Ci sono imprese che pagano ancora il conto della crisi delle banche venete

Ci sono imprese che pagano ancora il conto della crisi delle banche venete.

Il presidente di Confindustria Vicenza Luciano Vescovi ha scritto una lettera aperta all’a.d. di Intesa San Paolo Carlo Messina “in merito alle problematiche sull’operatività di numerose Pmi a seguito della “migrazione” dalle ex Banche Venete”.

Questo il testo:

Sono costretto a scriverle con l’urgenza che necessita la condizione in cui si ritrovano numerose imprese vicentine che rappresento.

Una condizione davvero difficile quando non, in alcuni casi, drammatica, dovuta all’inefficace passaggio – dalle ex banche venete a Intesa Sanpaolo – delle posizioni creditizie di molte di esse.

A distanza di mesi dall’inizio dell’operazione di migrazione, sicuramente complessa e delicata, ma che mi aspettavo Intesa Sanpaolo portasse a positiva conclusione in tempi più rapidi, ci ritroviamo ad affrontare pesanti problematiche relative all’operatività di numerose piccole e medie imprese, che rappresentano il cuore del tessuto imprenditoriale del Nordest.

banche-venete-k0qc-835x437ilsole24ore-web

Troppe sono infatti le aziende, che nel travagliato passaggio hanno voluto darvi fiducia, le quali si ritrovano oggi con mancate esecuzioni di pagamenti e bonifici, blocco dell’utilizzo di linee di fido per anticipi/sbf derivanti dalle posizioni nelle ex banche venete e addirittura, come una sorta di ultima beffa, anche con l’applicazione della commissione fidi proprio su queste linee bloccate.Senza contare che alcuni gestori provenienti dalle ex Popolari non sono ancora in grado di utilizzare i sistemi informatici di Intesa Sanpaolo e quindi hanno tempi di risposta troppo lunghi, non compatibili con le esigenze di aziende innovative ed internazionalizzate che devono competere con i colossi europei e mondiali.

Le scrivo quindi con l’obiettivo di vedere tutelate queste aziende, patrimonio non solo degli imprenditori ma anche del territorio, che rischiano di no riuscire a pagare i fornitori o i dipendenti, fino addirittura a trovarsi nella condizione di affrontare un rischio di chiusura, con ovvie ricadute sui lavoratori e sulle famiglie che da esse dipendono.

Si tratta di una situazione inaccettabile nella condizione in cui ci troviamo e lo affermo con la forza dei numeri.

Come riportato anche dalla stampa specialistica, abbiamo recentemente fatto analizzare i bilanci di oltre mille Pmi associate, con risultati di sistema che non lasciano adito a dubbi. Il 79,8% di esse ha una qualità del credito da solida a eccellente (classe di rating Moody’s da Baa3 a Aa2).

Aziende affidabili, che sono in grado di stare sul mercato, compreso quello del credito; moltissime delle quali si trovano nelle condizioni di poter o dover investire, di crescere e di assumere. Ma che, a causa delle problematiche di cui sopra, sono invece impedite nel loro sviluppo o messe in difficoltà su operazioni che dovrebbero essere di ordinaria amministrazione.

La situazione poi diventa davvero complicata per un altro 13,7% che ha una qualità del credito moderata (Ba1 e Ba2)  che quindi può con maggiore difficoltà far fronte con risorse proprie al blocco dell’operatività dovuto ai problemi interni del proprio istituto di credito.

Tutto questo è aggravato dal ritardo, che speriamo si concluda in questi giorni, nella decretazione per la cessione degli Npl alla Sga, che forse tocca solo parzialmente Intesa Sanpaolo, ma di certo toglie ossigeno alle imprese, visto peraltro che non vi è stato alcun tipo di coordinamento e sincronizzazione su questo punto tra le operazioni in capo al Tesoro e il passaggio delle posizioni “sane” dalle ex popolari al suo gruppo.

Non stiamo parlando di qualche sparuto caso, ma di un numero non trascurabile di situazioni che mi sono state sottoposte da colleghi imprenditori. Una situazione che sinceramente non mi aspettavo anche e soprattutto alla luce delle rassicurazioni su fidi e operatività che avevamo potuto apprezzare dai vertici di Intesa Sanpaolo in occasione degli incontri dello scorso ottobre.

Nel richiedere che con la sua autorità e la sua competenza si possa risolvere questa gravosa situazione e di poterla incontrare personalmente, per agevolare e rendere più rapido un ritorno alla normalità, porgo cordiali saluti.

La voce dell’artigianato

Intanto, Confartigianato Veneto continua a ritenere  una “iniziativa importantissima, ma zoppa” l’intervento annunciato da Veneto Sviluppo e Gianni Mion per un fondo destinato a salvare 1.000 imprese (con ricavi tra i 10 ed i 100 milioni) con prestiti incagliati delle ex popolari.

“Plaudiamo a questa iniziativa -dice il presidente Agostino Bonomo –  finalizzata a riportare in bonis una importante fetta di imprese venete “vive”, con prestiti aperti e non revocati ma da luglio nel limbo, visto che di fatto nessuno le sta gestendo e che ancora non si sa bene come lo potrà fare la Sga, anche per le sue caratteristiche. Ma è una operazione parziale. Sono almeno 4 mesi infatti, che chiediamo al Ministero dell’Economia ed ai liquidatori delle due ex popolari, che consentano, anche con l’apporto della SGA (la Società di gestione degli attivi), di fotografare la situazione degli UTP (unlikely to pay) tra i quali, oltre alle mille aziende fotografate da Kpmg messe nel mirino delle iniziative di Veneto Sviluppo, ci sono decine di migliaia di imprese (che hanno la sola “colpa” di avere importi di fatturato minori) che sono nella stessa situazione di ritardi/incagli risolvibili, ma che hanno, nel frattempo, anche loro bloccato ogni accesso al credito bancario”.

“E’ una delle più gravi macellerie imprenditoriali sin qui vista nella nostra regione – conclude Bonomo – che, al di là dei coraggiosi interventi di Veneto Sviluppo, sta registrando un silenzio degli operatori e delle istituzioni, a dir poco imbarazzante. Non vogliamo essere “figli di un Dio minore”.barbaraganz.blog.ilsole24ore.com

Verona, Melegatti salvata dai trevigiani di Hausbrandt

Offerta della casa produttrice di caffè di Nervesa della Battaglia per finanziare la campagna di Pasqua. Firmato l’accordo in tribunale. Un milione di euro dai trevigiani.

VERONA Hausbrandt Trieste salva Melegatti. Il gruppo colosso del caffè con sede a Nervesa della Battaglia in provincia di Treviso ha stipulato presso il Tribunale di Verona un accordo per far ripartire in tempi brevissimi la produzione e salvare la campagna di Pasqua. Le voci circolate nelle scorse ore hanno trovato conferma in un comunicato ufficiale del Gruppo Hausbrandt Trieste 1892 spa, presieduto da Fabrizio Zanetti, che «acquisisce la procura generale per la campagna pasquale di Melegatti e la produzione delle colombe, scongiurando così la chiusura dell’azienda e salvaguardando la storia e la tradizione dello storico marchio veronese. L’obiettivo del Gruppo è quello di rilevare l’azienda per risanarla, garantendo una continuità industriale e creando un grande gruppo “Made in Veneto” per proporre al consumatore di oggi e soprattutto di domani una selezione di prodotti e abbinamenti, mixando le potenzialità di entrambe le realtà. L’accordo è stato stipulato presso il Tribunale di Verona, con la presentazione di una formale manifestazione di interesse nei confronti di Melegatti S.p.A. e l’obiettivo di far ripartire in tempi brevissimi la produzione».

Salvare e poi acquisire

L’obiettivo è dunque quello di entrare in Melegatti per risanarla, acquistandola, e garantire continuità industriale all’azienda e di lavoro ai dipendenti. Come cauzione, l’azienda trevigiana avrebbe fatto pervenire quattro assegni circolari da 250 mila euro ciascuno, per un valore complessivo pari a un milione di euro. La cifra, nelle intenzioni degli acquirenti, è destinata a finanziare la campagna di Pasqua e la produzione delle colombe. Tutta la documentazione, manifestazione di interesse e fotocopie degli assegni circolari compresi, è già stata depositata in tribunale da parte di Melegatti allo scopo di mettere a disposizione del collegio dei giudici, presieduto da Silvia Rizzuto, ogni informazione. L’obiettivo, infatti, è quello di accelerare al massimo i tempi, compatibilmente con quanto previsto dalla domanda di concordato in bianco già depositata, e di avviare la produzione quanto prima. Se, infatti, il tribunale valutasse positivamente la manifestazione di interesse e l’impegno economico della società guidata da Fabrizio Zanetti, la produzione potrebbe partire in pochissimi giorni. I lavoratori adesso sono in cassa integrazione a zero ore, ma potrebbero rientrare subito al lavoro, mentre l’azienda ha confermato che non sarebbe un problema reperire le materie prime necessarie.

La campagna di Pasqua

Di sicuro la nuova liquidità, da questo punto di vista, non può che aiutare. Ovviamente a quanto emerge, Hausbrandt, oltre a finanziare la campagna di Pasqua, è intenzionato a portare a compimento la procedura di ristrutturazione del debito (o di concordato preventivo) per poi procedere all’acquisizione della storica società. Sui vari aspetti dell’accordo ci sarebbe già la convergenza della maggioranza dei soci Melegatti. In più, per giovedì è stato convocato un consiglio di amministrazione dell’azienda. Se il tribunale di Verona desse il via libera ad Hausbrandt si tratterebbe dell’ennesimo colpo di scena nella vicenda Melegatti. Fino ad oggi, l’unica dimostrazione di interesse era stata quella del fondo maltese Abalone, ma la trattativa tra le parti sembra essersi arenata. Oggi, invece, non si terrà l’incontro con l’assessore regionale al Lavoro Elena Donazzan che è stato rinviato a venerdì della settimana prossima. Per allora, però, lo scenario potrebbe essere sostanzialmente mutato.

La soddisfazione di Zaia

«E’ una bella operazione che nasce sotto una buona stella, che coniuga e salvaguardia il meglio della tradizione e dell’imprenditoria veneta» Così il presidente della Regione Veneto Luca Zaia si congratula con l’impegno del gruppo Hausbrandt di finanziare la campagna di Pasqua di Melegatti. «Grazie al gruppo Hausbrandt Trieste 1982 spa si salva un marchio storico del Veneto, che ha creato un prodotto e una tradizione noti in tutto il mondo», prosegue il governatore del Veneto. «Al gruppo Hausbrandt, e in primis al suo presidente Fabrizio Zanetti, vanno le mie congratulazioni e un pensiero riconoscente, a nome anche dei tanti estimatori della Melegatti, per una operazione che non solo mette in sicurezza una importante e apprezzata azienda veneta e fa tornare il sole nel panorama occupazionale dell’industria veronese, ma lascia intravvedere nuove sinergie e interessanti sviluppi di crescita».  Samuele Nottegar corriereventeto

[Comunicato stampa Giunta regionale Veneto]
MELEGATTI: PRESIDENTE REGIONE, “GRAZIE AD HAUSBRANDT SALVO IL MARCHIO DOLCIARIO E SI PROFILA UN GRANDE GRUPPO ‘MADE IN VENETO’”

giovedì 8 febbraio 2018

(AVN) – Venezia, 8 febbraio 2018

“E’ una bella operazione che nasce sotto una buona stella, che coniuga e salvaguardia il meglio della tradizione e dell’imprenditoria veneta” Così il presidente della Regione Veneto si congratula con l’impegno del gruppo Hausbrandt di finanziare la campagna di Pasqua di Melegatti per far ripartire la produzione di colombe, con la prospettiva di rilevare l’azienda veronese e di garantire così occupazione e continuità alla sua storia produttiva.

“Grazie al gruppo Hausbrandt Trieste 1982 spa si salva un marchio storico del Veneto, che ha creato un prodotto e una tradizione noti in tutto il mondo”, prosegue il governatore del Veneto. “Al gruppo Hausbrant, e in primis al suo presidente Fabrizio Zanetti, vanno le mie congratulazioni e un pensiero riconoscente, a nome anche dei tanti estimatori della Melegatti, per una operazione che non solo mette in sicurezza una importante e apprezzata azienda veneta e fa tornare il sole nel panorama occupazionale dell’industria veronese, ma lascia intravvedere nuove sinergie e interessanti sviluppi di crescita”.

UniCredit, dal Nyse al credito: il figlio di Andreotti alla corte di Mustier

Lamberto Andreotti, uno dei manager italiani di più esperienza sui mercati internazionali e che hanno fatto più carriera all’estero,entrerà nel Cda di UniCredit

UniCredit, dal Nyse al credito: il figlio di Andreotti alla corte di Mustier

Il nuovo consiglio di amministrazione di UniCredit che si insedierà il 12 aprile 2018 (ieri il board uscente ha stilato la propria lista) presenta della novità di rilievo fra i manager-banchieri che andranno a supportare Jean Pierre Mustier nel raggiungimento dei target del piano Transform 2019 e fare del gruppo di piazza Gae Aulenti, come ha spiegato lo stesso Ceo stamane in conference call con gli analisti, “una banca paneuropea vincente”.

Una è quella di Lamberto Andreotti, cognome noto in Italia perché figlio di Giulio, il politico democristiano più volte presidente del Consiglio nella Prima Repubblica e che è uno dei manager tricolori di più esperienza sui mercati internazionali e che hanno fatto maggiore carriera all’estero. Uomo dotato di un curriculum capace sicuramente di portare valore aggiunto per il duo Saccomanni-Mustier nella gestione della banca.

unicredit ape

 

Jean Pierre Mustier

Sessantasette anni(sessantotto il prossimo 6 luglio), Andreotti è stato fino allo scorso anno il presidente della multinazionale del Big Pharma quotata a Wall StreetBristol-Meyer Squibb, una delle principali aziende farmaceutiche a livello mondiale che capitalizza oltre 100 miliardi di dollari, un manager che nel 2014, tra stipendio, stock option e altre voci variabili della retribuzione, è stato con 27 milioni di dollaril’executive italiano più pagato all’estero. Cifre che nel tempio del capitalismo mondiale sono abbastanza normali per chi si insedia ai vertici delle più grandi società al mondo per valore, un risultato ottenuto al termine di una lunga carrierà costruita tutta “in esilio” nei suoi amati Stati Uniti (di cui si innamorò a 23 anni nel lontano ’73 quando poco prima di laurearsi in ingegneria civile passò l’estate a lavorare in un cantiere californiano), mentre il padre deteneva le leve del potere politico in Italia.

Andreotti si laurea alla Sapienza di Roma, ma vola subito negli States dove frequenta un master al prestigioso Massachusetts Institute of Technology e dove decide, dopo una breve esperienza in Finmeccanica, che non avrebbe mai fatto l’ingegnere.

lamberto andreotti ape 2Foto LaPresse
 

Nel 1982, a New York conosce il presidente della Recordati, azienda farmaceutica a carattere familiare e per otto anni, lavora con Arrigo Recordati, fondatore dell’omonimo gruppo, periodo in cui occupandosi dei prodotti e dello sviluppo dell’azienda, inizia a studiare sui manuali di farmacologia degli infermieri per prepararsi al percorso che poi lo vede seguire direttamente la ricerca farmaceutica più avanzata.

E così, nel ’90, Andreotti entra in Farmitalia Carlo Erba come direttore generale e responsabile delle attività italiane. Nel 1992 ne diventa amministratore delegato, ma Farmitalia viene venduta alla svedese Pharmacia, un’operazione criticata poi da Andreotti che, secondo le cronache, ne parla come una svendita attuata da Montedison che aveva un disperato bisogno di fare cassa.

Così nel 1998 approda al colosso Bristol-Myers Squibb con l’incarico di amministratore delegato per l’Italia. Per due anni vive tra Roma, Bruxelles e Londra e a luglio del 2000 diventa presidente europeo della multinazionale. Si trasferisce a Parigi einizia la scalata interna al potere: nel 2009 è membro del board of directors con la carica di chief operating officer, nel 2010 assume il ruolo di chief executive officer, carica che mantiene anche nel 2015 (nel 2012 è entrato anche nel Cda del colosso della chimica DuPont) quando diventa presidente esecutivo (fino allo scorso anno), ma che lascia poi a Giovanni Caforio. Ora, dopo aver deciso di mettere a servizio la propria esperienza al venture capital come senior advisor di Essex Woodlands Health, esordisce nelle vesti di banchiere.affariitaliani.it

La massoneria torna a fare paura: sono tremila gli affiliati non identificabili

Dopo il caso P2, le obbedienze avevano promesso trasparenza. Invece regna l’opacità assoluta come dimostrano gli elenchi visionati dalla Commissione parlamentare sulle logge calabresi e siciliane.

La massoneria torna a fare paura: sono tremila gli affiliati non identificabili

Secondo Agatha Christie, un indizio è un indizio. Due indizi sono una coincidenza. Tre indizi sono una prova. Nell’inchiesta della Commissione parlamentare antimafia sui rapporti fra massoneria e crimine organizzato gli indizi sono 2.993. Tanti sono gli affiliati alle logge calabresi e siciliane che non è stato possibile identificare. Per un caso da manuale di eterogenesi dei fini, il lavoro della Commissione ha trovato il suo risultato più clamoroso in un contesto giuridico diverso da quello di partenza che era la caccia ai mafiosi fra le colonne mistiche di Jachin e Boaz.

I pregiudicati per 416 bis sono sei su 17.067 nominativi, una percentuale da beatificazione degli ordini massonici rispetto a qualunque categoria professionale calabro-sicula. E le cose non cambiano di molto se si considerano i 193 soggetti «aventi evidenze giudiziarie per fatti di mafia… concluse in grande parte con decreti di archiviazione» o le «25 posizioni per cui vi sono ancora processi pendenti».

A tornare in ballo nella relazione finale della Commissione è lo spettro della legge Anselmi sulle associazioni segrete nata all’indomani dello scandalo P2, la loggia coperta guidata dal Venerabile Licio Gelli con 962 affiliati, un terzo degli ignoti trovati nelle liste sequestrate per ordine di Rosy Bindi, presidente dell’Antimafia, il primo marzo del 2017.

Per trentasei anni i dirigenti delle varie obbedienze hanno giurato di avere stroncato il fenomeno delle affiliazioni cosiddette all’orecchio o sulla spada cioè la pratica di occultare agli stessi fratelli, con l’eccezione del gran maestro, l’identità di iscritti che dovevano rimanere sotto il cappuccio.

Lo hanno ribadito anche durante le audizioni davanti alla Commissione e Stefano Bisi, gran maestro del Grande Oriente d’Italia (Goi) lo ha anche detto sotto la forma dell’interrogatorio (18 gennaio 2017) ossia in una delle fasi in cui l’Antimafia è investita dei suoi poteri giudiziari in base all’articolo della legge che la istituisce. Gli scontri polemici di Bisi con la presidente Bindi, senese come il gran maestro del Goi, sono stati i più accesi di tutte le audizioni. Esiste anche la possibilità che il suo caso venga segnalato alla procura e che Bisi (appena assolto a Siena nel processo Timeout, legato a Montepaschi) sia l’unico leader massonico a finire indagato per falsa testimonianza in relazione alla segretezza degli iscritti e alle vicende della loggia Rocco Verduci nella Locride, sospesa nel 2013 dopo l’inchiesta “Saggezza” per disposizione del predecessore di Bisi, Gustavo Raffi, e poi cancellata.

Quel che si può dire fin da adesso è che nelle due regioni a maggior rischio di infiltrazione della criminalità organizzata la trasparenza è un sogno. I consulenti della Commissione, lo Scico della Guardia di finanza e i magistrati Marzia Sabella e Kate Tassone, hanno suggerito che non si può «escludere in maniera aprioristica fenomeni di mera superficialità nella tenuta degli elenchi». Ma la trascuratezza qui è sistema. Ottanta nomi sono inseriti con semplici iniziali, in parte riferibili a soggetti cancellati. Altri 1.883 presentano generalità incomplete e 1.030 sono «anagraficamente inesistenti» perché non possono essere associati a un codice fiscale che riveli la certezza dell’identità.

“Irriconoscibili” ovunque
In grandissima parte, quindi, si tratta di fratelli attivi che, presumibilmente, partecipano alle attività sociali e che pagano la quota annuale e i contributi in mancanza dei quali si è passibili di sospensione e poi di espulsione.

Esoterica quanto si vuole, con i soldi la massoneria non scherza e intere logge sono state abbattute perché non versavano il dovuto. Eppure proprio la più mistica delle obbedienze, la Gran loggia regolare d’Italia (Glri) del gran maestro Fabio Venzi, successore di Giuliano Di Bernardo, presenta il numero più alto di iscritti non identificabili. Sono 1.515 nelle 25 logge calabresi e nelle 44 logge siciliane su un totale di 1959 affiliati. La proporzione di fratelli non riconoscibili è del 77,3 per cento.

La più grande obbedienza italiana, il Grande Oriente d’Italia (Goi) ha 1185 nomi non identificabili, la Gran loggia degli Alam ne ha 258 e 35 la piccola Serenissima guidata da Massimo Criscuoli Tortora (appena 197 affiliati in tutta Italia di cui 60 nella sola Calabria).

Il confronto con la precedente inchiesta sulla massoneria italiana, di stampo giudiziario perché condotta dalla Procura della Repubblica di Palmi e dal suo capo di allora Agostino Cordova nel 1993-1994, lascia scarso spazio all’ottimismo sulla voglia di trasparenza delle logge. Sui 5.743 nominativi di massoni calabresi e siciliani analizzati da Cordova un quarto non era identificabile. Oggi è il 17,5 per cento. Oltre vent’anni dopo il miglioramento è trascurabile.

Non solo, ma l’Antimafia segnala un passaggio inquietante. «Premesso che gli elenchi agli atti della Procura di Palmi nel 1993-1994 riguardavano un novero di obbedienze in parte diverso e più ampio rispetto a quelli oggetto di esame da parte di questa Commissione, va rilevato che vi è una parziale discordanza tra di essi nella misura in cui non sono stati rinvenuti negli elenchi acquisiti nel 2017, come noto riferiti a un arco di tempo che va dal 1990 a oggi, taluni nominativi di soggetti all’epoca censiti e poi coinvolti in fatti di mafia». È il caso dell’Asl di Locri commissariata per infiltrazioni della “masso-’ndrangheta” e già al centro dell’omicidio mafioso di Francesco Fortugno, vicepresidente del consiglio regionale, nell’ottobre del 2005.

«Alcune delle modalità di tenuta dei registri sequestrati alle quattro obbedienza massoniche», dice il membro dell’antimafia Davide Mattiello (Pd), «fanno pensare a pratiche di segretezza che nulla hanno a che fare con la riservatezza. Una sostanziale pratica di segretezza e di irriducibilità all’ordinamento repubblicano delle obbedienza massoniche desumibile anche da altre caratteristiche raccontate dai gran maestri auditi in Commissione. Non poter parlare di quel che si fa, non poter conoscere quel che si farà nei livelli successivi del percorso iniziatico, né chi ci sia, non poter denunciare alla giustizia profana un fratello colpevole, riservarsi un autonomo giudizio massonico non riconoscendo validità alle sentenze della giustizia profana».

Tra esoterismo e fascismo
Fatte le proporzioni, il dato più clamoroso riguarda l’obbedienza di Venzi (Glri) che raccoglie il 63 per cento dei suoi 2400 affiliati nelle due regioni a massimo rischio. Non è soltanto una questione numerica. La Glri è l’unica loggia italiana a potersi fregiare del riconoscimento internazionale più ambito, quello della Gran Loggia Unita d’Inghilterra (Ugle), vera casa madre della libera muratoria per filiazione diretta dalle Costituzioni di Anderson del 1717.

A cavallo dello scandalo P2, che lo storico della massoneria Aldo Alessandro Mola ha definito una loggia “speciale” del Goi, era proprio il Grande Oriente d’Italia a godere del riconoscimento. Con l’uscita polemica e la scissione dell’ex gran maestro Di Bernardo nel 1993, in piena tempesta Cordova, la Ugle ha concesso il riconoscimento alla Regolare di Di Bernardo. Il suo erede Venzi, sociologo esperto di esoterismo, di Julius Evola e di rapporti tra massoneria e regime fascista che regna incontrastato sull’obbedienza dal 2001.

Romano di origini calabresi, Venzi è il più restio ai rapporti con la stampa. In audizione ha messo in evidenza una volontà di massima di consegnare gli elenchi sua sponte senza poi metterla in pratica, in modo simile ad Antonio Binni, gran maestro degli Alam, e a differenza di Bisi che si è opposto fin dall’inizio. Per rafforzare la sua posizione di trasparenza, Venzi ha dichiarato di presentare due volte all’anno gli elenchi al ministero dell’Interno e in particolare alla Digos per controlli.

A prendere per vere queste parole, si dovrebbe concludere che i controlli sono stati negligenti: oltre tre quarti degli iscritti alla Regolare non sono identificabili. Venzi in audizione ha spostato il problema sulle associazioni paramassoniche. «Bisogna verificare», ha detto il gran maestro, «gli ambienti di Rotary, Lions e Kiwanis, dove massoni regolari e irregolari si incontrano. La ’ndrangheta sceglie le obbedienze spurie piuttosto che sopportare le nostre riunioni a carattere filosofico-culturale».

In nome di San Giovanni
La tempesta che investe la massoneria sta portando alla luce un fenomeno che l’Antimafia non ha avuto il tempo e la possibilità di verificare. La disgregazione di alcune obbedienze come la Gran Loggia degli Alam, che avrebbe perso tremila affiliati sugli oltre ottomila che Binni aveva dichiarato solo un anno fa alla presidente Bindi, sta facendo proliferare nuove obbedienze e le cosiddette “logge di San Giovanni”. Due fuoriusciti dagli Alam, l’ex gran maestro Luigi Pruneti e il numero tre dell’obbedienza Sergio Ciannella, si sono messi in proprio ognuno con una loro organizzazione all’inizio e alla fine del 2017.

«Noi aspettiamo che si risolva il contenzioso legale con Binni», dice Ciannella. «Se vinceremo ci riprenderemo palazzo Vitelleschi, se no, resteremo dove siamo e cercheremo di lanciare un discorso giuridico sull’articolo 18 della costituzione per stabilire i requisiti fondamentali su che cosa è la libera muratoria in collaborazione con la Serenissima, il Sovrano ordine massonico italiano e la Federazione del Diritto Umano. Oggi chiunque può dirsi massoneria e certamente esiste una proliferazione incontrollata di logge di San Giovanni. In parte, si spiega con la tendenza a sfuggire alla tirannia del gran maestro, che è un dato tipicamente italiano, mentre la massoneria nasce come loggia, non come obbedienza. In Svizzera il gran maestro è un semplice coordinatore, non un monarca. In parte, però, c’è la tendenza a coprire certe deviazioni malavitose che vogliamo e dobbiamo combattere insieme a quelle che un tempo si chiamavano logge coperte».

Bastano sette fratelli, magari espulsi da un’altra obbedienza, a organizzare un nuovo tempio. È a questo fenomeno che ha fatto riferimento il numero uno degli Alam Binni quando in Commissione ha dichiarato che soltanto ad Arezzo esistevano 92 raggruppamenti massonici autonomi.

Obiettivo lobby
In Italia il fenomeno delle logge di San Giovanni è così diffuso che è nata anche una federazione di queste monadi massoniche, con tanto di sito web e pagina Facebook. Da anni il procuratore aggiunto di Reggio Calabria, Giuseppe Lombardo, sta affrontando il fenomeno. Una delle sue fonti principali è il collaboratore di giustizia Cosimo “Mino” Virgiglio che si è dilungato sull’attività della sua Loggia dei garibaldini, fra comitati d’affari, riti iniziatici da reality-show e ’ndrine di Gioia Tauro.

«Noi non riconosciamo», si difende Stefano Bisi, «associazioni come quella dei garibaldini ed è motivo di provvedimento disciplinare frequentarsi in riti misti, anche se fra obbedienze regolari. La massoneria irregolare noi l’abbiamo sempre combattuta».

Ma il fenomeno non è mai stato debellato. Come ha dichiarato Virgiglio, l’obbligo di assistenza fra massoni va oltre l’appartenenza alle obbedienze e, secondo quanto racconta all’Espresso un fratello di provenienza Alam, sta tornando di attualità una riedizione perversa delle vecchie camere tecnico-professionali della massoneria pre-gelliana, quando i fratelli si riunivano per categorie di appartenenza (medici, giornalisti, avvocati) allo scopo di presentare proposte agli iniziati che sedevano in parlamento.

Questo lobbying discreto in Calabria e in Sicilia ha visto partecipare migliaia di iscritti dei quali non si conosce l’identità. Se si pensa che mafia e ’ndrangheta hanno da tempo esteso la loro attività imprenditoriale ben più a nord del Pollino e che la Commissione non ha potuto approfondire le sue ricerche nelle altre diciotto regioni, c’è da sperare che la prossima legislatura continui il lavoro iniziato, anche se Bindi non si ricandiderà. GianfrancescoTurano L’espresso

Basta bufale e dati errati sulle pensioni

Basta bufale e dati errati sulle pensioni

Giuseppe Pennisi racconta i temi di un covegno sul dibattito previdenziale, durante il quale è emersa una certa superficialità su alcune riforme del settore.

Il 7 febbraio, un numero significativo di associazioni di pensionati dirigenziali, e del pubblico impiego e del settore privato, si sono dati appuntamento a Roma, alla Casa dell’Aviatore, per discutere alcuni temi caldi del dibattito previdenziale, ed elettorale. Le sigle sono eloquenti:  Anpan, Anrra, Anua,  Anupsa, Confedir, Federspev, Unpit,  Unuci. Acronimi che forse a numerosi lettori significano poco o nulla, ma che hanno ottocentomila iscritti e rappresentano almeno due milioni di voti, tali , in una fase di frammentazione politica come l’attuale, da poter essere decisivi nella tornata elettorale del 4 marzo.

Si tratta, in gran misura, di dirigenti del settore sanitario, delle forze armate, delle medie imprese e via discorrendo. Persone che hanno lavorato con impegno (spesso servendo lo Stato con lealtà e passione) per diversi decenni e i cui assegni previdenziali sono mediamente sui due-tremila euro lordi al mese, falcidiati negli ultimi anni dal blocco della perequazione automatica all’aumento del costo della vita.

In aggiunta, sempre negli ultimi anni, sono corse voci insistenti su “manutenzioni” della normativa riguardante le pensioni di reversibilità a favore di coniuge e figli a carico.

Voci particolarmente preoccupanti perché tanto i militari quanto i dirigenti sanitari quanto, infine, un’elevata proporzione di coloro che nel settore privato hanno avuto carriere con frequenti cambiamenti di posto di lavoro, un severo impedimento, se non all’occupazione del coniuge, quanto meno al perseguimento di un’effettiva progressione professionale.

Una platea affollata e – ho avuto modo di dire a uno degli stretti consiglieri economici del Segretario del Partito Democratico (Pd) – “inviperita”. Matteo Renzi figurava tra gli invitati al convegno, ma non è andato. A mio avviso, nell’interesse del Pd, avrebbe fatto bene a partecipare e a rispondere in prima persona alle preoccupazioni di un importante bacino elettorale. Il convegno – occorre sottolineare – si è svolto in uno dei circoli del ministero della Difesa. Quindi, la politica politicante (ed elettorale) è stata tenuta fuori della porta. Tuttavia, il clima generale non era favorevole a chi ha avuto responsabilità di governo dalla fine del 2012 ad oggi.

“Vogliamo risposte – ha sottolineato il presidente del comitato organizzativo dell’evento, Michele Poerio –  sui quattro punti che riteniamo imprescindibili che intendiamo evidenziare al mondo istituzionale, sociale e a tutte le rappresentanze politiche: mancata perequazione automatica delle pensioni, separazione assistenza e previdenza, pensione di reversibilità, politiche pensionistiche innovative a favore dei giovani”. Basta con le fake news sulle pensioni e basta con dati errati, è stato il motivo conduttore  del convegno.

Sui quattro temi del convegno, nelle ultime settimane Formiche.net ha presentato analisi non molto differenti da quelle esposte alla Casa dellAviatore. È arduo pensare che retroattivamente venga sanato il costo della mancata perequazione per i pensionati e le loro famiglie. In materia di separazione tra assistenza e previdenza, comunque, la normativa del 1989 parla chiaro. E i dati ricavati dai bilanci Inps dal gruppo di ricerca “Itinerari Previdenziali” sono eloquenti. Verosimilmente, la Commissione istituita dal governo per esaminare ancora una volta i conti giungerà a conclusioni analoghe. Data la forza politica e contrattuale delle sigle rappresentate – nonché per semplice buon senso – è difficile pensare che, nella prossima legislatura, si verifichino tentativi per ridurre ulteriormente la copertura delle pensioni di reversibilità. Nei programmi elettorali, mancano proposte innovative per le pensioni dei giovani e quel che più conta indicazioni di come incoraggiare la crescita dell’economia (ancora molto più contenuta di quella in atto nel resto d’Europa) e dell’occupazione – chiave di volta della sostenibilità previdenziale.

Un quinto tema si è aggiunto a quelli annunciati: quanti sono i silenti nei conti Inps e come vengono utilizzati i loro versamenti? È argomento di cui si parla poco ma che, dopo il convegno, sarà difficile ignorare. I silenti sono coloro che non maturano i requisiti pensionistici e che quindi al termine della loro vita lavorativa non percepiscono la benché minima pensione. Ben sette-otto milioni di italiani rischiano di rimanere senza pensione a causa dell’incremento da 15 a 20 anni dei contributi minimi da maturare per collocarsi a riposo varato nel 1993. Silenti, quindi, innocenti perché l’aumento dei requisiti, effettuato, per decreto legge, in un momento di grave crisi sarebbe dovuto essere temporaneo e invece è diventato permanente.

L’Italia ha i requisiti più alti al mondo (in termini di anni di versamenti di contributi per poter fruire di una pensione: rispetto ai nostri vent’anni, negli Usa e in gran parte d’Europa si richiedono non più di dieci anni.  Si parla di una falla da ben 10 miliardi di euro, a tanto ammontano quei contributi, che se l’Inps fosse costretta a restituire ai lavoratori rischierebbe il default. Un bel guaio per l’Inps, ma anche e soprattutto per coloro che hanno avuto carriere brevi o che emigrano all’estero e “lasciano” i versamenti in Italia o, peggio ancora, che muoiono prima di avere adempito ai requisiti, abbandonando i familiari senza alcuna tutela.

I silenti sono  soprattutto donne, ex lavoratori autonomi, stagionali, professionisti con una vita lavorativa irregolare, categorie destinate a crescere con l’aumento del precariato e dei contratti a termine. Questi dati fanno emerge tutta la superficialità con cui sono state redatte le riforme previdenziali. Il convegno ha lanciato un sasso in uno stagno che per anni è stato volutamente ignorato. Si annunciano azioni giudiziarie. E legislative.Giuseppe Pennisi Formiche.net

UNICREDIT, RIVOLUZIONE IN CDA: ALLE FONDAZIONI, EX SOCI FORTI, UN SOLO CONSIGLIERE – TRA I NUOVI INGRESSI LAMBERTO ANDREOTTI, FIGLIO DI GIULIO – UTILE OLTRE LE ATTESE A 5,5 MILIARDI. CEDOLA DI 0,32 – MUSTIER LANCIA LA BANCA SENZA CLIENTELE. STA VALUTANDO LA POSIZIONE DI MEDIOBANCA ED ENTRO GIUGNO SVELERÀ I SUOI PIANI ANCHE SU GENERALI

JEAN PIERRE MUSTIERJEAN PIERRE MUSTIER

Gianluca Paolucci per la Stampa

 

Confermati Jean Pierre Mustier come amministratore delegato e Fabrizio Saccomanni alla presidenza, la lista per il rinnovo del cda di Unicredit è per il resto una vera rivoluzione. Non solo perché per la prima volta la prima volta in una banca di grandi dimensioni il cda uscente presenta la lista del nuovo board – i soli precedenti sono quelli di Prysmian e Bper -.

 

jean pierre mustier con elkette versione disegnoJEAN PIERRE MUSTIER CON ELKETTE VERSIONE DISEGNO

Ma soprattutto per la rottura totale rispetto agli equilibri che hanno caratterizzato finora la rappresentanza in consiglio dei soci dell’ istituto di piazza Gae Aulenti, effetto di un azionariato ormai diffuso che fa di Unicredit una vera «public company». Le fondazioni bancari, ex soci forti fino all’ ultimo rinnovo sovra rappresentate in consiglio, dopo la drastica riduzione nell’ azionariato per effetto dell’ ultimo aumento di capitale da 13 miliardi avranno un solo rappresentante nel prossimo consiglio, il confermato Cesare Bisoni. Confermati anche Sergio Balbinot (ex Generali ora ad Allianz), Mohamed Hamad Al Mehairi (espressione degli arabi di Aabar), Martha Dagmar Boeckenfeld (cooptata a settembre 2016), Alexander Wolfgring e Elena Zambon.

jean pierre mustier e beppe sala con elkette l alce peluche di mustierJEAN PIERRE MUSTIER E BEPPE SALA CON ELKETTE L ALCE PELUCHE DI MUSTIER

 

I nuovi ingressi sono quelli di Lamberto Andreotti – figlio di Giulio Andreotti, già alla guida del colosso farmaceutico Bristol Myers Squibb -, Isabelle De Wismes – manager della società d’ investimenti Capital Group -, Stefano Micossi – dg di Assonime -, Maria Pierdicchi – ex Standard and Poor’ s, già consigliere indipendente delle quattro good bank e nel board di Autogrill e Luxottica -, Andrea Sironi – presidente di Borsa Italiana ed ex rettore della Bocconi -, Elisabetta Pizzini – ex Ge Capital -, Giuseppe Cannizzaro – avvocato d’ affari, partner di Gop e già a capo dell’ ufficio legale di Poste Italiane.

mika con elkette l alce peluche di mustierMIKA CON ELKETTE L ALCE PELUCHE DI MUSTIER

 

Questi ultimi due non entrerebbero qualora venisse presentata una lista di minoranza.

Il consiglio di ieri è servito anche per completare il progetto Fino di cessione delle sofferenze. È stata infatti regolata la cessione a Fortress e ai fondi gestiti da King Street Capital di una porzione dell’ esposizione in titoli di classe B, C e D emessi dai veicoli di cartolarizzazione Fino 1 e Fino 2.

 

jean pierre mustier con elkette l alce peluche di mustierJEAN PIERRE MUSTIER CON ELKETTE L ALCE PELUCHE DI MUSTIER

È stato completato anche il collocamento dei titoli garantiti senior emessi dal veicolo Fino 1 che beneficiano della Garanzia pubblica sulle cartolarizzazioni delle sofferenze (Gacs). L’ importo complessivo collocato di Titoli Fino Senior Garantiti è di 617,5 milioni che rappresenta l’ intera tranche senior al netto di una quota del 5 per cento detenuta da UniCredit.

 

Oggi Unicredit comunicherà al mercato i numeri del 2017, dopo il rosso del 2016 frutto di pesanti svalutazioni.

Le stime degli analisti indicano per il quarto trimestre un utile netto di 523 milioni di euro e di 5,18 miliardi di euro per l’ intero anno.

 

UTILE OLTRE LE ATTESE A 5,5 MILIARDI. CEDOLA DI 0,32

Elena Dal Maso per Milano Finanza.it

gianni franco papa, giuseppe vita e jean pierre mustier con elkette l alce peluche di mustierGIANNI FRANCO PAPA, GIUSEPPE VITA E JEAN PIERRE MUSTIER CON ELKETTE L ALCE PELUCHE DI MUSTIER

 

Unicredit ha chiuso il 2017 con un utile netto di 5,5 miliardi di euro (Banca Imi si aspettava 5,197 miliardi nel 2017) contro la perdita di 11,6 miliardi dell’anno precedente. L’utile netto rettificato è stato pari a 3,7 miliardi, esclusi gli effetti delle cessioni di Bank Pekao e di Pioneer e l’impatto negativo di un costo non ricorrente registrato nel terzo trimestre dello scorso anno.

 

Nel solo quarto trimestre l’utile netto è stato di 801 milioni di euro, contro un consenso degli analisti per 523 milioni (+53%), tanto che questa mattina il titolo ha aperto in rialzo del 3,65% a 18,108 euro. Al risultato hanno contribuito l’uscita di 2.113 dipendenti nel quarto trimestre rispetto al terzo, mentre sono 6.352 le persone in meno anno su anno, la chiusura di 142 sportelli (trimestre su trimestre, -1.443 anno su anno).

 

mustierMUSTIER

I ricavi sono in aumento dell’1,7% a 19,6 miliardi di euro con un margine di interesse a 10,3 miliardi, in linea con il 2016 e anche in questo caso leggermente sopra le attese di Banca Imi per 10,273 miliardi. Bene anche il controllo sui costi, sceso del 4% a 11,4 miliardi (11,613 le attese di Banca Imi) con un rapporto Costi/Ricavi al 57,9% dal 61,3% del 2016.

 

La raccolta da clientela è salita da 396 a 414 miliardi di euro e i crediti alla clientela da 418 a 422 miliardi. Le commissioni sono salite a 6,7 miliardi (+7,1%), i ricavi da attività di negoziazione a 1,8 miliardi (+3,5%).

 

NAGEL MUSTIER1NAGEL MUSTIER1

Le rettifiche su crediti sono scese da 4,2 a 2,6 miliardi di euro (-38,1%) e i crediti deteriorati lordi sono passati da 56 a 48,4 miliardi di euro (-14%), con una cessione di 4 miliardi nel corso dell’anno. I crediti deteriorati netti si sono ridotti del 15% a 21,2 miliardi di euro. Il rapporto tra crediti deteriorati lordi e totale crediti è calato al 10,2% dall’11,8% del 2016, già in linea con le direttive in arrivo della Bce sull’Addendum.

 

Le sofferenze lorde si sono ridotte a 27,8 miliardi (-12,6%). Nel Group core i crediti deteriorati lordi sono diminuiti a 22 miliardi con una copertura del 55,4% e un rapporto del 4,9% sul totale crediti, mentre i crediti deteriorati lordi Non core sono scesi a 26,5 miliardi in linea con il target di 17,2 miliardi nel 2019.

 

JEAN PIERRE MUSTIERJEAN PIERRE MUSTIER

Il coefficiente patrimoniale, Cet1 ratio fully loaded, è aumentato dal 7,54% al 13,60%, che diventa 13,02% pro forma per l’impatto di Ifrs9 e di Fino. Confermato l’obiettivo di un Cet 1 fully loaded per il 2018 tra il 12,2% e il 12,7%. Alla prossima assemblea degli azionisti verrà proposto il pagamento di un dividendo di 0,32 euro per azione (dividend yield dell’1,8% circa ai prezzi attuali), pari a 700 milioni di euro, corrispondente a un pay out del 20% sui profitti normalizzati. Banca Imi si era attesa 0,29 euro di cedola.

 

“Il 2017 è stato un anno di svolta per Unicredit . Abbiamo lanciato il piano Transform 2019 che sta già conseguendo risultati tangibili conducendo a una performance finanziaria in ampio miglioramento, oltre a porre le basi per il successo e la crescita futuri della banca”, ha affermato Jean Pierre Mustier, ad di Unicredit .

 

“Abbiamo rafforzato in maniera significativa il capitale grazie all’aumento da 13 miliardi e abbiamo intrapreso azioni decisive per il de-risking del bilancio attraverso un’operazione senza precedenti da 17,7 miliardi sui crediti deteriorati”, ha aggiunto il ceo. “Abbiamo inoltre ridotto il nostro perimetro con le cessioni di Pekao e Pioneer per poterci concentrare sui nostri asset strategici core e sul rafforzamento della posizione di banca commerciale paneuropea”.

lamberto andreotti ringrazia arnaldo forlani col figlio alessandroLAMBERTO ANDREOTTI RINGRAZIA ARNALDO FORLANI COL FIGLIO ALESSANDRO

 

L’utile netto contabile del quarto trimestre ha raggiunto quota 801 milioni di euro con ricavi pari a 4,8 miliardi (+7,4%), con un margine di interesse di 2,6 miliardi di euro (2,503 miliardi le attese questa volta del concsenso degli analisti) e commissioni in guadagno del 12,3% a 1,7 miliardi. “E’ il nostro miglior quarto trimestre nell’ultimo decennio. Transform 2019 è in anticipo rispetto ai tempi previsti. Tutti gli obiettivi per il 2019 sono stati confermati e siamo sulla strada giusta per rendere Unicredit  una banca paneuropea vincente”, ha commentato Mustier

 

I risultati finanziari hanno mostrato miglioramenti in tutte le aree, ha ripreso il ceo, “grazie alle dinamiche commerciali più solide, sostenute dal rinnovamento delle reti del Commercial Banking, soprattutto in Italia. Il margine operativo netto d’esercizio si è attestato a 5,7 miliardi di euro, in rialzo del 74% su base annua, con un Rote rettificato al 7,2%

 

JEAN PIERRE MUSTIERJEAN PIERRE MUSTIER

L’ad Mustier ha parlato anche dell’utile 2018, che sarà “probabilmente” compreso fra 3,7 e 4,7 miliardi. “Non diamo esattamente i target per tutti gli anni del piano. Posso dire che avremo un’evoluzione tra il 2017 e il 2019. Nel 2017 abbiamo realizzato un utile netto rettificato di 3,7 miliardi e per il 2019 abbiamo un obiettivo di 4,7 miliardi. Si può prevedere che probabilmente l’utile del 2018 sarà compreso fra 3,7 e 4,7 miliardi”, ha affermato Mustier

 

Come per l’esercizio 2017, la banca prevede un payout ratio del 20% sui profitti normalizzati anche sull’esercizio 2018, mentre per il 2019 il payout salirà al 30%, ha spiegato Mustier

 

LAMBERTO ANDREOTTILAMBERTO ANDREOTTI

Jefferies conferma questa mattina la raccomandazione buy e il prezzo obiettivo a 21 euro su Unicredit  (+2,76% a 17,47 euro la chiusura di ieri). Gli analisti evidenziano che i conti del quarto trimestre sono molto sopra le attese in termini di conto economico e citano i trend favorevoli nella qualità dell’attivo e nel capitale

“Risultati migliori delle attese a tutti i livelli, derisking e deleveraging ok”, scrive oggi Equita  Sim in merito sui conti di Unicredit . Rating buy, prezzo obiettivo a 20,4 euro (+2,76% a 17,47 euro ieri il titolo a piazza Affari).dagospia.com

MILANO: la città che sale (video)

L’innovazione e la crescita verso l’alto del capoluogo lombardo raccontati attraverso un video inedito –  Stefano Topuntoli ingenuo.web.it

Milano-la-città-che-sale.jpg

Ambizioni, sfide, sogni, dinamismo e proiezione verso l’alto, in tutti i sensi. Questi gli attributi che rendono Milano la città più attrattiva non solo dal punto di vista socio-economico ma anche da quello architettonico, urbanistico, immobiliare.
A raccontare come il capoluogo lombardo si sia trasformato in questi ultimi anni, un video inedito realizzato da Interni con bellissime immagini del fotografo Stefano Topuntoli. Il video è stato presentato in anteprima assoluta nella splendida cornice di Milano Contract District, il concept showroom candidato al prestigioso premio Compasso d’Oro 2018 che abbina esclusivi servizi e strategie per il Real Estate ai migliori brand di interior e home design.
Dal Portello all’area Fiera Rho-Pero, da Rogoredo a Porta Nuova, passando per i nuovi quartieri di CityLife, Maciachini District/Via Imbonati, l’Expo Village, Porta Vittoria, fino alle architetture di Fondazione Feltrinelli e Fondazione Prada, l’Università Bocconi, e alla prossima riqualificazione degli Scali Ferroviari, Milano assume un volto internazionale con edifici divenuti non solo vere e proprie icone dello skyline cittadino ma anche nuovi luoghi di incontro e aggregazione, finalizzati a valorizzare la loro duplice funzione commerciale e residenziale.

Fondazione Feltrinelli Milano
Fondazione Feltrinelli 

A commentare l’ambizione di “Milano. La città che sale” è intervenuto l’Assessore alla Cultura del Comune di Milano, Filippo Del Corno che ha sottolineato l’importanza di coinvolgere l’intero spazio urbano nel processo di sviluppo metropolitano “La nostra prima preoccupazione è far si che la crescita di Milano avvenga ad un’unica velocità e riesca a coinvolgere tutte le classi sociali e tutte le componenti culturali della città. Il valore simbolico prefigurato un secolo fa dal dipinto del Boccioni – continua l’Assessore – si è perfettamente immedesimato con l’immagine attuale dei nuovi edifici e delle nuove costruzioni, ma le sfide che ci attendono sono moltissime e sono evocate anche in questo video.
In particolare, il tema della riconversione degli scali ferroviari, sarà un momento di grande ulteriore trasformazione. Ma il nostro obiettivo di crescita, deve essere condiviso come una responsabilità nazionale. In un momento in cui il Paese attraversa momenti di grande difficoltà, la reputazione che Milano ha oggi nel mondo è una straordinaria piattaforma di sviluppo non soltanto per far salire la città ma per far crescere l’intero Paese
.”

Gli fa eco, l’architetto Simona Collarini, direttore Area pianificazione urbanistica generale del Comune di Milano, intervenuta durante l’evento. “Oltre all’equilibrio sociale, la nuova sfida della città e dell’architettura, è quella dell’equilibrio ambientale. La trasformazione degli scali sarà già improntata ad alcuni meccanismi, che riguardano proprio i concetti e i principi della sostenibilità in base ai nuovi modi di abitare e costruire la città e lo spazio pubblico. Fra qualche giorno lanceremo per la prima volta un programma che mette in gioco aree oggi in stato di abbandono e di degrado, presentandole sullo scenario dello sviluppo immobiliare internazionale attraverso una progettazione che si basa appunto su principi di sostenibilità ambientale”.

CityLife Milano
CityLife

Come ricorda, Gilda Bojardi, direttore della rivista Interni: “Milano è la città italiana più attrattiva e dinamica del panorama immobiliare. Nell’ultimo biennio infatti, gli investimenti nazionali sono raddoppiati e quelli internazionali triplicati, sia nella compravendita sia nella rendita anche grazie a innovativi modelli di business, come Milano Contract District, in grado di abbinare all’offerta immobiliare una serie di proposte di servizi e customizzazioni di interior che ne possono ulteriormente stimolare la domanda”.

Delle 5200 startup tracciate negli ultimi 15 mesi in Italia, oltre 1000 hanno preso vita all’interno dell’area metropolitana di Milano. Tra queste anche Milano Contract District: la prima Design Platform al mondo dedicata al Real Estate alla quale hanno aderito un gruppo di marchi top dell’interior e delle finiture (dai rivestimenti alle porte all’arredo) che, sotto un’unica regia e grazie ad un pacchetto di inediti servizi, è in grado di rispondere a 360° sia alle esigenze di chi sviluppa immobili residenziali (B2B) sia dei prospect che dovranno acquistarli (B2C).
La forza del modello di Milano Contract District risiede proprio nella capacità di connettere i più importanti developers del Real Estate con i loro progettisti ed un team di architetti e interior designers capace di integrare il processo arredativo con quello costruttivo. Ciò al fine di sviluppare sinergicamente nuove soluzioni e moduli abitativi capaci di proporre assieme all’eccellenza estetica e qualitativa dei prodotti del Made in Italy, anche soluzioni funzionali e di ottimizzazione dei layout in grado di fornire il massimo sfruttamento e comfort degli spazi abitativi.

In un mondo in continua evoluzione – sottolinea Lorenzo Pascucci, General Manager di Milano Contract District – la nostra piattaforma ha assunto un ruolo di rilevanza strategica rispondendo in anticipo ad una domanda tuttavia latente ma crescente. La forza attrattiva internazionale della Milano 2.0 costringe alla rimodulazione della proposta abitativa con nuovi modelli che sappiano seguire dei trend comportamentali e demografici importanti: per questo vedremo nascere in città le prime “senior housing” destinate a quel 13% della popolazione metropolitana di oltre 65 anni con alta capacità di spesa e con crescente richieste di servizi “hotelieri” da includere nell’offerta residenziale portando il concetto di “portineria” a “conciergie”.
Alla stessa stregua grandi fondi di investimento offriranno sempre più soluzioni abitative per giovani e studenti internazionali interessati all’offerta culturale e didattica della capitale lombarda, mentre si affacceranno nel contempo sempre più “Luxury condo in affitto” per rispondere alla domanda degli oltre 240.000 nuovi residenti profilati stranieri che la città si appresta ad accogliere nei prossimi 10 anni”.
Anche l’offerta residenziale per i milanesi cambia insieme alla città perché lo stile di vita e le aspettative di servizio e di standing del prodotto immobiliare sono equivalenti ormai a Londra come a Toronto o a Shanghai.

Nel suo innovativo spazio polifunzionale di oltre 1.700 mq che prevede, tra l’altro, anche l’allestimento di una “casa campione indoor” di dimensioni reali, Milano Contract District annovera le migliori aziende di interior e home design.
Inoltre, da poco anche il nuovo luxury brand di LG, LG SIGNATURE, ha scelto proprio Milano Contract District per il lancio di una nuova ed esclusiva linea di elettrodomestici dall’elevato valore in termini di innovazione, stile e design. Il nuovo luxury brand recentemente lanciato nel mercato nazionale, è stato anche protagonista in una reinterpretazione della città di Milano che il celebre fotografo, Settimio Benedusi, ha realizzato attraverso una mostra fotografica che contestualizza i prodotti della nuova linea LG all’interno del tessuto urbano della città, tra scorci storici e moderni, simbolo dell’antica e della nuova Milano.

Dalla sua inaugurazione nell’aprile 2016 ad oggi, Milano Contract District ha conquistato lo scenario immobiliare della città e non solo, chiudendo partnership su oltre 48 cantieri con un portafoglio di oltre 1.300 unità abitative che andranno in consegna tra la fine di quest’anno ed il 2020.
Tra i clienti e i progetti più significativi Citylife con Generali, Bnp Paribas RE, Nexity, i fondi di investimento Polis e InvestiRE sgr, le imprese Rusconi, Borio Mangiarotti, Mangiavacchi e Pedercini e molti altri importanti players del RE.  

Vix, cos’è l’indice della paura e chi ci specula pericolosamente

Ha giocato un ruolo centrale nel lunedì nero di Wall Street. Calcola la probabilità che il prezzo delle azioni salga o scenda. Ed è soggetto a “scommesse” sull’andamento. Che creano effetti valanga. L’analisi.

Dimenticate lo spread. Se oggi si vuole una misura delle turbolenze economiche mondiali l’indice che bisogna guardare è il Vix, detto anche “indice della paura”, o della volatilità. Nella crisi del debito europeo del 2010 il dato di cui tenere conto era infatti la differenza di rendimento tra i titoli di Stato dei diversi Paesi europei: più questo delta era grande, più significava che gli investitori scommettevano sul fallimento o sull’uscita dall’euro del Paese con i rendimenti maggiori.

VALORI CHE NON SI VEDEVANO DAL 2000. Oggi invece, almeno finora, gli occhi sono puntati sulla Borsa americana e sullo scomodo interrogativo riguardante la sostenibilità dei prezzi delle azioni. Il valore delle azioni sul mercato americano è pari al 150% del Pil, valori così alti non si vedevano dal 2000. E questo potrebbe significare che siamo in presenza di una bolla. L’indice Vix è un possibile “termometro” del fatto che questa bolla stia per sgonfiarsi.

Wall Street 2018

1. Cos’è il Vix: la probabilità che il prezzo delle azioni salga o scenda

Detto semplice: il Vix è un indice che calcola la probabilità che il prezzo delle azioni salga o scenda in maniera significativa nei successivi 30 giorni. Valori dell’indice Vix inferiori a 20 segnalano che il mercato ha bassa volatilità: è cioè improbabile che le azioni cambino di valore in maniera significativa e rapida. Valori superiori a 30 indicano invece alta volatilità, solitamente verso il basso però (vedremo perché), di qui il nome di “indice della paura”.

CONSISTENTE RIALZO A FEBBRAIO. Il Vix ha segnato, negli ultimi mesi, valori molto bassi come non si erano mai visti. Il 5 febbraio 2018, però, c’è stato un consistente rialzo, fino a 37 punti. Al 7 febbraio l’indice si trova poco sopra quota 30, per poi ridiscendere un poco nelle ore seguenti.

Wall Street

La sede della Borsa americana.

2. Come viene calcolato: sulla base di “opzioni”

Il Vix – il cui nome per esteso è Cboe volatility index – è nato nel 1993 e viene calcolato sulla base degli scambi che avvengono sul Chicago Board Options Exchange, il più grande mercato mondiale delle opzioni. Brevemente: le opzioni sono contratti che permettono di acquistare o vendere azioni (o altri prodotti finanziari: ci sono opzioni su tutto) a un determinato prezzo nel futuro prossimo.

PER TUTELA O PER SPECULAZIONE. Le opzioni possono essere di tipo put call. Le prime danno il diritto di vendere, le seconde a comprare. Le opzioni possono essere utilizzate per tutelarsi contro improvvisi ribassi della Borsa (mi garantisco il diritto di vendere), o per speculazione: mi garantisco il diritto di comprare a un determinato prezzo perché credo che la Borsa salirà, mi garantisco il diritto di vendere perché credo che la Borsa scenderà al di sotto dei livelli stabiliti nel mio contratto.

È chiaro che se un gran numero di persone si tutela contro il crollo di un’azione, o ci scommette, c’è un’aspettativa in tal senso

Poggiandosi sul valore della opzioni, il Vix calcola così le variazioni implicite del mercato, cioè la possibilità che i prezzi varino verso l’alto o verso il basso: è chiaro che se un gran numero di persone si tutela contro il ribasso di un’azione, o ci scommette, c’è un’aspettativa in tal senso.

SCOMMESSE RIBASSISTE PIÙ FREQUENTI. Più i prezzi definiti nelle opzioni differiscono da quelli reali e più il valore delle opzioni sale, più la volatilità attesa è alta. Il Vix viene definito anche “indice della paura” perché le scommesse ribassiste sono più frequenti di quelle rialziste: se l’indice Vix sale sopra i 30 è probabile che ci sia un gran numero di persone che teme (o scommette) sui ribassi.

Borsa Indici

L’indice Vix ha scatenato un effetto valanga nel lunedì nero di Wall street.

3. La speculazione: future basati sull’indice e reazione degli algoritmi

Fin qui abbiamo parlato della semplice misura della volatilità. Il fatto, però, è che lo stesso indice Vix è soggetto alla speculazione. Dal 2004, infatti, è possibile “scommettere” sull’andamento del Vix acquistando future basati sull’indice, ossia impegni a comprare-vendere a determinati livelli di prezzo.

STRETTA SUL COSTO DEL DENARO? Dal 2006 esistono anche le opzioni sui Vix. Siamo, quindi, al derivato del derivato del derivato, per così dire. Fino alla prima settimana di febbraio diversi hedge fund e investitori speculativi scommettevano forte sul ribasso dell’indice Vix, che aveva toccato livelli minimi. Questo fino a quando alcune notizie positive per l’economia nazionale – il rialzo del salari in Usa e in Germania – sono state negativamente interpretate dai mercati, che hanno intravisto la possibilità di una stretta sul costo del denaro.

ACQUISTI E VENDITE AUTOMATIZZATE. La volatilità così è aumentata, costringendo chi aveva scommesso sul ribasso a “coprirsi” anche nei confronti di possibili rialzi. L’indice Vix è schizzato fino a quota 50, per poi ridiscendere rapidamente. Nel frattempo, però, sono scattate le vendite dei fondi che alleggeriscono il portafoglio automaticamente al raggiungimento di determinati livelli di volatilità. Si è creato, insomma, un effetto valanga, soprattutto a causa dell’impiego degli algoritmi che automatizzano acquisti e vendite.

Alcuni prodotti finanziari pensati appositamente per speculare sul ribasso della volatilità sono collassati: è il caso del fondo XIV Etn di Credit Suisse

Alcuni prodotti finanziari pensati appositamente per speculare sul ribasso della volatilità sono collassati: è il caso del fondo XIV Etn di Credit Suisse che dopo aver segnato perdite del 90% è stato liquidato dall’istituto, con perdite stimate intorno a 1,5 miliardi di dollari.

DANNEGGIATA L’INTERA ECONOMIA. Anche Nomura ha dovuto fare lo stesso e in una lettera agli investitori ha chiesto «scusa dal profondo del nostro cuore per aver causato un grande danno ai risparmiatori». Una vicenda, scrive il Financial Times, che getta ombre sull’industria finanziaria, che già in passato ha sofferto a causa dei complessi prodotti finanziari che lei stessa aveva creato e che hanno danneggiato l’intera economialettera43

Mps, riparte il processo a Milano

Sotto accusa per il caso dei derivati anche Profumo e Viola, che intanto è stato nominato oggi consulente senior di Boston Consulting. Nello stesso giorno i risultati finanziari della banca.


 
 

C’è attesa per l’udienza di domani mattina al Tribunale di Milano del processo Mps che vedrà comparire a partire dalle 9,30 davanti al giudice Alessandra Del Corvo gli ex-vertici della banca Monte dei Paschi di Siena in relazione alle operazioni effettuate fra 2012 e 2015 coi derivati Santorini ed Alexandria. Si tratta come noto degli allora ex-presidente, ex-amministratore delegato ed ex-presidente del collegio sindacale di Mps, rispettivamente Alessandro Profumo, Fabrizio Viola e Paolo Salvadori, accusati di falso in bilancio e aggiotaggio.

Il caso risalta particolarmente soprattutto nel caso di Profumo e Viola, essendo il primo tuttora amministratore delegato del grande gruppo Leonardo di industria strategica, che attraversa giorni difficili, mentre il secondo, oltre a essere stato anche ad di Banca Popolare di Vicenza e fino a pochi giorni fa commissario delle banche venete in liquidazione, è stato nominato giusto oggi senior advisor di The Boston Consulting. 

Nella precedente udienza, quella del 5 dicembre, era emersa la richiesta d’archiviazione per un ulteriore capo d’accusa, ovvero quello di aver ostacolato gli organi di vigilanza. Parimenti, si era deciso di rimandare tutto al 9 febbraio perché la giudice Del Corvo aveva dichiarato nulla la richiesta di rinvio a giudizio per Salvadori a causa di un ritardo nell’iscrizione della sua accusa di aggiotaggio.

A promuovere le accuse sono molti soci di Mps, costituitisi parte civile, tramite un memoriale firmato dall’avvocato Paolo Emilio Falaschi, secondo il quale ci sarebbe stata da parte della banca toscana una “rappresentazione ingannevole” dei derivati Santorini ed Alexandria per ottenere aiuti di Stato. I soci accusatori stimano in circa 10 miliardi di euro i danni causati da questa condotta.

Per ironia della sorte, l’udienza di domani giunge nel medesimo giorno in cui Monte dei Paschi divulgherà i risultati relativi al quarto trimestre 2017 e all’esercizio 2017/2018. La conferenza è attesa per le 18.00 di domani, a mercati ormai chiusi, e gli analisti prevedono ancora conti in profondo rosso. Dato l’orario, ci si attende evidentemente che eventuali reazioni sul mercato azionario si conosceranno solo lunedì mattina. Intanto oggi poco dopo le 14 il titolo Mps segna in Borsa -1,4% a 3,69 euro.Mirko Molteni Finanzareport.it

Uk torna nel mirino di Soros: 400 mila sterline per far saltare Brexit

Usa, le mail trafugate a George Soros finiscono online: “È architetto di ogni colpo di Stato degli ultimi 25 anni”

La Gran Bretagna torna nel mirino di George Soros. Il miliardario americano di origini ungheresi, noto come l’uomo che “ha distrutto la Banca d’Inghilterra”, starebbe sostenendo in maniera decisamente generosa una campagna per rovesciare la Brexit.

È quanto scrivono i quotidiani The Guardian e The Telegraph, spiegando che Soros avrebbe donato al gruppo “Best for Britain”, che sta pianificando per questo mese una campagna pubblicitaria a livello nazionale con l’intento di ottenere un secondo referendum sulla Brexit, 400 mila sterline.

 

La campagna- riferiscono i due quotidiani –  sta cercando di reclutare grandi donatori Tory nel tentativo di indebolire la premier britannica Theresa May.  Obiettivo finale: convincere i parlamentari a votare contro l’accordo finale sulla Brexit per innescare un altro referendum o elezioni generali.

Il documento strategico, trapelato da una riunione del gruppo, di cui sono venuti a conoscenza i due quotidiani, spiega che la campagna, che inizierà entro la fine di questo mese, dovrà “svegliare il paese e affermare che la Brexit non è un affare fatto. Che non è troppo tardi per fermare Brexit”.

Soros è famosos per aver inflitto, il 16 settembre 1992, una dura sconfitta alla Banca d’Inghilterra vendendo allo scoperto sterline per oltre 10 miliardi di dollari. La Banca d’Inghilterra fu allora costretta a far uscire la propria moneta dal Sistema Monetario Europeo e svalutare la sterlina. Soros in questo processo guadagnò circa 1,1 miliardi di dollari. Mariangela Tessa Wallstreetitalia.it

Perché Uber è finita alla sbarra e cosa è successo durante la prima udienza

Inizia il processo contro Kalanick e Anthony Levandowski, accusato di aver consegnato all’ex ad della piattaforma i segreti industriali di Google 

 
Perché Uber è finita alla sbarra e cosa è successo durante la prima udienza

“L’avidità è giusta. L’avidità funziona. L’avidità, in tutte le sue forme – l’avidità per la vita, per il denaro, per l’amore, per la conoscenza – ha segnato il progresso del genere umano”.

Sono parole pronunciate da Gordon Gekko, il cinico finanziere interpretato da Michael Douglas, in una celebre scena di ‘Wall Street’. Scena che è stata trasmessa in aula dagli avvocati di Mountain View nella prima udienza nel processo, presso la Corte Federale di San Francisco, che vede tra gli imputati l’ex ad di Uber, Travis Kalanick e Anthony Levandowski, ex ingegnere di Alphabet, la holding che controlla Google, accusato di aver trafugato segreti industriali da Waymo, la divisione del colosso della Silicon Valley che da otto anni lavorava alle vetture senza conducente, per poi girarli alla piattaforma, che sulla base del brevetto rubato avrebbe avviato, lo scorso anno, il suo programma di sperimentazione in Arizona.

 

Dopo la lunga serie di controversie che lo costrinsero a dimettersi lo scorso giugno, Kalanick non ha un’immagine cristallina. E i legali di Waymo hanno buon gioco a dipingerlo come un’incarnazione del “villain” del film di Oliver Stone, un uomo per il quale “vincere era più importante che rispettare la legge”, ha tuonato l’avvocato Charles Verhoeven. Per la difesa, la tesi è un’altra: è Alphabet che vuole rifarsi contro l’azienda rea di avergli strappato uno dei suoi ingegneri più talentuosi. 

 

 

Secondo Google, ci sono “prove schiaccianti”

Nel gennaio 2016 Levandowski lasciò Waymo, che lavorava da quasi otto anni sulle vetture senza conducente, per fondare una sua startup, Otto, che puntava a sviluppare furgoni che si guidano da soli. Dopo appena sei mesi, Otto fu comprata da Uber per 680 milioni di dollari. Altri quattro mesi dopo, Uber avviò i suoi test su vetture senza conducente. Sulla base, accusa Google, delle tecnologie che Levandowski avrebbe scaricato dai computer di Waymo.

 

“Abbiamo scoperto che, sei settimane prima le sue dimissioni, questo ex dipendente aveva scaricato oltre 14 mila file altamente confidenziali da diversi sistemi hardware di Waymo”, si legge nel comunicato diffuso da Google lo scorso febbraio, quando depositò la denuncia, “ha scaricato 9,7 gigabyte di file riservati e segreti commerciali, inclusi progetti, file sul design e documenti sui test”. “Abbiamo lavorato con Uber in molte aree, quindi non abbiamo preso questa decisione alla leggera”, aggiunse la nota, “tuttavia, date le prove schiaccianti sul furto della nostra tecnologia, non abbiamo altra scelta se non difendere il nostro investimento e lo sviluppo di questa tecnologia unica”. 

 

Un “furto calcolato” da mezzo miliardo di dollari

Secondo Google, non solo Levandowski avrebbe rubato i segreti industriali di Waymo per sviluppare una sua versione della tecnologia ma avrebbe assunto nella sua startup altri ex dipendenti di Waymo che avevano, a loro volta, prelevato altri file dal sistema dell’azienda. Un “furto calcolato” che avrebbe fruttato a Otto mezzo miliardo di dollari. Google avrebbe scoperto la presunta ruberia grazie alla mail di un cliente, che aveva spedito alla società un documento sulla tecnologia a laser utilizzata da Uber per calcolare la distanza dagli oggetti sul cammino delle auto, convinto che si trattasse di materiale relativo alla tecnologia LiDAR utilizzata da Waymo. “Il suo design somigliava in maniera clamorosa al design unico di LiDAR”, sottolineò l’azienda. “Prendiamo sul serio le accuse rivolte contro i dipendenti di Otto e Uber e approfondiremo la questione con cura”, fu la scarna replica di Uber, che al momento non stava passando un momento roseo, tra il linciaggio via Twitter di Kalanick reo di aver fatto parte del consiglio economico di Donald Trump, le accuse di molestie sessuali di alcune dipendenti nei confronti dei manager e le proteste dei tassisti in Francia e in Italia.

 
Perché Uber è finita alla sbarra e cosa è successo durante la prima udienza
Travis Kalanick lascia la Corte Federale di San Francisco

“Voglio una libbra di carne”

Mentre le immagini di ‘Wall Street’ venivano trasmesse nell’aula, Kalanick si contorceva nervoso al suo posto, con il padre Donald a suo fianco. Il manager sembra perdere, o dissimulare, l’arroganza e la risolutezza che lo hanno sempre contraddistinto. Occhi bassi, atteggiamento umile, in mano, a mo’ di coperta di Linus, una bottiglia d’acqua centellinata a piccoli sorsi. Quel video gli era stato inviato da Levandowski nel marzo 2016 con il messaggio “questo è il discorso che devi tenere”. E, come chiosa, un emoticon che fa l’occhiolino. Un messaggio inserito insieme a numerose mail e memo interni nel dossier in mano all’accusa. Tra i quali un appunto nel quale, in riferimento a quel che voleva da Levandowski, Kalanick aveva scritto “una libbra di carne”, tirando in ballo un’altra icona universale dell’avarizia, l’usuraio Shylock del “Mercante di Venezia” di Shakespeare. Da un documento riservato di un altro manager di Uber emerge poi che l’ex ad avrebbe dichiarato di voler utilizzare “cheat codes” (espressione che nel gergo dei videogame indica combinazioni di tasti in grado di far salire un giocatore di livello a svantaggio degli altri) contro i concorrenti per poi affermare: “I tempi dorati sono finiti, ora è il momento della guerra”.  

 

Rispondendo alle domande di Verhoeven, Kalanick ha ammesso di aver incontrato Levandowski nel 2015, ovvero quando ancora lavorava per Google, e di aver discusso con lui l’acquisizione di Otto. Affermazione sospetta, dato che la startup allora nemmeno esisteva. “Volevo assumere Anthony e lui voleva fondare la compagnia, quindi ho cercato di creare una situazione nella quale lui avrebbe potuto avviare l’azienda e io avrei potuto assumerlo”, ha spiegato Kalanick, ammettendo che la tecnologia LiDAR dava ad Alphabet un vantaggio competitivo che Uber mai avrebbe potuto colmare, se non reclutando Levandowski. Per ascoltare la versione dell’ingegnere infedele, bisognerà attendere un’altra udienza. 

Fuga di capitali, una vecchia storia

Immagine in bianco e nero (anni Sessanta) di auto incolonnate alla frontiera.
Auto in coda alla frontiera italo-svizzera in un’immagine del 1975.

(RSI-SWI)

A metà anni Settanta, ogni giorno 5 miliardi di lire italiane imboccano l’Autostrada dei Laghi per raggiungerele banche elvetiche. Due reporter della Televisione svizzera provano a inseguire questi ‘capitali in fuga’. 

Non è un inseguimento figurato: le prime immagini del servizio sono girate all’interno di un’Alfetta della Guardia di Finanza, che per le strade di Milano tallona un’altra vettura.

Il sospetto, è che a bordo vi siano corrieri di valuta. Secondo stime dell’OCSE, tra il 1960 e il 1974 oltre 9500 miliardi delle vecchie lire sono uscite clandestinamente dall’Italia per raggiungere le banche di Chiasso, Lugano o Zurigo.

Soldi esportati “per precauzione”

La Svizzera si trova in una posizione delicata. È vero che se il denaro non proviene da un reato, come una rapina o il riscatto di un rapimento, per la Confederazione non è da considerarsi “sporco”, spiega l’allora procuratore pubblico Paolo Bernasconi.

Nei primi anni Settanta, tuttavia, si registrano in Italia decine di sequestri di persona e centinaia di rapine a banche, uffici postali, gioiellerie (2814 nel solo 1974).

Così, ammette lo stesso presidente dell’Associazione bancaria ticinese Plinio Cioccari, non sempre è facile distinguere i capitali esportati per “speculazione o precauzione” (in particolare metterli al riparo da un fisco aggressivo) dalle operazioni di riciclaggio.

VIDEO REPORTER 23.10.1975

Approfondimento d’archivio della Televisione svizzera

Gli inquirenti svizzeri collaborano però con quelli d’oltre frontiera. Sono proprio un magistrato italiano, Giovanni Caizzi, e il capo della squadra mobile di Novara, Aldo Madia, a rispondere alle domande più specifiche sui flussi di denaro .

Il ruolo dei frontalieri

Intanto, la Banca d’Italia cerca di arginare il fenomeno non accettando più lire provenienti dall’estero.

A permettere di ricambiare la valuta italiana in franchi restano però migliaia di lavoratori frontalieri, che alla fine di ogni mese si rivolgono agli uffici cambio.

L’approfondimento, di Silvano Toppi e Bruno Soldini, fu trasmesso dalla Televisione svizzera il 23 ottobre 1975 nell’ambito del settimanale d’informazione ‘Reporter’.

Bezos, Buffett e JPMorgan insieme per ridurre i mostruosi costi di assistenza sanitaria Usa

  • Amazon, Berkshire Hathaway e JPMorgan stanno avviando una partnership per cercare di rendere l’assistenza sanitaria più accessibile per i loro dipendenti che lavorano negli Stati Uniti
  • I cittadini americani per la sanità hanno speso in media 714 dollari di tasca propria nel 2016, il 3,6% in più dell’anno precedente
  • Quest’articolo appartiene alla serie “Better Capitalism” di Business Insider 

AmazonBerkshire Hathaway e JPMorgan Chase stanno creando una nuova azienda studiata per ridurre i costi sanitari per i loro dipendenti che lavorano negli Stati Uniti, in una mossa che potrebbe scuotere il settore sanitario.

Le tre aziende non hanno spiegato nello specifico quale tipo di impresa abbiano intenzione di creare, ma si sono limitate a osservare che vogliono incrementare il grado di soddisfazione dei propri dipendenti e al tempo stesso ridurre i costi, come hanno dichiarato in un comunicato congiunto. A ogni modo la notizia è bastata a innescare una flessione per i titoli di varie società che offrono assistenza sanitaria.

I cittadini americani hanno speso in media 714 dollari, pari all’1,6% dello stipendio netto medio, per coprire di tasca propria i costi sanitari nel 2016, in base a un report di JPMorgan. La somma rappresenta un incremento del 3,6% rispetto all’anno precedente e del 13,5% rispetto al 2013. La banca ha anche scoperto che gli Stati Uniti hanno speso il 18% del Pil per la sanità, il 13% in più rispetto al 2000.

La sanità è da tempo tra le tematiche su cui Warren Buffett è focalizzato

Warren Buffett. Mark Wilson/Getty Images

I costi sanitari in aumento sono da tempo una delle tematiche su cui il presidente e ceo di Berkshire Hathaway, Warren Buffett e il suo socio Charlie Munger sono focalizzati. A maggio i due hanno criticato il sistema sanitario e suggerito che un sistema “single-payer”, cioè basato su un unico assicuratore, potrebbe rappresentare la soluzione migliore a lungo termine negli Stati Uniti.

Buffett e Munger hanno anche coperto di elogi Kaiser Permanente, un grande consorzio sanitario. É composto da più divisioni per soddisfare necessità sanitarie di vario tipo e offre piani sanitari su base not-for-profit, con un mix di imprese for-profit e centri sanitari per contribuire a coprire i costi delle altre parti del gruppo.

L’annuncio di martedì ha rivelato pochi dettagli, ma considerando le lodi dei partner di Berkshire nei confronti di Kaiser Permanente e gli obiettivi dichiarati del nuovo gruppo, l’azienda sanitaria di Berkshire-JPMorgan-Amazon potrebbe seguire un approccio simile.

“Un’assistenza sanitaria a un costo ragionevole”

Le aziende, che insieme impiegano un totale di 1,1 milioni di persone nel mondo, intendono creare una nuova azienda indipendente che, a quanto dicono, sarà “libera dagli incentivi e dai vincoli associati alla realizzazione di un profitto”. Inizialmente, spiega il comunicato, si occuperà soprattutto di soluzioni tecnologiche studiate per “fornire ai dipendenti che lavorano negli Stati Uniti e alle loro famiglie un’assistenza sanitaria semplificata, trasparente e di alta qualità a un costo ragionevole”.

“I costi in continuo aumento dell’assistenza sanitaria agiscono come un verme solitario nei confronti dell’economia americana”, ha dichiarato Buffett in uno statement. “Il nostro gruppo non approccia questo problema con una serie di risposte. Ma non lo consideriamo neppure inevitabile. Piuttosto ci accomuna la convinzione che mettendo le nostre risorse collettive a disposizione dei migliori talenti del Paese potremo, nel tempo, tenere sotto controllo l’aumento dei costi sanitari e al tempo stesso migliorare la soddisfazione dei pazienti e gli esiti delle loro cure.”

La nuova iniziativa sarà diretta da Todd Combs, investment officer di Berkshire Hathaway, Marvelle Sullivan Berchtold, managing director di JPMorgan Chase e Beth Galetti, senior vice president di Amazon.

I titoli delle aziende di assistenza sanitaria sono stati danneggiati dalla notizia

Le incursioni di Amazon in nuovi settori possono far crollare di svariati miliardi di dollari in breve tempo la capitalizzazione di borsa delle aziende concorrenti, perché gli investitori temono la sua capacità di scuotere un settore, date le abbondanti risorse a sua disposizione.

Questa dinamica è entrata in gioco martedì, giorno in cui i titoli di varie aziende di assistenza sanitaria e catene di farmacie hanno subito una flessione. Ecco le variazioni registrate (quotazioni pre-market alle ore 8:20 ET): · Express Scripts (-6,6%) · UnitedHealth (-6,6%) · MetLife (-6,3%) · Cigna (-5,8%) · CVS Health (-5,5%) · Anthem (-5,3%) · Humana (-4,9%) · Walgreens Boots (-3,6%) · McKesson(-2,5%) · Aetna (-2,5%) · HCA Healthcare (-1,7%)

Joe Ciolli e Bob Bryan hanno contribuito alla stesura di quest’articolo –

Il patto Usa-Cina per tenere a galla le Borse

Kim Jong-un (Lapresse)

A spaventare i mercati sono le scelte della Fed. Servirebbe un cambiamento che solo un evento come una guerra in Nord Corea potrebbe causare.

I miei dubbi sul reale stato di salute dell’economia Usa sono noti, ma, a scanso di equivoci, ogni tanto il realismo prevale e anche le cifre ufficiali paiono darmi ragione: guardate il grafico più in basso, il quale ci mostra un grattacapo di quelli seri per Washington e per la retorica da America first di Donald Trump, capace forse di far passare in secondo piano anche i timori per Wall Street, magicamente fugatisi martedì dopo due sedute da incubo. Il deficit commerciale statunitense ha accelerato la sua corsa e a dicembre del 2017 ha fatto segnare un nuovo record dalla recessione del 2008, sia per il dato annuale, sia per quello mensile. Nei 12 mesi, il gap si è allargato a 566 miliardi di dollari (beni e servizi), con un incremento del 12%, ai massimi dal 2008. 

Nel solo mese di dicembre, secondo i dati appena forniti dal ministero del Commercio Usa, il deficit è salito del 5,3%, a 53,1 miliardi di dollari: il gap mensile più ampio dall’ottobre del 2008. In parte, questa accelerazione si spiega con la ripresa dei prezzi delle materie prime e il calo del dollaro. Tuttavia, stando ad alcuni analisti, a peggiorare il saldo di dicembre sarebbero state anche le minacce protezionistiche: gli importatori, infatti, avrebbero accumulato scorte per prevenire nuovi dazi. A gennaio, l’amministrazione Usa ha annunciato pesanti tariffe su lavatrici e pannelli solari, con l’obiettivo di frenare l’import dalla Cina, il nemico pubblico numero uno nella retorica di Trump. Contemporaneamente, altre tariffe sono state minacciate su acciaio e alluminio, insieme a una serie di sanzioni commerciali a tutela della proprietà intellettuale Usa, in quello che da molti è stato interpretato come un primo passo verso una guerra commerciale aperta. 

Del resto, stando al ministro al Commercio, Wilbur Ross, la «guerra commerciale è iniziata da tempo, l’unica differenza è che ora le truppe Usa sono in trincea». Il deficit commerciale con la Cina è aumentato dell’8,1% nel 2017, a quota 375,2 miliardi di dollari (solo beni, senza considerare l’interscambio di servizi). E come per la Borsa, sarebbe il paradosso di una salute economica migliore del previsto a giocare brutti scherzi. Soprattutto la ripresa dell’economia statunitense avrebbe responsabilità nell’alimentare il disavanzo, con un’accelerazione delle importazioni (+6,7%) che stacca quella pur significativa dell’export (+5,5%). Insomma, anche l’economia reale rimanda criticità, non solo la finanza. E, dati alla mano, i numeri del deficit sembrano preannunciare un inasprimento della guerra commerciale, in primis contro la Cina. Ma siamo proprio sicuri che le cose stiano così, almeno dietro le quinte, dove si giocano le partite reali? 

Nel mio articolo di due giorni fa avanzavo sul finale un’ipotesi: ovvero che la querelle nordcoreana potesse tramutarsi a breve da cortina di distrazione di massa in reale strumento di dissimulazione da un lato e misure emergenziali dall’altro, al fine di tamponare il più possibile un impatto sistemico di crisi finanziaria. Insomma, l’offset del warfare. Meno di 48 ore e un paio di conferme arrivano a farmi propendere sempre più per questo epilogo, ovvero un patto sotterraneo e non ufficiale fra i due grandi nemici commerciali – Usa e Cina – che contempli il sacrificio di Kim Yong-un e del suo regime dispotico, in modo tale da poter azzerare tutte le promesse (o minacce) delle Banche centrali relativamente al ritiro effettivo degli stimoli monetari, vere e proprie flebo salvavita. 

Cominciamo dal fronte bellico. Gli osservatori più attenti dell’affaire nordcoreano, infatti, ricorderanno la reiterata convinzione del direttore della Cia, Mike Pompeo, riguardo il fatto che Pyongyang fosse solo a pochi mesi dalla messa a punto di un missile in grado di colpire direttamente l’America. L’ultima volta fu poche settimane fa alla trasmissione CBS This Morning, ma in molti, fra i critici, fecero notare proprio come lo stesso Pompeo avesse avanzato quell’ipotesi talmente tante volte da averle fatto perdere di credibilità. Ieri, però, qualcun altro ha deciso di riportare in auge la minaccia nordcoreana, sposando lo stesso argomento. E non una persona qualsiasi, bensì Robert Wood, ambasciatore Usa, a detta del quale «i funzionari nordcoreani hanno detto a chiare lettere che non abbandoneranno il programma nucleare e questo significa che potrebbero essere solo a poche settimane, al massimo mesi, dalla possibilità di colpire gli Stati Uniti con missili balistici armati con testate nucleari». E tanto per sfoderare le proprie doti diplomatiche, ecco che Wood gioca proprio la carta della dissimulazione: «Ciò che potrei chiamare “offensiva dello charme”, in realtà, non mi convince, né irretisce affatto. Russia, Cina e Corea del Nord stanno aumentando i loro arsenali e la prominenza delle armi nucleari all’interno delle loro strategie di sicurezza, in alcuni casi perseguendo lo sviluppo di nuove capacità atomiche per minacciare altre nazioni pacifiche». 

Ma non basta. In perfetta contemporanea con le parole di Woods, infatti, il sudcoreano Chosun IIbo News rendeva noto come Pechino avesse schierato 300mila soldati nella provincia di Heilongjiang, proprio al confine della Corea del Nord, in quella che appare una mossa preparatoria a un conflitto in piena regola, essendo i reparti mossi fra i meglio armati e più operativi, il 78mo Gruppo dell’Esercito popolare. Mossa unicamente propagandistica e di deterrenza? Probabile, ma il fatto che il dispiegamento sia avvenuto a pochi giorni dall’apertura delle Olimpiadi invernali sudcoreane, ancorché così paradossalmente destinato a far rumore e farsi notare, che vedono presente una delegazione del Nord proprio come atto di disgelo, sembra dirci che la cosiddetta “tregua olimpica” potrebbe tramutarsi in fretta in una corsa all’offensiva. Quantomeno, a livello di percezione dell’opinione pubblica, ciò che serve maggiormente per distrarre da eventuali nuovi capitomboli di Wall Street. 

La quale, è bene dirlo chiaro, non è un paziente che dopo tre giorni a letto ha finalmente sfebbrato ed è pronto a tornare al lavoro in nome del business as usual, ovvero cieli sempre blu e indici sempre in verde grazie a Donald Trump: ce lo mostra questo grafico, dal quale desumiamo plasticamente come quello avvenuto lunedì sia stato il balzo maggiore in assoluto registrato dal Vix, ovvero come si sia raggiunto il massimo della volatilità di mercato. State certi che avvenimenti simili non solo riconducibili alla Fed e alla possibilità che, in ossequio a inflazione e salari più alti, si possano operare quattro, se non cinque, ritocchi al rialzo dei tassi quest’anno: c’è qualcosa di pronto a detonare alla base di quel picco, c’è un pericolo sempre più imminente, una bomba sempre più instabile e più difficile da mettere in sicurezza. 

E sapete cosa potrebbe essere? Ce lo dicono questi due ultimi grafici, i quali ci mostrano come il cosiddetto unwind degli acquisti obbligazionari compiuti dalla Fed durante i cicli di Qe stia accelerando e di parecchio: è questo il segnale che fa paura, non l’ipotesi diretta sui tassi, ancorché correlata. E questo che fa muovere al rialzo i rendimenti, insieme a possibili (e strumentali) potenziali vendite da parte della Cina o altri players. Se infatti le dinamiche salariali e inflazionistiche possono variare a livello trimestrale, magari per ragioni esogene e rischi geopolitici esterni agli Usa, le scelte della Fed relative alla carta che giace a prezzi di fantasia nei bilanci, sono lette come una mossa operativa (e non un annuncio) di addio alla politica di espansione monetaria, ovvero di tassi a zero e costo del denaro nullo che permette – innanzitutto l’operatività record di Wall Street. 

 

La quale, infatti, giova ricordare è resa possibile da tre fattori: ottimismo a oltranza e autoalimentante, buybacks azionari finanziati da emissioni record di bond comprati acriticamente e con rating di fantasia proprio dalle Banche centrali ed espansione fuori controllo dei multipli di utile per azione. È questo ad aver spaventato, nel momento stesso in cui i dati macro hanno confermato l’aumento delle dinamiche salariali (e quindi delle prospettive inflazionistiche) gli operatori di un mercato irreale e completamente drogato nei fondamentali, non il fatto che da qui a fine anno la Fed si muoverà in un solco o nell’altro. A far paura è ciò che la Fed sta già facendo, su mandato di fatto della vecchia gestione Yellen, ma che pare destinato a proseguire, almeno a parole e negli annunci, visto che un cambio di politica – così come di narrativa – equivarrebbe a una clamorosa smentita della retorica trumpiana di economia mai così in salute. 

Occorre uno shock per legittimare quel cambio e uno shock serio, non la farsa dello shutdown governativo, già avvenuto 17 volte nella storia recente senza che il mondo finisse e, soprattutto, un po’ più lontano da martedì, quando stranamente alla Camera si è raggiunto un raffazzonato accordo fra Repubblicani e Democratici che ora spedirà la pratica, con molti meno patemi, al Senato. È tutta una questione di denaro a pioggia e a costo zero, il vero carburante di un mercato ormai completamente centralizzato e basato sull’onnipotenza presunta degli Istituti centrali, nessuno escluso. Lo shock necessario sarà un regime change in Corea del Nord orchestrato da Usa e Cina, senza che questa santa e stravagante alleanza venga dichiarata, ma anzi negata nei fatti (o nei proclami), a colpi di guerra commerciale per pannelli solari e frigoriferi? Mi sbaglierò, ma gli indizi crescono ogni giorno di più. Così come la necessità di fare in fretta. Per Washington come per Pechino. E per tutti. Mauro Bottarelli Il Sussidiario.net

Banco Bpm chiude il primo anno in utile. Per Npl cessioni fino a 13 miliardi

Giuseppe Castagna, amministratore delegato di Banco Bpm (Fotogramma)Giuseppe Castagna, amministratore delegato di Banco Bpm (Fotogramma)

Banco Bpm ha chiuso il 2017 con un utile netto di 557,8 milioni di euro, comprensivo del risultato realizzato per la cessione di Aletti Gestielle Sgr una plusvalenza di 700 milioni), contro un passivo di 1,33 miliardi realizzato nel 2016 (al netto dell’impairment degli avviamenti). I proventi operativi “core” sono pari a 4,2 miliardi, in crescita del 4,9% (+4,2% “adjusted”) rispetto al dato di due anni fa. Gli oneri operativi scendono a 3,05 miliardi, in calo del 18,8% (-3,6% “adjusted”). Il risultato della gestione operativa è di 1,57 miliardi, in questo caso in crescita del 60,9% rispetto ai 981 milioni del 2016 (+0,9% “adjusted”). Il Cet 1 su base proforma si attesta al 12,02% incluso l’impatto negativo di 175 punti base legato al principio contabile Ifrs 9 grazie alla razionalizzazione del comparto del risparmio gestito, della bancassurance e della banca depositaria e all’estensione e revisione dei modelli interni. Quest’anno il cda della banca non ha proposto la distribuzione di alcun

Banco Bpm, analisti si interrogano su tempi derisking

Accelerazione sugli Npl 
Sul fronte degli Npl, il nuovo piano di de-risking dell’istituto guidato da ll’ad Giuseppe Castagna incrementa le cessioni delle sofferenze dagli 8 miliardi inizialmente previsti dal precedente piano fino a 13 miliardi di euro al 2020. L’asticella era già stata alzata a fine dicembre, quando l’istituto aveva rivisto i target sui Non Performing Loan al rialzo a 11 miliardi di euro. Lo stock dei crediti deteriorati dell’istituto passerà dai 30 miliardi di fine 2016 a circa 13 miliardi al 2020, con un calo di 17 miliardi di euro. Un’accelerazione opportuna e auspicata dal mercato, mentre la Vigilanza della Bce in sostanza non molla e intende esigere i dettagli nel corso dell’esame Srep su ogni singolo istituto.

«Immagino che (a Francoforte, ndr) saranno soddisfatti – ha commentato Castagna durante la conference call – del fatto che riduciamo i crediti deteriorati di altri 10 miliardi di euro» rispetto alle previsioni iniziali del piano strategico al 2019 concordato con la Bce.

Lo stock dei crediti deteriorati netti del Banco Bpm a fine 2017 è arrivato a 13 miliardi, con una contrazione di 3,2 miliardi di euro rispetto a dicembre 2016 (-19,6%) e di 1 miliardo rispetto al 30 settembre 2017 (-6,8%). Quanto ai livelli di copertura, il coverage sui crediti deteriorati è al 48,8% contro il 37,5% del 2016 (50,1% e 47,9% rispettivamente includendo gli stralci) e quello sulle sofferenze è al 58,9% in rialzo rispetto al 45,7% del 2016 (60,5% e 60,0% rispettivamente includendo gli stralci).

Confermati i target 
L’ad Castagna ha poi confermato gli obiettivi del piano industriale e ha promesso un utile consistente per l’esercizio 2018. «Sono confidente che con un costo del rischio normalizzato il 2018 può essere un anno importante e soddisfacente in termini di utile», ha detto il manager agli analisti. «Possiamo confermare le previsioni del piano industriale anche se abbiamo fatto alcune cessioni» di cui potete valutare l’impatto, ha aggiunto.

Ceduta Banca Depositaria, plusvalenza da 200 milioni 
Banco Bpm ha raggiunto oggi, infine, l’accordo per la cessione del ramo d’azienda della Banca Depositaria a Bnp-Paribas Security Service, con una plusvalenza lorda di circa 200 milioni di euro. A questa prima operazione si somma la cessione dei contratti di gestione delle riserve assicurative ad Anima Holding. L’istituto ha comunicato precisato che le due manovre hanno un effetto positivo sul Cet1 “fully phased” pro-forma di 53 punti base.

Il ramo d’azienda oggetto dell’acquisto, specifica Bnp Paribas Securities Services, comprende i servizi di banca depositaria e amministrazione fondi offerti a clienti istituzionali italiani. Gli attivi di tale ramo ammontano a circa 22 miliardi di euro. Questa transazione, si indica ancora, rafforza il posizionamento di Bnp Paribas Securities Services quale principale provider di servizi di post-trading in Italia, con 850 miliardi di euro di asset in custodia. Il prezzo di acquisto concordato è di 200 milioni di euro associato ad accordi di lungo termine. Il perfezionamento dell’accordo è previsto per giugno 2018. Il Sole 24 Ore