Cosa resta dell’amore

, Libération, Francia

 

Questa sera sono triste e non so se è perché Nicanor Parra è morto – esattamente tre anni dopo Pedro Lemebel – o perché il padre del mio migliore amico è morto di recente e io, come sempre, non ero là per consolarlo tra le mie braccia. Non so essere là dove ci si abbraccia. Pedro Lemebel era l’esatto contrario, portava i suoi baci là dove non erano mai arrivati. Non so se sono triste perché sono giorni che non parlo con la persona che fino a poco tempo fa ancora mi amava. Mi ricordo la poesia nella quale Parra avvertiva gli amanti della letteratura che avrebbe cambiato il nome di alcune cose, che avrebbe smesso di chiamare sole il sole e che aveva deciso di chiamare le scarpe “casse da morto”.

Sentire che qualcuno ha smesso di amarti significa, come quando qualcuno muore, accorgersi che il nome delle cose è cambiato, senza che nessuno ti abbia mandato il nuovo vocabolario per decifrarle. Smetterò di chiamare il sole un sole e chiamerò bare i giorni. Tutto sembra simile a com’era prima, tutto è rimasto al suo posto, ma tutto è diverso. Dici buongiorno alle cose, ma loro non rispondono più al loro nome.

Quando ci siamo incontrati, era successo qualcosa di simile. In pochi mesi avevamo cambiato il nome di tutto: il negozio Maasai, il femore, la fiocina, l’ariete, il falco, il pulpito, il novanta, l’ipernotte, la specialità della casa e così via. Ormai quello che indicavano queste parole non esiste più.

Federazione dei desideri
L’amore comincia a essere un movimento sociale che lotta perché la sua lingua minoritaria sia riconosciuta e parlata. Quando l’amore funziona, diventa una federazione dei desideri che si costituisce in accademia reale della lingua, fissando le sue nuove voci e legittimando le nuove parole che contribuiscono al suo splendore. Quando invece l’amore finisce, diventa una lingua vietata: ogni parola del suo lessico scappa da chi l’ha creata, ogni espressione è un crimine.

Un amore finito somiglia a un vecchio laboratorio abbandonato, un luogo dove sono state fabbricate macchine meravigliose che ormai non servono più a niente. Ad Atene ho visitato una tipografia che aveva chiuso negli anni settanta e il cui proprietario non si era mai preoccupato di andare a recuperare i giornali stampati il giorno della chiusura. Era come se gli operai fossero andati a prendere un caffè, e non fossero più tornati. Su un tavolo c’era un telefono nero a disco con accanto un elenco del telefono aperto alla lettera ϕ e un giornale che annunciava l’uscita del film Meres tou 36 (I giorni del ‘36) di Theo Angelopoulos, in francese. Uno strato di polvere e di grasso ricopriva tutto, attenuando le differenze tra gli oggetti e le superfici.

L’amore è una tecnologia che si rivela indispensabile quando la utilizzi e che all’improvviso diventa obsoleta

Mi sono chiesto se avevo il diritto di lasciare una traccia mentre prendevo una pubblicazione e facevo cadere la polvere per leggere il nome di Theo Angelopoulos. I rotoli di carta erano ancora attaccati alle rotative con la data 10 maggio 1973, metà pagina era stampata, mentre l’altra era ancora bianca e non sapremo mai quello che doveva esserci scritto. Era poco prima della fine della dittatura. Ho pensato che forse il proprietario poteva essere stato arrestato o ucciso, come il personaggio del film di Angelopoulos. Mi sono informato e mi è stato detto che il proprietario aveva fatto fallimento ed era emigrato in Australia senza più tornare. Lo stato greco aveva sequestrato i locali per farne una scuola d’arte ma per anni non aveva avuto i soldi per fare pulizia e cominciare i lavori di ristrutturazione.

I nomi insieme
Accanto alle linotype c’erano due cassette di legno con le 24 lettere greche e le 26 latine, diventate nel corso del tempo un’opera concettuale alla Joseph Cornell. Sapevo il numero delle lettere perché le ho contate per capire perché due spazi rimanessero vuoti in una delle due cassette. Sui tavoli erano sparse alcune lettere, piccoli blocchi di metallo levigati da un lato e incisi dall’altro con una lettera in rilievo al rovescio.

Ho chiesto se potevo prenderne qualcuna. Il sorvegliante dei locali della scuola mi ha risposto che potevo prendere quello che volevo, tutto quello che era lì non serviva più a nulla e ben presto sarebbe stato gettato alla discarica. Ho cercato a lungo nell’alfabeto latino una P che mi rappresentava e la Z del suo nome. Quella sera li ho messi sul mio tavolo, perché i nostri nomi rimanessero insieme quando eravamo separati.

L’amore è una tecnologia che si rivela indispensabile quando l’utilizzi e che all’improvviso diventa obsoleta: prese elettriche inutilizzabili, elettricità incompatibile, il sistema improvvisamente guasto e non si possono più compiere quei gesti che facevamo il giorno prima in modo automatico. Ci sono amori che si lasciano con premeditazione: le macchine finiscono smontate, i giornali stampati vengono portati via, si chiude la linea telefonica, si svuota tutto e si ridipinge lo spazio per un nuovo inquilino.

Altri invece si lasciano come questa tipografia greca: i mobili e le macchine, all’apparenza perfettamente funzionanti, rimangono intatti, come se gli amanti potessero tenere in vita l’idea di tornare e di rimettere in funzione le macchine in qualunque momento. Ma che fare delle macchine dell’amore quando diventano obsolete? Conservarle come in un museo o riciclarle? Prendo le lettere P e Z rimaste tra i resti della tipografia greca, le caccio in fondo a una tasca ed esco a camminare sulle rive del Rodano.

(Traduzione di Andrea De Ritis) (l’internazionale)

Questo articolo è uscito sul quotidiano francese Libération.