Affidereste i vostri risparmi all’ex capo di Lehman Brothers?

La nuova vita da consulente di Richard Fuld, che nel 2008 era alla guida della banca il cui crac segnò l’inizio della crisi dei mutui.

Affidereste i vostri risparmi all'ex capo di Lehman Brothers?

Il crac di Lehman Brothers nel 2008, il più fragoroso fallimento bancario della storia degli Stati Uniti, fu la miccia che fece divampare l’incendio della crisi finanziaria che da Wall Street contagiò tutta l’economia mondiale.

Le fiamme, subito dopo, avvolsero il colosso delle assicurazioni Aig, che divenne l’archetipo del “too big to fail”, quegli istituti troppo grandi e troppo interconnessi per non causare, con una loro bancarotta, un collasso di natura sistemica. L’allora presidente della Federal Reserve, Ben Bernanke, insieme alla Casa Bianca diede quindi inizio all’epoca dei grandi salvataggi bancari a carico dei contribuenti. Non ci sarebbe stata una seconda Lehman Brothers e l’impressione di molti fu che la banca d’affari fu lasciata fallire, prima di correre ai ripari, per fissare un monito indelebile delle conseguenze di una condotta finanziaria spericolata come quella di Richard Fuld, allora numero uno del gruppo.

 

Un’arroganza fatale

Nei mesi prima del grande crollo, Fuld aveva sottovalutato sistematicamente le conseguenze dell’esposizione della compagnia ai mutui subprime (prestiti concessi a debitori con un elevato profilo di rischio, che difficilmente avrebbero potuto rimborsarli), si era rifiutato di ascoltare gli allarmi dei suoi collaboratori (che, scrisse l’ex trader Larry McDonald nel volume del 2009 “A Colossal Failure Of Common Sense, venivano addirittura allontanati dalle riunioni se facevano troppo le Cassandre) e aveva declinato le offerte di aiuto, sotto forma di capitali freschi, giunte da Warren Buffett e dalla Banca di Investimento della Corea del Sud.

 

Un’arroganza che fu fatale a Fuld, il quale, ritiratosi in un primo momento a vita privata, divenne l’incarnazione di tutti i mali di Wall Street agli occhi dell’opinione pubblica. Non tutta, parrebbe, dato che c’è ancora chi è disposto a sborsare fior di quattrini per ricevere consigli di carattere finanziario dall’uomo ritenuto tra i principali responsabili della più grave crisi economica dai tempi della Grande Depressione. 

 
Affidereste i vostri risparmi all'ex capo di Lehman Brothers?
 Richard Fuld testimonia al Congresso nell’ottobre 2008, il mese dopo la bancarotta di Lehman Brothers

“Il ventre dell’America è stato squarciato”

Nel marzo 2009, appena sei mesi dopo il crac di Lehman, Fuld fondò una sua società di consulenza, la Matrix Advisors, con lo scopo di aiutare le piccole e medie imprese a raccogliere capitale. Il banchiere è però tornato sotto i riflettori solo lo scorso gennaio, quando Bloomberg rivelò che Fuld aveva messo su una seconda società di gestione patrimoniale, Matrix Wealth Partners, e la aveva registrata presso la Sec (la Consob americana) come società di consulenza per gli investitori. Fuld, che ne controlla parte del capitale, non è l’unica vecchia conoscenza. Gli altri azionisti sono infatti Matthew Rubin e Justin Gaines, due uomini di Neuberger Berman, la società che ereditò le attività gestite dalla divisione di money management di Lehman.

 

L’approccio è sinergico: il cliente si rivolge a Matrix Advisors per vendere e, successivamente, a Matrix Wealth Partners per valutare come investire i ricavi, secondo uno schema già adottato da altre banche d’affari come Goldman Sachs e Morgan Stanley. Risale invece al 2015 la fondazione di un’ulteriore società dedicata al settore immobiliare, la Matrix RE Brokerage. Fu in quell’anno che Fuld tornò ad apparire in pubblico, ripercorrendo i giorni più neri della sua carriera durante la MicroCap Conference, dedicata alle società a bassa capitalizzazione che costituiscono il nuovo target del banchiere.

 

Fuld è tornato a definire iniquo l’aver lasciato Lehman Brothers fallire per poi salvare gli altri giganti coi piedi d’argilla. “Perché il ventre dell’America è stato squarciato?”, dichiarò, “le piccole imprese non riescono a trovare finanziamenti”. Riuscirà il banchiere settantenne a trovare clienti, data la sua fama non adamantina? È molto probabile ne abbia già a iosa. Le società di money management devono infatti registrarsi presso la Sec solo se prevedono di gestire attivi per almeno 150 milioni di dollari entro i 120 giorni successivi alla consegna dei documenti.

 

@CiccioRusso_Agi

ENTRANO IN SERVIZIO NELLA MARINA USA LE NAVI DRONE SENZA EQUIPAGGIO.

 

Cari amici,

il DARPA, l’ente di ricerca del dipartimento della difesa USA, ha consegnato alla Marina la prima nave senza equipaggio per la lotta antisommergibile.

La nave , battezzata Sea Hunter , è stata classificata MDUSV, nave di superficie senza equipaggio di medio dislocamento, ed è , come abbiamo detto prima, specializzata nella guerra anti sommergibile.

Un trimarano per aumentarne la stabilità, in grado di operare fuori porto per tempi relativamente prolungati proprio per l’assenza di equipaggio. La nave fa parte dello studio ASW-ACTUV del Darpa ed è la prima di una serie che si prevede numerosa.

Il vascello ha costi di costruzione molto contenuti, se paragonato a mezzi simili , costando solo 20 milioni di dollari, ed ha un costo oprativo giornaliero di soli 20 mila dollari, non confrontabile con quello di natanti dotati di equipaggio. Inoltre si tratta di una nave “Spendibile” anche in missioni particolarmente pericolose, apposta perchè la sua perdita non porterebbe a vittime umane.

La nave è stata consegnata dopo un anno di test estremamente rigorosi del DARPA per valutarne le potenzialità in mare. Pare che ora la marina si stia orientando nella sostituzione di pochi mezzi altamente costosi con un gran numero di mezzi senza equipaggio,  a basso costo.

L’uomo in mare sta diventando un elemento superfluo…. (Fabio Lugano scenarieconomici.it)

Banche, addendum Bce pronto a marzo

Lo ha indicato la presidente della vigilanza europea Danièle Noy. Conto alla rovescia per l’applicazione delle nuove regole.

 
 

Conto alla rovescia per la versione definitiva dell’addendum Bceil documento della vigilanza europea che prescrive linee guida più severe (qualcuno le definisce draconiane) per le coperture dei crediti deteriorati da parte delle banche. La nuova stesura sarà pubblicata a marzo e potrebbe entrare in vigore subito dopo (si parla di aprile).

A darne notizia è stata oggi la presidente della Vigilanza Unica della Bce, Danièle Nouy, suggerendo che “le banche dovrebbero prepararsi per questo”. Parlando in conferenza a Francoforte la signora Nouy ha precisato che “sposteremo la data a partire dalla quale la normativa si applica ai nuovi Npl. Renderemo anche più chiaro che seguiremo un approccio caso per caso come parte del nostro quadro di Pillar 2”. 

Proprio oggi uno studio di Mediobanca ha calcolato il possibile impatto delle regole generali su un gruppo di banche italiane di media grandezza, evidenziando come queste debbano fronteggiare grandi sforzi per allinearsi ai nuovi criteri. Carige sarebbe la banca più colpita, ma anche Banco Bpm e Mps.

Non è stata invece presa ancora nessuna decisione sulle nuove regole per lo stock di Npl, i crediti deteriorati già accumulati dalle banche. Lo ha detto la stessa Nouy. “E’ un work in progress”, ha detto. Quindi le regole si applicheranno solo agli Npl futuri. 

La Nouy ha detto di augurarsi di vedere al più presto fusioni cross-border a livello europeo. Secondo la presidente dell’Ssm “alcune banche non coprono neanche il costo del capitale e il consolidamento è una soluzione”. La Nouy ha citato anche la fusione italiana tra Banco Popolare Bpm come esempio di “sinergia logica”. (S.N.finanzareport.it)

Banche, Nouy: a marzo l’addendum finale sugli Npl

Banche, Nouy: a marzo l'addendum finale sugli Npl
 

“Per ripristinare la redditivita’, alcune banche devono fare di piu’. In particolare, devono pulire i loro bilanci. Nel terzo trimestre del 2017 i non performing loan si sono attestati a 760 miliardi di euro. È vero, gli Npl sono diminuiti negli ultimi anni di circa 200 mld, ma chiaramente restano il problema principale” perche’ “pesano sugli utili, deviano le risorse che potrebbero essere utilizzate in modo piu’ produttivo e impediscono alle banche di finanziare l’economia reale. Creano inoltre incertezza che, indirettamente, potrebbe colpire anche le banche piu’ forti”.
Lo ha affermato il presidente del Consiglio di Vigilanza della Bce, Daniele Nouy, puntualizzando come sia questo il momento giusto per ridurre le sofferenze. “Trascinarsi i problemi residui della crisi non e’ un’opzione praticabile” perche’ se le cose dovessero nuovamente peggiorare, “diventerebbe molto piu’ difficile per le banche sbarazzarsi degli Npl”.
Per Nouy quindi i non performing loan “sono un grosso problema. Ecco perche’, l’anno scorso, abbiamo pubblicato una guida per le banche su come ridurli. Inoltre, ripulire i bilanci dopo una crisi e’ una cosa. Mantenerli puliti in vista delle future recessioni e’ un’altra. Ecco perche’ stiamo lavorando a un addendum alla nostra guida sui nuovi Npl”.
“Il progetto di addendum e’ stato oggetto di una consultazione pubblica, che ha dato il via a quasi 500 commenti da 36 controparti. La maggior parte riguardava lo scopo dell’addendum e la sua calibrazione. Li abbiamo esaminati tutti in modo approfondito. Su questa base, stiamo finalizzando l’addendum”, ha aggiunto il capo della Vigilanza.
“Tra le altre cose”, ha concluso Nouy, “sposteremo la data dalla quale la guida si applichera’ ai nuovi Npl. Renderemo anche piu’ chiaro che seguiremo un approccio caso per caso come parte del nostro framework di Pillar 2. Pubblicheremo l’addendum finale a marzo. Le banche si preparino”. (italiaoggi.it)

Nouy oggi sull’Addendum da cui si salva solo il Credem

Daniele Nouy terrà oggi a Francoforte una relazione sull’attività di Vigilanza, occasione per discutere di Npl e di Npe. Mediobanca ha calcolato che l’impatto maggiore sarà sulle banche italiane medie, con un effetto più marcato su Carige e su Banco Bpm
Banche

Lo smaltimento delle esposizioni non performanti (Npe) sarà al centro della relazione sull’attività della Vigilanza che Daniele Nouy terrà questa mattina a Francoforte. Nouy ha già detto più volte che intende tirare dritto con l’Addendum sui crediti deteriorati delle banche (solo quelli futuri) rimandando ai prossimi mesi aggiornamenti sullo stock esistente. Le considerazioni sulle banche verranno fatte una ad una, ha ribadito la Bce, e non come normativa generale con metodologia standard applicata allo stesso modo a tutte le banche.

In merito agli Npe in particolare, un report di Mediobanca  Securities fa due calcoli sulla situazione nelle banche italiane di media grandezza, che dovrebbero essere soggette ad un impatto maggiore (sono escluse quindi Unicredit  e Intesa Sanpaolo ) dall’Addendum. Con il risultato che l’unica a emergere già in linea con quanto dovrebbero essere le prossime linee guida in materia (ratio del 10%), è solo il Credem , che nel 2019 dovrebbe avere un rapporto del 5%.

Banco Bpm , invece, avrebbe nel 2019 un Gross Npe Ratio del 14,6%, Mps  del 12,2%, Bper  del 13,4%, Popolare di Sondrio  del 14,2%, Carige  del 19,4%. Gli analisti di Mediobanca  a questo punto fanno due calcoli su quanto dovrebbe impattare l’aumento della copertura sugli Npe per venire incontro alla possibile richiesta della Bce sulle esposizioni non performanti (Npe). L’impatto maggiore sarebbe su Carige , che ha appena chiuso un aumento di capitale da 560 milioni di euro, con un -1,5% sul Cet 1 ratio, che nel 2019 scenderebbe in questo modo all’11,6% contro il 15,9% del Credem  (che però non deve far nulla).

Banco Bpm  avrebbe un impatto del -1,2% e un Cet 1 finale dell’11,7%, Mps  invece dovrebbe perdere 0,3 punti e arrivare all’11,8% di Cet 1, l’effetto su Ubi sarebbe di -0,4% per un Cet 1 al 2019 dell’11,8%, su Bper  il peso è di -0,3% e un Cet 1 finale del 12,8%. Nel caso della Popolare di Sondrio  l’impatto sarebbe dello 0,4% e si raggiungerebbe un Cet 1 finale dell’11,8%.

Tornando a Nouy, l’appuntamento di oggi potrebbe rivelarsi l’occasione per fare il punto sui progressi fatti dal comparto bancario europeo, e dai Paesi periferici in particolare, come dimostra la riduzione dell’Npl ratio italiano dal 16,7% di inizio 2015 all’11,8% di ottobre 2017. Difficile che l’incontro non serva anche per ragionare sui prossimi passi che l’Supervisory Board intende intraprendere.

Il bacino di applicazione dovrebbe essere dunque quello relativo ai crediti già erogati che diventeranno non performing in futuro. La data spartiacque al momento (dopo che è sfumata quella del primo gennaio 2018) dovrebbe essere quella del primo aprile, considerata la prima data utile visto che l’intenzione è di alzare il velo sulla versione definitiva a metà marzo.

Nel frattempo si stanno affinando i dettagli relativi alle modalità e alla progressione temporale degli accantonamenti, anche perché nel frattempo c’è da accogliere le istanze arrivate nel corso della consultazione pubblica chiusa l’8 marzo, a cui hanno partecipato anche le banche italiane capeggiate dall’Abi. Possibile che alla fine ci sia qualche ammorbidimento rispetto allo schema iniziale dell’Addendum, che per gli Npl prevedrebbe la svalutazione completa in 2 anni dei crediti non garantiti e in 7 anni di quelli garantiti da immobili. (Elena Dal Maso Milanofinanza.it)

Banche: Nouy, Addendum su Npl a marzo

Crediti deteriorati diminuiti ma restano grosso problema

La versione definitiva dell’Addendum sugli Npl, i crediti deteriorati delle banche, sarà pubblicata a marzo e “quindi le banche dovrebbero prepararsi per questo”. Lo ha detto la presidente della Vigilanza Unica della Bce, Daniele Nouy, a una conferenza a Francoforte precisando che “sposteremo la data a partire dalla quale la normativa si applica ai nuovi Npl. Renderemo anche più chiaro che seguiremo un approccio caso per caso come parte del nostro quadro di Pillar 2”. I crediti deteriorati, ha spiegato Nouy, “rimangono un grosso problema” e se per le banche “le cose stanno migliorando, c’è ancora molto da fare”. “Ci sono due cose che vorrei mettere in cima alla lista delle ‘cose da fare” per un certo numero di banche: aumentare la redditività e ripulire i bilanci”. Ma per le banche c’è anche un altro tema, ha evidenziato la vice presidente della vigilanza bancaria Bce, Sabine Lautenschlaeger: “Le banche devono continuare a prepararsi ad ogni evenienza, compresa una hard Brexit”. (ANSA)
   

Npl, l’Addendum Bce arriva a marzo. Il punto sulle nuove regole

Si va verso un compromesso nella gestione dei crediti “non performanti”

Daniele Nouy (Afp)

Alla fine, si va verso un compromesso che consentirà di salvare la faccia a tutti: Vigilanza Bce, Parlamento e Consiglio Ue. Il famoso ‘addendum’, cioè le regole aggiuntive sulla gestione degli npl (credititi non perfomanti) da parte delle banche sarà pubblicato dall’Eurotower a metà marzo per essere operativo dal primo aprile. Tre mesi dopo la data fissata inizialmente del primo gennaio e slittata anche a causa delle furenti polemiche all’interno delle istituzioni Ue.

Alla Vigilanza della Bce “abbiamo messo le migliori menti legali a nostra disposizione per chiarire nel modo più assoluto che l’addendum alle linee guida sui crediti deteriorati delle banche non è vincolante” e che l’istituzione si muove nell’ambito del suo mandato. Parola della presidente della Vigilanza Danièle Nouy che – alla conferenza stampa annuale  del Meccanismo unico di Vigilanza (Ssm) a Francoforte – ha risposto con fermezza a una domanda sulle contestazioni mosse al Ssm dai sevizi giuridici sia del Parlamento Europeo che del Consiglio europeo. Puntualizzando che su questo tema “ci muoviamo in stretto coordinamento con la Commissione Ue”.

LE NUOVE REGOLE – Il punto di caduta sarà l’assenza di automatismi e l’applicazione delle nuove regole “caso per caso”, come ha puntualizzato la numero due della vigilanza, Sabine Lautenschlaegher : “Un punto di partenza di una discussione con le singole banche”. Ma soprattutto le nuove regole (svalutazione completa in due anni dei crediti non garantiti e in 7 anni di quelli garantite) riguarderanno solo gli npl futuri mentre strette sugli stock esistenti sono rimandati a un indefinito futuro. Anche l’indicazione delle date di smaltimento dovrebbe avere una formulazione che renda evidente l’intenzione di non mettere limiti “vincolanti”.

La Nouy ha comunque precisato che terrà una nuova audizione al Parlmento europeo a marzo, proprio in occasione del varo della versione definitiva dell’addendum sugli Npl, e quando anche dall’Ecofin arriverà una proposta sui crediti deteriorati. Il tentativo pare quello di ricomporre una visione armonica delle azioni sull’asse Bruxelles-Fracoforte.  In, ogni caso, avverte “le banche dovrebbero prepararsi” visto che i crediti deteriorati, pur se diminuiti, “restano un grosso problema”. Le banche europee, secondo la Bce, ne hanno in pancia ancora 760 miliardi (lordi). Più esplicitamente: per le banche il prossimo stress test “sarà un altro momento di verità” poiché “i mercati – e non solo i supervisori – si aspetteranno che le banche con debolezze patrimoniali le affrontino”. Aumentare la redditività (anche tagliando i costi) e pulire i bilanci sono queste le due cose in cima alla ‘to do list’, la lista delle cose da fare secondo Madame Nouy. Nuovi aumenti di capitale e nuove aggregazioni per consolidare il settore bancario europeo sono all’orizzonte.

Quanto alle critiche, arrivate dall’Italia (Bankitalia compresa), sull’eccessiva fissazione di Francoforte sul versante degli Npl e non abbastanza sui rischi dei derivati in pancia alle banche, la Vigilanza taglia corto con asprezza: “Quella che non ci occupiamo dei derivati è una favola, così come quella che siano tutti pericolosi”,  sottolinea la Lautenschlager. Per quanto riguarda invece la ricapitalizzazione preventiva di Mps, con l’ingresso nel capitale dello Stato italiano, è Nouy a tagliare corto sulla correttezza dell’operato della Bce che “ha tenuto conto delle singole specificità” nel dare disco verde all’operazione.(Alessia GozziQuotidiano.net)

“Basta un minuto del suo tempo per aiutarci a migliorare”. Ce lo chiede Stefano Barrese di Intesa Sanpaolo e glielo dedichiamo noi che… non siamo da tempo clienti BPVi: noi non siamo stati comprati a 1 nano centesimo

ArticleImageBasta un minuto del suo tempo per aiutarci a migliorare. Gentile Giovanni, con il completamento dell’integrazione informatica, anche lei è a tutti gli effetti cliente Intesa Sanpaolo. E’ stata un’attività complessa e delicata, indispensabile per poter offrire ai nostri nuovi clienti tutti i prodotti e i servizi del Gruppo. Per questo le chiediamo di aiutarci a migliorare ancora la qualità dei nostri servizi, rispondendo a una semplice domanda. Grazie per il suo tempo. Stefano Barrese. Responsabile Divisione Banca dei Territori. Intesa Sanpaolo“: Questa cortesissima mail ci è appena arrivata dalla stessa Intesa Sanpaolo che non risponde da tempo alle nostre domande su casi scomodi fatte tramite la nostra mail professionale.

Se sui fidi multipli non mantenuti agli affidati dalle due banche venete acquistate per la parte buona a un euro, in contrasto con le dichiarazioni roboanti a favore dei clienti vicentini ex BPVi, se sul rifiuto di documenti a clienti obbligazionisti della ex BPVi, se sui costi nascosti delle card che devono rinnovare sempre i vecchi e poveri, in tutti i sensi, correntisti della Popolare non ci arrivano da tempo risposte sulla nostra mail giornalistica,  ebbene oggi addirittura Stefano Barrese, Responsabile Divisione Banca dei Territori di Intesa Sanpaolo (nela foto con Gabriele Piccini, ex vide dg BPVi), ci chiede, sulla nostra mail personale, un minuto per aiutarlo “a migliorare“.

Eccolo il minuto di tempo chiestoci: io personalmente e la società che rappresento, editrice di questi media, entrambe entità raggiunte prima con la mia mail personale e non professionale, non siamo più correntisti della BPVi da febbraio 2016, quando chiudemmo i nostri conti per un senso di “rifiuto” etico di quello che stava succedendo nella banca di Gianni Zonin e che denunciavamo dal 13 agosto 2010.

Ora che l’Istituto che spendendo un euro e guadagnandoci già 3.8 miliardi con le due venete, per i soldi cash ricevuti dallo Stato, ci invii una mail come clienti non esistenti ci fa pensare, insieme a tante notizie già letet alrove, che l’integrazione informatica non sia da quella grande banca che Intesa, con l’aiuto dello Stato e nel disinteresse per le perdite dei soci ex BPVi, vuole apparire.

Ed eccolo, alla fine, l’aiuto a migliorare: dopo le 4.000 persone mandate a casa dopo l’acquisto da 50 cent della BPVi e dopo l’annuncio che la stessa sorte sarà riservata ad altri 9.000 dipendenti, forse è il caso che qualcuno di questi dipendenti rimanga per spedire le mail con un minimo di controllo e senza invadere la privacy di chi non è vostro cliente, nè diretto nè “comprato” per un nano centesimo.

A proposito: la domanda finale che faceva Barrese nella  sua mail era: “Sulla base della tua esperienza, consiglieresti Intesa Sanpaolo a un parente o conoscente? Dai il tuo voto, scegli una delle faccine“. Beh rispondete voi per noi, che non siamo clienti.

Per niente
Molto

Di Giovanni 

Banche venete: a Sga anche quota crediti ad alto rischio

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

Nel pacchetto degli asset deteriorati di Veneto Banca e Popolare di Vicenza destinati alla Sga dovrebbe rientrare anche una parte, nell’ordine di qualche centinaio di milioni, dei quattro miliardi di crediti giudicati “in bonis” ma “ad alto rischio”. Crediti rilevati a giugno da Intesa Sanpaolo con la possibilità di rigirarli al Tesoro dopo la due diligence.

La previsione, a quanto risulta a Il Sole 24 Ore, è scritta nel decreto dell’Economia che dà l’avvio ufficiale alla cessione degli Npl alla Sga, e che dopo una serie di stop and go è ora sul tavolo del ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, per la firma e l’emanazione che dovrebbe arrivare a ore.

Proprio il complesso lavoro di ricostruzione degli asset da cedere alla Sga per avviare il recupero spiega il tempo che si è rivelato necessario per la definizione del provvedimento. Il decreto fissa le condizioni di partenza per la sfida alla base del salvataggio delle venete.

Sul piatto dell’operazione, Via XX Settembre ha messo un esborso immediato da 5,2 miliardi di euro, finanziato con il debito pubblico aggiuntivo messo a disposizione dal decreto banche di fine 2016, e una parte di questa cifra (400 milioni) è servita a finanziare garanzie potenziali su rischi futuri fino a 12 miliardi. E queste garanzie hanno costituito un ombrello proprio per la retrocessione di crediti che non risultassero in bonis oppure per coprire crediti da etichettare come in bonis ma ad alto rischio.

Una volta in vigore, il decreto avvierà il trasferimento degli asset a Sga, e accenderà la macchina che secondo le ambizioni governative dovrebbe riportare negli anni in positivo per le finanze pubbliche il saldo dell’operazione. L’impegno totale dello Stato vale 10,6 miliardi, perché ai 5,2 di esborso immediato si aggiungono i 5,4 di sbilancio iniziale dei due istituti. Dalla valorizzazione dei crediti, da mettere sul mercato attraverso bandi che dovrebbero coinvolgere più di un operatore, secondo i calcoli di Bankitalia si potrebbero però recuperare nel tempo fino a 9,9 miliardi di euro, di cui 4,2 a valere sulle sofferenze e 5,4 sulle inadempienze probabili (gli altri 300 milioni erano collegati alla vendita delle partecipazioni estere). Aggiunti agli 1,7 miliardi di equity e partecipazioni, un risultato del genere porterebbe in tutto 11,6 miliardi, cioè un miliardo in più degli impegni complessivi.

Naturalmente il conto va ritoccato con la possibile retrocessione da Intesa di una parte dei 4 miliardi inizialmente ceduti a Intesa, e in ogni caso per passare dal preventivo al consuntivo serviranno anni. Anni di attesa che toccheranno anche agli oltre 10mila creditori che si insinueranno al passivo ma che, come spiegato da Fabrizio Viola in commissione banche, prima di ottenere i rimborsi dovranno aspettare il recupero dei 5,2 miliardi già spesi dallo Stato.

Intesa retrocede altri Npl delle ex venete

La banca cederà alla Sga altre centinaia di milioni di sofferenze nel quadro del salvataggio delle popolari. Sale così il la dimensione dello sforzo per recuperare l’esborso sostenuto dallo Stato.

 
 

Nuovi sviluppi nell’operazione di salvataggio delle due popolari venete orchestrata dallo Stato con l’ausilio di Intesa Sanpaolo. 

Alla Sga dovrebbero infatti essere retrocessi anche alcune centinaia di milioni dei 4 miliardi di crediti deteriorati in bonis ma ad alto rischio inizialmente destinati alla banca lombardo-piemontese ma con la possibilità comunque stabilita dagli accordi di una retrocessione alla società del Ministero del Tesoro una volta completata la cosiddetta due diligence.

La novità sembra emergere dal decreto legge che, in attesa della firma del ministro Pier Carlo Padoan e della relativa emanazione, stabilirà appunto la cessione delle sofferenze di Veneto Banca e Banca Popolare di Vicenza e l’avvio ufficiale di una difficile operazione di recupero di quanto finora sborsato dallo Stato per il salvataggio delle due banche venete. 

Si tratta di un esborso totale di 10,6 miliardi, di cui 5,2 miliardi messi immediatamente a disposizione grazie alle misure varate con il decreto salva-banche e 400 milioni di garanzie pubbliche. I tempi sono ovviamente lunghi ma per Bankitalia non è escluso che l’obiettivo di pieno recupero non si raggiunga. I funzionari di Palazzo Kock hanno quantificato introiti per 11,6 miliardi, di cui 9,9 miliardi su sofferenze e incagli e 1,7 miliardi dalla cessione di partecipazioni e altri cespiti non confluiti in Intesa Sanpaolo. 

Intanto in Borsa il titolo della banca guidata da Carlo Messina, in scia all’accoglienza positiva dei risultati di bilancio e del nuovo piano strategico da parte del mercato, è anche oggi tra i migliori del Ftse Mib con un guadagno a metà mattina dell’1,9% circa  (Rosario Murgida finanza report.it)

 

Immobiliare: York accelera su Porta Vittoria

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

Il cantiere nel 2015 (Fotogramma)

 

Entra nel vivo la corsa all’acquisizione dell’area di Porta Vittoria, nel centro di Milano. Perché, scrive MF, dopo il blitz d’inizio anno condotto dal fondo Algebris con la presentazione in Tribunale del concordato fallimentare per la società, schiacciata da un debito di 400 milioni, il fondo americano York ha deciso di accelerare sui tempi dell’esclusiva, che scade a fine febbraio, concessa dal Banco Bpm , primo creditore in assoluto dell’azienda un tempo di Danilo Coppola, per un importo superiore ai 220 milioni derivante però dalla vecchia gestione del Banco Popolare.

In particolare, secondo quanto appreso da MF-Milano Finanza da ambienti vicini al dossier, York vorrebbe anticipare la firma dell’acquisto dei crediti maturati dall’istituto di credito guidato da Giuseppe Castagna dopo aver rilevato quelli (26 milioni) che fanno capo alla Colombo Costruzioni. E che l’operazione tra il fondo e la banca possa andare in porto lo dimostra il fatto che lo stesso Banco è pronto a concedere, in caso, un prolungamento dell’esclusiva concessa lo scorso novembre a York.

Il percorso però si va a sovrapporre a quello impostato dalla Algebris di Davide Serra, che per l’appunto nelle scorse settimane ha presentato una proposta, si leggeva nella comunicazione al mercato, «che consente il pagamento integrale dei creditori in prededuzione e privilegiati, nonché il rimborso di alte percentuali per i creditori delle altre classi», oltre che garantire «lo sviluppo e la riqualificazione di un’area di primaria importanza per il capoluogo lombardo». Il progetto Porta Vittoria si estende su una superficie complessiva di 142mila metri quadrati tra l’area residenziale e quella commerciale. Ed è collocata in un punto strategico della città, a poca distanza dall’aeroporto di Linate.

On. Paglia (LeU): “Bilancio Intesa San Paolo in utile grazie ai soldi pubblici”

Agenpress. Dal bilancio di Intesa San Paolo emerge con chiarezza un fatto clamoroso: l’utile della banca di 7,3 miliardi dipende per quasi la metà dai fondi versati dal Tesoro in occasione del “salvataggio” delle banche venete.
Parliamo di 3,5 miliardi, presi dalle tasche dei contribuenti e versati in quelle degli azionisti della banca.
Lo avevamo sempre denunciato, ma ora è nero su bianco: il Governo non ha lavorato negli interessi del Paese, ma in quello di un singolo istituto di credito.

Lo afferma Giovanni Paglia, componente della commissione di inchiesta sul sistema bancario, di Liberi e Uguali.

L’industria della pelle e l’economia circolare

 

Per l’Italia quella della pelle è una delle industrie più floride. “Siamo al primo posto al mondo per valore della produzione, quarti per volume e primi per valore delle esportazioni”, ha spiegato Gianni Russo, presidente dell’Unione nazionale industria conciaria (Unic), all’assemblea annuale dell’associazione, che riunisce oltre 1.200 imprese del settore pelle. Ogni anno l’Italia sforna circa 122 milioni di metri quadri di pelli finite e 12mila tonnellate di cuoio da suola. Questa industria dà lavoro a oltre 17mila persone e nel 2016 ha raggiunto i 5 miliardi di euro di fatturato.

˝Siamo al primo posto al mondo per valore della produzione.

L’industria conciaria è da tempo impegnata per ridurre il suoimpatto ambientale. La pelle stessa è di fatto un prodotto di riutilizzo della filiera della carne. La pelle è un prodotto intermedio, che nasce a valle dei processi di macello degli animali allevati per la carne e termina la sua trasformazione quando esce dalla conceria, per essere destinata ai produttori di accessori, moda e arredamento. L’industria conciaria può essere considerata unesempio strutturato di economia circolare, che partendo da un prodotto di scarto dell’industria alimentare, ne ricava un materiale destinato alla produzione di svariati beni di consumo. Il settore è sostenibile nel suo dna, poiché sottrae tonnellate di potenziali rifiuti alla dismissione e le avvia verso una valorizzazione di alto livello.

Questo si osserva sempre di più nel passo moderno con cui avanza il settore della pelle in Italia, come è emerso da numerose ricerche presentate durante gli appuntamenti di Lineapelle, la più importante fiera italiana del settore. L’Unic ha calcolato che dal 2002 al 2016 le imprese italiane della concia hanno raddoppiato l’incidenza di costi di sostenibilità nei loro fatturati, passando dall’1,9% al 4,4%. E il 19,3% di questa spesa è indirizzato al recupero dei rifiuti e a migliorare la circolarità di quest’industria distintiva del made in Italy. La conceria italiana è maestra nel recupero degli scarti della propria produzione, facendo sì che rifiuti destinati a inquinare possano diventare materie prime per la stessa filiera pelle o per altri settori produttivi. Il recupero, quindi, va ben oltre la trasformazione dello sfrido della lavorazione in materiale buono per borse o scarpe.

Per ogni metro quadro di pelle lavoratal’industria si ritrova con 1,85 chili di rifiuti di pellame da gestire.

Il carniccio, ossia i resti di carne che rimangono attaccati alle pelli degli animali scuoiati, è adoperato per la realizzazione di concimi speciali, che sono biodegradabili. Anche cascami e ritagli della pelle possono essere trattati con enzimi o con idrolisi termica per realizzare fertilizzanti. Questi concimi sono considerati intelligenti, perché rilasciano nel tempo l’azoto, in base alla richiesta delle piante, e riescono a migliorare il metabolismo vegetale. Altri scarti animali diventano budelli artificiali, gelatine e proteine destinate all’industria alimentare, sia per prodotti destinati all’uomo sia agli animali. Nel distretto di Arzignano, in provincia di Vicenza, è stato recuperato persino il pelo, fino al 18%-20% dei volumi di pelle trattata, da riutilizzare come fertilizzante nei campi, all’interno di un progetto finanziato dalla Commissione europea.

Gli studi sui concimi derivati dagli scarti della pelle hanno permesso di rilevare nei campi una più alta efficienza dei componenti a base di azoto, un maggiore contenuto di proteine e di aminoacidi e la necessità di dover ricorrere meno e con dosaggi più bassi ai fertilizzanti, segno che il terreno ha assorbito le proprietà nutritive degli scarti e le rilascia gradualmente. Questi fattori evidenziano la capacità della pelle di essere naturalmente un prodotto principe dell’economia circolare e all’industria che la lavora riconosce il compito di fungere da banco di prova per sperimentare tecnologie innovative.

Dai tempi di Oetzi, la mummia di Similaun ritrovata nei ghiacciai delle Alpi Venoste nel 1991, il concetto del riuso non è cambiato granché. Come quell’esploratore vissuto 5.300 anni fa, che conciava pelli di animali per fabbricare abbigliamento, accessori e utensili conservati con la sua carcassa fino ai giorni nostri, ancora oggi la pelle è uno scarto di cui si è subito apprezzata l’utilità.

Più di ieri, però, l’uomo ha compreso che anche gli scarti dello “scarto” possono offrire benefici, ricchezza e valore e l’industria conciaria ha colto in questa sfida il motore del business del futuro.

 
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    Redazione Wired

Intesa storica in Germania. Arriva la settimana di 28 ore

Mai così bene l’orario per i metalmeccanici che hanno figli o genitori anziani. A chi invece vuole lavorare di più sarà consentita l’estensione fino a 40 ore
REUTERS

Una recente manifestazione di lavoratori tedeschi per difendere i loro diritti all’occupazione

 

Dopo la settimana lavorativa di 35 ore, in Germania arriverà presto anche quella di 28. L’accordo pilota raggiunto ieri mattina all’alba per i 900mila lavoratori del settore metallurgico ed elettrotecnico nella regione tedesco occidentale del Baden-Württemberg è destinato a fare storia. L’intesa raggiunta tra il sindacato di categoria Ig Metall e gli imprenditori prevede non solo aumenti salariali del 4,3%, ma soprattutto la possibilità per i dipendenti più anziani di ridurre l’orario lavorativo da 35 a 28 ore per un periodo di tempo che può variare da un minimo di sei mesi ad un massimo di due anni. In cambio i datori di lavoro avranno la possibilità di estendere la settimana lavorativa da 35 a 40 ore per tutti gli altri dipendenti che ne fanno richiesta ottenendo così l’opportunità di introdurre fasce lavorative molto flessibili e differenti fra loro all’interno di ogni singola azienda e di adeguare anche gli orari lavorativi all’andamento degli ordini.  

 

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Ma il risultato chiave del nuovo contratto di lavoro che dalla regione del Baden-Württemberg (quella degli stabilimenti di Daimler-Benz, Porsche o Bosch) verrà esteso con ogni probabilità a tutti i 3,9 milioni di lavoratori del settore in Germania, resta quello della settimana di 28 ore. Questa, anche se limitata ad un periodo massimo di due anni, potrà essere richiesta da un dipendente ad esempio per accudire a casa un figlio dopo la nascita oppure per curare un parente malato o infermo. Pur non ottenendo durante questo periodo il conguaglio dell’intero stipendio, i dipendenti che faranno ricorso alla settimana lavorativa di 28 ore, non solo avranno il diritto a tornare quando vogliono alla settimana lavorativa di 35 ore, ma otterranno dall’azienda un bonus di tempo pari a otto giornate di ferie aggiuntive.  

 

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Quella condotta dalla Ig Metall nei giorni scorsi non solo è stata una vertenza lampo durata appena sei sedute, ma anche inusuale, dal momento che l’accento questa volta è stato posto più sul fattore tempo che su quello degli aumenti retributivi (comunque non indifferenti, visto che l’Ig Metall aveva chiesto inizialmente un + 6% e alla fine ha ottenuto il 4,3). «L’accordo rende giustizia alla straordinaria posizione economica del settore e avrà un effetto positivo sull’intero Paese facendo aumentare la domanda interna», ha dichiarato soddisfatto il presidente dell’Ig Metall Jörg Hofmann. «Per la prima volta però i lavoratori otterranno la possibilità di investire più tempo per le loro famiglie, i loro cari, il loro tempo libero. Sarà sempre una scelta volontaria, non obbligatoria e non dettata dalle imprese, ma dalle contingenze della vita vera». 

 

Il tempo come sorta di valuta contrattuale e di nuovo strumento di lotta sindacale. Per il più potente sindacato metalmeccanico del mondo si è trattato di un salto di qualità e di un cambio di rotta di portata storica e paragonabile alle ormai celebri lotte sindacali condotte negli anni ottanta dello scorso secolo per ottenere la riduzione della settimana lavorativa da 40 a 35 ore («lavorare meno – lavorare tutti») per una più equa ridistribuzione di una mola lavorativa ridotta su un numero maggiore di soggetti produttivi. Oggi a mancare non è tanto il lavoro (almeno in Germania), quanto il tempo. E per conquistarne un po’ di più i lavoratori sono disposti a rinunciare anche a qualche soldo in busta paga.WALTER RAUHE La stampa.it

ITALIA: DALLA DISTRIBUZIONE DEL REDDITO ASSISTENZIALE A PAESE COMPETITIVO

Oggi in Italia c’è ancora la convinzione che si debba fare redistribuzione del reddito ritenendo esista un diritto ad avere condizioni di vita più eque da soddisfare, e per questo si tassano i più ricchi e lotta contro l’evasione fiscale e la corruzione. Dopo cinquanta anni di attività redistributiva del reddito, l’Italia si ritrova con una pressione fiscale pari al doppio e il debito pubblico quintuplicato, senza che la distribuzione del reddito sia migliorata. Al contrario le prospettive sono di un suo netto peggioramento, ancora più degli effetti della recente crisi internazionale depressiva del pil e dell’occupazione. Il fallimento delle politiche redistributive è dovuto al fatto che in Italia il mercato non funziona, perché la maggior parte di esso non è aperto alla concorrenza, soprattutto in tutti quei settori che garantiscono l distribuzione del reddito assistenziale. Stando così le cose non si riuscirà mai in Italia a pervenire ad una diversa condizione. Non è cioè la concorrenza a fissare i prezzi perché nei settori nevralgici italiani non c’è e non esiste la concorrenza. Nelle nostre attuali condizioni non si potrà mai attuare con successo non solo una qualsivoglia politica distributiva, ma anche una politica economica volta alla crescita del pil e dell’occupazione. Bisogna oggi elaborare una riforma fiscale simile a quella trumpiana in atto per cui, tolti gli aspetti demenziali assunti nel tempo da quella esistente italiana e semplificatone l’assolvimento, si passi a due uniche tasse: una sul reddito e una sui consumi. Il nostro sviluppo ha la propria forza in due motori: nelle esportazioni e nelle costruzioni. Se si continua a spostare l’onere da una tassa a un’altra o si passa da un sussidio all’altro come hanno fatto i governi recenti, la situazione peggiorerà sempre di più. Gli italiani mal governati ed il nostro Paese andranno sempre peggio se si continua, come si fa, ad aumentare le tasse e a regalare sussidi in contesti in cui i settori non sono esposti alla concorrenza e per di più sono la maggior parte. Rimaniamo bloccati. Il nostro futuro, il futuro degli italiani e del nostro Paese, oggi, non è garantito. Si deve abbattere l’imposta sui redditi d’impresa, detassare gli investimenti e introdurre sconti fiscali sugli utili “parcheggiati” all’estero. Questa è la riforma fiscale in grado di riportare i capitali in Italia, analogamente a quanto fatto da Trump negli Usa. La nostra strada della felicità è porre le condizioni atte a fare profitto e produrre ricchezza. Dobbiamo avanzare e proteggere il nostro diritto collettivo di fare profitto, di produrre ricchezza, incentivarlo incoraggiarlo e porre le condizioni utili perché esista cresca e si sviluppi. Bisogna produrre ricchezza, in Italia, per crescere ed avere benessere personale e collettivo. Se si abbassano le tasse come ha già fatto Trump, le imprese fioriscono, i salari crescono così come i posti di lavoro. È chiaro che se le imprese vengono strangolate di tasse così come di non/mercato fuggono mentre rimangono a marcire e a non funzionare, sostanzialmente a fallire, quelle sovvenzionate dal non/mercato. Si abbassino le tasse, si protegga la produzione sopravvissuta e la capacità di produrre redditi e ricchezza. Si converta la macchina pubblica improduttiva in attività produttiva qualcosa. Si protegga il diritto a fare profitto, a creare ricchezza. Questa è la strada della nostra felicità.

Francesca Romana Fantetti scenarieconimici.it

Italo, cda rinvia valutazione su offerta fondo americano

Resta aperto fino a domani pomeriggio, 7 febbraio 2018, il Consiglio di Amministrazione straordinario di Italo – NTV, riunitosi per valutare l’offerta ricevuta da Global Infrastructure Partners III Funds (GIP) da 1,9 miliardi di euro più i debiti per il 100% della società.

“Il consiglio ha preso atto delle informazioni allo stato disponibili e ha ritenuto opportuno mantenere aperti i lavori fino a domani pomeriggio, quando l’advisor finanziario e i joint global cordinators della società presenteranno gli elementi necessari alla valutazione”, si legge in una nota. “Il consiglio ha inoltre preso atto dell’offerta ricevuta ieri da Global Infrastructure Partners III Funds riservandosi ogni valutazione domani nella prosecuzione dei lavori consiliari”.

La risposta dovrà arrivare necessariamente entro domani in quanto l’offerta scade alle ore 17 del 7 febbraio 2018.

Nel frattempo Intesa Sanpaolo, azionista di maggioranza di Italo, ha dichiarato che la partecipazione che possiede non è strategica. Durante la conferenza stampa sul piano 2018-2021, l’Amministratore delegato della banca Carlo Messina ha specificato che “nel momento in cui si realizzano le condizioni per uscire, noi siamo per la dismissione”. “Alla miglior valorizzazione possibile si chiude l’operazione”.

Il Board ha inoltre valutato l’avanzamento del processo finalizzato all’offerta di un massimo del 40% del capitale e alla quotazione in Borsa delle azioni della società.

Intanto Itesa Sanpaolo, maggiore azionista di Italo, potrebbe cedere alle lusinghe del fondo americano Global Infrastructure Partners III Funds. Durante la conferenza stampa sul piano 2018-2021, l’Amministratore delegato della banca Carlo Messina ha dichiarato che la partecipazione in Italo “non è strategica”: “nel momento in cui si realizzano le condizioni per uscire, noi siamo per la dismissione”.

“Noi non dobbiamo fare né il mestiere degli aeroplani né il mestiere dei treni. Noi abbiamo la vocazione a fare banca e banca vogliamo fare. La partecipazione non è strategica. Alla miglior valorizzazione possibile si chiude l’operazione”, ha spiegato il manager dell’istituto di credito.

“Vedremo se ci saranno (le condizioni) in questo caso”, ha specificato Messina riferendosi all’offerta vincolante da 2 miliardi di dollari sul 100% della compagnia di trasporto ferroviario presentata dal fondo americano proprio ad un soffio dalla quotazione in Borsa. Il messaggero.it

Il mega fondo Usa che vuole comprarsi Italo

Global Infrastructure Partners gestisce attività per 40 miliardi di dollari, tra cui gli aeroporti di Londra Gatwick ed Edimburgo

Il mega fondo Usa che vuole comprarsi Italo

È durato tutta la notte e si concluderà solo alle 17 di oggi il consiglio d’amministrazione fiume di Ntv, la società che gestisce i treni di Italo, che dovrà decidere se accettare o meno l’offerta da 1,9 miliardi di euro per l’acquisto dell’intero capitale sociale del gruppo lanciata da Global Infrastructure Partners (Gip), un fondo di private equity statunitense che gestisce attività per 40 miliardi di dollari. Che si tratti di una decisione complicata lo si evince dalla coincidenza dell’orario fissato per il termine del cda con la scadenza dell’offerta: i consiglieri di amministrazione di Ntv hanno voluto utilizzare fino all’ultimo secondo disponibile per valutare la proposta, che consentirà agli azionisti di riacquistare, con i proventi della vendita, fino al 25% della compagnia. Il fondo ha inoltre espresso “l’auspicio che l’attuale presidente Luca Cordero di Montezemolo e l’amministratore delegato Flavio Cattaneomantengano i rispettivi ruoli in Italo”.

Quandò General Electric si alleò con una banca svizzera

La prima cosa da sottolineare è che non siamo di fronte – come nel caso dell’offerta di Cerberus​ per Alitalia​ – a un “fondo avvoltoio” interessato a mettere le mani su un’azienda decotta per poi rivenderne i pezzi al miglior offerente ma a una società con una politica di investimenti molto mirata che negli ultimi anni ha aumentato in maniera esponenziale la propria presenza in settori come l’energia, la gestione dei rifiuti e i trasporti. Ovvero, tre comparti che rientrano nel core business di General Electric, il gigante americano che, nel maggio 2006, fu il maggiore investitore del primo round di finanziamenti insieme alla banca svizzera Credit Suisse. Entrambi i soggetti misero sul piatto, complessivamente, circa un quinto dei 5,64 miliardi di dollari raccolti allora, nonché dei know-how – quello di un colosso della tecnologia e di un leader mondiale nei servizi finanziari – decisamente complementari, mettendo in piedi una vera e propria joint venture.

 

Il business degli aeroporti

Il primo grande investimento realizzato da Gip passò per un’altra joint venture tra il fondo e Aig, la mega compagnia assicurativa americana che – insieme a Lehman Brothers – fu uno dei simboli della crisi dei mutui subprime. Nell’ottobre 2006 le due società acquistano, per una somma non resa nota, il London City Airport, che il fondo rivenderà nel febbraio 2016, facendo sapere di aver incassato una plusvalenza cospicua. Negli anni successivi Gip rileverà altri due importanti aeroporti britannici: quello di Londra Gatwick, ceduto per un miliardo e mezzo di sterline da BAA (la holding che controlla anche Heathrow) nell’ottobre del 2009, e quello di Edimburgo, comprato per 807 milioni di sterline nel 2012, l’anno in cui Gip completa il secondo round di investimenti rastrellando 8,25 miliardi di dollari e imponendosi come il maggiore fondo mondiale specializzato in infrastrutture. Ancora più ricca la terza raccolta di fondi, quella dalla quale viene la somma messa sul piatto per Italo, completata nel gennaio 2017: 15,8 miliardi di dollari, ben oltre quanto previsto all’avvio. Tra le altre società che vedono Gip tra gli azionisti si possono citare l’utility spagnola Gas Natural, il porto di Melbourne e la Pacific National, ovvero le ferrovie australiane. Investimenti che lasciano intravedere, seppure nel lungo periodo, prospettive di gestione integrata di reti di trasporti ed energia. Proprio in Australia, a Sydney, il fondo apre un nuovo ufficio, che si aggiunge alle sedi di New York, Londra e Stamford, in Connecticut. Un’espansione che ha avuto finora dietro lo stesso uomo: Adebayo Ogunlesi, già capo dell’investment banking di Credit Suisse First Boston nonché fondatore di fatto di Global Infrastructure Partners, del quale resta presidente. E arriva da Credit Suisse anche Philip Iley, nei ranghi di Gip dal 2016 dopo aver ricoperto il ruolo di responsabile del settore Trasporti e Logistica dell’istituto elvetico per l’area Emea. Se la trattativa andrà in porto – prevede Affari Italiani – potrebbe essere proprio lui a occuparsi di Italo.

 

@CiccioRusso_Agi

Gli algoritmi di Wall Street e il filo doppio tra Intesa Sanpaolo e l’Italia

A man walks near the headquarters of Intesa Sanpaolo building on January 26, 2017 in Turin. / AFP / Marco BERTORELLO        (Photo credit should read MARCO BERTORELLO/AFP/Getty Images)Flowering. Così ha titolato il Financial Times la sua Lex(notoriamente severa) dedicata al nuovo piano industriale di Intesa Sanpaolo. Non capita tutti i giorni, e Carlo Messina – comprensibilmente – pare abbia apprezzato.

Un riconoscimento in più a un piano già premiato dalla Borsa in una giornata di vendite che si caratterizza per due aspetti: l’italianità e la crescita. In pratica, la banca punta a crescere molto pur restando fortemente baricentrata in Italia. La formula ha funzionato con il piano passato, che ha fondato le sue fortune sulle commissioni generate dallo sviluppo del risparmio gestito (il petrolio di casa nostra), peraltro favorito da una politica monetaria della Bce che ha spinto milioni di italiani a cercare alternative più remunerative ai BTp, nel frattempo crollati quanto a rendimenti. Debitamente aggiornata, la formula rimane la chiave del nuovo piano al 2021, che punta a generare 6 miliardi di utili nel suo ultimo esercizio. Tanto ma non troppo, se è vero che il mercato ha dimostrato di credere alle parole di Messina, finora capace di mantenere le sue promesse (10 miliardi di dividendi in 4 anni) nonostante la congiuntura sia stata più amara delle attese.

Ora, per fortuna, lo scenario è cambiato. L’Italia non corre ma è in ripresa, una ripresa che per Messina durerà almeno fino alla fine del piano. Ed è abbastanza robusta da tenere a bada gli investitori rispetto alle elezioni di marzo. Intesa ci crede, tanto. Al punto che solo una recessione, eventualità ritenuta assai improbabile, potrebbe costringere a rivedere strategie e obiettivi.

E’ un assunto da non sottovalutare. Da oggi al 2021 può accadere di tutto, quindi ce ne vuole di fiducia per pensare che nei prossimi quattro anni l’Italia sia in grado di portarsi a casa quel più uno virgola di crescita che ha segnato il passato più recente. La conseguenza: d’ora in avanti e più che in passato Intesa Sanpaolo sarà sempre più legata alle sorti dell’Italia. Una vera e propria proxy. Chi compra Intesa compra Italia, con le sue potenzialità e i suoi rischi, con le sue imprese che girano e con il suo debito pubblico, con i suoi tesori e la sua burocrazia mostruosa.

In pratica, la banca sarà una cinghia di trasmissione tra i mercati finanziari e l’economia reale, che peraltro promette di sostenere con 300 miliardi, tra prestiti, tasse e investimenti. In questi giorni segnati dalla pazzia di mercati innescati come bombe da semplici algoritmi, ipnotizzati dai bitcoion, accartocciati in una volatilità che nulla ha a che vedere con l’andamento reale dell’economia mondiale, non è poco. Chissà, forse un’italian way alla finanza.(marcoferrando.blog.ilsole24ore.com)

Messina (Intesa Sanpaolo) si scaglia contro le banche tedesche e francesi: ‘Ingiustamente avvantaggiate dalla Bce

26/01/2017 Torino, celebrazioni per i dieci anni di sodalizio tra Banca Intesa e Banca Sanpaolo, nella foto Carlo Messina – Giulio Lapone Sync / AGF

  • Per l’ad di Intesa, Messina, esiste una disparità di trattamento nella regolamentazione europea che penalizza le banche italiane a vantaggio delle francesi e tedesche
  • Al centro della questione ci sono i crediti deteriorati, per cui le norme sono rigide, e i titoli derivati e strutturati, trattati invece in modo meno severo
  • Il nuovo piano di Intesa prevede comunque uno smaltimento dei crediti deteriorati, sebbene ancora non siano note le modalità (se dall’interno o attraverso cessioni)
 

La presentazione del nuovo piano di impresa al 2021, il 6 febbraio del 2017, ha fornito all’amministratore delegato di Intesa Sanpaolo, Carlo Messina, l’occasione per scagliarsi, una volta ancora, contro la regolamentazione europea sulle banche. Al centro della questione ci sono le norme, ritenute troppo rigide, sui crediti deteriorati, che rappresentano le vera spina nel fianco degli istituti di credito italiani. Da tempo, la vigilanza della Bce guidata da Danièle Nouy è in pressing per spingere le banche italiane a liberarsi di questa zavorra. Al contrario, Messina ritiene che il regolatore europeo si sia mosso e si stia muovendo con la mano troppo leggera sui titoli derivati e strutturati di tipo “level 2” e “level 3” che abbondano invece nei bilanci degli istituti di credito stranieri, soprattutto tedeschi e francesi.

Daniele Nouy, numero uno Supervisory Board Bce, novembre 2017 – foto di DANIEL ROLAND/AFP/Getty Images

Da qui l’invettiva di Messina, che, presentando il nuovo piano di Intesa agli analisti, ha dato libero sfogo alla propria ira: “L’interesse del regolatore a ridurre i crediti deteriorati (npl, non performing loanè giusto, ma sono completamente in disaccordo con il metodo. La mia impressione è che la posizione della Bce sugli npl sia giusta, perciò noi abbiamo fatto i nostri compiti a casa, ma ora è arrivato il momento di affrontare anche altri problemi delle banche, come per esempio le attività di level 3pezzi di carta valutati sulla base di modelli, mentre gli npl sono spesso garantiti da collaterale”. Una disparità di trattamento che per Messina è “inaccettabile”. “C’è qualcosa che non funziona su questo fronte a livello europeo. Non si stanno facendo le cose uguali per tutti perché i regolatori sono francesi e tedeschi”. A ogni modo, ha concluso Messina, “ora mi aspetto per le banche tedesche e francesi (sui derivati e i titoli strutturati) lo stesso trattamento” che hanno avuto le italiane sugli npl.

Leggi anche: Scontro in Europa sulle crisi bancarie. La Corte dei Conti attacca la Bce: ‘Non ci dà i dati e non possiamo valutare il suo lavoro’

Dopodiché, in conferenza stampa, rispondendo a una giornalista tedesca che gli chiedeva se la Bce sovrastimi il problema degli npl delle banche italiane, Messina ha replicato tranchant: “Non credo lo sovrastimi, ma che sottostimi il problema delle attività di level 2 e 3 presenti soprattutto nei bilanci degli istituti di credito stranieri. E cosa potrebbe succedere se, in futuro, il regolatore europeo opterà per un giro di vite anche su questo tipo di attività? “Se l’atteggiamento del regolatore europeo sarà lo stesso visto con gli npl, allora si potrebbe assistere a una perdita di competitività degli istituti di credito che hanno in pancia molti di questi asset”, cioè derivati e titoli strutturati in generale. Se così fosse, ha aggiunto l’ad di Intesa, “vi garantisco che tutte le banche saranno lontane da un Cet 1 ratio (ossia il rapporto tra capitale e attività ponderate per il rischio, uno dei parametri utilizzati per misurare la solidità delle banche, ndr) del 13% dopo l’impatto regolatorio”.

24/05/2017 Roma, assemblea di Confindustria, Carlo Messina, numero uno Intesa – foto di Armando Dadi / AGF

Secondo i desiderata di Messina, ciò potrebbe avvantaggiare Intesa Sanpaolo, proiettandola tra gli istituti meno rischiosi d’Europa, anche alla luce della pulizia sui prestiti problematici e le sofferenze in arrivo proprio con il nuovo piano di impresa al 2021. Nel dettaglio, l’istituto di credito milanese si propone di dimezzare, a fine piano, la mole di crediti deteriorati, portandola dai 22,5 miliardi netti del 2017 a 12,1 miliardi, con una incidenza del 2,9% (sempre considerando il valore netto) sui prestiti complessivi rispetto al 5,5% dell’anno scorso. E ciò dopo che nel 2017 la copertura sui crediti deteriorati, ossia il “cuscinetto” stanziato a bilancio a fronte di queste attività rischiose, è cresciuta al 51,1%, con le sofferenze al 63,1 per cento (in altri termini, il loro valore netto è di quasi il 37 per cento). Se sui numeri gli obiettivi sono chiari, lo sono meno le modalità con cui gli stessi dovrebbero essere raggiunti. Intesa opterà per un recupero dei crediti “malconci” “fai da te” oppure prenderà la strada che stanno prendendo e hanno già preso molte colleghe con la cessione ad altri fondi (a prezzi molto minori rispetto al valore di bilancio)? Il problema, emerso chiaramente alla presentazione del piano, è quello dei tempi.

La riduzione dei rischi programmata da Intesa – fonte: le slide fornite dalla banca

In altri termini, bisognerà vedere se la banca, anche alla luce del pressing della Bce, avrà il tempo necessario – quindi non poco – per potere smaltire da sola questi prestiti che fanno fatica a essere restituiti. Come noto, sui conti dalle banche italiane, aleggia la spada di Damocle del cosiddetto “addendum”, ossia una ulteriore stretta sulla contabilizzazione di sofferenze e crediti che la Bce dovrebbe imporre da quest’anno. “Non ho informazioni specifiche – ha detto Messina rispondendo a una domanda sull’addendum – né le ho richieste. Si basa sulla relazione banca per banca. Dal nostro punto di vista, le interazioni con il regolatore sono corrette e basate sul  rispetto reciproco. Noi con questo piano siamo in grado di compiere il nostro riposizionamento in termini di riduzione del rischio”.

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Addendum a parte, si tratta dunque di capire come Intesa deciderà di muoversi sul sentiero minato degli npl: se riuscirà a recuperarli da sola o se oppure dovrà venderli. Nel frattempo, i sindacati hanno espresso perplessità su una eventuale vendita dei crediti deteriorati. Massimo Masi, segretario generale della Uilca, se da una parte ha definito il nuovo piano di Intesa “sfidante e impegnativo”, dall’altra ha bollato come “negativa” una eventuale “gestione esterna delle sofferenze” e ha manifestato perplessità sui dividendi promessi agli azionisti. A riguardo, il nuovo piano prevede che la quota dell’utile distribuita ai soci sarà dell’85% nel 2018, dell’80% nel 2019, del 75% nel 2020 e del 70% nel 2021. Tornando ai crediti deteriorati, in ogni caso, Messina ha già messo le mani avanti, “noi non abbiamo intenzione di arricchire i fondi di private equity dando loro la possibilità di ottenere un rendimento di oltre il 20% sugli npl. Piuttosto allora ce li recuperiamo da soli”. L’impegno, insomma, è stato preso.

  • Carlotta Scozzari businessinsider

    Il grande affare di Intesa Sanpaolo: utile 2017 a 7,3 mld, ma a “solo” 3,8 senza contributo cash dello Stato per BPVi e Veneto BancaArticleImage

    Radiocor Il Sole 24 Ore per VicenzaPiu.com. Intesa Sanpaolo ha chiuso il 2017 con un utile netto contabile di 7,3 miliardi a fronte dei 3,1 miliardi del 2016. L’utile e’ pari a 3,8 miliardi escludendo il contributo pubblico cash da 3,5 miliardi a compensazione degli impatti sui coefficienti patrimoniali derivanti dall’acquisizione degli asset della Banca Popolare di Vicenza e di Veneto Banca. L’utile e’ a 4,45 miliardi escludendo anche i tributi e gli altri oneri al sistema bancario. Intesa sottolinea che con i risultati 2017 e’ stato ‘realizzato il piano di impresa 2014-2017, creando valore per tutti gli stakeholder con oltre 250 miliardi di contributo all’economia nei 4 anni.

    Nel 2017, senza considerare il contributo delle banche venete, i proventi operativi sono saliti dell’1,2% a 17,2 miliardi, con interessi netti a 7,1 miliardi (-2,5%) e commissioni nette a 7,7 miliardi (+5,5%). Sostanzialmente stabili (+0,4%) i costi operativi, a 8,7 miliardi, per un rapporto cost/income sceso al 50,9%. Sul fronte patrimoniale, il coefficiente Cet1 e’ al 14% (dato pro forma a regime) e al 13% post Ifrs 9. Il cda di Intesa Sanpaolo per l’approvazione dei conti 2017 e del nuovo piano d’impresa, iniziato ieri, verso le dieci di sera e’ stato sospeso ‘a seguito del protrarsi dei lavori’ ed e’ tornato a riunirsi questa mattina alle 7.

    Intesa Sanpaolo prevede di raggiungere un utile netto di 6 miliardi nel 2021, con un tasso di crescita medio annuo del 12,1% rispetto ai 3,8 miliardi (al netto del contributo per le Venete) del 2017. I proventi operativi sono attesi in aumento del 4% medio annuo a 20,8 miliardi, con costi operativi in calo dello 0,9% annuo a 9,5 miliardi, con un cost/income in miglioramento al 45,4% dal 55,1 del 2017 (considerando anche gli asset delle Venete). Il Rote e’ visto in aumento al 14,6% dal 9,3%, con un Roe al 12,4% (dal 7,9%). Il coefficiente Cet1 sara’ pari al 13,1% nel 2021. L’incidenza dei crediti deteriorati lordi sul totale crediti scendere al 6% (al 2,9% il dato al netto delle rettifiche).

    Nel quarto trimestre 2017 Intesa ha registrato proventi operativi netti pari a 4,54 miliardi di euro (escludendo 170 milioni derivanti dall’acquisizione degli asset di Popolare Vicenza e Veneto Banca), in aumento dell’8,6% rispetto ai 4,18 miliardi del quarto trimestre 2016. Tra ottobre e dicembre dello scorso anno gli interessi netti ammontano a 1,74 miliardi (escludendo 95 milioni derivanti dalle banche venete), in flessione dello 0,3% rispetto ai 1,74 miliardi del quarto trimestre 2016. Le commissioni nette sono state pari a 2,09 miliardi (escludendo 51 milioni derivanti da Veneto e Vicenza). Sempre al netto dei “salvataggi”, i costi operativi ammontano a 2,40 miliardi, in aumento dell’1,6% rispetto ai 2,36 miliardi del corrispondente trimestre 2016. Il risultato netto consolidato e’ pari a 1,34 miliardi di euro (escludendo 84 milioni derivanti dagli asset delle due banche), in aumento rispetto ai 776 milioni nel quarto trimestre 2016. Sempre nel quarto trimestre le due banche venete hanno realizzato una perdita lorda di 160 milioni. Per quanto riguarda lo stato patrimoniale, al 31 dicembre i crediti verso la clientela sono pari a 411 miliardi di euro, in aumento del 3,1% rispetto al 31 dicembre 2016 al netto di 35 miliardi derivanti dall’acquisizione da Popolare di Vicenza e Veneto Banca, mentre il complesso dei crediti deteriorati ammonta, al netto delle rettifiche di valore, a 25,46 miliardi, in diminuzione del 16,5% (sempre al netto di 594 milioni derivanti dagli istituti veneti).redazione vicenzapiu’