Omba dei Malacalza a Torri di Quartesolo: lavoratori bloccano rotatoria Piramidi, Donazzan latita, sindaco Ferretto convoca consiglio straordinario. FIM, FIOM e UILM: interessare territorio e politica!

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Si è svolto oggi lo sciopero di mezza giornata (dalle 9 alle 12) per permettere ai lavoratori dell’azienda di Torri di Quartesolo “Omba Impianti & Engineering Spa” di manifestare e incontrare il Sindaco in Municipio. I lavoratori si sono mossi in corteo con i rappresentanti sindacali di FimFiom e Uilm lungo via Camisana e via Roma. Giunti in Municipio una delegazione composta dai rappresentanti dei sindacati dei metalmeccanici di CgilCisl e Uil di Vicenza (per la FIOM Cgil erano presenti Patrizia Carella e Antonio Chiaravia) e dalle RSU ha incontrato il Primo cittadino al quale è stata spiegata la vicenda aziendale.

Alcuni lavoratori hanno spiegato in modo esplicito l’amarezza e la rabbia provata dall’indicibile situazione nella quale la proprietà (la famiglia dei Malacalza, maggiori azionisti di Banca Carige, ndr) e la dirigenza hanno condotto l’azienda. I lavoratori e le lavoratrici si sentono traditi e trattati male ed hanno denunciato la mancanza di etica imprenditoriale che si evince dall’intera vicenda.

Il sindaco Ernesto Ferretto, sentiti i lavoratori e i sindacalisti, si è impegnato a convocare un consiglio comunale straordinario per richiamare l’attenzione dell’opinione pubblica e della politica regionale e nazionale sulla crisi di OMBA.
I sindacalisti hanno sottolineato come la politica debba dare risposte in casi come questi, in cui l’azienda funziona, ha commesse importanti, ma evidentemente vi sono delle problematiche di carattere finanziario legate a ordinativi milionari (il settore è quello delle strutture in ferro per ingegneria civile, ponti e strade, ecc) e ritardi nei pagamenti.
I sindacati a margine hanno sottolineato che aspettano ancora una telefonata dall’assessore al lavoro della Regione del veneto Elena Donazzan che il 16 gennaio scorso aveva promesso una successiva riunione entro 10 giorni.
Secondo i rappresentanti sindacali è assolutamente necessario che venga interrotta la procedura di licenziamento (iniziata il 15 di gennaio) e la pratica concordataria del 27 dicembre scorso debba trasformarsi in “concordato in continuità“. In poche parole l’azienda non deve svuotarsi, non deve perdere le maestranze, e nemmeno le commesse che la dirigenza in questi frangenti sta rifiutando su ordine della proprietà.
I sindacati hanno chiesto ai proprietari di essere presenti il 15 di febbraio in sede di Confindustria a Vicenza dove le parti sono convocate: se i fratelli Malacalza non si faranno vivi, i lavoratori minacciano una manifestazione a Genova sotto la sede del loro gruppo.
Al ritorno in azienda verso le 11,30 il corteo ha stazionato sulla rotatoria delle Piramidi bloccando il traffico per alcune decine di minuti! (Vicenzapiu)

Prysmian e Microsoft: insieme per lo smart working nella sede della Bicocca

Prysmian e Microsoft insieme per lo smart working nella nuova sede Prysmian di Milano Bicocca. Con Office 365, l’azienda ha introdotto un nuovo modo di lavorare

Prysmian e Microsoft: insieme per lo smart working nella sede della Bicocca

Prysmian e Microsoft avviano una collaborazione per un progetto di trasformazione digitale a 360° in una logica cloud-first. Fulcro di questo percorso d’innovazione è lo smart working, un modello che ha preso forma contestualmente al trasferimento nel nuovo quartier generale di Milano Bicocca e che sempre più guiderà il Gruppo – composto da 21.000 dipendenti in 50 Paesi – verso una maggiore produttività e un migliore work-life balance. Lo Smart Office, inteso come possibilità di rendere più facile il lavoro delle persone, sta avendo un importante impatto.

L’innovazione tecnologica è da sempre parte del DNA di Prysmian, le cui soluzioni abilitano importanti opere di ingegneria in tutto il globo – come il grattacielo più alto del mondo, il Burj Khalifa di Dubai, e l’areo più grande del mondo, l’Airbus 380. Opere frutto dell’ingegno delle task force Prysmian: perciò, per crescere in questa direzione, l’azienda ha scelto di puntare su innovativi strumenti di produttività per consentire alle persone di collaborare in modo sempre più efficiente ed efficace. L’attuale sede milanese è quindi stata progettata secondo le logiche dello smart working e insieme a Microsoft si è dato avvio a un cambiamento culturale e organizzativo, supportando l’operatività dei singoli e dei team. In primis sono stati eliminati i PC desktop e i dipendenti sono stati dotati di device mobili tra cui alcuni convertibili 2-in-1 Microsoft Surface, per un accesso più immediato e agile agli strumenti e al patrimonio informativo aziendale, ovunque e in qualunque momento. Attualmente è in corso il progetto di adozione di Office 365 e Windows 10, già presente nel 25% delle sedi mondiali. Tra le altre soluzioni della piattaforma di produttività cloud, il business social network Yammer viene utilizzato come social aziendale, agevolando la condivisione di contenuti utili e la collaborazione.

Prysmian, soluzioni di cloud computing per ottimizzare il lavoro in azienda

Con tante sedi distribuite, Prysmian ha studiato anche il modo di fornire agli utenti gli strumenti di communication e collaboration di Skype for Business in cloud. Skype for Business è lo strumento di videoconferencing principale, attraverso cui transitano video, meeting, chat, telefonate VOIP. Grazie a 4ward, Gold Partner sulle competenze Cloud Productivity e Communication, l’architettura è stata predisposta in modo che fosse integrabile con le soluzioni già in uso per minimizzare impatti e ridurre tempi di implementazione. La dematerializzazione della rete privata interna (PBX) e l’introduzione del cloud hanno garantito flessibilità alle piccole sedi, con la centralizzazione delle operation. Inoltre, utilizzando il videoconferencing tramite la cloud voice, è stato possibile migliorare la qualità delle conversazioni eliminando le problematiche di ritardo/non sincronizzazione della voce. Nel caso di meeting che coinvolgano persone di più Paesi, oggi ogni utente può chiamare un numero di telefono locale, che si appoggia alla rete Microsoft, con il vantaggio di poter ottimizzare i costi e contare su un servizio più affidabile e sicuro.

 

Il progetto di Digital Transformation di Prysmian ha coinvolto anche altre soluzioni di Microsoft: alcune componenti fondanti dell’architettura applicativa sono state migrate sulla piattaforma cloud Microsoft Azure, che si è rivelata la scelta naturale per ospitare la soluzione di collaborazione SharePoint. Su Azure è stata collocata, inoltre, tutta la componente di autenticazione (Active Directory Federation Services) in una logica di sicurezza ottimale.

Prysmian e Microsoft collaborazione vincente. Le parole di Stefano Brandinali, Group CIO di Prysmian

La collaborazione tra Prysmian e Microsoft si sta già rivelando vincente, perché la tecnologia risponde in modo naturale alle istanze della strategia aziendale. I benefici vanno oltre gli aspetti puramente economici e si sostanziano in un nuovo modo di lavorare, peraltro maggiormente rispettoso dell’ambiente: gli uffici stanno diventando paperless, l’uso della carta è calato del 60%; è diminuito il numero delle stampanti; i country meeting vengono ormai organizzati solo via Skype for Business. Interessanti le efficienze anche sul fronte strettamente IT, dal momento che i software, grazie al cloud, si installano in meno tempo e vengono periodicamente aggiornati in  automatico, tutto ciò si riflette in un risparmio di tempo e costi e al contempo nella possibilità di dedicare risorse su progetti a valore aggiunto.

“In Prysmian l’IT è un vero business partner per i clienti interni ed esterni: è diventato un hub strategico e abilitante per la digital trasformation. L’adozione di soluzioni cloud garantisce a Prysmian maggiore sicurezza, stabilità e flessibilità. Siamo entusiasti di questo progetto che ci vede collaborare con Microsoft, perché crediamo nei loro investimenti per garantire una tecnologia in linea con le esigenze di business e per supportare la crescita delle aziende in un mercato sempre più dinamico. Lo smart working è dunque un progetto chiave nel nostro percorso di trasformazione digitale. Attraverso l’adozione degli strumenti Microsoft possiamo garantire ai nostri utenti una user experience di qualità e integrata. Per esempio, grazie a SharePoint è possibile vedere le news pubblicate sulla Intranet anche da device mobili e grazie a Skype for Business ridurre in modo importante gli spostamenti delle persone che hanno necessità di organizzare meeting. Si tratta di una rivoluzione graduale ma costante, con l’obiettivo di sviluppare un ambiente di lavoro sempre più mobile e virtualizzato, e siamo sicuri che lo smart working potrà rappresentare una leva competitiva e supportare la crescita del nostro Gruppo”commenta Stefano Brandinali, Group CIO di Prysmian Group.

Vincenzo Esposito, Direttore Divisione Enterprise di Microsoft Italia: smart working in costante crescita

“Lo smartworking rappresenta un modello in costante crescita: nel 2017 sono stati oltre 300.000 i dipendenti che hanno sperimentato il lavoro agile in Italia, il 60% in più rispetto al 2016 secondo l’Osservatorio del Politecnico di Milano. Si tratta di uno scenario incoraggiante, senz’altro facilitato dalla nuova normativa sul Lavoro Agile. Tuttavia molti passi restano ancora da compiere e siamo ancora lontani dalla media europea: per questo è fondamentale puntare sulle nuove tecnologie e promuovere casi di eccellenza di aziende italiane che stanno traendo benefici dallo smartworking”, dichiara Vincenzo Esposito, Direttore della Divisione Enterprise di Microsoft Italia. “Quello di Prysmian rappresenta un caso emblematico di come il Cloud Computing possa plasmare un modern workplace e accelerare collaborazione e agilità, garantendo un aumento di produttività, sostenibilità ed efficienza. Microsoft ha lavorato a stretto contatto con l’azienda per concretizzare la comune visione di una nuova produttività, in cui mediante la tecnologia le persone siano più connesse e motivate. Grazie all’adozione di Office 365 e a Skype for Business è per esempio possibile accedere al patrimonio informativo aziendale e alle applicazioni ovunque e in qualunque momento e condividere insight e strategie per contribuire alla crescita del Gruppo. Siamo certi che questa esperienza potrà ispirare molte altre realtà”. 

“La nostra mission è ‘aiutare le aziende nel processo di trasformazione digitale per creare un modo migliore di vivere e lavorare’. Aver trovato in Prysmian un’azienda con una spinta verso l’innovazione in ogni aspetto della produttività, che non teme di modificare lo status quo, è stato per noi davvero fantastico. Non dovendo superare preconcetti, ma potendoci concentrare unicamente sull’innovazione e l’ottimizzazione dei processi grazie al cloud, il progetto che aveva tempi molto sfidanti è stato portato a termine con successo ponendo le basi per un nuovo standard da replicare su tutte le sedi, abilitando uno scenario di modern workplace affidabile e performante”, afferma Christian Parmigiani, Executive VP – CMO di 4ward. affariitaliani.it

Disonestà, disonestà

Caso rimborsi, i grillini si sono tenuti oltre un milione. Crolla il mito dei “puri”

Se so magnati li sordi, direbbero a Roma. Si allarga infatti a macchia d’olio lo scandalo dei deputati e senatori grillini che hanno fatto solo finta di rinunciare a parte dei loro lauti compensi a favore di un fondo di solidarietà.

 

Una truffa – ci sono carte false – che fa crollare il punto più forte della loro promessa elettorale di cinque anni fa. Che era: noi siamo diversi, noi gli stipendi della casta li restituiamo. La cosa non mi stupisce. Semmai questo tradimento degli elettori va ad aggiungersi ai tanti altri avvenuti lungo l’arco di questi anni, come quello che un avviso di garanzia avrebbe fatto scattare automaticamente l’espulsione dalla vita politica e amministrativa. Adesso nei Cinquestelle tutti fingono di cadere dalle nuvole, quando è chiaro che se non tutti almeno in tanti sapevano dell’allegra gestione finanziaria, tanto che probabilmente la spiata è partita proprio dall’interno del movimento, da colleghi non rimessi in lista o comunque scontenti.

Di Maio fa la parte del più offeso di tutti, quando anche lui in realtà era corso a sanare gli arretrati alle prime avvisaglie del casino, giusto in tempo per evitare di finire diritto nella lista nera. Ora annuncia che i mariuoli, se eletti, dovranno dimettersi, ben sapendo che la sua è una richiesta irricevibile dagli interessati. Una volta che un cittadino diventa deputato o senatore non deve rispondere più a nessuno, e anche eventuali dimissioni volontarie devono essere approvate dal Parlamento, non certo dal partito, prassi questa molto lunga: in passato c’è chi ha aspettato anni, percependo nell’attesa lo stipendio pieno.

Nati contro tangentopoli scivolano su rimborsopoli. La parabola moralista grillina piega verso il basso e scatena una guerra dentro il movimento dagli esiti incerti. Il giuramento «onestà, onestà», scandito a gran voce ai funerali di Casaleggio, si è infranto contro i lauti assegni e le prebende erogate dallo Stato a chi entra nella casta della politica, anche da oppositore del sistema. Così hanno capito che quello dei professionisti dell’anticasta è un mestiere redditizio e molto semplice: basta fingere di aver fatto un bonifico e il gioco è fatto.

La maschera è caduta e il vetro della trasparenza è andato in frantumi. I grillini non solo sono come gli altri, sono peggio. Perché hanno l’arroganza di credersi i migliori.

Alessandro Sallusti Il Giornale.it

Il complesso del territorio, e la volta che incontrai Gianni Zonin- Salvataggi paralleli: da Napoli 1996 a Veneto 2017

 

È quasi impossibile dare un giudizio fermo e condiviso sulle crisi bancarie. Dopo che sono scoppiate, i numeri del disastro sono spaventosi. Le popolari venete chiudono con 17,5 miliardi di crediti deteriorati più 6 miliardi di sospette posizioni “ad alto rischio”, a fronte di 26,3 miliardi in bonis. Quasi una proporzione 50/50 tra le prime due voci e la terza. Considerando i fidi alle imprese, andiamo nettamente sopra la metà.

Se portiamo indietro il calendario, il quadro cambia completamente. I numeri degli NPL delle stesse banche apparivano stranamente migliori di quelli visti oggi, e anche di quelli rilevati ai tempi presso i concorrenti: basta confrontare i dati di BPVi e VB (soprattutto il coverage ratio) con quelli della Cassa di risparmio del Veneto (Gruppo Intesa Sanpaolo):

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Chiaro indizio che fossero truccati. Eppure non si è riusciti a emettere una diagnosi precoce del male incurabile, e nemmeno a frenare i noti comportamenti che lo hanno aggravato, nel disperato tentativo di nasconderlo.

Il disastro annunciato della Banca popolare di Vicenza

L’emblema di questa visione schizofrenica di un dissesto bancario in gestazione lo troviamo nel comunicato col quale la Banca popolare di Vicenza si compiaceva di aver superato l’esame della BCE il 26 ottobre 2014 (meno di tre anni fa):

Positivo l’esito dell’esercizio di Comprehensive Assessment, svolto dalla BCE in collaborazione con l’EBA e con la Banca d’Italia, che comprende l’Asset Quality Review e lo Stress Test, anche grazie alle iniziative di patrimonializzazione già intraprese: superato l’Asset Quality Review con un’eccedenza di 340 milioni di euro dopo le principali misure di rafforzamento patrimoniale colmata la carenza “tecnica” da Stress Test, con un’eccedenza pari a 30 milioni di euro, grazie alle iniziative di capitale realizzate nel 2013 e 2014 per complessivi 1,2 miliardi di euro […​].
Le importanti iniziative di patrimonializzazione intraprese nel 2013 e 2014 (pari a 1,2 miliardi di euro) hanno consentito e consentiranno di garantire il sostegno al credito per le piccole e medie imprese dei territori di competenza, nonché di affrontare con particolare serenità l’esercizio di Comprehensive Assessment e di allinearsi ai nuovi standard previsti dalla Vigilanza europea.

Dal 2007 a giugno 2014 la crescita media annua degli impieghi del Gruppo è stata pari al 5,8% rispetto all’1,3% del sistema bancario italiano. Negli ultimi quattro anni sono state garantite nuove ulteriori erogazioni a famiglie e imprese per circa 11,5 mld di euro. Tale politica di sostegno all’economia del territorio, che BPVi vuole con orgoglio continuare a perseguire, ha comportato una maggiore pressione nell’effettuazione dell’esercizio di Comprehensive Assessment, ma ha altresì contribuito a favorire i primi segnali di ripresa dell’economia nei territori di radicamento della Banca.

Messaggio chiaro: priorità per la banca è sostenere, con orgoglio, l’economia del territorio. I regolatori chiedono più capitale? Nessun problema, lo troviamo, nel territorio. Se non lo troviamo lo creiamo dal nulla (questo non c’è scritto).

Perché nessuno lo ha impedito?

Oggi tutti si stracciano le vesti. Ma allora? Non è vero che le irregolarità che da un anno conosciamo a memoria fossero ignotel’ADUSBEF nel 2008 aveva segnalato alla Banca d’Italia e alla Procura di Vicenza le pratiche discutibili di emissione di prestiti subordinati, il collocamento di azioni a valori inverosimili, “azionisti costretti a diventare tali con metodi estorsivi, pena la mancata concessione dei prestiti, mutui, fidi“. Sappiamo dalla cronaca giudiziaria come queste denunce non abbiano avuto seguito per protezioni e riguardi di cui la banca avrebbe beneficiato.

Quello che non riesco a capire è un’altra cosa. Come è possibile che negli otto anni successivi nessuno abbia collegato i puntini e restituito la figura completa di una banca che si reggeva in equilibrio precario sull’orlo di un baratro? Nemmeno la vigilanza europea ha voluto o potuto farlo. Non sappiamo che cosa si siano detti i colleghi italiani e stranieri dei team che hanno fatto l’AQR del 2014. Dall’esterno pare che i problemi siano stati letti in maniera asettica attraverso la lente dei coefficienti patrimoniali: accantonamenti da elevare, patrimonio da ridurre, iniziative per ricapitalizzare. Non è bastato. Allora nel 2015 si allontanano i vertici e si prepara la trasformazione in SpA e la quotazione in Borsa. Non può funzionare. Allora si chiama in soccorso il Fondo Atlante. Arriva e mette 3,5 miliardi, che non bastano. Allora si bussa alla ricapitalizzazione statale, ma è troppo tardi.

Ci sono stati ben quattro check point: AQR del 2014, IPO del marzo 2016, piano del Fondo Atlante nel 2016, piano di ricapitalizzazione precauzionale del marzo 2017. In nessuno dei quattro si è mai presa in considerazione l’ipotesi di staccare la spina, come si è infine deciso il 25 giugno. Perché?

Le ragioni per rinviare l’appuntamento col destino ci sono, ma sfuggono alla logica del diritto o dell’economia bancaria. Provo a riassumerle così.

Non sarò certo io a negare l’ultima chance

Denunciare un’insolvenza bancaria conclamata è come fare esplodere una grossa carica di dinamite. Può produrre dei crolli a catena e compromettere la stabilità del sistema, occorre ponderare le conseguenze. C’è sempre un’alternativa preferibile alla detonazione, ed è il rinvio, non solo per pavidità. Nessuno vuole mettere la sua firma sul disastro quando appare ancora evitabile.

L’altra ragione è prepararsi allo shock. Per questo ci vuole gradualità. Se la crisi ha dimensioni multimiliardarie, come in questo caso, c’è il problema di ammortizzarne il costo. Il supplemento di vita serve alla provvista di capitali per coprire il buco. Non è un’attività di cui andare fieri. Costringe a dire in pubblico mezze verità, perché la verità piena (“facciamo una colletta per coprire perdite pregresse”) non si può sentire. Nella mia personale esperienza, quante volte mi è capitato di ricevere appelli last chance di persone, iniziative, aziende che chiedevano aiuto per non fallire. Negare quell’aiuto è una sentenza di condanna. Constatare questo trascina un’implicazione imbarazzante: il ticket per il farmaco salvavita è il cavallo di Troia delle pratiche scorrette di piazzamento dei titoli di capitale. Senza fare nessuna dietrologia, ricordate l’operazione MPS del dicembre scorso? Quando la banca e JP Morgan puntarono sulla conversione dei subordinati in azioni? Bene, allora anche Consob diede il via libera alla vendita delle azioni ai “subisti” in regime di “appropriatezza” Mifid, di fatto aggirando i paletti a tutela degli investitori.

Ultima ragione, delicatissima: tenendo aperta la baracca si salvano dei posti di lavoro. L’unico costo sicuro che si potrebbe evitare anticipando la liquidazione è il costo del personale. Dico si potrebbe, nello scenario mai visto finora di licenziamenti selvaggi. Nel mondo reale, finora non è mai successo questo. Col salvataggio delle venete, non si è risparmiato soltanto il valore del debito senior, ma anche il reddito del personale senior. Beninteso, i dipendenti hanno vissuto un dramma in cinque atti, ma alla fine a tutti si è garantito un percorso di uscita volontario che garantisce un reddito minimo adeguato fino all’età della pensione. E il miliardo abbondante spuntato da Intesa per la razionalizzazione organizzativa servirà per esodi più numerosi tra il personale anziano nel resto del gruppo, non tra il personale mediamente più giovane delle Venete.

Dobbiamo chiederci se il quadro europeo di gestione delle crisi abbia migliorato o peggiorato la situazione. La BRRD ha disegnato (a tavolino) un protocollo di diagnosi e cura che prevede numerosi stadi di gravità e una sequenza di rimedi che vanno dagli interventi precoci alla ricapitalizzazione precauzionale, al burden sharing sul capitale, alla risoluzione piena con bail-in del debito senior, lasciando peraltro aperto l’esito alternativo della liquidazione. Una teoria infinita di caselle del gioco dell’oca e altrettante buone ragioni per provare un nuovo tentativo e per passare la carta dell’uomo nero al giocatore successivo. Che ci siano dei compiti a casa da fare per far funzionare meglio le regole lo riconosce anche il vice-capo della Supervisione BCE.

Laddove i comportamenti violano non soltanto le regole di sana e prudente gestione bancaria, ma anche il codice penale, l’Europa sembra lavarsene le mani. Nel caso delle venete abbiamo portato due dossier carichi di queste implicazioni, ma né la BCE, né la Direzione Concorrenza hanno interpretato il ruolo degli Untouchables dell’FBI. Hanno diligentemente fatto i loro conticini del CET1 ratio negli scenari base e avverso. Dove si è accesa la spia della riserva hanno prescritto di fare rifornimento. C’era ben altro dietro quei numeri, e dietro le soluzioni che le banche hanno portato in risposta. Ma, avranno pensato, i panni sporchi ve li lavate in casa.

Nessuno parla male di Garibaldi, della crescita e del territorio

Quando una bolla creditizia si gonfia il grosso del pubblico applaude, a differenza di quando scoppia. Usare il credito per sostenere i consumi e gli investimenti, o per evitare bancarotte e disinvestimenti, è un tratto delle politiche economiche dei paesi industrializzati dagli anni novanta, a partire dagli Stati Uniti di Bill Clinton. Ivi compresa la forzatura del reimpiego del risparmio finanziario sul territorio. Forse non conoscete a memoria il Community Reinvestment Act come Chuck McGill (fratello di Jimmy in Better call Saul), ma se avete seguito la serie sapete sicuramente che le state bank e le community bank devono assicurare delle percentuali minime di reimpiego negli stati di raccolta (nello Utah più alte che nel New Mexico). Bene, Zonin e Consoli (e altri banchieri “di territorio”) si erano dati una sorta di autoregolamentazione ispirata allo stesso obiettivo.

Usare il credito per sostenere la crescita del PIL produce inevitabilmente strutture finanziarie fragili, che tuttavia sono per diversi anni anche dannatamente profittevoli per le imprese che ci investono e per le banche che le finanziano. Lo sviluppo immobiliare è storicamente in testa alla classifica di siffatti business prociclici. Hyman Minski lo ha spiegato fin troppo chiaramente: il credito facile produce strutture “speculative” e dà copertura a schemi “alla Ponzi” sfacciatamente truffaldini, eppure sempre rifiorenti in ogni epoca e latitudine. Il povero depositante, e lo sventurato contribuente, non sanno di aver fornito per anni il carburante alla corsa dei profitti nei settori più aggressivi, e nemmeno di aver firmato una cambiale in bianco per il giorno in cui la musica sarebbe finita.

Minsky e i suoi precursori (Wicksell, Fisher, la scuola austriaca) sono voci isolate in un mainstream di politica economica che non sembra dare troppa importanza alle crisi finanziarie. Si sa, possono accadere, ma pare che non ci sia spazio per loro nei modelli teorici che si utilizzano nelle fasi espansive. Chi insiste ad agitarne lo spettro è un ingenuo rompiscatole che vuole soffocare i fermenti più vitali della crescita economica. Come un bacchettone che volesse imporre la sua morale a un gruppo di ragazzi e ragazze esuberanti. Ma poi rischia di finire come in Tredici (la serie su Netflix) con la comunità economica in balia di bulli arroganti, e le conseguenze possono essere tragiche.

Dopo la crisi del 2007-2008, il problema non ha più potuto essere ignorato dal Financial Stabilty Board e dai regolatori prudenziali, che hanno ideato una serie di rimedi contro le aree grigie dell’intermediazione (shadow banking), oltre a lanciare l’inedito filone della supervisione macroprudenziale. Si preparano a festeggiarne i successi al prossimo G20 di Amburgo. Forse sono stati molto bravi, e non avremo più crisi future. Purtroppo in Italia siamo ancora alle prese con i cocci delle crisi passate, e con il nostro proverbiale disincanto ci permettiamo di dubitarne.

Resta il fatto che non è facile mettere a nudo uno schema di intermediazione fragile quando la musica suona ancora. Chi prova a smascherarlo toglie la sicura a una bomba. Chi lo gestisce nega, lancia i diversivi e passa al contrattacco. È facile che alla fine vinca lui, fino al penultimo round.

E perché quelli che sanno (le banche concorrenti prima di tutti gli altri) non lo smentiscono? Ancora una volta, chi glielo fa fare? Al contrario, hanno tutto l’interesse a non accorgersi di nulla. Le banche folli che si espongono coprono la ritirata dalle posizioni più a rischio delle banche prudenti. Le sofferenze in più di BPVi e VB sono per una buona parte sofferenze in meno dei concorrenti che lavoravano con le stesse imprese.

Sì, perché una bolla creditizia che si gonfia e poi scoppia è un gioco a somma zero, dove vince chi fugge (come in amore, ma qui si fugge e basta).

Che fare allora per impedire la prossima crisi?

Come si può fermare la marea ascendente dei capitali in cerca di ritorni speculativi? Come impedire che la politica e le banche siano catturati da queste macchine da soldi? Come contenere la marea discendente? Vi rispondo subito: non lo so. Posso dare soltanto qualche consiglio di navigazione.

La volta che incontrai Gianni Zonin

Sì, ho incontrato l’ex Presidente della BPVi non tanto tempo fa. Non immaginerete mai l’occasione: un pranzo organizzato il 20 marzo 2015dall’allora Prefetto di Verona, Perla Stancari, con esponenti delle principali banche presenti in Veneto. C’era anche il Presidente del Banco Popolare, Carlo Fratta Pasini, i capi delle Direzioni regionali di Intesa Sanpaolo e Unicredit, e altri ancora. Era a tema un progetto, nome in codice SUP&R (ne parlo in questo post sul mio vecchio blog), a supporto delle piccole imprese in difficoltà. Si trattava di un’iniziativa promossa dal Prefetto che coinvolgeva, oltre alla Prefettura, Camera di commercio di Verona, Università di Verona, Università di Trento, con il contributo della Società Cattolica di assicurazione. L’iniziativa intendeva offrire un’opportunità concreta alla situazione di grave crisi delle piccole imprese del territorio, ricercando le soluzioni alle difficoltà incontrate nell’accesso e nella ristrutturazione organizzativa e finanziaria.

Zonin portò un delizioso Clintón (il vitigno, non Bill) vinificato in bianco (anche se è un non-vino formalmente proibito). Mi parve una persona affabile e animata dalle migliori intenzioni. Ai tempi ero al 100% impegnato su confidi e finanza delle micro-imprese, seguivo da lontano le vicende bancarie. Come un cronista sportivo che sa tutto della LegaPro, ma ascolta i risultati della Serie A la domenica alla radio. Lo ammetto, non avevo nessun sentore di quello che stava covando nella banca presieduta dal mio illustre commensale. Peccato, perché qualche early warning sui bilanci bancari avrei potuto lanciarlo, come facevo per quelli dei confidi. Non avrebbe cambiato le cose, ad ogni modo.

Il Prefetto Stancari mi aveva coinvolto per caso, avendo io promosso qualche anno prima il Business Point, uno sportello di assistenza finanziaria alle piccole imprese. Una piccola cosa, che mi ha messo in contatto con una decina di aziende. Ne abbiamo seguite tre in maniera approfondita. Il tutto nel frammento: tre situazioni contingenti mi hanno fatto capire che cosa mancava nell’intero sistema.

Accanto a questo nostro minuscolo tentativo, non ho avuto notizia di iniziative simili. Ho frequentato in lungo e in largo il mondo dei confidi e delle associazioni d’impresa, ma non mi risulta che nessuna istituzione o associazione abbia preso iniziativa sul fronte dell’accompagnamento alle imprese in difficoltà (riassumevo la mia delusione in questa lettera a Radio24 ai tempi della campagna Disperati mai). Non siamo andati oltre la moratoria e il telefono amico. Sicuramente tante persone di buona volontà si sono fatte in quattro per rispondere a situazioni di bisogno particolari, ma questo non è diventato cultura, buone pratiche, obiettivo di politiche specifiche. Il progetto veronese offriva una nuova occasione.

Il progetto SUP&R si è concluso nel settembre 2016 secondo le attese. Con i colleghi dell’Università di Verona abbiamo analizzato sei casi aziendali e prodotto dei rapporti di analisi finanziaria e strategico-organizzativa. Un’esperienza positiva, quindi, ma presto esaurita. Anche questa volta non sono riuscito a seminare l’idea.

La via stretta della buona gestione finanziaria

L’idea è quella della consulenza continuativa alla finanza delle piccole imprese. Non è un colpo di genio, piuttosto un uovo di Colombo. Cerco di diffonderla, senza molto successo, dal 2005, quando ho scritto questo articolo. L’ho riassunta tre anni fa nell’audizione in Senato sulla riforma dei confidi:

Come principale elemento di innovazione, occorre che la componente di servizio sia rafforzata fino ad evolvere in una consulenza continuativa alla gestione finanziaria delle imprese socie. Questo servizio più ricco dovrebbe comprendere un supporto regolare alla pianificazione finanziaria e al controllo direzionale, specialmente nelle imprese che non sono dotate di un responsabile amministrativo e finanziario. Soltanto in questo modo il confidi potrebbe accreditarsi come agente che conosce meglio della banca la salute finanziaria delle imprese. Inoltre, il confidi-consulente potrebbe disciplinare i comportamenti dell’impresa e facilitare così l’intervento preventivo su tensioni finanziarie che possono essere corrette e risolte.

Al momento, i confidi prestano un’assistenza finanziaria di base che però ha carattere episodico in quanto è strettamente collegata con la lavorazione delle domande di affidamento e l’accompagnamento in banca. Nei casi che ho avuto modo di conoscere (non numerosi, ma rappresentativi), si avverte drammaticamente la mancanza di un consulente di questo tipo a fianco dell’impresa.

Dopo lo scoppio della crisi, le banche e i confidi non hanno abbandonato a sé stesse le imprese in difficoltà. Tuttavia, specialmente tra il 2009 e il 2010, il dissesto finanziario è stato curato quasi esclusivamente con cure palliative, come le moratorie e i mutui-liquidità. Questi rimedi hanno tamponato la crescita della insolvenze; se non ci fossero stati, le sofferenze bancarie avrebbero avuto subito una dinamica esplosiva. Le cure palliative non hanno però debellato il male. Molti casi erano irrecuperabili. Nei molti altri casi che potevano essere curati, sono mancate le diagnosi tempestive e le azioni di risanamento, sia dal lato delle imprese, sia dal lato delle banche; là i confidi hanno semplicemente subito il deterioramento del credito e la successiva escussione. La consulenza è tornata in campo nella fase di recupero del credito e di soluzione della crisi per via giudiziale o contrattuale, e si è trattato di una consulenza di contenuto legale accessibile soltanto ad imprese di adeguato standing.

Di servizi di intelligence finanziaria per le PMI c’è quindi un bisogno estremo. Tuttavia, la loro diffusione è ostacolata prima di tutto dall’assenza di consapevolezza e quindi di domanda effettiva da parte delle imprese. In aggiunta, vi si oppongono i possibili concorrenti, come i mediatori creditizi, gli studi professionali, gli sportelli credito e i centri di assistenza fiscale delle Associazioni, che temono di perdere lavoro in un mercato dei servizi professionali impoverito dalla crisi . In realtà, si possono ottenere delle sinergie offrendo in maniera coordinata i servizi tradizionali di assistenza contabile (a cura degli attuali provider) e i nuovi servizi di supporto alla pianificazione finanziaria (svolti dai confidi, o da strutture professionali dedicate ad essi collegate).

[…​] La sfida è formidabile, almeno quanto lo sviluppo di una qualificata assistenza medica di base nell’ambito del servizio sanitario nazionale. In entrambi i casi, per prima cosa ci vogliono le persone, e nel nostro caso servono dei “medici finanziari” competenti e appassionati al loro lavoro. E per creare queste figure si deve intervenire su progetti di formazione specialistica, possibilmente non duplicati, né dispersivi.

Oltre a formare gli specialisti, occorre sensibilizzare e coinvolgere gli stessi imprenditori con una grande campagna di educazione finanziaria, un “Non è mai troppo tardi” per la finanza d’impresa

Pertanto, il mio consiglio ai naviganti è questo: diventate dei bravi navigatori, o procurateveli. Non sfidate la burrasca se proprio non è necessario. Non giocate a fregare l’assicuratore del vostro naviglio. Potreste essere a bordo.

La via larga del “poche storie, dateci credito”

Pensate che questo messaggio possa far breccia oggi, tra gli animi ancora scossi dal turbine di angoscia e sofferenza sollevato dal doppio dissesto di Vicenza e Montebelluna? Temo di no. Una proposta pensata per viaggiare lentamente, con tempi lunghi, non diventa più interessante quando si subisce uno shock emotivo, anzi. L’impulso più forte è dimenticare. È stato un mezzo disastro, ma ci abbiamo messo una pezza. Chi ha avuto, ha avuto. Chi ha dato, ha dato.

Perciò non mi aspetto che le imprese messe in difficoltà dalla crisi delle venete corrano a frotte ad attrezzarsi di competenze e strumenti per gestire meglio la loro finanza. Quelle più avvedute lo hanno già fatto, le altre pensano di poter ancora aspettare, hanno problemi più pressanti.

Questo desiderio di ritorno alla normalità, senza troppe storie, è espresso bene dal sindaco di Montebelluna, Marzio Favero, ripreso da Mario Seminerio qualche giorno fa:

Mi chiedo cosa accadrebbe se ora, con questi cambiamenti epocali in atto, si fermasse il credito alle imprese. Semplice: se si ferma la locomotiva veneta si ferma l’Italia. E se si ferma l’Italia, si ferma l’Europa intera. […​]

Conosco molti imprenditori che sono cresciuti con Veneto Banca, e che poi hanno visto sfumare i valore delle loro azioni. Eppure, la loro preoccupazione principale è che l’istituto che verrà sia disposto a scommettere su di loro, garantendo quell’accesso al credito fondamentale alla sopravvivenza delle loro aziende. […​]

È necessario che la nuova proprietà mantenga le strutture e che capisca come il nostro sistema di piccole e medie imprese abbia necessità di un credito tagliato su misura e non erogato o negato secondo criteri standardizzati italiani ed europei.

Ho ascoltato, rispettosamente, questo mantra da più di dieci anni nel milieu politico-associativo che circonda i confidi. Mi fa specie che sia ripetuto come una litania dopo che più di metà del credito alle imprese erogato da Vicenza e Montebelluna si è ammalorato. Tutta colpa della crisi? Un costo inevitabile? Un’inezia rispetto al contributo che quel territorio ha dato alla crescita del Paese e al gettito fiscale?

Non prendeteci per stupidi, per favore! Si abbia l’onestà di dire come sono andate veramente le cose, e di assumere le proprie responsabilità. C’è una classe dirigente che continua a teorizzare il pressapochismo come se fosse una virtù nazionale. Parla così per comprare consenso e, all’occorrenza, fare i propri affari. Sarebbe ora di un ricambio generazionale. I nostri figli non possono permettersi il lusso di mandare al diavolo i seccatori. Fanno i salti mortali per presentarsi con tutte le competenze in regola anche soltanto per un lavoro precario.

E le banche?

Forse ci si può aspettare qualcosa di più dalle banche. Anche loro non sono esenti da colpe. Che cosa è diventato il credito allo small businessnegli ultimi anni? Stendiamo un velo pietoso. Dal mio osservatorio seguo da anni un dibattito monotematico: l’accesso al Fondo centrale di garanzia per le piccole e medie imprese, sembra che tutto dipenda da quello. La garanzia dello Stato come una sorta di bail-out statale preventivo dei rischi che una banca non si prenderebbe mai, per una serie di ragioni: imprese non concorrenziali, gestite con sciatteria, schiacciate da adempimenti burocratici inutili, ecc. Unica soluzione: aspettare che siano espulse dal mercato, ma dato che non gli si può negare il credito, passare il rischio sullo Stato. Un pensiero debole, privo di nerbo, che non può portare a nessuna azione convincente.

Il conto delle perdite assicurate dal Fondo centrale è relativamente piccolo. Quelle realizzate non sono divulgate, gli stanziamenti sono circa 0,5-1 miliardi l’anno. Ma comunque il cattivo credito presenta un conto molto più pesante. Le perdite più grosse non sono assicurate dal Fondo PMI. Il salvataggio delle banche venete costerà non si sa ancora quanto, più o meno dai tre ai dieci miliardi, o anche di più.

Un disastro? Non deve accadere mai più? Macché, arriva il complesso e valorizza il territorio, impara quattro accordi e costruisce un repertorio: in altri paesi è andata peggio, la nostra regione è la locomotiva dell’Italia, con tutte le tasse che paghiamo a Roma …​

Ma che ragionamenti sono? Fare di meglio è un imperativo morale, chiama in causa la responsabilità delle singole persone che maneggiano il credito e prendono decisioni nelle aziende.

Le banche possono fare molto per evitare che la moneta cattiva scacci quella buona. Il credito alle PMI resta un pilastro fondamentaledell’economia del nostro paese così come è oggi. Dovrebbe esserlo ancora rispetto al modello di business della banche italiane, anche se molte forze agiscono per ridimensionarne il peso, dato che può facilmente essere un’attività che distrugge valore. Come fare per renderlo nuovamente un polmone di buoni affari e vantaggi reciproci? Questa è la sfida.

Un nuovo modello di business non è una cosa che un consulente incravattato ti impacchetta in un centinaio di slide. È una conquista faticosa, sul campo, ottenuta provando e riprovando. Si stanno lanciando delle innovazioni nelle reti che lavorano coi privati, come il franchising con i tabaccai sperimentato da Intesa Sanpaolo e Societé GeneraleServirebbe qualcosa del genere per le imprese, in partnership con studi professionali o mediatori creditizi illuminati e disposti a investire nella consulenza continuativa di qualità. Le famose piattaforme Fintech darebbero una leva fantastica per arricchire ed efficientare il servizio.

Ci dobbiamo tornare sopra.

Salvataggi paralleli: da Napoli 1996 a Veneto 2017

Mi sto riprendendo dall’ubriacatura di fatti e discussioni sulla crisi risolta (si spera) di Banca popolare di Vicenza e Veneto Banca. Complice il ponte romano per i SS.Apostoli, c’è stato un calo di tensione e di attenzione sui media e sui social. Tuttavia stamattina, ai Conti della belva, Oscar Giannino è tornato sul tema (ascoltatelo dal podcast al minuto 21:29) con un giudizio molto interessante: a suo dire, il salvataggio delle banche venete segna la vittoria della via italiana alla gestione delle crisi bancarie. Il DL 99/2017 sospende di fatto in Italia la vigenza della BRRD. Il Governo ha detto un no definitivo alla risoluzione basata sulla sistemazione rapida del dissesto con l’accertamento immediato delle perdite e la loro copertura con risorse private, degli investitori e del sistema. Si torna al passato: lo Stato scende in campo, ci mette prima di tutto la sua faccia e la sua firma. Non pretende di quantificare subito il buco patrimoniale, ma copre il bisogno immediato di liquidità, e si impegna a garantire le probabili perdite future, nel tempo che ci vorrà per chiudere la partita (anni). Il conto lo paga il contribuente.

Ma in che cosa consiste la via italiana ai salvataggi bancari? Per raccogliere degli elementi, sono andato a riguardarmi il caso di salvataggio più importante della storia bancaria italiana del dopoguerra: il risanamento, la ristrutturazione e la privatizzazione del Banco di Napoli del 1996, con Prodi premier e Ciampi Ministro del tesoro. Ci sono molti punti in comune con la vicenda veneta che intendo mettere in luce per aiutare a capire meglio il passato e il presente.

Note
Come fonti, ho utilizzato il testo del decreto-legge omologo del DL 99/2017, ovvero il DL 24 settembre 1996, n. 497, convertito nella L 19 novembre 1996, n. 588. Per la narrazione dei fatti e del contesto, c’è il libro di Mariarosaria Marchesano Miracolo Bad Bank ripreso da Luigi Zingales con questo e quest’altro approfondimento, e la Decisione della Commissione europea del 19 luglio 1998 che ha approvato a cose fatte, ponendo delle condizioni, gli aiuti di Stato inglobati nell’operazione.

La crisi del Banco di Napoli in poche righe

La storica banca partenopea cade in dissesto nel 1996. All’inizio degli anni novanta, Il Banco di Napoli aveva dato impulso gli impieghi sia verso le grandi imprese del centro-nord, sia verso le PMI delle regioni meridionali. Dopo il 1992 l’Italia entrava in una fase molto negativa del ciclo creditizio, con tassi di default non inferiori a quelli visti dopo il 2008. Il Banco ha quindi sbagliato il timing del ciclo e ne ha pagato il prezzo con l’esplosione delle sofferenze. Le rettifiche su crediti, sommate a costi del personale sopra la media di sistema, portano a realizzare nel 1994 e nel 1995 perdite di 1.147 e 3.155 miliardi di lire (in tutto circa 2,2 miliardi euro). Il patrimonio ne viene quasi azzerato, pregiudicando il rispetto dei coefficienti prudenziali.

Cingolani sul Foglio ha descritto così l’emersione rapida della crisi d’o Banc’e Napule:

Quando, nel 1995, gli ispettori della Banca d’Italia uscirono da via Toledo 177, dov’erano stati spediti dal governatore Antonio Fazio e dal capo della Vigilanza Vincenzo Desario, si conobbe la reale dimensione dello sfacelo. I crediti a rischio verso la clientela ammontavano a 16 mila 568 miliardi di lire. […​] L’ispezione era scattata subito dopo la morte del signore e padrone del Banco, Ferdinando Ventriglia, avvenuta l’11 dicembre 1994 a 67 anni. Era uno dei banchieri più importanti e potenti d’Italia, lo chiamavano re Ferdinando, e non si trattava solo di uno sfottò perché il professore era Napoli nella sua quintessenza, raffinatezza intellettuale e clientelismo politico. “Per chiedermi i contributi mi chiamano perfino quando me ne sto chiuso al cesso”, diceva con una delle sue frequenti battute plebee.

Il dissesto si annuncia con problemi di liquidità. Nel gennaio 1996 il Banco riceve un finanziamento di 1.000 miliardi di lire dalla Cassa depositi e prestiti. Ma le perdite continuano ad accumularsi, e si prospetta un’insolvenza di proporzioni straordinarie.

Per scongiurare la liquidazione, prende forma un piano di salvataggio molto complesso, che viene lanciato con un decreto-legge in marzo, poi decaduto e riproposto in maggio e infine attuato col definitivo DL 24 settembre 1996, n. 497. In sintesi, il salvataggio prevedeva:

  • lo scorporo dal Banco di crediti deteriorati, partecipazioni e cespiti non immobiliari in un apposito veicolo, la SGA (Società per la Gestione delle Attività);
  • la ricapitalizzazione del Banco così risanato da parte dello Stato, che avrebbe sottoscritto un aumento di capitale di 2.000 miliardi di lire, per la metà mediante accollo e conversione del finanziamento CDP; il Tesoro ha ottenuto le risorse per questo apporto mediante un apposito mutuo della Cassa depositi e prestiti;
  • il successivo collocamento della quota di maggioranza del Banco mediante gara, che si sarebbe completata nel gennaio 1997 con la cessione del 60% a una cordata composta da BNL e INA;
  • la liquidazione coatta amministrativa dell’ISVEIMER, istituto di credito a medio termine controllato dal Banco;
  • la concessione al Banco di anticipazioni straordinarie della Banca d’Italia ai sensi del c.d. decreto Sindona (Decreto del ministro del Tesoro del 27 settembre 1974) allo scopo di finanziare la SGA e le controllate in liquidazione, oltre che di coprire le perdite originate da questi interventi;
  • agevolazioni fiscali sulle imposte indirette;
  • accordo con il sindacato per la riduzione del costo del lavoro e un piano di 800 prepensionamenti.

Anche in quell’occasione le misure si sono spinte agli estremi confini dello spazio normativo conosciuto. Non esisteva ancora un quadro comunitario per gli aiuti alle banche, che sarebbe arrivato dopo la crisi Lehman nel 2008 per poi essere aggiornato dalla vigente Banking communication dell’agosto 2013. La Banking Union e la BRRD erano ben lontane dall’essere anche solo immaginate. L’Italia poteva già contare dal 1986 su un sistema volontario di assicurazione dei depositi, che sarebbe divenuto obbligatorio proprio nel 1996. Il FITD era intervenuto nel 1988 a sostegno della Cassa di risparmio di Prato e successivamente di altre piccole banche, ma non poteva farsi carico di un impegno così pesante e prolungato come questo.

Per le crisi di carattere straordinario, la normativa metteva a disposizione le citate anticipazioni straordinarie della Banca d’Italia al tasso dell’1% fino a una durata di 24 mesi a favore delle banche le quali, surrogandosi ai depositanti e ai creditori di altri istituti in liquidazione coatta amministrativa, dovevano coprire le conseguenti perdite sulle loro esposizioni attive, non recuperabili in tutto o in parte. I fondi dovevano essere utilizzati per acquistare Buoni del Tesoro poliennali dalla Banca d’Italia, che erano poi depositate come garanzia dell’anticipazione. Il meccanismo di indennizzo economico era perciò rappresentato dai margini derivanti dal differenziale tra il rendimento ottenuto sui BTp e il tasso di interesse delle anticipazioni (quello che oggi si chiamerebbe un carry trade).
Questo dispositivo per la crisi del Banco non era sufficiente, sebbene si sia deciso di impiegarlo per finanziare la liquidazione dell’ISVEIMER e la SGA.

Era infatti richiesto un intervento molto più pesante e immediato di ripiano delle perdite in linea capitale, che è stato attuato per due vie:

  • la svalutazione dei crediti e delle partecipazioni in capo al Banco di Napoli prima della loro cessione alla SGA per importi netti presuntivamente in linea con il loro valore di realizzo;
  • la conseguente ricapitalizzazione del Banco, condizione preliminare al suo collocamento sul mercato.

Le differenze rispetto alle banche venete

Prima di commentare le analogie tra i due casi, rimarchiamo la differenza più lampante: il Banco di Napoli è stato risanato e ha continuato a operare come entità autonoma, tant’è che è stato possibile venderne il pacchetto di controllo a BNL-INA (al valore peraltro irrisorio di 60 miliardi di lire per il 60% del capitale sociale) nel gennaio 1997. Dopo circa due anni, il controllo è passato al Gruppo Sanpaolo IMI a un prezzo centuplicato, con una clamorosa plusvalenza che tra l’altro ha risolto i problemi di capitale di BNL. Il tutto emblematico dell’approccio dirigista delle Autorità, che gestivano il capitale delle banche a livello di sistema come un bene pubblico (prassi peraltro non cessata del tutto sia nelle forme “volontarie” veicolate dal FITD o da soggetti come il fondo Atlante, sia attraverso gli interventi “obbligatori” dello stesso FITD e del Fondo di risoluzione).

A differenza del banco partenopeo, le banche venete sono state messe in liquidazione coatta amministrativa, mentre la loro gestione sana è stata ceduta al Gruppo Intesa Sanpaolo.

Note
Se però andiamo all’esito finale delle due storie, tutte le banche malate di cui stiamo parlando sono approdate alla stessa meta: il Gruppo Intesa Sanpaolo.

In entrambi i casi lo Stato ha contribuito a ricapitalizzare la good bank, ma a Napoli l’ha fatto sottoscrivendo un aumento di capitale che ha estromesso dal controllo la Fondazione Banco di Napoli.
Nel caso veneto, lo Stato ha corrisposto un contributo cash per il rafforzamento patrimoniale del gruppo acquirente. Tuttavia in precedenza il Governo aveva incoraggiato l’apporto al capitale per complessivi 3,5 miliardi da parte del Fondo Atlante 1. Un’iniziativa caldeggiata dal Governo, con la quale si confidava di poter mettere in sicurezza le due banche con una ricapitalizzazione preventiva formalmente affidata a un soggetto privato. Tentativo che si voleva ripetere con l’accesso alla ricapitalizzazione precauzionale dello Stato ex DL 237/2016, poi di fatto bloccata da Bruxelles. Leggiamo col senno di poi questi ripetuti e vani tentativi di rianimazione delle due banche come un errore strategico che ha procrastinato l’intervento risolutivo, facendone lievitare il costo.

Per quanto riguarda i rapporti con la Commissione Europea, nel 1996 si è agito in emergenza, senza acquisire preventivamente l’autorizzazionedella Direzione Concorrenza, che è stata rilasciata a cose fatte nel 1998. In confronto il caso veneto è stato gestito nel pieno rispetto delle regole, che sono oggi molto più definite e provate sul campo.

Sono molto diversi anche i meccanismi di finanziamento e di copertura delle perdite della bad bank:

  • la SGA ha rilevato pro soluto il portafoglio deteriorato della banca, da cui ha ricevuto finanziamenti a loro volta alimentati dalle anticipazioni straordinarie ex decreto Sindona;
  • in Veneto gli NPL e le partecipazioni non strategiche sono rimaste sulle banche in liquidazione; l’onere di finanziarle è stato assunto dal gruppo Intesa, che ha acquisito un credito pari allo sbilancio tra passività e attività trasferite come good bank; il rischio ultimo di perdite sul portafoglio deteriorato è stato però coperto dallo Stato che garantisce il rimborso entro 5 anni di tale finanziamento dello “sbilancio di cessione” (per i particolari tecnici v. post precedente) [revisione 6/7].

Per quanto riguarda il profilo economico del recupero degli NPL, la SGA dovrebbe aver preso in carico gli attivi deteriorati del Banco di Napoli a valori netti allineati con i previsti realizzi, mentre le bad bank venete in liquidazione hanno mantenuto le partite ai valori di carico svalutati a più riprese dopo il 2014, ma presumibilmente ancora gonfiati da perdite latenti. Questo sarebbe dimostrato dalla concessione a Intesa della facoltà di retrocedere impieghi oggi classificati in bonis fino a 4 miliardi di euro in tre anni. Di conseguenza, nel caso veneto le percentuali di rientro sul valore contabile netto degli attivi saranno molto probabilmente inferiori al 92% vantato dalla SGA per il portafoglio del Banco.

Possiamo quindi dare due interpretazioni sulle specificità del caso veneto [revisione 6/7]:

  • lo Stato ha utilizzato uno strumento di sostegno al reddito a impatto immediato poiché ha concesso un contributo al capitale di 3,5 miliardi (contabilizzato come reddito straordinario da Intesa) al posto delle anticipazioni ex decreto Sindona (che producevano una margine di interesse spalmato nel tempo);
  • lo Stato risulta però esposto al rischio di perdite future sugli attivi deteriorati attraverso le ampie garanzie riconosciute a Intesa, anziché assorbirne indirettamente il costo sulle anticipazioni da Banca d’Italia utilizzate a Napoli.
Note
Va da sé che la tenuta della risk mitigation statale si fonda sul mantenimento della ponderazione zero del rischio sovrano a fini di Vigilanza. Un disturbo potrebbe venire dall’entrata a regime del principio contabile IFRS 9 che costringerebbe ad applicare un impairment alle esposizioni verso lo Stato italiano in caso di abbassamento del suo rating sotto l’investment grade. Sul tema si rinvia a un nostro paper.

Le analogie tra i due casi

In entrambi i casi la crisi è stata causata da politiche del credito espansive protratte oltre il punto di svolta negativa del ciclo, che hanno prodotto tassi di default cumulativi nettamente superiori a quelli medi nazionali. Il Banco di Napoli ha subito però un fattore esogeno di cui non ha colpa, la fine dell’intervento straordinario nel Mezzogiorno. Le due banche venete hanno dal canto loro intenzionalmente aggravato la loro situazione con pratiche scorrette e sconsiderate di raccolta di capitale tra la clientela (gonfiamento del valore delle proprie azioni e finanziamenti per l’acquisto di azioni “baciate”) che hanno loro consentito di puntellare le esposizioni eccessive, proponendosi come collettori del rischio scaricato dai loro concorrenti più avveduti.

Troviamo un’altra somiglianza nella presenza di un dominus forte, da una parte Ferdinando Ventriglia a Napoli, dall’altra Gianni Zonin e Vincenzo Consoli a Vicenza e Montebelluna. Con qualità, caratteri e storie personali peraltro molto distanti tra loro. Ventriglia muore per un tumore nel dicembre 1994, nella piena consapevolezza della crisi della sua banca, senza però aver avuto il tempo o la volontà di farla emergere e avviare a soluzione. Dal canto loro i vertici delle due venete hanno difeso ostinatamente la loro strategia di crescita forzata a sostegno del territorio, negando o nascondendo con artifici illegali le falle che si aprivano nei loro bilanci.

Vi sono poi delle analogie tecniche più evidenti tra i rispettivi interventi di sostegno e di ristrutturazione:

  • prima del dissesto, le tre banche hanno ottenuto forme di sostegno alla liquidità (il prestito della CDP a Napoli e le garanzie statali sui bond in Veneto);
  • il portafoglio deteriorato è stato affidato in gestione, a distanza di vent’anni, allo stesso soggetto, la SGA; i passaggi e le soluzioni contrattuali sono differenti, ma opera in tutti i casi un trasferimento del rischio di recupero sullo Stato; sul piano operativo, il piano per le venete replica la divisione del lavoro nell’attività di recupero ideata per il Banco, con il coinvolgimento a fianco della SGA del servizio recuperi e della rete delle good bank (Banco Napoli e ramo passato ad Intesa) nel servicing;
  • al di sopra e al di là dei dettagli, i due piani hanno in comune la complessità, l’orizzonte temporale lungo e la difficoltà di stimarne il costo complessivo, sia a preventivo che a consuntivo; ma questa opacità o inconoscibilità sembrano un problema epistemologico che caratterizza tutti i grandi salvataggi bancari, non solo in Italia.
Note
Segnaliamo un’ultima coincidenza non casuale: anche nell’operazione del 1996, il Governo si è avvalso della banca d’affari Rothschild come advisor nella strutturazione e nella gestione dei rapporti con la Commissione europea.

L’analisi controfattuale: era meglio la risoluzione?

E torniamo alla questione sollevata oggi ai Conti della belva: è vero che il DL 99/2017 segna la restaurazione nel nostro Paese dell’ordine bancario previgente la BRRD, con tutte le sue tare di opacità, mano libera ai comportamenti azzardati, credito piegato ai voleri della politica e dei poteri forti, scarico di perdite sullo Stato? Se questo pericolo è reale, che cosa si può fare per evitarlo?

La questione è grave, e non pretendo di esaurirla qui. Non ho ancora capito se faccio parte degli “accademici collusi e colpevoli con i regolatori” chiamati in causa anche oggi da Giannino. Sicuramente ho una posizione critica sulla BRRD, e non da ieri (l’avevo espressa più di un anno fa in questo intervento). Al tempo stesso, ho sempre denunciato la risposta tardiva e parziale del sistema bancario italiano alle sfide del mondo post 2008.

Nel dibattito acceso che ha preceduto il decreto salva-venete ho tenuto una posizione ferma su un punto: non si doveva accettare il protocollo di cura della BRRD per scelta ideologica o per pressioni esterne. Affermavo il principio di Ippocrate: primum non nocere; prudenza nell’adottare un rimedio che rischia di essere peggiore del male. Non è soltanto un principio di senso comune, ho cercato di fornire argomenti teorici ed empirici in questo post poche ore prima che BCE e SRB dessero il disco verde alla non-risoluzione.

Dal canto loro, gli interventi più critici contro il bail-out muovono un’accusa al Governo e alle Autorità di vigilanza: si doveva agire prima, ammettendo la gravità della crisi e attuando una risoluzione con bail-in del debito senior che sarebbe stata, letteralmente, risolutiva. Come esempi di questa posizione segnalo gli articoli ben scritti di Giugliano e Merler. Al confronto la posizione dell’Economist appare più comprensiva delle ragioni particolari dell’Italia.

Si doveva agire prima, non c’è dubbio. Di chi è la colpa di questo ritardo? Di questo sono meno sicuro. Per molti (non per tutti quelli che ho citato) la colpa maggiore è dei regolatori bancari e finanziari che hanno tirato a campare per nascondere errori e omissioni del loro operato.

È vero che le Autorità hanno assecondato un certo modo di governare e gestire le banche conseguente alla loro storia e congeniale alle persone che in quel milieu si erano formate. In passato andava benissimo vendere azioni ai soci-clienti in un contesto di alta redditività, rischi sotto controllo, normativa stabile. Le obbligazioni bancarie erano soltanto una via diversa di fare raccolta diretta, necessaria per sostenere la domanda crescente di mutui da privati e imprese. Erano meno liquide e redditizie dei titoli di Stato, sebbene fino al 2011 fossero tassate di meno. Tuttavia, come spiegano bene Greco e Vanni nel loro libro sulle popolari, la clientela locale accettava una minor remunerazione e maggiori rischi sul risparmio in cambio del sostegno economico al territorio. Questo scambio non era il massimo della trasparenza e alcune banche possono averne approfittato, ma di qui a trattare la vendita di obbligazioni bancarie come un caso clamoroso di mis-selling con la connivenza delle Autorità ce ne corre. Lasciamo la grave accusa ai casi che se la meritano, ovvero quelli in cui si sono piazzati degli strumenti tecnicamente più rischiosi (subordinati e azioni) in una situazione di conclamato (ma nascosto) squilibrio patrimoniale. È l’ultima circostanza a costituire la prova regina della malefatta.

Dopo la crisi questo modello di business e di risk/capital management è saltato. Abbiamo vissuto tre anni terribili, tra il 2009 e il 2011, nei quali ci si è illusi che non fosse così, che anzi si doveva mettere il turbo a quel modello per esaltarne l’effetto autopropulsivo sull’operatività della banca. Di qui l’uso improprio del classamento sul retail di titoli subordinati emessi per tamponare scompensi patrimoniali e pertanto vulnerabili, per non parlare del collocamento forzato di azioni già prima evocato. Troppe banche hanno atteso troppo prima di svegliarsi dal sogno di potercela fare comunque, anche perché nel frattempo catturate da squadre di cacciatori del credito facile. In molti si sono cullati nell’illusione, fiduciosi nella ripresa che avrebbe ripristinato i bei tempi andati.

Quando a fine 2011 Governo, esponenti politici, associazioni d’impresa, giornali e, ovviamente, regolatori hanno avvertito la spiacevole sensazione del guano che arrivava alla caviglia e continuava a salire, tra loro si è aperta una nobile gara a rincuorare, rassicurare, comprendere e aiutare i malcapitati che per primi erano stati raggiunti dalla bruna massa. Quando poi il livello è salito al polpaccio, o alla cintola, le posizioni si sono divaricate: c’è chi ha continuato a negare, chi invece ha pensato a tirarsene fuori (se non lo aveva fatto prima). Tutti hanno avvertito il disastro incombente, ed è cominciato lo scarico di responsabilità: i politici sulle Autorità, le Autorità sui CdA, i CdA sui dirigenti, i dirigenti sui clienti, i clienti sul Governo.

Non voglio emettere giudizi sommari sulle colpe dei regolatori o di altri soggetti. Non voglio neppure aggiungere argomenti alle cose che ho già scritto sui limiti di efficacia delle nuove procedure di gestione delle crisi bancarie.

Per questo motivo non proporrò qui un’analisi controfattuale della risoluzione delle banche venete che non c’è stata. Tengo da parte le forze per i nuovi dossier di crisi che incombono e che potrebbero ribaltare la scandalosa soluzione presa il 25 giugno, che tra l’altro rovescia quella presa quasi contemporaneamente per MPS. Ogni caso fa storia a sé, i problemi cambiano e con essi le priorità e i mezzi di chi deve fornire risposte.

La vera sfida è superare il modello di business del passato senza conoscere il futuro. Ci vuole tempo, pazienza e una mole enorme di lavoro. L’errore imperdonabile sarebbe quello di chiudere gli occhi davanti a questa necessità.

Secondo voi, la banca che ha collocato obbligazioni senior poi finite sotto la spada di Damocle del bail-in ha commesso una colpa grave, come i commenti degli ultimi giorni vorrebbero far credere? Secondo me no, tuttavia la commette se continua a farlo perché rinuncia in partenza a cercare delle alternative. Aver sostenuto le imprese con le moratorie è stata una scelta sconsiderata? No, ma guai se si persevera nell’errore di finanziare le PMI rinunciando a capirne i bisogni e a guidarne i comportamenti, come non si stanca di ripetere l’amico Alessandro Berti e con lui altre rare voci, come Fabio Bolognini che ha ricordato le molte PMI che rischiano la revoca dei fidi con il subentro di Intesa.

Sulla costruzione che ci attende ci sono tante altre cose da dire. Non è una questione di regole e di processi, ma di persone. Vi do appuntamento a lunedì per tornare sulle cose che mi stanno più a cuore.

Vi auguro una buona domenica, da dedicare agli affetti più cari. Per un giorno (di festa), le banche venete sapranno badare a se stesse.

Banche venete e DL 99/2017: il buono, il brutto e il cattivo

Note
Versione 0.3, sono indicate le parti da verificare sulla base di informazioni più complete. Le elaborazioni si basano sui dati pubblicati nella Memoria della Banca d’Italia alla Commissione finanze della Camera del 4 luglio 2017, nella Relazione tecnica al DDL di conversione del DL 99/2017 e nel Comunicato del Gruppo Intesa Sanpaolo del 26 giugno 2017. Segnalazioni di inesattezze e commenti sono benvenuti. Possono essere inviati a luca.erzegovesi@unitn.it.
Warning
Nelle versioni precedenti si quantificava in maniera non corretta uno sbilancio patrimoniale positivo tra attività e passività cedute al Gruppo Intesa, sulla base delle informazioni (parziali) contenute nel Comunicato del Gruppo Intesa Sanpaolo del 26 giugno 2017. Tali inesattezze sono state corrette sulla base dei prospetti di stato patrimoniale riportati nel Contratto di cessione e nella nella Memoria della Banca d’Italia alla Commissione finanze della Camera. Si è inoltre rimossa l’appendice che riportava le tabelle di raccordo con i dati di bilancio a fine 2016, non più necessarie.

Con il decreto legge n. 99 del 25 giugno 2017 prende finalmente forma il piano per risolvere le crisi della Banca popolare di Vicenza e di Veneto Banca. Ritroviamo nel testo licenziato domenica scorsa dal Consiglio dei ministri le linee fondamentali già intercettate dalla stampa nei giorni precedenti: la messa in liquidazione coatta amministrativa della Banca popolare di Vicenza SpA e di Veneto Banca SpA; la cessione delle parti sane della loro gestione al Gruppo Intesa San Paolo; la cessione in amministrazione del massiccio portafoglio di crediti deteriorati alla SGA, storico operatore che svolse la stessa funzione per il Banco di Napoli.

In questo post “di servizio” voglio accompagnarvi in una visita guidata alle diverse sezioni del decreto legge 99. Ne descrivo i tratti essenziali, e cerco soprattutto di tracciare la mappa dei numeri secondo una schema di flussi di fondi e di stock di bilancio, per mostrarvi come si distribuiscono sui vari attori della complessa operazione di salvataggio e liquidazione ordinata.

Note
Non mi soffermo sugli antefatti, né mi dilungo della descrizione dell’intervento. Troverete molte informazioni, ma le metto sui vari passaggi del mio schema di smontaggio e di analisi dell’operazione. Se volete una trattazione più discorsiva, la trovate nei post precedenti a questo e nei numerosi articoli pubblicati dal Sole 24 ore e dai principali quotidiani. La mia trattazione è attenta agli aspetti contabili e finanziari. I molti interessanti aspetti giuridici sono accennati nella misura in cui servono a spiegare i primi.

In seguito, identificheremo le banche in liquidazione anche come bad bank o come procedura di liquidazione coatta amministrativa (più brevemente LCA). La banca acquirente sarà indicata anche come cessionaria o Intesa Sanpaolo,

Warning
Mi scuso anticipatamente con i lettori torinesi se, per brevità, farò riferimento al gruppo bancario che partecipa come cessionario all’operazione chiamandolo “Intesa”, e non con la locuzione corretta e completa “Intesa Sanpaolo”.

Visto che la materia è molto tecnica, rubo il pretesto narrativo al grande Sergio Leone. Se volete, c’è anche la colonna sonora molto adatta alla stagione calda.

Il buono: il business sano e il personale tra le braccia di Intesa Sanpaolo

Nel lungometraggio (non lungo quanto il prequel) girato tra Roma, Vicenza, Montebelluna, Francoforte e Bruxelles la parte del buono è toccata al Gruppo Intesa Sanpaolo, che ha partecipato con una proposta (v. Comunicato del 21 giugno) alla procedura di selezione “aperta, concorrenziale e trasparente” risultando aggiudicatario della good bank scorporata dalle società messe in liquidazione.

Che cosa compra Intesa: la struttura patrimoniale della good bank

Come descritto con chiarezza nel comunicato del 26 giugno del gruppo Intesa:

L’acquisto riguarda un perimetro segregato che esclude i crediti deteriorati (sofferenze, inadempienze probabili e esposizioni scadute), le obbligazioni subordinate emesse, nonché partecipazioni e altri rapporti giuridici considerati non funzionali all’acquisizione.

Il perimetro oggetto di acquisto include, oltre alle attività e passività selezionate di Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca, anche il contributo delle partecipazioni in Banca Apulia S.p.A. e Banca Nuova S.p.A, in SEC Servizi S.c.p.a., in Servizi Bancari S.c.p.a. e, subordinatamente all’ottenimento delle relative autorizzazioni, nelle banche con sede in Moldavia, Croazia e Albania.

Cominciamo da qui, dalla parte più “pulita” della gestione delle banche liquidate. Questa viene scorporata e con la cessione entra nel perimetro di consolidamento contabile e di adeguatezza patrimoniale del Gruppo Intesa. Nella memoria della Banca d’Italia si riporta un prospetto riassuntivo della situazione patrimoniale al 31 marzo 2017 dei due gruppi bancari, nel quale si individuano i valori che entrano nel perimetro della cessione e quelli che, per differenza, rimangono in carico alle bad bank. Lo abbiamo così rielaborato:

SP31mar2017

Dal Comunicato di Intesa, si precisa inoltre che saranno trasferiti:

  • raccolta indiretta per circa 23 miliardi di euro, di cui circa 10,4 miliardi di risparmio gestito,
  • circa 900 sportelli in Italia e circa 60 all’estero, inclusa la rete di filiali in Romania,
  • circa 9.960 persone in Italia e circa 880 all’estero.

Il perimetro oggetto di acquisto comprende anche crediti in bonis ad alto rischio per circa 4 miliardi di euro, con diritto di Intesa Sanpaolo di retrocessione nel caso di rilevazione, nel periodo fino all’approvazione del bilancio al 31 dicembre 2020, dei presupposti per classificarli come sofferenze o inadempienze probabili.

Commentiamo gli aspetti salienti.

Per quanto sopra riportato, tra le attività, Intesa rileva:

  • crediti sani, intesi come quelli classificati in bonis tuttavia depurati di una componente ad alto rischio;
  • le attività in titoli e tesoreria attiva;
  • le attività fiscali corrispondenti alle imposte differite attive (DTA) per 1,9 miliardi. Si tratta dell’importo a bilancio a marzo 2017, di cui 940 milioni dovrebbero essere di tipo qualificato ovvero convertite o convertibili in crediti tributari ai sensi del DL 29 dicembre 2010, n. 225 [1]; Intesa acquisisce anche il diritto di rilevare le DTA “potenziali” che non hanno superato nei bilanci 2016 delle Venete il probability test di deducibilità futura; nel comunicato non sono precisate, ma dovrebbero essere commisurate a diversi miliardi di perdite riportate a nuovo [da verificare] [2];
  • crediti in bonis ad alto rischio che sono acquisiti al valore contabile netto con riserva di operare delle svalutazioni o delle retrocessioni mediante due diligence (ancora da effettuare); successivamente alla due diligence l’acquirente beneficia del diritto di restituire allo Stato al valore di cessione (quindi senza impatti economici negativi) le partite di questa specie che prima del 31 dicembre 2020 passeranno allo stato di credito deteriorato; pertanto (cosa importante per gli assorbimenti patrimoniali) questa esposizione è coperta da una sorta di credit default swap a costo zero col quale Intesa compra protezione dallo Stato, che gira le posizioni deteriorate così retrocesse alla LCA, diventandone creditore per l’importo al quale le ritira da Intesa (ci torneremo sopra parlando della bad bank);

Non si forniscono dettagli sulle altre voci ricomprese nel perimetro di cessione, che sono le Partecipazioni [non consolidate] (solo 20 su 988 milioni), le Attività materiali e immateriali (385 milioni) e la Cassa e Altre attività (771 milioni).

Per quanto riguarda le passività, abbiamo:

  • debiti verso banche per 9,3 miliardi, che comprendono principalmente il rifinanziamento presso la BCE (stimabile in 7 miliardi) e la raccolta interbancaria secured;
  • debiti verso clientela rappresentati principalmente da depositi;
  • le obbligazioni senior sottoscritte da clientela retail o da investitori istituzionali; è importante ricordare che negli 11,8 miliardi indicati troviamo titoli unsecured e bond con garanzia statale ai sensi del DL 237/2016. Nell’ultimo bilancio, i bond garantiti collocati a investitori erano 2,6 miliardi su 10,1 miliardi emessi (la differenza era usata come collateral di provvista all’ingrosso); non avendo la scomposizione, non sappiamo se l’importo garantito rilevato da Intesa è lo stesso di fine 2016 o superiore a seguito di ulteriori collocamenti; è probabile che sia così, se vale la stima che avevo raccolto da operatori di mercato delle senior unsecured in circolazione (7 miliardi);
  • le passività finanziarie per 2,6 miliardi che sono relative ai portafogli di negoziazione o a strumenti derivati;
  • TFR e Fondi per rischi e oneri per 330 milioni, che dovrebbero essere prevalentemente composti dal Fondo TFR;
  • Altre passività e Passività fiscali per 1,5 miliardi.

Come ricordato, dal passivo delle bad bank sono espressamente escluse dalla cessione a Intesa (art. 3(1)a del DL 99) gli strumenti facenti parte del capitale azionario CET1, gli strumenti di capitale addizionale AT1, i titoli subordinati eleggibili T2 e il resto dei debiti subordinati. Questi strumenti rimangono nel passivo della LCA, a copertura delle perdite che emergeranno sulla stessa, in particolare dalla gestione del portafoglio NPL. L’esclusione per legge di queste poste è inoltre una condizione imposta per la compliance alle regole sugli aiuti di Stato della Banking Communication del 2013 che appunto impone il burden sharing a carico degli strumenti di capitale (fino al debito subordinato) in caso di misure pubbliche di supporto a banche in crisi, che riguardano anche il caso in esame di liquidazione (vedi oltre).

C’è infine la raccolta indiretta composta da 12,6 miliardi di risparmio amministrato e 10,4 miliardi di risparmio gestito. Si tratta di una voce strategica per il gruppo Intesa che basa la sua formula di business su questi prodotti di investimento realizzati internamente dalle fabbriche prodotto e distribuiti attraverso la rete alla quale ora si aggiungono gli sportelli rilevati dai gruppi veneti.

È infine significativo che siano entrati nel perimetro della cessione le partecipazioni nelle banche del Sud (Apulia e la siciliana Banca Nuova) e gli istituti dell’Est Europa, oltre ai provider di servizi informatici e operativi.

Sbilancio di cessione, assorbimento di capitale regolamentare e contributo dello Stato

Sommando i valori relativi alle attività e alle passività, si osserva che Intesa acquisisce un mix attivo/passivo sbilanciato con attività per 45,919 miliardi e passività per 51,27 miliardi, che implica un netto patrimoniale a valore contabile di -5,351 miliardi. Essendo le passività assunte superiori alle attività acquisite, Intesa acquisisce come corrispettivo (oltre al prezzo simbolico di 1 euro) un credito verso la LCA di importo pari alla loro differenza, a titolo di finanziamento dello sbilancio di cessione, sul quale torneremo.

Warning
Nelle precedenti versioni di questo post, non disponendo della situazione patrimoniale completa della good bank, si rilevava erronemanete uno sbilancio patrimoniale positivo.

Detto sbilancio può essere elevato a 6,351 miliardi a seguito di svalutazioni o retrocessioni di poste decise nella due diligence, con adeguamento in contropartita del finanziamento dello sbilancio.

Note
La LCA assume quindi un debito verso il gruppo Intesa come corrispettivo a saldo dell’eccesso di debiti rispetto alle attività che è accollato al cessionario.

Nella trattativa che ha preceduto l’accordo, Intesa ha posto al Governo il vincolo di non consumare capitale di Vigilanza nell’acquisizione del pacchetto good bank, che comporta un incremento di attività ponderate per il rischio (RWA). Dato il target CET1 ratio del 12,5% che il gruppo acquirente intende conservare, per soddisfare con adeguato margine di sicurezza i requisiti di primo e secondo pilastro (qui trovate la loro complessa stratificazione), si stima un fabbisogno di capitale addizionale di 3,5 miliardi di euro.

Note
Il DL 99 Art.4(1b) precisa che tale importo è quello massimo che può essere assegnato. L’importo effettivo sarà determinato in funzione dell’incremento degli RWA conseguente alla cessione determinato con la due diligence ex Art. 4(4)

Non possiamo ricostruire con precisione l’effettivo incremento di RWA perché mancano i dettagli rilevanti.

Ad ogni modo, questo fabbisogno è coperto con un contributo dello Stato rilevato dalla banca acquirente in conto economico. Su questo provento straordinario il DL 99 riconosce l’esenzione da IRES e IRAP (la tassazione sarebbe stata una partita di giro con lo Stato). Vedremo dopo come lo Stato finanzia questa erogazione attraverso la bad bank.

Il MEF dà inoltre un grosso aiuto a contenere l’incremento di RWA attraverso la concessione di una garanzia personale statale eleggibile ai fini di vigilanza che copre (con le modalità illustrate qui subito dopo) i finanziamenti concessi da Intesa a fronte dello sbilancio di cessione e dell’anticipazione delle spese della procedura, nonché il rischio di credito sul portafoglio in bonis “ad alto rischio”. Su tutte queste voci assistite da garanzia dello Stato, Intesa beneficia della ponderazione zero ai fini del calcolo degli RWA.

Il pacchetto di garanzie statali sul finanziamento delle perdite emergenti e dei default potenziali

Come anticipato, lo Stato offre a Intesa un pacchetto di credit risk mitigation regolato all’art 4 del decreto e così strutturato:

  1. come detto prima, la good bank acquisisce in contropartita della LCA un finanziamento dello sbilancio dei cessione per un importo di 5,351 miliardi che può essere incrementato a 6,351 miliardi a seguito della due diligence indipendente (art. 4(4) del DL 99) che può retrocedere o svalutare alcune delle posizioni interessate dalla cessioneLo Stato presta una garanzia a Intesa su questo finanziamento;
  2. inoltre, c’è una voce più problematica delle altre: il portafoglio di crediti in bonis ad alto rischio; questa componente è trasferita al valore di carico delle bad bank, e su di essa, come ricordato, lo Stato offre protezione con una specie di credit default swap gratuito sul rischio di deterioramento di queste posizioni, con scadenza 31 dicembre 2020 e per un importo massimo di 4 miliardi di euro.
Note
Nelle nostre simulazioni quantitative ipotizziamo che la due diligence produca una diminuzione del valore contabile delle attività cedute e un pari incremento del finanziamento dello sbilancio di cessione. A ciò dovrebbe essere associata una riduzione degli assorbimenti patrimoniali per il calo degli RWA, essendo il finanziamento garantito a ponderazione zero.

Come si vedrà più avanti, lo Stato copre anche i rischi da contenzioso legale. Questo beneficio complessivo ammonta a 1,991 miliardi e si divide in due parti:

  • 1,5 miliardi sono destinati a sollevare Intesa dagli oneri sopportati su cause intentate a in relazione a rapporti giuridici nei quali subentra alle banche in liquidazione (sono espressamente esclude dal decreto le controversie relative al collocamento di azioni e obbligazioni subordinate);
  • una somma inferiore è stanziata per adeguare i fondi rischi delle bad bank, ed è pari alla differenza tra il valore delle passività potenziali pregresse per contenzioso secondo gli atti di causa e il relativo accantonamento a fondo rischi. Questa maggiorazione è limitata a un massimo di 0,491 miliardi di euro.

Anticipiamo anche il fair value complessivo di questo pacchetto di garanzie, che misura la perdita attesa dallo Stato secondo probabilità “pessimistiche” riferite a una distribuzione neutrale al rischio (non approfondiamo i concetti di pricing): il comunicato del Governo quantifica questo fair value in 0,4 miliardi. Per una scomposizione del fair value delle garanzie si rinvia a una tabella successiva (v. Flussi attesi e fair value delle attività e delle passività della bad bank nello scenario base (valori in miliardi di euro)).

Le misure di ristrutturazione aziendale e il contributo statale a copertura delle spese relative

Intesa inoltre deve affrontare oneri di integrazione e razionalizzazione connessi all’ acquisizione, che riguardano tra gli altri la chiusura di circa 600 filiali e l’applicazione del Fondo di Solidarietà in relazione all’uscita, su base volontaria, di circa 3.900 persone del Gruppo risultante dall’acquisizione (non solo all’interno dei gruppi veneti, ma anche in società già presenti), nonché altre misure a salvaguardia dei posti di lavoro quali il ricorso alla mobilità territoriale e iniziative di formazione per la riqualificazione delle persone; lo Stato qui riconosce un contributo contabilizzato a conto economico e pari a 1,285 miliardi di euro, anche questo non sottoposto a tassazione; essendo accantonato in un apposito fondo, tenuto conto degli effetti fiscali correlati all’utilizzo, risulterà quindi neutrale per l’utile netto dell’esercizio, a differenza del contributo per adeguamento del capitale.

Note
A completamento degli impegni finanziari del gruppo Intesa, anticipiamo che è previsto che il cessionario conceda un finanziamento per le spese della procedura di LCA che viene poi rimborsato dal MEF. Pertanto, anche questo credito è pienamente coperto da garanzia statale.

Considerando tutti i contributi apportati e la loro rilevazione in bilancio, possiamo ipotizzare la seguente situazione patrimoniale nella quale includiamo anche il finanziamento da Intesa alla bad bank a copertura dello sbilancio di cessione.

Stato patrimoniale parziale della good bank dopo i contributi statali e i finanziamenti alla bad bank (valori in miliardi di euro)

Ipotesi base (pre-due diligence)

goodbankSPbase

Ipotesi post-due diligence con riduzione massima (1 miliardo di euro) del valore delle attività cedute

goodbankSPnew

Il valore di mercato pagato da Intesa

Come ricordato, il corrispettivo della cessione della good bank è fissato nella cifra simbolica di 1 euro. Intesa riceve un contributo al capitale entro un massimo di 3,5 miliardi, oltre alla garanzia statale gratuita sui crediti ad alto rischio e sui finanziamenti dello sbilancio di cessione (della durata di cinque anni e al tasso dell’1% secondo queste anticipazioni) e delle spese di procedura. Inoltre, Intesa dovrebbe recuperare il valore delle DTA potenziali nel momento in cui acquisisce le perdite pregresse trasferite dalla LCA (non comprese nelle DTA a bilancio).

Per ottenere una stima dell’impatto dell’operazione banche venete sul market value of equity di Intesa, si dovrebbe stimarne l’impatto sul CET1 del gruppo bancario tenendo conto degli effetti secondari sopra ricordati. Dovemmo poi moltiplicare il CET1 così modificato per un congruo multiplo Price/Tangible Book value. Se l’operazione fosse effettivamente neutrale sul CET1, la valutazione sarebbe impattata per la sola variazione del multiplo.

Non disponiamo dei dati per fare un riscontro di questo tipo. In mancanza di una valutazione circostanziata, vi offro questa interpretazione aneddotica.

Ho elaborato un sofisticato modello di equity valuation
Apporti di Atlante 1 = 3,5md€
Contributo DL99 a capitale ISP = 3,5md€

 

Il brutto: gli oneri per lo Stato

Più di 17 miliardi di euro di impegno finanziario pubblico per salvare due banche regionali che pesano l’1% sull’attivo del sistema. Questo messaggio circola dal 25 giugno sui principali media italiani e stranieri. La spesa di 17 miliardi di soldi pubblici dà una sensazione brutta, per questo la associamo al secondo personaggio della storia. Ma è davvero così sgradevole il conto da pagare?

Con l’analisi del deal tra le bad bank e il gruppo Intesa abbiamo raccolto pressoché tutti gli elementi per apprezzare il sostegno finanziario e creditizio fornito dallo Stato. Ne forniamo qui un riepilogo e ci soffermiamo sulle ragioni che giustificano questi sussidi, e sulla valutazione espressa in proposito dalla Commissione Europea.

Le misure pubbliche di sostegno

Mettendo insieme le misure a favore del cessionario della good bank e quelle rivolte a tutelare la solvibilità delle bad bank (che riprenderemo in seguito) otteniamo il seguente dettaglio degli aiuti concessi dal MEF a favore dell’operazione nel suo complesso:

  • Contributi a conto economico
    • per adeguamento patrimoniale 3,5 miliardi
    • per copertura spese ristrutturazione 1,285 miliardi
    • Totale 4,785 miliardi
  • Garanzia statale su retrocessione crediti in bonis ad alto rischio
    • Totale garanzie a Intesa 4 miliardi
  • Garanzia statale su finanziamenti e passività contingenti a LCA
    • per copertura sbilancio di cessione (massimale) 6,351 miliardi
    • anticipo finanziamento spese procedura [non valorizzato]
    • garanzia spese contenzioso legale (massimale) 1,991 miliardi
    • Totale garanzie a LCA 8,342 miliardi

Complessivamente otteniamo un impegno così ripartito:

  • spesa per contributi a Intesa 4,785 miliardi
  • importo garantito massimo a favore di Intesa e LCA 12,342 miliardi
  • Totale (grezzo) impegno statale 17,127 miliardi

Questo numero superiore a 17 miliardi di euro ha suscitato molto clamore mediatico. Tuttavia è la somma di due voci tra loro non addizionabili:

  • contributi sono effettivamente spese effettive, sebbene formalmente recuperabili sui flussi futuri della bad bank, vedi oltre; nell’immediato fanno aumentare il deficit di bilancio pubblico e incrementano l’indebitamento netto dello Stato nella misura di 4,785 miliardi;
  • le garanzie sono una passività contingente; i massimali indicati rappresentano la spesa massima potenziale a carico dello Stato nello scenario catastrofico in cui tutte le esposizioni coperte si ammalorano per l’importo massimo;
    • per le garanzie, l’impatto sul deficit e sull’indebitamento è misurato dal fair value delle stesse, che è quantificato (come ricordato) in 0,4 miliardi;
  • si ottiene un impatto totale su deficit e indebitamento pari a 5,175 miliardi;

Tale impegno di spesa è coperto con parte dello stanziamento di 20 miliardi a valere sul DL 237 del dicembre 2016 “Salva-risparmio”. Il Decreto 99 prevede una ridestinazione della somma in questione dalla ricapitalizzazione precauzionale alle misure qui descritte.

Note
In parallelo, lo Stato utilizzerà la stessa fonte di copertura con la destinazione originariamente prevista per il Monte dei Paschi di Siena, il cui piano di ristrutturazione è stato approvato dalla Commissione europea il 4 luglio.

Come si evidenzia in seguito dalla struttura di bilancio delle banche in liquidazione, lo Stato a fronte delle iniezioni di liquidità a titolo di contributo o a fronte dell’escussione delle garanzie concesse, non sopporta una spesa a fondo perduto, bensì acquisisce un credito privilegiato nei confronti della LCA che ha la ragionevole probabilità di essere rimborsato con i proventi del recupero delle attività “problematiche” non trasferite a Intesa.

Le ragioni di pubblico interesse secondo il Governo

Le motivazioni del sostegno publico sono così formulate in un “Considerato” del DL 99/2017 (corsivo nostro):

Considerato che, in assenza di misure pubbliche di sostegno, la sottoposizione di Banca Popolare di Vicenza S.p.A. e Veneto Banca S.p.A. a liquidazione coatta amministrativa comporterebbe la distruzione di valore delle aziende bancarie coinvolte, con conseguenti gravi perdite per i creditori non professionali chirografari, che non sono protetti né preferiti, e imporrebbe una improvvisa cessazione dei rapporti di affidamento creditizio per imprese e famiglie, con conseguenti forti ripercussioni negative sul tessuto produttivo e di carattere sociale, nonché occupazionali, e che, pertanto, vi é la straordinaria necessità e urgenza di adottare disposizioni volte a consentire l’ordinato svolgimento delle operazioni di fuoriuscita dal mercato delle banche ed evitare un grave turbamento dell’economia nell’area di operatività delle banche in questione.

Come si legge, il Governo ha messo in risalto gli impatti:

  • sugli investitori non professionali in strumenti di debito delle banche non protetti da assicurazione dei depositi (principalmente gli obbligazionisti senior e i depositanti per l’eccedenza dei saldi rispetto a 100 mila euro);
  • sui clienti affidati dalle banche costretti a rifinanziare i debiti in essere per la revoca o la decadenza del beneficio del termine;
  • sul tessuto produttivo, sulle dinamiche sociali e sull’occupazione considerando anche il licenziamento del personale bancario;
  • sull’economia di un’area economica importante, data la significativa quota di mercato delle banche dei due gruppi nelle rispettive regioni.

Gli effetti destabilizzanti evitati secondo la Banca d’Italia

Nella Memoria della Banca d’Italia, si aggiungono dei particolari cruciali sulle liability della clientela affidata, dello Stato e del FITD che si sarebbero attivate in caso di liquidazione disordinata e atomistica delle due banche:

Il governo italiano ha deciso di affiancare un aiuto di Stato alla procedura di liquidazione coatta. Tale scelta è risultata indispensabile per individuare un acquirente e preservare per questa via la continuità operativa delle due aziende, che sarebbe venuta meno in caso di liquidazione “atomistica”. Caduta l’ipotesi della ricapitalizzazione precauzionale, quest’ultima sarebbe stata l’unica alternativa alla scelta effettuata; avrebbe comportato costi molto elevati per tutti gli attori coinvolti.

Circa centomila piccole e medie imprese e circa duecentomila famiglie sarebbero state costrette a restituire per intero i crediti (circa 26 miliardi); ne sarebbero con tutta probabilità derivate diffuse insolvenze. La conseguente distruzione di valore si sarebbe scaricata sui detentori di passività.

I depositanti non protetti dalla garanzia, insieme con gli obbligazionisti senior, avrebbero dovuto attendere i tempi della liquidazione (vari anni) per ottenere il rimborso (circa 20 miliardi). Il Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi (FITD) avrebbe dovuto far fronte a un esborso immediato per circa 10 miliardi, e a rivalersi sulla liquidazione negli anni successivi. Data l’incapienza delle risorse prontamente disponibili presso il FITD, il sistema bancario avrebbe dovuto farsi carico di gran parte delle somme necessarie al rimborso dei depositanti in tempi estremamente ristretti. Lo Stato sarebbe stato chiamato all’immediata escussione della garanzia sulle passività emesse dalle due banche per un importo di circa 8,6 miliardi.

Il via libera della Commissione Europea

Dal canto suo la DgComp ha svolto un’analisi più articolata del rispetto delle condizioni di conformità degli aiuti previste dalla Banking Communication del 2013, oltre a circostanziare gli impatti sulla concorrenza nel mercato dei servizi bancari e sulla sua efficienza operativa. Ecco la formulazione che si trova riassunta nel comunicato della Commissione:

Both guarantees and cash injections are backed up by the Italian State’s senior claims on the assets in the liquidation mass. Correspondingly, the net costs to the Italian State will be much lower than the nominal amounts of the measures provided.
The Commission found these measures to be in line with EU State aid rules, in particular the 2013 Banking Communication. Existing shareholders and subordinated debt holders have fully contributed to the costs, reducing the cost of the intervention for the Italian State. Both aid recipients, BPVI and Banca Veneto, will be wound up in an orderly fashion and exit the market, while the transferred activities will be restructured and significantly downsized by Intesa, which in combination will limit distortions of competition arising from the aid. The subsequent deep integration by Intesa will return the sold parts to viability. The Commission also confirmed that the measures do not constitute aid to Intesa, because it was selected after an open, fair and transparent sales process, fully managed by Italian authorities, ensuring that the activities were sold at the best offer available.

Come si desume dal testo, la DgComp ha valutato significativamente:

  • la limitazione dell’impegno di spesa a carico dello Stato, grazie a
    • copertura delle spese certe ed eventuali di crediti potenzialmente esigibili a valere sugli attivi in liquidazione
    • burden sharing a carico dei detentori di azioni e altri strumenti di capitale;
  • l’effetto non distorsivo, anzi virtuoso, sulla struttura del mercato, in virtù di
    • ridimensionamento delle reti distributive e dell’organico che favorisce la riduzione dell’eccesso di capacità produttiva del settore nelle forme tradizionali;
    • recupero di efficienza grazie agli interventi di razionalizzazione attuati dall’acquirente;
    • assenza di aiuti a favore delle banche liquidate, che escono dal mercato;
    • assenza di aiuti a favore di Intesa, che ha concluso l’acquisizione con una procedura aperta, concorrenziale e trasparente.

L’ultima motivazione può suscitare delle perplessità: come è possibile che Intesa abbia ottenuto contributi così generosi (pare), e che lo Stato glieli abbia concessi, con tutti i paletti che limitano gli aiuti di Stato alle banche?

Sul punto la DgComp ha dato l’OK perché la settimana prima dell’approvazione del Decreto il Governo ha indetto una procedura di selezione “open, fair and trasparent” alla quale ha invitato diverse banche che realisticamente avevano le spalle abbastanza larghe per caricarsi lo spin offdelle banche venete.

Come riferisce la memoria della Banca d’Italia, la procedura ha coinvolto sei potenziali acquirenti (cinque primari gruppi bancari italiani ed esteri e un grande gruppo assicurativo italiano). A conclusione del processo sono pervenute due offerte di acquisto vincolanti. Quella di Intesa è risultata nettamente la migliore in quanto idonea ad assicurare la continuità aziendale e a minimizzare le componenti da lasciare in capo alle banche in liquidazione.

Pertanto, il Tesoro ha proceduto sull’unica via praticabile. È seguita una trattativa (immagino) molto serrata al termine della quale le parti hanno convenuto i termini che poi sono stati inclusi del DL 99.

In effetti, come ha ricordato il Ministro Padoan nella conferenza stampa, non ci sono molti argomenti per constestare la soluzione adottata essendo mancate delle alternative che consentissero di realizzare i fini irrinunciabili che il Governo si era dato.

Gli oneri per la collettività

E’ il punto critico, ma tutt’altro che facile da ricondurre a dei numeri semplici da confrontare e dal capire. Come si è visto, lo Stato eroga dei contributi che versa subito a Intesa, e si impegna a effettuare dei pagamenti futuri a fronte della retrocessione dei crediti ad alto rischio deteriorati nonché a coprire il mancato rimborso dei finanziamenti erogati dalla stessa banca alla LCA.

Per dare un primo orientamento, ho condotto una simulazione per scenari che trovate più avanti (v. Una simulazione dei flussi di cassa della bad bank per scenari).

Il cattivo: la bad bank, cattiva, ma può essere un tesoro

E veniamo adesso al personaggio più furtivo, astuto, imprevedibile. Il cattivo o meglio la cattiva, la bad bank, insieme delle due banche in liquidazione, detta anche procedura di LCA, nella quale rimangono immagazzinati tutti gli asset e le voci del passivo che non migrano verso Intesa. Non soltanto quelli. Come vedremo subito, i flussi iniziali per corresponsione di contributi o quelli successivi per attivazione delle garanzie pubbliche spostano valori che modificano la struttura di bilancio della bad bank. Vedremo poi come il principale asset “cattivo” venga ceduto, o meglio, dato in gestione a una società servicer specializzata che si occupa di gestirne l’amministrazione e i recuperi.

La gestione dei crediti deteriorati

Nell’attivo della bad bank resta tutto quello che non è ceduto a Intesa. Quindi, principalmente, i crediti deteriorati delle varie categorie (scaduti deteriorati, inadempienze probabili, sofferenze) censiti alla data di cessione del portafoglio. Questi NPL “già emersi” restano valorizzati al loro valore contabile al netto delle rettifiche, senza necessità di adeguarli a una più severa valutazione dell’incidenza delle perdite, che invece sarebbe imposta in caso di cessione degli NPL a un investitore specializzato.

Le complicazioni sorgono con la voce “sospetta” dei crediti censiti in bonis, ma ad alto rischio di deterioramento. Intesa è disposta ad acquisire questa componente, ma non con l’impegno irreversibile a tenerseli. La banca acquirente ha ottenuto due tutele:

  • la due diligence, che può portare a svalutazioni o retrocessioni di queste posizioni o di altre attività possedute dalle società controllate;
  • un’ulteriore finestra per la retrocessione di crediti ad alto rischio alla LCA, fino al termine del 31 dicembre 2020, agli stessi valori di trasferimento ai quali sono usciti, al momento dell’eventuale degrado a credito deteriorato; al verificarsi di quell’evento, Intesa riceve un pagamento dal MEF pari al prezzo di trasferimento iniziale; nell’attivo della bad bank torna il credito al valore di carico originario, che è pareggiato da un incremento del credito del MEF verso la bad bank.

La SGA, Società per la gestione delle attività

La bad bank non cura direttamente la gestione del portafoglio NPL, ma la delega alla SGA, Società per la Gestione delle Attività controllata dal MEF, che ha rilevato il pacchetto totalitario dal gruppo Intesa Sanpaolo in applicazione dell’art. 7 del DL 3 maggio 2016, n. 59. La SGA ha cominciato a operare dal 1999 per gestire i crediti deteriorati del disciolto Banco di Napoli (la cui parte sana era stata ceduta al Sanpaolo di Torino, allora banca non ancora fusa con Intesa). La SGA è iscritta dal 5 aprile 2016 all’Albo unico degli intermediari finanziari [non bancari] ex art. 106 TUB come Intermediario di credito (non confidi), che presta Attività finanziaria e/o di servicing. Nello specifico è specializzata nel servicing (amministrazione, recupero e incasso) di crediti deteriorati.

Oltre ai crediti non performing, la SGA può ricevere in gestione anche beni (ad esempio immobili rilevati in asta [verificare]) e rapporti giuridici accessori. Li gestisce con l’obiettivo di massimizzarne il valore.

Struttura di bilancio e rapporti con la bad bank

Come può la SGA operare sul portafoglio NPL presente nell’attivo della bad bank? Dal punto di vista contrattuale, la bad bank cede il portafoglio NPL alla SGA, questa lo imputa a uno o più patrimoni destinati (con attività segregate e non aggredibili dai suoi creditori generici) e in contropartita assume un debito infruttifero [verificare] verso la bad bank. Secondo l’art. 5(2) del DL 99, il debito è iscritto al valore di iscrizione contabile dei beni e dei rapporti giuridici ceduti nel bilancio della SGA, periodicamente adeguato al maggiore o minore valore di realizzo [verificare se c’è impairment a fine esercizio, penso di no].

Si tratta di un debito particolare, che con il gergo della cartolarizzazione denomineremmo di tipo pass through, in altre parole la SGA provvede a effettuare i recuperi e a rimborsare con questi il debito. Quando si rilevano delle perdite definitive sugli attivi deteriorati nel momento in cui sono cancellati prima di averne recuperato l’intero importo, si procede a svalutare nella stessa identica misura il debito verso la bad bank.

La SGA trattiene un compenso per il servizio svolto che va a coprire i suoi costi di struttura e i costi variabili che sostiene per l’attività di recupero (tipicamente spese legali o compensi ad altri servicer utilizzati in outsourcing). Non dettagliamo qui la struttura dei ricavi e dei costi della SGA. Ci limitiamo a dire che sono entrambi coperti da una parte dei flussi generati dai recuperi su NPL.

In attesa di perfezionare la cessione alla SGA, il contratto di cessione prevede che l’attività di servicing sia delegata a società del Gruppo Intesa, contro pagamento di corrispettivi. È probabile che il coinvolgimento operativo del gruppo Intesa prosegua anche dopo l’affidamento dell’incarico alla SGA, come del resto si fece nel precedente intervento della stessa SGA sulle attività deteriorate del gruppo Banco di Napoli, come ricordo in questo post.

La SGA in forza dell’art. 5(3) può gestire gli attivi ceduti dalla bad bank in deroga alle norme sui requisiti di capitale degli intermediari iscritti all’albo 106. Questo si giustifica per il fatto che la struttura di finanziamento pass through trasferisce tutta la variabilità dei flussi di cassa e dei valori degli asset in gestione sulla bad bank, per cui non c’è bisogno di una copertura patrimoniale a fini prudenziali.

Proiezione del portafoglio ceduto alla SGA nel bilancio della bad bank

La bad bank in seguito alla cessione detiene un’attività per credito verso il patrimonio destinato in seno alla SGA. In realtà questo credito è la proiezione dei valori di bilancio del servicer che a loro volta sono i valori di carico originari degli NPL (al netto di rettifiche) periodicamente adeguati al maggiore o minore valore di realizzo.

Sul portafoglio non si dovrebbero rilevare riprese di valore per effetto della maturazione degli interessi, a differenza di quanto prescritto alle banche dai principi contabili IAS 39 e IFRS 9 [Verificare].

Due caratteristiche di questo schema di gestione degli NPL adottato nel caso della LCA lo differenziano nettamente dai veicoli di cartolarizzazione e dai fondi chiusi specializzati che intervengono in caso di risoluzione o di ricapitalizzazione precauzionale:

  • i crediti e gli altri attivi sono iscritti al valore di carico netto di rettifiche ereditato dal bilancio delle banche messe in liquidazione; non si devono operare svalutazioni ai prezzi di mercato del debito distressed, di solito molto inferiori ai valori di libro;
  • il portafoglio è finanziato con un credito pass through unico, non suddiviso in tranche equity, mezzanine e senior. Pertanto tutti i flussi di cassa del portafoglio affluiscono alla bad bank, e non sono suddivisi in base a una cascata di pagamenti (payment waterfall) distinta in linea interessi, in linea rimborso del capitale, con separato trattamento dei flussi eccedenti soglie di extra-performance nell’attività di recupero. È la bad bank ad avere una struttura finanziaria suddivisa in tranche con prelazione/seniority differenziata, che viene schematizzata più avanti.

Altre voci di bilancio della bad bank

Oltre al finanziamento da Intesa dello sbilancio di cessione sul quale ci siamo già soffermati, la bad bank detiene altre poste di bilancio che commentiamo brevemente.

Attività e passività di tesoreria

La bad bank può detenere attività liquide o prontamente liquidabili all’inizio alimentate dai finanziamenti per coprire le spese della procedura. L’entità di queste poste dovrebbe essere contenuta.

Le attività e passività a fronte del contenzioso legale

Altre voci tipiche sono:

  • i fondi rischi per spese e risarcimenti relativi a procedimenti legali; come ricordato in precedenza, queste passività contingenti non sono trasferite su Intesa, ma rimangono in capo alla LCA, ivi comprese le obbligazioni nei confronti dei soci che hanno aderito agli accordi transattivi proposti ai propri azionisti nel 2017, pari a circa il 15% della somma sottoscritta in sede di aumenti di capitale; lo Stato copre con un apposita garanzia questi rischi; il suo ammontare è limitato a un massimo di 0,491 miliardi di euro, che è una stima della differenza tra il valore delle passività potenziali pregresse per contenzioso secondo gli atti di causa e il relativo accantonamento a fondo rischi;
  • inoltre, come già anticipato, lo Stato fornisce una garanzia fino a 1,5 miliardi a copertura delle spese per contenzioso legale che potrebbero gravare su Intesa in relazione ai rapporti giuridici nei quali subentra;
  • dall’altro lato possiamo includere i claim attivi sulle azioni di responsabilità verso gli ex esponenti aziendali, che potrebbero chiudersi con accordi forieri di risarcimenti da parte dei convenuti o, più probabilmente, delle compagnie di assicurazione.

In assenza di una garanzia statale, i claim passivi per contenzioso legale insisterebbero come crediti chirografari sul flusso dei recuperi da NPL. In questo modo possono trovare una copertura dedicata che protegge la LCA dal rischio di risultare inadempiente su queste obbligazioni.

Il finanziamento dei contributi a Intesa

I contributi in conto rafforzamento patrimoniale e spese di ristrutturazione sono erogati attraverso la bad bank a fronte della concessione di un finanziamento di pari importo da parte del MEF. Quando la bad bank eroga a Intesa queste somme, sostiene di fatto un costo che registriamo in una voce negativa del patrimonio.

Il finanziamento delle spese della procedura

Intesa è tenuta ad anticipare alla LCA una disponibilità alla copertura delle spese della procedura. Questo anticipo è poi rimborsato dal MEF che subentra nel credito verso la LCA stessa. Questo credito è prededucibile con priorità superiore a tutte le altre voci del passivo della bad bank.

La struttura finanziaria e l’ordine di prelazione

La bad bank ha due funzioni primarie:

  1. liquidare gli attivi problematici ereditati dalle banche a cui è subentrata; ciò avviene principalmente con l’attività di recupero delegata alla SGA;
  2. distribuire i flussi di cassa tra i detentori di crediti e di strumenti di capitale.

Tenendo conto di tutte le voci che possono essere valorizzate nei vari stadi della procedura, la bad bank presenta la seguente struttura di claimpassivi ordinata per priorità decrescente [verificare completezza e correttezza]:

  1. finanziamento delle spese prededucibili da parte di Intesa o del MEF e altri debiti per spese prededucibili ai sensi del diritto fallimentare;
  2. finanziamenti concessi da Intesa a fronte dello sbilancio di cessione (nei limiti dell’importo garantito dallo Stato) o crediti di regresso dello Stato sorti a seguito dell’escussione della garanzia statale dei suddetti finanziamenti; crediti di regresso dello Stato a fronte di retrocessione per deterioramento di crediti in bonis ad alto rischio;
  3. anticipazioni di cassa dallo Stato a copertura dei contributi a Intesa per rafforzamento patrimoniale e per spese di ristrutturazione; credito di regresso dello Stato a fronte dell’escussione da parte della LCA della garanzia sulle spese di contenzioso legale; finanziamenti concessi da Intesa a fronte dello sbilancio di cessione oltre ai limiti dell’importo garantito dallo Stato;
  4. crediti chirografari;
  5. obbligazioni subordinate;
  6. azioni.

Le voci sopra elencate sono compendiate nella tabella seguente, con valori che riflettono, nel caso delle attività, i flussi complessivi attesi nel futuro mentre, nel caso delle passività, corrispondono all’importo del finanziamento ricevuto oppure, per le poste riprese dal bilancio al 31 marzo 2017, allo stesso valore di bilancio.

Lo stato patrimoniale della bad bank nello scenario base del Governo (valori in miliardi di euro)

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Fonte: Nostra elaborazione su dati reperiti nelle fonti citate.

Nella tabella seguente si riportano informazioni anche per le “passività contingenti” che non si traducono in debiti alla costituzione della bad bank. Nello specifico, si riporta nella colonna “garantito” l’importo massimo del pagamento o del credito che lo Stato si impegna ad assumere e nella colonna “fair value input” il valore atteso di tale pagamento secondo le ipotesi formulate nella già citata Relazione tecnica.

Flussi attesi e fair value delle attività e delle passività della bad bank nello scenario base (valori in miliardi di euro)

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Gli azionisti

Come si può notare, le obbligazioni subordinate e le azioni rimangono nella struttura finanziaria. A differenza dei casi di risoluzione o di altre procedure di crisi disciplinate dalla BRRD, non è prevista la riduzione degli strumenti di capitale né la riduzione o conversione degli strumenti di debito. Questi strumenti rimangono in vita a meno che la banca in liquidazione non rilevi perdite da portare ad abbattimento del capitale. Altro discorso è il fair value realistico di tali strumenti di capitale, che dipende dai flussi attesi sugli attivi della bad bank nel suo orizzonte di medio-lungo periodo. Se il presunto valore di recupero degli attivi cumulato a lungo termine è superiore ai debiti privilegiati e chirografari, allora c’è una probabilità non esigua che gli strumenti di capitale ricevano distribuzioni di denaro, e quindi abbiano un fair value non azzerato.

Gli obbligazionisti subordinati e il “ristoro”

L’art. 6 del DL 99 prevede delle forme di ristoro mediante indennizzo forfettario a favore di persone fisiche o imprenditori individuali che al momento dell’avvio della LCA detenevano strumenti di debito subordinato delle banche in liquidazione acquisiti con rapporto negoziale diretto con le medesime banche. Questi soggetti possono accedere al Fondo di solidarietà costituito presso il Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi ai sensi dell’art. 1(855) della legge 28 dicembre 2015, n. 208. Si tratta della forma di ristoro concepita per i portatori di titoli subordinati delle “quattro banche” poste in risoluzione nel novembre 2015. Il Fondo concede un indennizzo forfettario nella misura dell’80% del valore nominale dei titoli posseduti. Sono però fissati diversi paletti piuttosto stringenti per l’accesso a tale beneficio:

  • i titoli devono essere stati acquistati entro la data del 12 giugno 2014 (dal dante causa nel caso di successione);
  • il richiedente deve avere un reddito annuo per il 2014 inferiore a 35 mila euro, oppure un patrimonio mobiliare nello stesso anno inferiore a 100 mila euro.

Intesa Sanpaolo si è impegnata a corrispondere ai beneficiari di questi indennizzi forfettari un’integrazione per un ulteriore 20%, che consente quindi un ristoro integrale. Ha stanziato allo scopo un fondo di 60 milioni di euro (v. Comunicato del 26 giugno 2017)

Una simulazione dei flussi di cassa della bad bank per scenari

A scopo meramente esemplificativo, riportiamo una simulazione dei flussi recuperabili dalla bad bank e della loro distribuzione sulle diverse classi di passività presenti nella struttura finanziaria. Per mantenere la massima semplicità, non si sono simulati i costi periodici che gravano sulla liquidazione, a parte uno stanziamento iniziale per le spese della procedura.

La tabella seguente riporta gli scenari ipotizzati. I primi due mantengono le ipotesi sui tassi di recupero del Governo (il secondo si differenzia perché riduce le attività cedute a Intesa degli importi massimi retrocedibili a seguito della due diligence). I tre scenari successivi, raggruppati sotto la dicitura “stress test”, assumono tassi di recupero progressivamente ridotti rispetto allo scenario base, e inoltre assumono l’attivazione della retrocessione di partite in bonis ad alto rischio per importi pure crescenti al peggiorare dello scenario, così come l’attivazione per valori crescenti delle garanzie per la copertura delle spese legali, nonché proventi da claim legali attivi via via decrecenti.

Gli scenari di simulazione

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Fonte: Gli scenari “base” e “due diligence worst” sono basati sulle ipotesi fatte nella Relazione tecnica al DDL di conversione. Le ipotesi di “stress test” sono nostre congetture fatte a scopo meramente esemplificativo.

Nell’ultima tabella si riassumono i flussi di cassa cumulativi attesi sulla vita della bad bank. Le entrate sono raggruppate per componenti dell’attivo. Le uscite sono raggruppate per classi di prelazione dei debiti.

Si noti come nei due scenari base, con tassi di recupero relativamente elevati, la LCA si chiude con l’integrale copertura del debito privilegiato in linea capitale. Rimane un eccedenza che dovrebbe essere usata per coprire le spese per interessi, oneri di servicing, altre spese amministrative.

In questi scenari ottimistici, la spesa per lo Stato è zero, perché la bad bank rimborsa integralmente sia il finanziamento ottenuto da Intesa a fronte dello sbilancio di cessione (senza bisogno di attivare la relativa garanzia statale), sia gli anticipi di cassa del MEF per la corresponsione dei contributi alla good bank.

In teoria, potrebbe formarsi, dopo la copertura di tali spese, un avanzo al quale attingere per rimborsare eventuali crediti chirografari (peraltro non specificabili sulla base delle informazioni ad oggi note), e magari anche una frazione del debito subordinato.

Andando a peggiorare le ipotesi di scenario, viene meno la capacità di coprire integralmente le passività privilegiate. Negli scenari peggiori, la LCA non riesce a rimborsare integralmente il finanziamento dello sbilancio di cessione, e lo Stato viene escusso e subentra a Intesa come creditore in via di regresso. Le passività si incrementano per l’attivazione di questa e di altre garanzie. Una parte delle passività, comprensive di quelle contingenti attivate, rimane impagata dalla bad bank. L’onere finale per lo Stato è dato appunto da queste passività insolute della bad bank, che lo Stato non potrà più recuperare.

Copertura del rimborso dei debiti privilegiati per scenari (valori in miliardi di euro)

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Fonte: Nostra elaborazione su dati reperiti nelle fonti citate.

Conclusioni

Al termine di questa analisi preliminare possiamo trarre alcune conclusioni.

Il DL 99/2017 fa uso di forme di sostegno alle banche in crisi in prevalenza basate su garanzie statali e su spese potenzialmente recuperabili nel corso della liquidazione. Strumenti di questo tipo sono stati ampiamente utilizzati nella prima fase della crisi in particolare dalla Germania. Lo Stato si accolla in prevalenza passività potenziali che non hanno un impatto immediato sul deficit, se non nella misura delle perdite attese tradotte nel fair value della garanzia.

Il successo del piano concepito per le popolari venete dipende dall’evoluzione dello scenario macroeconomico, che incide sulle performancedella componente ad alto rischio rilevata da Intesa, che può più direttamente generare perdite contingenti superiori a quelle attese inizialmente; in tale evenienza sie aggiungono passività alla struttura finanziaria della bad bank e si riducono la probabilità di dare un ritorno ai creditori chirografari, subordinati e agli azionisti.

Il bilancio finale positivo dipende però anche dalla buona gestione delle banche in liquidazione, e in particolare dall’attività di servicing e recupero dei crediti deteriorati affidata alla SGA e a società del gruppo Intesa. Finalmente le Autorità italiane, e in particolare la Banca d’Italia, hanno potuto attivare una bad bank di sistema operante come investitore / amministratore paziente e non opportunistico, grazie all’assenza delle pressioni a svalutare ex ante il portafoglio che sono invece il tratto caratteristico delle procedure di risoluzione disciplinate dalla BRRD.

Anche la gestione del contenzioso legale, e l’eventuale riproposizione di accordi transattivi con i soci, è cruciale per limitare gli oneri a carico della procedura. Dalle azioni di responsabilità verso gli ex-componenti degli organi sociali può venire un’iniezione di risorse, sebbene difficilmente decisiva.

Solo il tempo dirà se il Governo ha progettato un canale di smaltimento del cattivo credito accumulato dalle banche venete efficiente e governabile nelle sue dinamiche di rischio, che si manifesteranno nell’emersione delle perdite realizzate. Per il momento è giustificata l’attenzione alla buona realizzazione del piano, che richiede una convergenza di intenti e uno sforzo degli attori coinvolti, andando oltre le rispettive convenienze individuali.


1. L’art. 7 del DL 99 dispone che su questi asset Intesa subentri nei diritti dei cedenti. Nello stesso articolo si concedono al cessionario le esenzioni dalle imposte indirette previste per le cessioni dirami d’azienda e per gli “enti ponte” nelle procedure di risoluzione ex BRRD, nonché i benefici per le società beneficiarie e le società scisse ai sensi dei commi 8 e 9 dell’art. 11 del DL 3 maggio 2016, n. 59 contenente innovazioni normative in materia di procedure concorsuali ed esecutive.
2. Per un excursus non troppo giuridico delle diverse tipologie di crediti e attività fiscali presenti nei bilanci delle banche vi rinvio alla sezione sul tema in questo mio paper.
Luca Erzegovesi

IL VASO DI PANDORA: la scoperta di quanto era già noto

Il flash crash che ha colpito i mercati finanziari ha riempito di paura gli investitori che si vedono traghettare dalla Goldilocks Economy alla Relative Economy. Le motivazioni erano per i lettori di I&M già note. Ma ora anche i media tradizionali se ne rendono conto.

Quindi oggi sul Sole24Ore finalmente scopriamo l’acqua calda. Nessuna polemica, ma semplicemente una presa di coscienza che anche i giornali (benchè specialistici essendo il Sole24Ore il giornale i finanza principale in Italia) iniziano a parlare di tutto quanto abbiamo detto fino ad ora.
Segno che dobbiamo “voltare pagina” ed andare oltre.
Quindi quanto scrive il pur sempre ottimo Morya Longo non ci sconvolge il sonno perché per noi sono cose arcinote. Un ripassino non ci fa male di certo.

L’aspetto più interessante del flash-crash avvenuto sulle Borse mondiali a inizio febbraio è la reazione di economisti, analisti e investitori. Tanti di loro si sono affrettati a commentare che l’economia mondiale resta solida e che dunque le Borse possono tornare a crescere. Questo è vero. Però proprio il flash-crash ha dimostrato che la turbolenza può non nascere da motivi economici (questi possono anche essere anche solo pretesti), ma dagli squilibri che si trovano nei meccanismi interni dei mercati finanziari. Algoritmi, strategie d’investimento particolarmente aggressive, scommesse in massa su parametri come la volatilità. Speculazioni. E non solo. (…)

Ecco fatto, la nostra teoria, ampiamente provata da quintali di numeri che ho snocciolato negli ultimi mesi, viene perfettamente descritta da chi è giornalista di professione e che quindi ha capacità dialettiche ben migliori rispetto alle mie.

(…) Come moderne giraffe 2.0, tanti investitori hanno “allungato il collo” per andare a cercare rendimenti e profitti finanziari dove prima nessuno arrivava. (…) Si tratta di strategie remunerative, certo, ma con possibili rischi nascosti. Rischi nuovi, per cui spesso sottovalutati. (…) Ecco, in questa inchiesta, i 5 lati oscuri della finanza. Uno ad uno. (…)

Direi che non fa una grinza, fino ad ora.

VIX: Il caso dell’indice Vix che misura la volatilità di Wall Street, solitamente chiamato indice “della paura”, è l’unico “baco” già emerso. (…) A trarre tutti in inganno era il fatto che il Vix fosse molto basso e dunque segnalasse bassa “paura”: questo ha favorito l’esposizione sui mercati azionari e le speculazioni sul Vix stesso. Il realtà il Vix non era basso perché i rischi erano assenti, ma perché tutte queste strategie stavano creando una bolla proprio sul Vix. Insomma: un rischio nuovo è stato confuso per un non-rischio. (…)

Grafico VIX by Tradingview

Esatto, un VIX artificiosamente compresso verso il basso dal sistema. Il motivo era chiaro: mantenere lo status quo, evitando la volatilità che sarebbe diventata destabilizzante. Un mercato che quindi sembrava il migliore dei mondi possibili (Goldilocks Economy) dove la crescita era lenta ma costante e pian pianino si continuava a generare ricchezza artificiale. Ma era ovvio, sui mercati non esistono pasti gratis ed un bel giorno qualcuno avrebbe presentato il conto. Siamo saliti con una scala mobile, siamo scesi in stile Bungee Jumping. Inoltre ve lo ribadisco per l’ennesima volta, e cercate di assimilarlo perché è importante. Il mondo della finanza oggi è molto legato alla volatilità e alla gestione del rischio. Il numero di fondi, prodotti finanziari, gestioni che sono basati su questi principi sono innumerevoli. Se il VIX si stabilizzerà in area 30 (da area 10 a cui eravamo abituati) comporterà l’OBBLIGO a chi gestisce questi prodotti, umano o software che sia, a diminuirne l’esposizione sul rischio, quindi nuovo sell off su equity, high yield, titoli a spread ecc.

CORRELAZIONI: (…) un tempo era molto probabile che quando i mercati azionari andavano bene soffrivano quelli obbligazionari. (…) Dopo la crisi tutto è invece cambiato: negli ultimi anni, grazie all’abbondante liquidità, hanno guadagnato azioni, obbligazioni, Paesi emergenti, titoli di Stato. Settori tradizionalmente decorrelati, sono diventati correlati. Si pensi che nel 2017 nessun’asset class ha chiuso l’anno in perdita. (…)

Eccolo qui, il mercato UNIDIREZIONALE di cui tanto abbiamo parlato. Finalmente state iniziando a capire che il problema numero uno sarà difendere il patrimonio? In altri termini, se quando l’equity corregge ci ritroviamo con i bond che seguono a ruota, cosa difenderà il capitale? Chiedete al vostro consulente di fiducia, vedete che vi risponde. Come potete capire, queste nuove correlazioni hanno fatto saltare la cosiddetta filosofia della DIVERSIFICAZIONE, che una volta poteva proteggere,, ma ora non più. Semplicemente occorre cambiare strategia.

ILLIQUIDITA’: (…) Paradossalmente nel periodo delle grandi iniezioni di denaro da parte delle banche centrali, grandi fette di mercato sono diventate illiquide: è cioè difficile vendere titoli quando ce n’è bisogno. Questo perché le regole partorite dopo la crisi del 2008 hanno costretto le grandi banche d’affari a non svolgere più il ruolo di “garanti” della liquidabilità: un tempo erano loro i grandi «market maker», ora molto meno. Negli anni del boom di emissioni di bond, i mercati secondari sono dunque andati in “secca”. (…)

Fate MOLTA ATTENZIONE quando sottoscrivete degli investimenti. Molti prodotti, oggi, sono confezionati con sottostanti che apparentemente sembrano “sexy” con rendimenti interessanti. In realtà nascondono un palese rischio illiquidità. Il 2008 ha insegnato molto, ma come sempre l’investitore ed il mercato (cannibale di commissioni) non recepiscono la lezione. E quello che più mi preoccupa è che molte fette di mercato potenzialmente a “rischio illiquidità” è in mano a prodotti passivi (ETF). Motivo? Essendo passivi sono comandati da un software che in determinate condizioni, in modo “bovino”, opera senza guardare in faccia nessuno. Se per esempio un ETF sui “leveraged loans” o su titoli “high yield” dovesse muoversi massicciamente in un mercato illiquido, sapete che succede? Beh, il 2008 insegna… Citofonare ABS.

BOND MATUSALEMME: (…) Il concetto è intuitivo: se una società emette un bond che scade tra tre anni l’investitore rischia poco, ma se emette un titolo che scade tra 50 anni il pericolo che qualcosa vada storto è più elevato. Così in questi anni distorti, dove contava più racimolare rendimenti che stare attenti ai rischi, gli investitori hanno comprato grandi quantità di obbligazioni “Matusalemme”. (…)

Ve l’abbiamo detto in tutte le salse, questi BOND sono un business per chi li emette e non per chi li compra anche perché spesso si tratta di emittenti che avevano fame di capitali e che volevano sfruttare la possibilità di pagare interessi bassi per scadenze lunghissima. Ma l’ingordo investitore, questi rischi, spesso non li VUOLE proprio capire. Ovviamente questi bond, oggi sono i più volatili ed i più pericolosi. Inutile piangere sul latte versato. Se li avete in portafoglio fatevi un esame di coscienza e VALUTATE con attenzione che fare. Ricordate i tanti post, i tanti grafici ed i tanti discorsi fatti nei video di TRENDS sull’argomento? Spero siano serviti a qualcosa.

ALGORITMI: Ormai il 66% degli scambi azionari in Borsa è fatto da algoritmi. Cioè da computer che vendono e comprano azioni in autonomia, seguendo complessi calcoli matematici. Il «flash-crash» ha però mostrato che anche queste macchine, apparentemente perfette, possono prendere cantonate. E far scattare vendite automatiche molto velocemente. Il motivo è che gli algoritmi basano i calcoli su serie storiche di dati, sovrappesando però quelli più recenti. (…)

Evviva! Finalmente lo avete capito! Immane liquidità presente sui mercati, generata dalle banche centrali. Soldi che non si sanno come e dove investirli. Delega a prodotti a gestione passiva o legata alla volatilità che quindi hanno generato una mega colossale bolla. Ma proprio quei prodotti continuano ad avere un’esposizione sui mercati estremamente importante.

CONCLUSIONE: adesso si sta iniziano a prendere coscienza del mostro che la finanza ha generato. Se pensavate quindi che la correzione di questi giorni sia la “soluzione” ed abbia messo le basi per una ripartenza, beh, credo sia illusorio. Anche perché, come leggerete nel prossimo post, qualche problemino chi ogi è in “cabina di regia” potrebbe avercelo…

STAY TUNED!

Danilo DT finanza.com

TREASURY: LA LEGGENDA DEI BOND VIGILANTES!

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Prendendo spunto da un articolo di Mike Shedlock No Bond Vigilantes diamo un’occhiata al significato del termine “bond vigilantes”…

Un bond vigilante è un investitore del mercato obbligazionario che in base alle politiche monetarie o fiscali che considera inflazionistiche vende obbligazioni, aumentando così i rendimenti. Quando gli investitori percepiscono che il rischio di inflazione o il rischio di credito sono in aumento, richiedono rendimenti più elevati per compensare il rischio aggiunto. Di conseguenza, i prezzi delle obbligazioni diminuiscono e aumentano i rendimenti, il che aumenta il costo netto dell’indebitamento. Il termine fa riferimento alla capacità del mercato obbligazionario di fungere da freno alla capacità del governo di sovra-spendere e indebitarsi eccessivamente.

Il termine è stato coniato da Ed Yardeni il qualel alla CNBC ha dichiarato che c’è motivo di preoccuparsi dei vigilantes delle obbligazioni, che non sono più sotto il “lucchetto e la chiave” e sono liberi di spingere i rendimenti più in alto.

Bene dopo Gross e Gundlach, abbiamo un altra “leggenda” da demolire andando contro corrente, per noi i rendimenti dei titoli americani crolleranno ai minimi storici nei prossimi tre anni.

Abbiamo già vinto questa scommessa contro Gross e le banche di affari americane che nel 2013 suggerivano di scaricare tutti i treasuries per il rischio inflazione, noi siamo  fiduciosi che vinceremo anche questa perché la storia è dalla nostra parte e non si può combattere una deflazione da debiti. 

I bond vigilantes sanno cosa è una deflazione da debiti, sanno che non c’è alcuna speranza per i rendimenti a lungo termine di salire, la Fed non ha alcun controllo sulle aspettative di lungo termine.

Tuttavia, al momento come nel 2013, è in atto un’ondata speculativa record contro le obbligazioni nel mercato dei futures, che nonostante tutto non ha prodotto alcun danno al trend di lungo termine.

Via Bloomberg scopriamo che …

I fondi speculativi e altri grandi speculatori sono più convinti che mai che la disfatta del mercato obbligazionario 2018 riprenderà nei prossimi giorni. (…) Il gruppo ha potenziato le scommesse al ribasso sui futures del Tesoro a 10 anni raggiungendo un record di 939.351 contratti, secondo i dati della Commodity Futures Trading Commission fino al 6 febbraio.

Domani avremo l’appuntamento con i prezzi al consumo, altro appuntamento che lascia il tempo che trova, nessuna possibilità di produrre inflazione in America in mezzo a devastanti esplosioni deflazionistiche ovunque.

Ma attenzione…

Il posizionamento degli speculatori è importante perché può portare lo slancio agli estremi e può fungere da indicatore contrarian poiché questi trader sono tra i più rapidi a cambiare direzione quando i prezzi si scagliano contro di loro.

Posizionamento obbligazionario sui titoli a 30 anni

Le barre rappresentano il prezzo del bond, non il rendimento di un bond a 30 anni. 

 
 

A proposito della nota di Bloomberg, Mike ci ricorda che un punto chiave da ricordare è che stai sempre guardando dati obsoleti. Nelle settimane volatili le posizioni possono cambiare rapidamente. 

Non confondiamo la crescente speculazione con il mito “bond vigilante”.

Le convinzioni diffuse che le riduzioni fiscali di Trump alimenteranno gli investimenti e l’inflazione aumenterà a causa dei salari sono entrambe cotte al meglio. Per ora!

Riprendendo uno dei passaggi fondamentali dello scorso anno quando abbiamo suggerito che ne il rientro dei capitali ne il fantasmagorico piano delle infrastrutture di Trump riuscirà ad accelerare la crescita dell’economia e dei salari, è interessante notare come secondo Morgan Stanley…

In parole povere, secondo gli analisti di Morgan Stanley solo il 13% dei risparmi che le aziende avranno dalla riforma fiscale di Trump andranno direttamente ai lavoratori facendo salire i salari, contro il 43% che verrà destinato al riacquisto delle proprie azioni.

Per il settore manifatturiero la percentuale è ancora più bassa, si parla solo del 9%  contro il 47%.

Si lo so che per molti è difficile arrivarci, come direbbe il buon Taleb, la conoscenza, anche quando è esatta, non porta sempre ad azioni adeguate perché se non facciamo attenzione tendiamo a dimenticare ciò che conosciamo oppure scordiamo come elaborarlo in modo corretto, anche se siamo esperti. E’ dimostrato che gli statistici tendono a lasciare il cervello in aula,

Chi sostiene che la riforma Trump porterà benefici ai salari ignora la storia, l’analisi empirica, nulla è in linea con la teoria economica. Affinché i salari siano influenzati positivamente dai tagli delle tasse richiede un lungo periodo di tempo.

Se osserviamo quanto accadde durante la presidenza Reagan e le sue due riforme …

I risultati non furono davvero interessanti…

O si certo dirà qualcuno la ripresa c’è stata dopo il 1986, peccato per l’inflazione…

… che questa volta non ci sarà, come non ci sarà alcun aumento dei salari perché i tempi sono cambiati e le aziende stanno cannibalizzando l’economia e il lavoro.

Tornando ai nostri trofei, dopo Gross, Gundlach e Yardeni, ora ci tocca mettere pure Dalio, si quello che vi dava degli stupidi perché non eravate investiti nel mercato azionario, il co-chief investment officer, Bob Prince, in un’intervista al FT ha detto che c’è stato ” un sacco di compiacimento accumulato nei mercati per un lungo periodo di tempo, quindi non pensiamo che questo “shakeout” sarà finito nel giro di pochi giorni “ e ha aggiunto che” probabilmente arriverà uno shakeout molto più grande “.

Questi scienziati che qualche settimana fa a Davos irridevano gli investitori, ora suggeriscono che… ” il contesto economico più ampio stava preparando il terreno per ulteriori turbolenze alla fine di quest’anno”.

Questi sono davvero dei novellini oppure delle autentiche volpe che parlano quotidianamente ai polli.

E ora una notizia che farà piacere al mio amico Raffaele che sta monitorando da vicino Deutsche Bank ma non solo, il rischio banche europee in generale.

Sembra che Citigroup e Goldman Sachs Group stiano già cercando di capitalizzare l’interesse represso al dettaglio sul prossimo settore che salterà in aria, lanciando un ETF che segue da vicino il rischio più pericoloso delle banche europee, secondo Bloomberg .

I fondi si concentrerebbero sui titoli AT1, una categoria di obbligazioni che include le famigerate “CoCo” – che hanno  notoriamente trascinato nel panico le azioni della Deutsche Bank durante l’estate e l’autunno del 2016. Tali obbligazioni non sono garantite e testimoniano la capacità di una banca di assorbire le perdite di capitale  se scende al di sotto di una certa soglia.

Più o meno quello che è accaduto al Banco Popular Espanol, distruggendo il 100% del capitale degli obbligazionisti junior durante la notte.

Un falso senso di sicurezza, solo per vedere svanire nell’arco di un giorno tutto le sicurezze alla prossima crisi del debito che travolgerà il Sistema bancario europeo.

Ma c’è un’altra ragione per cui Citigroup e Goldman stanno probabilmente pensando di tentare di portare questo debito rischioso alle masse: i severi requisiti patrimoniali europei.

Infatti avvoltoi e sciacalli sanno benissimo che …

La responsabile francese del Ssm Daniele Nouy

Banche: Nouy, Addendum su Npl a marzo

La versione definitiva dell’Addendum sugli Npl, i crediti deteriorati delle banche, sarà pubblicata a marzo e “quindi le banche dovrebbero prepararsi per questo”. Lo ha detto la presidente della Vigilanza Unica della Bce, Daniele Nouy, a una conferenza a Francoforte precisando che “sposteremo la data a partire dalla quale la normativa si applica ai nuovi Npl. Renderemo anche più chiaro che seguiremo un approccio caso per caso come parte del nostro quadro di Pillar 2”. I crediti deteriorati, ha spiegato Nouy, “rimangono un grosso problema” e se per le banche “le cose stanno migliorando, c’è ancora molto da fare”. “Ci sono due cose che vorrei mettere in cima alla lista delle ‘cose da fare” per un certo numero di banche: aumentare la redditività e ripulire i bilanci”. Ma per le banche c’è anche un altro tema, ha evidenziato la vice presidente della vigilanza bancaria Bce, Sabine Lautenschlaeger: “Le banche devono continuare a prepararsi ad ogni evenienza, compresa una hard Brexit”.

Nouy oggi sull’Addendum da cui si salva solo il Credem

Kill ECB before they kill you…

Mettendo insieme gli ultimi problemini in casa dei Cinque Stelle e quello che sta accadendo a Renzi… Pd all’angolo nei sondaggi. Renzi adesso teme il crollo al 20 per cento credo ci sia abbastanza materiale per far riflettere seriamente i leggendari mercati!  ;-)

State sintonizzati e sulla riva del fiume le prossime settimane saranno davvero interessanti! finanza.com

 

Renzi, il mega-appalto di Pagine gialle che ha fatto la fortuna dell’azienda di famiglia

In un anno 5-6 milioni di euro alla società – Nel 2016 la Eventi6 (4 dipendenti) ha vinto l’appalto per la consegna del 60% degli elenchi
Renzi, il mega-appalto di Pagine gialle che ha fatto la fortuna dell’azienda di famigliaChe forza Eventi 6! L’aziendina della famiglia Renzi è schizzata in orbita proprio nel periodo di maggior fulgore di Matteo, quando tra il 2013 e il 2017 è stato capo del Pd e poi del governo. Da piccola impresa di provincia è diventata protagonista di un mercato gigantesco, anche se non più sulla cresta dell’onda, eroso da Internet e Google e snobbato dalla clientela: il mercato della consegna in tutte le case d’Italia di circa 20 milioni di elenchidelle Pagine Gialle e Bianche. Da società presente da anni nel settore, ma con un ruolo assai marginale e schiacciata da Poste che con i suoi 30 mila portalettere è stata a lungo l’azienda quasi naturalmente predisposta per le consegne dei volumi, Eventi 6 ha spiccato tra il 2016 e il 2017 un balzo prodigioso fino a occupare quasi il 60 per cento del mercato, il 57 per l’esattezza. Ogni 10 elenchi consegnati nei mesi scorsi alle famiglie italiane 6 sono passati per le mani della piccola impresa dei Renzi, che con i suoi 4 dipendenti fissi dichiarati c’è da ritenere abbia fatto i salti mortali per onorare l’impegno.

È stato un successo travolgente, ma ahimé effimero. Appena le fortune di Matteo hanno cominciato ad appannarsi anche la stella della Eventi 6, forse per un caso o forse per una semplice coincidenza, ha preso a brillare di meno. Nel 2018, i 20 milioni di elenchi delle Pagine Gialle saranno affidati a un’altra azienda, la bresciana Deliverando. Così ha deciso la società Pagine Gialle che dopo un’operazione di fusione per incorporazione si chiama Italiaonline. Come responsabile del marketing a Pagine Gialle c’è stato a lungo Mauro Gaia, il manager che proprio Renzi ora vorrebbe capo della pubblicità Rai. E forse pure questa è una coincidenza. Non è chiaro il motivo del cambio di fornitore per la distribuzione degli elenchi, avvenuto proprio nel momento dell’apoteosi della Eventi 6. A Italiaonline sono laconici: “Abbiamo fatto le nostre valutazioni di mercato e abbiamo deciso di cambiare”.

Ai Renzi e alla Eventi 6 resta la soddisfazione di aver condotto con successo l’assalto al cielo, portando nel frattempo a casa un bel po’ di soldi. Quanti, nessuno lo vuol dire. Tiziano Renzi, il fondatore dell’impresa di famiglia, non ha voluto rispondere alla domanda del Fatto. Idem la moglie, Laura Bovoli, che possiede l’8 per cento del capitale sociale complessivo di 60 mila euro dell’aziendina con sede a Rignano sull’Arno. La signora Laura è la presidente e gestisce la società insieme alle figlie, Benedetta e Matilde, proprietarie rispettivamente del 36 e del 56 per cento, più un famiglio, Roberto Bargilli, l’ex autista del camper al tempo delle primarie del Pd. Neanche l’impresa committente, la Italiaonline, intende dire quanto ha pagato: ricordano che la loro è una società quotata in Borsa e ritengono che l’importo per la consegna delle Pagine Gialle sia un elemento sensibile, da non divulgare. Perfino le Poste si arroccano sulla linea del silenzio e non forniscono i dati relativi ai loro contratti passati con Pagine Gialle.

Le aziende del ramo parlano di un affare del valore di almeno una decina di milioni di euro l’anno, cifra che rapportata alla presenza conquistata da Eventi 6, lascia supporre che la società dei Renzi solo nel 2017 abbia incassato tra i 5 e i 6 milioni. Una riprova del successo è rintracciabile nei bilanci: dal 2013 al 2016 il fatturato della Eventi 6 è cresciuto da 1 milione e 900 mila euro circa a 7 milioni e 200 mila. Idem gli utili netti: incremento di 165 volte, da 689 euro nel 2013 a 114.765 quattro anni dopo. Anche lo stato patrimoniale ha beneficiato dell’ottimo andamento degli affari: la voce immobilizzazioni materiali registra un salto da 78 mila euronel 2015 a quasi 1 milione e mezzo di euro l’anno successivo. Su LiberoFranco Bechis ha scritto che questo balzo si spiega con la circostanza che la Eventi 6 ha comprato un fabbricato a Rignano senza intaccare le disponibilità liquide di cassa che, anzi, tra il 2015 e il 2016 sono aumentate pure quelle da 234 mila euro a 421 mila.

La storia della travolgente galoppata della Eventi 6 corre in parallelo sia con il successo di Matteo sia con la contemporanea e clamorosa ritirata di Poste dal mercato delle Pagine Gialle. Fino al 2013 Poste conduceva le danze praticamente da sola, effettuando il 70 per cento delle consegne con i suoi 30 mila postini e riservando il resto, 30 per cento, a una sua società satellite, Postel. Che pur essendo della famiglia Poste, ma non avendo portalettere alle dirette dipendenze, si avvaleva della ditta dei Renzi passandole la sua parte: le consegne a Torino e Milano nel 2013 e 2014 per un importo di 1 milione e 97 mila euro. Nel 2015 il quadro cambia: Poste mantiene la sua quota del 70 per cento di consegne, ma Postel esce di scena. Al suo posto subentra direttamente l’impresa dei Renzi che l’anno successivo fa Bingo: Poste esce completamente di scena, Eventi 6 raddoppia la sua quota di distribuzione degli elenchi conquistando il 57 per cento del mercato. Come sia potuto succedere che la montagna Poste si sia fatta mangiare dal topolino Eventi 6 resta un mistero. Poste dice che ci sarebbe stata una gara e che loro alla fine si sarebbero sfilati non trovando più conveniente l’affare.

Italiaonline non conferma e non smentisce. Ma una domanda è d’obbligo: perché Eventi 6 con le Pagine Gialle ci ha guadagnato e Poste, che per le consegne poteva contare sui 30 mila portalettere stipendiati, il guadagno non l’ha cercato? 

Il vero volto della mafia nigeriana, che ha in pugno la prostituzione in Italia

 

Oltre a Cosa Nostra, ‘Ndrangheta, Stidda e Sacra Corona Unita, l’Italia può “vantare” un altro sodalizio mafioso di tutto rispetto: quello nigeriano, gruppi di criminali che tengono saldamente in pugno il mercato della prostituzione, ma non solo. “ll radicamento in Italia di tale consorteria è emerso nel corso di diverse inchieste, che ne hanno evidenziato la natura mafiosa, peraltro confermata da sentenze di condanna passate in giudicato”, scrive la Dia nella relazione sulle sue attività investigative del secondo semestre 2016.

 

Pagine nelle quali i magistrati spiegano, inchiesta per inchiesta, come i nigeriani siano ormai primari protagonisti non solo del traffico di esseri umani, ma anche della droga, delle truffe online e nello sfruttamento della prostituzione. Un ventaglio di attività al quale gli affiliati alle varie bande provenienti dal Paese centroafricano si applicano con spietata efficienza.

“Sul piano generale, tra le attività criminali dei gruppi nigeriani, si conferma la tratta di donne di origine nigeriana e sub sahariana, avviate poi alla prostituzione”, si legge nella realazione, che ricorda come il 24 ottobre 2016 la Polizia di Catania, con l’operazione “Skin Trade”, abbia arrestato 15 persone per associazione per delinquere finalizzata alla tratta di persone e sfruttamento della prostituzione. Idem per le indagini sui gruppi attivi nella zona di Castel Volturno (CE) che sarebbero riusciti “a organizzare importanti traffici di droga e immigrati clandestini, operando altresì nello sfruttamento della prostituzione”.

L’operazione Cultus che nel 2014 portò in carcere 34 persone, illustra perfettamente il modus operandi dei nigeriani: le ragazze erano reclutate in Togo, da dove venivano“importate” in Italia attraverso il Benin. Una volta sbarcate, si ritrovavano un debito per il viaggio – in media tra i 40 ai 70 mila euro – e per saldarlo erano costrette a prostituirsi sotto gli ordini di una Maman. Il pericolo della denuncia era scongiurato perché assoggettate psicologicamente attraverso pratiche esoteriche.

A questo proposito, molti giornali hanno spesso scritto di “rituali voodoo”… In realtà, si tratta del rito “Juju”, una credenza religiosa praticata nelel regione del Sud-Ovest della Nigeria. Il paradosso è che il rituale utilizzato per schiavizzare le donne africane, convincendole che lo spirito racchiuso in piccoli feticci possa causare enormi sciagure a loro e alla loro famiglia in caso di disobbedienza, non nasce in Africa, ma è stato importato dai primi colonizzatori europei, tanto che mutua il nome dal termine francese “Joujou”.

Comunque, le indagini hanno dimostrato che oltre al traffico di esseri umani, l’organizzazione gestiva anche i corrieri della cocaina provenienti da Colombia, nonché quelli della marijuana dall’Albania. I proventi venivano poi spediti in Nigeria e Togo attraverso agenzie di money transfer.

Secondo la Dia, appare poi assodato che le mafie nostrane appaltino il lavoro sporco ai nigeriani e che questi, quando agiscono da indipendenti, debbano pagare il pizzo a Cosa Nostra e alle ‘ndrine. Una tassa “mal sopportata”, tanto che a volte scoppia lo scontro, come accadde a Castel Volturno nel 2008, quando i Casalesi spararono indiscriminatamente sulle case dei braccianti immigrati, uccidendo sei persone (per altro non affiliate alle bande).

Parliamo di bande, perché l’universo della criminalità nigeriana non è monolitico. Tutt’altro: sarebbero almeno una dozzina i gruppi che si contendono il primato, nel Paese africano e all’estero. Per esempio, in Italia è certa la presenza di almeno tre nuclei, divisi da un conflitto sotterraneo e brutale che va avanti da due decenni: la Aye Confraternite, gli Eiye e i temibili Black Axe. Secondo il rapporto “Global Report on Trafficking in Persons 2014” dello United Nations Office on Drugs and Crime (UNODC), con l’operazione Cultus finirono in manette “membri di due gruppi, chiamati Eiye e Aye Confraternite, operativi in alcune parti d’Italia da almeno il 2008”. Due gruppi che “hanno combattuto per oltre sei anni per il controllo dell’area di Roma (Torre Angela, Tor Bella Monaca e Torrenova, ndr)”, affrontandosi con armi da fuoco, spranghe, coltelli e machete.
Una lotta che probabilmente ha spalancato le porte ai Black Axe, tanto che il 13 settembre 2016, con l’operazione “Athenaeum”, in Piemonte finiscono in manette 44 persone per associazione mafiosa, spaccio, favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e lesioni gravi. L’indagine svela che i Black Axe avevano ramificazioni in buona parte dell’Italia oltre Torino, a Novara, Alessandria, Verona, Bologna, Roma, Napoli e Palermo.

Ma il nostro Paese è in buona compagnia: nell’aprile scorso, il capo della polizia di Toronto (Canada), Jim Raymer, ha presentato un’operazione che ha scardinato un’organizzazione di ladri d’auto (anche lì tutti Black Axe) la quale avrebbe trafugato veicoli di lusso per oltre 30 milioni di dollari. Sulla nave diretta in Africa bloccata dalla polizia, sono stati ritrovati suv provenienti anche da Spagna e Belgio. In manette sono finiti, oltre ai ladri, anche rivenditori di parti d’auto, camionisti, impiegati delle compagnie di navigazione e portuali, tutti canadesi doc.
In Giappone, invece, nel 2014 fece scalpore l’arresto di un nigeriano gestore di un locale notturno del quartiere a luci rosse di Kabukicho, che costringeva le sue hostess filippine a drogare i clienti svuotandone poi le carte di credito. Si scoprì che il gioco andava avanti da anni e che in totale l’uomo si sarebbe appropriato di oltre 7,5 milioni di euro (soldi spediti in Nigeria dove si stava costruendo un vero palazzo reale). Ma le indagini svelarono anche la diretta partecipazione dei nigeriani nei locali a luci rosse di Kabukicho, nonché i loro legami con la Yacuza nella vendita di eroina, nei furti d’auto, nel riciclaggio di denaro e nell’organizzazione di matrimoni finti.

Prostituzione in Italia, furti d’auto in Canada, l’eroina in Giappone, tutte joint-venture che dimostrano quanto i nigeriani siano capaci di stringere rapporti proficui con le mafie locali, adattandosi alle diverse realtà.
E non deve stupire: chi gestisce i traffici, contrariamente al credo popolare, non sono illetterati provenienti da sperduti villaggi dell’Africa equatoriale. Spesso, anzi, si tratta di laureati o comunque di persone dotate di cultura superiore. Un dato di fatto che deriva dalla stessa storia della mafia nigeriana.

L’università dei gangster

Le bande mafiose nascono infatti come degenerazione dei gruppi cultisti attivi nelle università della regione del Delta del Niger fin dagli anni ’50, gruppi che si opponevano alla dominazione europea. All’inizio erano semplici confraternite universitarie, ma presto si trasformano in associazioni a delinquere che travalicano i muri dei campus. La confraternita originaria fu quella dei Pyrates, negli anni ’70 subì una prima scissione, dalla quale si formarono i Sea Dogs (i Pyrates) e i Bucanieri.

Membri della confraternita dei Pyrates con finte barbe e capelli in onore del professore Wale Soynika, tra i fondatori delle confraternita nel 1052 e letterato di fama mondiale, durante una celebrazione dei suoi 80 anni, l’11 luglio 2014. Pius Utomi Ekpei/AFP/Getty Images

A loro volta, i Bucanieri diedero vita al Movimento Neo-Black dell’Africa, cioè i Black Axe, che divenne egemone all’interno dell’università di Benin nello stato dell’Edo. Ma anche i Black Axe subirono una divisione, con la quale si formò la Eiye Confraternity. Da lì fu un fiorire di gruppi.

Oltre a Black Axe e Eiye, oggi in Nigeria si distinguono per brutalità la Junior Vikings Confraternity (JVC), la Supreme Vikings Confraternity (SVC) e la Debam, scissionisti della The Eternal Fraternal Order of the Legion Consortium.Ognuna di esse ha un’uniforme, propri colori e un’università o scuola superiore di riferimento.

Con il ritorno del Paese alla democrazia, nel 1999, in Nigeria si aprì un periodo di lotte furibonde tra i vari potentati politici a livello locale, federale e statale. Fu quasi naturale che partiti e uomini politici assoldassero le confraternite come collettori di voti o guardie del corpo, fino a trasformarle in veri eserciti privati, spesso integrati direttamente nelle forze di polizia locali.

Ciò ha permesso ai sodalizi criminali di prosperare e di espandesi all’estero. Europa dell’Est, Spagna, Italia, Giappone, Canada, Sudafrica. Una piovra dalle mille teste che fa affari con tutti: da Cosa Nostra ai narcos sud americani, dai trafficanti d’armi dell’Est ai produttori di marijuana albanesi. A ingrossarne le fila, sono gli studenti universitari e delle secondarie, cooptati sia volontariamente che involontariamente. Negli ultimi anni, però, secondo l’Onu, sarebbero aumentati vertiginosamente anche i membri sotto i 12 anni, bambini di strada utilizzati come soldati. Contrariamente agli anni ’70, poi, oggi esistono anche confraternite tutte al femminile, le più note e temibili sono Jezebel e Pink ladies.

Come funzionano

L’UNODC ha studiato il funzionamento delle confraternite, ecco come descrive il funzionamento degli Eiye: “Il gruppo agisce attraverso un sistema di cellule – chiamate Forum – che operano localmente, ma che sono collegate alle altre cellule radicate in diversi Paesi dell’Africa occidentale, del Nord Africa, del Medio Oriente e dell’Europa occidentale”. Gli Eiye hanno “una struttura gerarchica rigida, retta da una Direzione. Sebbene ogni forum sia indipendente, i membri hanno un ruolo funzionale specifico e sono uniti tra loro da legami familiari o da altri rapporti relazionali”.

Tutte le confraternite hanno un leder carismatico, detto “Capones” (in onore di Al Capone), un comandante in capo, che d ordini ai vari capones locali, dislocati nelle varie università, i suoi generali sul campo. Per divenire capones, la persona “deve aver dato prove inoppugnabili di coraggio e brutalità”.

Anche per entrare in una confraternita si deve passare un esame: dopo essere stato scelto, l’aspirante viene sottoposto a un rito iniziatico, che ha luogo di notte, spesso in un cimitero, durante il quale viene drogato, picchiato e costretto a dimostrare il proprio coraggio, meglio se con un omicidio o col rapimento di una donna legata un’altra confraternita.
Una volta dentro, al nuovo adepto vengono insegnati il rispetto per la “fortificazione spirituale”, le tattiche di combattimento e l’uso delle armi da fuoco. Qualora il candidato si rifiuti di entrare nella banda o, una volta dentro, voglia uscirne, sa che a pagare sarà – oltre a lui – anche la sua famiglia.

Una realtà brutale, che si rispecchia poi nel modo di agire – spietato – delle bande. Una spirale di violenza infinita, già stabilmente impiantata nel nostro Paese e che sta diventando sempre più forte e potente. Una piaga destinata a diventare sempre più purulenta e dolorosa.

Anche Draghi predica prudenza su Bitcoin, ma non sta alla Bce vietarli

Sul fronte Bitcoin Draghi invita alla prudenza. E sul capitolo regolamentazione? Ribadisce che non è compito della Bce regolamentarli

 
 

Acquisti sui Bitcoin sempre in primo piano su scala globale. Sul tema caldo del momento è tornato anche il presidente della Banca centrale europea (Bce), Mario Draghi, che predica prudenza. “Acquisterebbe Bitcoin? Francamente ci penserei bene: un euro oggi è un euro anche domani, il suo valore è stabile. Il valore del bitcoin oscilla invece molto“, ha dichiarato un video pubblicato sul sito dell’istituto di Francoforte, nell’ambito dell’iniziativa “ECB Youth Dialogue: #AskDraghi” (Clicca qui per saperne di più sull’iniziativa).

Secondo Draghi la più celebre cripto valuta al mondo non può essere definita una valuta. Perchè? “L’euro – ha spiegato il governatore – è garantito dalla Bce, il dollaro dalla Fed, le monete sono garantite dalle banche centrali o dagli Stati. Nessuna garantisce il Bitcoin“. Draghi si è poi soffermato sulla questione regolamentazione, e in particolare sul fatto che la Bce vieti o regolamenti i Bitcoin. “Non è la Bce che ha il compito di farlo”, ha ribadito l’ex governatore di Bankitalia.
Insomma, sul fronte Bitcoin e la fiducia che vi si può riporre, Draghi invita alla prudenza, poiché non sono garantiti da una banca centrale o da uno Stato, e aggiunge che non è compito della Bce regolamentarli.

Proprio oggi sulle criptovalute hanno lanciato l’allarme anche le principali autorità di vigilanza europee, preoccupate del proliferare dei consumatori che le acquistano senza valutare attentamente i rischi connessi a questo tipo di investimento. “I consumatori che acquistano valute virtuali devono essere consapevoli che esiste un alto rischio di perdere una grande quantità, o addirittura tutto, il denaro investito “. Questo l’alert lanciato congiuntamente dalle agenzie europee responsabili per le banche (Eba), le assicurazioni e le pensioni (Eiopa) e mercati mobiliari (Esma).

Capitolo blockchain
Sulla tecnologia blockchain Draghi ha dichiarato che “è piuttosto interessante e permette di rendere alcuni processi molto più rapidi rispetto al passato”. Una tecnologia che, secondo Draghi, sarà probabilmente capace di “sostenere l’economia e offrire benefici”. Nonostante le potenzialità, la tecnologia blockchain “non è ancora sicura per una banca centrale, di conseguenza dobbiamo esaminarla a fondo”. Finanzaonline.it

Rimborsopoli, ecco come si è spento il rigore del Movimento 5 stelle

Wired ha scaricato i dati da Tirendiconto: dall’inizio della legislatura, i grillini hanno ridotto le somme restituite. E aumentato le richieste di rimborso

M5STirendicontoPrima 226mila euro, poi 500mila, forse addirittura più di un milione. Si ricorrono le stime della rimborsopoli, lo scandalo che in queste ore ha travolto il Movimento 5 stelle. Utilizzando i dati di Tirendiconto.itWired ha potuto guardare al quadro generale, scoprendo che da inizio legislatura ad oggi la tendenza è quella di ridurre gli importi restituiti ogni mese. E di aumentare invece quelli delle spese per le quali si chiede il rimborso. Stando nei Palazzi romani, insomma, il rigore grillinosi è affievolito.

La questione di cui si discute in queste ore riguarda quella parte di stipendi che i parlamentari grillini sono chiamati a restituire, per alimentare un fondo a sostegno delle Pmi. L’accusa rivolta ad alcuni deputati e senatori è quella di aver versato una cifra minore rispetto a quella resa pubblica sul sito Tirendiconto.it. In questo caso, senza alcun riferimento a eventuali illeciti, si è scelto di concentrarsi sull’andamento dei versamenti e delle richieste di rimborso nel corso del tempo da parte di tutti gli eletti a 5 stelle, con l’obiettivo di studiarne l’andamento.

Precisazione: il M5S è l’unica forza politica a rinunciare a una parte delle indennità di carica. Giusto o sbagliato che sia, su questo rimettiamo il giudizio ai lettori.

Ora, Wired ha ricevuto da uno sviluppatore anonimo un codiceper estrarre i dati (come abbiamo fatto e come li abbiamo verificati lo spieghiamo in fondo al pezzo). In questo modo è stato possibile inserire in un foglio di calcolo la cifra restituita da ciascun parlamentare ogni mese dall’aprile 2013 alla fine del 2017. Dal computo sono esclusi i parlamentari espulsi dal M5S, non presenti sul portale. Accanto alla somma restituita, è stato possibile inserire quella relativa alle spese che i parlamentari hanno chiesto di vedere rimborsate. Anche in questo caso, è un loro diritto. Ma ad inizio legislatura la questione fece discutere, con i neo eletti alle prese con gli scontrini per giustificare ogni spesa sostenuta. I dati sono stati quindi inseriti in un grafico, ed il risultato è questo:

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La linea spezzata rossa rappresenta le spese per le quali i parlamentari hanno chiesto a Camera e Senato un rimborso. Quella nera, invece, la cifra restituita per sostenere le Pmi. Le righe tratteggiate rappresentano invece la regressione lineare: in altre parole, la tendenza del fenomeno nel tempo. Di default viene visualizzata la situazione relativa a tutti i parlamentari. Con il filtro Aula, però, è possibile selezionare la Camera o il Senato. Mentre quello Parlamentare mostra i dati relativi al singolo deputato o senatore.

Come si può notare, la tendenza è quella di un incremento delle spese per le quali si chiede un rimborso. E, nel contempo, di una contrazione dei bonifici destinati al fondo di sostegno per le piccole e medie imprese. I soldi ‘restituiti’ come li definisce la propaganda grillina. Se con il filtro si seleziona uno dei due rami del Parlamento, si può notare come la tendenza all’incremento delle richieste di rimborso sia più marcata al Senato rispetto alla Camera. Mentre quella alla riduzione degli importi restituiti e donati alle Pmi è simile in entrambe le aule.

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E il candidato premier Luigi Di Maio? Sul fronte dei rimborsi spese, il vicepresidente della Camera ha avuto una tendenza costante nel corso della legislatura. A essersi ridotta, invece, è la quota che ha restituito per destinarla alle piccole aziende. Ancora una volta: i 5 stelle sono gli unici parlamentari ad aver deciso di ridursi lo stipendio. Ma qui non è questo il punto in discussione. Quanto piuttosto il fatto che i cinque anni trascorsi sui banchi parlamentari hanno ridotto il rigore calvinista dei portavoce della prima ora.

Come abbiamo ottenuto e verificato i dati: Wired ha ricevuto via email, da uno sviluppatore che ha chiesto di rimanere anonimo, uno scraper Python, ovvero un codice scritto per estrarre i dati dal sito Tirendiconto.it, oltre ad un file contenente i dati estratti.

Per prima cosa, è stato rilanciato il codice, che dopo otto ore ha restituito un file con i dati di Tirendiconto. Documento che è stato confrontato con quello inviato dallo sviluppatore. Per i più nerd: abbiamo innanzitutto concatenato il nome del parlamentare con il mese di riferimento. Quindi applicato la funzione cerca.vert per attribuire ad ogni importo del primo file quello corrispondente del secondo. Infine abbiamo sottratto il secondo valore al primo. L’idea è che se il risultato fosse stato zero, avremmo avuto conferma del funzionamento del codice. Su oltre 21mila occorrenze, solo in tre casi si è registrato un errore.

Dopodiché abbiamo proceduto con dei controlli a campione per verificare la corrispondenza dei dati estratti con quelli pubblicati su Tirendiconto. Per garantire la massima trasparenza, abbiamo deciso di pubblicare il dataset su data.world. Mentre il codice Python e i dati grezzi sono a disposizione su GitHub.

 Riccardo Saporiti wired.it