Affidereste i vostri risparmi all’ex capo di Lehman Brothers?

La nuova vita da consulente di Richard Fuld, che nel 2008 era alla guida della banca il cui crac segnò l’inizio della crisi dei mutui.

Affidereste i vostri risparmi all'ex capo di Lehman Brothers?

Il crac di Lehman Brothers nel 2008, il più fragoroso fallimento bancario della storia degli Stati Uniti, fu la miccia che fece divampare l’incendio della crisi finanziaria che da Wall Street contagiò tutta l’economia mondiale.

Le fiamme, subito dopo, avvolsero il colosso delle assicurazioni Aig, che divenne l’archetipo del “too big to fail”, quegli istituti troppo grandi e troppo interconnessi per non causare, con una loro bancarotta, un collasso di natura sistemica. L’allora presidente della Federal Reserve, Ben Bernanke, insieme alla Casa Bianca diede quindi inizio all’epoca dei grandi salvataggi bancari a carico dei contribuenti. Non ci sarebbe stata una seconda Lehman Brothers e l’impressione di molti fu che la banca d’affari fu lasciata fallire, prima di correre ai ripari, per fissare un monito indelebile delle conseguenze di una condotta finanziaria spericolata come quella di Richard Fuld, allora numero uno del gruppo.

 

Un’arroganza fatale

Nei mesi prima del grande crollo, Fuld aveva sottovalutato sistematicamente le conseguenze dell’esposizione della compagnia ai mutui subprime (prestiti concessi a debitori con un elevato profilo di rischio, che difficilmente avrebbero potuto rimborsarli), si era rifiutato di ascoltare gli allarmi dei suoi collaboratori (che, scrisse l’ex trader Larry McDonald nel volume del 2009 “A Colossal Failure Of Common Sense, venivano addirittura allontanati dalle riunioni se facevano troppo le Cassandre) e aveva declinato le offerte di aiuto, sotto forma di capitali freschi, giunte da Warren Buffett e dalla Banca di Investimento della Corea del Sud.

 

Un’arroganza che fu fatale a Fuld, il quale, ritiratosi in un primo momento a vita privata, divenne l’incarnazione di tutti i mali di Wall Street agli occhi dell’opinione pubblica. Non tutta, parrebbe, dato che c’è ancora chi è disposto a sborsare fior di quattrini per ricevere consigli di carattere finanziario dall’uomo ritenuto tra i principali responsabili della più grave crisi economica dai tempi della Grande Depressione. 

 
Affidereste i vostri risparmi all'ex capo di Lehman Brothers?
 Richard Fuld testimonia al Congresso nell’ottobre 2008, il mese dopo la bancarotta di Lehman Brothers

“Il ventre dell’America è stato squarciato”

Nel marzo 2009, appena sei mesi dopo il crac di Lehman, Fuld fondò una sua società di consulenza, la Matrix Advisors, con lo scopo di aiutare le piccole e medie imprese a raccogliere capitale. Il banchiere è però tornato sotto i riflettori solo lo scorso gennaio, quando Bloomberg rivelò che Fuld aveva messo su una seconda società di gestione patrimoniale, Matrix Wealth Partners, e la aveva registrata presso la Sec (la Consob americana) come società di consulenza per gli investitori. Fuld, che ne controlla parte del capitale, non è l’unica vecchia conoscenza. Gli altri azionisti sono infatti Matthew Rubin e Justin Gaines, due uomini di Neuberger Berman, la società che ereditò le attività gestite dalla divisione di money management di Lehman.

 

L’approccio è sinergico: il cliente si rivolge a Matrix Advisors per vendere e, successivamente, a Matrix Wealth Partners per valutare come investire i ricavi, secondo uno schema già adottato da altre banche d’affari come Goldman Sachs e Morgan Stanley. Risale invece al 2015 la fondazione di un’ulteriore società dedicata al settore immobiliare, la Matrix RE Brokerage. Fu in quell’anno che Fuld tornò ad apparire in pubblico, ripercorrendo i giorni più neri della sua carriera durante la MicroCap Conference, dedicata alle società a bassa capitalizzazione che costituiscono il nuovo target del banchiere.

 

Fuld è tornato a definire iniquo l’aver lasciato Lehman Brothers fallire per poi salvare gli altri giganti coi piedi d’argilla. “Perché il ventre dell’America è stato squarciato?”, dichiarò, “le piccole imprese non riescono a trovare finanziamenti”. Riuscirà il banchiere settantenne a trovare clienti, data la sua fama non adamantina? È molto probabile ne abbia già a iosa. Le società di money management devono infatti registrarsi presso la Sec solo se prevedono di gestire attivi per almeno 150 milioni di dollari entro i 120 giorni successivi alla consegna dei documenti.

 

@CiccioRusso_Agi

ENTRANO IN SERVIZIO NELLA MARINA USA LE NAVI DRONE SENZA EQUIPAGGIO.

 

Cari amici,

il DARPA, l’ente di ricerca del dipartimento della difesa USA, ha consegnato alla Marina la prima nave senza equipaggio per la lotta antisommergibile.

La nave , battezzata Sea Hunter , è stata classificata MDUSV, nave di superficie senza equipaggio di medio dislocamento, ed è , come abbiamo detto prima, specializzata nella guerra anti sommergibile.

Un trimarano per aumentarne la stabilità, in grado di operare fuori porto per tempi relativamente prolungati proprio per l’assenza di equipaggio. La nave fa parte dello studio ASW-ACTUV del Darpa ed è la prima di una serie che si prevede numerosa.

Il vascello ha costi di costruzione molto contenuti, se paragonato a mezzi simili , costando solo 20 milioni di dollari, ed ha un costo oprativo giornaliero di soli 20 mila dollari, non confrontabile con quello di natanti dotati di equipaggio. Inoltre si tratta di una nave “Spendibile” anche in missioni particolarmente pericolose, apposta perchè la sua perdita non porterebbe a vittime umane.

La nave è stata consegnata dopo un anno di test estremamente rigorosi del DARPA per valutarne le potenzialità in mare. Pare che ora la marina si stia orientando nella sostituzione di pochi mezzi altamente costosi con un gran numero di mezzi senza equipaggio,  a basso costo.

L’uomo in mare sta diventando un elemento superfluo…. (Fabio Lugano scenarieconomici.it)

Banche, addendum Bce pronto a marzo

Lo ha indicato la presidente della vigilanza europea Danièle Noy. Conto alla rovescia per l’applicazione delle nuove regole.

 
 

Conto alla rovescia per la versione definitiva dell’addendum Bceil documento della vigilanza europea che prescrive linee guida più severe (qualcuno le definisce draconiane) per le coperture dei crediti deteriorati da parte delle banche. La nuova stesura sarà pubblicata a marzo e potrebbe entrare in vigore subito dopo (si parla di aprile).

A darne notizia è stata oggi la presidente della Vigilanza Unica della Bce, Danièle Nouy, suggerendo che “le banche dovrebbero prepararsi per questo”. Parlando in conferenza a Francoforte la signora Nouy ha precisato che “sposteremo la data a partire dalla quale la normativa si applica ai nuovi Npl. Renderemo anche più chiaro che seguiremo un approccio caso per caso come parte del nostro quadro di Pillar 2”. 

Proprio oggi uno studio di Mediobanca ha calcolato il possibile impatto delle regole generali su un gruppo di banche italiane di media grandezza, evidenziando come queste debbano fronteggiare grandi sforzi per allinearsi ai nuovi criteri. Carige sarebbe la banca più colpita, ma anche Banco Bpm e Mps.

Non è stata invece presa ancora nessuna decisione sulle nuove regole per lo stock di Npl, i crediti deteriorati già accumulati dalle banche. Lo ha detto la stessa Nouy. “E’ un work in progress”, ha detto. Quindi le regole si applicheranno solo agli Npl futuri. 

La Nouy ha detto di augurarsi di vedere al più presto fusioni cross-border a livello europeo. Secondo la presidente dell’Ssm “alcune banche non coprono neanche il costo del capitale e il consolidamento è una soluzione”. La Nouy ha citato anche la fusione italiana tra Banco Popolare Bpm come esempio di “sinergia logica”. (S.N.finanzareport.it)

Banche, Nouy: a marzo l’addendum finale sugli Npl

Banche, Nouy: a marzo l'addendum finale sugli Npl
 

“Per ripristinare la redditivita’, alcune banche devono fare di piu’. In particolare, devono pulire i loro bilanci. Nel terzo trimestre del 2017 i non performing loan si sono attestati a 760 miliardi di euro. È vero, gli Npl sono diminuiti negli ultimi anni di circa 200 mld, ma chiaramente restano il problema principale” perche’ “pesano sugli utili, deviano le risorse che potrebbero essere utilizzate in modo piu’ produttivo e impediscono alle banche di finanziare l’economia reale. Creano inoltre incertezza che, indirettamente, potrebbe colpire anche le banche piu’ forti”.
Lo ha affermato il presidente del Consiglio di Vigilanza della Bce, Daniele Nouy, puntualizzando come sia questo il momento giusto per ridurre le sofferenze. “Trascinarsi i problemi residui della crisi non e’ un’opzione praticabile” perche’ se le cose dovessero nuovamente peggiorare, “diventerebbe molto piu’ difficile per le banche sbarazzarsi degli Npl”.
Per Nouy quindi i non performing loan “sono un grosso problema. Ecco perche’, l’anno scorso, abbiamo pubblicato una guida per le banche su come ridurli. Inoltre, ripulire i bilanci dopo una crisi e’ una cosa. Mantenerli puliti in vista delle future recessioni e’ un’altra. Ecco perche’ stiamo lavorando a un addendum alla nostra guida sui nuovi Npl”.
“Il progetto di addendum e’ stato oggetto di una consultazione pubblica, che ha dato il via a quasi 500 commenti da 36 controparti. La maggior parte riguardava lo scopo dell’addendum e la sua calibrazione. Li abbiamo esaminati tutti in modo approfondito. Su questa base, stiamo finalizzando l’addendum”, ha aggiunto il capo della Vigilanza.
“Tra le altre cose”, ha concluso Nouy, “sposteremo la data dalla quale la guida si applichera’ ai nuovi Npl. Renderemo anche piu’ chiaro che seguiremo un approccio caso per caso come parte del nostro framework di Pillar 2. Pubblicheremo l’addendum finale a marzo. Le banche si preparino”. (italiaoggi.it)

Nouy oggi sull’Addendum da cui si salva solo il Credem

Daniele Nouy terrà oggi a Francoforte una relazione sull’attività di Vigilanza, occasione per discutere di Npl e di Npe. Mediobanca ha calcolato che l’impatto maggiore sarà sulle banche italiane medie, con un effetto più marcato su Carige e su Banco Bpm
Banche

Lo smaltimento delle esposizioni non performanti (Npe) sarà al centro della relazione sull’attività della Vigilanza che Daniele Nouy terrà questa mattina a Francoforte. Nouy ha già detto più volte che intende tirare dritto con l’Addendum sui crediti deteriorati delle banche (solo quelli futuri) rimandando ai prossimi mesi aggiornamenti sullo stock esistente. Le considerazioni sulle banche verranno fatte una ad una, ha ribadito la Bce, e non come normativa generale con metodologia standard applicata allo stesso modo a tutte le banche.

In merito agli Npe in particolare, un report di Mediobanca  Securities fa due calcoli sulla situazione nelle banche italiane di media grandezza, che dovrebbero essere soggette ad un impatto maggiore (sono escluse quindi Unicredit  e Intesa Sanpaolo ) dall’Addendum. Con il risultato che l’unica a emergere già in linea con quanto dovrebbero essere le prossime linee guida in materia (ratio del 10%), è solo il Credem , che nel 2019 dovrebbe avere un rapporto del 5%.

Banco Bpm , invece, avrebbe nel 2019 un Gross Npe Ratio del 14,6%, Mps  del 12,2%, Bper  del 13,4%, Popolare di Sondrio  del 14,2%, Carige  del 19,4%. Gli analisti di Mediobanca  a questo punto fanno due calcoli su quanto dovrebbe impattare l’aumento della copertura sugli Npe per venire incontro alla possibile richiesta della Bce sulle esposizioni non performanti (Npe). L’impatto maggiore sarebbe su Carige , che ha appena chiuso un aumento di capitale da 560 milioni di euro, con un -1,5% sul Cet 1 ratio, che nel 2019 scenderebbe in questo modo all’11,6% contro il 15,9% del Credem  (che però non deve far nulla).

Banco Bpm  avrebbe un impatto del -1,2% e un Cet 1 finale dell’11,7%, Mps  invece dovrebbe perdere 0,3 punti e arrivare all’11,8% di Cet 1, l’effetto su Ubi sarebbe di -0,4% per un Cet 1 al 2019 dell’11,8%, su Bper  il peso è di -0,3% e un Cet 1 finale del 12,8%. Nel caso della Popolare di Sondrio  l’impatto sarebbe dello 0,4% e si raggiungerebbe un Cet 1 finale dell’11,8%.

Tornando a Nouy, l’appuntamento di oggi potrebbe rivelarsi l’occasione per fare il punto sui progressi fatti dal comparto bancario europeo, e dai Paesi periferici in particolare, come dimostra la riduzione dell’Npl ratio italiano dal 16,7% di inizio 2015 all’11,8% di ottobre 2017. Difficile che l’incontro non serva anche per ragionare sui prossimi passi che l’Supervisory Board intende intraprendere.

Il bacino di applicazione dovrebbe essere dunque quello relativo ai crediti già erogati che diventeranno non performing in futuro. La data spartiacque al momento (dopo che è sfumata quella del primo gennaio 2018) dovrebbe essere quella del primo aprile, considerata la prima data utile visto che l’intenzione è di alzare il velo sulla versione definitiva a metà marzo.

Nel frattempo si stanno affinando i dettagli relativi alle modalità e alla progressione temporale degli accantonamenti, anche perché nel frattempo c’è da accogliere le istanze arrivate nel corso della consultazione pubblica chiusa l’8 marzo, a cui hanno partecipato anche le banche italiane capeggiate dall’Abi. Possibile che alla fine ci sia qualche ammorbidimento rispetto allo schema iniziale dell’Addendum, che per gli Npl prevedrebbe la svalutazione completa in 2 anni dei crediti non garantiti e in 7 anni di quelli garantiti da immobili. (Elena Dal Maso Milanofinanza.it)

Banche: Nouy, Addendum su Npl a marzo

Crediti deteriorati diminuiti ma restano grosso problema

La versione definitiva dell’Addendum sugli Npl, i crediti deteriorati delle banche, sarà pubblicata a marzo e “quindi le banche dovrebbero prepararsi per questo”. Lo ha detto la presidente della Vigilanza Unica della Bce, Daniele Nouy, a una conferenza a Francoforte precisando che “sposteremo la data a partire dalla quale la normativa si applica ai nuovi Npl. Renderemo anche più chiaro che seguiremo un approccio caso per caso come parte del nostro quadro di Pillar 2”. I crediti deteriorati, ha spiegato Nouy, “rimangono un grosso problema” e se per le banche “le cose stanno migliorando, c’è ancora molto da fare”. “Ci sono due cose che vorrei mettere in cima alla lista delle ‘cose da fare” per un certo numero di banche: aumentare la redditività e ripulire i bilanci”. Ma per le banche c’è anche un altro tema, ha evidenziato la vice presidente della vigilanza bancaria Bce, Sabine Lautenschlaeger: “Le banche devono continuare a prepararsi ad ogni evenienza, compresa una hard Brexit”. (ANSA)
   

Npl, l’Addendum Bce arriva a marzo. Il punto sulle nuove regole

Si va verso un compromesso nella gestione dei crediti “non performanti”

Daniele Nouy (Afp)

Alla fine, si va verso un compromesso che consentirà di salvare la faccia a tutti: Vigilanza Bce, Parlamento e Consiglio Ue. Il famoso ‘addendum’, cioè le regole aggiuntive sulla gestione degli npl (credititi non perfomanti) da parte delle banche sarà pubblicato dall’Eurotower a metà marzo per essere operativo dal primo aprile. Tre mesi dopo la data fissata inizialmente del primo gennaio e slittata anche a causa delle furenti polemiche all’interno delle istituzioni Ue.

Alla Vigilanza della Bce “abbiamo messo le migliori menti legali a nostra disposizione per chiarire nel modo più assoluto che l’addendum alle linee guida sui crediti deteriorati delle banche non è vincolante” e che l’istituzione si muove nell’ambito del suo mandato. Parola della presidente della Vigilanza Danièle Nouy che – alla conferenza stampa annuale  del Meccanismo unico di Vigilanza (Ssm) a Francoforte – ha risposto con fermezza a una domanda sulle contestazioni mosse al Ssm dai sevizi giuridici sia del Parlamento Europeo che del Consiglio europeo. Puntualizzando che su questo tema “ci muoviamo in stretto coordinamento con la Commissione Ue”.

LE NUOVE REGOLE – Il punto di caduta sarà l’assenza di automatismi e l’applicazione delle nuove regole “caso per caso”, come ha puntualizzato la numero due della vigilanza, Sabine Lautenschlaegher : “Un punto di partenza di una discussione con le singole banche”. Ma soprattutto le nuove regole (svalutazione completa in due anni dei crediti non garantiti e in 7 anni di quelli garantite) riguarderanno solo gli npl futuri mentre strette sugli stock esistenti sono rimandati a un indefinito futuro. Anche l’indicazione delle date di smaltimento dovrebbe avere una formulazione che renda evidente l’intenzione di non mettere limiti “vincolanti”.

La Nouy ha comunque precisato che terrà una nuova audizione al Parlmento europeo a marzo, proprio in occasione del varo della versione definitiva dell’addendum sugli Npl, e quando anche dall’Ecofin arriverà una proposta sui crediti deteriorati. Il tentativo pare quello di ricomporre una visione armonica delle azioni sull’asse Bruxelles-Fracoforte.  In, ogni caso, avverte “le banche dovrebbero prepararsi” visto che i crediti deteriorati, pur se diminuiti, “restano un grosso problema”. Le banche europee, secondo la Bce, ne hanno in pancia ancora 760 miliardi (lordi). Più esplicitamente: per le banche il prossimo stress test “sarà un altro momento di verità” poiché “i mercati – e non solo i supervisori – si aspetteranno che le banche con debolezze patrimoniali le affrontino”. Aumentare la redditività (anche tagliando i costi) e pulire i bilanci sono queste le due cose in cima alla ‘to do list’, la lista delle cose da fare secondo Madame Nouy. Nuovi aumenti di capitale e nuove aggregazioni per consolidare il settore bancario europeo sono all’orizzonte.

Quanto alle critiche, arrivate dall’Italia (Bankitalia compresa), sull’eccessiva fissazione di Francoforte sul versante degli Npl e non abbastanza sui rischi dei derivati in pancia alle banche, la Vigilanza taglia corto con asprezza: “Quella che non ci occupiamo dei derivati è una favola, così come quella che siano tutti pericolosi”,  sottolinea la Lautenschlager. Per quanto riguarda invece la ricapitalizzazione preventiva di Mps, con l’ingresso nel capitale dello Stato italiano, è Nouy a tagliare corto sulla correttezza dell’operato della Bce che “ha tenuto conto delle singole specificità” nel dare disco verde all’operazione.(Alessia GozziQuotidiano.net)

“Basta un minuto del suo tempo per aiutarci a migliorare”. Ce lo chiede Stefano Barrese di Intesa Sanpaolo e glielo dedichiamo noi che… non siamo da tempo clienti BPVi: noi non siamo stati comprati a 1 nano centesimo

ArticleImageBasta un minuto del suo tempo per aiutarci a migliorare. Gentile Giovanni, con il completamento dell’integrazione informatica, anche lei è a tutti gli effetti cliente Intesa Sanpaolo. E’ stata un’attività complessa e delicata, indispensabile per poter offrire ai nostri nuovi clienti tutti i prodotti e i servizi del Gruppo. Per questo le chiediamo di aiutarci a migliorare ancora la qualità dei nostri servizi, rispondendo a una semplice domanda. Grazie per il suo tempo. Stefano Barrese. Responsabile Divisione Banca dei Territori. Intesa Sanpaolo“: Questa cortesissima mail ci è appena arrivata dalla stessa Intesa Sanpaolo che non risponde da tempo alle nostre domande su casi scomodi fatte tramite la nostra mail professionale.

Se sui fidi multipli non mantenuti agli affidati dalle due banche venete acquistate per la parte buona a un euro, in contrasto con le dichiarazioni roboanti a favore dei clienti vicentini ex BPVi, se sul rifiuto di documenti a clienti obbligazionisti della ex BPVi, se sui costi nascosti delle card che devono rinnovare sempre i vecchi e poveri, in tutti i sensi, correntisti della Popolare non ci arrivano da tempo risposte sulla nostra mail giornalistica,  ebbene oggi addirittura Stefano Barrese, Responsabile Divisione Banca dei Territori di Intesa Sanpaolo (nela foto con Gabriele Piccini, ex vide dg BPVi), ci chiede, sulla nostra mail personale, un minuto per aiutarlo “a migliorare“.

Eccolo il minuto di tempo chiestoci: io personalmente e la società che rappresento, editrice di questi media, entrambe entità raggiunte prima con la mia mail personale e non professionale, non siamo più correntisti della BPVi da febbraio 2016, quando chiudemmo i nostri conti per un senso di “rifiuto” etico di quello che stava succedendo nella banca di Gianni Zonin e che denunciavamo dal 13 agosto 2010.

Ora che l’Istituto che spendendo un euro e guadagnandoci già 3.8 miliardi con le due venete, per i soldi cash ricevuti dallo Stato, ci invii una mail come clienti non esistenti ci fa pensare, insieme a tante notizie già letet alrove, che l’integrazione informatica non sia da quella grande banca che Intesa, con l’aiuto dello Stato e nel disinteresse per le perdite dei soci ex BPVi, vuole apparire.

Ed eccolo, alla fine, l’aiuto a migliorare: dopo le 4.000 persone mandate a casa dopo l’acquisto da 50 cent della BPVi e dopo l’annuncio che la stessa sorte sarà riservata ad altri 9.000 dipendenti, forse è il caso che qualcuno di questi dipendenti rimanga per spedire le mail con un minimo di controllo e senza invadere la privacy di chi non è vostro cliente, nè diretto nè “comprato” per un nano centesimo.

A proposito: la domanda finale che faceva Barrese nella  sua mail era: “Sulla base della tua esperienza, consiglieresti Intesa Sanpaolo a un parente o conoscente? Dai il tuo voto, scegli una delle faccine“. Beh rispondete voi per noi, che non siamo clienti.

Per niente
Molto

Di Giovanni 

Banche venete: a Sga anche quota crediti ad alto rischio

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

Nel pacchetto degli asset deteriorati di Veneto Banca e Popolare di Vicenza destinati alla Sga dovrebbe rientrare anche una parte, nell’ordine di qualche centinaio di milioni, dei quattro miliardi di crediti giudicati “in bonis” ma “ad alto rischio”. Crediti rilevati a giugno da Intesa Sanpaolo con la possibilità di rigirarli al Tesoro dopo la due diligence.

La previsione, a quanto risulta a Il Sole 24 Ore, è scritta nel decreto dell’Economia che dà l’avvio ufficiale alla cessione degli Npl alla Sga, e che dopo una serie di stop and go è ora sul tavolo del ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, per la firma e l’emanazione che dovrebbe arrivare a ore.

Proprio il complesso lavoro di ricostruzione degli asset da cedere alla Sga per avviare il recupero spiega il tempo che si è rivelato necessario per la definizione del provvedimento. Il decreto fissa le condizioni di partenza per la sfida alla base del salvataggio delle venete.

Sul piatto dell’operazione, Via XX Settembre ha messo un esborso immediato da 5,2 miliardi di euro, finanziato con il debito pubblico aggiuntivo messo a disposizione dal decreto banche di fine 2016, e una parte di questa cifra (400 milioni) è servita a finanziare garanzie potenziali su rischi futuri fino a 12 miliardi. E queste garanzie hanno costituito un ombrello proprio per la retrocessione di crediti che non risultassero in bonis oppure per coprire crediti da etichettare come in bonis ma ad alto rischio.

Una volta in vigore, il decreto avvierà il trasferimento degli asset a Sga, e accenderà la macchina che secondo le ambizioni governative dovrebbe riportare negli anni in positivo per le finanze pubbliche il saldo dell’operazione. L’impegno totale dello Stato vale 10,6 miliardi, perché ai 5,2 di esborso immediato si aggiungono i 5,4 di sbilancio iniziale dei due istituti. Dalla valorizzazione dei crediti, da mettere sul mercato attraverso bandi che dovrebbero coinvolgere più di un operatore, secondo i calcoli di Bankitalia si potrebbero però recuperare nel tempo fino a 9,9 miliardi di euro, di cui 4,2 a valere sulle sofferenze e 5,4 sulle inadempienze probabili (gli altri 300 milioni erano collegati alla vendita delle partecipazioni estere). Aggiunti agli 1,7 miliardi di equity e partecipazioni, un risultato del genere porterebbe in tutto 11,6 miliardi, cioè un miliardo in più degli impegni complessivi.

Naturalmente il conto va ritoccato con la possibile retrocessione da Intesa di una parte dei 4 miliardi inizialmente ceduti a Intesa, e in ogni caso per passare dal preventivo al consuntivo serviranno anni. Anni di attesa che toccheranno anche agli oltre 10mila creditori che si insinueranno al passivo ma che, come spiegato da Fabrizio Viola in commissione banche, prima di ottenere i rimborsi dovranno aspettare il recupero dei 5,2 miliardi già spesi dallo Stato.

Intesa retrocede altri Npl delle ex venete

La banca cederà alla Sga altre centinaia di milioni di sofferenze nel quadro del salvataggio delle popolari. Sale così il la dimensione dello sforzo per recuperare l’esborso sostenuto dallo Stato.

 
 

Nuovi sviluppi nell’operazione di salvataggio delle due popolari venete orchestrata dallo Stato con l’ausilio di Intesa Sanpaolo. 

Alla Sga dovrebbero infatti essere retrocessi anche alcune centinaia di milioni dei 4 miliardi di crediti deteriorati in bonis ma ad alto rischio inizialmente destinati alla banca lombardo-piemontese ma con la possibilità comunque stabilita dagli accordi di una retrocessione alla società del Ministero del Tesoro una volta completata la cosiddetta due diligence.

La novità sembra emergere dal decreto legge che, in attesa della firma del ministro Pier Carlo Padoan e della relativa emanazione, stabilirà appunto la cessione delle sofferenze di Veneto Banca e Banca Popolare di Vicenza e l’avvio ufficiale di una difficile operazione di recupero di quanto finora sborsato dallo Stato per il salvataggio delle due banche venete. 

Si tratta di un esborso totale di 10,6 miliardi, di cui 5,2 miliardi messi immediatamente a disposizione grazie alle misure varate con il decreto salva-banche e 400 milioni di garanzie pubbliche. I tempi sono ovviamente lunghi ma per Bankitalia non è escluso che l’obiettivo di pieno recupero non si raggiunga. I funzionari di Palazzo Kock hanno quantificato introiti per 11,6 miliardi, di cui 9,9 miliardi su sofferenze e incagli e 1,7 miliardi dalla cessione di partecipazioni e altri cespiti non confluiti in Intesa Sanpaolo. 

Intanto in Borsa il titolo della banca guidata da Carlo Messina, in scia all’accoglienza positiva dei risultati di bilancio e del nuovo piano strategico da parte del mercato, è anche oggi tra i migliori del Ftse Mib con un guadagno a metà mattina dell’1,9% circa  (Rosario Murgida finanza report.it)

 

Immobiliare: York accelera su Porta Vittoria

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

Il cantiere nel 2015 (Fotogramma)

 

Entra nel vivo la corsa all’acquisizione dell’area di Porta Vittoria, nel centro di Milano. Perché, scrive MF, dopo il blitz d’inizio anno condotto dal fondo Algebris con la presentazione in Tribunale del concordato fallimentare per la società, schiacciata da un debito di 400 milioni, il fondo americano York ha deciso di accelerare sui tempi dell’esclusiva, che scade a fine febbraio, concessa dal Banco Bpm , primo creditore in assoluto dell’azienda un tempo di Danilo Coppola, per un importo superiore ai 220 milioni derivante però dalla vecchia gestione del Banco Popolare.

In particolare, secondo quanto appreso da MF-Milano Finanza da ambienti vicini al dossier, York vorrebbe anticipare la firma dell’acquisto dei crediti maturati dall’istituto di credito guidato da Giuseppe Castagna dopo aver rilevato quelli (26 milioni) che fanno capo alla Colombo Costruzioni. E che l’operazione tra il fondo e la banca possa andare in porto lo dimostra il fatto che lo stesso Banco è pronto a concedere, in caso, un prolungamento dell’esclusiva concessa lo scorso novembre a York.

Il percorso però si va a sovrapporre a quello impostato dalla Algebris di Davide Serra, che per l’appunto nelle scorse settimane ha presentato una proposta, si leggeva nella comunicazione al mercato, «che consente il pagamento integrale dei creditori in prededuzione e privilegiati, nonché il rimborso di alte percentuali per i creditori delle altre classi», oltre che garantire «lo sviluppo e la riqualificazione di un’area di primaria importanza per il capoluogo lombardo». Il progetto Porta Vittoria si estende su una superficie complessiva di 142mila metri quadrati tra l’area residenziale e quella commerciale. Ed è collocata in un punto strategico della città, a poca distanza dall’aeroporto di Linate.

On. Paglia (LeU): “Bilancio Intesa San Paolo in utile grazie ai soldi pubblici”

Agenpress. Dal bilancio di Intesa San Paolo emerge con chiarezza un fatto clamoroso: l’utile della banca di 7,3 miliardi dipende per quasi la metà dai fondi versati dal Tesoro in occasione del “salvataggio” delle banche venete.
Parliamo di 3,5 miliardi, presi dalle tasche dei contribuenti e versati in quelle degli azionisti della banca.
Lo avevamo sempre denunciato, ma ora è nero su bianco: il Governo non ha lavorato negli interessi del Paese, ma in quello di un singolo istituto di credito.

Lo afferma Giovanni Paglia, componente della commissione di inchiesta sul sistema bancario, di Liberi e Uguali.

L’industria della pelle e l’economia circolare

 

Per l’Italia quella della pelle è una delle industrie più floride. “Siamo al primo posto al mondo per valore della produzione, quarti per volume e primi per valore delle esportazioni”, ha spiegato Gianni Russo, presidente dell’Unione nazionale industria conciaria (Unic), all’assemblea annuale dell’associazione, che riunisce oltre 1.200 imprese del settore pelle. Ogni anno l’Italia sforna circa 122 milioni di metri quadri di pelli finite e 12mila tonnellate di cuoio da suola. Questa industria dà lavoro a oltre 17mila persone e nel 2016 ha raggiunto i 5 miliardi di euro di fatturato.

˝Siamo al primo posto al mondo per valore della produzione.

L’industria conciaria è da tempo impegnata per ridurre il suoimpatto ambientale. La pelle stessa è di fatto un prodotto di riutilizzo della filiera della carne. La pelle è un prodotto intermedio, che nasce a valle dei processi di macello degli animali allevati per la carne e termina la sua trasformazione quando esce dalla conceria, per essere destinata ai produttori di accessori, moda e arredamento. L’industria conciaria può essere considerata unesempio strutturato di economia circolare, che partendo da un prodotto di scarto dell’industria alimentare, ne ricava un materiale destinato alla produzione di svariati beni di consumo. Il settore è sostenibile nel suo dna, poiché sottrae tonnellate di potenziali rifiuti alla dismissione e le avvia verso una valorizzazione di alto livello.

Questo si osserva sempre di più nel passo moderno con cui avanza il settore della pelle in Italia, come è emerso da numerose ricerche presentate durante gli appuntamenti di Lineapelle, la più importante fiera italiana del settore. L’Unic ha calcolato che dal 2002 al 2016 le imprese italiane della concia hanno raddoppiato l’incidenza di costi di sostenibilità nei loro fatturati, passando dall’1,9% al 4,4%. E il 19,3% di questa spesa è indirizzato al recupero dei rifiuti e a migliorare la circolarità di quest’industria distintiva del made in Italy. La conceria italiana è maestra nel recupero degli scarti della propria produzione, facendo sì che rifiuti destinati a inquinare possano diventare materie prime per la stessa filiera pelle o per altri settori produttivi. Il recupero, quindi, va ben oltre la trasformazione dello sfrido della lavorazione in materiale buono per borse o scarpe.

Per ogni metro quadro di pelle lavoratal’industria si ritrova con 1,85 chili di rifiuti di pellame da gestire.

Il carniccio, ossia i resti di carne che rimangono attaccati alle pelli degli animali scuoiati, è adoperato per la realizzazione di concimi speciali, che sono biodegradabili. Anche cascami e ritagli della pelle possono essere trattati con enzimi o con idrolisi termica per realizzare fertilizzanti. Questi concimi sono considerati intelligenti, perché rilasciano nel tempo l’azoto, in base alla richiesta delle piante, e riescono a migliorare il metabolismo vegetale. Altri scarti animali diventano budelli artificiali, gelatine e proteine destinate all’industria alimentare, sia per prodotti destinati all’uomo sia agli animali. Nel distretto di Arzignano, in provincia di Vicenza, è stato recuperato persino il pelo, fino al 18%-20% dei volumi di pelle trattata, da riutilizzare come fertilizzante nei campi, all’interno di un progetto finanziato dalla Commissione europea.

Gli studi sui concimi derivati dagli scarti della pelle hanno permesso di rilevare nei campi una più alta efficienza dei componenti a base di azoto, un maggiore contenuto di proteine e di aminoacidi e la necessità di dover ricorrere meno e con dosaggi più bassi ai fertilizzanti, segno che il terreno ha assorbito le proprietà nutritive degli scarti e le rilascia gradualmente. Questi fattori evidenziano la capacità della pelle di essere naturalmente un prodotto principe dell’economia circolare e all’industria che la lavora riconosce il compito di fungere da banco di prova per sperimentare tecnologie innovative.

Dai tempi di Oetzi, la mummia di Similaun ritrovata nei ghiacciai delle Alpi Venoste nel 1991, il concetto del riuso non è cambiato granché. Come quell’esploratore vissuto 5.300 anni fa, che conciava pelli di animali per fabbricare abbigliamento, accessori e utensili conservati con la sua carcassa fino ai giorni nostri, ancora oggi la pelle è uno scarto di cui si è subito apprezzata l’utilità.

Più di ieri, però, l’uomo ha compreso che anche gli scarti dello “scarto” possono offrire benefici, ricchezza e valore e l’industria conciaria ha colto in questa sfida il motore del business del futuro.

 
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    Redazione Wired