquistare titoli, o perché le banche centrali hanno fatto il possibile per sostenere i mercati riaffermando il loro ruolo di garanti del loro funzionamento. Gli spread dei crediti sovrani dei paesi periferici in Europa si stavano allargando rapidamente finché un giorno, nel luglio del 2012, il presidente della Banca centrale europea Mario Draghi non ha annunciato che la Bce avrebbe fatto “tutto il possibile” per salvaguardare l’euro. Quell’affermazione, da sola, ha avuto un effetto magico sui mercati.

Nella misura in cui questi interventi dovevano servire anche ad assolvere il mandato di controllo dell’inflazione, allora non si può dire che abbiano funzionato, almeno non ancora. Il Regno Unito ha subito un deprezzamento della valuta indotto dalla Brexit, con conseguente inflazione, che non può essere realmente attribuito agli interventi della Banca d’Inghilterra. La Fed è quella probabilmente più vicina al suo obiettivo d’inflazione PCE (basato sulla spesa al consumo personale) di circa il 2%, ma sta avendo difficoltà a raggiungerlo, nonostante un mercato del lavoro rigidamente regolato. Altre banche centrali, invece, restano ancora lontane dall’obiettivo.

Ovviamente, i banchieri centrali direbbero che raggiungere i loro target è solo una questione di tempo, e che i loro interventi hanno evitato un crollo delle aspettative di inflazione. Forse è così. È possibile che tali aspettative non siano precipitate in Giappone e in altri paesi perché le banche centrali hanno riaffermato più volte l’impegno ad assolvere il proprio mandato e che non intendevano arrendersi. Ma è anche possibile che l’inflazione si sia stabilizzata su un livello basso per altri motivi.

Resta anche da chiarire se le politiche non convenzionali abbiano avuto un effetto diretto sui tassi di interesse a lungo termine (oltre che per effetto della segnalazione). Le prove di cui dispongono sono miste. Alcuni effetti possono essere visti entro un lasso di tempo ristretto e su una ridotta classe di strumenti; ma non appena l’orizzonte si allarga, l’influenza delle politiche non convenzionali diventa molto più difficile da distinguere. Oppure, per fare un esempio, quando la Fed acquista titoli del Tesoro americano, ciò ha un effetto sui Treasuries, i bond statunitensi. Ma affermare che ha anche un effetto sull’intera gamma dei titoli è molto più difficile. A complicare ulteriormente le cose, è ancora più arduo stabilire un nesso tra politiche non convenzionali e investimenti o consumi nell’economia reale.

In sintesi, le politiche straordinarie delle banche centrali hanno probabilmente avuto un effetto positivo in termini di risanamento dei mercati e di segnalazione dell’orientamento di politiche monetarie accomodanti nel lungo periodo. Ma il loro effetto sull’attività reale resta incerto.

Mollare la presa è sicuro?
Cosa succede quando le politiche subiscono un’inversione? Il lato positivo delle aspettative è che si concentrano nel periodo iniziale. Abbiamo già visto quello che accade quando una banca centrale cambia segnali: durante il periodo del cosiddetto “taper tantrum” nel 2013, la sensazione generale che la Fed potesse porre fine all’allentamento monetario e iniziasse a innalzare i tassi di interesse scatenò forti turbolenze sui mercati e fece rapidamente risalire i tassi di interesse.

Da allora i mercati si sono stabilizzati, ma resta da vedere se gli effetti delle politiche non convenzionali sui prezzi delle attività finanziarie subiranno un’inversione di tendenza al tempo stesso delle politiche. Nel momento in cui le banche centrali inizieranno a ridimensionare il proprio bilancio nel 2018, le obbligazioni a più lungo termine saranno reimmesse sul mercato e le riserve in eccesso verranno estinte. Gli emittenti di obbligazioni dovranno trovare più acquirenti privati, ma gli acquirenti privati avranno fondi per acquistare più titoli. Mentre avviene questo swap di attività, c’è la possibilità che i tassi di interesse a lungo termine aumentino leggermente. E se i mercati si preoccupassero per l’eventuale stock che dovrebbero assorbire, l’aumento dei tassi di interesse potrebbe essere piuttosto brusco.

Finora, la Fed ha annunciato una riduzione graduale del bilancio, e il mercato sembra aver preso la notizia abbastanza bene. Essendoci ormai lasciati alle spalle buona parte dell’effetto di segnalazione, ci si augura che i titoli che resteranno fuori dal bilancio della Fed verranno assorbiti senza modificare pesantemente i prezzi dei bond, e con aumenti solo modesti dei tassi di interesse a lungo termine nel corso del tempo.

Una domanda più fondamentale è se le banche centrali debbano o meno scaricare il proprio bilancio. Jeremy C. Stein, Robin Greenwood e Samuel G. Hanson, docenti dell’Università di Harvard, sostengono che le banche centrali dovrebbero mantenere il proprio bilancio relativamente ampio, perché ciò contribuisce a creare strumenti sicuri a breve termine di cui il mondo finanziario non dispone. Nel tentativo di soddisfare la domanda di passività a breve termine, affermano, il settore privato tende ad assumersi troppi rischi, che poi infestano l’intero sistema.

Ma ci sono almeno due ragioni per cui le banche centrali non dovrebbero rendere permanenti i bilanci di grandi dimensioni. Innanzitutto, farlo significherebbe assumersi la gestione della liquidità come un servizio pubblico. L’inadeguatezza del settore privato nello svolgere questo ruolo durante la crisi finanziaria non è un motivo sufficiente perché le banche centrali debbano farsene carico in eterno. È risaputo che i servizi di tipo assicurativo forniti pubblicamente tendono a generare un’eccessiva dipendenza da parte del settore privato e una sottovalutazione da parte del settore pubblico. Inoltre, come ho dimostrato insieme al mio collega Douglas Diamond dell’Università di Chicago, i servizi di liquidità forniti privatamente possono avere molti vantaggi aggiuntivi che non vengono sempre riconosciuti nel dibattito pubblico.

Fra l’altro, i grandi bilanci delle banche centrali comportano dei rischi politici. Come spiega Charles Plosser, un ex presidente della Federal Reserve Bank of Philadelphia, quando una banca centrale espande il proprio bilancio e lo utilizza in modi che non sono del tutto allineati alla politica monetaria, si espone a pressioni politiche.

Ad esempio, avendo bisogno di 500 miliardi di dollari per le infrastrutture, il governo troverà poche ragioni per non costringere la Fed a convertire alcune delle sue partecipazioni in asset infrastrutturali dello stesso valore. Alcuni banchieri centrali dei mercati emergenti sono abituati a tali richieste e, mentre di solito rifiutano educatamente, capiscono anche che è più difficile dire di no quando si gestisce un bilancio di grandi dimensioni già scollegato dalla politica monetaria convenzionale.

Rischi a lungo termine?
Infine, vi è la questione degli effetti involontari, sul lungo termine, delle politiche monetarie non convenzionali riguardo all’assunzione dei rischi nelle economie avanzate, ai flussi di capitale da e verso i mercati emergenti e, in generale, all’indipendenza delle banche centrali.

Promuovendo la ricerca di un rendimento, condizioni monetarie facili hanno ridotto i premi di rischio per tutti i tipi di attività. Ma, come avvertono Claudio Borio e William White della Banca dei regolamenti internazionali, ciò accelera il ciclo finanziario. Inoltre, la promessa di un’abbondante liquidità ha aumentato la leva finanziaria, sia esplicita che implicita, perché i debitori, scommettendo sul continuo accesso ai finanziamenti, considerano l’assunzione di ulteriori debiti come un’impresa a basso costo. Ciò suggerisce che il sistema finanziario sta diventando più fragile, e aiuta a spiegare perché alcune banche centrali stiano valutando l’ipotesi di inasprire la politica monetaria pur restando lontane dai loro obiettivi di inflazione.

Un esempio importante di come delle politiche monetarie accomodanti contribuiscano alla fragilità finanziaria è il loro effetto sui mercati emergenti, dove si riversano i capitali alla ricerca di rendimenti quando le principali banche centrali tagliano i tassi ufficiali, per poi abbandonarli di nuovo quando le politiche monetarie diventano più restrittive. Il “taper tantrum” del 2013 è stato disastroso per alcuni mercati emergenti perché non sono riusciti a far fronte alle ingenti e improvvise fughe di capitali che aveva alimentato.

Un’analogia comunemente utilizzata per il capitale straniero è un ospite che i mercati emergenti dovrebbero accogliere e che, per la maggior parte, accolgono. Ma il capitale straniero spesso arriva in massa e sempre in massa se ne va, senza molto preavviso. Come ogni padrone di casa, i mercati emergenti vorrebbero sapere in anticipo se arriverà una folla di ospiti e quando deciderà di andarsene, in modo da potersi organizzare di conseguenza. Basando la propria decisione di arrivare o andarsene su ciò che accade lontano, il capitale si comporta come un ospite scorretto.

I flussi bancari transfrontalieri sono particolarmente problematici. Secondo un recente studio di Falk Bräuning della Federal Reserve Bank di Boston, e di Victoria Ivashina della Harvard Business School, quando la politica monetaria si irrigidisce, i flussi bancari transfrontalieri si ritirano velocemente dai mercati emergenti, a causa della breve scadenza dei prestiti bancari. A differenza delle obbligazioni vendute da operatori stranieri, che possono essere acquisite da investitori nazionali, una riduzione dei prestiti da parte delle banche estere non può essere controbilanciata. In assenza di ulteriori prestiti da parte delle banche locali, le imprese dei mercati emergenti spesso subiscono una stretta creditizia.

Finora, i mercati emergenti hanno imparato a barcamenarsi quando si verifica una sostanziale inversione del flusso di capitali, pagando un certo prezzo. Tuttavia, bisogna urgentemente discutere della responsabilità che le principali banche centrali del mondo hanno quando si verificano questi spillover.

Cosa ci riserva il futuro?
Un’ultima domanda riguarda la funzione dei mandati nazionali delle banche centrali nell’incoraggiare le politiche straordinarie che abbiamo visto negli ultimi anni. In passato, le banche centrali sostanzialmente dicevano: “Dateci un mandato e non imponeteci dei vincoli su come assolverlo”. Ma se può aver funzionato quando il problema principale era un’inflazione elevata – e quando lo strumento primario delle banche centrali era il tasso ufficiale (oltre ad alcuni ritocchi marginali alla liquidità) – questa formula non funziona più quando il problema è un’inflazione bassa.

Un’ampia libertà operativa senza una comprensione scientifica e pratica di come assolvere il mandato è una combinazione pericolosa per le banche centrali, le quali sono state sottoposte a una forte pressione verso l’innovazione; al tempo stesso, poi, sono pochi gli asset che non possono acquistare e ancora meno i mutuatari che non possono finanziare.

Quando le politiche monetarie includono sempre più una componente fiscale, le banche centrali possono cadere nel gioco di consacrare i vincitori e punire i perdenti. A quel punto è solo una questione di tempo prima che i politici inizino a chiedersi perché le banche centrali abbiano così tanta libertà. Pur facendo tutto il necessario per assolvere il loro mandato, le banche centrali potrebbero aver involontariamente esposto se stesse a un più attento vaglio della politica e a un maggiore rischio di compromettere la loro indipendenza e potere.

Con tutto quello che hanno fatto per compensare l’inerzia politica all’inizio della crisi finanziaria del 2008, i banchieri centrali si sono messi sotto i riflettori della politica. Sono degli eroi, certamente, per essere intervenuti a mitigare la crisi. Ma ai politici gli eroi non eletti, e per giunta potenti, non piacciono. Con i loro titoli universitari, gergo esclusivo e riunioni segrete in luoghi remoti come Basilea e Jackson Hole, i banchieri centrali sono la quintessenza dell’élite globale senza radici che i nazionalisti populisti amano odiare. E questo valeva anche prima che le banche centrali iniziassero a inasprire la politica monetaria.

Ovviamente, i banchieri centrali preferirebbero evitare qualunque discussione sulla loro funzione e sul loro mandato. Ma, anziché aspettare e sperare che i riflettori pubblici si rivolgano altrove, farebbero meglio a riesaminare con lucidità le loro politiche degli ultimi anni. Spetta alle autorità monetarie concepire un mandato ragionevole e realizzabile, nonché definire una serie di interventi leciti per assolverlo. Per il resto, il 2018 sarà solo l’inizio, anziché la fine, di una nuova e coraggiosa era per la politica monetaria.

–di  il sole 24 ore

(Traduzione di Federica Frasca)

Raghuram G. Rajan, governatore della Reserve Bank of India dal 2013 al 2016, è professore di finanza presso la Booth School of Business dell’Università di Chicago.

Fondazione Di Vittorio. I nuovi poveri in giacca e cravatta

Cinzia Arena Avvenire.it
Rapporto della Cgil su economia e lavoro. Cresce il divario Nord-Sud e il clima di sfiducia. Un 10% di lavoratori si sente povero
I nuovi poveri in giacca e cravatta

L’economia italiana cresce rispetto agli anni precedenti (con il Pil spinto dal contesto internazionale favorevole) ma aumentano le differenze tra chi è sul treno della ripresa e chi, invece, è ancora a terra. Con il risultato che nel complesso il ceto medio è più fragile, i poveri più poveri, il lavoro più instabile. Nel Paese permane una «grande area di povertà e una ancora più grande di vulnerabilità economica e sociale», mentre crescono le diseguaglianze tra il Nord e il Sud e la forbice sociale si allarga. È la fotografia, a tinte abbastanza fosche, che emerge dal «Rapporto 2017 sulla qualità dello sviluppo in Italia» elaborato dalla Fondazione Di Vittorio della Cgil e dall’Istituto Tecnè. Rispetto ad un anno fa, a fronte del 5% che ritiene migliorata la condizione economica della propria famiglia e di un 67% che la ritiene stazionaria, c’è un 28% che l’ha vista ulteriormente peggiorare. Tra i più poveri, con un reddito al di sotto degli 850 euro, il peggioramento è percepito nel 49% dei casi. Pessimismo anche sul futuro economico dell’Italia tra un anno: per il 32%, infatti, sarà peggiore di oggi, per il 51% uguale e solo per il 17% migliore. Non va meglio quando si parla della situazione economica della propria famiglia: il 75% pensa che sarà uguale a quella di oggi, mentre il 16% teme addirittura un peggioramento e solo il 9% vede un miglioramento.

Un elemento di disuguaglianza è legato ai sistemi di protezione sociale che si sono deteriorati: nel Mezzogiorno la qualità dei servizi socio-assistenziali registra un’ulteriore flessione. Nel complesso sono circa 12 milioni gli italiani che non hanno soldi per curarsi. Chi è povero ha probabilità maggiori di restarlo, contrariamente a ciò che accade in altri paesi avanzati. E nemmeno il lavoro, che ne ha sempre costituito l’antidoto (si è creata un’importante area di disagio rappresentata da precari e part time involontari) è in grado ormai dipreservare dai rischi. Nel complesso, la condizione di povertà riguarda circa il 10% dei lavoratori, colpendo anche fasce del ceto medio, come dirigenti e impiegati.

Al Sud un lavoratore dipendente su quattro è povero o quasi povero. I working poors, definiti anche “poveri in giacca e cravatta”, rappresentano una delle più drammatiche conseguenze di questa fase economica. Una zona grigia di nuove povertà. La gerarchia sociale introduce un nuovo tipo di classe, i cosiddetti “penultimi”. Una grossa fetta di popolazione che ha perso speranza e coraggio, che ritiene di non poter puntare più verso l’alto della piramide sociale. Per la segretaria generale della Cgil Susanna Camusso «è la mancanza di fiducia nella prospettiva economica, sia del Paese che delle famiglie, che colpisce. Pochi stanno meglio, molti continuano a stare male». «La qualità della ripresa non è all’altezza delle necessità – continua la leader Cgil -; troppo forte il suo carattere congiunturale e non strutturale, così come troppo elevata resta la differenza tra il Nord e il Sud del Paese».

Borsa, passaggi generazionali in crisi. Se il capitalismo non trova l’erede

Nelle aziende familiari il passaggio generazionale si è bloccato, così gli ultra 75enni Ferragamo, Colaninno, Bombassei, Benetton e Del Vecchio restano in sella

Borsa, passaggi generazionali in crisi. Se il capitalismo non trova l'erede

 
Foto LaPresse 

Che cosa hanno in comune Ferruccio Ferragamo, Roberto Colaninno, Alberto Bombassei, Luciano Benetton e Leonardo Del Vecchio, nomi molto noti in Borsa? Che pur avendo da tempo superato l’età per andare in pensione, sono saldamente al comando delle rispettive aziende. Ferragamo, il più giovane compiendo quest’anno “solo” 73 anni (è nato il 9 settembre 1945), attuale presidente dell’omonimo gruppo di moda, ha preso il posto non del padre Salvatore morto nel 1960 a soli 62 anni (quando Ferruccio ne aveva 14), ma dalla madre Wanda, cui si deve la trasformazione del gruppo da azienda di sole calzature a casa di moda completa, con linee di abbigliamento per uomo e donna.

benetton

 

 

Colaninno, di un paio d’anni più giovane (è nato il 16 agosto 1943), è presidente di Immsi e Piaggio e vede non nel primogenito Matteo (dal 208 deputato del Pd), quanto piuttosto nel secondogenito Michele, già direttore generale e amministratore delegato di Immsi, il suo erede naturale, ma la successione è ancora in là dal venire. Bombassei di anni ne compierà 78 il prossimo 5 ottobre ed oltre ad essere presidente di Brembo, fondata dal padre Emilio, è anche consigliere d’amministrazione di Italcementi, Atlantia, Pirelli, Ciccolella e Ntv-Italo.

Per non annoiarsi ha trovato anche il tempo di ideare il parco tecnologico Kilometro Rosso a Stezzano (Bergamo), oltre che di ricoprire nel recente passato la carica di vice presidente di Confindustria per le relazioni industriali, affari sociali e previdenza (e di farsi eleggere con Scelta Civica alle elezioni politiche del 2013). Luciano Benetton, che il prossimo 13 maggio compierà 83 anni, alla politica si è dedicato un paio d’anni (tra il 1992 e il 1994, per il Partito Repubblicano Italiano), ma la sua vera passione è sempre stato il gruppo che porta il nome della sua famiglia, da lui stesso fondato nel 1965 insieme alla sorella Giuliana e ai fratelli Gilberto e Carlo.

leonardo del vecchio
 

Tanto che qualche giorno fa ha ripreso il timone del gruppo, tornando ad esserne il presidente esecutivo a seguito delle dimissioni di Francesco Gori, presidente dal maggio 2016. Anche il fratello Gilberto, pur di sei anni più giovane (è nato il 19 giugno 1941) non si è mai tirato indietro e resta presidente di Autogrill e della finanziaria di famiglia, la Edizione Srl, oltre a sedere nei Cda di Atlantia, Mediobanca, Pirelli e Allianz. In compenso il figlio di Luciano, Alessandro, classe 1964, secondo molti “l’erede designato”, nel novembre del 2016 ha preferito fare un passo indietro, uscendo dal Cda di Benetton Group pare a seguito di divergenze sull’opportunità di procedere a una ristrutturazione basata sullo scorporo delle attività del marchio Sisley e su 1.300 esuberi.

Ad Alessandro restano peraltro la presidenza di 21 Investimenti da lui stesso fondata nel 1992 per operare nel settore del private equity, oltre alle poltrone di consigliere nei Cda di Autogrill ed Edizione. Di pochi giorni più giovane di Luciano Benetton, essendo nato il 22 maggio 1935, Leonardo Del Vecchio, fondatore e presidente di Luxottica, oltre che vice presidente di Fonciere Des Regions (immobiliare francese che controlla col 28% dopo aver conferito la quota di maggioranza relativa di Beni Stabili nel 2007), il passo indietro aveva provato a farlo nel 2004 nominando Andrea Guerra amministratore delegato di Luxottica. Sembrava la mossa azzeccata per passare da una dimensione familiare ad una vera e propria multinazionale, ma qualcosa non è andato per il verso giusto, così nel settembre 2014 Guerra ha lasciato il gruppo e Del Vecchio è tornato in sella come presidente esecutivo.

bombassei ape
 

Da quel momento Del Vecchio ha accompagnato all’uscita due possibili successori di Guerra (prima Adil Mehboob-Khan, arrivato meno di un anno e mezzo prima, poi Massimo Vian, che ha preferito lasciare lo scorso dicembre, pochi mesi prima della scadenza naturale del suo mandato), gestendo in prima persona, assieme al vice-presidente e fresco Ceo Francesco Milleri, la lunga e delicata fase di integrazione con Essilor. Anche in questo caso tanto di cappello alla forza di volontà e capacità dimostrate dall’imprenditore, ma come in tutti gli altri casi il problema di gestire la successione generazionale è evidente.

Tra figli non interessati ad avere un ruolo operativo nelle aziende di famiglia, contrasti di mentalità e di visioni imprenditoriali e qualche fatalità, la “maledizione” dei grandi gruppi italiani, creati e gestiti da imprenditori con una personalità molto, forse persino troppo, forte, continua implacabile. Col rischio che anche per questi gruppi come già capitato prima dai Gucci ai Galbani, dai Bulgari ai Gancia, dai Ferretti ai Pesenti, il futuro sia solo quello di finire preda di qualche colosso straniero. Chi sarà il prossimo? 

Luca Spoldi affariitaliani.it

Yakuza, come si vive dentro la spietata mafia giapponese

lettera43.it

Non si nascondono: hanno sedi ufficiali e biglietti da visita. Tattoo e falangi mozzate. Con ampi giri d’affari ed entrature in parlamento. Sono gli affiliati alla cosca nata tre secoli fa. Da cui è impossibile uscire. 

Non si esce tanto facilmente dalla Yakuza, la spietata mafia giapponese. E non solo perché, in genere, è difficile lasciarla da vivi, ma anche per la comune diffidenza verso i suoi ex membri. I datori di lavoro e gli affitta camere, anche solo per timore di ritrovarsi coinvolti in qualche ritorsione, sbattono la porta in faccia a chi prova a reinserirsi in società rispettando la legge.

LA VITA DOPO LA COSCA. È quanto emerge dalla lettura dell’ultimo libro di Hirosue Noboru, Yakuza and Nursing: A Study of Those Who Leave the Yakuza, che analizza il fenomeno sotto un aspetto nuovo, quello della vita dopo la cosca.

1. Non chiamatela solo “mafia”: è (anche) un modo di vivere

Prima di capire perché è così difficile lasciare la Yakuza, è anzitutto necessario comprendere cos’è la Yakuza. Sarebbe un errore ritenerla una versione con gli occhi a mandorla del romanzo Il Padrino, o credere che possa corrispondere a una trasposizione in scala 1:1 di Cosa nostra o della ‘ndrangheta.

PIÙ SIMILE ALLA MASSONERIA. La Yakuza, a differenza delle altre mafie, non si nasconde: ha sedi ufficiali con tanto di targhette appese fuori dalla porta, i suoi membri riportano l’affiliazione con fierezza sul biglietto da visita e l’organizzazione criminale è attiva su internet, ufficialmente. Da questo punto di vista, insomma, è forse più simile alla massoneria che alla mafia.

2. I rami in cui opera: dalla prostituzione al mercato nero

Se entrare nella Yakuza è di per sé un atto penalmente irrilevante, sono le azioni svolte dai suoi membri a essere riprovevoli. Come le mafie di ogni parte del mondo, la Yakuza ha interessi in diversi settori illegali: dall’estorsione alla gestione della prostituzione e delle case da gioco, dal riciclaggio di denaro al settore alberghiero.

SMERCIA BOLLINI PER I SUSSIDI. Poi c’è il mercato nero: in Giappone, tutto ciò che non può essere acquistato legalmente è venduto dalla Yakuza, che ha interessi ben più variegati delle mafie nostrane che, di norma, si limitano al commercio di droga e fumo di contrabbando. Per esempio smercia gli “stampo”, i bollini governativi che attestano la disoccupazione e consentono di accedere ai sussidi. Detiene inoltre le liste, illegali, delle famiglie di Burakumin, la casta più infima, ricercatissime soprattutto dai datori di lavoro.

Yakuza

L’arresto di uno dei leader, Shigeharu Shirai, in Thailandia.

3. Appoggi che contano: sostenuta dall’imperatore e dagli Usa

Quanto detto finora non spiega perché la Yakuza sia una società legale. Difficile rispondere, ma storicamente è sempre stato così. La Yakuza nasce, oltre tre secoli fa, come corporazione che univa due rami del commercio mal visti dalle forze dell’ordine: i bakuto, che detenevano le bische, e i tekiya che gestivano il racket degli ambulanti.

LE ORGINI DAL BLACKJACK. Secondo lo scrittore Atsushi Mizoguchi, il nome Yakuza deriverebbe dall’unione di tre parole: ya (“otto”), ku (“nove”) e sa (“tre”) che venivano urlate quando si sbancava a una sorta di blackjack d’epoca feudale con le carte Hanafuda. Dato che chi abitava vicino a una bisca sentiva ripetere spesso quella cantilena, quel termine prima identificò chi giocava d’azzardo poi, col tempo, l’organizzazione.

ARGINE CONTRO I COMUNISTI. La piena legalità la raggiunse durante la Seconda guerra mondiale, quando diventò il braccio armato del partito nazionalista. Poi, dopo il conflitto, fu foraggiata dagli Stati Uniti come argine all’ideologia comunista.

4. Lobby in parlamento: elegge un terzo dei politici

Con simili premesse, è scontato che oggi la Yakuza mantenga la sua parvenza di legalità, anche perché nel frattempo ha consolidato la propria posizione economica. La Yamaguchi-gumi, la più grande cupola del Giappone, vanta circa 40 mila membri (un mafioso su due è un suo affiliato) e ha un patrimonio stimato di 80 miliardi di dollari.

IN RAPPORTI COL NONNO DI ABE. Secondo il criminologo Kenji Ino riesce a eleggere un terzo dei parlamentari nazionali. L’ex premier Nobusuke Kishi, nonno dell’attuale primo ministro Shinzo Abe, aveva intrattenuto rapporti con la Yakuza e lo stesso Abe nel 2008 è stato fotografato in compagnia di un affiliato, sebbene abbia sempre negato ogni appoggio.

IL PADRINO OGGI HA 75 ANNI. Oggi lo oyabun (padrino) più importante, Tsukasa Shinobu, 75enne, è una sorta di imperatore Augusto della criminalità organizzata: a lui si deve l’accordo con le cosche cinesi e coreane (queste ultime hanno il monopolio sulle macchinette del pachinko, equivalenti alle nostre slot machine). 

La pax mafiosa di Shinobu ha fatto cessare i conflitti e accontentato tutti: persino i commercianti che si dicono ben felici di pagare il pizzo, non comprendendo che, nel Paese con meno criminalità al mondo, senza i taglieggiamenti della Yakuza si vivrebbe ancora meglio. L’oyabun è però mal visto all’interno della Yakuza. Molti scambiano la sua lungimiranza per lassismo e lo accusano di avere fatto entrare nel Paese i membri di cosche straniere: russe, africane e, ovviamente, italiane.

NIENTE SPARGIMENTI DI SANGUE. Nel 2015, il suo ex braccio destro Kunio Inoue ha guidato 12 famiglie alla scissione. In Italia una simile crisi avrebbe comportato spargimenti di sangue e faide decennali. In Giappone è bastato registrare un nuovo marchio, il Kobe Yamaguchi-gumi, e un nuovo logo, che sembra quello di una azienda di elettronica.

6. Reciproco rispetto con la polizia: patto di non belligeranza

Quando un giudice troppo zelante ordina una perquisizione, la polizia, se può, il giorno prima telefona ai mafiosi. Una cortesia che evita di trovare nulla di compromettente e di finire in un conflitto a fuoco. La perquisizione stessa è l’essenza massima del formalismo nipponico: avviene tra mille inchini e gli agenti hanno cura di lasciare l’ambiente più in ordine di come era stato trovato.

NESSUN INTERESSE A FARE DANNI. Anche i mafiosi non hanno interesse a fare danni in giro: esiste una legge che estende la responsabilità del datore di lavoro per quanto combinano i suoi dipendenti anche alla Yakuza. Dato che i nomi dei boss sono registrati e picciotti e galoppini hanno un regolare contratto, le cosche, per non dovere di continuo risarcire danni, impongono ai propri affiliati di usare il guanto bianco. Per non sporcare.

 

Mani Yakuza

Il mignolo mozzato degli affiliati Yakuza.

7. La lettera scarlatta giapponese: tatuaggi e falangi amputate

Eppure la Yakuza, che sotto sotto è apprezzata in quanto fa da protezione civile e trova gli uomini disposti al sacrificio quando qualcosa non va nelle centrali nucleari, lascia dietro di sé diversi morti ammazzati. Ecco perché, per tornare al libro di Hirosue Noboru (ancora assente nelle librerie italiane), non è facile uscirne.

TUTTA LA SCHIENA RICOPERTA. Del resto, anche se in misura minore rispetto al passato, le cosche richiedono agli intranei di marchiarsi indelebilmente. Per esempio con gli irezumi, i tatuaggi sottopelle che ricoprono tutta la schiena e identificano a prima vista gli Yakuza, soprattutto nei bagni pubblici, ancora diffusissimi in Giappone.

VIA IL MIGNOLO A SANGUE FREDDO. Fa decisamente più effetto la pratica dello yubitsume che consiste nell’asportarsi a sangue freddo una falange (solitamente il mignolo) giurando fedeltà al patriarca. Si tratta di una pratica radicata nella tradizione nipponica che forse un tempo legava shogun e samurai. Lo sapeva bene lo scrittore, fotografo e orientalista Fosco Maraini che, nel 1943, detenuto in un campo di prigionia giapponese, si tagliò di netto il mignolo per ottenere, per sé e per la sua famiglia, un trattamento di favore dai gerarchi del regime militare.

8. Quasi impossibile uscire dalla mafia: marchio indelebile

Tanto la pratica dei tatuaggi quanto l’uso di amputarsi le dita costituiscono per gli ex adepti una “lettera scarlatta” che li rende sempre identificabili e ostacola ogni tentativo di farsi una nuova vita. Se i cartelli di divieto di accesso alle attività commerciali rivolti alle persone tatuate hanno la corretta finalità di bandire il fenomeno mafioso, l’ottusità con cui vengono respinte le richieste di lavoro dei membri in fuga costringe il 13% di loro a tornare a delinquere, molto spesso commettendo reati minori, come il taccheggio, pur di sopravvivere.

UN’OPZIONE? FARSI MONACO. Uscire dal giro è un lusso per pochi: il precedente padrino della ikka (famiglia) più nota, dopo aver rinfoderato la katana, si fece monaco shintoista. Siccome, dopo il disonore di aver tradito la fiducia della cupola è impossibile rientrarvi, i più decidono di non abbandonarla, consapevoli che non esistono alternative al destino che si sono scelti.

Marchionne, De Benedetti, Agnelli, Zegna e gli altri. I guadagni (e le perdite) dei 15 italiani più ricchi della Svizzera. Con qualche sorpresa

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Marchionne, De Benedetti, Agnelli, Zegna, Bonomi, Malacalza, Fossati. E poi Gucci, Trussardi, Perfetti (quelli della “gomma del ponte”). Il club dei miliardari e dei milionari italiani tra le montagne della Svizzera vede molte conferme ma anche qualche sorpresa.

L’elenco lo hanno stilato, come ogni anno, i magazine Bilan e Bilanz, il primo di lingua francese e attento alla piazza ginevrina, il secondo di idioma tedesco e più vicino a Zurigo e a Berna. Lo scorso dicembre i due periodici hanno pubblicato le loro classifiche sui “300 più ricchi della Svizzera”dimostrando come le ricchezze dei potenti continuino ad aumentare.

Abbiamo confrontato la classifica 2017 con quella del 2012 per capire come sono cambiate le ricchezze dei milionari e miliardari italiani in Svizzera negli ultimi comunque anni. I risultati fanno emergere qualche sorpresa, come il calo per De Benedetti (nel frattempo ha ceduto il controllo delle società ai figli)  ma fanno registrare anche incrementi dell’ordine del 200% per l’amministratore delegato di Fca, Marchionne.

Chi arriva e chi parte

Il bollettino degli arrivi e delle partenze di questa super-élite globale vede complessivamente nove uscite dalla Svizzera (principalmente verso Londra, altro luogo dove i miliardari si concentrano) e 15 nuovi ingressi. Quindi il saldo nel 2017 è stato positivo. Se non fosse che, notano sconsolati i due giornali, ad andarsene sono i miliardari ma ad arrivare sono “solo” dei multimilionari. Una tendenza che qualche preoccupazione può destarla. Ma a rasserenare gli svizzeri c’è un altro trend: nel 2017 il numero dei miliardari presenti nella Confederazione è cresciuto di due unità rispetto al 2016 e ora i Paperon de’ Paperoni che vivono nel suo territorio sono ben 128. Chapeau.

Alcuni di loro lo scorso anno hanno visto accrescere la ricchezza del 100 o del 200% in un anno. Chi di 2 miliardi e chi addirittura di 4 miliardi nel giro di 12 mesi.

E poi ci sono gli italiani, guidati come sempre dalla famiglia Bertarelli, sesta o settima fortuna della Svizzera. Molti tra i super-ricchi italiani sono ormai naturalizzati o hanno passaporto della Confederazione. Tutti, però, possono trarre beneficio dalle basse aliquote fiscali del paese, che concede a chi sceglie la Svizzera come nuova casa di pagare le imposte contrattando un forfait legato alla loro capacità di spesa. Il risparmio è assicurato.

Ma ecco chi sono i fortunati italiani più ricchi della Svizzera.

Il club dei miliardari

1 – Famiglia Bertarelli. Secondo la classifica di Bilan, i Bertarelli sono in assoluto la settima famiglia più facoltosa della Svizzera con una ricchezza compresa tra i 13 e i 14 miliardi di franchi svizzeri, una cifra rimasta stabile rispetto al 2015. Secondo Bilanz sono invece al sesto posto nella Confederazione. Nel 2012 il loro patrimonio era valutato 10-11 miliardi di franchi. In cinque anni è aumentato di 3 miliardi, pari a un incremento tra il 18% nell’ipotesi minima e il 30% in quella massima.

Attivo nei settori della farmaceutica e del biotech, Ernesto Bertarelli ha acquisito recentemente nuove partecipazioni in gruppi come Before Brands, Innocoll Holdings, Fornova o Medic Savoure. La sorella Dona Bertarelli, prosegue da parte sua la strategia d’investimento nell’industria del lusso con The Wine Merchant, che commercializza vini grand cru di Bordeaux. Inoltre, Colle Massari, la socioetà che raggruppa le tenute di famiglia in Toscana, si è ingrandito con l’acquisizione di Tenuta San Giorgio a Montalcino.

Dopo la cessione dell’azienda familiare Serono a Merck undici anni fa i due fratelli, con la madre Maria Iris, hanno incassato oltre 16 miliardi di franchi. La madre ha istituito la Fondazione Bertarelli, Dona ha investito in hotel e nella passione sportiva che condivide con il fratello: la vela competitiva. Ernesto ha reato un colosso per investimenti, Waypoint Capital. Compra immobili, investe in start-up tecnologiche e aziende biotecnologiche, sostiene la ricerca sulle scienze della vita ed è coinvolto in vari settori del sistema sanitario.

Oltre alla sede principale a Ginevra, Bertarelli ha aperto uffici a Londra, Jersey, Boston e Lussemburgo. Il boom immobiliare di Londra ha aumentato il valore dei suoi edifici. Unica nota negativa: la partecipazione del 9% nella società farmaceutica svizzera Santhera ha perso metà del suo valore nel 2017 a causa di una decisione dell’Agenzia Europea dei Medicinali (Ema).

2 – Famiglia Aponte. Con una ricchezza (stabile) tra 9 e 10 miliardi di franchi (8,5 miliardi secondo Bilanz), la famiglia che vive a Ginevra è proprietaria del secondo gruppo mondiale di shipping e della quarta compagnia nel settore delle crociere. Gli Aponte sono riusciti a diversificare i rischi. La Mediterranean Shipping Company (Msc) è proprietaria del 70% delle navi utilizzate mentre il 30% viene noleggiato. Di conseguenza, Msc ha beneficiato di prezzi di noleggio estremamente bassi. A giugno la filiale specializzata in crociere ha commissionato la Msc Meraviglia, la più grande nave mai costruita da un armatore europeo. Ospiterà 5.700 passeggeri e 1.800 membri dell’equipaggio. La famiglia Aponte ha continuato a investire nel settore delle crociere, che cresce dell’8% all’anno. Msc è diventato un grande datore di lavoro a Ginevra.

Il gruppo è guidato dall’armatore sorrentino Gianluigi Aponte, che nel nel 1969 ha fondato la società che avrebbe preso il nome di Msc. Per duplicare la capacità della flotta entro il 2022, gli Aponte hanno avviato un piano di investimenti di circa 8 miliardi di franchi.

Nel 2012 la fortuna degli Aponte veniva valutata da Bilan tra i 4 e i 5 miliardi di franchi. In cinque anni la loro ricchezza è cresciuta almeno dell’80%.

3 – Famiglia Perfetti. Il loro patrimonio è valutato tra i 6 e i 7 miliardi di franchi svizzeri, in crescita di 200 milioni rispetto al 2016 (per Bilanz è invece di 4,750 miliardi). Nel 2012 era di 4-5 miliardi: l’incremento è stato almeno del 20%.

Con i suoi tre marchi internazionali Mentos, Chupa Chups e Alpenliebe, venduti in oltre 150 paesi, e i diciassette marchi regionali, tra cui Frisk, Happydent, Golia e Vivident, il gruppo Perfetti Van Melle genera vendite per oltre 2,6 miliardi di euro. I fratelli Augusto (66 anni) e Giorgio Perfetti (70) hanno ereditato l’azienda con i suoi 18.000 dipendenti, ma non si sono occupati del business operativo per diversi anni. Nel 2017, Augusto Perfetti ha fatto il suo ingresso nella classifica dei più importanti collezionisti d’arte contemporanea. I fratelli vivono in Canton Ticino.

La società di famiglia fu fondata circa 70 anni fa a Lainate, vicino a Milano, dai fratelli Ambrogio ed Egidio Perfetti. Oggi i loro eredi, Augusto e Giorgio, ne hanno fatto il terzo gruppo mondiale nel settore con l’acquisizione della Van Melle e della società spagnola che produce i Chupa Chups. Anche se gustate chewing gum o caramelle  Mentos, Morositas, Big Babol o Brooklyn (la “gomma del Ponte”) state comprando prodotti della famiglia Perfetti.

4 – Famiglia Zegna. La famiglia possiede una ricchezza stimata in 2-3 miliardi di franchi, stabile rispetto allo scorso anno (Bilanz stima un patrimonio di 2,250 miliardi) e anche rispetto alla cifra calcolata cinque anni prima. Lo scorso anno nel gruppo di abbigliamento e di tessuti di lusso, lo stilista Stefano Pilati ha ceduto il posto ad Alessandro Sartori, che aveva lanciato il marchio di successo Z Zegna. Le sue prime collezioni sono state un successo. Gildo Zegna (62 anni) ha anche razionalizzato la rete di negozi, che conta più di 513 punti vendita, di cui 287 di proprietà e ha puntato sulla produzione e sul marketing. Il gruppo  prevede una crescita a due cifre in Cina, Russia e persino in Europa. La partecipazione nella griffe Brunello Cucinelli è stata venduta con profitto la scorsa primavera.

5 – Famiglia Agnelli de Pahlen. La loro ricchezza è valutata tra 1,5 e 2 miliardi di franchi (Bilanz ne stima 1,750 miliardi), stabile rispetto al 2016 e al 2012. Nata a Losanna nel 1955, Margherita Agnelli de Pahlen è tornata in Svizzera circa venti anni fa. Figlia di Gianni Agnelli ha ereditato denaro, immobili, mobili e opere d’arte per un valore di oltre un miliardo di euro ma ha rinunciato alle quote della casa automobilistica italiana e quindi non è più coinvolta nel gruppo  Fca (Fiat Chrysler Automobiles). Madre di otto figli nati da due matrimoni, Margherita Agnelli si dedica principalmente alla pittura.

La figlia dell’avvocato Agnelli vive vicino a Ginevra e amministra la Ki Lin, la società che gestisce il suo patrimonio. Il marito, il conte Serge de Pahlen, gestisce invece la Sàrl Editions des Syrtes.

6 – Famiglia Malacalza. La loro fortuna (stabile anche rispetto al 2012) è valutata tra 1,5 e 2 miliardi di franchi (1,750 miliardi secondo Bilanz). Vittorio Malacalza e i suoi figli Mattia e Davide, che sono i principali azionisti della genovese Banca Carige con una quota del 18%, nel 2017 hanno registrato una perdita potenziale di 230 milioni di euro attraverso le loro azioni della banca. La famiglia spera, tuttavia, che la ristrutturazione alla fine porti i suoi frutti. Al contrario, le partecipazioni industriali sono molto più redditizie e possono bilanciare le perdite degli investimenti bancari. L’azienda siderurgica Distribuzione Acciai, le attività nei superconduttori di Asg e Omba Impianti & Engineering, una società di ingegneria, stanno mostrando risultati positivi. I Malacalza vivono in Canton Ticino.

7 – Famiglia Bonomi. Patrimonio stabile a 1-1,5 miliardi di franchi per la famiglia italiana (Bilanz  valuta la ricchezza a 1,250 miliardi).

Con circa 6,5 miliardi di euro di fondi raccolti, Investindustrial è uno dei principali fondi d’investimento indipendenti europei. Fondato nel 1990 e guidato da Andrea Bonomi, ha ricavato lo scorso giugno 550 milioni di euro nella vendita della società di noleggio di auto a basso prezzo Goldcar al leader europeo del settore Europcar. Investindustrial ha realizzato un’ottima plusvalenza considerando che aveva acquistato la società nel 2014 per circa 300 milioni.

Con un team di 84 esperti in cinque paesi, tra cui Lugano, le aziende rilevate sono state rinnovate e poi vendute nuovamente dopo cinque-dieci anni. Il capitale  è stato raccolto principalmente da 50 investitori istituzionali. Le partecipazioni hanno 18.500 dipendenti, con un fatturato di 5 miliardi e un Ebitda di 838 milioni di euro.

Attraverso il suo fondo Strategic Capital, inoltre, il finanziere italo-americano ha anche rilevato una partecipazione del 3% nella griffe di calzature e borse di lusso Tod’s. Andrea Bonomi vive con sua moglie e tre figli in Ticino e a Londra.

Nipote di Anna Bonomi Biolchini, nel 2015 Andrea Bonomi ha riportato in Italia le calzature Sergio Rossi, ha avviato un polo del lusso intorno a B&B Italia, azienda attiva nell’arredo di design di fascia alta ed è entrato nel capitale dell’aeroporto di Bologna. Ha cercato, senza successo, di acquisire il controllo di Rcs Mediagroup e del Corriere della Sera.

8 – Famiglia Fossati. La ricchezza della famiglia italiana che oggi vive in Canton Ticino è valutata tra 1 e 1,5 miliardi di franchi (1,250 per Bilanz). Ricchezza stabile sia in confronto al 2016 sia al 2012. Daniela, Stefania, Giuseppe e Marco Fossati hanno ereditato la società produttrice del famoso brodo Star, inventato nel 1949 da Danilo Fossati. Nel 2006 hanno venduto l’azienda al gruppo spagnolo Agrolimen. Oggi, la famiglia italiana gestisce i propri beni tramite la Findim Holding lussemburghese, che riporta una perdita di dieci milioni di euro nel 2016. Tuttavia, il gruppo ha ancora una liquidità di 424 milioni. Il 2017 è stato spinto dalla buona performance delle azioni di Gas Plus, la quarta utility di gas in Italia, nella quale Findim detiene una quota del 15,5%.

9 – Pier Luigi Loro Piana. La sua ricchezza è valutata in 1-1,5 miliardi di franchi (1,250 per Bilanz).  Loro Piana (65 anni) vive a St. Moritz ma d’estate ama trascorrere alcuni mesi sul suo yacht di lusso di 40 metri “My Song”. Se è possibile, sua moglie e tre bambini lo accompagnano. Le sue destinazioni preferite? Sono le isole Baleari e le isole greche. Come membro dello Yacht Club Costa Smeralda, “Pigi”, come è conosciuto dal suo equipaggio, partecipa a molte regate. È sempre alla ricerca del miglior materiale per le sue creazioni. La sua ultima idea sono abiti fatti di peli di cammello. Con la compagnia di moda Caruso, ha sviluppato una procedura che consente di elaborare un tessuto sempre più sottile. La fibra è chiamata Gobigold: la materia prima proviene infatti da cammelli del deserto del Gobi e dalla Mongolia.

Nel 2013, insieme al fratello Sergio (scomparso quello stesso anno), Pier Luigi Loro Piana ha venduto l’80% dell’azienda di famiglia al gruppo Lvmh del miliardario francese Bernard Arnault per 2,6 miliardi di dollari e oggi possiede una quota del 10%.

10 – Giuseppe Zocco (con la famiglia Rimer). Possiedono una ricchezza di 1,250 miliardi di franchi svizzeri secondo il magazine Bilanz (il loro nome non è invece presente nella classifica di Bilan).

Giuseppe Zocco ha co-fondato Index Ventures con David Rimer e Neil Rimer nel 1996, focalizzandosi sugli investimenti nei settori dei servizi online e software, e-commerce e marchi digitali.

Nato 52 anni fa a Noto, in Sicilia, cresciuto a Siracusa, studi a Milano, Londra e Palo Alto, Zocco ha lavorato a  Milano, Bruxelles, Zurigo, Madrid, Francoforte, Palo Alto e Londra. Vive a Ginevra.

Con investimenti in aziende come Skype, Facebook o Deliveroo, il trio si è fatto un nome in tutto il mondo. Nel frattempo, la società di Ginevra è diventata uno dei più grandi attori europei nel venture capital.

Zocco siede nel consiglio di amministrazione di Ozon.ru, The Cambridge Satchel Company, Moleskine. Ha partecipato a diversi investimenti precedenti su Index, tra cui Rpx, Zendesk, Privalia, Ciao AG, Milestone Systems, MutuiOnLine, Tecnologie numeriche, Virata e Digiquant. Precedentemente ha trascorso cinque anni come consulente presso McKinsey & Company in diversi uffici europei.

I multimilionari della lista

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11 – Sergio Marchionne. Una ricchezza calcolata in 600-700 milioni di franchi svizzeri per l’amministratore delegato di Fca (Bilanz calcola invece 550 milioni). Nel 2017 ha aumentato il suo patrimonio di 300 milioni. Nell’edizione 2012 di Bilan, la ricchezza di Marchionne era calcolata in 100-200 milioni di franchi svizzeri. Questo significa – se i dati di Bilan sono esatti – che in cinque anni la fortuna dell’ad di Fca è cresciuta nell’ipotesi peggiore del 200%.

Nell’autunno 2016 Marchionne ha trasferito la sua residenza fiscale da Walchwil, un comune del cantone di Zug, a Schindellegi (Feusisberg) nel canton Svitto, perché il cantone continua a consentire la tassazione forfettaria. Secondo i giornali svizzeri il numero uno del gruppo automobilistico abiterebbe nel complesso di lusso “Sunset” alla Stutz Haldenstrasse, con vista sul lago di Zurigo.

Arrivato nel giugno 2004 al vertice della Fiat, Marchionne (65 anni) ha ristrutturato completamente il gruppo fondendolo con l’americana Chrysler e scorporando Ferrari. Quando Marchionne è arrivato alla Fiat il gruppo valeva 5,5 miliardi di euro di capitalizzazione. Oggi, insieme a Cnh Industriale (macchine agricole e camion) vale più di 60 miliardi. Appassionato di Maria Callas, Marchionne detiene partecipazioni in Fca (1,13%), Cnh, Ferrari e Philip Morris.

12 – Carlo De Benedetti. Stabile rispetto al 2016 la ricchezza di Carlo De Benedetti, valutata in 500-600 milioni di euro (550 milioni per Bilanz). Rispetto all’edizione 2012, invece, l’ingegnere registra un calo consistente ed è l’unico della classifica degli italiani ad andare in perdita. Cinque anni fa il suo patrimonio era valutato 800-900 milioni di euro, quindi nella migliore delle ipotesi si è ridotto del 33%. Nel frattempo però De Benedetti ha lasciato le sue attività ai figli.

L’Ingegnere vive da tempo a Lugano e ha un passaporto della Confederazione. Nel 1976 ha fondato la Cir (Compagnie Industriali Riunite), una delle più importanti holding private italiane, con circa 14 mila dipendenti, quotata alla Borsa di Milano. Attualmente è presidente onorario di Cir e Cofide. Dal 1978 al 1996  è stato alla guida di Olivetti e presidente onorario dal 1996 al giugno 1999. Dal 2006 è presidente del Gruppo Editoriale L’Espresso. Da giugno 2017 è presidente onorario di Gedi, il gruppo editoriale nato dalla fuzione del gruppo Espresso con la Stampa e il Secolo XIX.

13 – Tomaso Trussardi e Michelle Hunziker. Il loro patrimonio è valutato fra i 200 e i 300 milioni di franchi, in crescita di 50 milioni rispetto al 2016 (per Bilanz è di 275 milioni di franchi). Tomaso è l’erede del fondatore della griffe di moda, Nicola Trussardi. Nell’impresa di famiglia lavora anche Aurora, figlia di Michelle Hunziker e di Eros Ramazzotti, che ha svolto il suo apprendistato nel settore del marketing e della comunicazione. La società è controllata anche da Gaia, sorella di Tomaso, direttrice creativa del brand.

14 – Alessandra e Allegra Gucci. Ereditiere dell’impero della moda Gucci (oggi il marchio è controllato dalla holding francese Kering di Francois Pinault), Alessandra, 41 anni, e Allegra, 36 anni, hanno la residenza fiscale nel cantone dei Grigioni e hanno una ricchezza tra i 100 e i 200 milioni di franchi (125 milioni per Bilanz). Sono figlie di Maurizio, assassinato nel 1995.

Allegra è diventata cittadina con passaporto svizzero e vive a St. Moritz. Ha lanciato la sua nuova strat-up, Balthazar Experience, che spazia dalla ristorazione alle relazioni pubbliche.  Alessandra, invece, ha ormai lanciato la propria griffe con il logo “AG”. Ha lavorato come designer nella società di abbigliamento Ovs.

15 – Raffaello Radicchi. La sua fortuna è valutata in 100-200 milioni di franchi. Quella di Raffaello Radicchi è una storia spettacolare. Radicchi, 66 anni, è un immigrato italiano figlio di contadini, diventato un magnate immobiliare. Oggi è il più importante proprietario privato del cantone di Neuchatel, con 1.700 beni immobili che gli appartengono attraverso le sue società.

L’imprenditore è arrivato in Svizzera nel 1970 per lavorare come operaio allo scavo del tunnel del San Gottardo. Nato a Gubbio, in provincia di Perugia, ha costruito un impero che copre tutte le attività legate all’immobiliare. Architettura, pittura, costruzione, ebanista, cucina: tutte le attività sono controllate dalla sua holding Insulae. L’uomo d’affari detiene anche partecipazioni nel marchio di orologi Schwarz Etienne, che ha rilanciato nel 2008, e in un’altra società di orologeria, la Rsm.

Radicchi deve il suo successo a un eccezionale senso degli affari. Dopo essere stato operaio nel cantiere del Gottardo, ha seguito il suo datore di lavoro a Morges e poi a La Chaux-de-Fonds. Nel 1979, quando la crisi dell’orologeria ha fatto crollare i prezzi, ha raccolto abbastanza soldi per comprare un primo edificio con un socio. Lo rinnova, lo rivende e reinveste i profitti. Da allora non si è più fermato.

Chi è uscito dalla classifica

Tra il 2012 e il 2017, dunque, ci sono stati cambiamenti importanti nelle ricchezze dei miliardari e milionari di origine italiana che hanno scelto di vivere in Svizzera. Nel 2012 in classifica non c’erano la famiglia Bonomi, Loro Piana, Zocco, Trussardi, le sorelle Gucci e l’ex immigrato Raffaello Radicchi.

In compenso figuravano milionari che oggi, per motivi diversi, non sono più in graduatoria. I nomi? Vittorio Carozza, presidente del gruppo Same Deutz-Fahr (macchine agricole), con un patrimonio tra 900 milioni e 1 miliardo; Carlo Crocco, rampollo del gruppo italiano Binda e fondatore della società di orologeria Hublot (ogg controllata da Lvmh); la famiglia Macaluso, guidata fino al 2010 da  Luigi Macaluso, presidente di Sowind Group, con i marchi Girard-Perregaux e JeanRichard (il loro patrimonio era stimato in 100-200 milioni). E infine la famiglia piemontese Zanon di Valgiurata, ex proprietari della banca Morval Vonwiller ed eredi di una delle figure storiche dell’automobilismo italiano: il conte Gughi Zanon di Valgiurata. Anche per loro il patrimonio era valutato in 100-200 milioni.

LEGGI IL POST Da Agnelli a Zegna, i 13 italiani più ricchi della Svizzera (passando per Bonomi e Marchionne)

angelo.mincuzzi@ilsole24ore.com

DUBAI, LA BABILONIA DEI MILIARDARI ITALIANI E DEI LATITANTI IN FUGA – NIENTE TASSE, VILLE FARAONICHE E LUSSO SFRENATO: NON CI SONO SOLO IL COGNATO DI FINI E MATACENA, I LATITANTI ‘UFFICIALI’ SONO 9 – DAI TRAFFICANTI DI COCAINA DELLA CAMORRA ALL’IMPRENDITORE DI UN NOBILE CASATO, ALBERICO CETTI SERBELLONI, ACCUSATO DI UNA EVASIONE FISCALE DA UN MILIARDO DI EURO

Guido Ruotolo per http://notizie.tiscali.it/

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«Perché ho scelto Dubai? Perché non si pagano le tasse». Alessandro è uno di quei giovani imprenditori italiani che si sono trasferiti negli Emirati. Lui ricorda il “Gastone” di Paperino. Qualsiasi cosa tocca diventa oro. Come si fanno i milioni? «Prima esistevano i rappresentanti che vendevano porta a porta. Noi lo facciamo attraverso la rete. E vendiamo su Internet qualsiasi cosa in qualsiasi parte del mondo». Il suo cognome è un mistero. Chiede il riserbo per ovvi motivi di privacy.

 

Non vuole essere identificato ma in giro per Dubai sulla sua Ferrari risponde alle nostre domande. Alessandro è di un piccolo paese dei Nebrodi, tra Messina e Palermo, e con il suo amico del cuore, Francesco, prima sono andati alle Canarie e poi a Dubai. Oggi ha ventiquattro anni e da sei guadagna milioni di euro a palate. Si è un comprato una villa con piscina nell’esclusivo quartiere di “Palmilandia”, un’isola artificiale rappresentata da un tronco principale e dei rami appunto come di una palma, campound per ricconi, ville e auto di lusso. E nel garage della villa sono parcheggiate una Ferrari e una Nissan da corsa.

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Dubai è la moderna Babilonia

In questa villa abitano Alessandro, Francesco, la fidanzata e quattro o cinque ragazzi dipendenti della società dei due compagni di scuola. Sono le “teste d’uovo” della fortunata azienda che ha portato una ventina di ragazzi siciliani a vivere e lavorare a Dubai. E in pratica vivono e lavorano in questa villa senza momenti di discontinuità. Alessandro è uno dei novemila italiani che risiedono in questa che Amedeo Matacena jr – uno dei nove latitanti italiani ricercati e per i quali sono stati avviati senza esito i procedimenti di estradizione – definisce la «moderna Babilonia».

 

GIANCARLO TULLIANI E FRANCESCA A DUBAI GIANCARLO TULLIANI E FRANCESCA A DUBAI

In realtà un trattato per la collaborazione giudiziaria è stato firmato tra il nostro ministro di Giustizia, Andrea Orlando, e l’omologo emiratino nel 2015 ad Abu Dhabi, ma non è stato ancora ratificato dal nostro Parlamento e della ratifica istituzionale degli Emirati Arabi Uniti non si hanno tracce. Adesso l’empasse della doppia ratifica potrebbe essere superato grazie a una intesa tecnica raggiunta dai rispettivi ministeri di Giustizia.

GIANCARLO TULLIANI A DUBAI DA CHI GIANCARLO TULLIANI A DUBAI DA CHI

 

Sono nove i latitanti italiani “ufficiali” a Dubai

 

Dai trafficanti di cocaina della camorra, Gaetano Schettino e Raffaele Imperiale, ad Andrea Nocera, nei guai per una bancarotta fraudolenta. Dal cognato dell’ex leader di An Gianfranco Finì, Giancarlo Tulliani, accusato di riciclaggio, all’imprenditore di un nobile casato, Alberico Cetti Serbelloni, accusato di una evasione fiscale da un miliardo di euro. Dal mafioso Massimiliano Alfano all’ex parlamentare reggino Amedeo Matacena, condannato per collusioni con la ‘Ndrangheta. Proprio Matacena rivela di essere stato lui a far scoppiare lo scandalo di Montecarlo sul quotidiano “Il Giornale”. «Venne da me, che allora risiedevo a Montecarlo, un giornalista di quel quotidiano che mi chiese se sapessi dove si trovava l’appartamento di Tulliani. Io gli indicai l’indirizzo».

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Un appartamento donato all’ex Msi diventato An ed entrato nelle disponibilità di Tulliani grazie al cognato Gianfranco Fini.

 

Matacena sostiene che in realtà gli italiani a Dubai sono molti ma molti di più dei novemila censiti ufficialmente. «Quando dalla Svizzera, da Montecarlo o da tanti altri paradisi fiscali hanno cominciato a trasferirsi a Dubai – ricorda Matacena nella intervista andata in onda ieri sera nella trasmissione “M” di Michele Santoro – erano talmente tanti che hanno sommerso i forzieri di euro al punto tale che le autorità bancarie emiratine sono state costrette a sospendere l’apertura di conti correnti di euro».

 

Dubai caput mundi

dubai vintage dubai vintage

Dubai è l’esaltazione esagerata del lusso, della ricchezza, del divertimento. Qui c’è il grattacielo più alto al mondo, il Bufi Khalifa (829 metri). E stanno ultimando i lavori di quella che sarà la ruota panoramica più grande al mondo. E gli alberghi più cari sono sempre a Dubai.

 

 I cinema più spettacolari, e due autodromi, e addirittura la pista da sci con la neve sintetica.  È il quinto carpet al mondo, e il terzo carpet rosso, dopo New York e Cannes. Dubai caput mundi, sostengono i suoi fan. Che ospiterà Expo 2020. E la città che già è immensa è piena di cantieri e gru. Un anno e mezzo è il tempo previsto per costruire grattacieli mozzafiato.

 

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Nel frattempo l’anno venturo il primo taxi volante al mondo dovrebbe prendere servizio proprio a Dubai. E si annuncia anche il primo poliziotto (non armato) robot. Gli abitanti di Dubai, i «locali», sono appena 350.000. Poi ci sono un milione di indiani, 750 mila pachistani, mezzo milione di filippini, 30.000 europei. Ma non per tutti Dubai è la fabbrica dei sogni che diventano realtà. Ci sono anche italiani che dopo dieci anni di gavetta e cinquantamila euro investiti nella ristorazione devono arrendersi perché i ristoranti falliscono. E ripiegano in società diciamo di servizio che aiutano i connazionali ad aprire società, trasferire capitali, prendere la residenza a Dubai.

 

Nella città dello spettacolo e del futuro, vetrina del lusso esagerato la calamita che attrae migliaia di stranieri pronti a trasferirsi negli Emirati, è il clima che si respira. Non il caldo che supera i 50 gradi, il clima è quello di società dove regna l’ordine e quindi la sicurezza. Ma apparentemente Dubai inganna. Ha ragione Matacena quando la paragona a una moderna Babilonia. Qui tutto sembra possibile. (dagospia.com)

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Sessanta anni di ‘Volare’, l’inno evocato da Mattarella che ha dato identità agli italiani e accompagnato il miracolo economico

Tra il 30 gennaio e il 1° febbraio 1958 va in scena – siamo nel Salone delle feste del casinò di Sanremo – l’8º Festival della canzone italiana, trasmesso dalla Rai per la prima volta in Eurovisione. L’organizzazione dell’evento è passata dalla Rai – che nelle precedenti edizioni era stata accusata di raggiri e favoritismi – ad un privato, Achille Cajafa, capo dell’Ata, la società che gestisce il Casinò e le attività turistiche e alberghiere di Sanremo. I cantanti selezionati appartengono alla tradizione melodica (e conservatrice) della musica leggera italiana: spiccano Nilla Pizzi, Aurelio Fierro, Carla Boni, il Duo Fasano, Gino Latilla, Giorgio Consolini, Claudio Villa. Solo Natalino Otto, che aveva portato in Italia lo swing americano, e il debuttante Domenico Modugno, si discostano dalla corrente musicale imperante.

 

Domenico Modugno sbarca a New York arrivando da Roma bordo di un volo Alitalia per cantare “Nel Blu Dipinto Di Blu”. Getty Images
 

Il miracolo avviene sul finire della seconda serata. Sul palco sale, indossando uno smoking azzurro preso a prestito, Domenico Modugno, interprete di “Nel blu dipinto di blu”, canzone di cui ha scritto le musiche, mentre le parole sono frutto del lavoro comune con Franco Migliacci.
La presentatrice Fulvia Colombo annuncia il cantante, esordiente a Sanremo. In quel momento Domenico Modugno non può essere consapevole che nei successivi tre minuti compirà il miracolo di cambiare la canzone italiana e di ottenere un successo planetario, capace di dare identità, coesione e orgoglio a tutti gli italiani – inclusi i milioni di connazionali emigrati all’estero.

Un passo indietro.

Domenico Modugno nasce il 9 gennaio 1928 in Puglia, a Polignano a Mare. “Mimmo” è un giovane irrequieto. Non ha voluto studiare; ha imparato a suonare da autodidatta la chitarra, la fisarmonica e il pianoforte. Nel 1945 scrive le prime canzoni in dialetto e alcune poesie. Nel 1947 parte per Torino alla ricerca di fortuna, che non troverà. Svolge il servizio militare e nel 1949 torna in Puglia, dove inizia ad esibirsi con la fisarmonica e a recitare in teatro. Modugno non è soddisfatto. Parte per Roma, dove vince una borsa di studio al Centro Sperimentale di Cinematografia. Nella capitale suona e canta nei circoli e nei ristoranti. Arrivano le prime comparsate nei film e in teatro. Le canzoni scritte in dialetto salentino/siciliano, ispirate soprattutto ad episodi vissuti, gli aprono le porte della radio. Nel 1953 firma il contratto discografico con la RCA. Nel 1955 incide “Vecchio Frack” che gli procura il primo problema con la censura Rai (il verso “Ad un attimo d’amore, che mai più ritornerà” viene fatto cambiare in “Ad un abito da sposa, primo ed ultimo suo amor”). Nel 1956 approda alla Fonit (che l’anno successivo si fonderà con la Cetra – di proprietà Rai) e debutta come autore a Sanremo (“Musetto”, interpretata da Gianni Marzocchi: arriverà ottava). Nel 1957 “Mimmo” partecipa al Festival di Napoli con “Lazzarella” scritta assieme a Riccardo Pazzaglia e a fine anno incappa nuovamente nella censura della Rai. Nella canzone “Resta cu’ mme” è costretto a cambiare “Nu’ me ‘mporta dô passato, nu’ me ‘mporta ‘e chi t’ha avuto” in “Nu’ me ‘mporta si ‘o passato, sulo lagreme m’ha dato”.

Il 1957, l’anno della svolta

Nel 1957 Modugno incontra – durante i provini del film di guerra “Carica eroica” di Francesco De Robertis – un giovane eclettico, il mantovano (fiorentino di adozione) Franco Migliacci, che a Roma disegna illustrazioni per “Il pioniere” (il settimanale del PCI per i bambini, diretto da Gianni Rodari) e si propone come attore per il cinema e la televisione. La sintonia tra i due artisti – entrambi laici, appassionati di cinema, teatro, musica, pittura – nasce spontanea.
Modugno ha scritto il motivo di una nuova canzone e all’inizio dell’estate chiede a Migliacci di collaborare alla stesura del testo.

‘La femme au coq rouge’, 1950, Marc Chagall

Maria Cristina Zoppa, nella fondamentale monografia “Nel blu dipinto di blu”, ricostruisce la genesi del brano. Migliacci racconta che furono due quadri di Marc Chagall la fonte di ispirazione della “canzone blu”: “La femme au coq rouge, con il gallo rosso che vola nel cielo blu e (…) Le peintre et son modelle, col pittore che ha la faccia dipinta di blu. Da lì vennero fuori le prime parole o quanto meno quest’idea: mi dipingo di blu, mi confondo con il cielo, volo e mando al diavolo il mondo laggiù. Era la storia di una rivincita esistenziale”.

I due amici trascorrono sei mesi a perfezionare la musica e il testo – che ha significativi riferimenti alla cultura surrealista. Modugno ha l’intuizione di inserire il ritornello “Volare, oh, oh” che si rivelerà decisivo per il successo del brano.

‘Entre chien et loup’, 1943. olio su tela, Marc Chagall

“Nel blu dipinto di blu” viene ammessa a Sanremo, ma nessuno dei “big” esprime interesse a interpretarla. La canzone viene così affidata a due debuttanti: lo stesso Modugno – che diventa il primo “cantautore” della canzone italiana – e il giovane Jonny Dorelli, della scuderia Cgd guidata da Ladislao Sugar, proposto dallo stesso Modugno. Il maestro Alberto Semprini cura gli arrangiamenti, che si rivelano particolarmente innovativi, e accompagna l’artista durante l’esecuzione con il “Sestetto Azzurro” – in cui spicca l’organo Hammond suonato da Mario Migliardi.

Salone delle feste, Casinò di Sanremo

La ricostruzione è di Gino Castaldo (“Il romanzo della canzone italiana”):
Modugno “aveva iniziato con un pensoso e stravagante:
Penso che un sogno così non ritorni mai più
mi dipingevo le mani e la faccia di blu.
Assurdo, impensabile, e aveva continuato con uno scarto ancora più imprevedibile:
Poi d’improvviso venivo dal vento rapito
e incominciavo a volare nel cielo infinito.
E infine aveva allargato le braccia e urlato:
Volare, oh oh, cantare, oh oh oh.
Niente di più, niente di meno, praticamente una bomba gettata su un paese che aspettava solo la scintilla per cominciare a sognare.”

Il critico letterario Giulio Nascimbeni affermerà: “Anziché stringere le mani sul cuore nella vecchia mossa tribolata all’italiana, Modugno spalancò le braccia: o meglio ancora, le sguainò verso l’alto come due spade”.
Modugno ripete lo show nella finale del 1º febbraio.
Il successo in sala è travolgente. Le giurie decretano il trionfo: “Nel blu dipinto di blu” vince con 63 voti; al secondo posto “L’edera” (Nilla Pizzi e Tonina Torricelli) 41 voti; al terzo “Amare un’altra” (Gino Latilla – Nilla Pizzi), 22 voti. Sembra trascorso un tempo infinito dall’edizione dell’anno precedente, vinta da “Corde della mia chitarra” interpretata da Claudio Villa e Nunzio Gallo.

Il successo deve convivere con il dramma: l’8 febbraio, il padre di Jonny Dorelli, che aveva impiegato ogni possibile risorsa per favorire la carriera musicale del figlio, muore improvvisamente. Dorelli afferma: a me rimane “il dubbio di essere stato io, con la gioia che gli ho dato, la causa del suo fatale malore”.

Jhonny Dorelli al Teatro Ariston di Sanremo nel 2007. Foto di Giuseppe Cacace/ Getty Images

Prosegue Castaldo: “I segni, letti col senno di poi, c’erano tutti: finiva il protezionismo commerciale che aveva bloccato l’industria manifatturiera, si stava avviando la modernizzazione del sistema industriale, i redditi stavano crescendo a ritmi vertiginosi. L’Italia in effetti, era pronta per il volo. Singolare, casomai, che a rivelarlo sia stato una canzone. (…) La modernità di Volare è nella libera e felice sensualità sprigionata dalla canzone, un invito pieno, esuberante, un inno alla vita del tutto privo di sensi di colpa. È cantata in modo genuino, diretto, non c’è retorica, malgrado la larghezza impetuosa dello slancio, e vera, quindi contagiosa (…) NON È UNA CANZONE D’AMORE (…). La canzone evoca l’impulso vitale di un individuo che vive un’esperienza liberatoria. E crea in chi lo ascolta un irresistibile desiderio di immedesimarsi. Solo che a volersi immedesimare non erano singoli individui, c’era un intero paese.”

Scrive nel 1980 Gianni Borgna: “Spazzando via un decennio di retorica, annunciava l’avvento di un’epoca nuova”
Modugno riesce a mettere d’accordo e ad unire un’Italia che vive profonde divisioni politiche tra i partiti di ispirazione cattolica, comunista, socialista e laica (senza dimenticare i nostalgici del fascismo e della monarchia), e tra chi tifa per gli Sputnik sovietici o per gli Explorer americani.

Il 45 giri – la copertina è del giovane Guido Crepax – rimane nella hit parade per quattro mesi, di cui cinque settimane al vertice. A livello internazionale il successo è strepitoso. La canzone arriva terza all’Eurovision Song Contest. Negli Stati Uniti “Volare” – come viene subito ribattezzata – è prima in classifica per cinque settimane, vi rimane per tre mesi e vince tre Grammy: come canzone dell’anno, come disco dell’anno e come miglior interprete. Domenico Modugno, Mr. Volare, diventa popolarissimo, viene invitato in programmi televisivi di successo, addirittura alla Camera dei Rappresentanti e compirà numerose tournée.

Ancora oggi “Volare” – che nel tempo è stata tradotta, reinterpretata e rivisitata da decine di artisti (tra gli altri Ella Fitzgerald, Frank Sinatra, Bing Crosby, Luis Armstrong, Dean Martin, Ray Charles, Barry White, Paul McCartney e persino da Frank Zappa e David Bowie) –, rappresenta uno dei simboli dell’Italia nel mondo.

Uno dei passatempi preferiti dai cinesi è il karaoke. “Volare” è – assieme a “’O sole mio” – l’unica canzone italiana disponibile per essere cantata.
Negli anni successivi a quella strepitosa affermazione, Modugno dimostra di essere un uomo in grado di vivere esperienze culturali di grande spessore: continua a recitare nel cinema e in teatro (diretto da Giorgio Strehler nell’“L’Opera da tre soldi”), collabora con Salvatore Quasimodo e Pier Paolo Pasolini. Quest’ultimo scriverà le parole di “Che cosa sono le nuvole”, chiamerà l’artista a cantare i titoli di testa di “Uccellacci e uccellini” e lo vorrà come attore nell’episodio “Che cosa sono le nuvole” del film “Capriccio all’italiana”. Non mancherà l’impegno civile, assieme alla moglie Franca Gandolfi, con il PSI nella campagna a favore della legge sul divorzio e, negli ultimi anni, a fianco – anche in Parlamento – del Partito Radicale.

Modugno prende parte al Festival di Sanremo undici volte, vincendo quattro edizioni (record condiviso con Claudio Villa). A “Nel blu dipinto di blu”, fanno seguito “Piove” nel 1959; “Addio… addio…” nel 1962; “Dio come ti amo” nel 1966.
Nel 1968 la commissione esaminatrice del Festival esclude “Meraviglioso”, poiché ritenuta inadatta per la manifestazione. Renzo Arbore è tra i convinti sostenitori della bocciatura. Il testo di Riccardo Pazzaglia parla di un tentativo di suicidio, sventato da “un angelo vestito da passante”: “perfino il tuo dolore potrà apparire poi meraviglioso” è l’invocazione usata per far desistere l’uomo dal gesto estremo. Il brano, sia pur ispirato ad una scena del film “La vita è meravigliosa” di Frank Capra, si puo’ forse leggere come un tentativo postumo di fermare la mano di Lugi Tenco ed è comunque un emozionante appello alla vita.

Nel 1974 viene assegnato a Domenico Modugno il Premio Tenco “Per la funzione svolta nell’evoluzione della canzone e per avere iniziato quel processo di rinnovamento inteso a dare a essa nuova verità e dignità poetica e artistica”. È un premio di cui l’artista sarà particolarmente fiero.

Eppure i meriti di Modugno vanno oltre. “Volare”, ripetiamo, è stata – e in parte lo è ancora – la canzone simbolo dell’Italia nel mondo, capace di unire e dare speranza ad un popolo che si stava affrancando dai disastri causati dalle guerre mondiali per diventare la quinta potenza industriale.

Il 31 dicembre scorso il Presidente Mattarella ha indicato la via per far “volare” nuovamente il Paese: “La democrazia vive di impegno nel presente, ma si alimenta di memoria e di visione del futuro. Occorre preparare il domani. Interpretare, e comprendere, le cose nuove. La velocità delle innovazioni è incalzante; e ci conduce in una nuova era, che già cominciamo a vivere”.

“Memoria e visione del futuro”: è forse questa la condizione imprescindibile per tornare a volare, “nel cielo dipinto di blu”. (Giuseppe Rao Businessinsider)