Smart working: benefici (e qualche ombra) del lavoro agile da casa

 

 

Avere orari e luoghi flessibili può aumentare la produttività del 15%. Portando vantaggi per 13,7 miliardi all’Italia e tutelando ambiente e vita privata. Ma occhio al rischio iper-connettività del self management.

Se lo scopo del lavoro, diceva Aristotele, è quello di guadagnarsi il tempo libero, lo smart working, anche detto “lavoro agile”, punta alla cultura del risultato e del progetto autogestito dal lavoratore secondo luoghi e orari scelti da lui, stimolando l’efficienza del processo produttivo per aumentare il tempo di vita. Almeno sulla carta.

LEGGE IN VIGORE DA METÀ 2017. Si tratta, in sostanza, di quella che è definita “articolazione flessibile nei tempi e nei luoghi del lavoro subordinato”: entrata in vigore il 14 giugno 2017, la legge 22/5/2017 n. 81, che regola lo “smart working” agli articoli da 18 a 23, sembra produrre buoni risultati.

IN 300 MILA LIBERI DI SCEGLIERE. Assenteismo, addio. Più soddisfatti del proprio mestiere e con più competenze digitali degli altri lavoratori, sarebbero già più di 300 mila – dati dell’Osservatorio Smart Working 2017 del Politecnico di Milano – gli italiani liberi di scegliere dove, quando e come lavorare in virtù di accordi con le aziende. E l’incremento di produttività, se la persona opta per un modello “maturo” di smart working, potrebbe attestarsi intorno al 15%.

In soli due anni (2015-2017) sono passate dal 17% al 36% del totale le grandi imprese ad aver introdotto progetti strutturati di smart working

Self management e time management – parole chiave per il raggiungimento della qualità del compito da svolgere – saranno le “nuove” competenze degli “smart worker” di domani, che potrebbero portare possibili benefici al Paese per 13,7 miliardi di euro. Senza contare l’impatto sull’ambiente, dovuto alla riduzione dell’inquinamento per l’abbattimento dei costi relativi agli spostamenti casa-posto di lavoro.

PROFILO: UOMO SUI 40 ANNI. L’identikit degli smart worker – formatosi soprattutto grazie alla diffusione della tecnologia mobile – è presto detto: 40 anni di media, per lo più uomini (68%), nel 52% dei casi operanti al Nord, nel 38% e nel 10% al Sud.

IL 67% DEL TEMPO IN AZIENDA. A oggi, sono soprattutto le grandi aziende, come era facile prevedere, a essere in prima linea nella promozione di queste nuove forme di lavoro agile: in soli due anni (2015-2017) sono passate dal 17% al 36% del totale le grandi imprese ad aver introdotto progetti strutturati in questo ambito. Tradotto in termini di tempo “risparmiato”, smart working significa trascorrere “solo” il 67% del tempo in azienda, contro l’86% che passano gli altri lavoratori.

Maltempo, Ferrero chiude azienda Alba

La Ferrero di Alba offre l’opportunità di operare un giorno alla settimana da casa.

ANSA

In questo quadro di evoluzione tecnologico-organizzativa ancora in fieri, è lo smart working nella Pubblica amministrazione a fare la parte della Cenerentola: appena il 5% della Pa afferma di utilizzare progetti di smart working strutturati. E non va tanto meglio nelle Piccole e medie imprese (Pmi) dove è solo il 7% ad applicarli. In più, il 40% delle Pmi non è interessata a inserire lo smart working in azienda. Maggiori difficoltà a introdurre il lavoro agile in altri settori: manifatturiero (33%), costruzione, riparazione e installazione (17%), commercio (15%), hospitality and travel (15%).

MIGLIOR EQUILIBRIO COL PRIVATO. Eppure gli esempi di adozione di pratiche di smart working continuano comunque a trovare spazio nella cronaca: fra le ultime in ordine di tempo la Ferrero di Alba, che offre l’opportunità di operare un giorno alla settimana da casa. La sperimentazione è partita su un centinaio di dipendenti, ma dal 29 gennaio 2018 è arrivata a coinvolgere 350 lavoratori, chiamati a testare di persona i benefici di un migliore equilibrio fra lavoro e vita privata.

FINDUS, VIA ALLA SPERIMENTAZIONE. Alla Findus più di 100 dipendenti della marketing unit di Roma sono chiamati, in fase sperimentale, per un giorno al mese, se vogliono, a lavorare da casa. E nei mesi seguenti si penserà ai modi per allargare tempi e numeri dello smart working. Ma nel frattempo ai dipendenti coinvolti ecco pronti laptop con sistemi di videoconference e smartphone di team per connettersi da remoto.

Alla Thun – con una sperimentazione di otto mesi – si è arrivati attualmente ad avere il 30% dei dipendenti che lavorano fuori ufficio

Anche a Milano, nel quartier generale di Prysmian, leader mondiale nel settore dei cavi e sistemi per energia e telecomunicazioni, si sperimenta la flessibilità, l’autonomia, la collaborazione e l’ottimizzazione di spazi di lavoro, e tecnologia: due giorni al mese il lavoratore può operare fuori sede.

COINVOLGIMENTO DI TUTTO IL PERSONALE. Mentre in Vodafone Italia sono saliti a più di 3.500 i dipendenti che possono fare domanda di svolgere un giorno a settimana di lavoro da remoto. Ancora. Alla Thun – con una sperimentazione di otto mesi partita più di un anno e mezzo fa – si è arrivati attualmente ad avere il 30% dei dipendenti che lavorano fuori ufficio. E si punta a coinvolgere nello smart working tutto il personale.

PROGETTO PILOTA ALLA WHIRLPOOL. Mentre alla Whirlpool Emea nel primo trimestre 2018 si pensa al lancio del progetto pilota che guida il cambiamento per tutta l’area Emea, basato sull’applicazione dello smart working per tutti i dipendenti che operano nelle sedi direzionali e amministrative.

smart working

Lo smart working tende ad aumentare in generale il benessere dei lavoratori.

rawpixel.com su Unsplash

Diverse, insomma, le realtà aziendali in Italia ad aver aperto al cambiamento dell’organizzazione del lavoro: da Zurich Insurance Group Italia a Nestlé Italia; da Microsoft a Whirlpool fino a Ferrero, passando per Axa. Per tutte, smart working è significato anche favorire l’ambiente riducendo il traffico verso i posti di lavoro.

TIM, 302 ORE DI PENDOLARISMO IN MENO. Nell’esperimento di smart working di Tim nel periodo 2016-2017 (primo semestre), tanto per dire, è stato calcolato un risparmio di più di 1.400 tonnellate di Co2 e 302 mila ore di pendolarismo in meno.

C’È ANCHE MAGGIORE SPERIMENTAZIONE. Le esperienze virtuose delle aziende che in Italia si sono cimentate nell’adozione di forme di lavoro agile portano il cittadino digitale a diventare sempre più un digital worker competente; aumenta in generale il benessere dei lavoratori; lo smart worker è responsabilizzato anche in virtù di una forma di leadership partecipativa, stimolato nelle attitudini alla flessibilità e all’innovazione.

Il rischio del lavoro agile da casa però è quello di arrivare a non “disconnettersi” mai dal compito che si è chiamati a gestire

Il rischio, semmai – vista la difficoltà di un profondo cambiamento culturale rispetto al lavoro gestito in autonomia e secondo risultati -, è quello di arrivare a non “disconnettersi” mai dal compito che si è chiamati a gestire. L’iper-connettività, dettata dall’uso delle nuove tecnologie digitali, esporrebbe cioè a rischio la salute psiofisica del lavoratore da remoto, con inevitabile aumento di stress e burnout (esaurimento).

RITARDO ITALIANO SULL’EUROPA. Ma in Italia è ancora presto parlare di fallimenti di esperimenti di smart working, visto anche il ritardo in cui sta prendendo piede la nuova forma di lavoro agile, almeno rispetto all’Europa.

IN GIAPPONE SI LAVORA NEL WEEKEND… Tuttavia, in uno studio del 2017 condotto da Eurofund e dall’Organizzazione mondiale del lavoro si mettevano già in evidenza le ombre del lavoro agile: l’orario di lavoro prolungato per esempio in Giappone, dove lo smart working è una realtà consolidata: nel Paese dei ciliegi il 30% delle persone che lavora da casa risulta attivo professionalmente anche nel weekend. Con buona pace di Aristotele. (Elena Paparelli Lettera43)

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