La perfezione del whisky del Sol Levante

La perfezione del whisky del Sol Levante

Venerdì 2 febbraio il Whisky Club Italia, sezione di Milano, ha portato in scena una degustazione di whisky del Giappone: relatore Alessandro Coggi, appassionato e veterano degli alcolici di queste contrade; si beve tanto alcool in Estremo Oriente, infatti, non solo malti.

Il whisky in Giappone nasce quasi cent’anni fa, per un caso bizzarro: il rampollo di una dinastia di produttori di sake, che è arte difficile e trasmessa da una generazione all’altra, si era incapricciato del whisky. Per continuare i suoi studi di chimica, Masataka Taketsuru, questo il nome del padre del whisky dagli occhi a mandorla, si imbarcò per la Scozia nel 1918; oltre a studiare all’università di Glasgow, primo giapponese, si fece assumere come apprendista in svariate distillerie.

Tempo due anni ed il ragazzo si fece le idee chiare, avendo lavorato duro ed appreso i segreti dell’arduo mestiere del blender. Tornato a casa con una moglie scozzese, venne assunto dall’odierna Suntory, allora conosciuta come Kotobukiya; Shinjiro Torii, il proprietario dell’azienda, grazie alla consulenza di Taketsuru fondò nel 1923 la prima distilleria di whisky nel Sol Levante, la Yamazaki, tra Kyoto ed Osaka, in un luogo di ottime acque.

Whisky_jap_distillerie

Onorato il suo contratto decennale, Taketsuru se ne partì per il nord alla ricerca del luogo più simile alla Scozia che il suo Paese potesse offrirgli, e trovatolo, aprì la propria distilleria secondo la sua idea originale, ignorata da Torii. Yoichi è il nome di questo luogo e della distilleria, la prima della società Dainipponkaju, oggi ben conosciuta anche da noi col nome Nikka, parte del gigante della birra Asahi.

Il successo del whisky giapponese è un dato di fatto; non c’è fiera alla quale i banchi di Nikka e di Suntory non abbiano la fila. E alle due serate del Whisky Club Italia se ne è avuta la conferma: posti esauriti, con più di 120 partecipanti. Ma qual è il segreto di tanto successo?

Facile: la cura maniacale del prodotto. Il whisky giapponese non ha sbavature, non ammette difetti. Ecco allora la distillazione a fuoco diretto, per la distilleria Yoichi addirittura a carbone; le lunghe fermentazioni; l’uso di attrezzi tradizionali scozzesi e di molte botti ex-sherry; l’artigianalità dei processi produttivi pur nella dimensione industriale. La cura del dettaglio si sente tutta, non c’è spazio per quelle note frequenti nello scotch, quelle dissonanze che rendono i distillati caledoni disarmonici ma al contempo affascinanti nei chiaroscuri. Qui tutto è pianificato, calcolato, voluto. E, immaginiamo, se dall’alambicco esce qualcosa di imprevisto, il master distiller sarà messo alla porta un minuto dopo, o degradato a lavare i tini di fermentazione.

La degustazione ci ha offerto cinque espressioni di whisky del Sol Levante, di difficile reperibilità sul mercato italiano: ognuna si è rivelata almeno curiosa.

SUNTORY | The Chita – single grain whisky – 43°
Distilleria fondata nel 1972, che produce blended whisky per gli assemblaggi. Da alambicchi a colonna (distillazione continua) e in prevalenza da mais, questo distillato ha un’età di circa 6-8 anni. Il naso alcolico e fruttato ricorda curiosamente un bourbon; al palato l’alcool è leggero, ed il gusto speziato, piccante, amaro, vuoto, disarmonico; con qualche goccia d’acqua si apre, scioglie le durezze, ed il mais si rende evidente; dopo un’ora si rivelerà avere un naso floreale con cenni di ananas, dopodiché sarà morto. Sicuramente rende bene in un cocktail, ma da solo è poco interessante.

NIKKA | Miyagikyo – single malt – 45°
La seconda distilleria di Nikka, fondata nel 1969, e capace di produrre tre milioni di litri a.p., ci presenta un No Age whisky. Qui siamo all’opposto del precedente campione: la prima sensazione al naso è di sporco, sembra contenga un poco di flemma; ma un istante dopo eccolo pieno, ricco, grasso, che ti promette dolcezza. Indubbiamente un piacione. In bocca tutta questa ricchezza scompare in un fruttato ben più secco e magro. L’acqua lo smagrisce ancora, facendo comparire lo speziato del legno, molto ben dosato. La forte tensione tra i due poli lo rende disarmonico. Peccato.

CHICHIBU | Ichiro’s Malt MWR – blended malt – 46°
Giovane distilleria artigianale, in produzione da una decina d’anni, capace di sessantamila litri di alcool puro, una zanzara rispetto alle grandi; da subito il master distiller Ichiro Akuto è diventato un personaggio di culto. I paragoni sono odiosi, ma rendono l’idea: provate a pensare a Chichibu come alla Cantillon del whisky giapponese. Due alambicchi da 20 hl, maltaggio a pavimento, bottaio, imbottigliamento, tutto quanto in-house, e tini di fermentazione in legno Mizunara. Non so se in Scozia esista una realtà con simile cura, pur se più in grande.

Questa bottiglia è un blend tra un whisky della distilleria Hanyu, ormai chiusa, di cui Chichibu possiede scorte, e di un proprio whisky, il tutto invecchiato nel pregiatissimo e costosissimo legno Mizunara (Quercus mongolica). I profumi sono molto fini, l’aroma è intenso, vinoso, con cenni di liquirizia, in continua evoluzione, coerente nel tempo. In bocca è secco, maltato e speziato, ed appare un po’ di sherry. Il finale piccante di alcool e di spezie orientali non è poi così ampio. Con le solite gocce d’acqua si sente prima l’alcool poi il fruttato, mentre il palato si addolcisce in un vinoso fruttato. Bella prova.

Il blending vat a froma di uovo della distilleria Chichibu

NIKKA | Taketsuru 17yo – blended malt – 43°
Questo è un blend di whisky single malt delle distillerie Yoichi e Miyagikyo, creato per l’ottantesimo anniversario della Nikka. È stato osannato più volte nei concorsi come miglior blended malt del mondo: dobbiamo crederci?

Qui l’aroma ci porta dritto in Scozia, e tra i grandi whisky ex-sherry. Non si può sbagliare. Assaggiando appare un velo di torba sottotraccia, poi il malto aromatico, ed un po’ di spezie. Con due gocce d’acqua il vinoso dello sherry esplode. Niente da dire, una bella bottiglia a cui l’età dona un gustoso equilibrio.

NIKKA | Yoichi 10yo – single malt – 45° 
Il whisky della distilleria capostipite di Nikka, ancora fatto come in Scozia cent’anni fa distillando a carbone in alambicco a fuoco diretto, ci viene offerto come blend di botti decennali. Due milioni di litri di alcool escono da Yoichi ogni anno. Faccio fatica, con la torba; vi ho già annoiato con questo ritornello nelle mie righe su Intravino: ma perché, perché sporcare di fumo puzzolente una bella acquavite di grano? Vallo a sapere, piace. Sia, mettiamo il naso nel bicchiere: dopo la zaffata di torba, l’aroma appare spigoloso, salmastro, ma sotto arriva il profumo del malto. In bocca il whisky è curiosamente meno appuntito, il fumo dosato con mano delicata lascia spazio ad una struttura dolce, fruttata con tocchi speziati. Finale secco, con equilibrio.

KIKUSUI | Ryoma – japanese rum 7yo – 40°
In finale di partita il mio vicino si alza e offre alla sala la degustazione di un intruso: si tratta di un rum prodotto nell’isola di Shikoku, in un luogo famoso per essere stato il primo a coltivare la canna da zucchero in Giappone. Il distillato si ottiene dal succo di canna fresca, come un rhum agricole, ma la sua particolarità è la fermentazione in tini già usati per elaborare il sake, ancora infetti di koji. La canna quindi va incontro ad una co-fermentazione che dona all’acquavite sentori bizzarri. A non averlo ascoltato prima, sarebbe stato difficile dare un nome a questi strani profumi, ma la memoria olfattiva mi diceva chiaramente “già sentito”: erano le note fruttate e così tipiche dei sake, che impastate con quelle del rum, creano una singolare chimera. Al palato il rum è grasso d’esteri, ma secco, aromatico di legno di quercia e di canna da zucchero, fuso nelle note inconsuete per noi della bevanda nipponica. Cos’è? Un contorsionista in equilibrio sulla propria testa, che cerca di ingannare i sensi dell’ignaro degustatore.

Due cenni ancora per chi volesse cimentarsi negli acquisti: il whisky giapponese è più caro dei pari livello scozzesi, e la sua difficoltà è che non esiste un disciplinare produttivo. Per cui può avvenire che una ditta imbottigli whisky di importazione, etichettandolo (legalmente) con nomi giapponesi, e voi lo credete autentico. Bisogna studiare, insomma. Thomas Pennazzi -cristinalauro.comCristiana Lauro

Corruzione e sentenze comprate: 15 arresti per lo scandalo denunciato dall’Espresso

Corruzione e sentenze comprate: 15 arresti per lo scandalo denunciato dall’Espresso

In manette l’ex pm di Siracusa Longo, l’avvocato Amara e l’imprenditore Bigotti già comparso nel caso Consip. Avrebbero allestito un sistema per pilotare sentenze, come il nostro giornale aveva raccontato nel maggio scorso.

DI REDAZIONE L’ESPRESSO
Corruzione e sentenze comprate: 15 arresti per lo scandalo denunciato dall'Espresso

Un vero e proprio sistema per pilotare le sentenze attraverso dossieraggi e falsi fascicoli. È quello che l’Espresso aveva denunciato il maggio scorso con un’inchiesta di Emiliano Fittipaldi e Nello Trocchia e che oggi ha portato la Guarda di Finanza, in un’operazione congiunta tra la Procura di Roma e Messina, ad effettuare 15 arresti per due associazioni a delinquere dedite alla frode fiscale, reati contro la pubblica amministrazione e corruzione in atti giudiziari.

Tra i fermati ci sono Giancarlo Longo, ex pm della Procura di Siracusa,  l’avvocato Piero Amara e gli imprenditori Fabrizio Centofanti e Enzo Bigotti, quest’ultimo già coinvolto nel caso Consip. Indagato per concorso in corruzione anche l’ex presidente del Consiglio di Stato Riccardo Virgilio.

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I magistrati di Roma e Messina hanno scoperto una vera e propria associazione a delinquere in cui il magistrato Longo aveva un ruolo rilevante. Per anni avrebbe messo a disposizione la sua funzione giudiziale, in cambio di soldi, per aiutare i clienti dei due avvocati siracusani. I magistrati che ne hanno chiesto l’arresto parlano di «mercificazione della funzione giudiziaria». E aggiungono: «Longo usava le prerogative a lui attribuite dall’ordinamento per curare interessi particolaristici e personali di terzi soggetti dietro remunerazione. Tali condotte vengono riscontrate a partire dal 2013 e perdurano sino ai primi mesi del 2017».

Il metodo Longo

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I metodi usati da Longo erano tre: creazione di fascicoli «specchio», che il magistrato «si auto-assegnava – spiegano i pm che hanno condotto l’inchiesta – al solo scopo di monitorare ulteriori fascicoli di indagine assegnati ad altri colleghi (e di potenziale interesse per alcuni clienti rilevanti degli avvocati Calafiore e Amara), legittimando così la richiesta di copia di atti altrui, o di riunione di procedimenti; «fascicoli minaccia in cui» finivano per essere iscritti – con chiara finalià concussiva – soggetti ‘ostilì agli interessi di alcuni clienti di Calafiore e fascicoli «sponda», che venivano tenuti in vita «al solo scopo di creare una mera legittimazione formale al conferimento di incarichi consulenziali (spesso, radicalmente inconducenti rispetto a quello che dovrebbe essere l’oggetto dell’indagine), il cui reale scopo era servire gli interessi dei clienti di Calafiore a Amara».

Piero Amara
Piero Amara

Tutti gli arrestati
In particolare il gip di Roma ha emesso misure cautelari personali oltre che per Amara, Centofanti e Bigotti anche per Luciano Caruso. Alcuni nomi, in particolare quello di Amara e Centofanti, compaiono anche nell’ordinanza emessa dal gip di Messina che ha disposto il carcere per Longo chiedendo l’applicazione di misure cautelari anche per Alessandro Ferraro, Giuseppe Guastella, Davide Venezia, Mauro Verace, Salvatore Maria Pace, Gianluca De Micheli, Vincenzo Naso, Francesco Perricone e Sebastiano Miano.

Italo, ecco chi sono e cosa fanno gli americani di Gip che vogliono Ntv

Italo, chi è Global Infrastructure Partners, il fondo di private equity che guarda a Ntv

Di Luca Spoldi Affariitaliani
Italo, ecco chi sono e cosa fanno gli americani di Gip che vogliono Ntv

 

Italo, ecco chi sono e cosa fanno gli americani di Gip che vogliono Ntv

Al fondo di private equity Global Infrastructure Partners III  basteranno 1,9 miliardi di euro (più accollo del debito) per mettere le mani su almeno il 75% di Ntv – Italo? Se fino a qualche giorno fa la domanda non si sarebbe neppure posta, in vista di un’Ipo che a fine mese potrebbe portare la società che fa concorrenza a Trenitalia nell’alta velocità italiana a debuttare sul listino di Milano sulla base di valutazioni che finora oscillavano tra i 2 e i 2,3 miliardi di euro, il forte aumento della volatilità (con la chiusura di ieri l’indice Vix è tornato ai livelli dell’agosto 2015) e l’accelerazione al ribasso degli indici dei principali listini azionari mondiali rende la situazione molto più incerta.
Ma chi è dietro al fondo infrastrutturale newyorkese, con uffici anche a Stamford, nel Connecticut, a Londra e a Sidney? Global Infrastructure Partners III è un fondo che fa capo a Global Infrastructure Partners (Gip), una joint venture nata nel 2006 tra Credit Suisse e General Electric, che investirono in un primo fondo infrastrutturale da 5,64 miliardi di dollari circa il 9% a testa.  Questo primo fondo formò pochi mesi dopo una joint venture al 50% col gruppo assicurativo American international group (Aig) per rilevare il London City Airport per una somma non resa nota. Dieci anni dopo l’aeroporto londinese fu rinvenduto ad un “multiplo significativo” rispetto a quello per il quale era stato acquistato.
Dopo questo primo investimento, nel 2009 Global Infrastructure Partners si concesse un “bis” acquistando per 1,5 miliardi di sterline da Baa l’aeroporto di Gatwick, il secondo più trafficato di tutto il Regno Unito, mentre nel 2012 rilevò anche l’aeroporto di Edimburgo per 807 milioni di sterline. Un secondo fondo infrastrutturale da 8,25 miliardi di dollari fu lanciato nel settembre 2012 (all’epoca era il fondo infrastrutturale indipendente più grande al mondo), mentre Global Infrastructure Partners III è stato lanciato nel gennaio dello scorso anno avendo raccolto circa 15,8 miliardi di dollari.
In tutto i gestori di  Global Infrastructure Partners (tra i quali spiccano 16 partner presieduti da Adebayo Ogunlesi, ex responsabile dell’investment banking di Credit Suisse First Boston) gestiscono fondi per circa 40 miliardi di dollari, investiti in infrastrutture del comparto dell’energia, dei trasporti e dell’acqua che complessivamente possono vantare quasi 21 mila dipendenti e un fatturato annuo di oltre 5 miliardi di dollari. Tra gli altri investimenti effettuati in questi anni figurano anche la linea ferroviaria australiana Pacific National e il Porto di Melbourne.
A seguire il comparto trasporti in Gip sono Andrew Gillespie-Smith (in Gip dal 2009) e Michael McGhee. Il primo era un banchiere d’affari di BZW, passato a Credit Suisse quando questi rilevò nel 1998 le attività di corporate finance di BZW dove consigliava i grandi clienti su una serie di transazioni d’affari come fusioni e acquisizioni, debt financing o equity financing. McGhee, come Gillerspie-Smith un ex BZW entrato in Credit Suisse nel 1998, era il responsabile del settore Global Transportation per il gruppo rossocrociato (dopo esserlo già stato per BZW) e ha più volte agito da advisor nell’ambito di privatizzazioni di aziende del settore trasporti.
McGhee, come Gillerspie-Smith nei consigli d’amministrazione degli aeroporti controllati da Gip, è inoltre consigliere d’amministrazione per Great Yarmouth Port Company, International Port Holding Jersey e International Port Holdings. Da notare che Gip Australia, la controllata australiana del gruppo, ha in Nick Hume (fino al 2009 in Goldman Sachs, prima come analista e poi come associato) il responsabile per il settore trasporti ed energia. L’ultimo arrivato (nel 2016) nel team di gestori e banchieri d’affari di Gip specializzato nel settore trasporti, è Philip Iley, già responsabile del settore Emea Transport & Logistic per il Credit Suisse a Londra. Se la trattativa andrà in porto potrebbe essere proprio lui a seguire Italo.

Come i francesi vogliono spartirsi l’Italia, facendola a pezzi: i casi Generali e Leonardo/Finmeccanica, i cui AD oggi sembrano fare a gara per indebolirle

 

Chi è l’AD delle Assicurazioni Generali? Mr. Bonnet, un francese, vicino a Bollorè, quello che si è comprato Telecom Italia e come prima mossa ha licenziato i manager italiani per far posto a quelli stranieri (francesi). Generali, per chi non lo sapesse, è stata l’architrave delle assicurazioni europee, vi basti sapere che l’AXA moderna nacque da una sua costola. Mr. Bonnet arriva, indovinate un po’, da AXA. Il Leone di Trieste è da sempre lo scrigno delle ricchezze ebraiche europee, alcuni dicono anche facente parte di quella nobiltà nera che nell’ex Repubblica dei Dogi trovava una sede. Fino alla morte di Antoine Bernheim, patron di Lazard e semi Dio parigino dell’alta finanza, nessuno – e dico nessuno – avrebbe pensato di toccare Generali, era come un’azienda sovranazionale (ebraica). Poi invece…

Oggi Generali sotto Bonnet sta vendendo pezzo a pezzo tutte le sue partecipate estere, partendo da quelle “minori”, anche se guadagnano, relegandola progressivamente ad un ruolo diciamo strettamente italico (vedrete che fra qualche tempo l’errore fatto con la vendita di Ansaldo STS e Breda da Fimeccanica/Leonardo verrà mutuato anche a Trieste, vedasi oltre).

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Passiamo a Finmeccanica, ora chiamata Leonardo: cassaforte della difesa italiana, ex Efim, dove sono confluiti gli assets della difesa. Asset pregiati, l’Italia con Avio, coi siluri per sottomarini, coi propellenti per missili era ed è un riferimento mondiale, tra gli altri. E poi la leadership negli elicotteri, con la fusione con Westland (a seguito della partecipazione alla seconda guerra nel golfo, ndr). Poi iniziarono a spolparla, da 5 o 6 anni, notizia di qualche giorno fa che addirittura i giornalisti (Teleborsa) si sono accorti che la vendita di Ansaldo Breda e Ansaldo STS, due leader del settore ferroviario ai giapponesi di Hitachi, fu un errore. Io azzardo: qualche politico ha preso la “stecca” per la vendita di tali assets? E poi, dove è stata gestita la vendita? A Londra? Chi era premier? Berlusconi? Non credo proprio…

Finmeccanica è un caso particolare: la Fondazione Nens, capeggiata da Enrico Letta prima di diventare primo ministro, fu oggetto di una relazione strategica elaborata da una sedicente – inventata– ricercatrice dell’università francese Science Po (Lisa Jeanne, nom de plume), quella dove si formano i servizi segreti francesi, ossia quella dove probabilmente – anzi non casualmente – da anni insegna Enrico Letta. Tale relazione diceva una cosa interessante: Fimmeccanica doveva essere venduta perchè mancava delle economie e sinergie di scala. Ed a chi si sarebbe dovuta essere venduta? Ai francesi…. Ah, il caso!

Bingo.

Sta di fatto che il corrente AD – F. Profumo, nominato sotto il Conte Gentiloni Silveri (in odore di prossima Legion d’Onore, come E. Letta, che l’ha già presa per i servigi forniti alla patria [francese]) sembrerebbe quasi far apposta ad affossare Leonardo-Finmeccanica, l’ultimo piano industriale è stato un disastro sul mercato. Vi svelo un segreto, visto che ho bazzicato certi ambienti: i board di norma sanno in anticipo le reazioni dei mercati ai piani industriali. E se non sanno fare queste previsioni vuol dire che non sono capaci a fare il loro lavoro e vanno licenziati, cosa che andrebbe fatta seduta stante per Leonardo. Ossia, mi viene da dire che qualcuno sapeva bene che il piano proposto sarebbe risultato in un tracollo in borsa. Dunque, perchè è stato fatto cotanto errore manageriale nel presentare un piano? Semplice, perchè qualcuno vuole far comprare Finmeccanica, possibilmente a basso prezzo. Da chi? Che domanda, dai francesi!

Vedasi LINK

Si sa, Profumo fu mandato via da Unicredit dopo l’acquisizione tedesca e dopo il subprime. Tutto sommato lavorò bene, fino al 2008, poi entrò nella sfera politica e tutto cambiò: in Unicredit dopo di lui, dove comunque aveva ancora seguito, Ghizzoni venne sostituito come AD da un altro francese ex militare (ossia vicino ai segreti) che ha fatto la stessa cosa di Bonnet, vendere (o svendere) assets aziendali importanti, ad esempio la Banka Pekao in Polonia. O i fondi Pioneer, i più grandi d’Italia e tra i maggiori d’Europa, guarda caso ai francesi di Credit Agricole (ossia, senza Pioneer è certamente più facile indirizzare lo spread BTP italiano….). Della grandezza di Unicredit sotto Profumo rimane ben poco, alcuni azzardano che verrà fusa con Societè Generale, vedremo (sicuro, ndr). L’aria del grande oriente di Francia ormai è palpabile a Milano, a partire da Foro Buonaparte, il primo obiettivo dei servizi segreti francesi con Tangentopoli…. (e a palazzo di giustizia; va per altro notato che da anni il PM DI Pasquale ha certamente un occhio di riguardo per il settore difesa italiano, con inchieste che mettono regolarmente “dentro” i vertici e poi finiscono in una bolla di sapone o quasi, senza che nessuno chieda conto degli errori fatti al sistema Italia dalla magistratura, vedasi articoli citati). Va infatti ricordato che la sinistra italiana storicamente ha ottimi legami con la Francia, dal delitto Moro, dal caso Ippolito e forse anche da prima. E’ forse un caso che i sodali di sinistra macchiatisi di sangue negli anni ’70 furono protetti da Mitterand e soci?

 

Conclusione: Finmeccanica-Leonardo e Generali (ed anche Unicredit) vedrete che lentamente cercheranno di farle passare sotto i francesi. E sapete perchè? Semplice, esiste un piano per per la spoliazione dell’Italia in cui la Francia dovrebbe – sottolineo dovrebbe – fare da padrona.

Il metodo è interessante, in quanto duplice: Leonardo-Finmeccanica la si mina dall’interno, con una gestione scellerata. E poi lo stesso board proporrà una fusione con aziende estere, ehm, francesi dietro avances straniere. Per Generali ed Unicredit è diverso, si vendono a pezzi possibilmente ad amici che incasseranno il pezzo pregiato e dopo qualche tempo ne daranno un altro in cambio al sistema francese. Alla fine, indebolite, verranno comprate per poco, visto che le acquisizioni nella finanza difficilmente possono essere bloccata per “sicurezza nazionale”. Sempre dai francesi, ca va sans dire. Questo è piano.

La direzione? A Parigi. E parla anche l’Italiano (del traditore).

 

Voi direte, vabbè… Vabbè un cazzo, permettetemi: la disoccupazione – soprattutto quella di pregio – in Italia dipende dal fatto che le aziende se le comprano gli stranieri, i quali poi trasferiscono i gangli vitali ossia il profitto all’estero. Ed i posti di valore in Italia se li prendono comunque gli expat stranieri. Agli italiani restano sempre ruoli minori. Qualcuno dovrebbe correlare questo alla riduzione dei consumi italici ed all’assenza dell’ascensore sociale in Patria. Oggi vedevo la classifica dei top employer in Italia: bene, su 100 aziende ho contato 4 o 5 aziende italiane, di norma non quotate e/o pubbliche. [SENZA IL CONTROLLO DELLE AZIENDE SISTEMICHE NON C’E’ NESSUNA POSSIBILITA’ DI USCIRE DALLA CRISI PER L’ITALIA]

L’Italia sta diventando un luogo dove gli italiani sono utili solo per servire gli stranieri che verranno a svernare, leggasi popolo di camerieri negli agriturismi. E la colpa sarà vostra, che non fate niente per evitarlo (io almeno scrivo, mi informo, divulgo: pensate che i francesi siano contenti di leggere quello che IO scrivo?). Voi invece non fate nulla per evitare lo scempio: dunque, saranno tutti cazzi vostri. E dei vostri figli, che purtroppo non saranno responsabili delle colpe dei padri (ma spero un giorno capiscano e vi mandino sonoramente a quel paese).

Non preoccupatevi, fra un po’ smetterò anche di scrivere. Da lì in avanti non avrete nemmeno più il rompicoglioni che vi mette in subbuglio la coscienza, potrete vivere il vostro declino senza che qualcuno possa rammentarvi che lo sapevate da tempo… E non avete fatto nulla!

Vive la France! (Mitt Dolcino scenari economici)

Intesa San Paolo, taglio sportelli: scure su Banco di Napoli

Intesa San Paolo, taglio sportelli: scure su Banco di Napoli

Banco di Napoli: il nuovo piano di impresa del gruppo Intesa San Paolo sarà caratterizzato dal taglio dei costi.

Verrà presentato oggi dall’amministratore delegato Carlo Messina il nuovo piano d’impresa del gruppo Intesa Sanpaolo. Il piano sarà caratterizzato da una forte riduzione dei costi, col preciso scopo di recuperare redditività sino al 2021. Come riportato da “Il Mattino”, uno dei perni della riduzione degli oneri sarà la diminuzione del numero di dipendenti e filiali, con l’uscita volontaria di 9000 persone (a fronte di cui verranno assunte 1650 nuove risorse) e il taglio di oltre 1000 sportelli. Centrale sarà inoltre il completamento dell’integrazione della Popolare di Vicenza e di Veneto Banca, oltre alla fusione per incorporazione di tutti gli istituti di credito controllati che rientrano nella cosiddetta Banca dei territori. L’integrazione che spicca su tutte le altre, per dimensione e impatto sull’immagine, sarà quella riguardante il Banco di Napolida completare entro fine anno. Tale integrazione sarà importante per dimensione, poiché l’istituto partenopeo è il più grande in assoluto nello scacchiere del gruppo, essendo attivo in Campania, Puglia, Basilicata e Calabria (dove conta 563 filiali e 5745 dipendenti). Ma lo sarà anche per immagine, perché il Banco di Napoli è uno dei più antichi istituti del mondo, che affonda le sue radici nei banchi pubblici dei luoghi pii, sorti a Napoli tra il XVI e il XVII secolo. La presentazione del nuovo piano industriale servirà inoltre a far chiarezza su un’eventuale cessione di sofferenze al gruppo svedese Lindorff-Intrum Justitia, per la creazione di una piattaforma comune di gestione dei crediti deteriorati, con annessa cessione di portafoglio di circa 10 miliardi di euro di crediti non performing. L’operazione non dovrebbe avere ripercussioni occupazionali, come già confermato anche dai vertici di Intesa San Paolo. Dipendenti e sindacati del settore bancario sono però preoccupati per il futuro della direzione Recupero crediti, di cui la metà dei 550 dipendenti opera proprio in Campania, Puglia, Basilicata, Calabria e Sicilia. La decisione di cedere all’esterno la gestione e la valorizzazione di una cifra molto alta rafforzerebbe i dubbi sulla presenza dell’istituto nel Mezzogiorno, con tutti i sindacati del settore che hanno chiesto a Intesa Sanpaolo di mantenere la direzione Recupero crediti in house.Luigi Maria Mormone2anews.it)

La vedova attacca il cardinale Maradiaga: frodata per colpa sua, ho perso tutti i soldi

EMILIANO FITTIPALDI L’ESPRESSO

La moglie dell’ex decano del corpo diplomatico del Vaticano ha denunciato una “intermediazione fraudolenta” del porporato. Che intanto si è scagliato contro l’inchiesta dell’Espresso sui misteriosi bonifici da 35mila euro al mese a suo favore. Ecco le nuove carte dello scandalo.

La vedova attacca il cardinale Maradiaga: frodata per colpa sua, ho perso tutti i soldi

«La storia dei 35 mila euro al mese che ricevo dall’università cattolica di Tegucigalpa è tutta una calunnia». La risposta del cardinale Oscar Maradiaga allapubblicazione dell’inchiesta dell’Espresso di un mese fa che ha raccontato dei pagament i (per quasi mezzo milione l’anno) a favore della porpora e dell’inchiesta voluta dallo stesso Vaticano sulla diocesi honduregna e sul vescovo ausiliare Juan José Pineda, è stata durissima.

«L’articolo», ha detto su alcuni media cattolici italiani e stranieri «è stato pubblicato da un giornalista con poca etica, destinato al fallimento, che guadagna denari da libri infami. Le notizie del settimanale sono un attacco al Santo Padre lanciato da coloro che non vogliono che la curia venga riformata».

Al netto delle ingiurie e delle ipotesi complottistiche, il coordinatore del C9, il gruppo dei nove cardinali che deve aiutare papa Francesco nella gestione della Chiesa universale, è poi entrato nel merito delle denunce. Rivoltegli non da chi scrive, ma da alcuni testimoni honduregni (tra cui seminaristi, sacerdoti, dipendenti dell’ateneo, intimi amici del cardinale) che hanno parlato con il vescovo argentino Pedro Casaretto, il visitatore apostolico spedito in Honduras nel maggio del 2017 dallo stesso Bergoglio per investigare su una diocesi molto chiacchierata.

«È stato il mio vescovo ausiliare Pineda a chiedere la visita, in modo da “pulire” il suo nome a seguito di molte calunnie di cui è stato oggetto», ha ragionato Maradiaga su “Avvenire”, confermando la veridicità dei documenti pubblicati. «Per quanto riguarda l’università, effettivamente è di proprietà dell’arcidiocesi. E per questo l’ateneo dà alla diocesi una quantità di soldi quasi equivalente a quella citata. Ma non per l’uso personale del cardinale. Quei soldi vengono usati per i seminaristi e per i sacerdoti di parrocchie rurali che non hanno quasi risorse, per la manutenzione degli edifici di culto, per le auto delle parrocchie e per aiutare molte persone povere».

Se L’Espresso non ha mai detto che i soldi sono stati spesi per uso personale e aveva pure evidenziato come le strane uscite dell’università fossero state effettivamente giustificate dalla dicitura «sostegno pastorale», Maradiaga non spiega però come mai i pagamenti mensili dei primi nove mesi dell’anno siano stati fatti direttamente a suo nome e non con quello della diocesi di Tegucigalpa.

Né perché l’università abbia girato denaro anche ad altri vescovi, come lo stesso Pineda e Romulo Emiliani (assai più bassi di quelli per Maradiaga, circa 3500 euro al mese ogni tre o quattro mesi). La porpora, che ha da poco compiuto 75 anni, non ha finora chiarito nemmeno il motivo per il quale ad ottobre del 2015 i versamenti da un milione di lempiras al mese (circa 35 mila euro al cambio attuale) fatti a suo nome siano stati poi dati con quello, generico, di “Chiesa cattolica”.

Prendendo per buone le precisazioni di Maradiaga (che ha perso una querela in Honduras contro un quotidiano locale, El Confidencial, che nel 2016 parlando dei versamenti al cardinale parlò addirittura di corruzione) e confrontandole con altri documenti segreti visionati ora dall’Espresso, il mistero però si fa ancor più fitto.

Si tratta dei dati di bilancio consegnati dalla stessa diocesi di Tegucigalpa al Vaticano lo scorso settembre durante la “visita ad limina apostolorum”, un incontro che si tiene ogni cinque anni e che serve ai vescovi di tutto il mondo ad informare il papa sullo stato di salute delle diocesi che governano. Ebbene, nel paragrafo intitolato «Situazione economica globale della diocesi (previsione e bilancio delle risorse ordinarie)» sono elencate le «entrate lorde» del periodo che va dal 2008 al 2016, passate dai 6,4 milioni di lempiras (circa 220 mila euro) agli 8,9 milioni del 2016 (circa 305 mila euro). Denaro ricavato soprattutto dalle offerte, una sorta di “decima” che le varie parrocchie (quelle controllate da Tegucigalpa sono una quarantina) versano annualmente alla loro diocesi di appartenenza. Spulciando le tabelle, salta agli occhi che nel 2015, quando l’università ha versato alla voce “Oscar Maradiaga” e poi alla “Chiesa Cattolica” la bellezza di 14,5 milioni di lempiras (pari a mezzo milione di euro), alla voce entrate lorde il bilancio segnali una somma complessiva di appena 8,4 milioni di lempiras.

Se è vero quello che ha detto il principale collaboratore di Bergoglio, ossia che i pagamenti ricevuti dall’ateneo “Nostra Seniora Reina” da lui stesso fondato nel 1992 e di cui è “Gran Cancelliere” sono stati girati direttamente alla diocesi che di fatto la controlla, come mai non ve n’è evidenza sui documenti contabili? Non ci sono altre indicazioni di entrate straordinarie: i paragrafi, molto sintetici, elencano i dati complessivi – divisi per anno – delle «uscite ordinarie» (leggermente più alte delle entrate) e di quelle «straordinarie», oltre ad alcuni investimenti annuali in «certificati di deposito a tempo determinato» pari a un totale di 25 milioni di lempiras.

Non solo. Nel bilancio ufficiale che l’arcidiocesi ha presentato a Francesco non sembrano segnalati nemmeno i 30 milioni di lempiras, oltre un milione di euro, che il fedelissimo del cardinale, il vescovo Pineda, ha ottenuto nel 2015 da un ente governativo per la «sicurezza della popolazione» e che secondo alcuni media del povero Stato centroamericano non sono stati girati sui conti della diocesi, ma direttamente al presule. Un’altra partita di giro? Può essere, ma è un fatto che i giustificativi per i progetti da centinaia di migliaia di euro per la «formazione dei valori dei parrocchiani» e per la «comprensione delle leggi e della vita sociale» non sono ancora spuntati fuori.

Maradiaga ha risposto seccamente anche alle accuse di alcuni testimoni auditi dal vescovo Casaretti, che hanno parlato di somme ingenti investite, tramite il cardinale, in alcune finanziarie londinesi come la Leman Wealth Management, il cui titolare è Youssry Henien. Denaro che sarebbe in parte scomparso. «L’arcidiocesi ha un consiglio economico che non ha mai autorizzato questo tipo di investimenti… per quanto mi riguarda non so neanche se a Londra esista una compagnia finanziaria con quel nome», ha replicato Sua Eccellenza.

Può esser vero che il cardinale non conosca il nome della società inglese. Ma di certo, durante la visita apostolica del maggio 2017 i cui risultati sono contenuti nel report ancora segreto che Casaretto ha mandato alla Congregazione dei Vescovi guidata dal cardinale Marc Ouellet e a Bergoglio, di stretti legami tra Maradiaga e il finanziere londinese Henien, che aveva società anche a Dubai, ha diffusamente parlato Martha Alegria Reichmann.

Un testimone che il cardinale che ama suonare il sax conosce molto bene, essendo la vedova dell’ex ambasciatore honduregno presso la Santa Sede Alejandro Valladares. Un uomo potente che ha mantenuto il prestigioso incarico per 22 anni, tanto da diventare nel 2008 – come si legge nell’omelia funebre recitata dal segretario di Stato Pietro Parolin nel dicembre 2013 – Decano del Corpo Diplomatico Vaticano.

Alegria Reichmann, che ha pubblicato un libro con Editrice Vaticana, ha confessato a Casaretto che Maradiaga (amico di famiglia di vecchia data tanto che per lustri il cardinale quando era a Roma avrebbe soggiornato nell’appartamento dell’ambasciatore e della consorte) avrebbe compiuto «un’intermediazione fraudolenta», insistendo affinché lei e il marito investissero tutti i loro risparmi nelle finanziarie del raider londinese.

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El lado oscuro de Maradiaga

El cardenal ataca L’Espresso. Pero todavía no ha aclarado donde fueron a parar los 35.000 euros que una universidad católica le pagaba mensualmente: en los libro contables de la diócesis de Tegucigalpa, de hecho, no hay huella de ellos. Entretanto la viuda del ex embajador de Honduras en el Vaticano lo acusa de “mediación fraudulenta” junto con una compañía financiera de Londres. Por culpa del prelado, el matrimonio resulta haber perdido todo. A seguir presentamos los documentos de la investigación

Secondo la testimone, Maradiaga avrebbe consigliato l’operazione finanziaria in un incontro avvenuto all’inizio del 2013, spiegando ai due amici che gli interessi erano altissimi, e che lui era talmente sicuro da avervi messo anche i soldi della diocesi di Tegucigalpa. Alegria Reichmann ha aggiunto a febbraio del 2015 si è accorta che il patrimonio di famiglia, investito in alcune banche tedesche, sarebbero svanito nel nulla, che i certificati erano fasulli, e che ogni tentativo di contattare Henien o Maradiaga per ottenere giustizia è miseramente fallito. Rintracciata al telefono da L’Espresso, l’ex moglie dell’ambasciatore si è trincerata dietro un secco «No comment».

Ora non sappiamo se la vedova Valladares abbia prove concrete per dimostrare la veridicità delle gravi accuse lanciate. Né se esista una contabilità parallela della diocesi di Tegucigalpa che possa spiegare come siano stati spesi i soldi che l’università ha girato a nome “Maradiaga”. Sembra però difficile immaginare che i testimoni sentiti dal vescovo Casaretto (umili sacerdoti che tengono messa in sperdute parrocchie della foresta dell’Honduras, seminaristi, dipendenti laici, perfino anziane vedove ex amiche del cardinale) si siano coalizzati, tutti d’accordo – come fa intendere Maradiaga e gran parte della stampa cattolica e non – contro il cardinale e il suo pupillo Pineda, per favorire un complotto contro il Santo Padre.

Per la cronaca, abbiamo mandato una email al cardinale chiedendo eventuali chiarimenti, che non ha avuto risposta. Il Vaticano ha preferito non rilasciare commenti, specificando che sul caso si preferisce lasciar rispondere l’arcidiocesi.

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