Gli algoritmi di Wall Street e il filo doppio tra Intesa Sanpaolo e l’Italia

A man walks near the headquarters of Intesa Sanpaolo building on January 26, 2017 in Turin. / AFP / Marco BERTORELLO        (Photo credit should read MARCO BERTORELLO/AFP/Getty Images)Flowering. Così ha titolato il Financial Times la sua Lex(notoriamente severa) dedicata al nuovo piano industriale di Intesa Sanpaolo. Non capita tutti i giorni, e Carlo Messina – comprensibilmente – pare abbia apprezzato.

Un riconoscimento in più a un piano già premiato dalla Borsa in una giornata di vendite che si caratterizza per due aspetti: l’italianità e la crescita. In pratica, la banca punta a crescere molto pur restando fortemente baricentrata in Italia. La formula ha funzionato con il piano passato, che ha fondato le sue fortune sulle commissioni generate dallo sviluppo del risparmio gestito (il petrolio di casa nostra), peraltro favorito da una politica monetaria della Bce che ha spinto milioni di italiani a cercare alternative più remunerative ai BTp, nel frattempo crollati quanto a rendimenti. Debitamente aggiornata, la formula rimane la chiave del nuovo piano al 2021, che punta a generare 6 miliardi di utili nel suo ultimo esercizio. Tanto ma non troppo, se è vero che il mercato ha dimostrato di credere alle parole di Messina, finora capace di mantenere le sue promesse (10 miliardi di dividendi in 4 anni) nonostante la congiuntura sia stata più amara delle attese.

Ora, per fortuna, lo scenario è cambiato. L’Italia non corre ma è in ripresa, una ripresa che per Messina durerà almeno fino alla fine del piano. Ed è abbastanza robusta da tenere a bada gli investitori rispetto alle elezioni di marzo. Intesa ci crede, tanto. Al punto che solo una recessione, eventualità ritenuta assai improbabile, potrebbe costringere a rivedere strategie e obiettivi.

E’ un assunto da non sottovalutare. Da oggi al 2021 può accadere di tutto, quindi ce ne vuole di fiducia per pensare che nei prossimi quattro anni l’Italia sia in grado di portarsi a casa quel più uno virgola di crescita che ha segnato il passato più recente. La conseguenza: d’ora in avanti e più che in passato Intesa Sanpaolo sarà sempre più legata alle sorti dell’Italia. Una vera e propria proxy. Chi compra Intesa compra Italia, con le sue potenzialità e i suoi rischi, con le sue imprese che girano e con il suo debito pubblico, con i suoi tesori e la sua burocrazia mostruosa.

In pratica, la banca sarà una cinghia di trasmissione tra i mercati finanziari e l’economia reale, che peraltro promette di sostenere con 300 miliardi, tra prestiti, tasse e investimenti. In questi giorni segnati dalla pazzia di mercati innescati come bombe da semplici algoritmi, ipnotizzati dai bitcoion, accartocciati in una volatilità che nulla ha a che vedere con l’andamento reale dell’economia mondiale, non è poco. Chissà, forse un’italian way alla finanza.(marcoferrando.blog.ilsole24ore.com)

Messina (Intesa Sanpaolo) si scaglia contro le banche tedesche e francesi: ‘Ingiustamente avvantaggiate dalla Bce

26/01/2017 Torino, celebrazioni per i dieci anni di sodalizio tra Banca Intesa e Banca Sanpaolo, nella foto Carlo Messina – Giulio Lapone Sync / AGF

  • Per l’ad di Intesa, Messina, esiste una disparità di trattamento nella regolamentazione europea che penalizza le banche italiane a vantaggio delle francesi e tedesche
  • Al centro della questione ci sono i crediti deteriorati, per cui le norme sono rigide, e i titoli derivati e strutturati, trattati invece in modo meno severo
  • Il nuovo piano di Intesa prevede comunque uno smaltimento dei crediti deteriorati, sebbene ancora non siano note le modalità (se dall’interno o attraverso cessioni)
 

La presentazione del nuovo piano di impresa al 2021, il 6 febbraio del 2017, ha fornito all’amministratore delegato di Intesa Sanpaolo, Carlo Messina, l’occasione per scagliarsi, una volta ancora, contro la regolamentazione europea sulle banche. Al centro della questione ci sono le norme, ritenute troppo rigide, sui crediti deteriorati, che rappresentano le vera spina nel fianco degli istituti di credito italiani. Da tempo, la vigilanza della Bce guidata da Danièle Nouy è in pressing per spingere le banche italiane a liberarsi di questa zavorra. Al contrario, Messina ritiene che il regolatore europeo si sia mosso e si stia muovendo con la mano troppo leggera sui titoli derivati e strutturati di tipo “level 2” e “level 3” che abbondano invece nei bilanci degli istituti di credito stranieri, soprattutto tedeschi e francesi.

Daniele Nouy, numero uno Supervisory Board Bce, novembre 2017 – foto di DANIEL ROLAND/AFP/Getty Images

Da qui l’invettiva di Messina, che, presentando il nuovo piano di Intesa agli analisti, ha dato libero sfogo alla propria ira: “L’interesse del regolatore a ridurre i crediti deteriorati (npl, non performing loanè giusto, ma sono completamente in disaccordo con il metodo. La mia impressione è che la posizione della Bce sugli npl sia giusta, perciò noi abbiamo fatto i nostri compiti a casa, ma ora è arrivato il momento di affrontare anche altri problemi delle banche, come per esempio le attività di level 3pezzi di carta valutati sulla base di modelli, mentre gli npl sono spesso garantiti da collaterale”. Una disparità di trattamento che per Messina è “inaccettabile”. “C’è qualcosa che non funziona su questo fronte a livello europeo. Non si stanno facendo le cose uguali per tutti perché i regolatori sono francesi e tedeschi”. A ogni modo, ha concluso Messina, “ora mi aspetto per le banche tedesche e francesi (sui derivati e i titoli strutturati) lo stesso trattamento” che hanno avuto le italiane sugli npl.

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Dopodiché, in conferenza stampa, rispondendo a una giornalista tedesca che gli chiedeva se la Bce sovrastimi il problema degli npl delle banche italiane, Messina ha replicato tranchant: “Non credo lo sovrastimi, ma che sottostimi il problema delle attività di level 2 e 3 presenti soprattutto nei bilanci degli istituti di credito stranieri. E cosa potrebbe succedere se, in futuro, il regolatore europeo opterà per un giro di vite anche su questo tipo di attività? “Se l’atteggiamento del regolatore europeo sarà lo stesso visto con gli npl, allora si potrebbe assistere a una perdita di competitività degli istituti di credito che hanno in pancia molti di questi asset”, cioè derivati e titoli strutturati in generale. Se così fosse, ha aggiunto l’ad di Intesa, “vi garantisco che tutte le banche saranno lontane da un Cet 1 ratio (ossia il rapporto tra capitale e attività ponderate per il rischio, uno dei parametri utilizzati per misurare la solidità delle banche, ndr) del 13% dopo l’impatto regolatorio”.

24/05/2017 Roma, assemblea di Confindustria, Carlo Messina, numero uno Intesa – foto di Armando Dadi / AGF

Secondo i desiderata di Messina, ciò potrebbe avvantaggiare Intesa Sanpaolo, proiettandola tra gli istituti meno rischiosi d’Europa, anche alla luce della pulizia sui prestiti problematici e le sofferenze in arrivo proprio con il nuovo piano di impresa al 2021. Nel dettaglio, l’istituto di credito milanese si propone di dimezzare, a fine piano, la mole di crediti deteriorati, portandola dai 22,5 miliardi netti del 2017 a 12,1 miliardi, con una incidenza del 2,9% (sempre considerando il valore netto) sui prestiti complessivi rispetto al 5,5% dell’anno scorso. E ciò dopo che nel 2017 la copertura sui crediti deteriorati, ossia il “cuscinetto” stanziato a bilancio a fronte di queste attività rischiose, è cresciuta al 51,1%, con le sofferenze al 63,1 per cento (in altri termini, il loro valore netto è di quasi il 37 per cento). Se sui numeri gli obiettivi sono chiari, lo sono meno le modalità con cui gli stessi dovrebbero essere raggiunti. Intesa opterà per un recupero dei crediti “malconci” “fai da te” oppure prenderà la strada che stanno prendendo e hanno già preso molte colleghe con la cessione ad altri fondi (a prezzi molto minori rispetto al valore di bilancio)? Il problema, emerso chiaramente alla presentazione del piano, è quello dei tempi.

La riduzione dei rischi programmata da Intesa – fonte: le slide fornite dalla banca

In altri termini, bisognerà vedere se la banca, anche alla luce del pressing della Bce, avrà il tempo necessario – quindi non poco – per potere smaltire da sola questi prestiti che fanno fatica a essere restituiti. Come noto, sui conti dalle banche italiane, aleggia la spada di Damocle del cosiddetto “addendum”, ossia una ulteriore stretta sulla contabilizzazione di sofferenze e crediti che la Bce dovrebbe imporre da quest’anno. “Non ho informazioni specifiche – ha detto Messina rispondendo a una domanda sull’addendum – né le ho richieste. Si basa sulla relazione banca per banca. Dal nostro punto di vista, le interazioni con il regolatore sono corrette e basate sul  rispetto reciproco. Noi con questo piano siamo in grado di compiere il nostro riposizionamento in termini di riduzione del rischio”.

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Addendum a parte, si tratta dunque di capire come Intesa deciderà di muoversi sul sentiero minato degli npl: se riuscirà a recuperarli da sola o se oppure dovrà venderli. Nel frattempo, i sindacati hanno espresso perplessità su una eventuale vendita dei crediti deteriorati. Massimo Masi, segretario generale della Uilca, se da una parte ha definito il nuovo piano di Intesa “sfidante e impegnativo”, dall’altra ha bollato come “negativa” una eventuale “gestione esterna delle sofferenze” e ha manifestato perplessità sui dividendi promessi agli azionisti. A riguardo, il nuovo piano prevede che la quota dell’utile distribuita ai soci sarà dell’85% nel 2018, dell’80% nel 2019, del 75% nel 2020 e del 70% nel 2021. Tornando ai crediti deteriorati, in ogni caso, Messina ha già messo le mani avanti, “noi non abbiamo intenzione di arricchire i fondi di private equity dando loro la possibilità di ottenere un rendimento di oltre il 20% sugli npl. Piuttosto allora ce li recuperiamo da soli”. L’impegno, insomma, è stato preso.

  • Carlotta Scozzari businessinsider

    Il grande affare di Intesa Sanpaolo: utile 2017 a 7,3 mld, ma a “solo” 3,8 senza contributo cash dello Stato per BPVi e Veneto BancaArticleImage

    Radiocor Il Sole 24 Ore per VicenzaPiu.com. Intesa Sanpaolo ha chiuso il 2017 con un utile netto contabile di 7,3 miliardi a fronte dei 3,1 miliardi del 2016. L’utile e’ pari a 3,8 miliardi escludendo il contributo pubblico cash da 3,5 miliardi a compensazione degli impatti sui coefficienti patrimoniali derivanti dall’acquisizione degli asset della Banca Popolare di Vicenza e di Veneto Banca. L’utile e’ a 4,45 miliardi escludendo anche i tributi e gli altri oneri al sistema bancario. Intesa sottolinea che con i risultati 2017 e’ stato ‘realizzato il piano di impresa 2014-2017, creando valore per tutti gli stakeholder con oltre 250 miliardi di contributo all’economia nei 4 anni.

    Nel 2017, senza considerare il contributo delle banche venete, i proventi operativi sono saliti dell’1,2% a 17,2 miliardi, con interessi netti a 7,1 miliardi (-2,5%) e commissioni nette a 7,7 miliardi (+5,5%). Sostanzialmente stabili (+0,4%) i costi operativi, a 8,7 miliardi, per un rapporto cost/income sceso al 50,9%. Sul fronte patrimoniale, il coefficiente Cet1 e’ al 14% (dato pro forma a regime) e al 13% post Ifrs 9. Il cda di Intesa Sanpaolo per l’approvazione dei conti 2017 e del nuovo piano d’impresa, iniziato ieri, verso le dieci di sera e’ stato sospeso ‘a seguito del protrarsi dei lavori’ ed e’ tornato a riunirsi questa mattina alle 7.

    Intesa Sanpaolo prevede di raggiungere un utile netto di 6 miliardi nel 2021, con un tasso di crescita medio annuo del 12,1% rispetto ai 3,8 miliardi (al netto del contributo per le Venete) del 2017. I proventi operativi sono attesi in aumento del 4% medio annuo a 20,8 miliardi, con costi operativi in calo dello 0,9% annuo a 9,5 miliardi, con un cost/income in miglioramento al 45,4% dal 55,1 del 2017 (considerando anche gli asset delle Venete). Il Rote e’ visto in aumento al 14,6% dal 9,3%, con un Roe al 12,4% (dal 7,9%). Il coefficiente Cet1 sara’ pari al 13,1% nel 2021. L’incidenza dei crediti deteriorati lordi sul totale crediti scendere al 6% (al 2,9% il dato al netto delle rettifiche).

    Nel quarto trimestre 2017 Intesa ha registrato proventi operativi netti pari a 4,54 miliardi di euro (escludendo 170 milioni derivanti dall’acquisizione degli asset di Popolare Vicenza e Veneto Banca), in aumento dell’8,6% rispetto ai 4,18 miliardi del quarto trimestre 2016. Tra ottobre e dicembre dello scorso anno gli interessi netti ammontano a 1,74 miliardi (escludendo 95 milioni derivanti dalle banche venete), in flessione dello 0,3% rispetto ai 1,74 miliardi del quarto trimestre 2016. Le commissioni nette sono state pari a 2,09 miliardi (escludendo 51 milioni derivanti da Veneto e Vicenza). Sempre al netto dei “salvataggi”, i costi operativi ammontano a 2,40 miliardi, in aumento dell’1,6% rispetto ai 2,36 miliardi del corrispondente trimestre 2016. Il risultato netto consolidato e’ pari a 1,34 miliardi di euro (escludendo 84 milioni derivanti dagli asset delle due banche), in aumento rispetto ai 776 milioni nel quarto trimestre 2016. Sempre nel quarto trimestre le due banche venete hanno realizzato una perdita lorda di 160 milioni. Per quanto riguarda lo stato patrimoniale, al 31 dicembre i crediti verso la clientela sono pari a 411 miliardi di euro, in aumento del 3,1% rispetto al 31 dicembre 2016 al netto di 35 miliardi derivanti dall’acquisizione da Popolare di Vicenza e Veneto Banca, mentre il complesso dei crediti deteriorati ammonta, al netto delle rettifiche di valore, a 25,46 miliardi, in diminuzione del 16,5% (sempre al netto di 594 milioni derivanti dagli istituti veneti).redazione vicenzapiu’