PER CHI AVESSE PIACERE DI SENTIRE UN MIO INTERVENTO ALLA RADIO: POPOLARI VENETE, SOROS, DE BENEDETTI, GERMANIA..

Cari amici,

oggi sono stato intervistato da Radio Padania su vari temi di attualità, da Soros, a De Benedetti, alle Popolari Venete, agli USA.

Per chi avesse la pazienza di volermi ascoltare il buon @FaustoS, che ringrazio, ha avuto la pazienza di registrarmi.

Grazie mille. scenarieconomici.it

 

RSVP: LETTERA APERTA A GIORGIA MELONI SULL’ECONOMIA

CLICCATE SULLA FOTO PER VEDERE IL VIDEO

 

Proseguiamo l’invio delle lettere aperte ai politici sui temi economici, predisposte dal Tavolo Tecnico di Consultazione sulle elezioni 2018.

Oggi tocca a GIORGIA MELONI di Fratelli d’Italia. Chiaramente se ci rispondesse qualsiasi esponente di Fratelli d’Italia, anche Crosetto, sarebbe ottimo

scenarieconomici.it

Carige, conti 2017 in rosso. Sospesa in Borsa, rientra e guadagna (+5,26%)

Partirà il 29 settembre l’operazione di scambio fra bond subordinati con obbligazioni senior di nuova emissione di Banca Carige

 

Giornata febbrile per Banca Carige, con estrema volatilità del titolo che a un certo punto è stato sospeso in Borsa in attesa della seduta del Cda che ha approvato i conti del 2017. Conti negativi, come del resto ampiamente previsto, con una una perdita di 380,5 milioni di euro, in aumento del 30% rispetto al 2016 (era -296 mln), mentre il margine operativo lordo è stato pari a 7,7 milioni di euro (-83%). Il Cda ha comunque approvato i conti.

In Borsa Carige chiude le contrattazioni in forte rialzo (+5,26%) a 0,0080 euro, dopo una sospensione dovuta alla volatilità del titolo, partito in ribasso e poi finito sull’altalena. Secondo gli analisti, il rialzo è dovuto al fatto che le previsioni sulla chiusura dei conti erano peggiori (ad esempio era uscito un report di Mediobanca piuttosto preoccupante) e che sulla cifra finale abbiano inciso fortemente le svalutazioni, già previste e comunicate. Va detto che il rialzo di oggi va quasi esattamente a compensare lo scivolone di ieri (-5%), dovuto proprio alle previsioni più pessimistiche del dovuto sui conti.

Altra novità importante della giornata è che l’a.d. Paolo Fiorentino ha annunciato il lancio di un’obbligazione subordinata entro la fine del trimestre «compatibilmente con le condizioni del mercato». Il bond sarà destinato a soggetti istituzionali (banche e fondi) e non al mercato dei singoli risparmiatori.

«Abbiamo realizzato traguardi importanti, base per il futuro», ha spiegato l’ad Paolo Fiorentino, sottolineando «il rafforzamento patrimoniale grazie al supporto di tutti azionisti e dei clienti».

L’ammontare dei crediti deteriorati (Npl) si è ridotto del 34,6% a 4,8 miliardi di euro di valore contabile lordo a fronte dei 5,5 miliardi indicati come obiettivo dalla Bce per il 2017 e a ridosso dell’obiettivo per il 2018 di 4,6 miliardi. Con la prossima cessione da 500 milioni di `inadempienze probabili´ (Utp), il deconsolidamento attualmente in studio di un ulteriore portafoglio da 1 miliardo di euro e a seguito di una «prudente politica di coverage (copertura dei crediti deteriorati, ndr)», entro fine anno Carige prevede di scendere a un lordo di 2,6 miliardi, al di sotto dell’obiettivo di 3,7 miliardi fissato dalla Bce per il 2019, con un Npe Ratio, il rapporto tra Npl e impieghi, pari al 9,5%.

Carige ha chiuso il 2017 con ricavi netti in calo del 13,9% a 516 milioni a seguito di una contrazione del 9,8% del margine d’interesse e del 70,9% dei proventi da attività di trading, mentre il margine operativo lordo, è rimasto positivo per 7,7 milioni, segnando un calo dell’83% sul 2016.

I principali contributi al rafforzamento patrimoniale sono stati l’aumento di capitale da 544 milioni di euro, l’operazione di Liability Management effettuata su 510 milioni di obbligazioni subordinate Tier1 e Lower Tier2 e la cessione dell’immobile di pregio in corso Vittorio Emanuele a Milano per 107,5 milioni.

Fiorentino: “Traguardo raggiunto, abbiamo messo tutte le palle in buca”

“Per Carige – è il commento dell’a.d. Paolo Fiorentino – il quarto trimestre 2017 si è caratterizzato per il raggiungimento di traguardi fondamentali su cui costruire il proprio futuro. Il successo del rafforzamento patrimoniale da oltre 1 miliardo è stato un traguardo straordinario, ancorché a tratti complesso, ma l’obiettivo è stato raggiunto con pieno successo grazie agli azionisti, ai collaboratori ed ai clienti della banca che non ci hanno mai fatto mancare il loro sostegno. “Sono estremamente soddisfatto di quanto abbiamo realizzato – ha continuato il manager durante la conference call – La cosa che più mi inorgoglisce è che Carige ne sia uscita con le proprie forze. Lo avevo detto, con un linguaggio un po’ colorito, e lo ripeto: “abbiamo messo tutte le palle in buca”. Le istituzioni locali ci hanno dato fiducia, il nostro impegno sarà stare sempre più vicini ai nostri clienti: per la prima volta dopo diversi mesi, abbiamo registrato i primi segnali di un trend positivo sui prestiti alla clientela. La chiave è lavorare insieme per far crescere i nostri territori”.

“Rilanciare la banca commerciale”

“Grazie anche al rafforzamento patrimoniale – ha spiegato ancora Fiorentino – stiamo lavorando intensamente per rilanciare il nostro business tradizionale di banca commerciale del territorio, con particolare attenzione al credito alla piccola e micro impresa, gestendo i risparmi delle famiglie con soluzioni innovative per ritornare in tempi brevi alla redditività. Il primo passo è il miglioramento dell’efficienza operativa e, con l’apporto degli accordi distributivi, diverremo progressivamente sempre più un collocatore di prodotti focalizzato sul principio “originate and distribute”, sulle commissioni e sulla qualità dei prodotti e dei servizi resi alla nostra clientela”.

Il comunicato di Banca Carige

In esecuzione degli obiettivi di derisking del Piano, la Banca ha perfezionato il deconsolidamento di €2,2 miliardi GBV (gross book value) di sofferenze tramite due operazioni distinte: una cartolarizzazione assistita da garanzia dello Stato (“GACS”) per circa €940 milioni e la cessione di un portafoglio di €1,2 miliardi GBV finalizzata a dicembre a Credito Fondiario.

Tali operazioni sullo stock di credito deteriorato (-34,6% rispetto a dicembre 2016) hanno permesso alla Banca, non solo di rispettare ampiamente il target di asset quality assegnato dalla Banca Centrale Europea (“BCE”) per il 2017 (totale credito deteriorato €4,8 miliardi GBV vs target BCE di €5,5 miliardi GBV), ma di portarsi già a ridosso del target 2018 (€4,6 miliardi GBV) con un anno di anticipo.

Nel quarto trimestre dell’esercizio il Gruppo ha anche concluso un accordo per la cessione della piattaforma di gestione delle sofferenze a Credito Fondiario, nonché siglato un contratto per la cessione dell’80,1% della società di credito al consumo del Gruppo Creditis con Chenavari; tali accordi sono in attesa del completamento dell’iter autorizzativo richiesto da entrambi gli acquirenti, che permetterà di arrivare al closing delle operazioni nel corso del primo semestre 2018.

La Banca sta inoltre proseguendo le trattative per la cessione del Merchant Acquiring con obiettivo di chiudere la negoziazione entro il primo semestre 2018. A ciò si aggiunge la prossima cessione di circa €500 milioni GBV di inadempienze probabili (“UTP”) prevista a Piano e il deconsolidamento attualmente in fase di studio di un ulteriore portafoglio di sofferenze fino a €1,0 miliardo GBV.

A conclusione di tali operazioni e in conseguenza della prudente politica di coverage, entro il 2018 lo stock complessivo di credito deteriorato netto è previsto attestarsi a €1,5 miliardi (€2,6 miliardi GBV), ben al di sotto quindi dei target BCE per il 2018 (€4,6 miliardi GBV) e il 2019 (€3,7 miliardi GBV) e con un NPE ratio netto atteso inferiore al 10% (9,5%). I risultati di conto economico del Gruppo Carige I proventi operativi netti core si attestano a €516,5 milioni in conseguenza della contrazione del margine di interesse (-9,8% vs 2016) condizionato dal derisking e dal deleveraging del portafoglio crediti, oltre ad una riduzione dei proventi da attività da trading (-70,9% vs 2016). Gli oneri di gestione core si attestano a €508,8 milioni in calo del 5,0% rispetto allo stesso periodo dell’esercizio precedente.

In particolare le spese ricorrenti per il personale risultano in calo di €17,9 milioni (-5,7% vs 2016) per effetto delle manovre di riduzione strutturale del costo del lavoro, mentre le spese amministrative risultano stabili (-0,7% vs 2016); in deciso calo le rettifiche di valore su immobilizzazioni materiali e immateriali che si attestano a €36,4 milioni (-17,0% vs 2016).

Il margine operativo lordo, espressione del risultato della gestione caratteristica del Gruppo, chiude l’anno sostanzialmente in pareggio (+€7,7 milioni), mentre il margine operativo netto si attesta a -€728,5 milioni dopo aver contabilizzato rettifiche di valore nette su crediti per €416,5 milioni e le perdite relative ad operazioni di cartolarizzazione o di cessione di portafogli di crediti deteriorati per complessivi €321,5 milioni lordi.

Sul risultato lordo (-€577,8 milioni) impattano gli effetti non ricorrenti riconducibili a:

– utile lordo relativo all’operazione di LME per €221,5 milioni

– plusvalenza relativa alla cessione dell’immobile di Milano per €85,4 milioni – severance relativa alle spese per il personale pari a €61,5 milioni, principalmente frutto dell’accordo sindacale siglato in dicembre

– spese amministrative relative alle operazioni straordinarie per €10,4 milioni – rettifiche di valore su attività materiali e immateriali per €14,9 milioni e collegate alla svalutazione del software in funzione dell’accordo di outsourcing delle attività di IT

– accantonamenti netti al fondo rischi per €24,2 milioni, in gran parte generati dalle garanzie e dagli impegni prestati nell’ambito del contratto di cessione delle compagnie assicurative (€19,7 milioni) e dagli accantonamenti effettuati a fronte delle spese previste per la chiusura delle 58 filiali (€3,5 milioni)

– tributi e oneri di Sistema (SRF, DGS, Schema volontario e svalutazione fondo Atlante) per €41,1 milioni – canone DTA per €13,9 milioni. Il beneficio fiscale risulta pari a €166,3 milioni, mentre il risultato delle attività non ricorrenti in via di dismissione si attesta a €26,1 milioni e rappresenta l’utile riconducibile alla controllata Creditis. La perdita del periodo di pertinenza della Capogruppo si attesta quindi a €380,5 milioni.

ilsecoloxix

Della Valle ‘costretto’ dai soci a vendere Italo: ‘Preferivo andare in Borsa, persa l’occasione per dare un bel segnale al Paese’

A Diego Della Valle non devono essere piaciute le critiche arrivate a lui e agli altri soci di Ntv (Nuovo trasporto viaggiatori) all’indomani della vendita della società dei treni Italo agli americani di Gip per 2,5 miliardi, incluso il debito. Una cifra molto generosa che ha velocemente fatto dimenticare i propositi dei fondatori di mantenere l’azienda in mani italiane e di farne un fiore all’occhiello del made in Italy. Ed ecco la lettera che il fondatore della Tod’s ha diramato nella serata del 9 febbraio ai media.

 

“In merito alla vendita di NTV vedo che non è spiegata chiaramente la mia posizione e quello che avrei desiderato fare come azionista. Per quanto mi riguarda la società NTV era giusto quotarla sempre secondo il mio pensiero il nucleo storico di imprenditori italiani sarebbe dovuto rimanere unito alla guida della società per controllarne lo sviluppo futuro, che si prospetta ottimo, e per governare la politica delle alleanze con partner internazionali del settore, indispensabili alla crescita. Questa avventura imprenditoriale aveva all’inizio una forte componente di italianità, con lo scopo di voler far nascere una società che potesse essere, oltre che un’ottima azienda, anche un forte esempio che in Italia, quando gli imprenditori e le istituzioni lavorano insieme con determinazione, si possono fare cose eccellenti.

Leggi anche: Montezemolo, Della Valle, Intesa, Generali: quando c’è da incassare si dimenticano del made in Italy

La compagine azionaria composta da imprenditori seri e stimati nel loro settore e da istituzioni di primaria importanza come Banca Intesa e Assicurazioni Generali, ha fatto bene e con convinzione e lungimiranza il proprio mestiere, sostenendo Italo sempre in tutti questi anni e con coraggio, anche nei momenti più duri. Anche per questo io ritenevo giusto ed utile per i soci fondatori industriali fare tutti insieme l’IPO e poi rimanere tutti uniti nell’azionariato.

Sarebbe stata così una storia perfetta ed un esempio sia per l’Italia che per chi ci vede da fuori dimostrando che nel nostro Paese le cose si possono fare bene. Nell’occasione del rinnovo del consiglio di amministrazione di NTV fatto circa un mese fa io e le persone che rappresentavano la mia quota azionaria non abbiamo aderito alla formazione del nuovo consiglio perché non eravamo d’accordo su alcune delle cose che ci venivano proposte, primo tra queste la non garanzia del mantenimento della guida della società da parte degli azionisti industriali italiani per un lungo periodo; rimanendo quindi fuori dal consiglio non abbiamo partecipato ad alcuna decisione riguardante l’eventuale IPO o vendita di NTV.

Quando per le vie ufficiali ci è stato comunicato che tutti gli altri azionisti avevano deciso di vendere, abbiamo dovuto prenderne atto e di conseguenza vendere anche il nostro pacchetto azionario per evitare di rimanere azionisti di minoranza e non influenti. Ribadisco la mia convinzione che fare l’IPO e rimanere noi azionisti industriali italiani alla guida della società sarebbe stata la cosa migliore da fare. Chi ha guidato la decisione di vendere NTV ha il merito di aver portato in Italia un investitore serio e preparato e ha sicuramente fatto un’ottima operazione finanziaria per gli azionisti ma ha perso una grande occasione per dare al Paese un bellissimo segnale”. Businessinsideritalia

l dissenso di Diego Della Valle: “Non ho votato per la vendita di Italo-Ntv. Volevo la guida italiana e l’Ipo”

Delusione per il numero uno di Tod’s, costretto a cedere la quota al fondo Usa: “Andare in Borsa sarebbe stata una storia perfetta, un bellissimo segnale”

ARMANDO DADI / AGF
 

“Ribadisco la mia convinzione che fare l’Ipo e rimanere noi azionisti industriali italiani alla guida della società sarebbe stata la cosa migliore da fare”. Diego Della Valle, socio fondatore di Italo-Ntv con il 17,14% del capitale, esprime il suo dissenso per la decisione di cedere l’azienda ferroviaria al fondo americano Gip.

 

Il fondatore di Tod’s osserva, in particolare, che “chi ha guidato la decisione di vendere Ntv ha il merito di aver portato in Italia un investitore serio e preparato e ha sicuramente fatto un’ottima operazione finanziaria per gli azionisti, ma ha perso una grande occasione per dare al paese un bellissimo segnale”.

 

“Per quanto mi riguarda – chiarisce Della Valle – la società Ntv era giusto quotarla e sempre secondo il mio pensiero il nucleo storico di imprenditori italiani sarebbe dovuto rimanere unito alla guida della società per controllarne lo sviluppo futuro, che si prospetta ottimo, e per governare la politica delle alleanze con partner internazionali del settore, indispensabili alla crescita. Questa avventura imprenditoriale aveva all’inizio una forte componente di italianità, con lo scopo di voler far nascere una società che potesse essere, oltre che un’ottima azienda, anche un forte esempio che in Italia, quando gli imprenditori e le istituzioni lavorano insieme con determinazione, si possono fare cose eccellenti”.

 

Della Valle spiega che lui e le persone che rappresentavano la sua quota azionaria non avevano aderito alla formazione del nuovo Cda perché “non eravamo d’accordo su alcune delle cose che ci venivano proposte, primo tra queste la non garanzia del mantenimento della guida della società da parte degli azionisti industriali italiani per un lungo periodo; rimanendo quindi fuori dal Consiglio non abbiamo partecipato ad alcuna decisione riguardante l’eventuale Ipo o vendita di Ntv. Quando per le vie ufficiali ci è stato comunicato che tutti gli altri azionisti avevano deciso di vendere – conclude – abbiamo dovuto prenderne atto e di conseguenza vendere anche il nostro pacchetto azionario per evitare di rimanere azionisti di minoranza e non influenti”.

Vendita di Italo agli americani, per Della Valle «era giusto quotare Ntv»

Il socio fondatore: «Ritenevo giusto e utile fare l’Ipo e poi rimanere tutti uniti nell’azionariato. Sarebbe stata così una storia perfetta e un esempio per l’Italia. Essendo fuori dal cda non ho partecipato alla decisione sulla vendita, ne ho preso atto»

Diego Della Valle, uno dei soci fondatori di NtvDiego Della Valle, uno dei soci fondatori di Ntv

Diego Della Valle, uno dei soci fondatori di Ntv, avrebbe preferito quotare la società di Italo piuttosto che vendere al fondo americano Gip. Lo ha messo nero su bianco in un comunicato con il quale ha voluto chiarire la sua posizione sulla vendita. Decisione di cui ha «dovuto prendere atto per evitare di rimanere azionista di minoranza e non influente», essendo fuori dal consiglio e non avendo quindi partecipato «ad alcuna decisione riguardante l’eventuale Ipo o vendita».

«Meglio la quotazione»

Della Valle, comunque, preferiva la quotazione: «Per quanto mi riguarda — scrive — la società Ntv era giusto quotarla e sempre secondo il mio pensiero il nucleo storico di imprenditori italiani sarebbe dovuto rimanere unito alla guida della società per controllarne lo sviluppo futuro, che si prospetta ottimo, e per governare la politica delle alleanze con partner internazionali del settore, indispensabili alla crescita. Questa avventura imprenditoriale aveva all’inizio una forte componente di italianità, con lo scopo di voler far nascere una società che potesse essere, oltre che un’ottima azienda, anche un forte esempio che in Italia, quando gli imprenditori e le istituzioni lavorano insieme con determinazione, si possono fare cose eccellenti. La compagine azionaria composta da imprenditori seri e stimati nel loro settore e da istituzioni di primaria importanza come Intesa Sanpaolo e Assicurazioni Generali, ha fatto bene e con convinzione e lungimiranza il proprio mestiere, sostenendo Italo sempre in tutti questi anni e con coraggio, anche nei momenti più duri. Anche per questo io ritenevo giusto ed utile per i soci fondatori industriali fare tutti insieme l’Ipo e poi rimanere tutti uniti nell’azionariato. Sarebbe stata così una storia perfetta ed un esempio sia per l’Italia che per chi ci vede da fuori dimostrando che nel nostro Paese le cose si possono fare bene».

 
«Persa l’occasione per dare un bel segnale»

Della Valle, poi, spiega anche perché non ha potuto far valere il suo pensiero: «Nell’occasione del rinnovo del consiglio di amministrazione di Ntv fatto circa un mese fa io e le persone che rappresentavano la mia quota azionaria non abbiamo aderito alla formazione del nuovo consiglio perché non eravamo d’accordo su alcune delle cose che ci venivano proposte, primo tra queste la non garanzia del mantenimento della guida della società da parte degli azionisti industriali italiani per un lungo periodo; rimanendo quindi fuori dal consiglio non abbiamo partecipato ad alcuna decisione riguardante l’eventuale Ipo o vendita di Ntv. Quando per le vie ufficiali ci è stato comunicato che tutti gli altri azionisti avevano deciso di vendere, abbiamo dovuto prenderne atto e di conseguenza vendere anche il nostro pacchetto azionario per evitare di rimanere azionisti di minoranza e non influenti. Ribadisco la mia convinzione che fare l’Ipo e rimanere noi azionisti industriali italiani alla guida della società sarebbe stata la cosa migliore da fare». A chi ha venduto, però, Della Valle riconosce anche dei meriti: «Chi ha guidato la decisione di vendere Ntv ha il merito di aver portato in Italia un investitore serio e preparato e ha sicuramente fatto un’ottima operazione finanziaria per gli azionisti ma ha perso una grande occasione per dare al Paese un bellissimo segnale».Michelangelo Borrill Corriere della Sera

 
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Della Valle a gamba tesa sull’addio a Italo: ho incassato ma non volevo vendere e non ero in consiglio per oppormi

E, come in tutte le vicende di questo tipo, non poteva mancare la voce dissenziente dopo la cessione di Italo agli americani di Gip. A conferma che c’era stata una spaccatura tra i soci del gruppo privato dei treni, è sceso in campo l’azionista Diego Della Valle, socio fondatore di Italo-Ntv con il 17,14% del capitale, a dire la sua sulla vicenda: “”Per quanto mi riguarda – afferma in un comunicato – la società Ntv era giusto quotarla e sempre secondo il mio pensiero il nucleo storico di imprenditori italiani sarebbe dovuto rimanere unito alla guida della società per controllarne lo sviluppo futuro, che si prospetta ottimo”.

Ma quello che fa una certa sensazione è un altro passaggio del comunicato: “”Nell’occasione del rinnovo del consiglio di amministrazione di Ntv fatto circa un mese fa io e le persone che rappresentavano la mia quota azionaria non abbiamo aderito alla formazione del nuovo consiglio perché non eravamo d’accordo su alcune delle cose che ci venivano proposte, primo tra queste la non garanzia del mantenimento della guida della società da parte degli azionisti industriali italiani per un lungo periodo; rimanendo quindi fuori dal consiglio non abbiamo partecipato ad alcuna decisione riguardante l’eventuale Ipo o vendita di Ntv. Quando per le vie ufficiali ci è stato comunicato che tutti gli altri azionisti avevano deciso di vendere, abbiamo dovuto prenderne atto e di conseguenza vendere anche il nostro pacchetto azionario per evitare di rimanere azionisti di minoranza e non influenti”.

Quindi in pratica, secondo quanto afferma Della Valle, gli altri soci (quindi Montezemolo, Flavio Cattaneo e Intesa Sanpaolo e altri) avrebbero deciso di cedere senza che lui potesse ostacolare la decisione (non era in Cda) e dovendo accettare la vendita a cose ormai fatte. E inoltre già un mese fa, dice Della Valle, era stata ventilata la possibilità di non mantenere la guida italiana dell’azienda. Insomma, secondo quanto dice il proprietario della Tod’s e presidente della Fiorentina, il sentore che potesse arrivare qualcuno a mettere un super-assegno sul tavolo c’era già un mese fa.

Termina quindi con una polemica la cessione di Italo agli americani.

Al di là delle polemiche, le certezze sono le cifre elevatissime incassate dai venditori. Lo stesso della Valle incassa ben 344 milioni di euro.

Nella transazione conclusasi l’altro ieri il fondo Global Infrastructures Partners valuta infatti Italo 1,98 miliardi di euro cui aggiungere oltre 400 milioni di debiti: per un valore d’impresa di poco meno di 2,5 miliardi. Si tratta di una cifra che un’Ipo, nella attuale situazione, non avrebbe mai pagato.

Con ricchi incassi per tutti, anche se bisogna considerare gli investimenti e le risorse apportate dai soci in questi anni. Per fare un confronto numerico, a distanza di 8 mesi, l’offerta da 1,98 miliardi di euro per il 100% di Italo è poco meno di 4 volte il valore dell’equity sul quale sono state definite nell’estate scorsa l’ingresso del fondo Peninsula Capital e, poco dopo, l’aumento di capitale da 15 milioni di euro riservato all’ad Flavio Cattaneo.

L’offerta del fondo americano valorizza il pacchetto azionario di Cattaneo 115 milioni, mentre quello di Peninsula 250 milioni (rispetto ai 65 milioni investiti). Intesa Sanpaolo, principale azionista con il 18,81%, dovrebbe arrivare ad incassare 376 milioni. I tre soci fondatori riuniti nella holding Mdp (Della Valle con il 17,4%, Montezemolo con il 12,71% e Gianni Punzo con il 7,85%) si divideranno un incasso di circa 750 milioni di euro. La stessa Generali, che detiene il 14,31% attraverso la società Allegro Sarl, incasserà 283 milioni. A Isabella Seragnoli andranno invece 110 milioni e ad Alberto Bombassei 94 milioni. carlofesta.blog.ilsole24ore.com

Italo, Della Valle si smarca: “Avrei preferito la quotazione in Borsa”

L’imprenditore del marchio Tod’s è stato tra i fondatori del servizio concorrente al Frecciarossa. dalla vendita al fondo americano Gip incassa oltre 343 milioni, ma assieme al presidente Luca Montezemolo e all’ad Flavio Cattaneo era per proseguire l’iter di quotazione

 

Alla fine, anche lui ha votato per cedere Italo agli americani. E uscire con un bel pacchetto di milioni. Ma Diego Della Valle, titolare dei marchi di abbigliamento Tod’s e Hogan, ci tiene a smarcarsi dagli altri soci. O, almeno da una parte di loro: lui avrebbe preferito non vendere, ma proseguire nel percorso di quotazione in Borsa. Per quanto la cessione gli abbia fruttato circa 340 milioni.

All’indomani del cda che ha deciso di cedere il 100 per cento di Ntv, la società che controlla il servizio di Alta velocità concorrente al Frecciarossa del Fs, Della Valle ha voluto chiarire la sua posizione in una nota ufficiale: “Per quanto mi riguarda, la società Ntv era giusto quotarla e, sempre secondo il mio pensiero, il nucleo storico di imprenditori italiani sarebbe dovuto rimanere unito alla guida della società per controllarne lo sviluppo futuro, che si prospetta ottimo, e per governare la politica delle alleanze con partner internazionali del settore, indispensabili alla crescita”.  Diego Della Valle, tra i fondatori della compagnia ferroviaria, ci tiene a tenere alta la bandiera del “made in Italy”: a suo dire “questa avventura imprenditoriale aveva all’inizio una forte componente di italianità, con lo scopo di voler far nascere una società che potesse essere, oltre che un’ottima azienda, anche un forte esempio che in Italia, quando gli imprenditori e le istituzioni lavorano insieme con determinazione, si possono fare cose eccellenti”.

Come raccontato anche da Repubblica nei giorni scorsi, i soci si sono presentati divisi al consiglio di amministrazione che poi ha consegnato Italo al fondo americano, a fronte di una offerta pari a 1,98 miliardi di euro. Da un lato i soci finanziari – Banca Intesa, Generali e il fondo di investimento Peninsula – dall’altra il terzetto di imprenditori guidato dal presidente Luca Montezemolo, l’ad Flavio Cattaneo e lo stesso Della Valle. Alla fine hanno deciso all’unanimità di cedere, ma l’industriale marchigiano, con la sua nota, rivela che la discussione deve essere stata accesa. Nella sua nota rivela anche qualche dettaglio.

Per Della Valle, “sarebbe stata così una storia perfetta ed un esempio sia per l’Italia che per chi ci vede da fuori dimostrando che nel nostro Paese le cose si possono fare bene. Nell’occasione del rinnovo del consiglio di amministrazione di Ntv fatto circa un mese fa”, prosegue il patron di Tod’s, “io e le persone che rappresentavano la mia quota azionaria non abbiamo aderito alla formazione del nuovo consiglio perchè non eravamo d’accordo su alcune delle cose che ci venivano proposte, primo tra queste la non garanzia del mantenimento della guida della società da parte degli azionisti industriali italiani per un lungo periodo; rimanendo quindi fuori dal consiglio non abbiamo partecipato ad alcuna decisione riguardante l’eventuale Ipo o vendita di Ntv.

Quando per le vie ufficiali ci è stato comunicato che tutti gli altri azionisti avevano deciso di vendere, abbiamo dovuto prenderne atto e di conseguenza vendere anche il nostro pacchetto azionario per evitare di rimanere azionisti di minoranza e non influenti. Ribadisco la mia convinzione che fare l’Ipo e rimanere noi azionisti industriali italiani alla guida della società sarebbe stata la cosa migliore da fare”.

E conclude: “Chi ha guidato la decisione di vendere Ntv, ha il merito di aver portato in Italia un investitore serio e preparato e ha sicuramente fatto un’ottima operazione finanziaria per gli azionisti ma ha perso una grande occasione per dare al Paese un bellissimo segnale”. Luca Pagni Repubblica

 

Mps chiude in rosso un anno… nero

La perdita peggiora come previsto, i ricavi diminuiscono di trimestre in trimestre. La principale spina nel fianco restano gli Npl

 
 

Mps ha chiuso i conti del 2017 con una perdita annuale di 3,5 miliardi, mentre la perdita trimestrale è di 500 milioni, influenzata da 170 milioni di recupero connessi all’accordo di servicing pluriennale relativo alla cessione della piattaforma per la gestione dei crediti in sofferenza e 166 milioni di euro di accantonamenti principalmente legati a rischi legali.

Nel 2016 si era registrata una perdita di 3,2 miliardi. Alcuni broker nei giorni scorsi avevano pronosticato un peggioramento del “rosso” registrato nel 2016 e avevanotagliato il target price sul titolo citando le diverse sfide che attendono l’istituto senese. Secondo alcuni calcoli di Mediobanca inoltre Mps sarebbe uno degli istituti maggiormente colpiti dal giro di vite previsto dall’addendum della Bce sugli Npl, anche se meno di altre banche italiane. 

Sul fronte patrimoniale, il Common equit tier si attesta al 14,8%, in cifre circa 9 miliardi.

Nel quarto trimestre 2017 i ricavi operativi sono stati 802,4 milioni a fronte di costi operativi 650,5. Conseguentemente il ROL (Reddito operativo lordo) si è attestato ad appena 151,9 milioni in riduzione rispetto ai trimestri precedenti (si era attestato a 305,2 nel primo, a 280,4 nel secondo e a 225 circa nel terzo al netto dei proventi straordinari).

La riduzione del ROL è imputabile in larga parte alla riduzione dei ricavi che sono in costante diminuzione trimestre per trimestre (933,2 nel primo trimestre, 802,4 nel quarto). In particolare i ricavi 2017 ammontano a 4 miliardi circa e risultano in contrazione rispetto ai 4,3 contabilizzati del 2016, con una contrazione in termini percentuali del 6%. Sono in riduzione sia il margine di interesse che le commissioni nette. La riduzione del margine di interesse, pari all’11,5% (da 2 a 1,8 miliardi) può essere considerata fisiologica essendo legata al deconsolidamento del portafoglio di sofferenze, mentre desta qualche preoccupazione la riduzione delle commissioni, che risultano in contrazione del 14,3% (1,576 miliardi nel 2017 a fronte dei 1,839 miliardi del 2016.

Ugualmente segnali non rassicuranti arrivano dai dati relativi alla qualità dell’attivo. Il costo del rischio (rapporto tra rettifiche su crediti e crediti verso clienti) si attesta nel 2017 a 177 punti base (5858 considerando anche gli accantonamenti straordinari legati allo spin off delle sofferenze). Ma, ed è questo l’aspetto che desta maggiore preoccupazione, risultano in drastico peggioramento sia i flussi da crediti in bonis a crediti deteriorati raddoppiano rispetto ai trimestri precedenti (800 milioni nel quarto trimestre a fronte dei 300 nel terzo trimestre), che i flussi da incagli a sofferenze (1,1 miliardi nel trimestre a fronte dei 0,7 nel quarto trimestre).

Rispetto ai risultati previsti dal piano di ristrutturazione e riferiti al 2019 Banca Mps dovrà recuperare in un breve lasso di tempo circa 400 milioni tra maggiori ricavi (180 milioni circa) e minori costi (220 milioni circa di cui 120 dalla riduzione dei costi del personale). Sono obiettivi ambiziosi, soprattutto perché l’incremento dei ricavi dovrebbe arrivare quasi totalmente dalle commissioni. Infatti il margine di interessa sarà penalizzato dalla riduzione prevista dei volumi intermediati e degli impieghi più rischiosi. 

L’obiettivo più difficile da centrare, però, vista la dinamica degli aggregati resta quello della qualità dell’attivo. Infatti la banca è molto lontana dal target previsto al 2019 di un costo del credito di 79 punti base (dato 2017 normalizzato pari a 172 punti base). Quella del miglioramento della qualità dell’attivo di fatto è la vera sfida che attende la BANCA. Infatti 100 punti base di costo del rischio equivalgono a circa 1 miliardo di maggiori costi rispetto a quelli previsti dal piano industriale, cioè di una cifra che alla fine farà la differenza. (Carmelo Catalano Finanzareport:it)

Mps, perdita gruppo 2017 a 3,5 mld, deteriorati stabili a 45 mld

Mps chiude il 2017 con una perdita consolidata di gruppo pari a 3,5 miliardi, in lieve calo rispetto ai -3,2 miliardi dell‘anno precedente.

banca mps

REUTERS/Stefano Rellandini

I ricavi, dice una nota, scendono su anno del 6% rispetto al per la flessione del margine di interesse (-11,5%) e delle commissioni nette (-14,3%).

Sulle seconde incidono in particolare la “contabilizzazione del costo della garanzia governativa sulle emissioni del primo trimestre e dei minori proventi derivanti dal comparto del credito”, e i minori proventi sui servizi di pagamento dopo la cessione del ramo di merchant acquiring il 30 giugno 2017.

Nel 2017 dividendi e proventi simili crescono a 101 mln da fine 2016, soprattutto per il contributo della joint venture Axa-Mps, consolidata nel bilancio del gruppo con il metodo del patrimonio netto.

Nel quarto trimestre, Mps ha chiuso con una perdita di 502 mln, ”influenzata da 170 milioni di costi di recupero connessi all‘accordo di servicing pluriennale relativo alla cessione della piattaforma per la gestione dei crediti in sofferenza e 166 milioni di euro di accantonamenti per rischi diversi.

 

Dopo il salvataggio pubblico da 5,4 miliardi concluso in autunno, la banca è controllata per circa il 70% del capitale dal ministero dell‘Economia.

“Grazie all‘intervento dello Stato Mps è stata rimessa in carreggiata e la banca diventerà sempre più vitale”, ha detto oggi a Siena il ministro Pier Carlo Padoan spiegando che “è prematuro discutere dei termini per l‘uscita” dal capitale.

CREDITI DETERIORATI 2017 A 45,1 MLD, STABILI SU SETTEMBRE

Mps ha contabilizzato rettifiche nette di valore per deterioramento crediti, attività finanziarie e altre operazioni per 5,46 miliardi, superiori di 959 milioni rispetto al 2016.

Il rapporto tra rettifiche nette di valore per deterioramento crediti del 2017 e crediti verso la clientela esprime un tasso di ‘provisioning’ di 585 punti base, 172 al netto degli effetti economici.

Di conseguenza, il risultato operativo netto del gruppo nel 2017 è risultato negativo per circa 3,98 miliardi di euro a fronte di un valore negativo di 2,84 miliardi nel 2016.

La raccolta complessiva (193,6 miliardi) mostra un calo del 4,5%, mentre l‘esposizione dei crediti deteriorati lordi a fine dicembre è stata di 45,1 mld, -700 milioni rispetto a fine 2016 “e sostanzialmente stabile rispetto al 30 settembre 2017”.

“Al netto dei crediti deteriorati lordi ‘in via di dismissione’, l‘esposizione lorda passerebbe a 20,9 miliardi”, spiega il comunicato.

A fine 2017 il common equity tier 1 ratio era al 14,8% (8,2% nel 2016) ed il total capital ratio al 15% (da 10,4%).

La percentuale di copertura dei crediti deteriorati si è attestata al 67,2%, dal 55,6% del 31 dicembre 2016 e dal 66,4% di fine settembre.

Stabili i principali indicatori di asset quality (pro forma per il portafoglio in via di dismissione di 24,2 miliardi): ‘gross npe ratio’ al 21,4%, ‘net npe ratio’ al 12%.

Banche venete, tutte le ‘anomalie’ dei due processi

Banche venete, tutte le 'anomalie' dei due processi

La giustizia è uguale per tutti, o forse no se ci si trova nei panni degli ex azionisti di Veneto Banco e Banca Popolare di Vicenza. Le vicende per i due istituti di credito sono simili, se si guarda al codice penale, ma nelle aule di giustizia il destino per le vittime del crac finanziario, circa 200mila gli ex soci, sembra aver preso strade diverse. E con esiti contrastanti per chi – circa 9.500 le parti civili presenti nei due procedimenti – ha investito con lo stesso rischio. L’ultimo ‘paradosso’ è quello dei due giudici che si sono espressi in modo opposto sullo stesso decreto e su chi possa essere chiamata a farsi carico dei danni eventualmente riconosciuti. “Ma è solo l’ultima anomalia”, a sentire i tanti avvocati presenti, “di una vicenda che mostra tutte le storture della giustizia”.

La sede – La prima differenza è la sede in cui si celebra l’udienza preliminare: a Vicenza per la banca allora guidata da Gianni Zonin, ‘in trasferta’ a Roma per l’istituto con sede a Montebelluna.

 

Gli indagati – In quest’ultimo caso a rispondere, a vario titolo, di ostacolo alle attività di vigilanza e aggiotaggio, ci sono diversi ex responsabili a partire dall’ex amministratore delegato Vincenzo Consoli, finito agli arresti domiciliari nelle fasi iniziali dell’inchiesta, ma non Veneto Banca. La tesi accusatoria è che a beneficiare dei presunti illeciti per evitare il fallimento – le azioni sarebbero state cedute ai clienti in cambio di finanziamenti concessi a questo scopo – sarebbero stati i soli vertici. A Consoli e altri ex manager sono stati sequestri beni per 45 milioni di euro, l’istituto di credito non risulta indagato.

Le responsabilità – Sorte diversa per BpVi che deve rispondere della legge 231 sulla responsabilità degli enti e nei confronti della quale sono scattati sequestri per 100 milioni circa, quasi intatto invece il patrimonio dell’ex presidente Zonin e dell’ex direttore generale Samuele Sorato. Anche questa inchiesta è per aggiotaggio e ostacolo alle attività di vigilanza e falso in prospetto: nel mirino i prezzi delle azioni (poi azzerate) e i cosiddetti ‘prestiti baciati’, ovvero l’acquisto di azioni in aumento di capitale con finanziamenti da parte della stessa banca.

I due giudici – Sono gli ex azionisti, però, a incorrere potenzialmente nelle differenze maggiori. Il gup di Vicenza, Roberto Venditti, ha dichiarato i napplicabile la richiesta di responsabilità civile nei confronti di Intesa Sanpaolo, Bankitalia e Consob. I tre soggetti non possono essere citati in giudizio con richieste di risarcimento danni da chi ha visto azzerati i propri investimenti. Per il giudice la cessione a 1 euro degli asset della popolare, avvenuta nell’ambito della liquidazione ordinata, ricomprende il diritto al risarcimento dei danni subiti. Stesso discorso per chi ha accettato l’offerta pubblica di transazione per risolvere ogni contenzioso.

Di parere opposto il gup di Roma, Lorenzo Ferri, che ha disposto la citazione in giudizio di Intesa Sanpaolo quale responsabile civile. Oltre ad alcuni dubbi sulla legittimità costituzionale del decreto, il giudice si appella all’articolo 2560 del codice civile per sostenere la possibilità di agire per gli ex soci di Montebelluna. “Mentre il gup di Roma ha correttamente chiamato Intesa Sanpaolo a rispondere, quello di Vicenza si è voluto ingerire di interpretazioni spettanti alla Corte Costituzionale facendo proprie le deduzioni del consigliere delegato Messina”, spiega l’avvocato Sergio Calvetti, che sta seguendo circa 6mila azionisti delle ex popolari. La partita si giocherà “nei tribunali e nelle cause civili dove Intesa – chiosa il legale – verrà chiamata direttamente dagli azionisti e obbligazionisti a rispondere”. (Adnkronos)

BPVI -L’EX GIP CARRERI: «IL MIO REINTEGRO FU BLOCCATO DA BELLOMO»

Cecilia Carreri è il giudice vicentino che ben prima della deflagrazione dell’affaire BpVi cercò di fare chiarezza sull’istituto bancario berico pagando il prezzo salatissimo di una esclusione dalla magistratura. Che proprio Carreri (in foto a destra con Mario Monicelli, oggi scomparso) ritiene illegittima tanto da avere avviato un contenzioso per il reintegro. Frattanto è la stessa Carreri a spiegare, con una rivelazione che farà rumore, che il ricorso straordinario per il suo reintegro in magistratura «venne respinto nel 2011 dal Consiglio di Stato» con un parere firmato da Francesco Bellomo. Si tratta del magistrato oggi noto in tutto il Paese che è stato recentemente destituito per essere finito al centro del cosiddetto scandalo delle minigonne. «Ad ogni modo grazie ai media – spiega ancora Carreri – sto comunque seguendo ogni fase del caso banche e debbo dire che provo molto dolore per quanto accaduto a così tanti risparmiatori». Frattanto la battaglia legale tra le parti prosegue e dalla stampa si apprende che sono state ammesse, al momento, cinquemila parti civili.

Dottoressa Carreri che cosa pensa di questa primissima fase del processo?
«Va anzitutto precisato che non esiste ancora un processo contro Gianni Zonin e gli altri imputati. Siamo, infatti, ancora nella fase dell’udienza preliminare, in cui il giudice Roberto Venditti deve limitarsi a valutare se la richiesta di rinvio a giudizio della Procura sia fondata. In altre parole, la Procura ha depositato gli atti di indagine e ha chiesto il processo; il giudice Venditti deve solo valutare se tale richiesta è fondata e, in caso affermativo, gli atti verranno trasmessi al Tribunale penale per il processo. Ma Venditti può anche prosciogliere, cioè ritenere che la richiesta del processo sia infondata, anche solo per alcuni reati o alcuni imputati».

Che tempi si profilano all’orizzonte?
«Da parte loro, gli imputati potrebbero chiedere di celebrare il processo direttamente davanti al giudice Venditti, nella forma del giudizio abbreviato o del patteggiamento. Escludo quest’ultima ipotesi: gli imputati non hanno interesse a definire subito il processo, cercheranno di allungare i tempi per fruire della prescrizione. Come avrete notato, sono state impegnate già diverse udienze solo per questioni preliminari, ci vorranno diversi mesi prima di arrivare alla discussione degli avvocati che sono diverse centinaia. Per non parlare del tempo che occorrerà per giungere alla decisione finale del giudice dell’udienza preliminare».

E quindi? Che impressione s’è fatta?
«Mi sembra un film già visto. Voglio ricordare che quando fui io nel 2002 a chiedere il processo contro Gianni Zonin contro la Procura berica che voleva archiviare tutto, l’udienza preliminare fu fatta durare ben sette anni, con vari proscioglimenti a favore di Zonin, fino a quello conclusivo nel 2009. Non si è mai visto che un’udienza preliminare duri sette anni e il Consiglio superiore della magistratura non ha fatto nulla, non è mai intervenuto, mentre proprio in quegli anni, tra il 2005 e il 2008, io sono stata massacrata. Vi fu un vero e proprio editto bulgaro nei miei confronti».

Pochi giorni fa dai media abbiamo appreso dalla stampa della revocatoria chiesta dalla procura berica per il trasferimento dei propri beni che alcuni imputati eccellenti del processo avrebbero disposto durante i mesi passati. Tra questi ci sarebbero anche quelli appartenuti a Gianni Zonin. Che cosa pensa al riguardo?
«Le notizie che trapelano sono confuse; ho letto che delle revocatorie sono state chieste dalle parti offese e dai commissari liquidatori per conto della banca. I quotidiani hanno riferito che gli imputati e, addirittura altri protagonisti del crac, rimasti non imputati, hanno trasferito i loro beni a familiari o terzi, grazie a diversi atti notarili previsti dal codice civile».

In pratica si sono presentati dal notaio, come fa un semplice cittadino?
«Sì».

Ma allora può spiegare sul piano giuridico che cosa è una azione revocatoria?
«L’azione revocatoria, che mira a recuperare i beni usciti con frode dal patrimonio del debitore in danno del creditore, non è una procedura semplice. Le condizioni che rendono percorribile tale sentiero sono ardue da dimostrare. Tale procedura è subordinata a molteplici condizioni e presupposti che ne rendono difficile il buon esito. La revocatoria presuppone un atto illecito, e temo che sul punto si debba attendere l’esito del procedimento penale che verte proprio sulla condotta illegale degli imputati, destinatari delle revocatorie civili».

C’è qualche aspetto che la lascia perplessa?
«Francamente, mi lascia perplessa il fatto che le vittime di questo crac bancario si vedano oggi costrette a pagare queste costose azioni giudiziarie, quando doveva essere in primo luogo la Procura a provvedere in tal senso, con velocità e tempismo, prima che i beni sparissero. Non vi è stata neppure alcuna forma di carcerazione né arresti domiciliari. Questi avrebbero evitato inquinamenti probatori e continui spostamenti anche all’estero degli indagati. I quali sono stati lasciati liberi di fare ciò che volevano».

Che cosa le viene in mente alla luce della sua esperienza professionale?
«Ho fatto per quindici anni il giudice all’ufficio indagini preliminari e dalla Procura, per procedimenti anche meno importanti del crac della BpVi, ricevevo immediate richieste di sequestri, di carcerazioni, di importanti atti investigativi e cautelari che tutelavano le parti offese, proprio per impedire comportamenti fraudolenti degli indagati. Spesso si chiedeva di congelare cautelativamente beni e patrimoni. Ricordo importanti operazioni di polizia giudiziaria a carico di orafi, conciari, grandi imprenditori e società. Ho appreso che le vittime della banca hanno chiesto al giudice civile la dichiarazione dello stato d’insolvenza della banca medesima, istanza che poteva essere propugnata d’ufficio dalla Procura di Vicenza, come è avvenuto a Treviso per Veneto Banca. Anche di questo non comprendo la spiegazione».

Perché?
«Perché ne può scaturire un processo per bancarotta, i cui reati sono di una certa gravità e di prescrizione non breve. Ma le mie sono tutte riflessioni, non conosco gli atti. Vedremo in futuro i fatti».

Poche ore fa è stato eseguito un sequestro di 106 milioni di euro per ordine del Gip, su richiesta della Procura di Vicenza, qualcosa si muove?
«Ma, scusi, sono trascorsi circa tre anni dall’avvio delle indagini, e solo adesso viene eseguito un sequestro, peraltro preparato nel 2017, su denaro della Banca Popolare di Vicenza, giacente in un conto bancario. Un sequestro per un illecito amministrativo della Banca, non eseguito sui patrimoni del già amministratore Samuele Sorato e del già vicedirettore generale Samuele Giustini, accusati nel provvedimento del reato di ostacolo alla Vigilanza, un reato che è tutto da dimostrare, visto che è emersa la consapevolezza di Bankitalia e Consob di quanto avveniva nella Banca di Vicenza, dove venivano assunti loro ex funzionari. Restano intoccabili i patrimoni dei singoli responsabili».

Di recente sui quotidiani nazionali ha avuto molta eco la notizia dell’allontanamento dalla magistratura deciso da Consiglio di presidenza della giustizia amministrativa, organo di autogoverno dei magistrati Tar e Consiglio di Stato rispetto al magistrato Francesco Bellomo. Le è sembrata una decisione dovuta e soprattutto celere?
«Mi sembra che la vicenda del giudice Francesco Bellomo, da quanto ho appreso dalla stampa, sia di particolare gravità e discredito per la magistratura. Noto che la destituzione di Bellomo è stata decisa dall’organo di controllo dei giudici amministrativi, rango al quale apparteneva appunto Bellomo. Penso sia stata una decisione obbligata, anche a fronte del grande clamore del caso, nonché delle tante denunce di parti lese. Sarei stata curiosa di vedere che cosa avrebbe fatto il Consiglio superiore della magistratura, se la sanzione su Bellomo fosse stata di sua competenza. Tra l’altro, proprio Bellomo è il magistrato che nel 2011 in qualità di relatore scrisse e firmò un parere del Consiglio di Stato che rigettò il Ricorso Straordinario contro le mie dimissioni. E c’è un fatto sconcertante da considerare».

Quale?
«Quel parere conteneva un macroscopico errore. Il relatore Francesco Bellomo infatti scrisse che la sottoscritta non aveva tempestivamente depositato agli atti iniziali del ricorso straordinario ben due atti di revoca delle dimissioni, circostanza non vera. Capirà come io mi possa sentire oggi perché quelle due revoche invalidavano le mie dimissioni. Non potei fare appello, il ricorso era terminato. È da allora che mi rivolgo continuamente al Guardasigilli e al Csm perché provvedano a rimuovere questo clamoroso errore giudiziario che mi impedisce di riprendere la toga e lavorare; è ancora pendente una ennesima istanza».

Dottoressa lei dice che Bellomo era il relatore di quel collegio. Ma chi lo presiedeva?
«Alessandro Pajno».

Quell’Alessandro Pajno la cui nomina a capo del Consiglio di Stato nel 2015 fu decisa di getto dal governo Renzi bypassando l’abituale procedura tanto da scatenare un putiferio mediatico?
«Sì proprio lui. Non ho parole. Non aggiungo altro».

Lei da tempo chiede di essere reintegrata in magistratura. In diverse circostanze lei ha spiegato che dopo le richieste di rinvio a giudizio per Zonin, tra 2005 e il 2008, lei è stata «massacrata» e che nei suoi confronti ci fu un vero e proprio «editto bulgaro». Può spiegare nel dettaglio perché? Quali sono i punti salienti della sua vicenda? E in quest’ultima che cosa l’ha amareggiata di più?
«Guardi posso dire che sono stata oggetto di un’autentica persecuzione che, alla fine, mi ha indotto a dare le dimissioni, in preda alla solitudine e alla disperazione. Quelle dimissioni, tuttavia, furono formalmente nulle perché da me revocate più volte. Fu un periodo di sofferto travaglio, per cui oscillavo tra il desiderio di andarmene indignata per le iniziative illegittime che ero costretta a subire, e la volontà di reagire e non crollare di fronte a tanto accanimento».

E poi che è successo?
«È iniziato così un lungo calvario di ricorsi per impugnare quelle dimissioni e ogni volta sono stati respinti, non considerando gli atti di revoca. Per scendere nel dettaglio, le delibere del Csm del 23 luglio e 10 dicembre 2008, delibere di accettazione delle mie dimissioni, sono state rese inefficaci con ripetute revoche delle mie dimissioni il 28 luglio 2008, il 26 novembre ed il 22 dicembre 2008. Si tratta di revoche che sono intervenute prima del decreto finale del Ministro della Giustizia che peraltro mi è stato trasmesso soltanto con due fax del 30 gennaio 2009 e del 3 febbraio 2009».

Che cosa ne ricava?
«Mi pare evidente ciò che ho patito. E invece sono quasi dieci anni che chiedo inutilmente di riprendere il mio lavoro. Il tutto mente in Italia scontiamo una grave carenza di organico e continui concorsi per reclutare nuovi magistrati. Dal 2015, coloro che hanno patito il crac della Banca Popolare di Vicenza chiedono a gran voce il mio rientro in servizio. Lo stesso fanno da tempo associazioni e persino partiti politici. Penso abbiano ricordato la mia serietà, la mia efficienza, il fatto che fossi stimata e apprezzata per la mia autonomia e indipendenza, come quando a muso duro respinsi l’archiviazione per Gianni Zonin. Tanto che proprio nel 2017 ho chiesto per l’ennesima volta al Ministro della Giustizia e al Consiglio Superiore della Magistratura che dichiarino la nullità̀ delle mie dimissioni, con il mio conseguente rientro in servizio. Sono quasi sei mesi che sto aspettando una risposta».

E come trova questa attesa?
«Inquietante».

Carreri, in un regime democratico uno dei pilastri imprescindibili della costruzione civile è lo Stato diritto, ovvero quella condizione per cui chiunque è sottoposto alla legge. Le vicende di malaffare che da anni sferzano il Veneto hanno, secondo lei, almeno de facto, messo in discussione se non in crisi, questo assioma? Se sì, perché?
«La sensazione diffusa nell’opinione pubblica è che vi sia stato un trattamento benevolo nei confronti dei protagonisti del crac delle banche venete, che le indagini non siano state così incisive ed efficaci. In effetti, non c’è stato ancora un risarcimento delle vittime, nessuna condanna. Questa vicenda riguarda personaggi con potenti reti di protezione, come hanno denunciato tanti giornalisti d’inchiesta».

E a questo punto?
«In questi casi bisogna avere una magistratura molto decisa, coraggiosa, preparata professionalmente. Non è in crisi lo Stato di diritto, le leggi ci sono tutte, basta applicarle con fermezza, senza farsi intimidire. Se però la magistratura non riesce a dare una risposta efficace, crolla la fiducia nelle istituzioni. E questo è grave».

Sono vere le voci per cui lei starebbe scrivendo un nuovo libro? Su che argomento?
«Sto preparando la seconda edizione del libro “Non c’è spazio per quel giudice”, arricchita di oltre cento pagine sulla Banca Popolare di Vicenza. Vi sono i più recenti sviluppi del crac bancario, con notizie clamorose e inedite, compresa la vicenda della Commissione parlamentare d’inchiesta. Il libro sarà pubblicato non appena arriva la decisione da Roma in merito al mio rientro in servizio. Tale decisione sarà commentata nel libro e lo concluderà per sempre».

L’argomento è complesso, o no?
«Sì, ma la gente ha diritto di sapere, di capire come si dipanano vicende del genere».

Quella decisione secondo lei sarà un inizio o una fine?
«Vedremo».

E dunque?
«Al di là di tutto, l’annullamento delle mie dimissioni avrebbe un grande significato, penso che sia il momento di un gesto di pacificazione e riconciliazione da parte dello Stato nei miei confronti. Ho chiesto anche una revisione disciplinare, ho subito una sanzione mai vista solo perché avevo messo sotto sforzo la schiena con alcune benefiche attività sportive, svolte in periodo feriale. Da oltre dieci anni, la Suprema corte di cassazione, sezione lavoro, afferma costantemente che non si può infliggere alcuna censura al lavoratore che svolga delle attività sportive che non siano incompatibili con le sue patologie e che non ostacolino il suo rientro in servizio, come è avvenuto esattamente nel mio caso. Dunque, convivo dal 2007 con una condanna disciplinare che è smentita in modo radicale dal massimo giudice di legittimità: la Corte di cassazione. Lascio ad altri ogni commento».

Dottoressa lei si dice molto rammaricata. Però in questi mesi ha avuto anche molte attestazioni di stima. Vero?
«Sì senza dubbio. Infatti colgo ogni occasione possibile per ringraziare pubblicamente le tantissime persone che mi sono vicine in questo difficile periodo in cui sto ultimando le mie battaglie per avere giustizia. Ringrazio per le affettuose e accorate lettere, per i messaggi di forte incoraggiamento che ricevo. Ringrazio di tutto ciò, non solo la gente comune, ma anche le forze dell’ordine che ora mi sostengono, quasi a volermi proteggere. Ho sempre servito lo Stato con dedizione, sono pronta a indossare di nuovo la toga con la passione e il coraggio di sempre. Adesso lo farei non solo per me, per la mia dignità così profondamente ferita, ma anche per la gente che mi è accanto con tanta sensibilità e generosità. Ringrazio davvero tutti. Queste battaglie vanno condotte tutti assieme. Assieme ne condivideremo i risultati». Marco Milioni Alganews.it

BANCA MARCHE -Spunta la candidata leghista moglie dell’imprenditore che ha “sofferenze” verso Banca Marche

Giorgia Latini appartiene alla famiglia del Gruppo Santarelli Costruzioni Srl che deve 116 mila euro all’Istituto. Oltre la propaganda, la contraddizione di Salvini

Spunta la candidata leghista moglie dell'imprenditore che ha 'sofferenze' verso Banca Marche

Salvini dalla parte dei cittadini spremuti dal bail in? A parole e a slogan sembrerebbe di sì, ma non mancano le contraddizioni. “A noi interessa andare al governo per restituire i soldi agli italiani che sono stati truffati. Siccome l’Italia ha dato 60 miliardi di euro all’Europa, per salvare le banche degli altri, noi andiamo in Europa a riprendcerci i soldi e restituirli agli italiani truffati”. Questa frase pronunciata dal leader leghista un anno fa a Tgcom 24 viene oggi richiamata dal Fatto quotidiano che nota l’incongruenza: da una parte Salvini fa il salvatore dei diritti dei risparmiatori, dall’altra candida Giorgia Latini. 

Chi sia è facile da scoprire. La capolista nel collegio Marche-sud sarà Giorgia Latini, attuale assessora alla Cultura del comune di Ascoli Piceno, moglie di Felice Santarelli, ad di Inergia del Gruppo Santarelli Costruzioni Spa presieduto dal padre Pietro “azienda che figura ai primi posti nelle liste delle sofferenze (i crediti che non si riescono a recuperare) di Banca Marche sfiorando i 116 milioni di euro”, scrive il giornale diretto da Travaglio. Che poi spiega che il finanziamento viene erogato nel perido di Massimo Bianconi, per l’acquisto dell’ospedale Umberto I dalla regione Marche. Il debito della Santarelli costruzioni è finito nelle cosiddette sofferenze di Banca Marche “dopo un fallito tentativo di ristrutturazione”. 

Questione di opportunità

Poi, scrive ancora Il Fatto, “prima che la banca venisse inglobata in Ubi Banca, con buona pace dei risparmiatori truffati, assieme agli altri crediti di incerta esigibilità, è stato acquistato dal Fondo Atlante”. Latini era stata candidata nelle liste delle comunali di Ascoli. Salvini fiutò l’ opportunità, ma venne spinta da Berlusconi che la volle in lista a tutti i costi. Oggi il suo nome ricompare.

E fa parlare di sé anche per un altro motivo: un post scritto su Facebook a poche ore dalla tenstata strage fascista di Macerata. Lei scrisse: “Sparatoria in pieno centro a Macerata di mattina. Fermiamo questa barbarie, più sicurezza nelle nostre città di provincia che erano il simbiolo del buon vivere. Vogliamo che tornino la tranquillità e la serenità che hanno sempre caratterizzato questi luoghi #piusicurezza #salvinipremier”. Il post è stato cancellato dopo poche ore. Qualcuno deve averle detto che Luca Traini, l’uomo che stringeva in mano la pistola e premeva il grilletto, era stato candidato con la Lega alle ultime comunali di Corridonia ed è un fervente seguace di Salvini. (REDAZIONE TISCALI)

WALL STREET VOLATILE? INFLAZIONE E PIENA OCCUPAZIONE IMMAGINARIE. “L’AVVERTIMENTO”

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1. Mentre stiamo scrivendo questo post non sappiamo ancora come andrà la seduta odierna a Wall Street (anche se per ora pare stia recuperando benone) e, quindi, non abbia conferma del fatto se il rimbalzo di ieri significhi definitivo riassorbimento della correzione al ribasso (la Borsa di Tokyo oggi ha arrestato le perdite rimanendo su un leggero segno positivo).
Capirete bene perché un crollo borsistico a epicentro USA (e propagato al Giappone e poi all’intera €uropa) sia un fatto importante: non c’è molto da disquisire.
Il ripetersi di un fenomeno comparabile (se non di dimensioni superiori) a quello del 2007-2008, significherebbe recessione negli Stati Uniti, a cominciare dalla contrazione repentina dei consumi nel paese maggior consumatore del mondo, e perciò della sua produzione/occupazione, con la drastica conseguente riduzione delle importazioni che costituiscono una parte importante della domanda dei beni esportati dall’eurozona; una domanda su cui, quest’ultima, punta in modo decisivo per la propria crescita, non senza un’evidente propensione a rendersi dipendente dal modello export-led e quindi da shock esterni.
2. Da notare che già la recente ed incrementata rivalutazione dell’euro rispetto al dollaro, variamente attribuibile all’atteggiamento dell’attuale amministrazione USA (qui, l’ultimissima puntata di questa guerra valutaria fatta di dichiazioni e minacciosi sottintesi), poneva in pericolo il rigido modello export-led dell’eurozona a conduzione tedesca.
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2.1. Basti dire che, come nel periodo seguito al caotico biennio 2007-2008 (e, pur con varie oscillazioni, protrattosi fino al provvidenziale whatever it takes e, ancor più, al QE competitivo-svalutativo…), il dollaro subirebbe prevedibilmente un’ulteriore e aggiuntiva spinta alla svalutazione sull’euro, in caso di nuova recessione da scoppio della neo-bolla finanziaria
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2.2. Questo doppio pericolo (tutt’ora) incombente, pone naturalmente a rischio la tenuta dell’eurozona: ed infatti, mentre fino a livelli ancora non raggiunti, l’euro (pur apprezzandosi) rimarrebbe sottovalutato per la Germania (e per l’Olanda, in verità), per il resto dei paesi dell’eurozona sarebbe una moneta sempre più iper-valutata rispetto ai propri fondamentali effettivi, e per di più, ciò, unito alla recessione importata da oltreoceano, indurrebbe le istituzioni Ue a imporre un violento inasprimento dell’austerità fiscale, che è l’unico sistema di aggiustamento istituzionalizzato, in un’area che la German Dominance costringe a esseremercantilista.
Politicamente, questa combinazione non sarebbe controllabile dai governi filo-€uropeisti “ad ogni costo” che cercano, oggi, di rassicurare elettorati sempre più spaventati dalla disoccupazione e dall’impoverimento di massa, raccontando di una solida ripresa strutturale dell’eurozona.
3. Ora, la spiegazione dell’attuale crisi azionaria – o forse “mera correzione”- ci viene offerta, in Italia (riportando pedissequamente le fonti dei big-media anglosassoni) come causata dal timore per l’inflazione in rialzo, a sua volta legata alla temuta crescita dei salari, innescabile (non innescata in termini attuali!) dal basso livello di disoccupazione negli USA.
Il surriscaldamento inflattivo di tale economia sarebbe pure denotato dalla crescita dei rendimenti dei treasury bonds decennali, e dalla connessa crescente aspettativa di un aumento dei tassi da parte della Fed che, secondo un noto meccanismo, renderebbe nervoso il mercato azionario (in cui i rapporti price/earnings sono già al limite del livello di sicurezza).
Su questo terrore preventivo per l’inflazione-piena occupazione si diffondono i media italiani, dandolo per scontato: mi limito a rinviare sul punto a quanto illustrato su Iceberg Finanza.
4. Questa interpretazione però non regge a un obiettivo esame dei dati relativi a inflazione e livelli di occupazione e salariali negli USA.
E non solo non regge in una retrospettiva a breve termine, ma neppure se si volessero scorgere dei segni di aspettativa razionalmente giustificata su un’evoluzione (degli investimenti nell’economia reale e del mercato del lavoro) altamente probabile, cioè un’aspettativa che i mercati finanziari potrebbero comprensibilmente “scontare”.
Basti vedere come, pur in piena era Trumpanzitutto, l’inflazionenon dia segni consistenti di risveglio, quantomeno in termini di target della Fed (anch’esso posto al 2%). Parrebbe proprio che la tendenza strutturale, come pure la (presunta) efficacia dei rialzini dei tassi già avvenuti, mantengano l’inflazione, al “centesimo”, entro valori di assoluta sicurezza, con un trend addirittura a media decrescente nel corso del 2017:
https://d3fy651gv2fhd3.cloudfront.net/charts/united-states-inflation-cpi.png?s=cpi+yoy&v=201801121351v
5. Certo il tasso di disoccupazione, anche scontando il dato U6 (di cui abbiamo tanto parlato), risulta diminuito.
Ma ciò implica, come potete constatare dal grafico sottostante, tutt’al più un ritorno ai livelli di occupazione ante crisi del 2007-2008:
https://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/9/9e/US_unemployment_rates_U3_and_U6.png
5.1. Con un piccolo inconveniente però…Che la popolazione inattiva, così come in Italia, è notevolmente aumentata; e ciò significa, dunque, non che i cittadini americani vedano concretamente crescere i propri redditi da lavoro (come starebbe in assunto scontando il mercato azionario), potendo i lavoratoti esercitare la tipica pressione di chi può scegliersi la più vantaggiosa tra molteplici occasioni di lavoro, ma, al contrario, che sempre più persone in grado di lavorare ritengono di non avere alcuna scelta e, quindi, a maggior ragione, alcun potere contrattuale nell’accettare o meno il salario offerto (sempre più spesso al minimum wage). 
Ecco la statistica detta dello “shadow unemployment (si includono lavoratori che effettivamente sono disposti a lavorare, per esigenze di sussistenza, ma che non figurano nelle rilevazioni perché pagati “in nero” o in natura; quali pensionati incapienti e disoccupati di lungo corso che vengono retribuiti con paghe indeterminate, quando capita, e/o con vitto e alloggio, per lavori manuali) indicando che le già contestatissime statistiche ufficiali, non gettano luce sulla reale dimensione della disoccupazione e della sotto-occupazione, cioè deiworking poors. Come si vede, l’andamento della “shadow” è ampiamente divergente dai dati (persino) relativi a U6:
https://i2.wp.com/www.shadowstats.com/imgs/sgs-emp.gif
6. D’altra parte, lo stesso ridotto tasso di popolazione attiva, conferma l’esistenza di questa disoccupazione occulta e di sussistenza e che non accenna minimamente a diminuire in questi tempi di presunta ripresa (inflazionistica!):
http://static5.businessinsider.com/image/58b6e38101fe586a018b7195-1200
7. Ma un’evidente conferma della irragionevolezza di un’aspettativa relativa ad una crescente inflazione connessa ad una rilevante crescita dei salari – e quindi al presunto agire di un meccanismo per cui avvicinandosi alla piena occupazione i lavoratori, in media, possano pretendere di essere meglio pagati- l’abbiamo dal sottostante grafico tratto da Zerohedge-Bloomberg
Ci mostra come pur diminuendo la disoccupazione, non decrescano allo stesso modo le insolvenze relative a tutte le forme di credito al consumo
Il che pare un sintomo decisivo nell’indicare salari non solo stagnanti ma anche insufficienti a sostenere la domanda/spesa senza l’accumulo di debiti e di rischio finanziario (che poi viene impacchettato e rivenduto sui “mercati” con vari strumenti derivati, mettendo la cenere della sotto-occupazione e dei salari stagnanti sotto il tappeto):
https://www.zerohedge.com/sites/default/files/images/user230519/imageroot/2017/10/11/2017.10.11%20-%20UBS%201.JPG
8. Arriviamo quindi al dato definitivo.
Sempre Zerohedge (in questo efficace a invitare i lettori a non “bersi” le immaginifiche versioni ufficiali), ci ragguaglia sui dati appositamente forniti da Goldman Sachs; il che già dovrebbe indurre a porsi delle domande sulle vere ragioni dell’attuale flessione azionaria…
Si tratta proprio della famigerata “quota salari” rispetto al reddito prodotto dal settore delle imprese private.
La quota di reddito prodotto dalle imprese non agrarie, corrisposto ai lavoratori dipendenti è scesa del 6% dal 1999 fino all’attuale 56%, mentre i margini dei profitti corporate hanno continuato a salire
9. Questo insieme di dati è perfettamente coerente col principale dei fatti socio-istituzionali che caratterizzano gli USA: il capitale è libero e mobile e, soprattutto, finanziarizzato e a ciò corrisponde la sostanziale distruzione della tutela sindacale (qui, p. 10); il welfarepubblico praticamente non esiste (ci sono i “buoni pasto”…) e la capacità di resistenza dei disoccupati alla deflazione salariale, in assenza di salario indiretto (sanità pubblica) e salario differtio (previdenza pubblica) è marginaleil mercato del lavoro è perfettamente flessibile, cioè la libertà di licenziamento è pressocché illimitatalo stesso orario di lavoro può essere compresso, a parità di paga oraria, a piacimento e l’unico limite alla deflazione salariale è il “salario minimo” che certo non segue, nei suoi adeguamenti, l’aumento della produttività nominale (negli USA e ovunque); anzi, abbiamo visto come il salario minimo spiazzi gli investimenti verso i servizi labor-intensive a bassa retribuzione a scapito di quelli capital-intensive, determinando un’ulteriore impoverimento sociale ed incentivando la dequalificazione della forza lavoro, cioè la dispersione del capitale-conoscenza.
https://i1.wp.com/www.massbudget.org/reports/images/836/image1.png
10. Ma la deflazione salariale di massa, insita nella fine della mobilità sociale, era già comunque insita nella dequalificazione “obbligata” dovuta all’insostenibile costo dello studio universitario per i figli della middle class (le insolvenze degli students loans sono in vertiginosa crescita e solo il sostegno finanziario statale, – ma “opaco e a singhiozzo”-, attenua una sostanziale forma di neo-schiavitù da debito):
https://i1.wp.com/wallstreetexaminer.com/wp-content/uploads/2017/05/Screen-Shot-2017-05-21-at-20.01.53.png
https://mishgea.files.wordpress.com/2017/02/debt-composition-2017-02-16.png?w=640&h=449
Insomma, nella realtà vera, e non in quella immaginata dai neo-liberisti che controllano militarmente la “descrizione della realtà” (che è tutt’altra cosa…mediatica), non c’è modo che si possa verificare un aumento delle retribuzioni tale da giustificare razionali aspettative di aumento salariale: semplicemente perché, dato il quadro ideologico-istituzionale delineato, la condizione di pieno impiego è pura statistica “ufficiale”.

a qualsiasi successo di Trump nel dare una spinta fiscale sarà contrapposto un ulteriore aumento dei tassi. 

E questo non è ciò che il mercato voleva sentire…
11. Dunque, il pallino è tutto e solo nelle mani della Fed (che talora preconizza, in preda all’angoscia, soluzioni fantasiose), per quanto la dinamica del nascondere sotto il tappeto il debito PRIVATO sub-prime, da sotto-occupazione e sotto-capacità di consumo, sia difficile da arrestare per sempre.
Cioè si tratta di difficili equilibri tra diverse esigenze contrastanti; quella di impedire che la bolla finanziaria si gonfi a livelli incontrollabili ove mantenuti gli attuali livelli dei tassi (e cioè dell’indebitamento per gli acquisti al casino, allo scoperto e magari in carry trade) e quella, opposta, di impedire che la bolla attuale scoppi alzando eccessivamente i tassi. A ben vedere, si tratta di una lotta interna a fazioni del capitalismo finanziario, cioè di una contesa politica tra elites, che si accompagna al paradigma della banca centrale indipendente (dagli interessi democratici del popolo americano). 
Diciamo che è stato lanciato un “avvertimento” da parte di chi non vuole sostanziosi aumenti dei tassi e, al tempo stesso, ha comunque difficoltà a “rientrare” dalla propria posizione debitoria (considerata al di sopra delle leggi, economiche e dello Stato); e, last but not least,non ha interesse ad un eccessiva svalutazione del dollaro, essendo “cosmopolita”.
Questa (mini?) crisi azionaria, almeno nel quadro di questi giorni, risulta quindi più riguardare le forze pro e contro Trump e gli assetti di dominio oligarchico ad esse legati.
Poi, i conti da pagare arriveranno comunque. Ma è una storia che deve ancora iniziare…

ADDENDUM: comprendo le precisazioni e la spiegazione che hanno suggerito taluni commenti.
Tuttavia, mi pare che per confermare e meglio focalizzare il punto sollevato nel post, sia utilequesto post di Zerohedge che parla proprio della correlazione tra attuale correzione, futuro (inevitabile) atteggiamento delle Banche centrali e…”la vera tempesta” prossima ventura. Mi perdonerete se non traduco i brani selezionati: 

Trader: “Stock Slump Clears The Decks For The Real Storm”

The near 7% tumble in the S&P 500 Index from its record high has been termed a “healthy correction” by so many that it’s practically a cliche by now. But as short-volatility trades clear out, a swathe of speculative and leveraged positions will have been removed.
Retail investors will also have had the fear of the gods put in them: clients at TD Ameritrade had boosted equity allocations for 11 straight months through December, pushing the brokerage’s Investor Movement Index, which tracks client positioning, to a record.

And traders are unwinding positions at a time when liquidity is still abundant — the big three central banks are, on a collective basis, still expanding their balance sheets. Contraction probably won’t begin until October at the earliest, when the European Central Bank could end its asset purchases.
In addition, the shakeout comes at a time when the underlying economic fundamentals are solid — the world is still enjoying the glow of a synchronous expansion. The IMF less than three weeks ago boosted its global forecasts for 2018, seeing the fastest growth since 2011.
So even though the sell-off in stocks and bonds in recent weeks will end up being painful for many, it will build up some scar tissue for the far more serious challenge to come: coping with higher borrowing costs as the unprecedented balance-sheet unwind begins in earnest, removing a backstop for markets that’s been there for a decade now. (Orizzonti48.blogspot.it)

Immobiliare: Standard & Poor’s prevede soft landing in Europa, in Italia ripresa prezzi solo da quest’anno

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Soft landing sicuramente nel mercato immobiliare francese, ma non solo. In generale, l’atterraggio morbido interesserà l’Europa intera. E’ quanto emerge dall’analisi stilata da Standard & Poor’s.

“S&P Global Ratings Economists Say A Soft Landing Is In Sight For Europe’s Housing Markets” ovvero, “gli economisti di S&P Global Rating prevedono un soft landing per i mercato immobiliari europei”: è questo il titolo del report dell’agenzia di rating che analizza diversi mercati, tra cui quello italiano.

Particolare attenzione viene data alle condizioni monetarie, che “in generale rimarranno favorevoli in Eurozona, nel Regno Unito e in Svizzera”. Tuttavia, “i tassi di interesse hanno testato i minimi lo scorso anno e dovrebbero iniziare a puntare verso l’alto, comunque molto lentamente, nel 2018 e nel 2019″.

La tabella qui sotto è sufficiente a indicare come il mercato immobiliare italiano si sia confermato anche nel 2017, e a dispetto della ripresa dell’economia, la pecora nera in Europa. Nel 2017 (il riferimento è ai prezzi), i prezzi degli immobili italiani sono ancora scesi, segnando una contrazione dell’1%, ancora peggiore del -0,3% del 2016.

Le quotazioni torneranno a salire solo a partire da quest’anno (+0,6%), con un’accelerazione rialzista fino a +1,5% nel 2019 e del 2% nel 2020.

In generale, nel paese, “il divario tra la domanda e l’offerta dovrebbe colmarsi gradualmente, avendo come conseguenza un’ulteriore riduzione dei tempi di vendita e del calo dei prezzi, oltre a provocare un incremento del costo degli immobili”.

Immobiliare: soft landing in Francia, ma non solo

Altri mercati continueranno a presentare numeri in media decisamente più elevati, sia quest’anno, che nei prossimi due anni, ma il rallentamento in alcuni casi sarà evidente; in Francia, dopo il balzo +4% del 2017, la crescita dei prezzi sarà dimezzata negli anni 2018-2020.

S&P scrive: “Dopo un 2017 eccezionalmente forte riguardo ai volumi delle transazioni, il mercato è orientato a un soft landing, visto che l’accessibilità (alle case da parte dei potenziali acquirenti) continuerà a deteriorarsi”.

Praticamente, la difficoltà che diversi potenziali acquirenti francesi incontreranno nel loro desiderio di comprare una casa finirà per avere ripercussioni sulla dinamica dei prezzi, che rallenterà notevolmente il passo.

Frenata anche in Belgio, dove “il deterioramento dell’accessibilità agli acquisti di case e l’adozione di ulteriori misure prudenziali per limitare il leverage delle famiglie contribuiranno a rallentare l’inflazione rappresentata dai prezzi delle case”.

In Germania, “l’inflessione della domanda di abitazioni lascia prevedere una moderazione nella crescita dei prezzi, nonostante l’outlook economico solido.

In Irlanda, “la continua ripresa, la forza del mercato del lavoro, e la minore offerta di abitazioni faranno sì che i prezzi delle case rimangano elevati”.

Anche in Olanda, i problemi che si presenteranno dal lato dell’offerta e il ritmo veloce della crescita economica continueranno ad alimentare un forte aumento dei prezzi degli immobili.

L’outlook è positivo anche per i prezzi degli immobili del Portogallo, che saranno sostenuti da una “crescita economica robusta e dal miglioramento rapido nel mercato del lavoro”, oltre che dalla “domanda straniera e da problemi nell’offerta”.

Nel caso della Spagna, le “condizioni economiche solide manterranno alti i volumi delle transazioni, aiutando a ridurre le scorte di case invendute”.

In Svizzera, “l’economia più forte e i bassi tassi di interesse stanno sostenendo l’attività del mercato”. Tuttavia in questo caso alcuni fattori come le misure di regolamentazione e il basso livello di accessibilità all’acquisto di abitazioni stanno frenando i prezzi delle abitazioni.

Infine, nel Regno Unito, “i prezzi sconteranno le difficoltà legate alla Brexit, in particolare l’elevata esposizione di Londra al rischio Brexit”, oltre alla minore attività di buy-to-let (ovvero dell’acquisto di case con l’obiettivo di affittarle), dovuto all’imposta di bollo e al regime fiscale meno favorevole.

Italia: S&P su immobiliare e banche italiane

Sul mercato del mattone italiano, “le compravendite di immobili sono in aumento, al +5% nei dodici mesi a settembre 2017, nonostante il ritmo di crescita sia più lento rispetto a quello del 2016”, si legge nel report dell’agenzia di rating, che continua:

“Secondo la Banca d’Italia, tra gli altri segnali positivi registrati nel mercato immobiliare troviamo una riduzione dei prezzi ai quali i proprietari hanno accettato di venderei propri immobili, in media del 10,2% nel terzo trimestre del 2017, contro il 13% di un anno fa. Nello stesso periodo, anche il tempo medio necessario per vendere una proprietà di tipo residenziale è diminuito a 7,5 mesi dai 8,9 precedenti”.

Crescita del mercato immobiliare in Italia

“Il mercato delle abitazioni residenziali preesistenti è ancora in calo, con prezzi che hanno riportato una riduzione dell’1,3% su base annua nel terzo trimestre del 2017. Per il mercato delle nuove costruzioni, invece, la situazione è migliore, con i prezzi che hanno registrato un incremento dello 0,6% su base annua. Tuttavia, le nuove proprietà immobiliari rappresentano solo il 19% di tutte le compravendite del 2017, in calo rispetto al 34% del 2010. Gli investimenti in nuove soluzioni abitative si stanno riprendendo gradualmente, ma nel terzo trimestre del 2017 rimangono ancora quasi del 30% inferiori rispetto alla percentuale registrata 10 anni fa. In generale, stimiamo che nel 2017 i prezzi delle case nel mercato immobiliare italiano siano calati dell’1%”.

Sulle banche, nello stesso report di S&P si legge che “le banche italiane hanno fatto progressi nel risanare i propri bilanci, ma il livello di nonperforming exposure (NPE)resta ancora elevato – secondo le nostre stime, a fine 2017 lo stock rappresentava il 17% dei prestiti alla clientela privata – ostacolando la creazione del credito. Il credito ipotecario resta ancora moderato, con una crescita netta dei prestiti stabile al 2% su base annua, nonostante il fatto che ad ottobre i tassi di interesse – ai minimi storici – siano scesi sotto la soglia del 2%. Questo riflette i più restrittivi criteri di accesso ai prestiti e le più basse valutazioni dei nuovi mutui, rispetto a quelli già in essere e sottoscritti nel momento in cui i prezzi del mercato immobiliare avevano raggiunto il picco”.

Guardando al futuro, S&P stima una crescita del Pil italiano pari a +1,5%, “grazie a migliori condizioni del settore bancario, alla continua e robusta espansione a livello globale e nazionale e al miglioramento del sentiment. Condizioni economiche più favorevoli e bassi tassi di interesse dovrebbero da un lato supportare la domanda nel mercato immobiliare e, visto il livello contenuto degli investimenti in ambito residenziale, ridurre anche l’eccesso di offerta dall’altro”.

Ovviamente, c’è l’incertezza legata alle elezioni politiche del prossimo 4 marzo. Incertezza confermata da S&P, che parla di “potenziali ripercussioni sull’economia e sul mercato immobiliare” mentre, “nel medio termine, le prospettive sulla crescita dipendono dell’efficacia con la quale il nuovo governo riuscirà a implementare ulteriori riforme”. (Laura Naka Antonelli Finanzaonline.it)