Crac Bpvi. Adusbef: “Scandalosa l’inazione di Viola”

Antonio Tanza: “Bene il sequestro odierno di 106 milioni ma occorre indagare anche il conflitto tra magistrati”

 

ROMA. Il provvedimento di sequestro, motivato dalla legge 231 del 2001, sulla responsabilità amministrativa delle società,  effettuato dalla Guardia di Finanza di 106 milioni di euro giacenti in un conto corrente aperto presso la filiale di Milano di un istituto di credito nazionale e intestato a “Banca Popolare di Vicenza spa in liquidazione coatta amministrativa” su pregressa liquidazione di asset rimasti nel patrimonio della banca popolare, in riferimento al reato contestato di ostacolo all’esercizio delle funzioni di vigilanza della Consob che, secondo l’accusa, è stato attuato in occasione dell’operazione di aumento di capitale compiuta dalla banca nel 2014, una goccia nella dissoluzione di miliardi di euro bruciati a 120 mila famiglie.

   Da anni si conosceva, anche per le ripetute denunce inoltrate da Adusbef alla Procura di Vicenza e di Trento, competente sui magistrati della città orobica, la prassi truffaldina delle “operazioni baciate” nell’acquisto di azioni della banca, finanziate dallo stesso istituto di credito, attraverso prestiti ai clienti, facendo così lievitare il valore delle azioni fino a 62,50 euro, che poi – quando il giochetto venne scoperto – si sgonfiarono lasciando i risparmiatori con carta straccia in mano.   

     Ora bisognerebbe indagare anche sul conflitto di competenza che aveva vanificato l’originario provvedimento di sequestro disposto dal gip di Vicenza il 18 maggio 2017, su richiesta della Procura vicentina, la cui  stessa Procura, ritenendo che la competenza dovesse essere radicata a Milano, aveva presentato ricorso, passando la palla alla Corte di Cassazione che il 30 ottobre 2017 aveva stabilito che il sequestro non era “abnorme” come sostenuto dalla Procura, ed alla seconda  decisione della Cassazione che il 7 dicembre 2017 aveva stabilito la competenza dell’autorità giudiziaria vicentina e non di quella milanese.

   Troppi i ritardi e le negligenze, che hanno consentito a Marino Breganze, Andrea Monorchio, Gianfranco Pavan, Maurizio Stella, Giorgio Colutta, Maria Carla Macola, Giuseppe Zigliotto di trasferire beni e patrimoni a favore dei parenti ed i passaggi di mano di Gianni Zonin, che  dona al figlio una parte dei beni con diritto di abitazione (1.1.2017), mentre il 13 maggio cede la restante parte alla consorte.

   Scandaloso il comportamento di Fabrizio Viola, che da rappresentante del Fondo Atlante, aveva avanzato una richiesta per  oltre un miliardo di euro, mentre oggi che rappresenta lo Stato italiano non ha ancora chiesto i sequestri cautelativi che sventino i tentativi dei vertici della Vicenza di sottrarre i loro beni con varie operazioni ai truffati. Una riluttanza ingiustificata ad aggredire quei patrimoni che in casi minori, come per la Banca di credito cooperative del Veneziano commissariata dalla Banca d’Italia, è stato ottenuto dagli amministratori il sequestro cautelativo dei beni dei vecchi amministratori.

Avv. Antonio Tanza (Presidente Adusbef)

Sciopero Omba dei Malacalza: niente di fatto, venerdì assemblea. Le interviste a Diego Marchioro e Patrizia Carella, le dichiarazioni di Maurizio Ferron di Fiom Cgil Vicenza: “andremo a Genova!”

Dopo il nostro video con le interviste a due dipendenti OmbaDiego Marchioro, che è anche candidato per il Pd alle Politiche 2018, e Patrizia Carella, sindacalista Fiom Cgil, vi proponiamo di seguito la dichiarazione rilasciata questa sera, 5 febbraio, dal segretario generale della FIOM di Vicenza e provincia Maurizio Ferron all’uscita della sede di Confindustria dopo più di due ore di trattative.

È stato un incontro che non ha prodotto alcun esito significativo. Da parte della direzione di Omba e di Confindustria è stato illustrato il punto della situazione rispetto alla richiesta di concordato presentata a fine dicembre dall’azienda stessa e all’incontro avuto con il commissario (nominato dal Tribunale).
Da parte nostra (sindacale, ndr) è stato ribadito l’obiettivo di garantire la continuità produttiva dello stabilimento di Torri di Quartesolo.
Evidentemente per far questo serve un’assunzione di responsabilità e un impegno da parte dei soci proprietari di Omba per cambiare obiettivo rispetto all’annunciata chiusura.
Abbiamo anche chiesto sempre unitariamente di sospendere i termini previsti dalla procedura di licenziamento collettivo (termini che scadrebbero il 26 marzo).
Per questo già la settimana scorsa (venerdì 2 febbraio) le organizzazioni sindacali FIM FIOM UILM di Vicenza hanno richiesto la presenza al confronto anche dei soci proprietari, che poteva avvenire già all’incontro odierno o in data successiva.
Le OO SS oltre ai confronti istituzionali già avviati, ribadiscono la necessità di incontrare la proprietà.
In mancanza di tale disponibilità non è esclusa una trasferta a Genova dei rappresentanti delle OO SS e delle RSU e di tutti i lavoratori.
Prossimo appuntamento venerdì 9 febbraio con l’assemblea dei lavoratori di OMBA che si svolgerà in azienda a Torri dalle ore 14:00
“. (Enrico Zolla Vicenzapiu’)

Il vino della Georgia dall’A alla Z (più un video)

Il vino della Georgia dall’A alla Z (più un video)

Riceviamo, e molto volentieri pubblichiamo, il reportage del viaggio di Leone Zot nel Caucaso (Giorgia, Armenia, Azerbaigian) nel luglio – agosto del 2017 alla scoperta di una tradizione vitivinicola arcaica.

Il viaggio è un meccanismo di conoscenza che ha l’effetto di dilatare lo sguardo sulla vita e sugli aspetti che ci compongono, trasformandoli.

Gli italiani sono condizionati sin da piccoli ad una retorica dall’aspetto innocente, poiché è di costume e non di rango politico, che racconta che la cucina migliore del mondo è qui, in terra italica, e ridiamo di quei poveri tedeschi irrigiditi dall’amido di patate, e degli inglesi sbiancati dal porridge. Noi, eredi della tradizione greco-romana, banchettiamo con i vini e i piatti più buoni del pianeta.

Poi capita di prendere un aereo, e in una manciata di ore, trovarsi precipitati a Pechino e si scopre che anche in Cina hanno la cucina migliore al mondo. Da lì, inciampando sugli spigoli dell’Himalaya, si cade in India dove si imbandisce la tavola con un’altra tradizione gastronomica più buona del mondo.

Allora, e per fortuna, l’edificio delle proprie convinzioni culturali inizia a vacillare. Ma c’è sempre qualche identificazione che siamo meno disponibili a lasciare andare.

“Sui vini non ci batte nessuno! I Francesi sono bravi ma la varietà di vitigni autoctoni che abbiamo qui non ce l’hanno!”

Ma un giorno capita una bottiglia di vino georgiano che si siede al tavolo con noi. Un tal Saperavi mai visto prima. Il signor Saperavi ci sa fare e si dichiara biodinamico e vinificato in anfora interrata secondo la tradizione georgiana! E allora tocca prendere un altro aereo e andare a verificare di persona questa faccenda.

Tbilisi c’è una enoteca, sia chiama Vino Underground, aperta da un gruppo di vignaioli biologici e tradizionali. Perché in Georgia si vinifica anche in stile europeo. L’espressione “stile europeo” mi è nuova, pensavo esistesse solo quello. Dentro questa enoteca c’è Natia, diventiamo subito amici e stabilisco qui il mio campo base. Sophie Riby è il mio angelo custode, dall’Italia mi mette in contatto con i vignaioli di sua conoscenza.

Si comincia così, come sempre, bevendo. E ripieno di spirito caucasico mi sciolgo in questa terra.

Sakartvelo è il nome che i georgiani danno al loro paese e Kartvely sono i suoi abitanti. Neanche la Cina si chiama Cina ma Zhōngguó. E l’India? Bhārat Gaṇarājya! Mi accorgo da tempo che i nomi che uso sono intrisi di pregiudizi colonialisti, eurocentrici, indoeuropei, maschilisti. Sono atti di possesso. Viaggiando rinomino il mondo e faccio amicizia con parole cangianti. E qui a Tbilisi le parole e gli uomini si mescolano in modo vorticoso da millenni.

Plinio il Vecchio, scrivendo della regio Colchis (1), cita il geografo Timostene che descrive la Colchide come luogo dalle trecento nazioni con differenti lingue. Nel X secolo anche il grande enciclopedista arabo al-Mas’udi chiamò il Caucaso Ǧabal al-alsun “Montagna delle lingue”.

Scavando questa montagna l’archeologia vi ha individuato le tracce più antiche attualmente note, di fermentazione dell’uva. In Armenia in prossimità del villaggio Areni, nome del vitigno coltivato in questa zona, è stata rinvenuta una grotta, adiacente ad una necropoli, contenente anfore interrate e un torchio con resti di raspi, bucce e semi di uva. La datazione al radiocarbonio posiziona questi manufatti a circa 6100 anni fa. L’analisi su campioni di ceramica ha rilevato tracce di acido tartarico e malvidina, pigmento vegetale, entrambi indicatori del vino. Qualche chilometro più a sud, in Iran, altri resti di vinificazione databili a 7000 anni fa. Oggi camionisti iraniani attraversano il confine ad Areni e caricano vino e oghee (distillato di pesche), per riportarlo clandestinamente in  patria.

Ad onor del vero, Patrick McGovern, archeologo biomolecolare dell’Università della Pennsylvania, ha trovato tracce di uva fermentata con riso in vasellame Cinese nei pressi dell’Henan in una sepoltura risalente a 7000 anni fa.

Questi manufatti sembrano associare sempre il vino a rituali funebri e religiosi. In tempi così remoti la vite cresceva selvatica non ancora addomesticata e la sua bevanda era un prodotto raro, prezioso, con proprietà medicamentose, estatiche e psicopompe.

Una missione archeologica della Cà Foscari in Georgia, ha escavato testimonianze afferenti alla cultura transcaucasica Kura-Araxes del 3400 a.cche testimoniano la bevanda contenuta in piccoli vasi a forma di animale e custodita in luoghi sacri.

Questo uso ritualistico del vino è presente ancora oggi nella liturgia ortodossa georgiana ove il sangue di cristo scorre a fiumi a testimonianza della bontà divina. Nello stesso modo i Supra, banchetti tradizionali, utilizzano l’uva fermentata come veicolo di unione comunitaria e religiosa. La Supra Scura è il banchetto funebre, guidato da un maestro di cerimonia detto Tamadà, il quale, estatico di vino, intona lunghi ed articolati brindisi in lode del defunto. I convenuti fanno eco al richiamo bevendo da corni di animali glorificando il Signore.

L’adozione del cristianesimo in Caucaso è molto precoce. I primi furono gli Armeni nel 301 sotto la guida di Tiridate III. Qualche anno dopo, nel 327,  Santa Nino portò la sua fede nel Regno di Iveria, che, insieme alla Colchide, costituisce il retroterra culturale della Georgia. La leggenda vuole che la Santa guarì dapprima la figlia del re, Nana, da una malattia, e poi salvò il re stesso, Mirian, persosi in una battuta di caccia. Mirian persuaso della potenza del nuovo Dio, fece battezzare tutta la popolazione nel fiume Aragvi, dichiarado il cristianesimo religione di stato. La croce di Santa Nino, una delle reliquie più importanti della chiesa ortodossa Georgiana, custodita nella cattedrale Sioni a Tbilisi, è fatta con tralci di vite, simbolo di estasi del Corpo nello Spirito.

Nella letteratura greca emergono elementi che sembrano accordarsi ai ritrovamenti archeologici. Negli esametri di Apollonio Rodio, gli Argonauti guidati da Giasone, viaggiano verso la misteriosa e lontana Colchide per impossessarsi del vello d’oro. Una impresa che getta un ponte tra la terra Greca e quella Caucasica. Varcata la soglia del palazzo del re Eeta, si trovano circondati da rigogliosi tralci di vite che cingono quattro fontane forgiate dal vulcanico Efesto, una delle quali zampilla vino (2).

Attraversando il tempo, questo legame con lo Spirito dell’uva e la tecnica per la sua materializzazione rimane immutato nei suoi caratteri essenziali fino ai giorni nostri.

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Si comincia dalla Terra, cavando l’argilla per fabbricare le Qvevri, grandi anfore di terracotta capienti talvolta oltre i 1000 litri. E’ in questi recipienti che viene fatto il vino. L’arte per costruire le Qvevri è custodita in poche famiglie che si tramandano la conoscenza di generazione in generazione. Conoscono i posti dove raccogliere l’argilla più fine, i modi per purificarla e i tempi per stagionarla affichè diventi adatta ad essere lavorata. Il processo dura anni. Quando è pronta si da avvio alla foggiatura del vaso, completamente manuale con la tecnica del colombino, la più antica del pianeta. Salsicciotti di argilla collocati a strati sovrapposti e modellati a sagomare la forma. La cottura si effettua in ampi forni murati con mattoni e scaldati a fuoco di legna. Questa fase può durare anche una settimana con temperature oltre i 1000 gradi ed è importante per realizzare una corretta vetrificazione e impermeabilizzare il vaso. Una volta cotta, la Qvevri viene trasportata in cantina dove viene interrata fino al collo. In essa avviene la magia della fermentazione e dell’invecchiamento, in fasi distinte.

Dalle vinacce si distilla la Chacha, corrispondente georgiano della grappa. La filtrazione avviene naturalmente attraverso il cappello di fermentazione che, finito il processo, si immerge lentamente verso il fondo portando con se tutte le particelle in sospensione. I bianchi sono vinificati tutti con lunghe macerazioni sulle bucce, generando vini dal colore dorato brillante e dai sapori complicati, scorbutici, opulenti, inattesi. In Europa si chiamano Orange wine, qui li chiamano Amber wine.

Ai tempi dell’Unione Sovietica questa tradizione ha rischiato di scomparire. La Georgia era diventata la vigna della Russia. Vennero impiantati stabilimenti industriali per la vinificazione che usavano metodiche europee. La piccola e montuosa Georgia non aveva uva a sufficienza per soddisfare la sete della Grande Madre Sovietica e, per arrivare alla quota assegnata, si aggiungeva acqua e zucchero alla massa da fermentare. I russi amano i vini dolci assenti nella tradizione autoctona. Ancora sopravvive una varietà semi-dolce molto amata dai russi che vengono in vacanza nella economica e calda Georgia. Oggi queste fabbriche abbandonate, arrugginiscono come fossili, ai lati delle strade.

La tradizione è sopravvissuta nei gesti di un quotidiano agreste ed arcaico e oggi sta rinascendo producendo vini che hanno ben poco a che fare con i gusti cui siamo abituati in Europa e ancora meno con lo stile internazionale. Ogni vitigno, ogni bottiglia, ogni territorio è un viaggio diverso. Non vi è standardizzazione. Anche il grado alcolico è molto vario. Nessuno si scandalizza per un vino da 11 gradi così come per un vino da 16.

L’ampelografia classifica 525 tipologie di vitigni georgiani
In nessun altro luogo del pianeta esiste una tale varietà. Ciò suona in accordo con “l’ipotesi dell’area ancestrale”, utilizzata in linguistica ed in genetica per individuare le traiettorie di propagazione dei dati oggetto di tali discipline. Secondo tale ipotesi il luogo in cui si riscontra la maggiore varietà e complessità delle espressioni genetiche e linguistiche corrisponde all’area ancestrale da cui origina l’emanazione. Man mano che ci allontana da questo centro la complessità diminuisce progressivamente, secondo linee di diffusione individuabili.

Per questa via gli esseri umani si sono scoperti di origine africana. L’Africa ha il patrimonio genetico più vario del pianeta e il suo ceppo linguistico è il più complesso e differenziato. Allo stesso modo la Georgia ha la maggior varietà genetica di Vitis vinifera, conservato in 10 aree di vinificazione, che corrispondono agli avvallamenti della catena del Caucaso. Nelle campagne la vite si rinselvatichisce con grande facilità, attecchisce libera in ogni dove. In città, ogni balcone ogni angolo ha una vite che cresce, formando pergolati ombrosi in attesa dei frutti. Insomma tutto il paese ruota attorno al vino e i Georgiani affermano che la tradizione vitivinicola più antica sia Georgiana e che il vino migliore del mondo sia il loro.

Le tracce archeologiche, letterarie, culturali, genetiche sembrano convergere nel Caucaso, indicandolo come area ancestrale della fermentazione dell’uva, ben prima del mondo greco e  romano.

Ancora una volta il viaggio mi ha mostrato che le idee che mi portavo dietro non erano precise. L’Italia non è l’unico paese in cui giace una tradizione vinicola antica. Altri luoghi, non lontani e quasi sconosciuti hanno tradizioni più arcaiche.

Giunto alla fine della traversata Caucasica non avevo ancora realizzato quanto la Georgia avesse modificato il mio gusto in fatto di vini, soprattutto bianchi. Arrivato a casa ho realizzato che le mie papille andavano in cerca di gusti nuovi non standardizzati, bianchi a lunga macerazione e, perché no, a volte anche dell’anfora.

Leone Zot (Cristianalauro.com)

 

Elezioni 2018, Casini: campagna elettorale Parte da Fico contro Salvini e M5S

Elezioni 2018: Corsa alla poltrona di Casini all’arrembaggio di ex comunisti, contro Salvini e M5S. Mega cena di gala da Fico di Farinetti e Coop Adriatica

Di Antonio Amorosi affariitaliani.it
Elezioni 2018, Casini: campagna elettorale Parte da Fico contro Salvini e M5S

 
 

E’ “il migliore”, un frangiflutti umano contro le impetuose onde della politica.

Pierferdinando Casini, classe 1955 e anima ai giorni nostri di quella che fu la Democrazia Cristiana, ha colpito ancora. Politicamente è stato al centro, a destra, ora a sinistra ma pronto a ritornare a destra o ad andare altrove, oltre, sacrificandosi per il Paese. Ma sempre con stile.

Se ormai è noto che alle prossime politiche sarà candidato nel collegio uninominale “sicuro” del Senato di Bologna, sostenuto in blocco dagli ex nemici del Partito Democratico, a colpire è il luogo d’inizio della campagna elettorale: Fico di Oscar Farinetti e Coop Adriatica. Pardon, se glielo chiederete non ammetterà mai che è partita da lì. Ma è proprio la nuova creatura bolognese del patron di Eataly e delle Coop la prima importante apparizione nel collegio di Pierferdy, detto Pierfurby dagli amici (nomignolo coniato da Dagospia). Non un luogo qualsiasi che consolida la scaltrezza del nostro eroe.

Il 27 gennaio scorso, quando le liste erano ormai chiuse, è stata organizzata a Fico una mega cena di gala con oltre 500 invitati. I costi di una serata da Fico sono economicamente iper sostenuti. Ma chi scrive ha potuto parlare con un invitato che preferisce restare anonimo: “Era tutto gratis, non ho pagato nulla. C’era una parte importante del jet set degli industriali e dei medici bolognesi”. 

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Presenti molti dottori dell’ospedale Sant’Orsola-Malpighi di Bologna. Anche se l’evento ruotava intorno a Fanep, onlus che si occupa di volontariato nella neuropsichiatria infantile, “che ha tessuto le lodi del reparto di neuropsichiatria dell’ospedale, mentre molti altri reparti sono stati chiusi, boh…”, ci spiega l’uomo (Guarda anche le foto nella gallery)

Intorno al bravo Pierfurby balletti di baci e abbracci tra vecchi comunisti delle Coop e vecchi cattolici democristiani, conditi dal meglio del mondo industriale locale. “Un gran viavai di pacche sulle spalle. Così dopo una bella cena sono state messe all’asta alcune maglie dei campioni del Bologna calcio, una sciabola di un atleta di scherma ed altri oggetti”, ci confida l’invitato.

Casini proprio perché candidato ha spiegato di non voler parlare di politica ma di essere intervenuto solo perché testimonial della onlus alla sua fondazione.

Si sa, lui è sempre dove non vuole essere. Anche di recente. Diceva di essere contro la Commissione d’inchiesta sulle banche e ne è diventato presidente. Era contro Berlusconi e poi ne è stato il presidente della Camera. Infine è da sempre contro gli ex comunisti, gli antichi avversari dai tempi dell’Università, e oggi è il loro candidato in uno dei collegi più “sicuri”: Bologna. Un evento storico che può riuscire solo ad una leggenda. “Casini è stato e sarà con noi nelle nostre battaglie”, ha replicato Matteo Richetti del Pd quando qualcuno dall’interno del partito ha storto il naso o ha contrastato la candidatura.

ELEZIONI 2018, CASINI CAMPAGNA ELETTORALE CONTRO SALVINI E M5S INCOMPETENTI E PERICOLOSI

Anche se in rete l’ironia si spreca, alcuni giorni fa Pierfurby ha pubblicato sul suo sito un appello all’elettorato della città, storicamente di sinistra, spiegando come oggi i nemici veri, davvero pericolosi siano Matteo Salvini e i 5 Stelle perché loro sono “incompetenza”, “odio”, “intolleranza”, “demagogia”, “irresponsabilitá”.

Casini: “I tempi sono cambiati: le contrapposizioni ideologiche del passato che ci hanno diviso anche qui lasciano il campo alla necessità di fermare l’incompetenza; l’odio instillato sotto forma di intolleranza per gli altri; la demagogia con cui si promettono ricette impossibili da realizzare.

In Parlamento ho sostenuto il lavoro dei governi Letta, Renzi e, oggi, Gentiloni: abbiamo lavorato per affermare la visione europea dell’Italia, per bloccare l’irresponsabilità di chi, a giorni alterni, propone la nostra uscita dall’euro, il salario garantito, o il blocco dei vaccini per i nostri figli. Solo l’incontro tra le forze centriste e il Partito democratico potrà difendere le Istituzioni da questo impasto di populismo e di demagogia, che rischia di consegnare alla Lega e ai 5 Stelle il futuro governo del Paese. È un lusso che non possiamo permetterci.”

Casini è stato in gioventù nella Democrazia Cristiana, con la corrente di Arnaldo Forlani.

Nel 1994 ha fondato con Clemente Mastella il Ccd (Centro Cristiano Democratico) di cui è stato Segretario e Presidente. Nel 1996 si è presentato alleato con il Cdu di Rocco Buttiglione.

Nel 2001 diventa uno dei leader della Casa delle libertà di Berlusconi, anno in cui viene eletto presidente della Camera dei Deputati. Nel 2002 è uno degli artefici della nascita dell’Udc (Democratici Cristiani e di Centro) fusione tra Ccd e Cdu. Nel 2008 rompe con il centro-destra. Nel 2013 passa nella lista Con Monti per l’Italia, nella quale confluiscono anche gli esponenti dell’Udc. In seguito appoggerà i governi di centro sinistra capitanati da Letta, Renzi e infine Gentiloni.

Nel 2016 fonda un nuovo soggetto, Centristi per l’Italia, con il quale rimane a sostegno del governo Gentiloni.

Nel 2017 fonda la lista Civica Popolare che appoggia il Pd di Matteo Renzi.

Casini è davvero “il migliore” sulla scena, lo stesso appellativo che i vecchi comunisti usavano per il loro storico segretario, Palmiro Togliati (nomignolo a dire il vero affibbiato dagli avversari), ed è anche capace di una sagace ironia. Sorprese in tanti quando anni fa seppe dire: “Sono cresciuto con Arnaldo Forlani. Potrei parlare per ore senza dire niente.” E sorprenderà ancora.

4 Elezioni 2018 Pierferdinando Casini

3 Elezioni 2018 Pierferdinando Casini Fico

1 Elezioni 2018 Casini

5 Elezioni 2018 Pierferdinando Casini
Casini Fico 2

Italo, maxi-offerta da un fondo Usa

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di Rosario Dimito Il Messagero
C’è un fondo americano di nome Global Infrastructure Partners (Gip) che gestisce 40 miliardi di dollari disposto a salire su Italo e dirottarlo temporaneamente lontano dall’orbita di Piazza Affari. Al momento non c’è alcuna decisione assunta, i soci stanno valutando in queste ore il che fare: sul tavolo ci sarebbe un assegno che sfiora 2 miliardi di dollari. 

Domani pomeriggio (martedì 6), secondo quanto risulta al Messaggero.it, è convocato un cda straordinario della principale società ferroviaria presieduta da Luca di Montezemolo per esaminare la proposta di questo investitore americano specializzato in asset di alta qualità dei trasporti, energia, acqua, rifiuti che dovrebbe essere assistito da Mediobanca. Si rinnova quindi la competizione tra Intesa Sanpaolo, primo azionista di Italo con il 19,2% e Piazzetta Cuccia, sebbene in questa fase i rapporti tra le due istituzioni paiono decisamente più rilassati che non nel passato.

L’offerta del fondo Usa dovrebbe scadere mercoledì 7 mentre il giorno dopo si riunisce la Consob sul prospetto relativo all’Ipo per la quotazione fino al 40% del capitale di Italo. Sempre naturalmente che sia ancora necessario, vista la novità del fondo americano. Il nuovo investitore vorrebbe mantenere al timone Flavio Cattaneo, garanzia del riuscito turnaround della società. Gip valuta Italo quasi 2 miliardi più i debiti. L’offerta è subordinata ad alcune condizioni come l’ok dei soci a cedere almeno la maggioranza del capitale e quello delle banche sul change of control.

Chi è l’uomo che scommette sul caos italiano per fare un mucchio di soldi

Bridgewater punta 3 miliardi di dollari contro una serie di società italiane, tra cui Intesa e Atlantia.

Chi è l'uomo che scommette sul caos italiano per fare un mucchio di soldi
Astrid Stawiarz / GETTY IMAGES NORTH AMERICA / AFP 
 Ray Dalio
 
Il più grande hedge fund del mondo ha triplicato la sua scommessa contro l’Italia prima delle elezioni del prossimo mese, scrive il Times. Bridgewater ha creato quello che secondo alcuni è una delle più grandi posizioni short della sua storia, puntando 3 miliardi di dollari contro una serie di società italiane, tra cui Intesa e Atlantia.

L’hedge fund americano da 160 miliardi sta scommettendo che le elezioni porteranno una nuova ondata di caos politico nella terza più grande economia della zona euro. Una ricerca di Bloomberg ha rilevato che negli ultimi tre mesi Bridgewater aveva triplicato la sua scommessa contro l’Italia da una posizione a breve originaria di 1,1 miliardi di dollari in ottobre vendendo allo scoperto le azioni di 18 blue chip. Nel mirino del fondo ci sono in particolare i titoli di Intesa, Unicredit, Enel, Generali, Atlantia, Terna e Snam. Dietro le scommesse al ribasso di Bridgewater, spiega Bloomberg, ci sono le elezioni del 4 marzo e l’incertezza politica riguardante il loro esito. Già nell’ottobre scorso Bridgewater, il cui fondatore Ray Dalio, fin dal 1975, molto prima dell’uso intensificato dei computer, ha sempre utilizzato gli algoritmi per comprare e vendere asset, aveva scommesso oltre 700 milioni di dollari contro le principali banche italiane.

 

Chi è Ray Dalio

 

Ray Dalio, al secolo Raimondo, nasce a Jackson Height, nella contea di Queens, New York, nel 1949. Figlio di un musicista Jazz di origini italiane. Dalio inizia a investire all’età di 12 anni, racconta OkForex quando acquista le azioni della Northeast Airlines per 300 dollari, presto diventati 600 quando la compagnia aerea si fonde con un’altra società. Dopo questo primo successo, si iscrive alla Long Island University e si laurea in finanza. Completa la sua formazione con un MBA alla Harvard Business School. Nel 1974, a soli 25 anni, fonda la Bridgewater Associate, una società di gestione con base in Connecticut e specializzata in hedge fund. Entrerà nella storia proprio con la Bridgewater: l’hedge fund da lei gestito diventerà nel 2012 più grande del mondo, con 160 miliardi di dollari in gestione. Il fondo di Bridgeater è chiuso. Nessuno può più entrarci. E’ stato raggiunto il limite fisiologico di asset gestiti. Per comprendere però la sua importanza, basta un dato. Durante l’ultimo anno di apertura (2014), l’entry level era di 100 milioni di dollari. Ma il concetto che ha reso veramente famoso Ray Dalio è quello di meditazione trascendentale. E’ stato il primo a portare un elemento della filosofia orientale nel mondo della finanza. La meditazione di Ray Dalio segue le dinamiche di quella conosciuta, non ha apportato cambiamenti, se non quello (epocale) di utilizzarla per aumentare le proprie performance di investitore. Ora si sta sta godendo la nuova fama come autore di best seller. Il suo libro ‘Principles: Life and Work’ spiega le idee non ortodosse che lo hanno aiutato ad accumulare una fortuna di 17 miliardi di dollari.

 

Il Times pone l’accento su due elementi: gli ultimi sondaggi che indicano che nessun gruppo sarà in grado di mettere insieme una maggioranza e le preoccupazioni circa il successo di M5s, che alla posizione antieuropeista unisce piani che consentirebbero ai mutuanti di recuperare più crediti inesigibili.

 

Le banche italiane hanno un ammontare di 200 miliardi di prestiti tossici, e come affrontare queste sofferenze ha creato più di un interrogativo sulla salute degli istituti di credito.

 
Chi è l'uomo che scommette sul caos italiano per fare un mucchio di soldi
 

Quelli che invece credono nell’Italia

Tuttavia il Times sottolinea come Bridgewater sia l’unica a non credere ai titoli italiani. 

 

Gli analisti di UBS, ad esempio, hanno pubblicato un rapporto sulle banche italiane che gli ha dipinto un quadro generalmente salutare e ha sottolineato che anche per il recente aumento del valore delel loro azioni, le imprese italiane restano un buon investimento.

 

Allo stesso modo, in una nota ai clienti, Capital Economics ha affermato che ci sono poche ragioni per preoccuparsi delle elezioni e ha osservato che il Paese è “abituato al’instabilità di governo” e che anche se i partiti anti-Ue dovessero ottenere più del 50% dei voti, non sarebbero in grado di portare il Paese a un referendum per uscire dall’Unione. Ray Dalio, 68 anni, fondatore di Bridgewater, (AGI)

Perchè nessuno vi dice che a fine 2018 l’Italia sarà in recessione (con un dollaro così debole)? A gennaio consumi di gas a -21%! Enormi tasse in vista per gli italiani…

scenarieconomici.it

Ben conoscete la posizione di questo sito: il dollaro debole farà il lavoro sporco di distruggere l’EUropa, quella franco-tedesca (LINK). Si, perchè oggi il dollaro, la valuta con cui commercialmente gli USA di fatto competono nel mondo – lo yuan cinese rappresenta solo una valuta di consumo per gli americano, non di sfida commerciale per i propri prodotti, o almeno non ancora – è il driver che porta o meno benessere in EU: più il dollaro è forte rispetto all’euro più il mondo che si rifà al verdone è in grado di comprare le merci europee a scapito di quelle americane.

Il problema è che il dollaro – pur indebolito di circa il 20% dai massimi dell’anno scorso – oggi è troppo forte per i paesi europeriferici che producono beni a medio o medio/basso valore aggiunto mentre resta comunque debole per i produttori ad alto valore aggiunto tedeschi (se volete un’analisi con un taglio diciamo più accademico potete vedere questo LINK).

Gli effetti dirompenti di un crollo del dollaro sulle previsioni di crescita dell’Italia (oltre che di Germania e Francia). Una prima analisi

https://scenarieconomici.it/gli-effetti-dirompenti-di-un-crollo1-del-dollaro-sulle-previsioni-di-crescita-dellitalia-oltre-che-di-germania-e-francia-una-prima-analisi/embed/#?secret=NLPUxcdzIq

Da qui la conclusione: se il dollaro starà nel range 1.25-1.30 questo si tradurrà comunque in recessione per i paesi eurodeboli come l’Italia, comportando invece solo effetti marginali quali riduzione della profittabilità delle imprese nord EUropee.

Visto che l’Italia è un paese fortemente manifatturiero i primi segnali arrivano/arriveranno indiscutibilmente dai consumi di energia, in particolare di elettricità e gas.

Oggi abbiamo il primo dato rilevante, che purtroppo conferma le nostre tesi: pur in presenza di un gennaio 2018 non freddo – anzi -, i consumi di gas in Italia sono LETTERALMENTE crollati. Ed anche quelli elettrici.

Che sia uno dei primi effetti del dollaro debole? Vedremo nei prossimi mesi ma purtroppo l’ipotesi resta più che valida visto che la discesa dei consumi di gas del 21% circa è davvero drammatica.

Nell’attesa di conferme, vale la pena prendere in considerazione cosa può succedere nel caso la tesi dell’effetto del dollaro debole sull’economia italiana si confermi – come noi riteniamo – come fattualmente veritiera: semplicemente entro fine 2018 il PIL scenderebbe invece di salire ossia le tasse, che sono in percentuale al PIL, ugualmente scenderebbero. Ossia il deficit salirebbe anche oltre il 3%. Parimenti tempo qualche mese – diciamo 4-6 mesi – e la disoccupazione inizierebbe a salire con una ulteriore riduzione delle tasse incassate (anzi, con maggiori costi dati dalla cassa integrazione eventuale). Alla fine la minor crescita si tradurrebbe in:

1.incremento del rapporto debito/PIL, in caso il PIL scendesse (il debito per definizione NON può scendere in Italia senza una patrimoniale o misure straordinarie simili)

2.necessità di maggiori tasse e/o

3.necessità di tagliare i costi per restare competitivi (con la conseguenza di ulteriori licenziamenti/riduzione dei salari, che andrebbero a erodere ulteriormente i consumi interni, con ulteriore riduzione del PIL e via dicendo…)

Fate conto che tutte le ipotesi economiche contenute nel DEF – incluse le proiezioni sul rapoorto deficit/PIL – elaborate dallo scellerato ultimo governo targato PD sono state fatte ipotizzando una salita del PIL italiano almeno pari all’1% nel 2018 e nel 2019 e capite quanto drammatica sia la situazione.

L’EU franco-tedesca è infatti stata chiara, non sarà ammesso nessun sforamento del parametro di deficit al 3% all’Italia (Moscovici, vice presidente commissione EU, due settimane fa). Dunque resta un unico strumento: le tasse! O le privatizzazioni forzate, guarda caso vediamo oggi Finmeccanica, governata da un AD di estrazione sinistra, che sembra volere spingere il gruppo italiano verso la cessione ad una azienda francese, come da desiderata del fu primo ministro oggi in forza all’università dei servizi segreti francesi, Enrico Letta. Facendo notare che dette privatizzazioni comporteranno comunque nel medio termine minore occupazione soprattutto di pregio in Italia.

Appunto, l’Italia ha un cappio al collo e tale cappio ha l’etichetta Made in France/Germany stampigliata sul dorso. Tradotto: che gli italiani apprendano a vivere di stenti, è solo questione di tempo. Va davvero a poco (a fine 2018 verrà a tutti un terribile “bruciaculo”, nel 2019 invece….).

Bisognerà vedere se i politici italiani saranno conniventi e traditori al punto di barattare i propri interessi spiccioli (qualche milione di euro di emolumenti ciascuno, saranno duecento al massimo) con la fine dell’Italia, fine non solo economica ma anche sociale. E forse anche come stato unitario, libero e democratico.

Esagero? Pregate che sia così, tenendo da conto che i compiti a casa li ho fatti e difficilmente sbaglio. Tradotto, anche se il dollaro non dovesse più scendere rispetto all’euro, l’impatto combinato dell’euro forte, dei tassi in salita, di un’inflazione in salita sebbene moderata e dei dazi USA alle importazioni – già annunciati da Trump, che vuole almeno dimezzare il deficit commerciale con l’EU e la Cina – comporteranno un tracollo della manifattura dei paesi eurodeboli, ossia di quelli che sono in larga misura terzisti della Germania. In una parola, l’Italia.

Se poi ci aggiungiamo la tassazione di favore per le aziende introdotta da Trump per le imprese che si stabiliranno in USA, ecco che il quadro si completa: a minori consumi USA per i prodotti stranieri, ad una competizione americana nei prodotti venduti nel mondo si aggiungerà anche una carenza di capitali visto che molte aziende preferiranno indirizzarsi verso gli States rimpatriando i propri capitali, sapendo di avere aliquote agevolate oltre a poter godere di una protezione senza pari da parte dello Zio Sam (chiedete a Berlino se è capace di andare a reclamare l’elusione fiscale Made in USA, domanda retorica riferita al paradiso fiscale più importante – assieme  al Lussemburgo – all’interno dell’Unione Europea, ossia la Germania [fonte: Tax Justice Network, 2018])

L’Italia in tutto questo è e sarà la vera vittima: a quando una reazione della gente? O l’ignavia italica vincerà? Spero che più giovani italiani possibile emigrino, possibilmente non in Germania e Francia. Ci sono posti molto migliori dove andare, credetemi. A tornare ci penserete poi, nel caso, quando vorrete fare i conti con chi ha affamato i vostri genitori rimasti nel Belpaese.

TRUMP AFFONDA DEUTSCHE BANK – LA RIFORMA FISCALE USA HA APPESANTITO IL GIA’ GRAVE BILANCIO DELLA PRIMA BANCA TEDESCA – NEL 2017 PERDITE PER OLTRE MEZZO MILIARDO DI EURO – GIRO D’AFFARI IN CALO DEL 19%. PARTE IL TIRO AL PICCIONE CONTRO L’AMMINISTRATORE DELEGATO (INGLESE)

Walter Rauhe per la Stampa

 

Per Deutsche Bank è ormai una crisi senza tregua. Per il principale istituto bancario tedesco anche il 2017 si è chiuso con un bilancio in profondo rosso. Su base annuale il colosso di Francoforte ha realizzato una perdita netta di 512 milioni di euro, più di quanto stimato dagli analisti che prevedevano un rosso di 290 milioni. E per Deutsche Bank è già il terzo anno consecutivo con un bilancio negativo.

DEUTSCHE BANKDEUTSCHE BANK

 

Al tempo stesso sono calati i ricavi, scesi a 26,4 miliardi di euro, una flessione di ben il 12%. Particolarmente pesante è stato l’ ultimo trimestre dell’ anno che si è concluso con una perdita netta di 2,2 miliardi dovuta in prima linea alla riforma fiscale attuata negli Stati Uniti dall’ amministrazione di Donald Trump e che ha provocato da sola un onere contabile di 1,4 miliardi.

 

Ma a pesare sui conti dell’ istituto guidato dall’ amministratore delegato John Cryan sono stati anche i costi della ristrutturazione e una flessione nel settore chiave dell’ investment banking. Sempre nel quarto trimestre il giro d’ affari della banca è diminuito del 19% a 5,7 miliardi, contro i 6,2 stimati dagli analisti.

l arrivo di trump a davos 8L ARRIVO DI TRUMP A DAVOS 8

 

Deutsche Bank continua insomma a navigare in cattive acque e il piano di risanamento avviato da Cryan stenta a dare i suoi frutti. Alla Borsa di Francoforte il titolo ha così ceduto fino a 6 punti percentuali, lasciando sul campo a fine seduta il 6,2% a 13,8560 euro per azione. Nell’ arco dell’ ultimo mese aveva perso finora il 5,1% del valore e addirittura il 50,5% nell’ ultimo anno.

john cryan deutsche bankJOHN CRYAN DEUTSCHE BANK

 

Molti investitori puntano ora il dito proprio contro l’ amministratore delegato che non è riuscito a soddisfare le aspettative per quel che concerne la riduzione dei costi stimati per il 2018 intorno ai 23 miliardi di euro, un miliardo in più rispetto agli obbiettivi prefissati. Il calo nel segmento dell’ investment banking inoltre non viene compensato sufficientemente da altre attività e a livello internazionale mancherebbe ancora una chiara strategia da parte del gruppo.

 

donald trump angela merkelDONALD TRUMP ANGELA MERKEL

«Siamo sulla giusta via per assicurare una crescita e più alti ritorni – ha dichiarato ieri l’ ad presentando i dati del 2017 – Ma non siamo ugualmente soddisfatti dei risultati raggiunti finora». Molti investitori tuttavia iniziano a dubitare delle doti manageriali dell’ amministratore delegato e invocano non solo un cambio di rotta, ma anche un cambio al timone dell’ istituto e la sostituzione del britannico Cryan con un amministratore delegato tedesco più in sintonia con i vertici politici nazionali e con le gerarchie di potere interne.

 

quartier generale di Deutsche Bank a FrancoforteQUARTIER GENERALE DI DEUTSCHE BANK A FRANCOFORTE

Per l’ amministratore delegato di Deutsche Bank il 2018 sarà così un anno decisivo. Il suo obbiettivo è quello di riportare quest’ anno i conti in attivo e di tornare a pagare un dividendo agli azionisti. Ma il cammino è ancora piuttosto in salita. Non tutti i contenziosi legali (soprattutto negli Stati Uniti) che negli anni scorsi hanno causato moltissime spese sono ancora stati risolti e ancora non basta il fatto che gli accantonamenti per eventuali perdite future legate al credito siano calate l’ anno scorso del 62% a 525 milioni. Deutsche Bank ha a questo punto un problema d’ immagine che ne mette a repentaglio la reputazione anche sullo stesso mercato nazionale. (dagospia.com)

Veneto Banca, Trinca e Consoli verso il giudizio per usura

Un imprenditore querela gli ex vertici di Veneto Banca. A Montebelluna cartello a favore di Marin.

Popolare di Vicenza, sequestro preventivo di 106 milioni di euro

 
 

Il denaro era depositato su un conto corrente di una banca di Milano. Proviene dalla pregressa liquidazione di alcuni asset che facevano parte del patrimonio dell’istituto veneto.

   La Guardia di finanza ha eseguito un sequestro preventivo di 106 milioni di euro nei confronti di Banca Popolare di Vicenza, istituto di credito posto in liquidazione coatta amministrativa. Il provvedimento si inserisce nell’inchiesta sulle responsabilità penali dei manager nel crac della banca.Il denaro era depositato su un conto corrente aperto presso la filiale di Milano di un istituto di credito nazionale, intestato a “Banca Popolare di Vicenza spa in liquidazione coatta amministrativa”. I soldi derivano dalla pregressa liquidazione di alcuni asset che facevano parte del patrimonio dell’istituto veneto.Il sequestro, in particolare, fa riferimento al reato di ostacolo alle funzioni di vigilanza della Consob, che secondo la procura di Vicenza è stato attuato in occasione dell’operazione di aumento di capitale compiuta nel 2014 (leggi anche: BpVi, agli ex dirigenti sequestrati beni per 1 milione e 750 mila euro).(Lettera43)  BpVi, sequestrati  da conto corrente  106 milioni di euroVICENZA. I finanzieri del nucleo di Polizia economico-finanziaria di Vicenza, su incarico della Procura, hanno eseguito stamane un sequestro preventivo di 106 milioni di euro nei confronti della Popolare di Vicenza, in liquidazione coatta amministrativa.Si tratta dell’originario provvedimento di sequestro disposto dal gip del tribunale di Vicenza riguardante il profitto del reato contestato di ostacolo all’esercizio delle funzioni di vigilanza della Consob che è stato posto in essere in occasione dell’operazione di aumento di capitale compiuta dalla BpVi nel 2014.Le disponibilità finanziarie sequestrate erano giacenti su un rapporto di conto corrente acceso presso la filiale di Milano di un Istituto di credito nazionale ed intestato alla “Banca Popolare di Vicenza S.p.A. in liquidazione coatta amministrativa”, e derivanti dalla pregressa liquidazione di asset rimasti nel patrimonio della banca popolare.(Il Giornale di Vicenza)Crac della Banca Popolare di Vicenza, la Finanza sequestra 106 milioniSono i soldi del profitto del reato contestato di ostacolo all’esercizio delle funzioni di vigilanza della Consob. La procura aveva firmato il provvedimento a maggio 2017di Benedetta Centin Corrieredelveneteo.it   VICENZA Crac della Banca Popolare di Vicenza, è scattato lunedì mattina il sequestro preventivo, ai fini della confisca in via diretta, di 106 milioni di euro nei confronti della «Banca Popolare di Vicenza S.p.A. in liquidazione coatta amministrativa». A far scattare i sigilli la Guardia di Finanza su delega della procura di Vicenza. Il provvedimento di sequestro è quello che i sostituti procuratori Gianni Pipeschi e Luigi Salvadori avevano chiesto ancora a maggio 2017 (e che poi non era stato eseguito per una serie di circostanze) e riguarda il profitto del reato contestato di ostacolo all’esercizio delle funzioni di vigilanza della Consob. Quello che si sarebbe concretizzato con l’operazione di aumento di capitale effettuata dall’istituto di credito nel 2014.  Il conto in MontepaschiOra il sequestro è avvenuto e ha interessato appunto la cifra di 106 milioni di euro, che si trovano su conto corrente acceso alla filiale di Milano di Montepaschi di Siena e intestato alla «Banca Popolare di Vicenza S.p.A. in liquidazione coatta amministrativa», derivanti dalla pregressa liquidazione di asset rimasti nel patrimonio della banca popolare.(lettera 43)

Bpvi: sequestrati alla banca in liquidazione 106 milioni di euro.

Nell’ambito dell’indagine penale della Guardia di Finanza sulla Banca Popolare di Vicenza, il Nucleo di Polizia Economico-Finanziaria di Vicenza ha eseguito un sequestro preventivo del profitto illecito per oltre 106 milioni di euro nei confronti della banca, che si trova in liquidazione coatta amministrativa

Nell’ambito dell’indagine penale della Guardia di Finanza sulla Banca Popolare di Vicenza, il Nucleo di Polizia Economico-Finanziaria di Vicenza ha eseguito un sequestro preventivo del profitto illecito per oltre 106 milioni di euro nei confronti della banca, che si trova in liquidazione coatta amministrativa.

Come si legge in una nota, il sequestro si inserisce nell’indagine sulle “responsabilità individuate nella gestione del citato istituto bancario berico, che versa attualmente nella fase dell’udienza preliminare”.

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Il sequestro era stato disposto dal Tribunale di Vicenza sul profitto del reato contestato di ostacolo all’esercizio delle funzioni di vigilanza della Consob in occasione dell’aumento di capitale del 2014.Come si legge, “la polizia economico-finanziaria ha sottoposto a sequestro, per l’importo di 106 milioni di euro, disponibilita’ finanziarie giacenti su un rapporto di conto corrente acceso presso la filiale di Milano di un istituto di credito nazionale e intestato alla menzionata Banca Popolare di Vicenza in liquidazione coatta amministrativa”, derivanti dalla pregressa liquidazione di asset rimasti nel patrimonio della banca popolare.

A gennaio erano stati effettuati sequestri conservativi, eseguiti dai finanzieri a Vicenza, Milano, Treviso, Padova, Venezia, Roma e Siena, per un importo di oltre 346.000 euro per Gianni Zonin, imputato nell’ambito dell’inchiesta sul fallimento dell’istituto, e per altre quattro persone, per un totale di 1,75 milioni.

«Ottima notizia: ora questi soldi vadano ai risparmiatori. Più sequestri ci sono più aumentano le possibilità per chi ha perso i risparmi di una vita di poterne recuperare almeno una parte» replica a caldo Massimiliano Dona, presidente dell’Unione Nazionale Consumatori, commentando il sequestro.(Il Mattino di Padova)

Crac della Banca Popolare di Vicenza, la Finanza sequestra 106 milioni

VICENZA Crac della Banca Popolare di Vicenza, è scattato lunedì mattina il sequestro preventivo, ai fini della confisca in via diretta, di 106 milioni di euro nei confronti della «Banca Popolare di Vicenza S.p.A. in liquidazione coatta amministrativa». A far scattare i sigilli la Guardia di Finanza su delega della procura di Vicenza. Il provvedimento di sequestro è quello che i sostituti procuratori Gianni Pipeschi e Luigi Salvadori avevano chiesto ancora a maggio 2017 (e che poi non era stato eseguito per una serie di circostanze) e riguarda il profitto del reato contestato di ostacolo all’esercizio delle funzioni di vigilanza della Consob. Quello che si sarebbe concretizzato con l’operazione di aumento di capitale effettuata dall’istituto di credito nel 2014.

 
Il conto in Montepaschi

Ora il sequestro è avvenuto e ha interessato appunto la cifra di 106 milioni di euro, che si trovano su conto corrente acceso alla filiale di Milano di Montepaschi di Siena e intestato alla «Banca Popolare di Vicenza S.p.A. in liquidazione coatta amministrativa», derivanti dalla pregressa liquidazione di asset rimasti nel patrimonio della banca popolare.

Popolare di Vicenza, sequestro preventivo di 106 milioni di euro

Il denaro era depositato su un conto corrente aperto presso la filiale milanese di Mps. Proviene dalla pregressa liquidazione di alcuni asset, che facevano parte del patrimonio dell’istituto veneto.

La Guardia di finanza ha eseguito un sequestro preventivo di 106 milioni di euro nei confronti di Banca Popolare di Vicenza, istituto di credito posto in liquidazione coatta amministrativa. Il provvedimento si inserisce nell’inchiesta sulle responsabilità penali dei manager nel crac della banca.

DA DOVE ARRIVA IL DENARO. Il denaro era depositato su un conto corrente aperto presso la filiale di Milano del Monte dei Paschi di Siena, intestato a “Banca Popolare di Vicenza spa in liquidazione coatta amministrativa”. I soldi derivano dalla pregressa liquidazione di alcuni asset che facevano parte del patrimonio dell’istituto veneto.

REATO DI OSTACOLO ALLA VIGILANZA. Il sequestro, in particolare, fa riferimento al reato di ostacolo alle funzioni di vigilanza della Consob, che secondo la procura di Vicenza è stato attuato in occasione dell’operazione di aumento di capitale compiuta nel 2014. Il denaro, in altre parole, rappresenterebbe il frutto del reato ipotizzato (leggi anche: BpVi, agli ex dirigenti sequestrati beni per 1 milione e 750 mila euro).

CHI SONO GLI IMPUTATI. Nel procedimento penale sono imputati l’ex presidente di BpVi Gianni Zonin, l’allora consigliere di amministrazione Giuseppe Zigliotto, gli ex vice direttori Emanuele Giustini, Andrea Piazzetta e Paolo Marin, e il dirigente Massimiliano Pellegrini. La procura ritiene che il crac della banca sia da ricondurre alla malagestione degli ex vertici, con finanziamenti facili agli “amici” e la concessione di credito in cambio dell’acquisto di azioni. BpVi è stata posta in liquidazione coatta e poi divisa in una bad bank, affidata ai commissari, e in una good bank acquistata per 1 euro da Intesa Sanpaolo.(Lettera43)

 

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