“OPERAZIONE SALVA-BOSCHI” – QUANDO PALAZZO CHIGI (CON RENZI PREMIER) CHIESE DI SORVEGLIARE L’ABITAZIONE DEI GENITORI DELL’EX MINISTRO PER IMPEDIRE AGLI SBANCATI DI ETRURIA DI MANIFESTARE – IN UN LIBRO BY BELPIETRO LE TRAME DEL GIGLIO TRAGICO E LE DOMANDE ANCORA SENZA RISPOSTA: DAI LEGAMI DI BABBO BOSCHI FINO AI DUBBI SULLA GESTIONE DEL CASO MPS…

belpietro coverBELPIETRO COVER

Arriva martedì in libreria I segreti di Renzi 2 e della Boschi (Sperling & Kupfer, 17 euro, 324 pagine) del direttore Maurizio Belpietro con Giacomo Amadori e Francesco Borgonovo. Il libro è l’edizione aggiornata de I Segreti di Renzi(uscito a settembre 2016) e getta nuova luce sulle trame di potere del Giglio magico e sui fallimenti delle banche, anche grazie a nuove carte giudiziarie depositate nella commissione parlamentare. Il volume si apre con tre nuovi capitoli dedicati in particolare alla famiglia Boschi e al crac Etruria – «Al governo interessano le banche», «L’intervento Salva Boschi», «I segreti di casa Boschi» – che analizza l’irrituale interessamento dell’ex ministro alle sorti dell’istituto di cui il padre Pier Luigi era vicepresidente.

 

Ma il libro inchiesta ricorda soprattutto quali sono le domande ancora senza risposta, a partire dai rapporti di babbo Boschi e di suo figlio Emanuele con i massoni Flavio Carboni e Valeriano Mureddu, fino ai dubbi sulla gestione del caso Mps, finito con il salvataggio con soldi pubblici. Senza dimenticare i ritratti degli uomini del «clan» del Rottamatore e gli scandali che toccano Tiziano Renzi: il fallimento della Chil post, il crac della Delivery service Italia e il caso Consip. Nelle ultime due inchieste risulta ancora indagato.

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Maurizio Belpietro per la Verità

 

Qualcuno pensava che dopo il crac delle banche il governo fosse impegnato a studiare la via per rimborsare i risparmiatori derubati dei propri soldi? Beh, oggi abbiamo la prova che si sbagliava, perché questo non è successo. In compenso è accaduto ben altro. Lo dimostra la storia che Giacomo Amadori, Francesco Borgonovo e io raccontiamo ne I segreti di Renzi 2, la nuova edizione del libro uscito nel settembre del 2016, in libreria da martedì con nuovi capitoli e nuove notizie sul cosiddetto Giglio magico.

 

MARIA ELENA BOSCHI A BOLZANOMARIA ELENA BOSCHI A BOLZANO

Nel volume non ci sono solo fatti e retroscena riguardanti l’ ex presidente del Consiglio, ma anche i segreti di Maria Elena Boschi, uno dei quali ha per protagonista proprio la sottosegretaria alla presidenza del Consiglio. Di che cosa si tratta? Lo spiego subito. Nel febbraio di due anni fa, quando il segretario del Pd non era ancora stato detronizzato dal referendum costituzionale, ma erano fresche e sanguinanti le ferite provocate dai crac bancari e dalla prima applicazione del bail in, un gruppo di truffati decise di manifestare a Laterina, paese in cui Maria Elena Boschi risiede con mamma e papà, per protestare contro il decreto «salva banche» e «dilapida risparmi». In tutto una cinquantina di persone, gente pacifica anche se arrabbiata per aver perso il proprio denaro.

maria elena boschi banca etruriaMARIA ELENA BOSCHI BANCA ETRURIA

 

Fra loro diversi pensionati, ma anche impiegati e piccoli imprenditori. Quando don Mario, il parroco del paese, se li trovò davanti, nella piazza di fronte alla chiesa, pensò che fosse naturale benedirli. Ma quando invece la madre dell’ allora ministro delle Riforme li vide sfilare al cancello della villa di famiglia, quella in cui abita con il marito ed ex vicepresidente della Popolare dell’ Etruria, la sua reazione non fu altrettanto benevola.

 

La signora a quanto pare si attaccò al telefono e chiamò la figlia, a Palazzo Chigi. Risultato, da Roma partirono una serie di telefonate dirette ai vertici delle forze dell’ ordine di stanza ad Arezzo.

Non so che cosa si dissero i protagonisti di quelle conversazioni, né se sollecitarono l’ immediato sgombero dei manifestanti da sotto le finestre di casa Boschi. So però che da Roma partì l’ ordine di proteggere l’ abitazione dei famigliari del ministro. Per questo a casa Boschi, prima della Pasqua 2016, ci fu un andirivieni di alti papaveri di carabinieri e polizia. Questori, generali, tecnici: tutti mobilitati per l’ operazione «salva Boschi».

 

RENZI BOSCHI ELEZIONIRENZI BOSCHI ELEZIONI

Gli esperti studiarono il modo per blindare la villa con sensori e dispositivi di sicurezza, ma fu predisposto anche un imponente servizio di vigilanza, affinché nessun risparmiatore potesse avvicinarsi alla magione di famiglia. Il prefetto, poi promosso con i galloni di vicecapo della polizia, pare fosse particolarmente preoccupato per la notizia di un’ iscrizione del papà di Maria Elena Boschi nel registro degli indagati per il fallimento di Etruria e a tale ragione sollecitò la massima vigilanza. Dunque fu deciso che, in caso di necessità, fossero dislocate auto di servizio, eventualmente distogliendo volanti e gazzelle dai normali controlli sul territorio. Alle pattuglie fu diramato l’ ordine di posizionarsi a ogni incrocio che conducesse alla villa e, data la necessità di assicurare in tempi celeri la protezione della Boschi family, il Viminale autorizzò la prefettura a effettuare lavori d’ urgenza. Furono valutati diversi preventivi, per una spesa che tra innalzamenti della recinzione, antifurto, allarmi, telecamere, collegamenti con la compagnia dei carabinieri di San Giovanni Valdarno e con il comando provinciale dell’ arma gli esperti stimano non essere inferiore a 100.000 euro. Da Roma chiamavano per fare in fretta, ricorda l’ allora questore di Arezzo Enrico Moja, il quale insieme con il prefetto si recò a Laterina per i necessari sopralluoghi. Al numero uno della polizia nella città toscana non era mai capitato di doversi far carico di una faccenda tanto delicata. Poco ci mancò che, a seguito di un ricovero della nonna della sottosegretaria in ospedale, fosse attivato un dispositivo di vigilanza pure nel reparto degenti.

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Dopo riunioni su riunioni, preventivi e ispezioni, qualcuno però deve avere avuto qualche ripensamento. Forse ci fu chi si interrogò chiedendosi se fosse giusto spendere tutti quei soldi dei contribuenti per blindare la casa di un indagato, ancorché padre di un ministro. Oppure qualcuno ritenne che fosse meno dispendioso tenere d’ occhio i tre o quattro organizzatori delle manifestazioni di protesta dei risparmiatori. Non so rispondere. Però di due cose sono certo.

 

La prima è che dopo il corteo del 2016 di fronte a casa Boschi, gli azionisti che protestavano per lo scippo dei loro soldi sono stati più «monitorati» di Totò Riina, al punto che nei loro spostamenti sono accompagnati da una discreta quanto costante presenza delle forze dell’ ordine, segno evidente di quanto sia ritenuta pericolosa la protesta di un gruppetto di truffati. L’ altro fatto certo è che il questore di Arezzo, dopo la manifestazione davanti a casa Boschi, è stato trasferito e successivamente pensionato.

 

L’ incarico a cui fu destinato Enrico Moja, l’ uomo che per primo avrebbe dovuto vigilare sulla tranquillità della sacra famiglia di Laterina e che invece si lasciò passare sotto il naso 50 pericolosi pensionati, fu un ufficio di frontiera.

 

Non so se in questo caso si possa parlare di rimozione, di certo quella non fu una promozione. Qui di fianco il nostro Amadori riferisce il colloquio con Moja, un servitore dello Stato costretto a scusarsi con papà, indagato, e mamma di Maria Elena Boschi per non aver impedito che poche decine di persone protestassero davanti alla villa di famiglia. Un piccolo esempio di ostentazione del potere. Il potere che il Giglio magico, anche nelle sue declinazioni famigliari, ha esercitato ed esercita sulle istituzioni. (dagospia.com)

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Macerata, i servizi segreti sapevano tutto già da un anno

ALLARME SUL RISCHIO DI AZIONI DA PARTE DELL’ESTREMA DESTRA ERA STATA LANCIATO NELL’ULTIMA RELAZIONE AL PARLAMENTO.

I servizi segreti avevano lanciato l’allarme sul possibile rischio rappresentato dall’influenza degli immigrati nel tessuto sociale già un anno fa. I flussi in arrivo nel nostro Paese, monitorati non solo in termini di presenza terroristica ma anche dal punto di vista dell’impatto sociale, avevano spinto l’intelligence a evidenziare il fenomeno già nell’ultima relazione presentata al Parlamento a febbraio 2017. Nel frattempo il problema si è evidentemente ingrandito e assunto le dimensioni che hanno portato al gesto di Luca Traini.

Il ministro dell’Interno, Marco Minniti, nei giorni scorsi ha proprio detto: “Traini, l’attentatore di Macerata, l’avevo visto all’orizzonte dieci mesi fa, quando poi abbiamo cambiato la politica dell’immigrazione”. Probabilmente riferendosi ai suggerimenti arrivati dai nostri 007 e che sono stati ignorati dalla politica. Adesso che tutto è compiuto e Macerata è diventata il centro del malessere che serpeggia nel Paese, la cronaca non può fare altro che raccontare quello che era già scritto. In questo anno, però, dalla pubblicazione della Relazione dell’intelligence fino ai fatti di Macerata (dalla ragazza tagliata a pezzi fino alla tentata strage di immigrati) la politica ha agito in modo scoordinato e confusionario. Se da una parte Minniti ha tentato di gestire il flusso di clandestini, dall’altra il sistema di accoglienza è risultato fallimentare. Come in tutte le vicende, anche in questo caso la congiuntura con la crisi economica e il rischio terrorismo hanno fatto il resto. E allora ‘America first’ di Donald Trump, nel nostro Paese è diventato “prima gli italiani”.

Anche nella campagna elettorale in corso la politica sta dimostrando di non capire il problema, segnando un ulteriore distacco tra quello che accade davvero nel Paese e quello che invece si percepisce nei “palazzi”.

Per questo motivo proponiamo la parte della Relazione al Parlamento dei servizi segreti che, riletta alla luce di quanto sta accadendo a Macerata, dimostra come l’azione politica di questi anni nella gestione dei flussi migratori è stata completamente fallimentare.  Il documento, inoltre, è pubblico e consultabile online.

Estratto documento servizi segreti

“Il quadro della destra radicale ha continuato ad evidenziare divisioni interne e dinamiche competitive, che hanno precluso una più incisiva azione comune, nonostante l’esistenza di alcuni condivisi orientamenti sulle tematiche di maggiore attualità.

Le formazioni più rappresentative, che ambiscono a un accreditamento elettorale, hanno incentrato l’attività propagandistica, rivolta soprattutto ai contesti giovanili e alle fasce sociali più disagiate, su argomenti di richiamo come la sicurezza nelle periferie degradate dei centri urbani, le problematiche economico-abitative “degli italiani” e l’occupazione, nonché la critica nei confronti del sistema bancario e dell’Unione Europea.

In particolare l’emergenza migratoria, ritenuta tra i temi più remunerativi in ter- mini di visibilità e consensi, ha ricoperto un ruolo centrale nelle strategie politiche delle principali organizzazioni che, nel tentativo di cavalcare in modo strumentale il fenomeno, facendo leva sul malessere della popolazione maggiormente colpita dalla congiuntura economica e dalla contrazione del welfare, hanno sviluppato un’articolata campagna propagandistica e contesta tiva (manifestazioni, presidi, attacchinaggi, flash mob) contro migranti e strutture pubbliche e private destinate all’accoglienza, influenzando indirettamente anche la costituzione di “comitati cittadini” di protesta.

Benché lo scenario nazionale rimanga al momento distante da quello di altri Paesi europei − dove la più elevata presenza di militanti neonazisti ha conferito alla prote- sta accenti violentemente xenofobi, talvolta anche contro le locali comunità musulma- ne sussiste il rischio di “contaminazioni”, per effetto emulativo e sulla scia di eventi di particolare clamore, come nel caso di attentati terroristici di matrice islamica.

I principali attori della destra radicale hanno evidenziato inoltre una spiccata proiezione internazionale, in quanto interessati a individuare, ai fini della difesa delle radici etnico-culturali della Nazione, potenziali referenti e alleati in chiave anti-Usa e anti-UE.

Indicative, nel senso, la realizzazione di manifestazioni congiunte con formazioni identitarie europee e il consolidamento dei contatti con omologhi gruppi stranieri, in funzione dello sviluppo di realtà transnazionali, attestate su posizioni filo-russe. Non è mancata l’attenzione degli ambienti d’area per il teatro mediorientale, segnatamente siriano, oggetto di iniziative a favore della popolazione locale e a sostegno del Presidente Assad.

L’area skinhead, referente di circuiti internazionali neonazisti e xenofobi, dopo una fase di attivismo, soprattutto sui temi dell’anti-immigrazione, ha fatto registrare una flessione dell’impegno più prettamente politico. È rimasta quindi prioritaria l’organizzazione di eventi musicali d’area a carattere internazionale, cui partecipano attivisti italiani e stranieri, quale la kermesse Europa Awake, tenutasi a novembre in provincia di Milano. Gli happening, pur avendo uno scopo ludico e aggregativo, sono funzionali al consolidamento dei rapporti con omologhi gruppi esteri, alla raccolta di fondi a sostegno di militanti coinvolti in procedimenti giudiziari e alla diffusione – attraverso i testi delle canzoni – di una propaganda nazifascista e xenofoba. In Alto Adige intanto sono proseguiti i contatti tra locali realtà skin germanofone e analoghe formazioni tedesche attestate su posizioni neonaziste e razziste, che potrebbero, in prospettiva, sfociare in iniziative comuni in tema di contrasto all’immigrazione.

Sodalizi minori, dal canto loro, si sono impegnati in un’attività essenzialmente propagandistica che, connotata da orientamenti oltranzisti, non è parsa comunque in grado di aggregare significativi consensi.

Sul piano previsionale, si ritiene, infine, che continueranno a verificarsiepisodi di contrapposizione (provocazioni, aggressioni e danneggiamenti di sedi) con frange dell’estrema sinistra, per effetto sia della mobilitazione concorrenziale su tematiche sociali, da parte di entrambi gli schieramenti, sia delle visioni contrapposte in tema di immigrazione.

In generale, il diffondersi in ambito europeo di istanze populiste e nazionaliste, nonché di sempre più estesi timori ed insofferenze verso la presenza extracomuniaria, tende ad essere percepito tra i gruppi della destra radicale come un’opportunità per accrescere il proprio spazio politico, determinando pertanto un incremento della correlata attività di mobilitazione”. OFCS REPORT

Dodici mesi di carcere a un dentista per evasione fiscale. Accade nell’America di Trump. E in Italia?

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In Italia il tema dell’evasione fiscale è un tabù che i partiti si guardano bene dall’affrontare in una campagna elettorale. Eppure 108 miliardi (o 120 a seconda dei calcoli) non dichiarati al fisco ogni anno sono a, ben pensarci, un’enormità.

E così mentre in Italia si chiudono entrambi gli occhi pur di evitare l’argomento, dall’altra parte dell’Atlantico arriva una notizia che fa meditare.

Un dentista residente a Shelby County, nel Tennessee, è stato condannato pochi giorni fa a 12 mesi di carcere per aver evaso il pagamento delle tasse. Accade negli Stati Uniti di Donald Trump, dove non pagare le imposte è un reato gravissimo, tanto da aprire le porte alla prigione. Ma oltre a essere un reato è soprattutto una colpa sociale. Chi evade è considerato un ladro che ruba alla collettività. Siamo negli Stati Uniti, non in Corea del Nord. E, in fondo, è il paese che ha condannato Al Capone non per reati di mafia ma per evasione fiscale.

L’annuncio della condanna è stato dato pubblicamente con un comunicato dal vice procuratore generale aggiunto Richard E. Zuckerman della Divisione fiscale del Dipartimento di Giustizia Usa e dal procuratore Michael Dunavant del distretto occidentale del Tennessee.

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Secondo i documenti e le informazioni fornite alla corte, Andrea M. Henry, 45 anni, titolare dell’ Henry Polk Dental Group D.P.C. e della società The Smile Spa LLC, studi dentistici con sede a Cordova, nel Tennessee, ha presentato dichiarazioni dei redditi personali per il 2005, il 2006, il 2008 e il 2010-2013, ma non ha pagato 113.781 dollari in tasse sul suo reddito personale dovute all’Internal revenue service (Irs).

Il dentista non ha pagato neanche le tasse sul lavoro che erano state trattenute dagli stipendi dei suoi dipendenti per numerosi trimestri tra il 2006 e il 2015. L’Irs ha valutato il danno dovuto al mancato pagamento delle trattenute dei suoi impiegati in oltre 160.000 dollari.

Invece di pagare le tasse dovute, il dentista di Shelby County ha dilapidato centinaia di migliaia di dollari per spese personali, incluse lezioni private, case costose e macchine di lusso, come una Dodge Viper e una Porsche Panamera. Dopo che l’Irs gli aveva comminato le sanzioni, l’uomo ha smesso di utilizzare i conti bancari personali e ha iniziato a utilizzare account aziendali per pagare le spese personali.

Il dentista ha ammesso di aver causato una perdita fiscale di 528.882,07 dollari. Oltre ai tre anni di carcere, il giudice della corte distrettuale ha deciso che il dentista sarà per tre anni in libertà vigilata e dovrà restituire al Fisco americano 653.116,78 dollari.

E in Italia?

angelo.mincuzzi@ilsole24ore.com

Flat tax: non è una buona idea

Scorciatoie per diminuire il divario tra ricchi e poveri non ce ne sono, dice l’esperto. Si può tamponare…

L’1% della popolazione mondiale possiede più del restante 99%. È quanto conferma l’ultimo rapporto sulle disuguaglianze dell’ong britannica Oxfam, che ha inviato una lettera ai vari leader politici italiani, in vista delle elezioni, per chiedere loro di adottare misure concrete. Nessuna risposta. Ma è un divario colmabile?

Guido Alfani, docente di Storia economica alla Bocconi, non ha mezze misure: «Dal 1300 a oggi il divario tra ricchi e poveri in Europa e in Italia si è ridotto in due sole occasioni: dopo la peste nera del 1348, con la frammentazione dei patrimoni, e tra le due grandi guerre a causa dell’iperinflazione».

Soluzioni un po’ meno drastiche?
«Più aliquote per tutti. Bisogna tornare a un sistema fiscale più progressivo, sul modello di quello adottato dagli Stati Uniti prima di Reagan, basato su 25 aliquote, fino al 70%, anziché 5 come oggi, fino al 40%».
Perché non imporre un tetto agli stipendi dei supermanager?
«L’Egitto ci ha provato nel 2014, ma con il massimo salariale ha alimentato la fuga dei cervelli all’estero».

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Lotta alla povertà, arriva il reddito di inclusione

Si è parlato di una tassa globale dell’1,5% sui patrimoni dei miliardari.
«Basterebbe molto meno. Oggi però la ricchezza è mobile e andrebbero prima rasi al suolo tutti i paradisi fiscali».
Toccare l’imposta di successione?
«Guai. Riducendola ancora si favorirebbero i più abbienti, le disuguaglianze si tramandano con le eredità».
Quindi non c’è soluzione?
«A parte preservare la progressività dei sistemi fiscali senza aumentare la pressione, come suggerito anche dal Fondo monetario internazionale, non si può fare molto. L’importante è non aumentare le disuguaglianze con ricette all’insegna della semplificazione e basate sulla riduzione delle aliquote, come la flat tax, tipiche dell’era Thatcher e Reagan, causa oggi nei Paesi anglosassoni di dislivelli più profondi rispetto all’Europa continentale».

(Nella foto e nella gallery, le foto dei giovani rampolli iraniani sull’account Instagram @TheRichKidsofTeharan, tra griffe e macchine sportive: sono presi di mira da chi di recente ha manifestato contro la povertà nel Paese).

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La lista dei 100 più poveri del mondo

«Ma Di Maio chi? Ci interessa solo Berlusconi» Le elezioni italiane viste dalla stampa estera

La parabola di Renzi. Il ritorno 
dell’ex Cavaliere. L’incognita dei Cinque Stelle. 
Abbiamo chiesto ai giornalisti internazionali come stano raccontando ai loro lettori e ascoltatori questa corsa alle urne.

«Ma Di Maio chi? Ci interessa solo Berlusconi» Le elezioni italiane viste dalla stampa estera
Molta nebbia, nessun Macron all’orizzonte. Un gran senso di attesa, leader già usati (quando non consunti). L’inquietante avanzare dei partiti populisti ed euroscettici, come Lega e Cinque Stelle. C’è attenzione, preoccupazione, «anche se l’Italia ci ha abituato, dai tempi in cui il Cavaliere governava coi post fascisti e la Lega». Il prossimo premier avvolto nell’ombra, ancora tecnicamente incognito: non Berlusconi, non Renzi, forse Gentiloni, chissà. Così vedono l’Italia corrispondenti e giornalisti della stampa estera di cui L’Espresso ha raccolto commenti e impressioni in queste pagine, ora che si accingono, alcuni per la settima o quindicesima volta, a seguire la campagna elettorale per il voto italiano.

Dopo gli anni furenti di Berlusconi, dopo la crisi del 2011 e il governo Monti, dopo, l’arrembaggio del “nuovo verso” renziano e il crollo post-referendum, nei loro racconti c’è l’eco involontaria di una specie di parco giochi al quale abbiano spento le luci. C’è sempre la ruota panoramica, c’è di nuovo Silvio Berlusconi che si è rimesso in scena, ormai quasi un genere letterario internazionale. Tutti consideravano impossibile il «rientro di un condannato», ma non sono più i tempi feroci del premier «unfit to lead Italy» o peggio ancora della fase che con senso pratico sintetizzano «del bunga bunga». Certo è forte il senso dell’incredulità che ha percorso le redazioni di mezzo mondo, che si sono viste proporre articoli sul ritorno dell’ex premier. «Ma sei forse impazzito?», racconta di essersi sentito rispondere ad esempio il norvegese Simen Ekern, dal Morgen Bladet.

Difficile un po’ per tutti raccontare la parabola di Renzi, che più di uno definisce «poco comprensibile». È invece forte, anche se per ora resta prudente e sotto coperta, la curiosità circa i risultati di Lega e Cinque Stelle. Un fronte populista ed euroscettico rispetto al quale l’Italia si trova in una posizione particolare, di frontiera. «Il Movimento 5 Stelle è un fenomeno unico, che all’inizio poteva far pensare a formazioni come il Front national, Podemos, Syriza, o persino Ciudadanos, e invece si è capito che non ha niente a che fare con ciò che conoscevamo», nota il corrispondente di El Pais, Daniel Verdu. C’è chi già vede una “normalizzazione” del movimento, nel passaggio di consegne da Grillo a Di Maio.

Ma l’attesa è soprattutto per i risultati del voto. «È improbabile ma possibile, la vittoria dei Cinque Stelle da soli. La loro retorica antieuropea, se tradotta in azioni concrete, potrebbe essere vista con timore dagli altri paesi Ue, e la loro totale mancanza di esperienza rappresenterebbe un fattore di rischio per i mercati», dice Philip Willan, collaboratore del Times.

Qualcosa di preoccupante, poco di luccicante, comunque. «Sin qui, i tre grandi poli giocano soprattutto in rimessa, non ci sono grandi proposte di visione, tutti i partiti giocano a mobilitare elettori nei confronti degli altri», racconta Eric Jozsef di Libération: «La sensazione prevalente è quella che si tratti di una elezione intermedia, come se il vero obiettivo fosse cercare di concludere dei cicli».

Un passaggio non risolutivo  
di Eric Jozsef- Libération (Francia)

Sono alla settima campagna elettorale, raccontare questa è più difficile del solito. Intanto perché all’estero sta succedendo di tutto, e poi perché c’è stato un calo dell’attenzione sull’Italia a partire dal referendum del 4 dicembre 2016. Sarà pure una responsabilità dei corrispondenti, ma all’estero è stato difficile comprendere il calo dei consensi di Renzi, che come premier aveva una immagine molto positiva al livello internazionale, così come è difficile capire perché l’Italia abbia bocciato 
una riforma che sembrava semplificare 
e dare stabilità al sistema politico istituzionale italiano. Aggiungiamo infine il premier Paolo Gentiloni, una figura molto rispettata, più misurata ma meno carismatica, e che rispetto a Letta 
e Renzi sembra avere meno forza 
di iniziativa politica. Tutto ciò fa sì che l’Italia trovi meno spazio. Naturalmente restano molti elementi di interesse. Oltre alla tenuta dei conti pubblici, l’impegno economico e finanziario dell’Italia, c’è 
il ritorno di Berlusconi, anche se è poco comprensibile: al giornale neanche volevano credermi, ad agosto, quando 
ho proposto un articolo sul suo ritorno. Pensavano avessi preso un abbaglio. 
Si osserva con attenzione la forza degli euroscettici, la loro avanzata che peraltro riguarda tutta Europa. Per quel che riguarda l’Italia, lo si considera un rischio reale, più che altro per le conseguenze che comporta sulla tenuta dell’Europa. Un accordo tra lega e Cinque Stelle così come una Ital-exit sono ritenute prospettive improbabili: quello che si teme è avere una forza che rallenterebbe il processo europeo, e soprattutto che l’Italia non ne sia più protagonista. Dunque preoccupazione e attenzione sì, ma non paura di una catastrofe: anche perché l’Italia ci ha un po’ abituato. 
Dai tempi in cui Berlusconi governava 
coi post fascisti e la Lega.

Personalmente, osservando le prime mosse della campagna elettorale vedo che i tre grandi poli giocano soprattutto in rimessa, non ci sono grandi proposte di visione per l’Italia, tutti i partiti giocano a mobilitare elettori nei confronti degli altri. I Cinque Stelle si sono normalizzati, hanno perso per strada temi come l’economia sostenibile, l’ambientalismo, sono diventati un partito vero e proprio che gioca a screditare gli altri; 
Renzi gioca sulla paura dei populisti; Berlusconi gioca per mobilitare gli elettori di centrodestra che temono i Cinque Stelle.

La sensazione prevalente è quella che si tratti di una elezione intermedia, non risolutiva. È vero che 
nel passato c’è già stato il voto 
“anti” qualcosa, ma ora davvero si ha la sensazione che i tre poli abbiano poco da proporre in termini di visione per l’evoluzione del paese. Peraltro con dei leader abbastanza usati: non c’è tanto l’effetto novità. Certo, c’è Di Maio, che non ha mai governato: ma si presenta come un simbolo della normalizzazione del Movimento, diventa leader nel momento in cui scompaiono il rifiuto dell’establishment e la forza propositiva che erano all’origine di M5S. Dunque non c’è una forza politica molto nuova, 
e non c’è un Macron della situazione. 
E persino Renzi, che era stato salutato come l’uomo nuovo della politica italiana ormai incarna il vecchio, l’establisment, nonostante il fatto che a freddo il bilancio di questi anni di centrosinistra al potere sia alla fine tutt’altro che negativo.

Partiti fantasma e promesse blu  
di Tobias Piller- 
Frankfurter Allgemeine Zeitung (Germania)

Le tante promesse dei politici in campagna elettorale sono certamente un tema ghiotto. Soprattutto quando si vede come sono approssimativi i calcoli sui costi e su come saranno finanziate le promesse. I miei colleghi, per il titolo hanno utilizzato un detto tedesco: «I politici italiani promettono il colore blu del cielo». Dall’altro lato, trovo che sia una grande limitazione parlare solo di aumenti di spesa pubblica. Sono convinto che così non cresce l’economia italiana. Invece, occorrerebbe discutere su come attirare investitori dall’estero, incentivare le aziende a fare ancora più investimenti, invogliare giovani a rimanere in Italia e fondare nuove aziende, e infine su come svecchiare 
ed ampliare l’offerta turistica.

Altro tema è come i politici italiani, ultimamente Renzi, abbiano fatto di tutto per distruggere i partiti. Qui ci vorrebbero degli esperti, ed una buona dose di memoria storica. Così, in tempi di opposizione, si potrebbero mantenere vive delle esperienze anche quando un partito non può sfruttare le posizioni di governo per aggiornare le proprie competenze. Un altro elemento che salta all’occhio in quei fantasmi 
di partiti che sono rimasti, che 
in Germania si chiamerebbero «associazioni per le elezioni»: con gli occhi dei tedeschi, è del tutto fuori dall’ordinario che il capo del partito si chiuda per fare le liste elettorali o che un leader politico dichiari di aver fatto una «scrematura» dei candidati. Certamente, in Germania tutto questo sarebbe contro la Costituzione, perché 
lì ci sono scritte le condizioni di democrazia interna. Vuol dire che i candidati si determinano con elezione 
in una Direzione, un Congresso o in un’Assemblea del partito in provincia. Certamente non con una «scrematura».

Arrivano pari, meglio così 
di Philip Willan – The Times, Sunday Herald (Uk)

Per il momento la campagna elettorale mi sembra dominata dalla confusione. C’è all’orizzonte la possibilità di risultati elettorali che sarebbero preoccupanti per gli altri Paesi europei così come per gli investitori: per esempio una vittoria dei populisti, che sono fortemente contrari alla unione europea o all’euro, come Lega, Cinque Stelle, e forse anche Fratelli d’Italia che ha una posizione meno decisa. 
È possibile, anche se non probabile, una vittoria della coalizione guidata 
da Silvio Berlusconi con al suo interno la Lega di Salvini come partito dominante. Oppure l’affermazione dei Cinque Stelle da soli: la loro retorica anti europea, se fosse tradotta in azioni concrete, potrebbe essere vista con timore dagli altri paesi Ue, 
e loro totale mancanza esperienza rappresenterebbe un ulteriore fattore di rischio per i mercati.

Credo che l’establishment britannico vedrebbe con preoccupazione una disgregazione dell’Unione europea, perché – anche se loro ne stanno uscendo – certamente non sarebbe 
un processo indolore, avrebbe conseguenze spaventose un po’ 
per tutti, anche per gli inglesi. Certo, parliamo di eventualità abbastanza improbabili, ma dopo Brexit e Trump abbiamo visto che anche l’implausibile può avvenire.

In questi giorni ho trovato curiosa 
la quantità di promesse che ho visto fare. Gli italiani credo siano un popolo estremamente scettico e cinico nei confronti dei loro politici, hanno molta difficoltà a credere alle rassicurazioni del potere, dunque è paradossale che nello stesso tempo i candidati stiano facendo queste promesse mirabolanti e poco credibili. Curioso che si offra la luna a un popolo che crede così poco alle parole dei politici. E comunque tutto questo quale risultato produce? Non sarebbe meglio fare una campagna basata sul realismo, 
invece che blandire?

Del resto in Italia c’è una situazione generalizzata di sfiducia, e dunque è palpabile la tentazione di spazzare via il vecchio e fare un salto nel buio affidandosi a gente senza esperienza: persone che possono anche fare bene, ma si tratta comunque di un azzardo.

È un quadro nel quale c’è il ritorno di Berlusconi, un evento spiazzante per gli inglesi, anche se il personaggio è meno pericoloso di prima – io stesso sono stato quasi conquistato da questa immagine di nonno d’Italia, 
che ama gli animali e risulta 
quasi rassicurante.

Una quadro nel quale, personalmente, vedo l’immagine di Renzi molto intaccata dall’arroganza dimostrata nella sua carriera, e anche negativa l’immagine del Giglio magico, che 
è diventata una specie di “Cricca magica”: può essere una percezione giusta o no, però è arrivata così alla gente. Insomma, penso che molti dovranno turarsi il naso. L’esito più plausibile è un pareggio tra i tre blocchi e quindi la necessità di una grande coalizione o un governo del presidente: non è vista come una soluzione meravigliosa ma, visto il livello di offerta, potrebbe essere meglio della vittoria di una sola 
parte politica.

L’Italia non conta più 
di Talal Khrais – Al Manar (Libano)

È impressionante constatare per me, che sono corrispondente per il Libano dal 1986, la caduta della autorevolezza dell’Italia e il crollo della sua politica estera. Non ci sono più grandi leader, autorevoli, si fatica a ricordare il nome del capo della Farnesina, guardiamo soltanto a quel che fa l’America di Trump e la Russia di Putin. Perché all’opinione pubblica internazionale interessano gli interlocutori politici validi, mentre qui si stringono accordi che non vedono mai la luce. La scorsa settimana con altri colleghi ho assistito all’intervento di un esponente dei Cinque stelle: non diceva niente, neanche quasi si capiva il messaggio. Sento fare tante promesse, come in passato non succedeva; si parla di crescita e occupazione, quando in realtà i ragazzi sono sfruttati con lavori part-time e contratti falsi, e gli italiani si impoveriscono. Una torsione verso l’inganno che rende difficile raccontare qualsiasi cosa. È tutto ridotto a una lotta interna, chiusa, nell’incapacità di costruire alleanze. 
È chiaro che la gente li abbandonerà 
e preferirà non votare.

Non finirà come in Spagna 
di Daniel Verdu 
- El País (Spagna)

In questa fase mi occupo anzitutto di osservare il Movimento Cinque stelle, un fenomeno unico, un tango che all’inizio poteva far pensare a formazioni come il Front national, Podemos, Siriza, o persino Ciudadanos, e invece si è capito che non ha niente a che fare con ciò che già conoscevamo. Per gli spagnoli è molto interessante, soprattutto ora che la sua vittoria è possibile, e che non è escluso arrivi a governare. 
Lo dicono non soltanto i sondaggi 
e i risultati di questi anni, ma anche 
il fatto che chi li vota ha dimostrato una forte resistenza alla realtà, soprattutto dopo le gestioni di Roma e di Torino: ha funzionato molto bene la campagna di discredito verso i giornalisti, molto simile a quella fatta in Spagna da Podemos, grazie alla quale chiunque sia critico viene accusato di stare con l’establishment e gli interesssi occulti.

L’ipotesi che 
i Cinque Stelle possano fare 
un accordo con la Lega mi sembra molto esotica: si tratta di un partito xenofobo ed eurofobo, anche se in fin dei conti ha più a che fare con loro di quanto non abbia in comune con Liberi e Uguali, con la quale pure si 
è ipotizzato un accordo. Credo 
che la parte più interessante sarà 
il possibile blocco parlamentare: l’abbiamo già vissuto in Spagna, mi sembra che qui potrebbe succedere la stessa cosa. Non conteranno 
tanto le elezioni, quanto i patti 
che si faranno dopo: il fenomeno meraviglioso è che oggi non conosciamo il prossimo primo ministro. Non sarà nessuno di quelli che vediamo ora, il che per gli spagnoli è affascinante. A chi mi chiede se anche l’Italia si troverà senza governo come è accaduto 
in Spagna, rispondo che – con sessantaquattro governi in settant’anni – sono più abituati 
di noi a questo genere di “situazione italiana”.

L’abitudine dei politici lasciare una porta aperta, a lavorare su più livelli, aiuterà forse a trovare una soluzione ancora prima di trovarsi nello stallo. È qualcosa che noi in Spagna non sappiamo fare: ci siamo chiusi tutte le porte per gli accordi, siamo andati allo scontro frontale, 
e il sistema si è bloccato. 
È accaduto così anche per l’indipendenza della Catalogna, 
dove si è creata infatti una situazione senza via d’uscita, incomprensibile per gli italiani.

Il populismo finisce a destra 
di Simen Ekern – 
Morgenbladet (Norvegia)

Spiegare Berlusconi ai norvegesi era già difficile prima: adesso è diventato impossibile. Oggi Berlusconi, che è un proto-populista, uno che è arrivato prima 
di Trump, rischia di passare al limite per 
un politico che possa salvare l’Europa 
dal populismo. Un’idea curiosa, ma interessante, tanto più perché dice molto sul suo ruolo nella politica italiana, anche rispetto alla Lega. La trasformazione del partito di Salvini è stato un fenomeno molto interessante: lui è stato abile a seguire gli altri modelli della estrema destra, a partire dalla Le Pen, e così ha cambiato il suo partito togliendogli la patina separatista 
e inserendolo invece in una scia 
di populismo di destra europea.

Se Berlusconi è morto politicamente troppe volte per credere che ci sia ancora – soprattutto per un lettore norvegese – Renzi rimane un caso molto interessante. 
La socialdemocrazia è in crisi anche 
da noi, quindi si guarda con curiosità 
ai suoi esperimenti per realizzare una socialdemocrazia di destra, e come gestisce l’opposizione di sinistra. Perché il problema è comune, più o meno suona così: è ancora possibile avere avere un centrosinistra che funziona, o è tutto finito? Certo, quanto a ricette non mi sembra che Renzi abbia trovato quella di Macron.

In generale la politica italiana mi sembra vuota di idee, come in tanti altri paesi europei: salvo i populisti, che sanno cosa dire. I Cinque stelle, con le loro ricette intercambiabili, finora sono stati raccontati soprattutto attraverso la figura di Grillo: adesso sarà piu complicato spiegarli, anche perché non esiste da noi un populismo così post ideologico. Spesso mi sono trovato a dover rispondere alla domanda: ma sono 
di destra o di sinistra? Tanti sembravano 
di sinistra, e se finiranno a fare una alleanza con la Lega, sarà interessante cercare di spiegare come questo movimento possa essere finito là. Mi ricordo la sera delle elezioni, cinque anni fa, quando Pier Luigi Bersani disse che il populismo in Italia finisce sempre a destra: pensavo non fosse vero, alla fine forse aveva ragione.

Ma chi è questo Di Maio? 
di Mahdi El-Nemr
 – Kuwait News Agency (Kuwait)

Vivo in Italia dagli anni Ottanta, l’ho capito dai tempi della campagna per l’abolizione della scala mobile che la pancia degli italiani non è come appare. Questa volta, senza usare parole forti, la campagna elettorale mi sembra piu folkloristica delle altre. C’è poca sostanza, il mercato dei numeri e delle promesse – che ha colpito quasi tutto il mondo – lo spogliarsi completamente di politica, questo è di per sé preoccupante. Ma mondo arabo è abituato al fatto che politica italiana, sotto sotto, sia stabile e tutti dobbiamo ricordare che il valore di interscambio col mercato arabo è molto importante: in molti casi l’Italia rappresenta il primo o il secondo partner commerciale. E ciò rende difficile immaginare di addentrarsi in una politica estera squilibrata.

Sin qui, in campagna elettorale, ciascuno 
ha messo la sua dose: Berlusconi coi mille euro, il reddito di cittadinanza fino al Pd che, da partito di governo, ha promesso di abolire il canone Rai. Una politica gestita 
in questa maniera è molto preoccupante, anche perché tutto il mondo sa che l’Italia 
è un Paese indebitato. Quel che va raccontato adesso è che stiamo entrando in uno scenario inedito. Non è nulla di simile al pentapartito, perché quella era una coalizione in cui c’era un partito più importante, responsabile, la Democrazia Cristiana. Qui abbiamo un partito ancora ignoto, perché al di là della propaganda non si capisce precisamente quale sia la posizione dei Cinque Stelle: in Europa, verso l’euro, l’immigrazione e via dicendo. Se i sondaggi dicono il vero – ma non ci credo molto – sarà questa la forza principale: ma ciò vuol dire che ci sarà molta nebbia, un periodo di grande incertezza.

Parlando coi diplomatici di diversi paesi, ma anche con molti colleghi, viene fuori che quel che si sa è che si tratta di un partito fondato da un comico, e quindi non si riesce a percepirlo come una forza politica vera e propria. Il Movimento 
non lo conoscono nelle sedi diplomatiche mediorientali: Di Maio è andato a Bruxelles, ma il M5S non si è speso a farsi conoscere nel resto del mondo e, in particolare 
nel Mediterraneo, dove l’Italia ha un peso 
e ruolo importante.

È Gentiloni il vero anti-B. 
di Eric J. Lyman – Xinhua, Usa Today (Usa)

Per l’Asia è difficile immaginare qualcosa come i Cinque Stelle, là non esiste un partito del genere. Ne erano molto curiosi già nel 2013, con le elezioni in cui non ha vinto nessuno. 
Il loro ruolo era molto difficile da spiegare a un uditorio internazionale: non volevano collaborare con nessuno, e nemmeno fare un governo. Adesso il Movimento è più conosciuto, Luigi 
Di Maio è un leader di partito più tradizionale: siamo a una seconda fase, quella arrabbiata è passata, vediamo come andrà senza Grillo.

Quanto a Berlusconi, poiché collaboro anche con Usa Today posso dire di aver notato che l’America sia più interessata, rispetto alla Cina o all’Asia, alla figura del personaggio Berlusconi. Soprattutto ora che c’è Trump i paragoni si sprecano.

C’è da dire che, rispetto al periodo 
di Monti, o al Renzi del 40 per cento, l’Italia fa meno notizia, e forse è anche un buon segno per chi ci vive. Certo un personaggio come Paolo Gentiloni non è tipo che corra verso i giornalisti. È più rispettato, stimato all’estero, 
ma meno conosciuto. Ho trovato un segnale significativo il fatto che, a parte Berlusconi, sia stato lui il primo presidente del Consiglio a presiedere un G7 sin dai tempi di Amintore Fanfani. Per vent’anni avevamo visto solo l’ex Cavaliere: in qualche modo Paolo Gentiloni è un anti-Silvio.

Ci diverte solo Silvio 
di Josephine McKenna – Seven Network, ABC (Australia)

Siamo ancora all’inizio ma tutti 
i partiti hanno fatto promesse abbastanza ridicole, si può dire? In Australia come sempre sono molto interessati a cosa fa Berlusconi. Hanno una specie di ossessione, devo ammettere: anche di più ora che c’è Donald Trump. Vedono quello che fa 
il presidente americano e c’è qualcosa che risveglia in loro il ricordo di Berlusconi.

Al di là dell’uomo che 
da noi è conosciuto soprattutto 
per il “bunga bunga”, le elezioni sono particolarmente critiche per l’Italia. Secondo me c’è un grande rischio di un governo instabile e una situazione insostenibile. Purtroppo tanta gente fuori dall’Italia si aspetta lo stesso. Chi li guarda dall’estero ha sempre l’impressione che gli italiani amino 
il caos, e che siano incapaci a formare un governo che funzioni. Specialmente adesso con il sistema elettorale proporzionale che porta una instabilità che incomprensibile agli stranieri. Ma vedo un paese dove sono tutti stanchi, e vorrebbero almeno una classe politica che facesse avanzare il Paese.

Vivo in Italia da dieci anni, vedo che 
gli stipendi della classe media non cambiano, gli stagisti non sono pagati, e le aziende faticano molto. Nel mio ultimo viaggio in Australia ho conosciuto un sacco di giovani italiani che cercavano le opportunità che 
non trovavano mai qui. Dove sono le iniziative e gli incentivi per promuovere i loro sogni? Questa è una domanda fondamentale alla quale i candidati dovrebbero rispondere.

I grillini, che bizzarria 
di Gina Marques- RFI Brasil (Brasile) 

A essere sincera in questo momento 
il Brasile è troppo preso dalle proprie vicende per occuparsi anche di quelle italiane. Semmai l’Operação Lava Jato, attraverso la quale per la prima volta i giudici hanno messo le mani sui rapporti tra imprenditori e politici, ha riportato d’attualità da noi Mani Pulite: si fanno paragoni, si sottolineano differenze 
e somiglianze, in pratica si cerca una qualche forma di identificazione.

Naturalmente, anche se non si è ancora entrati nel vivo della campagna elettorale, Silvio Berlusconi interessa sempre: esiste ancora? Comanda o no? E come mai un uomo condannato 
è ancora leader? Ma è soprattutto folklore, un personaggio che strappa sempre un sorriso, in tutto il mondo. 
Poi c’è il ritorno della destra, un rigurgito che percorre tutta l’Europa. E, come fenomeno però solo italiano, c’è il Movimento 5 Stelle, che è visto come una bizzarria: in Brasile abbiamo venti-trenta partiti, ma non c’è niente che gli somigli. E in effetti esiste qualcosa di simile nel mondo? È un partito guidato da un comico che propone una democrazia che passa per internet. 
Un fenomeno che attira tanto perché oltretutto rappresenta un voto di trasgressione, anche se ormai punta 
al governo. Molto difficile da spiegare all’estero, anche se non difficile quanto 
i meccanismi legati alla nuova legge elettorale.SUSANNA TURCO L’ESPRESSO

‘Le leggi fondamentali della stupidità umana’: la geniale intuizione di Carlo M. Cipolla e le elezioni del 4 marzo

 

Nel 1988 – sono trascorsi trenta anni – il Mulino pubblica “Allegro ma non troppo”, volume che raccoglie due saggi dello storico dell’economia Carlo M. Cipolla: “Il ruolo delle spezie (e del pepe in particolare) nello sviluppo economico del Medioevo” e “Le leggi fondamentali della stupidità umana”.

 

Tutto era iniziato nel 1973. Quando il mulino stampa una edizione ristretta per gli amici di Pepper Wine (and Wool) and the Dynamics of the Social and Economic Development of the Middle Ages, saggio che ha per oggetto il commercio delle spezie, in particolare del pepe che, dopo la scoperta del suo potere afrodisiaco, è individuato dall’autore come il vero motore dello sviluppo economico del Medioevo.

Nell’agosto 1976 Cipolla il Mulino di stampa, sempre per gli amici, un altro breve testo in inglese: “The Basic Laws of Human Stupidity”, in cui costruisce uno schema di ascisse e ordinate in cui collocare le tipologie di persone: gli intelligenti, gli sprovveduti, i banditi e gli stupidi – questi ultimi più pericolosi dei banditi.

I due volumetti – pubblicati con la sigla “The Mad Millers” (I mugnai folli), editore inesistente ma con una evidente allusione a il Mulino – ottengono un insperato successo. Cipolla rammenta che mentre taluni “cercarono di procurarsene copia tramite amici o conoscenti, altri più intraprendenti ne fecero copie xero-grafiche o addirittura manoscritte che circolarono più o meno clandestinamente.”

Ci vorranno dodici anni prima che Il Mulino e Cipolla decidano di pubblicare un’edizione in lingua italiana.Seguiranno le stampe in francese, tedesco, spagnolo, galiziano, catalano, greco, turco, portoghese, ungherese, ceco, rumeno, giapponese e coreano e, solo nel 2011, la  pubblicazione ufficiale in inglese.

Un grande accademico e un geniale cultore dell’umorismo

Carlo M. Cipolla, nato a Pavia nel 1922, è stato uno studioso della storia economica – ammirato dalla comunità scientifica internazionale – e dotato di un geniale umorismo. Una breve biografia, scritta dall’allievo prediletto, il prof. Giovanni Vigo, è pubblicata on line sul “Dizionario Biografico degli Italiani”, curato dall’Istituto Treccani. Nel 2000 – anno della scomparsa – Lucio Villari ne scrive su “la Repubblica” un ritratto, “I pidocchi degli stupidi” (è on line), che illustra la grandezza e l’unicità dello storico pavese.

Cipolla, per non essere confuso con un collega omonimo più anziano, sin dagli anni ’50 firma le pubblicazioni scientifiche inventandosi, dopo il primo nome, una M. –  inesistente all’anagrafe.

Lo studioso si pone il problema del ruolo dell’umorismo e delle differenze con l’ironia.

Scrive nella prefazione ad Allegro ma non troppo:

L’umorismo è la capacità intelligente e sottile di rilevare e rappresentare l’aspetto comico della realtà.” Esso deve implicare “(…) una profonda e spesso indulgente simpatia umana”, nonché “la percezione istintiva del momento e del luogo in cui può essere espresso.

Eccoci alla differenza:

Quando si fa dell’ironia si ride degli altri. Quando si fa dell’umorismo si ride con gli altri. L’ironia in genera tensioni e conflitti. L’umorismo (…) è il solvente per eccellenza per sgonfiare tensioni, risolvere situazioni altrimenti penose, facilitare rapporti e relazioni umane”.

Cipolla è convinto che “ogni qualvolta si presenti l’occasione di praticare dell’umorismo sia un dovere sociale far sì che tale occasione non vada perduta.”

 “Le leggi fondamentali della stupidità umana”

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Nel saggio Carlo M. Cipolla enuncia cinque leggi fondamentali che fissano le caratteristiche della stupidità umana.

  • Prima Legge Fondamentale: Sempre e inevitabilmente ognuno di noi sottovaluta il numero di individui stupidi in circolazione.
  • Seconda Legge Fondamentale: La probabilità che una certa persona sia stupida è indipendente da qualsiasi altra caratteristica della stessa persona.
  • Terza (ed aurea) Legge Fondamentale: Una persona stupida è una persona che causa un danno a un’altra persona o gruppo di persone senza nel contempo realizzare alcun vantaggio per sé o addirittura subendo una perdita.
  • Quarta Legge Fondamentale: Le persone non stupide sottovalutano sempre il potenziale nocivo delle persone stupide. In particolare i non stupidi dimenticano costantemente che in qualsiasi momento e luogo, ed in qualunque circostanza, trattare e/o associarsi con individui stupidi si dimostra infallibilmente un costosissimo errore.
  • Quinta Legge Fondamentale: La persona stupida è il tipo di persona più pericoloso che esista.

Lo studioso afferma che la Natura distribuisce gli stupidi pressoché ovunque – a prescindere dalle dimensioni dei gruppi di persone e persino dalla loro educazione e dall’ambiente sociale in cui vivono. Egli riferisce di studi universitari, forse immaginari, che avrebbe suddiviso la popolazione di una università in quattro categorie (bidelli, impiegati, studenti, docenti) rilevando in tutte (e non si sottraggono alla regola neppure i Premi Nobel!) la presenza di percentuali di stupidi.

Con la Terza Legge, Cipolla individua due fattori utili per indagare il comportamento umano: danni o vantaggi che l’individuo procura a sé stesso ovvero agli altri.

Wikipedia – rielaborando i diagrammi cartesiani di Cipolla –, ha creato un grafico, con il primo fattore sull’asse delle ascisse e il secondo sull’asse delle ordinate, sul quale sono stati collocati quattro gruppi di persone:

  • Intelligenti (in alto a destra): fanno il proprio vantaggio e quello degli altri
  • Sprovveduti (in alto a sinistra): danneggiano sé stessi e avvantaggiano gli altri
  • Stupidi (in basso a sinistra): danneggiano gli altri senza avvantaggiare sé stessi o danneggiandosi
  • Banditi (in basso a destra): danneggiano gli altri per trarne vantaggio.

Wikipedia

Wikipedia

Cipolla osserva che la maggior parte delle persone non agisce coerentemente (ad es. “una persona intelligente può talvolta comportarsi da sprovveduto, come assumere un comportamento banditesco”). L’unica eccezione di rilievo alla regola è rappresentata dalle persone stupide che in genere “mostrano una massima propensione per una piena coerenza in ogni campo d’attività”. L’autore non dimentica coloro che, “con le loro inverosimili azioni, non solo causano danni ad altre persone, ma anche a sé stesse. Queste sono un genere di super-stupidi (…).

La persona intelligente sa di essere intelligente. Il bandito è cosciente di essere un bandito. Lo sprovveduto è penosamente pervaso dal senso della propria sprovvedutezza. Al contrario (…) lo stupido non sa di essere stupido. Ciò contribuisce potentemente a dare maggior forza, incidenza ed efficacia alla sua azione devastatrice. Lo stupido non è inibito da quel sentimento che gli anglosassoni chiamano self-consciousness. Col sorriso sulle labbra, come se compisse la cosa più naturale del mondo lo stupido comparirà improvvisamente a scatafasciare i tuoi piani, distruggere la tua pace, complicarti la vita e il lavoro, farti perdere denaro, tempo, buonumore, appetito, produttività – e tutto questo senza malizia, senza rimorso, e senza ragione. Stupidamente. Causando perdite ad altre persone senza realmente generare vantaggi per sé stessi, gli stupidi provocano un impoverimento della società.

Stupidità, potere ed elezioni politiche

Il potenziale di una persona stupida nel creare danni dipende da due fattori principali. Innanzitutto quello genetico: l’aver ereditato notevoli dosi del gene della stupidità determina l’appartenenza, sin dalla nascita, all’élite del gruppo.

Ed eccoci al secondo fattore: la

posizione di potere e di autorità che lo stupido occupa nella societàTra burocrati, generali, politici e capi di stato, si ritrova l’aurea percentuale (…) di individui fondamentalmente stupidi la cui capacità di danneggiare il prossimo [è] pericolosamente accresciuta dalla posizione di potere che (…) occupano. Al proposito anche i prelati non vanno trascurati. La domanda che spesso si pongono le persone ragionevoli è in che modo e come mai persone stupide riescano a raggiungere posizioni di potere e di autorità.

Nel mondo industriale moderno (…) ci sono partiti politici, burocrazia e democrazia. All’interno del sistema democratico, le elezioni generali sono uno strumento di grande efficacia per assicurare il mantenimento stabile della frazione [di stupidi] fra i potenti.

L’economista ricorda, in base alla Seconda Legge, la percentuale di persone stupide che votano

le elezioni offrono loro una magnifica occasione per danneggiare tutti gli altri, senza ottenere alcun guadagno dalla loro azione. E si realizzano questo obiettivo, contribuendo al mantenimento del livello (…) di stupidi tra le persone potere.

Il tema della stupidità è stato oggetto, da sempre, di studi e opere filosofiche e letterarie. Le citazioni sono infinite, ed è sufficiente fare una ricerca sul web per trovare “massime” che tutti possono sottoscrivere.

Il saggio di Cipolla nasce come un divertissement ironico, ma al tempo stesso come una lucida denuncia su una categoria di individui che – la definizione è di Alfio Squillaci – “circonda e assedia e affligge le nostre esistenze dalla levata fino al sonno notturno”. È pressoché impossibile sconfiggere gli stupidi poiché, aggiunge Cipolla, generalmente “si viene colti di sorpresa all’attacco” e in ogni caso “non si riesce ad organizzare una difesa razionale” essendo l’attacco stesso privo di “una qualsiasi struttura razionale”. Del resto, ricorda l’autore citando Friedrich Schiller, “contro la stupidità gli stessi Dei combattono invano”.

Infine il tema del rapporto stupidità – potere.

Carlo M. Cipolla ci mette in guardia sul fatto gli stupidi possono essere decisivi nel determinare i vincitori delle competizioni elettorali e nel mandare al potere altri membri della categoria. Il fenomeno rischia di aggravarsi nelle società moderne, caratterizzate dall’esplosione di programmi radiotelevisivi di informazione e delle reti digitali, capaci di esasperare la visibilità della categoria in esame.

Nelle democrazie occidentali le consultazioni elettorali sono spesso vinte con maggioranze risicate. I sondaggi rilevano che il fenomeno potrebbe ripetersi il 4 marzo 2018, data delle elezioni politiche italiane.

Non ci resta che sperare che, almeno per questa volta, Carlo M. Cipolla venga smentito.

  • Giuseppe Rao businessinsider

A Tokyo si può camminare nell’arte del primo museo digitale al mondo

NOEMI PENNA LA STAMPA
 
 

Un museo interamente dedicato all’arte digitale, dove le installazioni luminose s’impossensano non solo delle pareti ma anche di pavimenti e soffitti creando delle esperienze iper-immersive per i visitatori.  

 

Bisognerà attendere ancora qualche mese, ma entro l’estate aprirà a Tokyo il Mori Building Digital Art Museum. Una realtà culturale unica nel suo genere, dove vivere esperienze digitali straordinarie. 

 

 

Credit: TeamLab  

 

Del nuovo museo è stata diffusa solo un’immagine. È quella distesa di fiori che potete vedere in copertina. Tutte le altre foto rappresentano altre installazioni di TeamLab, il collettivo interdisciplinare che utilizza le tecnologie digitali per esprimere l’arte, che esporrà permanentemente nel nuovo museo. 

 

Il nuovo Digital Art Museum si troverà a Palette Town, ad Odaiba, l’isola artificiale di Tokyo, conoscita per le sue numerose attrazioni turistiche, come la ruota panoramica. 

 

 

Credit: TeamLab  

 

Il nuovo concept nasce dalla collaborazione fra Mori Building, noto sostenitore della cultura e dell’arte, e il collettivo artistico TeamLab, che con questo museo potrà contare su un’esposizione permanente di 10 mila metri quadrati. 

 

Un labirinto senza confini, rotti appunto dall’incredibile mezzo digitale che amplifica il concetto d’arte trasformando un semplice quadro in un’opera in cui si può fisicamente camminare dentro.  

 

 

Credit: TeamLab  

 

Gli ultratecnologici artisti del Teamlab stanno già «programmando» le opere d’arte che verranno esposte a Tokyo. Si tratta di creazioni uniche e sperimentali in grado di creare un’esperienza coinvolgente e interattiva, dove a dominare saranno i colori, le luci, la meraviglia e le emozioni che questa commistura digitale saprà creare, inaugurando ufficialmente un nuovo modo di fare – e vivere – l’arte.  

 

 

Credit: TeamLab  

 

Salvate il Salone Margherita: il teatro di Marinetti e Lionello è in vendita

È stato il tempio del varietà e della satira all’italiana ed è un gioiello del Liberty. L’appello: non perdiamo un altro spazio culturale
 

Un gioiello dello stile Liberty europeo, il tempio del varietà e della satira italiana, uno dei pochi teatri romani in piena attività rischia di essere chiuso, lasciato andare in rovina e poi sostituito da un centro commerciale di lusso. E’ questo il destino che aspetta, quasi certamente, il Salone Margherita, a Roma (dietro Piazza di Spagna), noto in tutta Italia grazie alla televisione. Da poco è stato messo in vendita dalla Banca d’Italia, in sua difesa si levano le voci di Philippe Daverio, Vittorio Sgarbi, Pierfrancesco Pingitore e Vittorio Emiliani.  

 

 

Il passato glorioso  

Il teatro ha appena compiuto 120 anni: fu realizzato nel 1898 dai fratelli Marino come principale café chantant della Capitale. Sulle tavole del suo palcoscenico si sono esibiti Ettore Petrolini, Lina Cavalieri, la bella Otero, Filippo Tommaso Marinetti (con le sue folli serate futuriste) e ancora Totò, Aldo Fabrizi e Oreste Lionello. Nel 1972 il teatro, in declino, venne rilevato dalla compagnia di Castellacci e Pingitore e da allora ha ospitato per decenni gli spettacoli satirici del Bagaglino, poi ripresi in tv da Rai e Mediaset, raggiungendo punte di 14 milioni di spettatori.
 

Il presente: 30 mila spettatori  

Da circa tre anni, il teatro è stato rilevato – con importanti investimenti – dall’imprenditore teatrale Nevio Schiavone recuperando in buona parte l’antica programmazione. Attualmente, propone 320 serate l’anno offrendo spettacoli di varietà, cabaret, opera lirica, concerti – anche durante i tre mesi estivi – intercettando circa 30 mila spettatori l’anno. Senza abbandonare nulla della tradizione, per due mesi il Salone Margherita continua ad ospitare il Bagaglino. Con zero finanziamenti pubblici, il teatro offre quindi agli stranieri spettacoli della tradizione teatrale e musicale italiana anche in un periodo “morto” come quello estivo. Eppure, tutto finirà a dicembre 2018.  

 

La vendita  

Questa estate, la Banca d’Italia, proprietaria del Salone Margherita, lo ha messo in vendita all’asta e non ha rinnovato il contratto all’impresario. Solo un colosso finanziario potrà comprare il teatro per una cifra intorno ai 10 milioni di euro. Spiega l’impresario Nevio Schiavone: «La vendita, in linea con le direttive della Bce sulla possibilità per le banche nazionali di alienare i propri immobili, non ci pare giustificata da oneri economici: l’affitto viene pagato regolarmente e i costi di manutenzione sono a carico della nostra impresa». Dato che la Banca d’Italia non potrebbe vendere il teatro direttamente a un privato, il passaggio avverrà, con ogni probabilità, prima attraverso un altro istituto finanziario.
 

Un destino segnato  

Alcuni si illudono circa il fatto che il prossimo acquirente possa continuare con gli spettacoli del Salone Margherita, ma è una pia illusione. Gli introiti dell’attività teatrale non potrebbero mai coprire l’investimento essendo inimmaginabilmente inferiori a quelli che si potrebbero realizzare facendone un grande negozio del lusso. Se è vero che il Salone Margherita è attualmente vincolato da una destinazione d’uso come teatro, al futuro acquirente basterà chiuderlo per una decina d’anni, lasciarlo andare in rovina e, una volta dimenticato da tutti, la Giunta comunale di Roma potrà – a buon diritto – consentirne il cambio di destinazione d’uso. Il Salone Margherita sarà allora oggetto di una magnifica ristrutturazione, ma servirà ad ospitare non più musicisti, attori e soprani, ma un centro commerciale di lusso. Questo sistema è già stato adottato con il cinema Etoile, ex-teatro del 1917, nella centralissima Piazza San Lorenzo in Lucina, oggi boutique di un grande marchio francese. Denuncia il giornalista e scrittore Vittorio Emiliani: «Siamo di fronte ad una vera e propria aggressione alle città storiche a livello nazionale, allo snaturamento dei loro servizi culturali. Ciò incoraggia a Roma l’espulsione degli ultimi residenti, di botteghe e artigiani storici con la fine di ogni vita vissuta e di ogni positivo controllo sociale. Ne nasce una città completamente finta». 

 

La petizione  

Il blogger indipendente Stefano Molini ha aperto su Change una petizione che ha ricevuto quasi 5000 firme. Il movimento in difesa del teatro è partito autonomamente e ha ricevuto l’adesione di tanti artisti e semplici cittadini. I firmatari chiedono al Governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, al Ministro della Cultura Franceschini e al Sindaco Raggi di impegnarsi affinché il Salone Margherita non sia venduto. «Oltre alla storia, all’arte e alla cultura che racchiude – spiega Pierfrancesco Pingitore – questo teatro è un simbolo di libertà di pensiero. Quando la satira viene bandita, la democrazia comincia sempre a zoppicare». Fortemente critico con l’amministrazione comunale Vittorio Sgarbi: «Già con la vicenda del villino anni ’30 in stile Liberty da poco abbattuto, il sindaco Raggi e il soprintendente Prosperetti stanno permettendo che Roma venga messa a sacco come la Palermo di Ciancimino. La Capitale merita una Soprintendenza e un sindaco molto più reattivi di fronte a queste aggressioni, con orgoglio e capacità di difesa commisurati. L’interesse che dimostrano le multinazionali straniere verso questi immobili storici deve ancor più spingere l’amministrazione a una loro rivalutazione morale, spirituale e culturale». 
 

La proposta di Daverio  

Se la Banca d’Italia non rinuncerà a vendere l’immobile, una soluzione è che il Salone Margherita sia messo all’asta con un contratto attivo per almeno 18 anni con una qualsiasi impresa teatrale. In tal modo, il prossimo acquirente saprà che il teatro dovrà continuare con la sua attività e non potrà chiuderlo. «Dato che il Comune di Roma ha evidenziato spesso delle fragilità – spiega Philippe Daverio – consiglierei di rivolgersi direttamente al Mibact e al Ministro affinché tutelino il teatro come oggetto storico, dalla struttura agli arredi. Da quel momento sarà difficile realizzarvi un’altra cosa rispetto a un teatro. Se, una volta ricevuta la notifica, il ministero non si occupasse di un caso simile, anche dopo il risalto avuto sui media, si profilerebbero gli estremi di una denuncia per omissione d’atti d’ufficio. Mi colpisce come la Banca d’Italia abbia riservato all’alienazione del teatro una logica puramente econometrica, senza tener da conto il suo valore storico-culturale. Eppure, per le proprie sedi sceglie e conserva splendidi palazzi antichi in centro storico, ben consapevole del loro prestigio. A maggior ragione dovrebbe rispettare un luogo che è patrimonio della cultura del Paese».  

ANDREA CIONCI LA STAMPA

“COME PREMIER MEGLIO AMBRA DI DI MAIO!” SGARBI SCATENATO CONTRO GIGGINO: “E’ TELEGUIDATO DA GRILLO, AMBRA ANGIOLINI E’ INVECE UNA DONNA LIBERA” (VIDEO) – DOPO IL CASO CECCONI-MARTELLI, ADDIO AGLI SCONTRINI, NEL M5S SI CAMBIA METODO – LA POLEMICA DI RENZI: “E’ ASSURDO CHE A “LE IENE” NON VENGA MESSO IN ONDA IL SERVIZIO SULLE RENDICONTAZIONI SU PRESSIONE DI CHI NON SI SA” – VIDEO

Emanuele Buzzi e Cesare Zapperi per il Corriere della Sera

 

La polemica per le rendicontazioni, gli «sprinter» dei bonifici e una svolta in arrivo. Addio agli scontrini: forse dalla prossima legislatura nel Movimento cambieranno le norme per le restituzioni. I Cinque Stelle stanno pensando a una revisione a tutto tondo: modi, tempi, metodi.

 

Sgarbi Di MaioSGARBI DI MAIO

«Una discussione aperta da tempo in assemblea», spiegano nel Movimento, ma di sicuro il processo è stato accelerato dal servizio tv delle Iene che ha portato di fatto alla richiesta di sospensione o espulsione nei confronti di Carlo Martelli e Andrea Cecconi.

 

Sul tavolo dei vertici sta prendendo quota una proposta che al momento ha grandi chance di trasformarsi in qualcosa di più concreto.

L’ idea di base è rendere più snello ed efficiente – anche nelle verifiche – il sistema.

Ecco allora un doppio binario.

vittorio sgarbi su asia argentoVITTORIO SGARBI SU ASIA ARGENTO

Anzitutto, iter più veloce e tempi più ridotti per le restituzioni (ad oggi metà del gruppo parlamentare non ha rendicontato le spese di dicembre e un sesto deve ancora affrontare il mese di ottobre).

 

Poi, niente più microcredito («si autoalimenta da sé ormai», dicono i pentastellati).

Si sta cercando la formula per avere un «conto trasparente».

Ma la rivoluzione più significativa ha a che fare indennità e diaria. Il mantra è semplificare calcoli, bonifici e controlli.

C’ è chi ha proposto un taglio ulteriore di 250 euro mensile per parlamentare allo stipendio. La soluzione, però, potrebbe essere un’ altra: trasformare la quota eccedente da «restituire» della diaria da variabile a fissa (usando come parametro una media sul gruppo parlamentare negli ultimi anni). La svolta sulle rendicontazioni, però dovrebbe necessitare di un passaggio, una ratifica, in Rete in quanto non prevista dall’ articolo tre del nuovo statuto.

 

Intanto a tenere banco sono ancora le restituzioni attuali.

ANDREA CECCONIANDREA CECCONI

Vi sono incongruenze tra le cifre dichiarate dal Movimento e quelle fornite dal fondo per il microcredito gestito ministero. «Mancano circa 200.000 euro (ossia poco meno dell’ 1%) rispetto a quanto dichiarato sul nostro sito tirendiconto.it», scrivono i pentastellati sul blog. Ma – spiega Di Maio – «dai calcoli del Mef non ci sono ancora, e questo è sicuro, i bonifici di febbraio, cioè dell’ ultimo mese di restituzione». I Cinque Stelle argomentano il ritardo con il fatto che prima di arrivare al fondo, il denaro fa un «passaggio intermedio». Facendo dei calcoli si evince che i pentastellati che hanno versato denaro a partire dalla data del 31 gennaio (in concomitanza quasi con gli sviluppi del servizio tv) sono una trentina circa, la somma versata oscilla intorno ai 130mila euro. E tra gli ultimi Cinque Stelle a versare ci sono anche volti noti, a partire da Di Maio, che venerdì ha eseguito i bonifici per i mesi da ottobre a dicembre. «Siamo ancora fermi a settembre – dicono i pentastellati – .

Chi ha regolarizzato gli ultimi mesi del 2017 è in anticipo».

 

La polemica sulle cifre del fondo(e sull’ eventuale ammanco) – oltre alla messa in onda del servizio tv delle Iene – scatena però il dibattito politico. I Cinque Stelle ringraziano la trasmissione («sarà uno spot al Movimento») e lanciano «un appello a tutte le sanguisughe dei partiti» a versare «145.000 euro a testa (che è il versamento medio di un portavoce M5S)» al fondo per il microcredito. A mettere in dubbio i numeri e le rendicontazioni pentastellate interviene anche Riccardo Nuti.

renzi pdRENZI PD

«Nonostante siamo stati costretti a passare al misto – scrive su Facebook – abbiamo regolarmente rendicontato le spese e restituito le eccedenze al fondo per il microcredito come sempre fatto da inizio mandato. In particolare si tratta di quasi 20.000 euro a partire da gennaio 2017». E conclude: «Pertanto la differenza fra le rendicontazioni pubblicate dal gruppo parlamentare e quanto effettivamente bonificato non è di 226.000 ma di 245.000 euro».

 

I dem – da Alessia Morani a Matteo Richetti – insorgono.

Il forzista Maurizio Gasparri parla di «scandalo, la tomba politica dei Cinque Stelle». E in serata Matteo Renzi auspica la messa in onda del servizio tv sulle rendicontazioni: «Sta accadendo una cosa assurda: una trasmissione, le Iene , che non va in onda su pressione di chi non si sa ». (dagospia.com)

 

Luigi Di Maio - LinkCampus-LUIGI DI MAIO – LINKCAMPUS-

 

 

 

 

L’economia globale spiegata con la «Rustichella» di Autogrill

Per capire come va l’economia non guardate al Pil, ma fate attenzione alla «Rustichella». Per sondare i consumi, vero termometro di un Paese, inutile scartabellare grafici e statistiche; meglio guardare cosa mangiano i passeggeri degli aeroporti. A scorrere il bilancio di Autogrill, colosso mondiale della ristorazione da Los Angeles a Shanghai, si vede uno spaccato di economia reale: la geografia mondiale dei panini racconta meglio di tanti report di analisti lo stato di salute di stati e nazioni.

L’azienda italiana negli ultimi 20 anni, da quando cioè la famiglia Benetton (sì, quelli dei maglioni) l’ha comprata dallo Stato e affidata nelle mani di GianMario Tondato, uomo di poca mondanità, di ancor meno parole ma di tanti fatti, è diventata una multinazionale del largo consumo: fa ristorazione in giro per il mondo, negli aeroporti, nelle autostrade e nelle stazioni ferroviarie. Ossia tre luoghi strategici da dove osservare i movimenti delle persone, i loro consumi e di conseguenza i trend dell’economia reale. Con 4,6 miliardi di giro d’affari tutti ricavati dalla ristorazione in 31 Paesi del mondo, massima espressione di «largo consumo», il gruppo italiano è una delle migliori cartine di tornasole macroeconomiche.

La prima conferma è che l’economia mondiale nel 2017 è ripartita: Autogrill ha incassato il 2,9% in più dell’anno prima. Economisti e statistiche dicono che il Pil mondiale è salito del 3,6% nel 2017. La gente che viaggia, 4 miliardi di persone ogni anno quasi quanto tutta la popolazione mondiale, ha speso di più dell’anno prima, segnale di una ripresa, ma meno di quel che dicono i numeri astratti.

Ma come tutte le multinazionali, il numero sui ricavi è una somma algebrica di diversi Paesi e diversi andamenti: è lo spacchettamento dei numeri a essere rivelatore.

MAPPA DEI RICAVI DI AUTOGRILL 
I consumi nel mondo visti da Autogrill. Dati in milioni di euro (* dati in milioni di dollari)

America e Asia sono i due continenti che trainano la ripresa globale: salgono i ricavi, effetto di più consumi o di una maggiore capacità di spessa. La cara vecchia Europa, invece, ha il fiato corto: l’Italia, e i Paesi del Sud Europa (Grecia, Spagna), sono nella palude. I famigerati «Piigs» faticano a ritrovare la strada della crescita economica.

Negli Stati Uniti, ormai il primo mercato per Autogrill (da soli generano 2,4 miliardi di ricavi, il 60% del totale), è cresciuta del 3,8%,: conferma del boom economico della Trumpeconomics. Una mano ad Autogrill, a onor del vero, l’hanno data nuove aperture di ristoranti, dentro gli aeroporti di Chicago e Charlotte (nel North Carolina) . L’andamento dell’Asia è lo specchio puntuale dell’ininterrotto boom della Cina: per Autogrill è la zona del mondo a più forte crescita, spinta anche dal «jolly» dell’inaugurazione di Bistrot, il nuovo marchio di casa Benetton, a Shanghai, hub mondiale di passeggeri.

Alla ritrovata crescita globale, fa da contraltare un Vecchio Continente a luci e ombre: un Nord Europa robusto per Autogrill (anche qui sorretto da nuovi locali in Olanda, Finlandia e Norvegia); un Sud Europa con ricavi in calo (-3,7%) , dove gli occhi sono puntati sull’Italia, reduce dalla recessione ed «eterno malato» di bassa crescita. Fotografia perfetta di un continente che, stretto tra l’economia low cost cino-asiatica e il dominio tecno-militare degli Usa, langue da un decennio. A essere precisi in Italia, dove Autogrill ha accusato un calo dell’1,2%, il segno meno è frutto di chiusure di numerosi ristoranti in autostrada (a parità di locali, si registra un +1%) . Ma anche le chiusure e le aperture, pianificate in base all’andamento dei consumi, sono un segnale indiretto: banalmente, in un paese dove i consumi salgono difficilmente si riduce la presenza, anzi semmai si aumenta.

La Lega e l’euro: perché il Bagnai-pensiero non sta in piedi

borghi euro

 

La soluzione, sua e di Salvini, è il nazionalismo: economico e politico. Capiscono solo quel che “toccano”: il Paese, i suoi confini, la sua moneta. E credono che in questa “unicità” stia il futuro. Non è più vero da un secolo, ma non se ne sono accorti. 

La campagna elettorale ci ha restituito il professor Alberto Bagnai, economista docente a Chieti e Pescara, massimo esponente italiano della critica all’euro, anche concertista di pregio (clavicembalo, soprattutto), sicuramente prontissimo a suonare in una marcia funebre per la detestata moneta unica europea. Bagnai è candidato in Centro Italia per la Lega e così pure un altro antieuro, Claudio Borghi Aqulini, più organico alla Lega di quanto non sia Bagnai e di cui però non mette conto parlare troppo, perché più folcloristico che altro, e pronto a spararle alla grande. Bagnai invece mette il suo lavoro accademico di buon livello, anche per chi non ne approva affatto le conclusioni, a servizio di una battaglia di idee che conduce a una sola conclusione: l’euro deve morire, se vogliamo salvarci.La banconota col suo voltoLa banconota col suo v

TEORIE GIÀ SENTITE. Queste cose Bagnai le ripete da un decennio. Il suo Il tramonto dell’euro è del 2012 e alla base del Bagnai-pensiero c’è la più classica delle teorie monetarie, quella alla quale i primi critici della moneta unica fecero subito appello già più di 20 anni fa: una moneta unica per Paesi economicamente diversi non può reggere a lungo. In particolare si rivela nefasta per alcuni la perdita di sovranità monetaria che non consente quegli aggiustamenti del cambio necessari a riflettere i fondamentali dell’economia. Non possiamo diventare tutti una Germania. E non potendo svalutare una moneta che non abbiamo più, dobbiamo svalutare i redditi degli italiani. Queste cose le dicevano da subito, 25 anni fa non appena il progetto europeo prese corpo preciso, economisti di fama come Rudiger Dordnbusch, Martin Feldstein e Paul Krugman. E Bagnai da lungo tempo le riecheggia.

Il messaggio chiaro, e spicciolo, che arriva a tutti i bar d’Italia è questo: riprendiamoci la sovranità monetaria, stampiamo la nostra moneta, e il problema del debito pubblico è risolto

Svalutare la moneta nazionale equivale ugualmente, va ricordato, a svalutare i redditi, ma è operazione diversa e più complessa rispetto a una diretta limatura degli stipendi e rendite varie. Il messaggio chiaro, e spicciolo, che arriva a tutti i bar d’Italia è questo: riprendiamoci la sovranità monetaria, stampiamo la nostra moneta, e il problema del debito pubblico è risolto. E molti ripetono questa formula, convinti di essere stati introdotti dal professor Bagnai nell’arcano della politica monetaria. Dovrebbero ricordarsi che Argentina e altri Paesi con esperienze di bancarotta hanno sempre avuto la sovranità monetaria, ma hanno fatto bancarotta perché, pur avendone i pieni poteri legali, non riuscivano a governare la loro economia e la loro moneta. Sono le tesi del nazionalismo economico su cui Matteo Salvini sta conducendo la sua battaglia elettorale. Immigrazione, pilastro principale, e moneta unica, a completamento del riscoperto nazionalismo, panacea di tutti i mali. Gli interessi degli italiani in prima fila.L’euro, una moneta che funzionerebbe solo se fosse … la lira

 

LA TEORIA STORICA. Nel caso italiano la sovranità monetaria costringerebbe, in proprio, a una austerità non dissimile di quella imposta dalle regole di Bruxelles. Ma se parlare contro l’immigrazione sollecita corde profonde e non sempre razionali né tantomeno condivisibili, parlare contro l’euro è questione più complicata e, da un anno circa, più arrischiata. Non sembra infatti che gli europei, e gli italiani, siano così pronti a disfarsene. La Brexit si rivela controversa. Olandesi e francesi hanno detto sì all’euro, con le ultime elezioni. Difficilmente gli italiani diranno il 4 marzo no. Accanto alla teoria economica, Bagnai offre anche una lettura storica per spiegare come l’euro, demenziale economicamente, sia fuori tempo anche storicamente. Nato ed Europa di Bruxelles, ricorda Bagnai, hanno avuto un ruolo importante nella precedente fase storica, quando si trattativa di fare argine all’Urss. Poi il comunismo è finito ed è in quei giorni che, nel tentativo di ancorare il rapporto tra Francia e Germania, si passò all’attuazione della moneta unica.

LA STOCCATA FINALE. «Per scongiurare il rischio di conflitti intraeuropei si ritenne necessario in Europa combinare un frettoloso matrimonio di convenienza tra Francia e Germania, che ebbe la moneta unica come anello nuziale»: questa tesi spiega meno della metà della storia. La parte più cospicua, che non viene spiegata perché alla linea Bagnai non conviene farlo, è che attorno al 1992-94 quando queste decisioni venivano prese erano almeno 15 anni che la politica monetaria dei Paesi europei si limitava a seguire quella della Bundesbank essendo il marco la moneta-guida. Tanto valeva avere una banca centrale comune dove non fossero solo le scelte tedesche a pesare. La Germania, dice Bagnai e dicono molti altri, sta traendo enormi vantaggio dall’euro perché se avesse il marco questo sarebbe enormemente apprezzato dato il surplus record con l’estero e il desiderio di tutti di tesaurizzarlo. E alla fine la stoccata finale del Bagnai-pensiero: «Nessun processo politico non soltanto democratico, ma neppure sensato può essere messo in atto in un’area che non condivide né una lingua comune né una comune identità nazionale».

Salvini a Cav, senza maggioranza al voto

Finito il pericolo sovietico, l’Europa non ha che da riprendere la sua storia pre-1914, che ebbe come conseguenze appunto la due Guerre Mondiali. Il professor Bagnai ha validi supporti nella dottrina economica, anche se meno solidi di quanto sembrano, ma viene bocciato all’esame di Storia europea. La teoria economica non considera infatti che i Paesi dell’euro, quasi tutti, sono arrivati alla moneta unica dopo mezzo secolo di costanti cessioni di sovranità, accelerata per alcuni che, come la Finlandia, hanno dovuto attendere il 1989 per entrare nel consesso brusellese. Non considera che si tratta di Paesi spesso piccoli, e comunque non abbastanza grandi per far sentire davvero la loro voce nel mondo di oggi, dominato dagli Stati Uniti e dalla Cina, dove gli Usa sono il vecchio potere in arretramento e la Cina il nuovo, assertivo ed espansivo. Non considera che l’Europa, nel suo insieme, ha chiara coscienza della perduta supremazia economica politica e diplomatica, riconquistata e a fatica solo sul versante economico dopo il 1945, l’unico campo dove può ancora definirsi un gigante.

LA STORIA D’EUROPA NON È GIÀ SCRITTA. Alla base del Bagnai-pensiero c’è una lettura della storia dove solo gli egoismi nazionali comandano e dove la Germania vorrà imporre fino in fondo la sua forza e fare dell’Europa un’Europa tedesca. Ma nulla dice che sarà così. Nulla dice ancora che i tedeschi vorranno imporre questo, che la Francia e l’Italia e la Spagna e gli altri lo accetteranno, e che la storia d’Europa è già scritta. Se sarà così, la fine dell’euro è sicura. Ma dove trae Bagnai la certezza che sarà così e che chi prima esce dall’euro meglio si salva? La trae dal passato, dalla storia europea fino al 1945, una storia del suicidio economico e politico di un continente che ha dominato il mondo per due secoli e poi ha deciso di gettare la propria storia migliore alle ortiche, con fascismo, nazismo e comunismo, tutti prodotti del suicidio della Prima guerra mondiale, la più terribile di tutte le guerre.Salvini comunista

A BAGNAI SFUGGE IL CAMBIAMENTO. La prova del nove Bagnai la indicava nel settembre 2016 nel successo della Brexit, votata a giugno dal referendum britannico: «Mostrare che chi esce sta meglio, che non esistono apocalissi di sorta, è qualcosa che i nostri media non possono permettersi di raccontare» , diceva nel settembre del 2016. Solo che da allora la Brexit appare assai meno semplice, i suoi costi assai più alti, il partito conservatore più diviso che mai, e il dibattito sui vari tipi di Brexit e sulla ricerca di quello meno oneroso più vivo che mai. Il vizio di fondo della Brexit, proclamare le fortune britanniche disgiunte dall’appartenenza al più grande blocco economico del mondo, è sempre più evidente a tutti, fuorché al professor Bagnai e al suo mentore Salvini. La loro soluzione, inutile girarci attorno, è il nazionalismo, economico, monetario e politico. L’Italia farà da sé. C’è una parte della popolazione che, come loro, capisce solo quello che conosce e “tocca”: il Paese, i suoi confini, la sua lingua, le sue tradizioni, la sua moneta , ed è convinta che in questa “unicità” sta il futuro. Non è più vero, non più come prima, da circa un secolo. Ma non se ne sono ancora accorti.

 lettera43

Il programma di Visco per il nuovo governo

Ignazio Visco ha ricordato l’importanza delle riforme e ha sottolineato come i programmi elettorali potrebbero non essere adeguati alla situazione da affrontare. 

Ignazio Visco e Pier Carlo Padoan (LaPresse)Ignazio Visco e Pier Carlo Padoan (LaPresse)

Ha pronunciato sette volte la parola riforme perché nessuno potesse dire di non aver capito, visto che di riforme non parlano i programmi elettorali pieni di spese, assistenzialismo, regalie, promesse per lo più da marinaio perché non viene mai indicato chi paga e come. L’esecutivo che uscirà dal prossimo voto, ha spiegato il Governatore della Banca d’Italia ieri al Forex riunito a Verona, non dovrà “lasciare dubbi agli investitori sulla determinazione a mantenere l’equilibrio dei conti pubblici e senza deviare dal percorso di riforma avviata in questi anni”. Secondo Visco, “si tratta di un percorso da proseguire con decisione per migliorare i servizi pubblici, accrescere la concorrenza in quelli privati e intensificare gli investimenti in capitale umano”.

Il Governatore, dunque, ha indicato anche cosa cambiare e ha ammonito: un aumento del disavanzo pubblico non può sostituirsi alle riforme; rischierebbe di essere controproducente. “Anche senza i vincoli del Patto di stabilità – ha spiegato – resta per noi l’esigenza di compiere scelte responsabili”. In primo luogo perché abbiamo una montagna di debito e poi perché l’Italia cresce ancora troppo poco rispetto agli altri paesi europei (1,5% previsto quest’anno è ancora inferiore alla media).

Le parole di Visco assumono un rilievo particolare. Ottenuta una sofferta conferma grazie all’asse tra il presidente della Repubblica Mattarella e il capo del governo Gentiloni, uscito con poche scalfitture dalla commissione parlamentare d’inchiesta nata per affondarlo, s’è rivolto apertamente a quei partiti che, per lo più, hanno dimostrato di non amarlo (nessuno ha mai presentato in parlamento una mozione a suo favore) e ha tracciato se non proprio un programma, un sentiero di politica economica che, oggi come oggi, sta stretto a tutti.

Colpisce, leggendo le paginate di proposte spesso molto diverse, se non contrapposte, una convinzione comune: che di qui ai prossimi anni la crescita possa continuare quasi per inerzia. Un’ipotesi del tutto infondata. Non si tratta di evocare il ritorno dei gufi, migrati all’improvviso con la caduta di Renzi, ma di fare appello al senso di realtà. La locomotiva della ripresa è la domanda estera, gli ingranaggi fondamentali sono le imprese esportatrici. Lo scenario nel quale si svolge la nostra commedia domestica è l’economia mondiale. E qui le incognite sono davvero molte.

La prima riguarda i mercati finanziari: un rialzo ininterrotto da nove anni deve prendersi una pausa, ne ha bisogno, soprattutto perché gli indici di borsa hanno raggiunto record un tempo impensabili. Secondo il Financial Times siamo alla “fine di un’era, quella della tranquillità dei mercati”. La seconda incognita, che si collega direttamente alle borse, è di tipo politico: i focolai di crisi (Nord Corea, Siria, Iran, Afghanistan) si spegneranno o divamperà un incendio? La riforma fiscale di Donald Trump che dovrebbe favorire le imprese diventerà un boomerang perché aggraverà il disavanzo federale e il debito americano, per poi generare inflazione? La Federal Reserve manterrà i tassi su livelli moderati o darà una stretta?

La politica è destinata a giocare un ruolo importante anche in Europa. La Germania non ha ancora un governo e la grande coalizione perde pezzi prima ancora di nascere (e che pezzi se Schulz ha rinunciato al ministero degli Esteri). Non solo, gli accordi sottoscritti prevedono una svolta davvero ambiziosa: destinare l’enorme avanzo della bilancia estera a grandi investimenti infrastrutturali. Se sarà così, allora davvero l’intera economia europea ne verrà beneficiata, ma sembra un impegno di lungo periodo difficile da rispettare, anche perché nessuno può giurare sulla tenuta del nuovo esecutivo.

La terza incognita riguarda proprio l’Italia. Oggi il mercato richiede lo 0,5% di rendimento in più per prendere il rischio Italia piuttosto che il rischio Spagna, e ciò è largamente imputabile alle elezioni. È vero che alcuni pericoli maggiori si sono allontanati, per esempio le crisi bancarie e la minaccia di uscire dall’euro, tuttavia chi deve comprare i Btp sa che una strategia di crescita basata sul deficit manderebbe fuori controllo il debito. Sfruttando le condizioni odierne, ancora favorevoli – ripresa ciclica e tassi bassi – si può cogliere un’opportunità importante per ridurre l’indebitamento con un mix di strategie orientate alla crescita e rigore della finanza pubblica. Il Quantitative easing di Mario Draghi è un buon salvagente, ma potrebbe sgonfiarsi prima del previsto.

Gli operatori sembrano per lo più convinti che il Movimento 5 stelle non andrà al governo e che Silvio Berlusconi riuscirà a tenere a freno le pulsioni populiste della Lega, la loro preferenza è per una soluzione alla tedesca, una grande coalizione sia pure nelle forme tortuose che potrebbe assumere in Italia. Ma se si dovesse arrivare a una situazione più simile a quella spagnola, quindi con un nuovo voto in autunno, le aspettative si farebbero ben più negative. Sarebbe un’altra delle tante occasioni perdute, commentano gli analisti di Oxford Economics, la finestra che si è aperta nell’ultimo anno si chiuderebbe immediatamente e lo spread tornerebbe di nuovo a ballare.

Ignazio Visco lo sa, per questo ieri ha parlato senza peli sulla lingua.

Brexit: il lavoro impossibile? Una guida ai posti di blocco di fronte al PM

Dall’unione doganale al confine irlandese, i problemi si stanno accumulando per Theresa May

Theresa May
 I problemi di approfondimento affrontano Theresa May come la data proposta per gli approcci Brexit. Foto: Christopher Furlong / PA

LEdiscussioni politiche sulla Brexit non portano spesso giù la casa, ma Rachel Maskell, parlamentare laburista, non riusciva a contenersi mercoledì quando è apparsa nella serie Daily della BBC2. L’intervistatore Andrew Neil stava picchiando il ministro degli affari Greg Hands con domande sulla politica dell’unione doganale. Mani flanellate e confuse. Dopo ripetuti tentativi falliti di penetrare nella nebbia, Neil esplose: “Hai idea di cosa stai parlando?”, Lamentandosi del fatto che nessuna delle sue domande aveva suscitato il minimo indizio di una risposta. Hands ha detto che era il ministro del commercio, quindi doveva sapere di cosa stava parlando. “Questo è ciò che mi preoccupa”, ribatté Neil. Maskell, che era stata sottoposta a un severo interrogatorio sulla politica del lavoro Brexit, si sedette tra i due, incapace di nascondere il suo divertimento.

Il giorno seguente, alle domande di lavoro in comune, Andrea Leadsom, il capo della casa, stava cercando di rispondere alle domande dei parlamentari sul calendario parlamentare. Il suo opposto numero, Valerie Vaz, del Labour, ha adottato un tono esasperato, volendo sapere quando il disegno di legge sulla protezione dei dati sarebbe arrivato prima dei parlamentari. E – nella settimana che ha segnato 100 anni da quando le donne hanno ottenuto il diritto di voto – non è stato anche il tempo per il governo di dare la sua risposta arretrata a un rapporto sull’uguaglianza delle donne? La Brexit era l’unico problema a cui questo governo pensava?

Entrambi gli episodi evidenziano i problemi di approfondimento che coinvolgono Theresa May e il suo partito diviso e il governo. La Brexit è il tema attorno al quale ruota tutta la discussione politica e su cui viene spesa la maggior parte dell’energia ministeriale e parlamentare. L’altro principale argomento politico di discussione a Westminster è sulle possibilità di sopravvivenza di maggio. Questo, ovviamente, è intimamente legato alla sua capacità di vedere la Brexit attraverso.

Il partito e il governo di maggio sono divisi a tal punto che il progresso è diventato tortuosamente lento nella missione centrale. C’è un senso di deriva proprio come deve essere fatto il vero business della Brexit. Senza una maggioranza parlamentare dopo le elezioni di giugno, May non può guidare senza turbare una parte o l’altra della divisione europea dei Tory. Il disagio delle mani è stato causato dalla paura di scendere da una parte o dall’altra sulla questione critica dell’unione doganale. Quindi non disse nulla. Una fonte governativa ha detto in seguito che Hands stava solo dicendo “che numero 10 gli ha detto di fare”. Niente.

“Sta semplicemente oscillando tra le posizioni di Jacob Rees-Mogg e Anna Soubry e si ferma da qualche parte nel mezzo”, dice l’ex ministro laburista Chris Leslie.

Tra le voci che i parlamentari tory di entrambi i lati del divario ideologico del partito hanno inviato lettere a Graham Brady – presidente della potente commissione 1922 – chiedendo un voto di fiducia a maggio, un veterano del backstory di Tory ha detto che la sua unica possibile strategia di sopravvivenza era un cauto equivoco in un momento in cui era necessaria una leadership decisiva. “Il suo problema è che se si muove in una direzione innesca altri dieci nomi per Brady, se si muove nella direzione opposta innesca anche altre 10 lettere a Brady. Quindi, quando abbiamo bisogno di avere un piano chiaro per la Brexit, per il paese e per gli affari, abbiamo esattamente il contrario. Paralisi.”

L’indecisione e l’evasione possono funzionare solo per così tanto tempo. Nelle prossime settimane il primo ministro potrebbe ritrovarsi sconfitto in entrambe le camere del parlamento su elementi chiave della sua politica sulla Brexit. È probabile che i Lord trasmetteranno emendamenti a sostegno dell’adesione permanente del Regno Unito all’unione doganale. Potrebbe anche chiedere che l’adesione al mercato unico sia mantenuta sul tavolo. I Comuni potrebbero quindi seguire l’esempio e riappropriarsi dell’adesione alla dogana, non ultimo per risolvere i problemi dei confini irlandesi che sono tra i più potenzialmente esplosivi dell’intero dibattito sulla Brexit.

Questo sarebbe un duro colpo per la strategia fondamentale della Brexit dura del primo ministro. Il diritto del suo partito sarebbe stato furioso, vedendo Brexit scivolare via e avrebbe potuto complottare per rimuoverla. Ma gli ideologi della Brexit sono divisi anche sulla questione di chi sostituirla con – Boris Johnson, Michael Gove, Jacob Rees-Mogg. Né sono sicuri che un cambiamento possa davvero aiutare la loro causa.

Nicky Morgan, presidente del comitato ristretto di Tory Treasury
 
 Nicky Morgan dice che il ritardo e lo slittamento saranno dannosi per tutti. Fotografia: David Levene per il Guardian

Un altro catalizzatore per una rivolta parlamentare contro la Brexit dura potrebbero essere le elezioni locali del 3 maggio, quando i Tories saranno probabilmente diretti a Londra e in altre città. Perdite pesanti porteranno più problemi mentre i parlamentari Tory temerebbero un’elezione di emergenza indotta dalla Brexit. Nel frattempo, May deve disporre di accordi definitivi per la transizione biennale con l’UE in tempo utile per un vertice UE del 22 marzo. Ora sembra improbabile. Le relazioni tra il capo negoziatore dell’UE Michel Barnier e il segretario alla Brexit David Davis hanno toccato un nuovo minimo venerdì.Barnier sta respingendo le richieste del Regno Unito – quelle che May è stata costretta a presentare da parte dei Brexiter di base – che il Regno Unito dovrebbe essere in grado di bloccare le leggi dell’UE durante la transizione. L’idea di un paese che ha appena scelto di lasciare l’UE per poter accedere a tutti i suoi mercati dopo la partenza, ma vuole anche il diritto di impedire ai 27 membri di cambiare le loro regole, non è andata a buon fine a Bruxelles. Ora si teme che i colloqui nella fase successiva – lo “stato finale” di transizione post – debbano essere posticipati, mettendo in dubbio l’intero calendario.

Charles Grant, direttore del thinktank indipendente del Centro per la riforma europea, ha dichiarato: “A Bruxelles c’è un senso crescente che, poiché gli inglesi stanno sollevando nuove difficoltà sulla transizione, non sarà possibile concordarlo al vertice di marzo”.

La mancanza di chiarezza su ciò che il Regno Unito vuole a lungo termine, ha aggiunto Grant, crea il rischio che l’UE detterà i termini delle discussioni da ora in poi. “Più gli inglesi ritardano a dire ciò che vogliono in termini di una relazione futura, maggiore è il pericolo che l’UE imponga qualcosa di molto stretto come un accordo in stile Canada”.

Da Bruxelles, lo stato del governo del Regno Unito e il dibattito sulla Brexit sono visti con incomprensione. Fabian Zuleeg, amministratore delegato del Centro di politica europea con sede a Bruxelles, ha affermato: “L’UE 27 e le istituzioni hanno assistito al caos politico nel Regno Unito con un senso di incredulità e frustrazione. Sembra esserci una profonda incapacità di elaborare posizioni negoziali realistiche, e una costante tendenza a che anche gli accordi più limitati vengano immediatamente indeboliti e ritrattati dai media, dai membri del parlamento e / o dai ministri del governo “.

Un accordo finale sui termini del ritiro è dovuto entro ottobre di quest’anno, ma ora sembra ottimista. Pochi aspettano che tutti i dettagli siano stati risolti, dato che il Regno Unito non ha ancora fornito all’UE dettagli precisi sulla relazione che desidera. L’eurodeputato laburista Richard Corbett, ex consigliere senior a Bruxelles, prevede che ci possa essere solo un “accordo di ritiro minimalista che ci toglie ma lascia tutti i problemi chiave da risolvere in seguito durante il periodo di transizione”. Il processo Brexit, secondo lui, è in ritardo rispetto al programma a causa dell’indecisione del Regno Unito, della cautela di maggio e del suo partito diviso.

Nicky Morgan, licenziato come segretario all’istruzione nel maggio 2016 e ora comitato di selezione del presidente del Tesoro di Tory, ha detto che il ritardo e lo slittamento sarebbero negativi per tutti: “Se le discussioni sulla transizione scivolano, allora presumibilmente le probabilità di ottenere un accordo finale che il parlamento può votare nell’autunno 2018.

“L’incertezza su ciò che accade nel marzo 2019 non è positiva per nessuno, in particolare per le imprese e i cittadini dell’UE. Aumenta solo le probabilità di un Brexit disordinato. Questo non può essere quello che vuole il governo. “Fra tutti Theresa May, se è in grado di sopravvivere così a lungo.

 

Jeremy Corbyn in Hebden Bridge.
 
 Gran parte dell’armadietto ombra di Jeremy Corbyn vuole che sostenga l’adesione all’unione doganale permanente. Fotografia: Leon Neal / Getty Images

Rivolta dei signori 
febbraio

La fase di comitato del disegno di legge sull’astituzione dell’Unione europea inizia alla House of Lords a fine mese. Dieci giorni sono stati assegnati per quello che sarà il dibattito infuocato. Gruppi di pari inter pares voteranno su una serie di emendamenti che potrebbero silurare i piani del primo ministro per la Brexit.

Alcuni sostenitori pro-UE sosterranno gli emendamenti che dicono che il Regno Unito dovrebbe rimanere nel mercato unico e nell’unione doganale per sempre.Altri emendamenti eliminerebbero l’impegno per una data stabilita per Brexit (attualmente fissato al 29 marzo 2019).

Ci saranno anche richieste per un secondo referendum sull’accordo finale. Il problema più probabile sarà l’unione doganale. Se i Signori approvano uno di questi emendamenti, i Commons, dove c’è anche una maggioranza per una Brexit soft, potrebbero seguire l’esempio e l’autorità di May sarà seriamente danneggiata.

Turni di lavoro 
febbraio

Una sconfitta per maggio, che vede il Parlamento impegnarsi a diventare membro permanente dell’unione doganale, è molto più probabile se il Labour cambia ufficialmente e appoggia la politica. Attualmente, i laburisti sostengono sia l’unione doganale che il mercato unico durante il periodo di transizione.

Gran parte del gabinetto delle ombre di Jeremy Corbyn, compreso Sir Keir Starmer, segretario alla Brexit ombra, lo vuole a sostegno dell’adesione permanente all’unione doganale, non ultimo per risolvere i problemi di confine nell’Irlanda del Nord. Corbyn ha definito uno speciale cabinet delle ombre “away day” per la fine di questo mese per decidere. Se si sposta sull’unione doganale, i parlamentari laburisti e i conservatori pro-UE entreranno a far parte del SNP e dei Lib Dem nel voto ai Comuni in aprile o maggio. La sconfitta dell’unione doganale mostrerà che maggio non ha il sostegno del parlamento e non può consegnare una Brexit dura.

Riga di transizione 
marzo

Un vertice crunch dei 28 leader dell’UE dovrebbe firmare un accordo definitivo su una transizione di due anni, o periodo di attuazione, dopo che la Gran Bretagna ha lasciato il 2019. Gli altri 27 leader dell’UE dovranno inoltre concordare un mandato per negoziare il posto -transition relazione tra il Regno Unito e l’UE.

Ma c’è una crescente convinzione a Bruxelles e Londra che nessuno dei due possa essere raggiunto, ritardando l’intero calendario Brexit. Potrebbe desiderare una transizione in cui il commercio tra Regno Unito e UE prosegua come avviene ora, fino al 2021, con il Regno Unito che continua ad accettare le norme dell’UE e a pagare per l’accesso al mercato.

I parlamentari di Rightwing Tory, guidati da Jacob Rees-Mogg, di seguito, stanno gettando obiezioni tardive, volendo assicurazioni sul fatto che non ci saranno nuove leggi di Bruxelles nel periodo di transizione che potrebbero danneggiare il Regno Unito. Michel Barnier, il capo negoziatore dell’UE, resiste a questa idea.

Affari disperati 
Fine di marzo

I leader aziendali hanno fissato la fine di marzo come termine entro il quale il governo deve essere chiaro sugli accordi di transizione, avvertendo che se non riesce a fornire chiarezza, le aziende attiveranno piani di emergenza.

Le Camere di commercio britanniche sono sempre più vocali, mentre i membri si disperano per le divisioni dei gabinetti. In una lettera a maggio della scorsa settimana, il direttore generale Adam Marshall ha dichiarato: “Le società colpite direttamente sono pronte ad attivare piani di emergenza. Molti altri, preoccupanti, si sono semplicemente disimpegnati. “

L’ambasciatore del Giappone nel Regno Unito, Koji Tsuruoka, ha dichiarato dopo una riunione a Downing Street la scorsa settimana: “Se non c’è redditività delle operazioni continue nel Regno Unito … allora nessuna compagnia privata può continuare le operazioni”.

Toyota, Nissan, Honda? Se se ne andassero, l’impatto sui posti di lavoro sarebbe devastante.

Tory Rout nei sondaggi 
potrebbe

Si prevede che i conservatori siano diretti a Londra, e in altre grandi città che mantengono la città, alle elezioni locali di maggio. Le votazioni si svolgeranno in un contesto di voti chiave in entrambe le camere del parlamento sulle leggi della Brexit.

I parlamentari Tory stanno già avvertendo che, a meno che il PM non abbia asserito maggiore autorità entro il 3 maggio e dimostrasse che sta vincendo, gli “uomini in semi grigi” potrebbero essere mandati al numero 10 per chiedere che lei vada, o abbastanza Tory MPs chiamerà per un voto di fiducia, se e quando arrivano cattivi risultati.

Boris Johnson e Michael Gove hanno già detto di pensare a cosa fare in caso di un crollo di maggio. Un ex ministro del gabinetto dei Tori ha recentemente dichiarato di temere uno sterminio nelle grandi città, aggiungendo: “I parlamentari pensano in due modi: cosa posso fare per salvare il mio posto e cosa c’è in esso per me? La gente comincerà a manovrare sulla leadership. Ci sarà un certo panico “.

Quale accordo? 
Estate

Entro l’estate, i negoziati devono essere ben avviati sulla relazione a lungo termine tra l’UE e il Regno Unito. Le relazioni su articoli che vanno dall’agricoltura all’ambiente, alla sicurezza e alle licenze di droghe, dovranno essere rifuse. Il Regno Unito deve prendere una decisione su ciò che vuole.

Una relazione come quella canadese, che esclude i servizi? O come la Norvegia, effettivamente ancora nel mercato unico ma al di fuori dell’UE? Non c’è chiarezza oltre la richiesta di maggio per una “partnership profonda e speciale”. Vuole un “trade senza attriti” con l’UE, ma non ha un piano chiaro su come raggiungerlo.

I funzionari europei si stanno strappando i capelli. Il governo irlandese vorrà vedere ferme proposte su come il Regno Unito intende evitare il ritorno a un confine difficile tra l’Irlanda del Nord e la Repubblica, se finisce fuori dall’unione doganale. Se Dublino non è soddisfatta, potrebbe far fallire qualsiasi accordo.

L’UE reagisce 
Fine ottobre

I leader europei devono concordare la forma di qualsiasi accordo e mirano a farlo entro il vertice di ottobre. Per ottenere un accordo, devono essere d’accordo con quella che viene definita una “forte maggioranza”. L’unanimità non è richiesta, ma a quel punto dovrebbe emergere un consenso. L’accordo deve anche andare al Parlamento europeo dove deve essere approvato da una maggioranza semplice dei deputati. Se un grande blocco di Stati membri è infelice – per esempio, se i deputati europei e quelli di altri paesi dell’Europa centrale e orientale temono le implicazioni dell’accordo per la circolazione dei lavoratori – potrebbero bloccarlo.

Ai sensi dell’articolo 50 dell’accordo, l’accordo non deve essere ratificato da tutti i singoli Stati membri, come fa un nuovo Trattato.

Fai attenzione agli irlandesi, però, come se il pacchetto non fosse di gradimento di Dublino, potrebbe convincere altri paesi a farsi strada nel Consiglio europeo.

I deputati decidono 
Entro dicembre

I parlamentari potranno votare su qualsiasi accordo finale una volta che sarà stato firmato dai capi di governo dell’UE. Ma alcuni leader dell’UE e i ministri del Regno Unito ora pensano che tutto ciò che sarà raggiunto saranno “capi d’intesa” che non riescono a definire in dettaglio la relazione futura.

Ciò significherebbe che il discorso deve proseguire nella transizione, quando l’attenzione dovrebbe essere concentrata sui nuovi accordi commerciali. Se un accordo sullo scheletro è messo ai voti a Westminster, potrebbe non incontrare l’approvazione di nessuna delle due. Se un voto fosse perso sull’accordo – rifiutato come dannoso o troppo limitato, o non buono per i posti di lavoro – May sarebbe andato.

Cosa poi? L’UE accetterebbe di ritardare il giorno della Brexit? L’Istituto di governo afferma: “È improbabile che un voto parlamentare non possa fermare la Brexit del tutto. Perché ciò accada, il Regno Unito dovrebbe tentare di revocare la notifica dell’articolo 50. “Tutte le scommesse sarebbero andate. (The Guardian)

MACRON MINACCIA: La Francia svela la Brexit bank snatch per fare di Parigi il centro finanziario europeo

Emmanuel Macron

 

EMMANUEL Macron ha svelato i piani per rendere Parigi il più grande centro finanziario d’Europa, strappando talenti dal prospero settore bancario di Londra dopo Brexit. Londra finanzia circa il 40-50 per cento dei servizi finanziari del continente e Macron spera di prendere parte al bottino per la Francia.

Il presidente francese ha intenzione di attirare le banche globali dalla City di Londra a Parigi dopo Brexit , ha rivelato il ministro delle finanze e dell’economia del signor Macron .

Bruno Le Maire ha dichiarato che i punti di vista di Macron sono su JP Morgan, Bank of America e Goldman Sachs, che hanno tutti uffici a Londra.

L’onorevole Le Maire ha dichiarato: “È uno dei nostri obiettivi rendere Parigi il più grande centro finanziario d’Europa.

“JP Morgan, Bank of America e Goldman Sachs vogliono espandere i loro uffici in Francia . La Francia vuole giocare un ruolo chiave nell’importante finanza verde “.

Nell’ambito del piano di Macron “per rendere Parigi il più grande centro finanziario d’Europa”, Le Maire ha anche promesso di spingere la “solida crescita” della Francia, creare nuovi posti di lavoro e accelerare le riforme nell’istruzione e nella formazione professionale

Emmanuel Macron e City of LondonGETTY

Emmanuel Macron ha svelato i piani per rendere Parigi il più grande centro finanziario d’Europa al posto di Londra

L’onorevole Le Maire ha dichiarato: “Accelereremo le cose, nel settore dell’istruzione e della formazione professionale.

“Il mio lavoro è capitalizzare sulla solida crescita della Francia per aiutare le aziende a creare nuovi posti di lavoro.

“Google ha annunciato la creazione di un centro di ricerca in Bretagna.

“La piattaforma di trading online cinese JJ vuole localizzare il suo principale centro logistico in Francia.

“La Toyota sta investendo 300 milioni di euro nell’ampliamento dello stabilimento di Valenciennes nel nord della Francia”.

Il ministro delle finanze ha inoltre annunciato nuove riforme focalizzate sulle piccole e medie imprese per far avanzare la Francia nei mercati.

Ha detto: “Abbiamo bisogno di reindirizzare il capitale di risparmio verso le piccole e medie imprese.

“I francesi devono darci almeno due anni. Inoltre, nel 2017 sono stati creati 264.000 posti di lavoro nel settore privato.

“A metà aprile presenterò anche una legge per la crescita e la trasformazione delle aziende, perché a differenza della Germania, molte sono troppo piccole per avere successo all’estero”.

Miles Celic, CEO di TheCityUK, un gruppo di difesa del settore finanziario, ha dichiarato: “Se guardi da dove proviene il finanziamento in Europa, nel RU ci sono dal 40 al 50 percento circa di servizi e attività finanziarie in Europa”.

France's minister of economy Bruno Le MaireGETTY

Bruno Le Maire ha dichiarato che le vedute di Macron sono su JP Morgan, Bank of America e Goldman Sachs

È uno dei nostri obiettivi rendere Parigi il più grande centro finanziario d’Europa.

Bruno Le Maire

La Francia prevede anche di spingere per una tassa sulle transazioni finanziarie e la tassazione di Google, Amazon, Facebook, Apple.

Alla domanda se Parigi intende attenersi alla sua tassa sulle transazioni finanziarie programmata da lungo tempo, l’onorevole Le Maire ha dichiarato: “Siamo favorevoli, se ciò avviene a livello europeo e ciò è possibile.

“Non penso che sarebbe uno svantaggio di attrattiva per la Francia. Ai miei colleghi europei dico: non aver paura di difendere i tuoi valori!

“Puoi portare le multinazionali digitali nel paese, anche se le tassassi. La Francia spera che i piani di tassazione dell’UE presentati in primavera saranno concreti e ambiziosi.

“In futuro, le entrate fiscali dovranno essere una parte importante delle entrate pubbliche europee e risultare redditizie nel raggio di miliardi.

Angela MerkelGETTY

Angela Merkel ha promesso di prendere affari dalla City di Londra

“La Francia desidera che il criterio della tassazione non sia la pubblicità ma le vendite. A meno che l’OCSE non trovi un criterio migliore. “

Il ministro delle finanze ha anche fatto eco alla dichiarazione di Macron secondo cui l’Eurozona ha bisogno di un ministro delle finanze.L’onorevole Le Maire ha dichiarato: “Il presidente Macron ha esposto i punti salienti del suo discorso all’Università della Sorbona e non li cambieremo.Non indeboliremo le nostre ambizioni per l’Eurozona.

“Desideriamo rapidamente un’unione bancaria, un meccanismo europeo di solidarietà e un bilancio dell’Eurozona con il nostro ministro”.

La notizia arriva dopo che Angela Merkel ha rivelato che aveva i suoi occhi per attirare gli affari lontano da Londra dopo Brexit.

Il cancelliere tedesco ha fatto l’impegno come parte di un disperato accordo per unire un governo di coalizione tedesco con i socialdemocratici di sinistra di Martin Schulz.

Una bozza dell’accordo di coalizione afferma: “Alla luce dell’imminente ritiro del Regno Unito dall’Unione europea, renderemo la Germania più attraente per le istituzioni finanziarie”.

 Nicole Stinson

Cosa devi fare se vuoi rimandare la pensione come Warren Buffett

  • L’amministratore delegato di Berkshire Hathaway, 87 anni, ha dichiarato la settimana scorsa di non avere imminenti piani per andare in pensione.
  • Molti americani vogliono continuare a lavorare almeno part time nei loro anni di pensionamento, secondo un recente sondaggio.
  • Se si intende lavorare oltre l’età pensionabile, ci sono specifiche considerazioni di pianificazione finanziaria da tenere a mente.

 
Warren Buffett, Chairman and CEO of Berkshire Hathaway.

Warren Buffett:
Il CEO di Berkshire Hathaway, 87 anni, ha annunciato due nuovi appuntamenti del consiglio la scorsa settimana per spingere il conglomerato verso una successione.

Allo stesso tempo, Buffett ha riconosciuto che non ha piani imminenti per andare in pensione. Altri 10 anni in azienda potrebbero essere troppi, ha detto alla CNBC, “ma ogni volta che vedo uno dei miei medici, dico semplicemente: ‘Garantetemi altri cinque anni'”.

 

Come Buffett, le persone più anziane aspirano a continuare a lavorarenei loro anni d’oro. Una recente ricerca di Gallup ha rilevato che il 63% degli adulti che lavorano ha in programma di lavorare part time oltre i 65 anni, mentre l’11% ha intenzione di continuare a lavorare a tempo pieno. Ciò contrasta con gli attuali pensionati, di cui il 68 per cento si è ritirato prima dei 65 anni.

“Devi salvare perché non sai mai quando perderai la capacità di lavorare.”-Carolyn McClanahan, Life Planning Partners

Ma pianificare di continuare a lavorare a tempo indeterminato comporta rischi finanziari.

“Molti di noi saranno costretti al ritiro”, ha dichiarato Scott Hanson, cofondatore e partner senior di Hanson McClain Advisors a Sacramento, in California. “La prontezza al pensionamento è fondamentale, indipendentemente da quali siano i tuoi piani.”

Ecco cosa devi considerare se non vuoi smettere di lavorare.

Non trascurare il risparmio

La consulente finanziaria Carolyn McClanahan, direttore della pianificazione finanziaria presso Life Planning Partners di Jacksonville, in Florida, ha affermato che i clienti che affermano di non voler andare in pensione spesso non vogliono frenare le spese.

“Devi salvare perché non sai mai quando perderai la capacità di lavorare”, ha detto McClanahan, che è anche un medico.

Se hai intenzione di lavorare fino a 75 anni, devi anche prepararti al fatto che l’assicurazione per invalidità si esaurisce di solito a 67 anni, ha detto McClanahan. A causa di ciò, dovrai mettere da parte i fondi nel caso in cui tu diventi fisicamente incapace di lavorare.

Warren Buffett, Presidente e CEO di Berkshire Hathaway.

David A. Grogan | CNBC
Warren Buffett, Presidente e CEO di Berkshire Hathaway.
 

Regola il tuo reddito pensionistico

Gli individui di età pari o superiore a 70 ½ anni devono generalmente prelevare le distribuzioni minime richieste dai loro conti pensionistici, il che aumenterà il reddito imponibile.

Se sei ancora un partecipante attivo nel piano 401 (k) della tua azienda, non devi prendere RMD da quei fondi.

Pertanto, è consigliabile prendere in considerazione la possibilità di trasferire i conti pensionistici individuali nel 401 (k). Questa mossa, che può essere fatta anche dopo i 70 anni di età, vi impedirà di dover assumere RMD su quei soldi, ha detto il consulente finanziario Daniel Lash, un partner di VLP Financial Advisors a Vienna, in Virginia.

Mentre la legge tributaria consente una mossa del genere, non tutti i piani aziendali 401 (k), avverte l’esperto IRA Ed Slott, fondatore di Ed Slott & Co. Si dovrebbe verificare prima per assicurarsi che il piano lo consenta. Slott ha notato che solo gli IRA pretax, e non i Roth IRA, possono essere inseriti nel piano.

Inoltre, tieni presente che il tempo più lungo per ritardare l’assunzione delle prestazioni di sicurezza sociale è fino all’età di 70 anni. “Non avrebbe senso rimandarlo e non prendere i soldi” dopo i 70 anni, ha detto Lash.

Ma poiché i tuoi benefici di sicurezza sociale si basano sui tuoi 35 anni migliori di guadagni, è possibile che un reddito più elevato negli anni successivi possa contribuire ad aumentare i tuoi benefici, ha detto.

Presta attenzione alla tua salute

Lavorare più a lungo può significare costi inferiori per l’assistenza sanitaria, secondo McClanahan, dal momento che molte persone sono in grado di usufruire dei piani sanitari aziendali.

Allo stesso tempo, coloro che lavorano al di là dell’età pensionabile probabilmente dovranno affrontare premi più elevati di Medicare Part B, che si basano sul vostro reddito, ha detto Hanson.

“Molti di noi saranno costretti alla pensione, la prontezza al pensionamento è fondamentale, indipendentemente da quali siano i tuoi piani”.-Scott Hanson, Hanson McClain Advisors

Devi anche badare alla tua salute fisica.

Crea un accordo con le persone con le quali lavori, ha suggerito McClanahan, in modo che sappiano sollevare qualsiasi problema e chiederti di uscire dai test se le preoccupazioni emergono.

Assicurati che il tuo amore per il tuo lavoro non ti impedisca di prenderti cura di te stesso. Mangia bene, esercita e diversifica le tue attività, ha detto McClanahan.

Sii strategico con il tuo tempo

Negli anni ’90, la tendenza era ritirarsi prima e dopo, ricorda Hanson, ma ora che il modo di pensare è cambiato.

“C’è un sacco di persone che non vogliono necessariamente smettere di lavorare”, ha detto. “Vogliono solo controllare il loro tempo.”

 
E. Slott & Company: Know what's in your 401(k)

Ed Slott & Company

Pensa a come puoi applicare le abilità che hai appreso in un modo nuovo e fresco , ha detto Hanson. Le probabilità sono, potresti essere in grado di creare un programma che funzioni per te, con la proliferazione di lavoro digitale e strumenti di comunicazione e la possibilità di lavorare da qualsiasi luogo.

“Se riusciamo ad arrivare ad un punto in cui le persone hanno un certo controllo sul loro tempo, quello che ho trovato è che le persone non hanno fretta di andare in pensione”, ha detto Hanson.

Preparati all’inaspettato

Preparati a modificare i tuoi piani quando i tuoi obiettivi o le prospettive di lavoro cambiano.

John M. Scherer, pianificatore finanziario presso la Trinity Financial Planning di Middleton, nel Wisconsin, ha affermato di avere clienti che gli dicono che hanno in programma di lavorare fino all’età di 80 anni.

“Che cosa succede se non puoi o quello cambia?” Scherer ha detto. “È fantastico finché non funziona più.”

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