Salvate il Salone Margherita: il teatro di Marinetti e Lionello è in vendita

È stato il tempio del varietà e della satira all’italiana ed è un gioiello del Liberty. L’appello: non perdiamo un altro spazio culturale
 

Un gioiello dello stile Liberty europeo, il tempio del varietà e della satira italiana, uno dei pochi teatri romani in piena attività rischia di essere chiuso, lasciato andare in rovina e poi sostituito da un centro commerciale di lusso. E’ questo il destino che aspetta, quasi certamente, il Salone Margherita, a Roma (dietro Piazza di Spagna), noto in tutta Italia grazie alla televisione. Da poco è stato messo in vendita dalla Banca d’Italia, in sua difesa si levano le voci di Philippe Daverio, Vittorio Sgarbi, Pierfrancesco Pingitore e Vittorio Emiliani.  

 

 

Il passato glorioso  

Il teatro ha appena compiuto 120 anni: fu realizzato nel 1898 dai fratelli Marino come principale café chantant della Capitale. Sulle tavole del suo palcoscenico si sono esibiti Ettore Petrolini, Lina Cavalieri, la bella Otero, Filippo Tommaso Marinetti (con le sue folli serate futuriste) e ancora Totò, Aldo Fabrizi e Oreste Lionello. Nel 1972 il teatro, in declino, venne rilevato dalla compagnia di Castellacci e Pingitore e da allora ha ospitato per decenni gli spettacoli satirici del Bagaglino, poi ripresi in tv da Rai e Mediaset, raggiungendo punte di 14 milioni di spettatori.
 

Il presente: 30 mila spettatori  

Da circa tre anni, il teatro è stato rilevato – con importanti investimenti – dall’imprenditore teatrale Nevio Schiavone recuperando in buona parte l’antica programmazione. Attualmente, propone 320 serate l’anno offrendo spettacoli di varietà, cabaret, opera lirica, concerti – anche durante i tre mesi estivi – intercettando circa 30 mila spettatori l’anno. Senza abbandonare nulla della tradizione, per due mesi il Salone Margherita continua ad ospitare il Bagaglino. Con zero finanziamenti pubblici, il teatro offre quindi agli stranieri spettacoli della tradizione teatrale e musicale italiana anche in un periodo “morto” come quello estivo. Eppure, tutto finirà a dicembre 2018.  

 

La vendita  

Questa estate, la Banca d’Italia, proprietaria del Salone Margherita, lo ha messo in vendita all’asta e non ha rinnovato il contratto all’impresario. Solo un colosso finanziario potrà comprare il teatro per una cifra intorno ai 10 milioni di euro. Spiega l’impresario Nevio Schiavone: «La vendita, in linea con le direttive della Bce sulla possibilità per le banche nazionali di alienare i propri immobili, non ci pare giustificata da oneri economici: l’affitto viene pagato regolarmente e i costi di manutenzione sono a carico della nostra impresa». Dato che la Banca d’Italia non potrebbe vendere il teatro direttamente a un privato, il passaggio avverrà, con ogni probabilità, prima attraverso un altro istituto finanziario.
 

Un destino segnato  

Alcuni si illudono circa il fatto che il prossimo acquirente possa continuare con gli spettacoli del Salone Margherita, ma è una pia illusione. Gli introiti dell’attività teatrale non potrebbero mai coprire l’investimento essendo inimmaginabilmente inferiori a quelli che si potrebbero realizzare facendone un grande negozio del lusso. Se è vero che il Salone Margherita è attualmente vincolato da una destinazione d’uso come teatro, al futuro acquirente basterà chiuderlo per una decina d’anni, lasciarlo andare in rovina e, una volta dimenticato da tutti, la Giunta comunale di Roma potrà – a buon diritto – consentirne il cambio di destinazione d’uso. Il Salone Margherita sarà allora oggetto di una magnifica ristrutturazione, ma servirà ad ospitare non più musicisti, attori e soprani, ma un centro commerciale di lusso. Questo sistema è già stato adottato con il cinema Etoile, ex-teatro del 1917, nella centralissima Piazza San Lorenzo in Lucina, oggi boutique di un grande marchio francese. Denuncia il giornalista e scrittore Vittorio Emiliani: «Siamo di fronte ad una vera e propria aggressione alle città storiche a livello nazionale, allo snaturamento dei loro servizi culturali. Ciò incoraggia a Roma l’espulsione degli ultimi residenti, di botteghe e artigiani storici con la fine di ogni vita vissuta e di ogni positivo controllo sociale. Ne nasce una città completamente finta». 

 

La petizione  

Il blogger indipendente Stefano Molini ha aperto su Change una petizione che ha ricevuto quasi 5000 firme. Il movimento in difesa del teatro è partito autonomamente e ha ricevuto l’adesione di tanti artisti e semplici cittadini. I firmatari chiedono al Governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, al Ministro della Cultura Franceschini e al Sindaco Raggi di impegnarsi affinché il Salone Margherita non sia venduto. «Oltre alla storia, all’arte e alla cultura che racchiude – spiega Pierfrancesco Pingitore – questo teatro è un simbolo di libertà di pensiero. Quando la satira viene bandita, la democrazia comincia sempre a zoppicare». Fortemente critico con l’amministrazione comunale Vittorio Sgarbi: «Già con la vicenda del villino anni ’30 in stile Liberty da poco abbattuto, il sindaco Raggi e il soprintendente Prosperetti stanno permettendo che Roma venga messa a sacco come la Palermo di Ciancimino. La Capitale merita una Soprintendenza e un sindaco molto più reattivi di fronte a queste aggressioni, con orgoglio e capacità di difesa commisurati. L’interesse che dimostrano le multinazionali straniere verso questi immobili storici deve ancor più spingere l’amministrazione a una loro rivalutazione morale, spirituale e culturale». 
 

La proposta di Daverio  

Se la Banca d’Italia non rinuncerà a vendere l’immobile, una soluzione è che il Salone Margherita sia messo all’asta con un contratto attivo per almeno 18 anni con una qualsiasi impresa teatrale. In tal modo, il prossimo acquirente saprà che il teatro dovrà continuare con la sua attività e non potrà chiuderlo. «Dato che il Comune di Roma ha evidenziato spesso delle fragilità – spiega Philippe Daverio – consiglierei di rivolgersi direttamente al Mibact e al Ministro affinché tutelino il teatro come oggetto storico, dalla struttura agli arredi. Da quel momento sarà difficile realizzarvi un’altra cosa rispetto a un teatro. Se, una volta ricevuta la notifica, il ministero non si occupasse di un caso simile, anche dopo il risalto avuto sui media, si profilerebbero gli estremi di una denuncia per omissione d’atti d’ufficio. Mi colpisce come la Banca d’Italia abbia riservato all’alienazione del teatro una logica puramente econometrica, senza tener da conto il suo valore storico-culturale. Eppure, per le proprie sedi sceglie e conserva splendidi palazzi antichi in centro storico, ben consapevole del loro prestigio. A maggior ragione dovrebbe rispettare un luogo che è patrimonio della cultura del Paese».  

ANDREA CIONCI LA STAMPA