DI MAIO FINISCE NEL ‘BUCO’: UN MILIONE DI EURO VERSATO PER FINTA DAI GRILLINI AL FONDO PER IL MICROCREDITO – ‘NOI LE MELE MARCE LE CACCIAMO, GLI ALTRI LI FANNO MINISTRI’, DICE GIGGINO. MA LO SCANDALO SI ALLARGA AI PARLAMENTARI EUROPEI E AI CONSIGLIERI REGIONALI – BARBARA LEZZI: ”LA BANCA CERTIFICHERÀ CHE I MIEI BONIFICI NON SONO STATI REVOCATI” – VIDEO

II PARTE: LE IENE BECCANO I GRILLINI CHE INTASCANO I SOLDI

VIDEO LE IENE 

 

DI MAIO, FUORI MELE MARCE, NESSUNO INFICERÀ NOME M5S

 (ANSA) – “Non permetteremo a nessuno di inficiare il nome del M5S. Le mele marce le trovo e metto fuori”. Lo afferma il leader del M5S Luigi Di Maio sul caso rimborsi a margine della sua visita ad una palestra di Scampia. “Io non conosco i nomi ma sia chiara una cosa le mele marce ci sono ovunque. Da noi vanno fuori negli altri partiti li fanno ministri”, spiega ancora Di Maio sottolineando di aspettare il resoconto del Mef per avere un quadro più preciso del caso.

di maioDI MAIO

M5S: LEZZI, BANCA CERTIFICHERÀ MIEI BONIFICI

 (ANSA) – “Andrò in banca per farmi rilasciare la documentazione che accerta che tutti i bonifici che ho effettuato in questi anni non sono stati revocati”.

Lo ha scritto la senatrice M5s Barbara Lezzi sulla sua bacheca Fb dopo che le Iene la hanno tirata in ballo nel loro servizio sui mancati bonifici al fondo per le microimprese di Cecconi e Martelli: “Quando abbiamo incontrato Di Maio, si trovava in Puglia per un’iniziativa elettorale. A fianco a lui c’erano i senatori Maurizio Buccarella e Barbara Lezzi, entrambi candidati. Abbiamo chiesto a entrambi se loro erano in regola con i versamenti al Fondo. Ci hanno detto di sì e che ci contatteranno. Sarà vero?” si legge sul sito de Le Iene che ha pubblicato l’inchiesta sulle restituzioni.

BARBARA LEZZIBARBARA LEZZI

RIMBORSI, IL «BUCO» POTREBBE SFIORARE IL MILIONE. IL M5S CHIEDE GLI ELENCHI AL MEF

Manuela Perrone per www.ilsole24ore.com

Le verifiche sulle restituzioni volontarie dei parlamentari Cinque Stelle procedono a tappeto. E dallo staff di Luigi Di Maio trapela quel che tutti sospettavano: il “buco” sarebbe in realtà molto più ampio dei 226mila euro inizialmente stimati come scarto tra i 23,418 milioni di euro riportati sul sito tirendiconto.it e il prospetto del Mise da 23,19 milioni, con i bonifici effettuati sul Fondo per il microcredito a valere sugli stipendi dei pentastellati. Il Movimento non dà cifre, ma l’ammanco – se si conteggiano i versamenti degli europarlamentari (606mila euro)e dei consiglieri regionali (potrebbe superare i 500mila euro), nonché i 19mila euro versati dagli ex Riccardo Nuti e Giulia Di Vita – potrebbe essere più che quadruplo, fino a sfiorare il milione di euro.

i furbetti del bonifico le iene su m5s 3I FURBETTI DEL BONIFICO LE IENE SU M5S 3

Per fare chiarezza e controllare ogni flusso (anche perché qualche bonifico potrebbe essere “incagliato” nel passaggio tra il Mef e il Mise), i vertici M5S si sono rivolti in via ufficiale al ministero dell’Economia, chiedendo l’accesso agli atti per ottenere l’elenco dei portavoce che hanno effettuato i versamenti con il totale dell’importo restituito durante l’intera legislatura da ognuno di loro. Alla fine – promettono i pentastellati – «pubblicheremo tutti i dati e chi non ha versato verrà espulso».

i furbetti del bonifico le iene su m5s 1I FURBETTI DEL BONIFICO LE IENE SU M5S 1

«Chi di spada ferisce di spada perisce», ironizza un parlamentare di lungo corso del Pd. Perché il caso esploso con il servizio delle Iene (anticipato ieri sul sito del programma) sul deputato Andrea Cecconi e sul senatore Carlo Martelli, entrambi considerati fedelissimi di Davide Casaleggio e di Di Maio, sta deflagrando ben oltre le aspettative. E sta producendo molto imbarazzo. Anche per il sistema truffaldino usato per trattenere parte di quanto dovuto: effettuare i bonifici e poi revocarli entro 24 ore.

filippo roma delle iene becca carlo martelliFILIPPO ROMA DELLE IENE BECCA CARLO MARTELLI

Il candidato premier, dopo qualche tentennamento (all’inizio si era detto «orgoglioso di loro» per essersi prontamente scusati e aver restituito il mal tolto: 21mila euro non restituiti da Cecconi, 70mila da Martelli), ha scelto la linea dura e nelle prossime ore tornerà a incontrare le Iene. «Quelle persone le ho già messe fuori», ha detto oggi Di Maio a Napoli. «Per gli altri stiamo facendo tutte le verifiche che servono ma siamo orgogliosi di quello che è il Movimento. Non sarà qualche mela marcia ad inficiare questa iniziativa che facciamo solo noi e come sanno gli italiani da noi le mele marce si puniscono sempre».

filippo roma delle iene becca carlo martelliFILIPPO ROMA DELLE IENE BECCA CARLO MARTELLI

Di Maio ha cercato di ridimensionare la portata della vicenda, ricordando che «la notizia in un paese normale è che il M5S ha restituito 23 milioni e 100mila euro di stipendi, e non che manca lo 0,1%. Ci sono 7mila imprese in Italia che lo testimoniano perché quei soldi hanno fatto partire 7mila imprese e 14mila posti di lavoro». Ma chi gli è accanto in questo ultimo miglio di campagna elettorale lo racconta infuriato e deluso. Anche perché i parlamentari coinvolti potrebbero essere molti di più.

filippo roma delle iene becca andrea cecconiFILIPPO ROMA DELLE IENE BECCA ANDREA CECCONI

«Siamo a una doppia cifra», ha riferito un ex attivista alle Iene, che hanno incalzato i senatori salentini Maurizio Buccarella e Barbara Lezzi. Davanti alle telecamere hanno affermato di essere in regola. Ma in realtà il primo avrebbe già ammesso irregolarità. La seconda ha scritto su Facebook che oggi sarebbe andata in banca per farsi rilasciare la documentazione «che accerta che tutti i bonifici che ho effettuato in questi anni non sono stati revocati».

filippo roma delle iene becca andrea cecconiFILIPPO ROMA DELLE IENE BECCA ANDREA CECCONI

Marco Canestrari, l’ex dipendente della Casaleggio Associati che con Nicola Biondo ha scritto il libro “Supernova: Com’è stato ucciso il Movimento 5 Stelle”, in un video ha segnalato i rendiconti di Michele Mario Giarrusso, Danilo Toninelli, Carlo Sibilia e Vito Crimi: «Per tre, quattro, cinque mesi di fila dichiarano di restituire la stessa identica cifra: è virtualmente molto molto difficile. Andrebbe spiegato. C’è un modo molto semplice: pubblicate tutti gli scontrini delle vostre spese. I parlamentari onesti non hanno nulla da temere». dagospia.com

 

Banche, “700 mila persone rischiano di perdere la casa”

La cartolarizzazione dei mutui è un'operazione finanziaria
La cartolarizzazione dei mutui è un’operazione finanziaria

Gli istituti di credito stanno cedendo a gruppi internazionali i crediti deteriorati. Tra questi anche quelli di quelle famiglie che non sono riuscite a pagare i mutui. La denuncia del direttore di Caritas Ambrosiana Gualzetti: “Fino ad ora avevano negoziato con le banche, ma ora il rischio concreto è che pur di non perdere l’abitazione ricorrano all’usura”

Sono ben 700 mila le persone che rischiano di perdere la casa per i mutui contratti con le banche. Famiglie che, a causa della crisi economica, non sono riuscite a far fronte alle rate e che ora sono finite nel mirino di agenzie o gruppi internazionali specializzate nel recupero crediti. “Ogni giorno ci troviamo a ricevere famiglie che temono di perdere la casa o l’hanno già persa. Fino ad ora avevano negoziato con le banche, ma ora gli istituti di credito, per ottemperare alle nuove regole, hanno dovuto cedere i crediti in sofferenza a grossi gruppi internazionali che si affidando per la riscossione ad agenzie senza scrupoli. Il rischio concreto è che queste persone, non riuscendo a farsi fare più credito legalmente, pur di non perdere l’abitazione ricorrano alle vie illegali: quelle dell’usura». La denuncia viene da Luciano Gualzetti, direttore di Caritas Ambrosiana, in qualità di presidente della Fondazione anti usura San Barnardino. 

“Le nuove regole internazionali costringono le banche italiane a vendere velocemente i crediti deteriorati che hanno in pancia (NPL, no performing loans) -si legge in un comunicato stampa di Caritas Ambrosiana-. Avendo poco tempo a disposizione per liberarsene, gli istituti di credito italiani sono costretti a svenderli a un prezzo che va dal 20% al 10% del loro valore. Gli acquirenti, in genere grandi gruppi internazionali in grado di agire senza troppi controlli, si rivalgono sui creditori. Il meccanismo fino ad ora ha riguardato i crediti delle imprese. Adesso si sta passando ai crediti residenziali in mano alle famiglie. Sarebbero 700mila le persone coinvolte. La situazione rischia di far esplodere il credito usuraio. Infatti, benché secondo dati Eurispes, le province lombarde abbiano indici di permeabilità all’usura inferiori alla media nazionale (44,02), tutte mostrano comunque valori rilevanti con Milano in testa (36,41) e a seguire Varese (27,78), Bergamo (25,37), Brescia (23,84), Cremona (23,50), Monza e Brianza (21,10), Pavia (19,20), Mantova (18,34), Lecco (17,95), Lodi (15,92), Como (15,38), Sondrio (7,41)”. 

“Dopo avere tanto parlato di sicurezza del sistema bancario e di organi di vigilanza, mi chiedo come sia possibile che nel nostro Paese questo dramma, che riguarda i soggetti più deboli, possa essere tollerato -aggiunge Luciano Gualzetti-, a maggior ragione dopo le recenti parole di Papa Francesco che, proprio all’udienza con i rappresentanti delle fondazioni anti-usura lo scorso 3 febbraio, ha ricordato che ‘l’usura è un peccato grave: uccide la vita, calpesta la dignità delle persone, è veicolo di corruzione e ostacola il bene comune’ e ha invitato i responsabili del sistema bancario affinché vigilino sulla qualità etica delle attività e degli istituti di credito”. (dp)

Tra le valli svizzere il nuovo paradiso offshore di società e fiduciari italiani

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La carovana dei fiduciari italiani in Svizzera sta migrando da Lugano ai Grigioni italiani con tutto il carico di truffe che alcuni di essi finora hanno messo in campo. Solo che a differenza del Canton Ticino, dove le sedi sono sfarzose e lussuose, in Mesolcina sono fantasmi o abilmente camuffati. Dal 2013 al 2017 ben 333 società si sono trasferite dal Canton Ticino nei Grigioni, di cui 277 si sono installate nei sette comuni di lingua italiana. La strada inversa è stata invece percorsa da 171 società, 122 delle quali provenienti dai Grigioni italiani. La maggior parte delle società opera nel settore fiduciario ma sono sempre di più quelle che negli ultimi tre anni sono attive nel settore edilizio o in quello degli esercizi pubblici. I Grigioni italiani sono come una calamita: l’80% delle società che hanno lasciato il Canton Ticino negli ultimi cinque anni è approdata qui.

Anche se è perfettamente legale, il rischio è che dietro molte di queste società si celino anche il riciclaggio di denaro sporco, frodi fiscali e addirittura l’ingresso di capitali della criminalità organizzata italiana e transnazionale.

Una cantonale intasata di società 
La strada cantonale che attraversa i Grigioni italiani (Mesolcina e Calanca) è tappezzata di cassette per le lettere con i nomi di ben 3.700 società, in gran parte di proprietà di italiani, anche se basta un’occhiata per capire che sono tanti i titolari provenienti dai paesi dell’Est europeo e dal Sudamerica. Secondo il Registro di commercio del Canton Grigioni, nei 39 chilometri che separano San Vittore – primo comune della valle – dal passo di San Bernardino sono però attive soltanto 1.581 società, vale a dire il 43% del totale.

Appena si entra nei Grigioni italiani la dimensione del fenomeno appare subito chiara. A San Vittore, 766 abitanti, le società attive sono 143, vale a dire una ogni 5,3 abitanti. E’ proprio qui che si trova un campione italiano tra i fiduciari carovanieri: Marco Sarti figura (o figurava) come socio, gerente o liquidatore di 19 società trasferite da Chiasso anche più di una volta in più comuni di lingua italiana. Di queste, ben 15 sono in liquidazione. Sarti è indagato in Italia per bancarotta fraudolenta e reati tributari dalla Procura di Lecco. Il comando provinciale della Guardia di Finanza di Lecco, guidata dal colonnello Massimo Dell’Anna, gli ha finora sequestrato circa 2,3 milioni di euro. Il Tribunale del riesame ha rigettato finora tutti i ricorsi presentati contro i sequestri non solo da Sarti ma anche dagli altri indagati.

Da San Vittore a Roveredo il passo è breve ma la musica non cambia. Qui le società registrate sono 1.617, di cui attive 528 (32,6%). Le “bucalettere” si concentrano in alcuni edifici dove le società figurano spesso solo sulla carta. Emblematico il caso del Palazzo del sole, dove erano domiciliate 25 società. A Roveredo si assiste anche a fenomeni che hanno del paranormale, come quello di una holding immobiliare che lì ha la sede ma l’indirizzo denunciato fin dal 1999 nel Registro di commercio, che come da prassi non si è accorto di nulla, è uno spazio bianco. Nessuno sa dove sia e se ci sia davvero.

Il comune di Roveredo negli ultimi tempi ha voluto vederci chiaro e ha avviato ispezioni per verificare l’operatività delle società registrate nel suo territorio. Dai primi controlli sembra che il 50% operi solo sulla carta.

La caccia ai fantasmi 
Risalendo la via Cantonale si arriva a Grono, 1.340 abitanti e una società ogni tre residenti. Le società spuntano come funghi soprattutto in edifici che sembrano essere nati apposta per ospitare le “bucalettere”. Cinquantasette società erano ospitate in un ex asilo, la Ca’ Rossa, dove avrebbe dovuto sorgere un polo tecnologico. I fiduciari girovaghi non hanno paura di arrampicarsi neppure per zone impervie come Leggia, una frazione di Grono, dove sorge un edificio dall’intonaco beige chiamato Casa Olga, dove sono registrate alcune società compresa quella di Rosanna Papalia, figlia del boss di ‘ndrangheta Rocco, tornato a Buccinasco (Milano) dopo 28 anni di carcere.

L’INGRESSO NEI GRIGIONI 

Numero di società operanti nel Cantone Grigioni e provenienti dal Canton Ticino, suddiviso per tipologia ed anno (alcune società hanno nello scopo sociale più di una attività) (Fonte: Consiglio di Stato svizzero)
LA PARTENZA DAI GRIGIONI 

Numero di società operanti nel Canton Ticino e proveniti dal Canton Grigioni suddiviso per tipologia e anno (alcune società hanno nello scopo sociale più di una attività) (Fonte: Consiglio di Stato svizzero)

Non è difficile capire perché dal Canton Ticino, dove un minimo di controllo da qualche anno c’è, le società vengono a perdersi in lande sperdute e poco abitate. Basti pensare che a Grono una società – dopo aver cambiato due indirizzi in tre anni – ora dichiara ufficialmente al Registro di commercio del Canton Grigioni di non avere «più un domicilio legale».

Le stranezze ci sono anche in val Calanca. A Rossa, un posto sperduto che in inverno ha più neve che sassi, ha sede una società che ha come scopo la fornitura dei servizi industriali e civili per le società petrolifere e petrolchimiche. Non solo: fornisce anche il catering alle piattaforme offshore di perforazione e di produzione e alle petroliere. In appena quattro anni la società ha cambiato quattro sedi, passando da Lugano a Roveredo e a Grono prima di approdare a Rossa.

L’ARRIVO NEI GRIGIONI PAESE PER PAESE DAL CANTON TICINO 

Trasferimenti di sede: partenza per il Canton Grigioni (Fonte: Consiglio di Stato svizzero)
L’ADDIO AI GRIGIONI PAESE PER PAESE 

Trasferimenti di sede: partenza per il Canton Grigioni (Fonte: Consiglio di Stato svizzero)

A Mesocco il mare non c’è, anche perché il passo di San Bernardino è lì con annessa stazione sciistica. Eppure proprio a San Bernardino, a 2.066 metri sul livello del mare, è registrata una società anonima che si occupa in particolare di trasporti navali speciali. È l’unica stranezza? No, perché sempre a San Bernardino è stata appena liquidata una società che si occupava di costruire e vendere imbarcazioni.

Un caso politico 
La rivolta contro le società “bucalettere” è partita nel 2003 con la denuncia del sindaco di San Vittore, Nicoletta Noi Togni. Di recente però la questione è stata rilanciata con forza dal granconsigliere del Parlamento dei Grigioni, Peter Hans Wellig, albergatore di San Bernardino.

Il 13 giugno 2107 Wellig ha presentato un’interpellanza al Governo di Coira nella quale denuncia che «il Moesano è diventato un “Eldorado” per società “bucalettere” che non contribuiscono assolutamente all’economia regionale, ma che anzi la condizionano negativamente. La creazione di queste società porta con se sovente la richiesta e l’ottenimento dal Cantone tramite allestimento di contratti di lavoro “artificiosi”, di permessi» di residenza.

Wellig denuncia la facilità con la quale è possibile ottenere i permessi di dimora da parte di stranieri, che invece non vengono più rilasciati facilmente nel Canton Ticino per frenare la forte richiesta proveniente dall’Italia.

Le società infatti vengono spesso utilizzate per ottenere impropriamente i sussidi di disoccupazione. Il sistema è collaudato: si registra una società, ci si fa assumere come dipendenti e si ottiene il permesso di dimora. Una volta che la società viene fatta fallire si richiede il sussidio di disoccupazione, che in Svizzera arriva, di regola varia tra 400 e 520 giorni e consente di incassare al massimo 100.800 franchi svizzeri all’anno, che equivalgono a circa 85mila euro. non c’è dunque da meravigliarsi se i Grigioni italiani sono diventati un cimitero degli elefanti dove le società vanno a morire.

Nella sua risposta, il Governo di Coira ha specificato che dal 1° agosto 2013 l’Ufficio regionale di collocamento di Roveredo ha registrato 109 cittadini italiani titolari di permesso B che hanno beneficiato almeno di un’indennità giornaliera di disoccupazione.

Nel Moesano nel 2014 – ha denunciato Wellig – sono stati emessi dal competente ufficio di Roveredo 3.429 precetti esecutivi, che riguardano società fallite. Nel 2015 i precetti sono stati 3.595 e 4.128 nel 2016. Dal 2013 al 2014 i precetti sono aumentati del 170%. Nel 2016 il rapporto tra precetti esecutivi e popolazione (nella valle ci sono 8.300 abitanti) è stato di un precetto ogni due abitanti. A titolo di confronto nella Regione Bernina il rapporto è stato di uno a otto. Il Moesano è al secondo posto dopo Coira, nel Cantone dei Grigioni, per numero di fallimenti. Nei primi cinque mesi del 2017 sono stati già superati i 20 fallimenti contro i circa 40 dell’intero anno precedente.

Parola all’ex procuratore pubblico di Lugano 
Di cimitero degli elefanti parla anche Paolo Bernasconi, avvocato ed ex procuratore pubblico di Lugano, che paragona la valle Moesa ai paradisi fiscali dei Caraibi definendola «una splendida isoletta tra i monti». Da molti anni, incalza Bernasconi, si assiste all’esodo di società da tutta la Svizzera verso i Grigioni italiani con l’obiettivo di farle fallire proprio in Mesolcina perché l’ufficio dedicato a seguire le pratiche è oberato di lavoro.

La mancanza di controlli è un carburante per le truffe. «Sono numerosissimi gli investitori, non solo italiani, ma anche ticinesi e da tutto il mondo – afferma Bernasconi – che sono stati truffati anche da società che hanno un ufficetto di rappresentanza a Lugano, con brochure in carta patinata, ma che operano in val Moesa».

Ma c’è la volontà politica di cambiare le cose? «Assolutamente no – risponde Bernasconi -, tanto che recentemente si è assistito alla revisione federale dei registri di commercio ma non è stato fatto nessun passo in avanti. E questi ultimi rimangono ciechi, sordi e muti».

Bernasconi racconta con una battuta di aver sollevato il problema già una trentina di anni fa, quando era magistrato a Lugano, e aveva consigliato ai suoi colleghi dei Grigioni che, se non fosse stato possibile aprire un ufficio giudiziario in Mesolcina, almeno affiggessero un grande cartello con la scritta “Attenzione, ministero pubblico del Canton Grigioni”. Un dissuasore che potesse fare quantomeno

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Le indagini di un ex agente sotto copertura 
Ad aprire gli occhi sulla facilità con la quale è possibile creare società “bucalettere” in Mesolcina, in tempi non sospetti è stato anche Fausto Tato Cattaneo, ex commissario dell’antidroga ticinese, assurto agli onori della cronaca negli anni Ottanta per le sue operazioni sotto copertura per la lotta al traffico di stupefacenti e autore del volume “Come ho infiltrato i cartelli della droga”, pubblicato nel 2001.

Ormai in pensione, Cattaneo sta portando avanti investigazioni di natura privata per dare la caccia ai truffatori e alle infiltrazioni di natura criminale nell’economia della sua valle. Le sue inchieste daranno presto vita a un nuovo libro, al centro del quale ci saranno anche storie di molti fiduciari e faccendieri italiani. Il filo delle investigazioni di Cattaneo sui Grigioni italiani porta anche a imprenditori italiani residenti a Londra che hanno società nel Regno Unito e a Cipro, nota piattaforma di riciclaggio internazionale.

 R. Galullo e A. MincuzziILSOLE24ORE

RSVP: LE DOMANDE ECONOMICHE AI POLITICI. QUESTA VOLTA EMMA BONINO

Cari amici,

proseguiamo la nostra collaborazione con il tavolo tecnico sulle elezioni politiche del 2018  e  con le sue domande di carattere economico.

Questa volta spetta ad EMMA BONINO ed al suo programma ultra europeista. Come sentirete le domande sono estremamente puntuali.

PRESTO: Matteo Salvini e la Lega e Matteo Renzi ed il PD….

Fabio Lugano scenarieconomici.it

«Migrazione ex popolari-Intesa: emergenza sociale»

Riceviamo e pubblichiamo la lettera di Codacons, Adusbef, Casa del consumatore, A.N.L.A., Senior Italia già Federanziani Veneto, Apindustria-Confapi Veneto, Ezzelino III da Onara Giustizia Risparmiatori, inviata al sottosegretario Pier Paolo Baretta, al governatore del Veneto Luca Zaia, ai prefetti del Veneto, al presidente della Commissione Parlamentare Banche Casini, al deputato Brunetta, al senatore Mauro Maria Marino

Come noto con la legge 31 luglio 2017, n. 121, si è proceduto alla conversione con modificazioni, del decreto-legge 25 giugno 2017, n. 99, recante disposizioni urgenti per la liquidazione coatta amministrativa di Banca Popolare di VicenzaS.p.A. e di Veneto Banca S.p.A. ex cooperative.

In questi giorni si attendono i decreti di formalizzazione che porteranno alla definizione delle procedure, in particolare alla cessione dei crediti delle due Popolari, non recepiti da Banca Intesa San Paolo, in capo alla SGAsocietà che dovrà procedere all’ottimizzazione di tale posta ai fini della liquidazione, questi decreti dovranno evitare in maniera assoluta la possibilità di speculazione a ulteriore danno dei risparmiatori e delle imprese :

1) evitare cartolarizzazioni selvagge dei crediti deteriorati soprattutto quelli delle micro e piccole imprese;

2) prevedere l’assegnazione della gestione di parte degli asset anche a soggetti esterni ad SGA (Istituzionali o sottoposti a controllo pubblico);

3) garantire la condivisione della gestione di parte degli asset a soggetti istituzionali o sottoposti a controllo pubblico operanti nel territorio;

4) preferire soluzioni capaci di valorizzare i crediti deteriorati, piuttosto che mirare ad una mera cartolarizzazione degli stessi agli attuali prezzi di mercato speculativi, con l’obbiettivo di garantire la ripresa, l’operatività e la sopravvivenza delle piccole e micro imprese, spina dorsale della nostra economia.

È particolarmente urgente che i decreti di attuazione non pregiudichino in maniera irreversibile anche le prospettive aperte dalla legge di Bilancio 205 del dicembre scorso, che ha istituto il Fondo vittime da reati finanziari alimentato con i conti dormienti senza alcun peso nelle casse pubbliche che dovrà rimborsare al 100% tutti i risparmiatori vittime senza alcun tipo di paletto agevolando al massimo le istruttorie di accesso al fondo. Nell’iter parlamentare si è sviluppato un positivo confronto tra Gruppi parlamentari, Governo ed associazioni di tutela dei risparmiatori che ha portato al voto unanime, testimoniando che una buona politica è possibile se si converge, mettendo in gioco competenze e responsabilità.

Sarebbe drammatico che mentre lo Stato interviene per risarcire i risparmiatori traditi, questi vedano il loro patrimoni aggrediti da procedure esecutorie. In questa sede portiamo all’attenzione lo scenario drammatico di una gestione iusta alligata degli NPL No performing Loan senza tener conto di come sono maturati quei crediti fasulli. Richiamiamo l’autorevole lavoro della Commissione d’Inchiesta Parlamentare banche, presieduta dall’ onorevole Casini, dall’onorevole Renato Brunetta, dall’onorevole Mauro Maria Marino e da tutti gli altri 39 onorevoli che hanno evidenziato e certificato la prassi aziendale di condizionare l’erogazione di fidi necessari per l’attività di imprese o esigenze primarie delle famiglie, di un mutuo con l’obbligo di acquisto di azioni e con l’ostracismo alle richieste di vendere quelle già possedute. Il prestito veniva reso attraente da tassi pressoché simbolici anche inferiori all’1%. Ora tali creditori non disponendo più della garanzia delle quote azionarie ora trasformate in azioni, sono minacciati con procedure esecutorie che travolgono l’attività imprenditoriale e la stessa casa, ricondotte ope legis a garanzia del creditore, anche quando non gravata del mutuo con ipoteca.

La situazione interessa migliaia di piccole e medie imprese, famiglie che sono state di fatto messe nell’impossibilità di cedere le quote azionarie a partire dal 2013, salvo eccezioni per gli “amici vergognosi” dei Vertici bancari che hanno dato luogo al fenomeno degli scavalcati sanzionato sia da Consobche dalla BCE. Con il passaggio dei c/c a Banca Intesa San Paolo si sta verificando un approccio algidamente tecnico: si ignorano le origini del fido e se ne chiede il rientro. Al mancato rientro viene proposta il rinnovo con tassi del 20,450% insostenibili oggettivamente, con commissioni applicate unilateralmente senza nessuna possibilità di contestazione,

Segnaliamo che il Gip di Vicenza ha chiamato a rispondere dei danni arrecati ai risparmiatori anche Banca Popolare di Vicenza Lca, dando solida base alla resistenza della vittima dei reati, ma il profilo penale non frena la devastante segnalazione in automatico al registro dei “cattivi pagatori” con perdita di affidabilità nell’ambito del credito finanziario e sostanziale spinta verso l’usura! Il rischio assai concreto di procedure esecutive sul patrimonio personale, vale sottolineare spesso rappresentato dalla abitazione, e dagli immobili per le attività delle imprese. Le dichiarazioni di Banca Intesa di attenzione al Territorio non trovano conferma nelle centinaia di segnalazioni che pervengono alle scriventi associazioni, che intercettano il disagio di oltre 20.000 risparmiatori traditi e rappresentano il punto di riferimento per la comunità dei risparmiatori coinvolti dal 2014 in un incubo che ha portato a stati diffusi di depressione.

Centinaia sono gli interventi, che hanno del miracoloso, del centro regionale di supporto psicologico “In-Oltre” (tel.8003343443) e dei nostri operatori sul territorio diretti a dissuadere da gesti tragici, purtroppo non sempre con successo come evidenzia la lunga e dolorosa teoria dei suicidi in relazione al dissesto delle due popolari ma anche alla mancanza di un’adeguata capacità di dare risposte e prospettive concrete.

La situazione è di assoluta e estrema emergenza, le ipoteche a rischio nel territorio del Nordest sono 300.000 (200.000 per ex Bpvi e 100.000 per ex Veneto Banca).

Le decisioni ondivaghe della magistratura: il Gip di Vicenza non chiama in giudizio a rispondere Banca Intesa al contrario di quanto deciso dal Gip di Roma, i sequestri per i reati finanziari vengono sottratti ancora una volta ai risparmiatori vittime, vedi ultimo sequestro € 106 milioni che rischia di andare esclusivamente allo Stato ad ulteriore danno dei risparmiatori ancora una volta vittime. Ci rivolgiamo anche ai prefetti del Veneto perché l’emergenza, a nostro avviso, ha la caratteristiche di ordine pubblico che non è messo a rischio solo da violenze o disordine nelle piazze, ma anche dal disarmo civile, perdita di fiducia nelle istituzioni, disperazione e distruzione di capitale sociale rappresentato dal diritto all’abitazione, al diritto di fare impresa ed ad una giustizia rapida e comprensibile. Prevenire la rabbia sociale specie in capo a persone miti e laboriose che hanno creato un modello economico studiato e invidiato da tutto il mondo, non è questione che può attendere il termine della campagna elettorale o le decisioni di vertici bancari che neppure celano i profitti derivati dall’operazione di acquisto per € 1,00 delle due popolari, la politica non può e non deve più aspettare, di tempo purtroppo ne è stato perso troppo e incombe il rischio concreto di danni irreversibili. Proponiamo che nel vostro ambito, giuste le necessarie intelligenze, venga promosso un tavolo per ascoltare quanto sta succedendo e cogliere il contributo di chi conosce e condivide fin nel profondo il disagio esistenziale delle vittime.

Questa tragedia recide la fiducia che è il legante di ogni comunità solidale, quella veneta in particolare, avvelenando i pozzi della democrazia si spinge a chiudersi in se stessi seppellendo ogni la speranza per un futuro. Ci rivolgiamo alla vostra autorevolezza, fiduciosi che con la vostra competenza possiate dare ragione di una speranza responsabile e prevenire danni irreversibili. Nel confermarci a disposizione per ogni ulteriore precisazioni e grati di una sollecitudine che richiede l’emergenza denunciata, porgiamo deferenti ossequi.

Codacons Franco Conte

Adusbef  Fulvio Cavallari

Casa del consumatore Elena Bertorelli

A.N.L.A. Lando Arbizzani

Senior Italia già Federanziani Veneto Vincenzo Giglio

Apindustria Veneto Ivan Palasgo presidente Confapi Veneto

Ezzelino III da Onara Giustizia Risparmiatori Patrizio Miatello

(Vvox)

Crac BPVi e Veneto Banca, le associazioni Unite per il fondo: “Intesa Sanpaolo ignora le esigenze del territorio e spinge le vittime nelle mani dell’usura”

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Mentre l’opertivita del Fondo per le vittime dei reati finanziari è prevista entro il primo semestre le sia pur contraddittorie recenti decisioni dei GIP di Vicenza e Roma aprono prospettive sulla responsabilità delle due popolari in LCA e, in parte, anche su BancaIntesa Sanpaolo chiamata almeno a Roma a rispondere dei danni procurati da Veneto Banca. Banca Intesa Sanpaolo procede ignorando le esigenze del territorio ed il contesto criminale nel quale si sono bruciati i risparmi di generazione di veneti.

In particolare: l’assurda pretesa di rientro da fidi garantiti da azioni delle popolari, azzerate di valore e l’automatica segnalazione al Registro dei cattivi pagatori… fa perdere l’affidabilità bancaria, spingendo -nella tragica emergenza- nelle mani dell’usura.

Ancora: la ricerca di recuperare un credito -infondato! – comporta l’avviso di procedure che portano alla esecuzione del patrimoni rappresentato in primis dalla casa del risparmiatore e dello stesso capannone per chi svolge attività artigiana o di micro impresa.
E’ evidente che sono in aumento stati di disperazione e un rancore sociale che merita tutta l’attenzione dei Prefetti ai quali ci siamo rivolti per una questione proprio di ordine pubblico.
Abbiamo anche coinvolto Il Governo, ed Il presidente Zaia perché nel passaggio dei NPL alla SGA ci sia un intervento di tutela del Territorio.
Per Vostra conoscenza inviamo comunicazione inviata a:
Governo Sottosegretario Pier Paolo Baretta
Regione Veneto Governatore Luca Zaia
Prefetti del Veneto
Commissione Parlamentare Banche Presidente Casini, Brunetta, Marino a tutti i parlamentari
Alla Politica

 

Oggetto: convocazione tavolo emergenza sociale gestione NPL Banca Popolare Vicenza e Veneto banca in L.C.A.

A seguito della nostra precedente del 2 febbraio 2018 vi inviamo quanto segue.
Come noto con la legge 31 luglio 2017, n. 121, si è proceduto alla conversione con modificazioni, del decreto-legge 25 giugno 2017, n. 99, recante disposizioni urgenti per la liquidazione coatta amministrativa di Banca Popolare di Vicenza S.p.A. e di Veneto Banca S.p.A. ex cooperative.

In questi giorni si attendono i decreti di formalizzazione che porteranno alla definizione delle procedure, in particolare alla cessione dei crediti delle due Popolari, non recepiti da Banca Intesa Sanpaolo, in capo alla SGA società che dovrà procedere all’ottimizzazione di tale posta ai fini della liquidazione, questi decreti dovranno evitare in maniera assoluta la possibilità di speculazione a ulteriore danno dei risparmiatori e delle imprese :

1) evitare cartolarizzazioni selvagge dei crediti deteriorati soprattutto quelli delle micro e piccole imprese

2) prevedere l’assegnazione della gestione di parte degli asset anche a soggetti esterni ad SGA (Istituzionali o sottoposti a controllo pubblico).

3) garantire la condivisione della gestione di parte degli asset a soggetti istituzionali o sottoposti a controllo pubblico operanti nel territorio

4) preferire soluzioni capaci di valorizzare i crediti deteriorati, piuttosto che mirare ad una mera cartolarizzazione degli stessi agli attuali prezzi di mercato speculativi, con l’obbiettivo di garantire la ripresa, l’operatività e la sopravvivenza delle piccole e micro imprese, spina dorsale della nostra economia

E’ particolarmente urgente che i decreti di attuazione non pregiudichino in maniera irreversibile anche le prospettive aperte dalla legge di Bilancio 205 del dicembre scorso, che ha istituto il Fondo vittime da reati finanziari alimentato con i conti dormienti senza alcun peso nelle casse pubbliche che dovrà rimborsare al 100% tutti i risparmiatori vittime senza alcun tipo di paletto agevolando al massimo le istruttorie di accesso al fondo. Nell’iter parlamentare si è sviluppato un positivo confronto tra Gruppi parlamentari, Governo ed associazioni di tutela dei risparmiatori che ha portato al voto unanime, testimoniando che una buona politica è possibile se si converge, mettendo in gioco competenze e responsabilità.

Sarebbe drammatico che mentre lo Stato interviene per risarcire i risparmiatori traditi questi vedano il loro patrimoni aggrediti da procedure esecutorie.

In questa sede portiamo all’attenzione lo scenario drammatico di una gestione degli NPL No performing Loan senza tener conto di come sono maturati quei crediti fasulli.

Richiamiamo l’autorevole lavoro della Commissione d’Inchiesta Parlamentare banche, presieduta dall’ on.le Casini, dall’on.le Renato Brunetta, dall’on.le Mauro Maria Marino e da tutti gli altri 39 on.li che hanno evidenziato e certificato la prassi aziendale di condizionare l’erogazione di fidi necessari per l’attività di imprese o esigenze primarie delle famiglie, di un mutuo con l’obbligo di acquisto di azioni e con l’ostracismo alle richieste di vendere quelle già possedute. Il prestito veniva reso attraente da tassi pressoché simbolici anche inferiori all’1%.

Ora tali creditori, non disponendo più della garanzia delle quote azionarie, sono minacciati con procedure esecutorie che travolgono l’attività imprenditoriale e la stessa casa, ricondotte ope legis a garanzia del creditore, anche quando non gravata del mutuo con ipoteca.

La situazione interessa migliaia di piccole e medie imprese, famiglie che sono state di fatto messe nell’impossibilità di cedere le quote azionarie a partire dal 2013, salvo eccezioni per gli “amici vergognosi” dei Vertici bancari che hanno dato luogo al fenomeno degli scavalcati sanzionato sia da CONSOB che dalla BCE.

Con il passaggio dei c/c a Banca Intesa Sanpaolo si sta verificando un approccio algidamente tecnico: si ignorano le origini del fido e se ne chiede il rientro. Al mancato rientro viene proposto il rinnovo con tassi del 20,45% insostenibili oggettivamente, con commissioni applicate unilateralmente senza nessuna possibilità di contestazione,

Segnaliamo che il GIP di Vicenza ha chiamato a rispondere dei danni arrecati ai risparmiatori anche Banca Popolare di Vicenza LCA, dando solida base alla resistenza della vittima dei reati, ma il profilo penale non frena la devastante segnalazione in automatico al registro dei “cattivi pagatori” con perdita di affidabilità nell’ambito del credito finanziario e sostanziale spinta verso l’usura!

Il rischio assai concreto è quello di procedure esecutive sul patrimonio personale, vale sottolineare spesso rappresentato dalla abitazione e dagli immobili per le attività delle imprese

Le dichiarazioni di Banca Intesa di attenzione al Territorio non trovano conferma nelle centinaia di segnalazioni che pervengono alle scriventi associazioni, che intercettano il disagio di oltre 20.000 risparmiatori traditi e rappresentano il punto di riferimento per la comunità dei risparmiatori coinvolti dal 2014 in un incubo che ha portato a stati diffusi di depressione.

Centinaia sono gli interventi, che hanno del miracoloso, del centro regionale di supporto psicologicoInOltre tel 8003343443 e dei nostri operatori sul territorio diretti a dissuadere da gesti tragici, purtroppo non sempre con successo come evidenzia la lunga e dolorosa teoria dei suicidi in relazione al dissesto delle due popolari ma anche alla mancanza di un’adeguata capacità di dare risposte e prospettive concrete.

La situazione è di assoluta e estrema emergenza, le ipoteche a rischio nel territorio del nord est sono 300.000 (200.000 per ex Bpvi e 100.000 per ex Veneto Banca).

Le decisioni ondivaghe della magistratura: il GIP di Vicenza non chiama in giudizio a rispondere Banca Intesa al contrario di quanto deciso dal GIP di Roma, i sequestri per i reati finanziari vengono sottratti ancora una volta ai risparmiatori vittime, vedi ultimo sequestro € 106 milioni che rischia di andare esclusivamente allo Stato ad ulteriore danno dei risparmiatori ancora una volta vittime.

Ci rivolgiamo anche ai Prefetti del Veneto perché l’emergenza, a nostro avviso, ha la caratteristiche di ordine pubblico che non è messo a rischio solo da violenze o disordine nelle piazze, ma anche dal disarmo civile, perdita di fiducia nelle istituzioni, disperazione e distruzione di capitale sociale rappresentato dal diritto all’abitazione, al diritto di fare impresa ed ad una giustizia rapida e comprensibile.

Prevenire la rabbia sociale specie in capo a persone miti e laboriose che hanno creato un modello economico studiato e invidiato da tutto il mondo non è questione che può attendere il termine della campagna elettorale o le decisioni di vertici bancari che neppure celano i profitti derivati dall’operazione di acquisto per € 1,00 delle due popolari, la politica non può e non deve più aspettare, di tempo purtroppo ne è stato perso troppo e incombe il rischio concreto di danni irreversibili.

Proponiamo che nel Vostro ambito, giuste le necessarie intelligenze, venga promosso un tavolo per ascoltare quanto sta succedendo e cogliere il contributo di chi conosce e condivide fin nel profondo il disagio esistenziale delle vittime.

Questa tragedia recide la fiducia che è il legante di ogni comunità solidale, quella veneta in particolare; avvelenando i pozzi della democrazia si spinge a chiudersi in se stessi seppellendo ogni la speranza per un futuro.

Ci rivolgiamo alla Vostra autorevolezza, fiduciosi che con la Vostra competenza possiate dare ragione di una speranza responsabile e prevenire danni irreversibili.

Nel confermarci a disposizione per ogni ulteriore precisazioni e grati di una sollecitudine che richiede l’emergenza denunciata, porgiamo deferenti ossequi.

(Vicenapiu’)

CODACONS Franco Conte
ADUSBEF Fulvio Cavallari
Casa del consumatore Elena Bertorelli
A.N.L.A. Lando Arbizzani
Senior Italia già Federanziani Veneto Vincenzo Giglio
Apindustria Veneto Ivan Palasgo presidente CONFAPI Veneto
Ezzelino III da Onara Giustizia Risparmiatori Patrizio Miatello

Un fuoristrada ibrido ha scalato i 999 gradini di un tempio cinese

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Tutte le case propongono ormai nei loro listini la propulsione ibrida, nelle sue più svariate declinazioni. Per differenziarsi, c’è chi ha trovato il modo di dimostrare come anche l’ibrido possa fare cose estreme. È quello che ha fatto Range Rover mandando il suo Sport PHEV (ibrido plug-in) fino a quella che viene chiamata la Porta del Paradiso, in Cina, nella provincia dello Hunan.

Una sfida suddivisa in due parti: prima una salita di 11,3 km di tornanti al limite della fattibilità, con un pendenza media del 45%, nota come Tianmen Mountain Road, o via del Dragone.

Poi, per attraversare la Porta del Cielo, spettacolare arco scavato nella roccia, la Range Rover P400e ha superato anche un’impressionate scalinata fatta di 999 gradini. Trovata tanto spettacolare quanto impegnativa per dimostrare le sue capacità di arrampicatrice.

Alla guida il pilota della Formula E Ho-Pin Tung, vincitore a Le Mans, collaudatore della Panasonic Jaguar Racing. La Range Rover Sport P400e è il primo veicolo ibrido elettrico plug-in di Land Rover che abbina un motore elettrico da 85 kW (116 CV) all’Ingenium 2.

0 litri a benzina da 300 CV (221 kW), per una potenza complessiva di 404 CV (297 kW) e 640 Nm di coppia.

Per superare i punti più critici del percorso Ho-Pim Tung ha dovuto ricorrere ovviamente all’uso di entrambi i sistemi di propulsione, elettrico e benzina, e se l’è cavata egregiamente, soprattutto considerando che si tratta di una vettura di 4,85 metri di lunghezza e dalla massa complessiva di due tonnellate. Lo scotto da pagarsi per avere un livello di comfort interno da grande yacht di lusso.

Luca Sordelli wired.it

INTERVISTA RADIO DEL PROFESSORE ANTONIO MARIA RINALDI A RPL

Vi presentiamo ora l’intervista di Radio Padania Libera al Professor Antonio Maria Rinaldi a Radio Padania Libera il giorno 12 febbraio 2018, su temi di attualità e di carattere economico.

Ringraziamo il sempre ottimo @FaustoS che così gentilmente ci ha fornito la registrazione audio ! (scenarieconomici.it)

Buon divertimento!!!

 

VINCENT L’AFRICANO – CHI E’ E CHI SI CREDE DI ESSERE BOLLORE’. DAL CONFESSORE PERSONALE AI SERVIZI SEGRETI: L’ASCESA VERSO IL POTERE DELL’EX FAVORITO DA BERNHEIM – IL LATO SEGRETO ED OSCURO DEL FINANZIERE BRETONE SEMBRA COPIATO DA BERLUSCONI: ENTRAMBI COL PALLINO DELLE TELEVISIONI

Anais Ginori per Affari&Finanza – la Repubblica

 

impero BolloreIMPERO BOLLORE

A sessantacinque anni, con 7,3 miliardi di euro di patrimonio, Vincent Bolloré è il settimo uomo più ricco di Francia. L’ impero Bolloré va al di là della sola Vivendi che è un gigante di per sé nel mondo di media e spettacolo, con tv, musica, cinema, videogiochi. Le attività del gruppo vanno dalla pubblicità alla gestione dei porti alle piantagioni di palma in Africa, dalla logistica dei porti e le concessioni ferroviarie alla telefonia, dalla banca e le assicurazioni alle batterie elettriche. Tutto partendo dalle cartiere bretoni fondate dalla sua famiglia a Ergué-Gabéric, villaggio sperduto nella punta estrema della Bretagna.

 

«È senza dubbio uno dei più bei successi imprenditoriali francesi degli ultimi quarant’ anni», riconoscono Nicolas Vescovacci e Jean-Pierre Canet, i due giornalisti francesi che hanno indagato per due anni su quello che definiscono come un “affarista, un industriale geniale, un finanziare fuori dal comune”, sollevando però le molte zone d’ ombra. Il risultato è un libro inchiesta appena pubblicato, “Vincent Tout Puissant”, un’ immersione nell’ universo Bolloré che tenta di allertare anche sui rischi della sua onnipotenza, in particolare nel mondo mediatico.

 

LA PASSIONE PER I MEDIA  

BOLLORE CANALBOLLORE CANAL

E’ sempre stato un pallino Bolloré. La prima incursione risale a vent’ anni fa: Bolloré tenta invano di strappare Tf1 a Martin Bouygues. Nel 2004 ottiene finalmente dal governo di destra una frequenza sul digitale terrestre. Fonda Direct 8. Un palinsesto con programmi solo in diretta. Gli studi sono dentro alla Tour Bolloré di Puteaux, a nord di Parigi.

 

Nell’ estate 2006 si lancia nella free press. In associazione con il gruppo Le Monde lancia Direct Soir, quotidiano gratuito distribuito in oltre 500mila copie. La pubblicazione è interrotta quattro anni dopo. Anche la prima avventura tv di Bolloré ha risultati deludenti. Ma Direct 8 diventa la chiave d’ ingresso per entrare in Vivendi. Attraverso la vendita della piccola emittente in cambio di azioni, nel 2011 Bolloré mette un piede nel gruppo con il 3% del capitale. E presto spalanca la porta.

BOLLORE BERLUSCONIBOLLORE BERLUSCONI

 

«L’ ha dimostrato molte volte – raccontano Vescovacci e Canet – attraverso una partecipazione minoritaria comincia a rosicchiare il capitale». Una tecnica applicata in altre scalate, da Havas fino a Telecom Italia.

 

Arrivato al vertice di Vivendi, l’ imprenditore bretone azzera il management e palinsesti della pay tv Canal+, fiore all’ occhiello della televisione francese che ha costruito la sua reputazione nell’ irriverenza e la trasgressione, il cosiddetto “Esprit Canal”. Di quello spirito ribelle, molto connotato a sinistra, rimane ormai poco. In pochi mesi, Bolloré mette sul tavolo 23 milioni di euro in buonuscite per sbarazzarsi della vecchia guardia. Bolloré interviene direttamente nei programmi.

 

Cancella dal palinsesto la trasmissione d’ inchieste Cash Investigation per la quale lavoravano sia Vescovacci che Canet, dopo aver sospeso un documentario che i due autori hanno prodotto sulla banca Crédit Mutuel-Cic e le accuse di favorire l’ evasione fiscale. Il documentario sarà alla fine trasmesso dal canale pubblico France 3 con record di audience.

 

LE TENSIONI CON I GIORNALISTI

DE PUYFONTAINE BOLLOREDE PUYFONTAINE BOLLORE

Bolloré non è certo il primo uomo d’ affari con un gruppo mediatico Oltralpe. L’ emittente Tf1 è controllata da Bouygues, i quotidiani Le Parisien e les Echos da Bernard Arnault, Le Figaro dalla famiglia Dassault, Le Monde da Xavier Niel e altri soci. Ma, almeno in questo momento, l’ imprenditore bretone appare come l’ editore su cui si concentrano le polemiche, e quindi le attenzioni. Raphaël Garrigos e Isabelle Roberts hanno pubblicato l’ inchiesta a puntate sul sito Les Jours, poi raccolta nel libro “L’ Empire”, sui controversi metodi di management dentro Vivendi.

 

France 2 ha trasmesso “Vincent Bolloré, un ami qui vous veut du bien”, documentario che ha vinto il maggior riconoscimento giornalistico francese, il Prix Albert Londres mentre gli avvocati dell’ imprenditore bretone hanno chiesto un risarcimento record all’ emittente di Stato: 50 milioni di euro. Anche gli autori di “Vincent Tout Puissant” hanno ricevuto una diffida dagli avvocati del gruppo con la minaccia di una richiesta risarcimenti danni per 700mila euro.

bollore sarkozyBOLLORE SARKOZY

 

Gli attacchi legali sono tanti e tali che una ventina di testate – tra cui Le Monde e Les Echos – hanno pubblicato qualche settimana fa una lettera per allertare sui “metodi intimidatori” e le “ritorsioni quasi-automatiche” di Bolloré in particolare quando le inchieste giornalistiche si occupano dei suoi affari in Africa.

 

Piantagioni, ferrovie, porti La maggior parte del fatturato del gruppo Bolloré è registrato all’ estero, in particolare in Africa. Piantagioni, concessioni ferroviari, logistica e gestione di porti. Dal Cameroun alla Costa d’ Avorio, dal Togo al Burkina-Faso, al Ghana alla Nigeria. «E’ un vero tesoro di guerra dell’ uomo d’ affari », spiegano Vescovacci e Canet.

 

«Bolloré ha messo trent’ anni per costituirlo, grazie a rapporti con capi di Stato, poliziotti, spioni, magistrati». Lo sbarco nel continente avviene nel 1985 con l’ acquisto del Groupe Rivaud fondato all’ epoca d’ oro del colonialismo. Sono le attività su cui le comunicazioni del gruppo sono meno trasparenti, anche perché incrociano spesso relazioni con dittature oppure rivendicazioni sindacali per abusi.

 

MOLTE ONG – LE “CARRUCOLE BRETONI”

georges pompidou michel bolloreGEORGES POMPIDOU MICHEL BOLLORE

Il meccanismo finanziario che permette di garantire il controllo sulle filiali di un gruppo senza possederne la maggioranza è stata una delle specialità di Antoine Bernheim. E’ quello che nei salotti finanziari chiamano “poulies bretonnes”, carrucole bretoni. Il banchiere di Lazard, gran padrino del capitalismo francese, è stato negli anni Ottanta il pigmalione del giovane Vincent che lo chiamava “Oncle Tonio”. Lo “zio” Bernheim era amico del padre, Michel.

 

Dalla quotazione in Borsa del gruppo Bolloré nel 1985 alle prime acquisizioni, “Oncle Tonio” costruisce il successo di Bolloré che in quegli anni viene soprannominato “Petit Prince du Cash-Flow”. Durante una trasmissione tv è presentato da un noto conduttore come un “Tapie clean”, ovvero scaltro e rapido come Bernard Tapie senza averne i difetti e le compromissioni politiche. Almeno non in quegli anni.

 

GLI AMICI ALL’ ELISEO

bernheim bolloreBERNHEIM BOLLORE

E’ Bernheim che mette in relazione Bolloré con Nicolas Sarkozy. Bernheim ha aperto le porte del gotha economico e finanziario al politico di destra. Tra i due l’ intesa è immediata anche se in passato si sono trovati su fronti opposti: Sarkozy era l’ avvocato di Bouygues quando Bolloré ha tentato la scalata a Tf1. I legami tra Sarkozy e Bolloré sono alla luce del sole: l’ imprenditore presta il suo yacht per festeggiare l’ elezione all’ Eliseo nel maggio 2007.

 

Per motivi diversi, tradiranno poi entrambi Bernheim. Dopo la caduta di Sarkozy, nel 2012, Bolloré mantiene forti entrature all’ Eliseo. E’ amico da una vita del sindaco di Quimper, città bretone accanto al suo villaggio natale, Bernard Poignant, diventato consigliere di Hollande. Ed è vicino a un altro esponente della “banda dei bretoni”, il ministro socialista Jean-Yves Le Drian. E il nuovo cambio all’ Eliseo non cambia molto. «Emmanuel Macron non ha mai nascosto la sua ammirazione per Bolloré», dicono Vescovacci e Canet, ricordando che l’ attuale presidente era ministro dell’ Economia quando ci fu la scalata a Vivendi.

 

POLIZIOTTI, PRETI ED EX SPIE

L’ ex numero due dei servizi segreti francesi, Michel Roussin, entrato nel gruppo Bolloré nel 1999, è uno dei consiglieri più vicini al magnate. L’ ex dirigente dell’ anti- terrorismo René-Georges Querry si occupa da più di trent’ anni degli affari internazionali di Bolloré. Nel 2013, appena lascia la guida del Raid, le forze speciali della polizia, Ange Mancini viene assunto da Bolloré.

MAGGIO SARKOZY E FAMIGLIA DOPO LA VITTORIA TRASCORRONO TRE GIORNI DI VACANZA SULLO YACHT DELLAMICO BOLLOREMAGGIO SARKOZY E FAMIGLIA DOPO LA VITTORIA TRASCORRONO TRE GIORNI DI VACANZA SULLO YACHT DELLAMICO BOLLORE

 

Ancora meno noto – rivelano gli autori del libro – è il ruolo di Gabriel Grimaud, il prete che dirige l’ associazione Mater Amoris in un complesso religioso vicino al Parc des Princes, comprato da Bolloré per 70 milioni di euro nel 2013. «Un uomo sconosciuto ai più ma che esercita una forte influenza », sostengono Vescovacci e Canet. Il prete ha avuto un ruolo nei palinsesti di Direct 8, curava la trasmissione “Dieu Merci!”. Secondo gli autori, il prete Grimaud oltre che essere il confessore personale del magnate, è ancora uno dei suoi consiglieri editoriali.(dagospia.com)

Criticate pure la commissione banche ma ecco alcune cose che andrebbero salvate

L’autore di questo post è Luca Bellardini, dottorando di ricerca in Management ­(indirizzo Banking & Finance) presso l’Università Tor Vergata –

La relazione finale di una commissione bicamerale d’inchiesta non è neppure classificabile come soft law, ma può offrire alcuni spunti interessanti: è il caso, per esempio, di quella sul sistema bancario e finanziario. Cominciamo però dal rilevarne i limiti. Primo, viene trattato per ultimo – e con grande sbrigatività – uno degli elementi su cui dovrebbe fondarsi l’azione regolatoria in materia di investimenti: l’educazione finanziaria. Secondo, si perde spesso di vista la gerarchia delle fonti: sebbene quelle comunitarie vengano richiamate in maniera diffusa e puntuale, sembra quasi che l’estensore della relazione non abbia ben chiari i confini tra l’ordinamento italiano e quello europeo. Terzo, si impiega spesso una terminologia imprecisa che rischia di risultare fuorviante.

Andiamo con ordine. Innanzitutto, salta gli occhi che l’ampia discussione sulla necessità di un migliore coordinamento tra le varie autorità – segnatamente, tra Consob e Banca d’Italia – è in gran parte sovrapponibile alle disposizioni del regolamento Ue 600/2014 («MiFIR»), recepite nel Tuf (il Testo unico della finanza) con il decreto legislativo 129/2017, pure richiamate nella relazione. In altri casi – per esempio, con riguardo all’ipotesi di costituire una bad banknazionale per la gestione dei crediti deteriorati – viene sottolineata la necessità che le decisioni italiane si inquadrino «in un framework europeo». A prescindere dall’intrinseca difficoltà di armonizzare la disciplina degli Npl (i crediti deteriorati, ndr), però, dobbiamo rilevare come in situazioni simili il governo sia riuscito ad agire in maniera autonoma e con strumenti ad hoc (per esempio su Fondo Atlante, Gacs, vicenda delle quattro banche).

Viene poi proposta una separazione dell’attività «bancaria» (si intende, in senso tradizionale) da quella «finanziaria». L’intento di fondo è tutto sommato condivisibile, ma necessiterebbe di un approccio ben diverso, ancorato alla valutazione dell’impatto sull’operatività degli intermediari. Nello specifico, si suggerisce di riproporre l’istituzione di una riserva di attività – per il market making, le transazioni in derivati over-the-counter e le cartolarizzazioni, escluse quelle di titoli del debito sovrano – per una nuova categoria di intermediari (le «banche di trading»), cui sarebbe altresì precluso il comparto “commerciale” (depositi e servizi di pagamento).

Correttamente, la relazione accenna anche agli aspetti negativi di una simile idea: maggiori costi, incentivazione dello shadow banking. Eppure, viene apparentemente ignorato come anche gli enti creditizi più tradizionali possano trovarsi a compiere operazioni di natura formalmente finanziaria ma – purché non comportino l’assunzione di rischi eccessivi – assolutamente funzionali al buon andamento dell’attività bancaria tradizionale. Senza contare che la vigilanza cosiddetta «prudenziale» preferisce fissare delle soglie (si guardi per esempio, nel Dodd-Frank Act americano, alla cosiddetta Volcker rule), o anche sanzioni, incentivi e meccanismi premiali, molto più che vietare interi segmenti di attività come qui auspicato.

Risulterebbe decisamente subottimale, dunque, prendere alla lettera tutte le raccomandazioni della commissione o cercare di rispettarne lo spirito senza il giusto occhio critico.

Anche nel merito dei contenuti, tuttavia, sembra mancare qualcosa. La ratio della separazione tra l’attività commerciale e quella d’investimento viene correttamente individuata nella protezione degli investitori: si potrebbe eventualmente argomentare che, siccome la crisi di una banca può teoricamente coinvolgere alcuni stakeholders “deboli” (come i depositanti) che nulla hanno a che fare con l’attività cosiddetta “speculativa” – la quale è assolutamente legittima, nonostante il termine improprio e spesso male interpretato –, alla fine alcune risorse potrebbero essere drenate dal sistema bancario o dalla fiscalità generale per immunizzare tali categorie.

È un ragionamento che meriterebbe di essere difeso in sede europea, dal momento che in diversi Paesi – non in Italia – sono stati concessi cospicui aiuti di Stato alle banche in dissesto (bene ha fatto la commissione a ricordarlo), spesso con iniezioni di liquidità a pioggia. Nel nostro Paese, invece, gli interventi sono stati attuati in maniera circoscritta e secondo una logica di mercato, nonché per la difesa degli interessi più meritevoli di tutela: quelli di famiglie, imprese, piccoli risparmiatori in generale.

Riguardo all’esercizio della vigilanza, sembra ampiamente condivisibile l’auspicio che la Consob recepisca – soprattutto nell’iter di approvazione del prospetto informativo predisposto da una banca – le informazioni più rilevanti trasmesse da via Nazionale in seguito ad accertamenti sull’intermediario. L’idea sottostante è quella di una vigilanza «per finalità» fondata sul modello noto come twin peaks– adottato, per esempio, nel Regno Unito –, in cui un’autorità sia a capo della stabilità degli intermediari (tanto micro- quanto macro-prudenziale) e un’altra della trasparenza informativa e della protezione degli investitori. Un approccio che avrebbe indubbiamente il merito di fare chiarezza in un panorama oggi particolarmente variegato, nel quale l’azione di più autorità tende a sovrapporsi anche per la convergenza dei settori disciplinati (come tra Ivass e Covip, evidenzia commissione). Sarebbe ancor più benvenuto, poi, in un contesto che coinvolge molti più attori di quelli nazionali: non solo i gruppi più «significativi» soggiacciono al controllo della Bce, ma le European Supervisory Authorities (Eba, Esma, Eiopa) rivestono un ruolo di fondamentale importanza nella produzione normativa – sebbene di rango non primario – per tutti gli intermediari.

Altre proposte formulate en passant nella relazione finale sono apprezzabili, ma rischiano comunque di rimanere lettera morta senza un adeguato raccordo fra la normativa nazionale e quella comunitaria.

Sempre in materia di governance, da segnalare l’idea che la deliberazione su affidamenti di grande importo venga sottratta al consiglio d’amministrazione – potenzialmente soggetto a conflitti d’interesse gestiti in difformità dalla legge – e attribuito esclusivamente al management (ma così facendo si indebolirebbe il controllo dei soci, ancorché mediato dagli amministratori, sulle scelte creditizie più rilevanti).

Rimanendo in tema di compliance, è condivisibile l’auspicio che la vigilanza abbia un ruolo più diretto nella regolazione dell’attività bancaria, grazie al minore peso dei documenti prodotti dagli intermediari in sede di autovalutazione. Anche qui, però, la via da percorrere dovrebbe essere europea, se non addirittura internazionale: si pensi alle nuove regole sull’adeguatezza patrimoniale – nella recente revisione di Basilea III – che hanno introdotto i capital floor. Senza un’azione coordinata, infatti, si creerebbero soltanto nuove opportunità di arbitraggio regolamentare, a detrimento dell’efficacia.

Spetta al nuovo Parlamento e al nuovo governo decidere se concretizzare gli spunti migliori, promuovendo le istanze e le best practices italiane. Occorre però lasciarsi alle spalle ogni istinto genericamente punitivo suscitato dai casi di mala gestio, perché quelli virtuosi sono la maggioranza (e non andrebbero certo ignorati).

ILSOLE24ORE