LA CRESCITA … CHE NON C’E’: SIAMO DI POCO AL DI SOPRA DEL VENEZUELA, MA DOBBIAMO SEMPRE RINGRAZIARE RENZI, PADOAN E CALENDA

Cari amici

eccovi un breve grafico tratto dalla rivista “The economist” pubblicato questa settimana dove viene presentata una classifica mondiale delle crescite previste nel 2018.

L’Italia è fra gli ultimi posti per crescita mondale. A crescere più lentamente di noi ci sono paesi come il Venezuela di Maduro , la Coread del Nord di Kim, Puerto Rico, distrutto dalle tempeste tropicali e da ricostruire da zero, la Gunea Equatoriale scossa dalle rivoluzioni, il Brunei duramente colpito dal calo del petrolio, così come l’Arabia Saudita.

Chiaramente le crescite più elevate sono appannaggio di paesi in via di sviluppo, ma noi cresciamo la metà rispetto alla media mondiale, e molto al di sotto di paesi avanzati come Russia, Francia , Canada, USA e , ovviamente , Germania.

La situazione è anche peggiore se consideriamo gli ultimi dati del Fondo Monetario Internazionale 

La crescita per il 2018 prevista da FMI è del 1,4 molto inferiore a quella dell’area euro (2,2%) e delle economie avanzate, (2,3%), per non parlare delle economie avanzate (3,7%). Però il peggio è che le previsioni per il 2019 vedono un peggioramento del divario, con l’Italia che cresce solo del 1,1%, mentre la media euro è del 2% , quella dei paesi avanzati è del 2,2% e quella mondiale resta invariata al 3,7%.

Ci si chiede realmente dove siano tutti i successi così decantati dai governi degli ultimi 5 anni, dai vari Renzi, Padoan, e Calenda, perch’è non solo l’italia cresce meno, ma perfino rallenta. Probabilmente le previsioni contengono già le strette fiscali che saranno imposte da Leuropa.

Eppure queste persone sono perennemente a predicare in TV…

Fabio Lugano scenarieconomici.it

Briatore condannato a 18 mesi in Appello per reati fiscali

Per l’attività di noleggio dello yacht Force Blue.

Flavio Briatore © ANSA
Flavio Briatore © ANSA

La Corte d’appello di Genova ha condannato a 1 anno e sei mesi Flavio Briatore accusato insieme ad altre quattro persone di reati fiscali legati al noleggio dello yacht Force Blue che fu sequestrato dalla GdF nel maggio 2010 al largo della Spezia mentre a bordo c’era la moglie Elisabetta Gregoraci, il figlioletto e una ventina di membri dell’equipaggio. Il Pg aveva chiesto 4 anni di reclusione. In primo grado era stato condannato a un anno e 11 mesi con la condizionale ed era stata disposta la confisca dello yacht.

Secondo l’accusa, Briatore e gli altri quattro imputati avrebbero usato il megayacht per uso diportistico in acque territoriali italiane dal luglio 2006 al maggio 2010 senza versare la dovuta Iva all’importazione per 3,6 milioni di euro. Inoltre avrebbero indicato l’uso di carburante come esente dalle accise mentre doveva essere soggetto a imposte, e avrebbero emesso fatture per operazioni inesistenti. I giudici di secondo grado hanno condannato a 1 anno e sei mesi anche il comandante dello yacht, Ferdinando Tarquini. Condannata sempre a 1 anno e sei mesi una degli amministratori della Autumn Sailing Limited, proprietaria del megayacht, Dominique Warluzel. Per Maria Pia De Fusco, amministratrice fino al 2008, i giudici hanno pronunciato sentenza di estinzione del reato per prescrizione. Confermata l’assoluzione di un altro amministratore, Laurence Eckle Teyssedou.

Confermata anche la confisca del Force Blue che potrà navigare solo con amministratore. Il pg aveva chiesto, oltre alla condanna a 4 anni per Briatore, 3 anni e 8 mesi per il comandante dello yacht Ferdinando Tarquini (condannato a un anno e 11 mesi in primo grado con la condizionale), 2 anni e 6 mesi per Dominique Warluzel (condannato un anno e 11 mesi in primo grado con la condizionale) e 2 anni per Maria Pia De Fusco che in primo grado è stata condannata al pagamento di una multa di 7 milioni di euro. Il pg aveva anche chiesto l’applicazione dell’aggravante della transazionalità del reato in accoglimento dell’appello dei pm in quanto sarebbero stati utilizzati collaboratori che lavoravano in diversi Paesi stranieri.

“Prendiamo atto della decisione dei giudici e ricorreremo in Cassazione. Siamo certi dell’innocenza del signor Briatore”. Lo ha detto l’avvocato Massimo Pellicciotta che insieme al collega Fabio Lattanzi difende l’imprenditore.(ansa)

 

Briatore: “In Cassazione dimostrerò di essere innocente”

Dopo la condanna in secondo grado per lo yacht, l’imprenditore trattiene lo sfogo contro i giudici: “Quando usciremo dal Tribunale di Genova sarà più facile chiarire i fatti”

Il Force Blue di Flavio Briatore

 

Flavio Briatore risponde a Montecarlo, dove si occupa della gestione di uno dei suoi locali. Ha poca voglia di parlare ma nessuna di arrendersi. Con i suoi avvocati, comunque, ha già concordato che la battaglia con la giustizia si dovrà combattere fino alla fine. L’ultimo scontro in Cassazione è atteso con fiducia, ma per ora il tono di voce è più basso del solito: «Come sono andate davvero le cose l’ho già detto più volte», taglia corto. «Col ricorso in Cassazione usciremo finalmente dal Tribunale di Genova e magari riusciremo a dimostrare davvero come stanno i fatti». Lo sfogo contro i giudici che era facile aspettarsi da Briatore questa volta è sibillino. «Sto bene, sia chiaro, sono fiducioso».  

 

 

Briatore mentre scende dal suo yacht  

 

La vicenda giudiziaria sul suo yacht Force Blue si trascina oramai da quasi otto anni. Poco prima dell’estate del 2010 venne sequestrato dalla Guardia di finanza al largo di La Spezia. A bordo quel pomeriggio c’erano la ex moglie di Briatore, Elisabetta Gregoraci, il figlio ancora piccolo e una ventina di membri dell’equipaggio.  

 

 

Gli interni del Force Blue  

 

Sui viaggi del Force Blue, le Fiamme gialle avevano indagato per diversi anni, a iniziare dal luglio del 2006. Il lussuosissimo panfilo (poco meno di 65 metri di lunghezza) era registrato come un’imbarcazione utilizzata per noleggio e charter, ma quella secondo i finanzieri era soltanto una strategia per evadere le imposte. Perché nella realtà, stando sempre all’accusa, lo yacht era utilizzato per normale diporto e il suo armatore (cioè Briatore) avrebbe dovuto versare imposte per più di tre milioni e mezzo di euro. Col processo di primo grado, che a Briatore era costato una condanna a un anno e undici mesi, era scattata anche la confisca e ora il Force Blue può navigare soltanto col permesso dell’amministratore nominato dal tribunale.  

 

La sentenza di secondo grado, oltre alla condanna a un anno e sei mesi, conferma anche la confisca del panfilo. «Il quale – fa notare Flavio Briatore – continua a fare la stessa attività di sempre».  (Nicola Pinna La Stampa)

Flavio Briatore condannato anche in appello per il caso dello yacht Force Blue

Flavio Briatore condannato anche in appello per il caso dello yacht Force Blue

La Corte d’appello di Genova ha inflitto 1 anno e sei mesi all’imprenditore accusato insieme ad altre quattro persone di reati fiscali legati al noleggio della barca che fu sequestrato dalla Guardia di Finanza nel maggio 2010. Il Pg aveva chiesto 4 anni di reclusione. La difesa: “Ricorreremo in Cassazione”La Corte d’appello di Genova ha condannato a 1 anno e sei mesi Flavio Briatore accusato insieme ad altre quattro persone direati fiscali legati al noleggio dello yacht Force Blue che fu sequestrato dalla Guardia di Finanza nel maggio 2010 al largo della Spezia mentre a bordo c’era la moglie Elisabetta Gregoraci, il figlioletto e una ventina di membri dell’equipaggio. Il Pg aveva chiesto 4 anni di reclusione. In primo grado era stato condannato a un anno e 11 mesi con la condizionale ed era stata disposta la confisca dello yacht.

Secondo l’accusa, Briatore e gli altri quattro imputati avrebbero usato il megayacht per uso diportistico in acque territoriali italiane dal luglio 2006 al maggio 2010 senza versare la dovuta Iva all’importazione per 3,6 milioni di euro. Inoltre avrebbero indicato l’uso di carburante come esente dalle accise mentre doveva essere soggetto a imposte, e avrebbero emesso fatture per operazioni inesistenti. I giudici di secondo grado hanno condannato a 1 anno e sei mesi anche il comandante dello yacht, Ferdinando Tarquini. Condannata sempre a 1 anno e sei mesi una degli amministratori della Autumn Sailing Limited, proprietaria del megayacht, Dominique Warluzel. Per Maria Pia De Fusco, amministratrice fino al 2008, i giudici hanno pronunciato sentenza di estinzione del reato per prescrizione. Confermata l’assoluzione di un altro amministratore, Laurence Eckle Teyssedou. Confermata anche la confisca del Force Blue che potrà navigare solo con amministratore.

 

Il pg aveva chiesto, oltre alla condanna a 4 anni per Briatore, 3 anni e 8 mesi per il comandante dello yacht Ferdinando Tarquini (condannato a un anno e 11 mesi in primo grado con la condizionale), 2 anni e 6 mesi per Dominique Warluzel (condannato un anno e 11 mesi in primo grado con la condizionale) e 2 anni per Maria Pia De Fusco che in primo grado è stata condannata al pagamento di una multa di 7 milioni di euro. Il pg aveva anche chiesto l’applicazione dell’aggravante della transazionalità del reato in accoglimento dell’appello dei pm in quanto sarebbero stati utilizzati collaboratori che lavoravano in diversi Paesi stranieri. “Prendiamo atto della decisione dei giudici e ricorreremo in Cassazione. Siamo certi dell’innocenza del signor Briatore” detto l’avvocato Massimo Pellicciotta che insieme al collega Fabio Lattanzi difende l’imprenditore. (Il Fatto Quotidiano)

 

 

Perché il braccio di ferro tra Banche centrali e mercati si sta facendo pericoloso

Gli investitori, assuefatti ad anni di denaro a costo zero, chiedono di rallentare l’annunciata stretta monetaria.

Perché il braccio di ferro tra Banche centrali e mercati si sta facendo pericoloso

Tra i banchieri centrali, specie quelli della Fed​, e i mercati finanziari è iniziato un braccio di ferro che probabilmente durerà per l’intero febbraio e che rischia di farsi pericoloso. La posta in gioco è la stretta monetaria, ovvero il rialzo dei tassi di interesse dopo anni di denaro a costo zero. I mercati la vorrebbero soft ma i banchieri centrali non hanno alcuna intenzione di farsi imbrigliare e lasciano intravedere l’ipotesi di rivedere la politica monetaria in modo deciso. La conseguenza di questo braccio di ferro sotterraneo è stata l’entrata in fibrillazione dei mercati, sia quelli azionari che quelli dei bond, con un calo vertiginoso dei corsi. I più ottimisti parlano di una correzione salutare, i pessimisti invece paventano una vera e propria inversione di tendenza, con possibili ricadute negative sull’economia. Secondo gli esperti, per il momento stiamo assistendo a una correzione ribassista più profonda del previsto, ma nessuno è in grado di dire come andrà a finire.

Wall Street contro la Fed

Tutto è iniziato con l’arrivo, all’inizio di febbraio, di Jerome Powell alla guida della Fed, che è stato ‘salutato’ dai mercati con un pesante tonfo a Wall Street, un’ondata di ‘selloff’ (vendite a pioggia) a cui hanno fatto seguito altri tracolli, culminati giovedì con con il Dow Jones a picco del 4,6%, lo S&P a -3,8% e il Nasdaq a -3,9%. Anche i rendimenti dei Treasury, i titoli del debito pubblico Usa, sono schizzati verso l’alto: il decennale è salito al 2,6%, vicino al massimo da tre anni, e le aste sui bond Usa, negli ultimi due giorni, sono andate molto male, sia quella sui decennali, che quella sui trentennali. Un brutto segnale in vista dell’approvazione del budget biennale Usa, che prevede 300 miliardi di dollari di spesa federale aggiuntiva rispetto a quella già prevista, per la difesa, il finanziamento della riforma fiscale e gli investimenti infrastrutturali. Si tratta di soldi che andranno ad aumentare il deficit Usa e che dovranno essere rastrellati sui mercati, in gran parte con emissioni di bond, cioè proprio attraverso quelle aste che negli ultimi due giorni hanno fatto flop.

 
Perché il braccio di ferro tra Banche centrali e mercati si sta facendo pericoloso
 Jerome Powell

È, insomma, iniziato sulle piazze finanziarie un gioco pericoloso. Chi opera sui mercati sta chiedendo ai banchieri centrali, in particolare alla new entry Powell, di venirgli incontro sul rialzo dei tassi e finora è stato snobbato. Secondo gli esperti, è improbabile che la Fed freni sulla stretta monetaria. Finora ha realizzato tre rialzi dei tassi da un quarto di punto nel 2017 e per il 2018 tutti scommettono su tre nuovi ritocchi verso l’alto, a partire da marzo. Anche la Bce e la Boe hanno innestato la freccia e si apprestano a svoltare e a rivedere la politiche ultra-accomodanti degli ultimi anni. Giovedì la Boe ha preannunciato che procederà alle future strette in modo più deciso.

 

Il governatore della Fed di New York, Robert Dudley, ha detto la sua e lo ha fatto quasi irridendo i mercati. In un’intervista a Bloomberg tv, Dudley ha assicurato che la correzione in atto sul mercato azionario non metterà in pericolo l’espansione economica e ha definito i recenti tracolli di Wall Street “patatine” (noi italiani avremmo detto “bruscolini”), ma il senso non cambia: per Dudley, i tonfi in Borsa non contano niente e i tre rialzi dei tassi previsti per il 2018 li ha definiti una “previsione ragionevole”. Parole suonate come una sfida per i mercati, che hanno reagito sfidando, a loro volta, la banche centrali con una pioggia di vendite su bond e azioni.

 

Il gioco rischioso degli investitori

Andrew Milligan, responsabile del global strategy di Aberdeen Standard Investments, sul Financial Times, fotografa la situazione confermando che gli investitori hanno ormai capito che i mercati sono entrati in una nuova fase. “D’ora in poi – spiega – i mercati saranno estremamente sensibili ai rapporti sull’inflazione, mentre si verificheranno ulteriori analisi sulle posizioni estese che potrebbero portare a vendite forzate”. Tradotto significa che i rapporti sull’inflazione, da cui dipenderà l’entità e la frequenza delle strette monetarie, saranno quelli più monitorati dagli investitori. Gli ordini elettronici si attivano automaticamente su bond e azioni al di sopra o al di sotto di certe soglie e questo meccanismo finisce per moltiplicare i trend di mercato. Ebbene, gli investitori hanno calibrato tali meccanismo in modo tale da farli scattare più sul versante delle vendite che su quello degli acquisti. Forzando un po’, ma neanche tanto, il senso delle parole di Milligan, significa che gli investitori hanno preso atto che il trend dell’economia mondiale va nel senso di un aumento del costo del denaro e che, per far capire ai banchieri centrali che fanno sul serio e che sul rialzo dei tassi la Fed deve andarci cauta, sono pronti a vendere bond e azioni, rafforzando la fase ribassista dei mercati. Appare, dunque, chiaro che il gioco si è fatto pericoloso e potrebbe sfuggire di mano agli stessi investitori. ALESSANDRO GALIANI AGI.IT

Olimpiadi invernali Pyeongchang, la fisica degli sport invernali

Sci, pattinaggio, snowboard, curling: ecco la scienza dietro alcune delle discipline dei Giochi olimpici invernali appena iniziati a Pyeonghang.

Pyeongchang
(Foto: Getty Images)

Li abbiamo appena salutati come uno dei più grandi show mai prodotti dal genere umano. Uno spettacolo sportivomediatico e commerciale senza precedenti. Ma nelle Olimpiadi invernali di Pyeongchang c’è anche molto altro. La fisica, per esempio. Dai salti degli snowboarder al momento angolare dei pattinatori, passando per l’attrito delle pietre da curling, gli spunti non mancano di certo. E ce n’è tanti da riempire un manuale di meccanica e termodinamica. Abbiamo provato – senza alcuna pretesa di completezza – a mettere insieme i più interessanti e costruire un piccolo bignami della fisica degli sport invernali: ecco, disciplina per disciplina, le considerazioni più interessanti.

Snowboard

Snowboard
(Foto: Getty Images)

Salti, acrobazie e figure – e una rampa alta 49 metri – rendono lo snowboard una delle discipline più attese e spettacolari di questi Giochi olimpici. Anche e soprattutto dal punto di vista della fisica. Come ha appena sottolineato Scientific American“per eccellere in questa competizione, gli atleti dovranno controllare nervi e adrenalina e padroneggiare intuitivamente i concetti di momento angolareconservazione dell’energia e moto parabolico. Cerchiamo anzitutto di familiarizzare con questi concetti (torneranno utili anche nella discussione degli altri sport). Il momento angolare è una grandezza fisica tipica dei corpi in rotazione (come per l’appunto uno snowboarder in caduta) definita matematicamente come il prodotto vettoriale tra la quantità di moto (che a sua volta è il prodotto tra massa e velocità) e il raggio della rotazione del corpo stesso.

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Più rozzamente, la grandezza rappresenta il prodotto tra quanto è “esteso” un corpo che ruota e la sua velocità di rotazione. La cosa si fa più interessante se si considera che si tratta di una quantità conservata (a meno dell’attrito dell’aria) durante il moto: questo implica che se il corpo è più esteso, ossia, per esempio, se lo snowboarder allarga le braccia, la sua velocità di rotazione diminuisce. E viceversa. Padroneggiando questo concetto, gli atleti possono aumentare o diminuire la velocità delle acrobazie modificando l’assetto del proprio corpo.

Ma si può fare di meglio: “Pensiamo a un gatto che cade da una certa altezza”, spiega Maruša Bradač, fisica alla University of California, Davis“In caduta, l’animale tende a raggruppare le zampe anteriori e a estendere quelle posteriori nella direzione opposta, in modo che la parte anteriore del suo corpo ruoti più velocemente di quella posteriore. In questo modo, il gatto riesce a eseguire una torsione e atterrare sulle zampe posteriori”. Gli snowboarder, naturalmente, non possono contare sull’estensione delle gambe – che sono attaccate alla tavola – ma possono variare asimmetricamente la posizione delle braccia per imprimere, proprio come il nostro gatto in caduta libera, una torsione al corpo nella direzione che desiderano.

Un altro aspetto cruciale riguarda l’atterraggio, il momento in cui statisticamente si registra la maggior parte di incidenti infortuni. Facile da immaginare, dato che dopotutto si tratta dell’impatto con il suolo dopo quasi cinquanta metri di caduta. Ma anche in questo caso sono le leggi della fisica a salvare le ginocchia degli atleti: il bravo snowboarder atterra con un angolo ripido verso il basso, in modo tale che parte della sua energia potenziale (che ha acquistato prendendo quota durante il moto) si trasformi in energia cinetica (ovvero in velocità in avanti dopo aver toccato il suolo) anziché scaricarsi sulle sue gambe.

Sci

Sci
(Foto: Getty Images)

Passando allo sci, una delle questioni più interessanti e dibattute dal punto di vista della fisica riguarda il rapporto tra velocità di discesa e peso di uno sciatore. In particolare, ci si chiede se sia vero che uno sciatore più pesante si muova più velocemente (a parità di tutte le altre condizioni, naturalmente) rispetto a uno più leggero. In generale, come spiegato in questo saggio a cura degli esperti del dipartimento di matematica della University of Utah, la risposta è sì, ma dipende da quanto velocemente si sta scendendo. Su uno sciatore in discesa, in particolare, agiscono tre forze: la gravità, che lo spinge verso il basso (e dunque lo accelera) e le forze di attrito tra gli sci e la neve e tra il suo corpo e l’aria, che tendono a frenarlo.

Sciatore
Via University of Utah

Bilanciando queste forze si arriva a scrivere l’equazione del moto dello sciatore, ossia un’equazione che lega tra loro accelerazione e caratteristiche del corpo in caduta (tra cui, per esempio, la massa, il coefficiente di attrito con l’aria, il coefficiente di attrito con la neve). In tale equazione la massa compare al denominatore di un termine che ha segno opposto rispetto a quello che contiene la gravità, il che implica, per l’appunto, che al crescere della massa aumenti l’accelerazione. Cioè che uno sciatore più pesante vada giù più velocemente. È da rimarcare, tuttavia, che questa analisi semplificata non tiene conto di altri aspetti che, a seconda delle conformazioni della pista, possono diventare cruciali, primo fra tutti il fatto che uno sciatore più pesante avrà più difficoltà nei cambi di direzione, e quindi potrebbe perdere il guadagno di velocità acquisito nella fase di discesa rettilinea.

Pattinaggio su ghiaccio

Pattinaggio
(Foto: Getty Images)

Perché pattinare sul ghiaccio è così diverso rispetto, per esempio, a correre o camminare? Tutta colpa, o merito, del bassissimo attrito tra lame dei pattini e ghiaccio, che se da una parte consente ai pattinatori di acquistare facilmente velocità, dall’altra richiede loro uno sforzo costante per mantenere la posizione e l’equilibrio. Dal momento che l’attrito è quasi nullo, il pattinatore, per procedere in avanti, deve spingere il ghiaccio in direzione non parallela a quella delle lame dei pattini: in particolare, al variare dell’angolo tra le lame dei pattini e la direzione del moto, è possibile variare velocità e direzione del moto stesso. Un altro modo di procedere (più lentamente) è invece quello a S, in cui le lame non si sollevano mai da terra.

Pattinaggio
Via real-world-physics-problem

Per le figure – e in particolare per la rotazione – valgono le stesse considerazioni fatte per lo snowboard. In virtù della conservazione del momento angolare, il pattinatore, per accelerare la propria velocità di rotazione, deve portare le braccia aderenti al corpo, diminuendo così la sua estensione. E viceversa: per rallentare, gli basterà estendere le braccia. Facile, a parole.

Curling

Curling
(Foto: Getty Images)

Curling, ovvero l’arte di far scivolare sul ghiaccio delle pietre di granito regolandone il movimento con un frenetico lavoro di scope. Una disciplina in cui, come vi avevamo raccontato, si gioca tutto sull’attrito, ossia sullo sfregamento tra pietra e ghiaccio e tra scopa e ghiaccio. Va ricordato anzitutto che i campi per il curling non sono completamente lisci, ma presentano dei piccoli granelli, creati spruzzando dell’acqua sulla superficie, acqua che poi congela. Inoltre, la pietra del curling non è piatta inferiormente, ma presenta una piccola rientranza, il che crea una sorta di sacca d’aria e limita il contatto con la pista. Detto ciò, come fa la pietra a procedere in avanti mentre ruota su sé stessa? Un’idea è che vi sia un accumulo asimmetrico della frizione: maggiore dietro (rispetto alla direzione del movimento) che davanti. Scrivono infatti dalla University of Utah“Se, per esempio, una pietra viene spinta in avanti con una leggera torsione in senso orario, i corpi estranei presenti sul ghiaccio saranno spinti verso il lato destro della pietra. Anche ogni strato di liquido che si forma dalla pressione e dall’attrito spinge l’acqua sul lato destro della pietra, riunendola leggermente su un lato. Ciò significa che sul lato destro e anteriore della pietra c’è più lubrificazione prodotta dal ghiaccio sciolto, così la pietra nel suo complesso sperimenta un coefficiente di attrito asimmetrico”.

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Un’altra spiegazione sul movimento del curling arriva dalla Uppsala University. Alcuni ricercatori hanno ipotizzato che il percorso della pietra sarebbe dovuto alle microscopiche rugosità presenti sulla sua superficie, che a sua volta producono graffi microscopici sul ghiaccio. Il curl (roteare) della pietra si autoalimenterebbe perché che al suo avanzare le altre rugosità presenti su di essa tenderebbero a seguire i microscopici graffi prodotti prima dalle rugosità localizzate nella parte anteriore. Ovviamente anche il lavoro delle scope contribuisce al movimento. L’attività delle scope è infatti quella di aumentare la temperatura del ghiaccio in modo che il coefficiente di attrito diminuisca. In modi diversi: o spazzando più tenacemente (per produrre subito più calore) o più velocemente, così che le porzioni toccate dalla scopa si soprappongano, e ottenere un maggior riscaldamento in questo modo (dal momento che più ci si avvicina alla temperatura di fusione del ghiaccio, più diminuisce l’energia necessaria a scioglierlo).Sandro Iannaccone wired.it

Lega, trattative e tensione: sventato il golpe anti-Malagò

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Slitteranno ancora le elezioni presidenziali della Lega Serie A, inizialmente previste per il 14 febbraio. Otto società infatti hanno fatto sapere che non si presenteranno, facendo mancare il numero minimo previsto, per aspettare il ritorno del commissario straordinario nominato da Fabbricini, ovvero il numero 1 del Coni Giovanni Malagò

Nelle segrete stanze di molti club di serie A, nelle ultime ore, è stata ripetuta più o meno la stessa frase. Magari diversa nelle parole e nelle pause, però identica nel concetto: “Abbiamo evitato un golpe sportivo”. Benevento, Bologna, Fiorentina, Inter, Juventus, Roma, Sampdoria e Sassuolo, attraverso una lettera, hanno annunciato che non si presenteranno all’assemblea elettiva della Lega Calcio, in programma mercoledì 14. Vogliono aspettare il commissario Giovanni Malagò che, nel ruolo di presidente del Coni, e quindi di massimo dirigente dello sport italiano, sarà impegnato fino a fine mese in Corea del Sud, per i Giochi Olimpici invernali.

La prima conseguenza è esattamente quella che le otto società cercavano: le elezioni verranno rinviate per mancanza dei numeri necessari. La lettera è aperta, nel senso che anche altri club – Cagliari e Spal ad esempio – potrebbero decidere di aderire, e quindi firmare il documento di due pagine che si apre con questa frase: “La convocazione richiesta da alcuni club non contribuisce a favorire la concordia in vista del processo di riforma che il calcio italiano dovrà affrontare nei prossimi mesi”.

La Lega Calcio, infatti, sta attraversando un periodo nerissimo a livello di rapporti, tanto da non riuscire ad eleggere la propria governance, situazione che l’ha appunto spinta verso il commissariamento di Malagò (anche prima c’era un commissario, Carlo Tavecchio, ex presidente della Federcalcio). Nelle ultime settimane sono stati molti i litigi ai piani alti della sede milanese di via Rosellini, ultimo in ordine di tempo quello fra Claudio Lotito, presidente della Lazio, e Beppe Marotta, amministratore delegato della Juventus. Proprio la Juventus è una delle società che hanno deciso di aspettare il ritorno di Malagò da PyeongChang, per cercare di recuperare il prestigio perduto della Lega, anche a livello di immagine. Si legge ancora nella lettera: “La fase elettorale contribuirebbe ad acuire le divisioni e va quindi fermata in attesa di aprire un vero tavolo sulle riforme”

In una situazione del genere, le otto società firmatarie hanno ritenuto giusto fare un passo indietro, per non forzare la situazione, soprattutto per rispetto verso il nuovo commissario e verso le istituzioni sportive. Il Coni prima di tutto. La lettera si chiude così: “Gli errori di questi anni possono essere fermati solamente se tutti sapranno dialogare con senso di responsabilità, calma e attitudine all’ascolto senza colpi di mano”Cioè, il golpe sportivo di cui sopra.

Il comunicato della Lega

“Ricevuta in data odierna formale comunicazione che un gruppo di società non avrebbe partecipato all’assemblea del 14 febbraio facendo di conseguenza venir meno il numero legale per la validita’ della stessa – spiegano in Lega – il vice commissario Nicoletti, in accordo con il commissario Malago’ ha appena informato tutti club che la riunione sara’ posticipata alla data gia’ prevista del 27 febbraio”. Alessandro Alciato sport.sky.it

Messina, Mustier e la partita europea di Intesa e UniCredit

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Quasi come in un dialogo (o un battibecco?) a distanza, sia Carlo Messina che Jean Pierre Mustier hanno proiettato in Europa le loro banche, Intesa e UniCredit, nelle presentazioni di questa settimana. “Vogliamo essere i numeri uno in Europa”, ha detto Messina, specificando che in Ca’ de Sass si punta a un primato qualitativo. “Vogliamo vincere da banca paneuropea”, ha detto (ribattuto?) Mustier.

Sfumature? Non proprio. Se in comune le due banche hanno una comprensibile ambizione da Champions League, le ricette sono assai diverse. Perché assai diversi sono i due manager, e – forse ancora di più – le situazioni da cui partono.

Intesa conta su una indiscussa leadership nazionale: in Italia è prima per quantità e qualità, non a caso negli ultimi quattro anni ha distribuito 10 miliardi di dividendi, pari a quasi tutti gli utili accumulati (non è consueto che la Bce lo autorizzi, ma la banca è ben patrimonializzata e un’eccezione ci sta); in questi anni ha fatto della gestione del risparmio la sua fortuna, grazie a una filiera che comprende un’efficiente e smilza fabbrica prodotti, rodati canali private e una rete di filiali retail ultra-capillare. Con l’acquisizione, con dote, di Popolare Vicenza e Veneto Banca ha anche consolidato la sua posizione in un’area ricca e prosperosa. Fuori dall’Italia, però, c’è poco: qualche banca nell’area balcanica, un bancone in Egitto, due controllate in Ucraina e Russia spesso fonte di grattacapi.

Per UniCredit vale il contrario: l’Italia rappresenta la metà del business, è vero, ma il gruppo è tra i leader in quasi tutti i principali Paesi europei, compresi quelli – Repubblica Ceka, Romania, Turchia – che crescono di più. Dunque già oggi è banca europea per definizione, che non a caso ha assuto come modello di riferimento la francese Bnp Paribas.

Eccola qui, la differenza. Intesa ha una struttura verticale, concentrata in Italia e nella capacità di estrarre tutto il valore da un Paese che non corre ma conta su un risparmio privato che in Europa non ha eguali. UniCredit, al contrario, è orizzontale: a maggior ragione dopo la razionalizzazione del perimetro voluta da Mustier (che non ha esitato a vendere la fabbrica prodotti, Pioneer, ad Amundi e ha ridotto la quota in Fineco), il gruppo è presente come istituto corporate e retail in tutta Europa.

Per entrambi, ora, c’è da crescere, sperando che la crescita duri, che in Italia le elezioni non rovinino tutto e che – finalmente – i tassi crescano un po’. Mustier, che finora pare abbia all’attivo mezze maratone, punta alla distanza lunga, i 42,2 chilometri. Nella vita sportiva e in quella bancaria. Come dire: sarà lunga.

E a entrambi toccherà ben figurare, onde vivere – e non sopravvivere – in un mercato sempre più competitivo in cui la selezione darwiniana non è ancora finita.

marcoferrando.blog.ilsole24ore.com

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