PIOVE SUL BAGNATO PER IL CANDIDATO PADOAN: IL DUCETTO L’HA MESSO IN LISTA A SIENA DOPO IL SALVATAGGIO DEL MONTEPASCHI – MA IL TITOLO PRECIPITA PER I CONTI DELLA BANCA – SMENTITA L’ACQUISIZIONE DA PARTE DI UBI – CIRCOLA LA BATTUTA: MPS ANDRA’ AD INTESA PER UN EURO. NON COME LE BANCHE VENETE, MA QUANDO L’AZIONE ARRIVERA’ AD UN EURO

 

Buddy Fox* per www.affaritaliani.it

 

L'iceberg della Monte dei Paschi di SienaL’ICEBERG DELLA MONTE DEI PASCHI DI SIENA

Perché sarà pure diventata la banca dello Stato, salvata dal ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan, che proprio nel giorno della presentazione dei conti ha dichiarato “abbiamo rimesso l’istituto in careggiata”, ma qui, sia per le quotazioni di borsa e sia per i conti sembra non essere cambiato nulla: le falle chiuse si sono riaperte, oppure semplicemente ne sono spuntate di nuove.

 

Monte dei Paschi continua a mantenere fede al colore rosso, un tempo era solo il partito, ora sono i conti di bilancio, il primo dopo la pubblicizzazione non vede miglioramenti sostanziali, anzi, tutte le voci sono in costante calo: i ricavi sopra i 4 miliardi (-6% rispetto all’anno precedente), la raccolta a 193,6 miliardi (-4,5%), gli impieghi a 86,5 miliardi, ma con una riduzione di 20,2.

MARCO MORELLIMARCO MORELLI

 

L’unica voce in crescita sono le perdite, a 3,5 miliardi, in salita dell’8%, e non è certo un bel segnale. Venerdì scorso, il titolo in borsa ha chiuso al prezzo di 3,78€, con un rialzo del 3,5%, ma i conti non erano ancora stati visti. La mattanza è cominciata in questa nuova ottava, con un ribasso lunedì che si è mangiato totalmente il rialzo precedente il bilancio, e soprattutto nella giornata di oggi, dove Mps risulta essere la capofila tra i segni rossi del settore bancario.

 

Meno 5%, con lo scudo dello Stato o senza, pare di rivedere le antiche abitudini degli operatori stranieri che sembravano ormai un capitolo chiuso: si torna a punire Piazza Affari, con Ray Dalio capofila tra gli speculatori, come Annibale con i suoi elefanti, pronto a valicare le Alpi e radere al suolo la finanza tricolore.

 

boschi padoanBOSCHI PADOAN

Come dargli torto? L’occasione è ghiotta, sono passati mesi, stimoli monetari, miglioramento del ciclo economico, riduzione degli spread, (s)vendita degli Npl, ma il business di alcune delle nostre banche non cambia, l’inchiostro rosso allaga i conti. Un numero su tutti balza agli occhi, e potrebbe essere quello che inietta il virus, le quote sugli incagli che vengono trasformati in sofferenze: 1,1 miliardi nel 4° trimestre 2017 da 700 milioni del 3° trimestre 2017, quando erano 1 miliardo nel 4° trimestre 2016. Il verminaio sembra essere nascosto tutto negli incagli, lì potrebbero aver messo tutte le sofferenze, che piano piano, trimestre dopo trimestre vengono estratte, diluite.

 

Quanta vita ha ancora Mps? Ora che c’è lo Stato, la risposta è semplice: infinita, ma non si può continuare con questo bagno di sangue dei numeri, anche perché Mps è sempre più una banca debilitata, che ha perso la fiducia degli investitori (ormai da anni) con il titolo su nuovi minimi, e soprattutto dei correntisti, chi è scappato, difficilmente tornerà. L’unica soluzione a questo punto è in una fusione, un processo inevitabile per la banca toscana, ma anche per tutto il sistema italiano che ormai da troppo tempo soffre di nanismo nei confronti dell’Europa.

 

UBI BANCAUBI BANCA

Tanto per dare una cifra, il Banco Popolare, la banca nata dalla fusione tra Bpm e Banca Popolare, il terzo istituto in Italia, in Europa si classifica al 25° posto. Ora bisogna trovare un pretendente, questa è la parte più difficile, anche perché come si è visto recentemente chi tocca Mps, affonda, inteso come corsi di borsa. C’è già una battuta maliziosa che circola tra le sale operative, e cioè che anche Mps se la comprerà Intesa, a 1 euro.

 

Ovviamente non un euro di prezzo come fu per le banche venete, lo Stato non lo permetterebbe, ma un 1 euro come prezzo di borsa. Bisogna fare in fretta, marzo, il mese in cui la Bce vedrà pubblicata la versione definitiva sugli NPL, si avvicina, sarà un banco di prova molto difficile, conoscendo il carattere spigoloso della commissaria francese Daniele Nouy, che però proprio qualche settimana fa si era addolcita allungano i tempi degli esami, ed esortando ad agire con fusioni transnazionali.

 

carlo messinaCARLO MESSINA

Che tradotto significa, bisogna diventare più grandi in Italia, per poi difendersi e fare la caccia in Europa. “Le banche non sono aziende normali, si reggono su principi odiosi ai più, ma abbandonarne una senza gravi motivi si rischia di veder crollare l’intero castello,” parola di Enrico Cuccia, ed è per questo che Mps non fallirà, non è più il tempo dei fallimenti, questo è il tempo delle fusioni, ed Mps sembra essere la prima candidata al matrimonio.

 

Sarà Ubi Banca a portarla all’altare? Proprio oggi è arrivata la smentita, ma sappiamo come vanno queste cose, i prezzi non si regalano, soprattutto se devi andare a nozze con chi è pieno di debiti e dove sai già che dopo il pranzo di matrimonio non ci sarà né tempo e né soldi per una luna di miele. Ma si deve fare in fretta, altrimenti per la banca più antica al mondo, con più storia, sarà difficile avere un futuro dignitoso. dagospia.com

Gli hotel vanno a ruba: crescono gli acquisti di alberghi

In un anno i passaggi di proprietà sono aumentati del 65 per cento. Un giro d’affari che, comprendendo le piccole strutture, ha toccato i 2,7 miliardi

Più camere vendute (con un aumento del 3% nel 2017 secondo Federalberghi) e la ricerca da parte degli investitori di segmenti di mercato alternativi a uffici e negozi mettono le ali al mercato delle strutture ricettive. Stando a Colliers nel 2017 si sono registrati in Italia passaggi di proprietà alberghiera per un valore di 1.234 milioni di euro, con un balzo del 65,7% rispetto al 2016. Peraltro questo valore tiene conto solo delle transazioni riguardanti catene o singole strutture di lusso da parte di investitori istituzionali. Se si considerano anche le operazioni di minore entità si arriva, secondo Scenari immobiliari, a 2,7 miliardi di euro.

Nel suo ultimo rapporto sul mercato Reag, società internazionale di consulenza controllata da Duff Phelps, sottolinea che nei primi nove mesi dell’anno è aumentato in maniera significativa sia il tasso di occupazione sia il ricavo medio giornaliero delle camere degli alberghi appartenenti a catene. La città più redditizia in assoluto è Venezia, dove il ricavo medio di una stanza sfiora i 360 euro; il tasso di occupazione (percentuale dei giorni di un anno in cui una camera è occupata) è del 73,2%; quota superata solo dall’altra città d’arte per definizione, Firenze, dove l’occupazione è del 78,6% ma l’incasso per camera scende a 179 euro. A Milano l’occupazione è salita del 7,9% al 70,1% e il ricavo giornaliero si è attestato a 142 euro; a Roma si toccano i 149 euro e l’occupazione è del 71,7%, in crescita dell’1,7%. Nella tabella elaborata da Reag segnaliamo le più importanti transazioni aventi ad oggetto unicamente strutture ubicate in Italia; la più rilevante (130 milioni di euro) è l’acquisto di quattro alberghi a Castellaneta (Taranto) da parte del fondo Rainbow gestito da Serenissima sgr. Ancora più costoso (150 milioni) è stato il passaggio al Fondo Värde Partners del portafoglio Boscolo per un valore complessivo di 150 milioni: sono passate di mano nove strutture, tre delle quali in Italia (Milano, condotta in affitto, Roma, Venezia). Una curiosità, infine: il costo a stanza più elevato (566 mila euro) è stato invece pagato dal gruppo israeliano-olandese Omnam per l’acquisto a Roma della sede della Fratelli D’Amico Armatori, un palazzo d’epoca a ridosso di via Veneto e che verrà trasformato in albergo di lusso. In vista ci sarebbero altro grandi operazioni ed è verosimile che il 2018 si chiuderà con un ulteriore miglioramento del giro d’affari.

Più camere vendute (con un aumento del 3% nel 2017 secondo Federalberghi) e la ricerca da parte degli investitori di segmenti di mercato alternativi a uffici e negozi mettono le ali al mercato delle strutture ricettive. Stando a Colliers nel 2017 si sono registrati in Italia passaggi di proprietà alberghiera per un valore di 1.234 milioni di euro, con un balzo del 65,7% rispetto al 2016. Peraltro questo valore tiene conto solo delle transazioni riguardanti catene o singole strutture di lusso da parte di investitori istituzionali. Se si considerano anche le operazioni di minore entità si arriva, secondo Scenari immobiliari, a 2,7 miliardi di euro.

Nel suo ultimo rapporto sul mercato Reag, società internazionale di consulenza controllata da Duff Phelps, sottolinea che nei primi nove mesi dell’anno è aumentato in maniera significativa sia il tasso di occupazione sia il ricavo medio giornaliero delle camere degli alberghi appartenenti a catene. La città più redditizia in assoluto è Venezia, dove il ricavo medio di una stanza sfiora i 360 euro; il tasso di occupazione (percentuale dei giorni di un anno in cui una camera è occupata) è del 73,2%; quota superata solo dall’altra città d’arte per definizione, Firenze, dove l’occupazione è del 78,6% ma l’incasso per camera scende a 179 euro. A Milano l’occupazione è salita del 7,9% al 70,1% e il ricavo giornaliero si è attestato a 142 euro; a Roma si toccano i 149 euro e l’occupazione è del 71,7%, in crescita dell’1,7%. Nella tabella elaborata da Reag segnaliamo le più importanti transazioni aventi ad oggetto unicamente strutture ubicate in Italia; la più rilevante (130 milioni di euro) è l’acquisto di quattro alberghi a Castellaneta (Taranto) da parte del fondo Rainbow gestito da Serenissima sgr. Ancora più costoso (150 milioni) è stato il passaggio al Fondo Värde Partners del portafoglio Boscolo per un valore complessivo di 150 milioni: sono passate di mano nove strutture, tre delle quali in Italia (Milano, condotta in affitto, Roma, Venezia). Una curiosità, infine: il costo a stanza più elevato (566 mila euro) è stato invece pagato dal gruppo israeliano-olandese Omnam per l’acquisto a Roma della sede della Fratelli D’Amico Armatori, un palazzo d’epoca a ridosso di via Veneto e che verrà trasformato in albergo di lusso. In vista ci sarebbero altro grandi operazioni ed è verosimile che il 2018 si chiuderà con un ulteriore miglioramento del giro d’affari. Gino Pagliuca Corriere economia

Possibili scenari di M&A per le banche: i dossier sul tavolo latitano, ma le ipotesi su Creval e Carige non mancano

Ancora rumors sul Risiko bancario, con nuovi possibili scenari. Per ora non c’è nulla sul tavolo, solo indiscrezioni stampa che bastano però a riaccendere la questione. E se da qualche tempo circola l’ipotesi di una mega operazione di fusione in due tempi che coinvolga Mps, Banco Bpm, Bper, Creval e la ligure Carige (approfondisci la notizia), oggi il mercato torna sul tema con ultime indiscrezioni de “Il Sole 24 Ore” che parla di un nuovo riassetto del settore bancario che “passa per la via Emilia”.

Certo, i tempi non sono ancora completamente maturi visto che al momento la maggior parte degli istituti di credito italiani sono alle prese con i piani di derisking. Però, una volta archiviata la questione Npl potrebbero tornare a guardare ai dossier M&A, con il risiko che potrebbe entrare nel vivo alla fine del 2018 o a inizio 2019.
Credem, Agricole e Unipol-Bper. Questi i soggetti che, secondo il quotidiano finanziario di Confindustria, potrebbero accendere questa nuova fase di aggregazione “tra banche di medio livello”. Di recente Credem ha ribadito la propria apertura versooperazioni di fusione e acquisizione, e stando a quanto riferisce “Il Sole 24” potrebbe acquisire una banca di media dimensione, puntando a rilevare eventuali quote in optate di futuri aumenti di capitale. C’è poi Cariparma Agricole Italia, banca in cui non sembra essersi spenta la voglia di fare shopping in Italia, dopo avere rilevato tre casse di risparmio del centro Italia (Cesena, Rimini e San Miniato). Al centro dei rumors ancora Bper: secondo le ricostruzioni stampa potrebbe dare vita a un polo con la ligure Carige, a cui potrebbe unirsi anche Unipol Banca una volta completate le operazioni sul fronte Npl. Per l’istituto di Modena al momento però la priorità è il rinnovo del cda.

 
 

Più in generale, affinché questo processo riparta sarà fondamentale avere un quadro più chiaro su due fronti: ai attendono chiare indicazioni a partire da metà marzo da Commissione europea e Vigilanza Bce sui crediti deteriorati e si guarda anche alla sentenza della corte costituzionale sulla riforma delle popolari.

Cosa ne pensa Mediobanca Securities
Gli analisti di Mediobanca Securities, che hanno passato al setaccio i rumors odierni apparsi sulla stampa nazionale, “vedono Bper interamente concentrata sul suo piano di riduzione del rischio. Di conseguenza, non si attendono nulla nel breve termine, e aspetto più importante considerano il fatto che Carige debba prima focalizzarsi sulle questioni interne (de-risk in primis) prima di prendere parte al processo di consolidamento”. Per quanto riguarda, Credem gli esperti ricordano che il top management ha ammesso di essere pronta a prendere parte a possibili operazioni di M&A. “I target sarebbero banche tradizionali, ma al momento non c’è nulla sul tavolo”, sottolineano da Mediobanca Securities.

Capitolo Creval
Sotto la lente oggi Credito Valtellinese (CreVal), con il cda chiamto oggi a fissare il prezzo dell’aumento di capitale (approfondisci la notizia). E nell’attesa tengono banco, ricordano gli analisti di Equita che confermano la raccomandazione hold su Creval, le ipotesi di aggregazione de “Il Sole 24 Ore”, secondo il quale sia Credem che Bper, essendo propense ad aggregare una banca media, potrebbero essere interessate a Creval. Quanto a Crédit Agricole avrebbe analizzato il dossier Creval dieci giorni fa, ma per il momento avrebbe deciso di soprassedere in attesa di completare l`integrazione delle tre banche salvate.Daniela La Cava finanzaonline

San Valentino nel vicolo più romantico d’Italia dove i baci sono l’unico modo per attraversarlo

 

Dall’odio, un’inno all’amore. Vicolo Baciadonne di Città della Pieve è ritenuto uno dei più romantici e stretti d’Italia. È stata creata per separare le proprietà confinanti di due vicini in perenne lite fra loro. Ma anno dopo anno è stata l’arguta fantasia popolare a cambiare il suo destino. 

 

Lo stretto tunnel non supera gli 80 centimetri di larghezza e costringe i passanti a incontri «molto ravvicinati», tanto da «sfiorarsi le labbra». Una caratteristica che ha commutato il vicolo da confine conteso a passaggio dell’amore, che ogni San Valentino diventa un punto di ritrovo per innamorati. 

 

 

 

La conformazione urbanistica di questa cittadina umbra risale alla prima metà del Tredicesimo secolo, a quando l’antica Castel della Pieve, già sottomessa da Perugia fin dal 1188, si affermò come libero Comune. 

 

Ed è proprio nel suo borgo medievale che si trova il Baciadonne, il vicolo dell’amore, che anche quest’anno farà da cornice all’evento «Love Street», con tanto di contest fotografico su Facebook e Instagram con l’hashtag #vicolobaciadonne. 

 

 

 

Il dedalo di vie di Città della Pieve è famoso in tutto il mondo. Si snoda tra via Fiorenzuola (la strada dei mercanti fiorentini), piazza di Spagna, piazza XIX Giugno (l’ex piazza del Mercato), e include due strade molto particolari. 

 

Si tratta di via del Barbacane, che deve il suo nome al rincalzo difensivo delle mura medievali prospicienti, e di vicolo Baciadonne, appunto, che s’incontra poco dopo l’oratorio di Santa Maria dei Bianchi, dove è conservata L’adorazione dei Magi del Perugino. 

 

 

 

Il Baciadonne ha una larghezza variabile, che oscilla fra i 53 e gli 80 centimetri. Misure che lo rendono molto stretto, ma certo il vicolo più piccolo d’Italia.  

 

A detenere il record italiano è un vicolo del borgo di Ripatransone, in provincia di Ascoli Piceno. Non ha un nome ma è largo appena 43 centimetri, per poi restringersi più in alto sino a 38 centimetri. A contendersi il podio di quest’insolita classifica è anche la Ruetta di Civitella del Tronto, largo anch’esso 43 centimetri.  

 

 

A livello mondiale, invece, il Guinness di strada più stretta del mondo spetta a Spreuerhofstrasse, a Reutlingen, in Germania, a una quarantina di chilometri da Stoccarda, che nel punto più stretto misura appena 31 centimetri.NOEMI PENNA LA STAMPA

 

 

Gli americani comprano Italo e il governo sta a guardare. Ecco perché non ha potuto fare nulla

Un treno Italo di Ntv – foto Agf

C’è stato o non c’è stato un vaglio istituzionale sul passaggio di proprietà di Ntv dagli azionisti privati italiani a un soggetto estero? Ovvero: il governo ha esaminato o no l’offerta del fondo Gip sulla società Nuovo trasporto viaggiatori seguendo le indicazioni della legge sulla Golden power?

 

La risposta alle due domande è “no”. Non c’è stato alcun vaglio governativo dell’operazione nonostante la Golden power – ovvero i poteri speciali dell’esecutivo sulle acquisizioni di società italiane ad opera di soggetti extra Ue – si estenda anche al settore dei trasporti, come indicato dalla legge del 2012.

 

Perché il governo non si è interessato? Semplicemente perché mancano provvedimenti attuativi nel comparto trasporti che consentano all’esecutivo di intervenire per esaminare le operazioni che rientrano nella legge sulla Golden power. Eppure i ministri Piercarlo Padoan (Economia e finanze) e Carlo Calenda (Sviluppo economico) avevano espresso l’auspicio che Ntv si quotasse in Borsa invece di essere venduta.

Nella foto Pier Carlo Padoan, Carlo Calenda. Pierpaolo Scavuzzo / AGF

Ecco quello che una fonte governativa al corrente degli iter normativi sui poteri speciali dice a Business Insider Italia: “Le modifiche introdotte dal decreto fiscale non sono ancora operative. Mancano infatti i decreti attuativi, in corso di predisposizione”. Quindi il governo non ha potuto opporsi – nel caso lo avesse voluto – all’acquisto della società presieduta da Luca di Montezemolo e guidata dall’amministratore delegato, Flavio Cattaneo, al fondo americano Global Infrastructure Partners (Gip).

La fonte governativa fa riferimento al decreto fiscale intitolato “Disposizioni urgenti materia finanziaria e per esigenze indifferibili” della fine dello scorso anno. E i decreti attuativi che mancano – appannaggio in particolare del ministero dello Sviluppo economico retto da Carlo Calenda, di concerto con il ministero dell’Economia guidato da Piercarlo Padoan – sono previsti dall’articolo 14 del decreto fiscale.

L’articolo 14 in questione riguarda “Modifiche al decreto legge 15 marzo 2012, n. 21, in materia di revisione della disciplína della Golden Power e di controllo degli investimenti extra Ue“. “L’articolo 14 – spiega una nota dell’ufficio studi della Camera – interviene sulla disciplína dell’esercizio dei poteri speciali del governo in ordine alla governance di società considerate strategiche nel comparto della sicurezza e della difesa, dell’energia, dei trasporti e delle comunicazioni, di cui al decreto-legge n. 21 del 2012“.

In particolare, la legge prevede una “generale sanzione amministrativa pecuniaria ove siano violati gli obblighi di notifica, funzionali all’esercizio dei poteri speciali da parte del Governo nel comparto della difesa e della sicurezza nazionale (comma 1, lettera a) e si estende l’esercizio dei poteri speciali applicabili nei settori dell’energia, dei trasporti e delle comunicazioni, al settore della cd. alta tecnologia (comma 1, lettera b, nn. 1-5)”. Inoltre, “si individua un criterio specifico cui il governo deve attenersi nell’esercizio dei poteri speciali, con riferimento a quelle operazioni di acquisto da parte di soggetti extra UE di società che detengono attivi strategici nel settore energetico, dei trasporti e delle comunicazioni, ove l’acquisto di partecipazioni determini l’insediamento stabile dell’acquirente”.

Diego Della Valle e Luca Cordero Di Montezemolo. Vittorio Zunino Celotto/Getty Images

Ma che cosa poteva e doveva fare il governo se avesse approvato i decreti attuativi? La disciplina dei poteri speciali contenuta nel D.L. n. 21 del 2012, ribattezza legge sulla Golden power, specifica che “tali poteri consistono nell’imposizione di specifiche condizioni nel caso di acquisto di partecipazioni in imprese che svolgono attività di rilevanza strategica per il sistema di difesa e sicurezza nazionale; nel diritto di porre il veto all’adozione di delibere societarie aventi ad oggetto, tra l’altro, le vicende straordinarie delle società di rilevanza strategica; nel diritto di opporsi all’acquisto, a qualsiasi titolo, di partecipazioni in dette imprese”.

Con riferimento agli aspetti procedurali dell’esercizio dei poteri speciali e le conseguenze che derivano dagli stessi o dalla loro violazione, aggiunge la legge, “sono nulle le delibere adottate con il voto determinante delle azioni o quote acquisite in violazione degli obblighi di notifica al governo, nonché le delibere o gli atti adottati in violazione delle condizioni imposte”.

  • Michele Arnese Businessinsider

Banche: Italia maglia nera in Ue per le sofferenze

Un bel grattacapo per le banche europee che difficilmente sparirà sono gli Npl, il cui peso sui bilanci è arrivato a sfondare il muro dei 944 miliardi di euro. Le autorità europee stanno spingendo i finanziatori a vendere o liquidare il credito in sofferenza, ma sono divise su come affrontare il problema.

Il problema è particolarmente grave nei paesi più duramente colpiti dalla crisi del debito sovrano. La Grecia, che deve ancora uscire dal suo programma di salvataggio, si colloca in cima alla lista delle sofferenze, mentre l’Italia ha il maggior numero di sofferenze in termini assoluti.

 

Come scrive Bloomberg, le banche finanziarie hanno degli obiettivi prefissati per ridurre i loro livelli di credito in sofferenza attraverso la vendita di portafogli o la liquidazione di crediti. Intesa Sanpaolo S. p. A., la più grande banca italiana per valore di mercato, è in testa e prevede di accelerare la riduzione delle sofferenze, come ha dichiarato il mese scorso l’amministratore Delegato Carlo Messina. Secondo Messina e altre banche italiane “stanno facendo il lavoro giusto” e dovrebbero fare ulteriori progressi quest’ anno.Il nostro paese ha accumulato prestiti in sofferenza in anni di crescita economica scarsa o nulla. Il problema è aggravato dal sistema giuridico del paese, in cui i finanziatori impiegano più tempo a liquidare le garanzie che in molti altri paesi.

Dalla fine del 2014 le banche europee hanno complessivamente ridotto i loro crediti in sofferenza di oltre 280 miliardi di euro. La Banca centrale europeaafferma che il debito inesigibile è ancora “un problema importante” che deve essere affrontato dai finanziatori. Guardando all’Italia invece il flusso di nuovi crediti deteriorati è sì in calo ma il livello rimane superiore a quello registrato prima della crisi finanziaria. La Banca d’Italia afferma che un miglioramento del mercato immobiliare sta contribuendo a ridurre i rischi per le banche. Ma la strada è lunga.

Alessandra Caparello wallstreetitalia

AMMUCCHIATA BANCARIA – NELLE SEGRETE STANZE SI STUDIA UNA FUSIONE A CINQUE: IL PIVOT DOVREBBE ESSERE LA BPM, A CUI SI POTREBBERO/DOVREBBERO AGGANCIARE MONTEPASCHI E CARIGE DA UNA PARTE; E CREVAL E UBI DALL’ALTRA – L’OPERAZIONE DOVREBBE SCATTARE A FINE 2019

Da www.ilsecoloxix.it

 

IGNAZIO VISCOIGNAZIO VISCO

Chiuse le trimestrali torna sul mercato l’idea che, una volta sistemato il fardello dei non performing loans, gli istituti di credito italiani debbano proseguire nel processo di aggregazione. E, tra le banche di cui più si parla, c’è anche Carige.

 

BPM BANCA POPOLARE DI MILANOBPM BANCA POPOLARE DI MILANO

Il tema del consolidamento è centrale come opzione per dare valore, come ha accennato il Governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco nelle sue considerazioni al Forex di Verona sabato. L’integrazione tra il Banco Popolare e la Bpm ha dato il via ad un processo che è destinato a proseguire anche perché, come evidenziato dallo stesso Visco, le banche sono chiamate ad una profonda revisione che passa anche attraverso aggregazioni o iniziative di tipo consortile che consentano di sfruttare sia sinergie di costo e sia in termini di ricavi.

creval credito valtellineseCREVAL CREDITO VALTELLINESE

 

E proprio la nuova realtà del Banco Bpm potrebbe essere l’architrave di un futuro risiko. D’altro canto una simile ipotesi non dispiace anche allo stesso a.d. «Se riusciamo a completare il nostro piano penso che a fine 2019 saremo in una situazione solida tale da poter riuscire a guardare ad altri», è stato il commento di Giuseppe Castagna sul tema. Parole che hanno scaldato il titolo in Borsa in avvio di seduta e che poi in chiusura è stato uno dei pochi del credito in positivo.

CARIGECARIGE

 

Da fine 2019 le opzioni per il Banco Bpm, secondo quanto si raccoglie, potrebbero essere dunque Mps e Carige insieme (entrambe sotto pressione in Borsa dopo i conti) oppure la riproposizione di una aggregazione con Ubi. Ci sono poi le avance che il Creval, impegnato a portare a casa un aumento di capitale da 700 milioni, rivolge da tempo alla Popolare di Sondrio da sempre abbastanza fredda ma, comunque, intenzionata ad esplorare nuove opportunità.

UBI BANCA BRESCIAUBI BANCA BRESCIA

 

mpsMPS

Ed è recente, in tema di aggregazioni, una simulazione di Equita che si è esercitata su una mega fusione a 5: Mps, Banco Bpm, Bper, Creval e Carige le protagoniste sotto il patrocinio del Mef. Un gigante da 12 miliardi di euro di capitalizzazione che controllerebbe il 20% del mercato.dagospia.com

 

Bper torna in corsa per il 40% di Arca Sgr

La partecipazione messa in vednita dai commissari delle banche venete. Interessati anche alcuni fondi esteri

 
 

Bper torna a vedere all’orizzonte la possibile acquisizione del 40% di Arca Sgr attualmente in capo alle banche venete in liquidazione coatta amministrativa (Lca). Un’operazione che gli analisti hanno più volte indicato come sensata per la banca modenese, che controlla già il 32,75 della sgr. 

In partcilare Bper è primo azionista di Arca nonché il maggiore distributore dei suoi prodotti. La Banca Popolare di Sondrio è il secondo azionista x con una quota del 21,1% del capitale. La Popolare di Vicenza (Bpvi) e Veneto Banca detenevano invece invece il 20% a testa della Sgr, rimasta esclusa dal perimetro dell’acquisizione di Intesa Sanpaolo (a 1 euro) e rimasta appunto ai commissari che si stanno occupando di vendere gli ultimi cespiti delle ex venete. 

Ora, secondo fonti di stampa, i commissari avrebbero affidato alla banca giapponese Nomura il mandato di gestire la vendita della quota di Arca tramite un’asta competitiva. Il prezzo di cessione sarebbe stimato tra 350/400 milioni. Fra i soggetti potenzialmente interessati all’acquisto della partecipazione figurerebbero anche i fondi internazionali Atlas, Cerberus e Centerbridge.

Nel giugno scorso Bper e la stessa Popolare di Sondrio sarebbero state a un passo dall’acquisizione. Nel frattempo, proprio in quelle settimane, la Popolare di Vicenza e Veneto Banca sono finite in liquidazione coatta amministrativa. Ma tra i commissari e i vertici di Bper, per lo meno, non ci sono stati più contatti. 

Bper, che ha riportato conti migliori delle attese nel 2017, raddoppiando il dividendo, ha incassato oggi la conferma della raccomandazione da parte di Société Générale, con target price di 6,2 euro. Stesso giudizio confermato da Kepler Cheuvreux, che ha alzato leggermente il prezzo obiettivo da 5,6 euro a 5,9 euro. In Borsa il titolo Bper segna alle ore 12,20 +1,5% a 4,61 euro contro il +0,17% del Ftse Mib. (StefanoNeri Finanza Report)

CONTRO IL DEBITO PUBBLICO LA MIGLIOR ARMA E’ L’AZIONE: CARO FRANCO, PERCHE’ NON HAI RIMBORSATO I DEBITI A MPS ?

Come fa notare Economia spiegata facile di Costantino Rover c’è un problema: quale miglior arma contro il debito pubblico, che agire direttamente per ridurlo?

FRANCO DE BENEDETTI, presidente dell’Istituto Bruno Leoni, è anche nel CdA di CIR, la finanziaria della famiglia De Benedetti. CIR era la controllante di SORGENIA quando questa risultò insolvente verso Monte Dei Paschi di Siena per 600 milioni, il maggiore insoluto dell’istituto senese. CIR si rifiutò di ricapitalizzare Sorgenia, cedendone in modo estremamente profittevole una parte –

A causa anche di questi forti insoluti MPS ha dovuto essere ricapitalizzato dallo stato con 5,4 miliadi , TUTTO DEBITO PUBBLICO IN PIU’ !!

Invece di mettere i tabelloni nelle stazioni , non era meglio pagare i debiti. Questi sono i successi dei “Grandi imprenditori” italiani.

scenarieconomici.it

 

Mustier-Nagel, cosa c’è dietro le frizioni su Italo e Generali

Jean-Pierre Mustier, le français à la tête d'UniCredit depuis juillet, vient d'annoncer un plan drastique : restructuration du bilan et de l'entreprise qui va mener une augmentation de capital massive de 13 milliards d'euros.

 

Il n.1 di Unicredit ha vissuto la cessione dell’impresa ferroviaria come un intervento a gamba tesa dell’ad di Mediobanca. Una situazione già bollente per la vicenda della compagnia di assicurazioni. I retroscena.

Jean Pierre Mustier e l’Italia, storia di un rapporto sempre più difficile. Se tra le mura di casa non c’è partita, sul fronte esterno al numero uno di Unicredit ogni giorno sembra portare la sua pena. Ma andiamo con ordine. Mustier sta ribaltando la ex banca milanese chiamando alla sua corte soltanto manager internazionali (salvo qualche eccezione come Marco Bizzozero, pronto a diventare responsabile del wealth management).

DUBBI SULLA SPINTA ESTEROFILA. Una decisione che sta dando buoni frutti ed è fortemente sostenuta dall’attuale presidente Giuseppe Vita, da sempre vicino ad Allianz, ma non dal futuro numero uno Fabrizio Saccomanni che guarda con qualche sospetto a questa spinta esterofila. Perplessità che, bisogna sottolineare, lasciano indifferente il “capo”, soprannome di Mustier.

PESSIMI RAPPORTI CON MESSINA. Se in piazza Gae Aulenti nessuno fiata, più caldo è il clima che si respira fuori porta. I conflitti aperti sono molti. Come tutti sanno i suoi rapporti con Carlo Messina sono pessimi. Il ceo di Intesa non sopporta quel senso di superiorità, tipicamente francese, che è parte integrante del carattere di Mustier. Il quale, a sua volta, mal tollera le ambizioni internazionali di Messina. Su un punto però concordano. Nessuno dei due fa mistero di questa incompatibilità che li ha portati più volte a scontrarsi (leggi Assicurazioni Generali, gestione crediti deteriorati, banche Venete).

Mustier Messina

Da sinistra, l’ad di Unicredit Jean Pierre Mustier e Carlo Messina di Intesa SanPaolo.

Ma adesso il fronte si sta allargando. Nel mirino di Mustier è tornato anche Alberto Nagel. Il banchiere transalpino ha vissuto la cessione di Italo come un intervento a gamba tesa da parte dell’ad di Mediobanca.

CESSIONE CON EFFETTI COLLATERALI. La vendita della società al fondo americano Gip gestita da Piazzetta Cuccia ha avuto due effetti collaterali. Da un lato Nagel ha fatto un favore a Intesa che, pur essendo grande azionista di Italo, vedeva con qualche preoccupazione il collocamento. Dall’altro la cessione ha interrotto l’Ipo riducendo il ruolo e le commissioni di Unicredit, che era bookrunner e sponsor della quotazione assieme a Banca Imi, Barclays, Credit Suisse e Goldman Sachs.

SPINTA PER CAMBIARE GENERALI. Il rampante francese dall’alce mascotte sempre con sé, azionista principale di Mediobanca, ha colto al volo l’occasione per manifestare tutto il suo forte disappunto a Nagel. Come se non bastasse in queste settimane i rapporti tra Unicredit e Mediobanca si erano già surriscaldati per la vicenda Generali. È ormai risaputo che i soci privati (Caltagirone in testa) sono in rotta con il ceo corso Philippe Donnet e vorrebbero un radicale cambiamento al vertice (certa, per esempio, è l’uscita del direttore finanziario Luigi Lubelli).

Nagel

Alberto Nagel, ceo di Mediobanca.

Il cambio della guardia non trova però il totale supporto in Piazzetta Cuccia. E il motivo è chiaro. L’istituto milanese, che controlla il 13% della compagnia è, a sua volta, fortemente condizionato da Mustier e da Vincent Bollorè, amici di Donnet e azionisti forti di Mediobanca.

VICENDA CHE DIVENTA ESPLOSIVA. Col passare del tempo la vicenda rischia però di diventare esplosiva. Nagel, che sta faticosamente trovando un percorso per la sua banca, vorrebbe cedere una quota di Generali per investire nel risparmio gestito ma Mustier, a cui già sono state offerte azioni Generali, frena questo processo perché teme si possano innescare nuovi equilibri e processi che mettano fine alle tradizionali ambizioni di Axa sul Leone di Trieste.

APPARE LA HOLDING EDIZIONE. Come se non bastasse sul palcoscenico triestino è apparso improvvisamente Edizione, la holding di investimenti dei Benetton. Il gruppo di Ponzano Veneto, guidato da Marco Patuano, ha già rastrellato il 2% di Generali, ma punta al 5%. Una quota che, con Mediobanca venditrice, potrebbe diventare un grimaldello per ribaltare l’attuale assetto azionario della compagnia. Proprio quello che non vuole Mustier, visto il pesante coinvolgimento politico nella battaglia Vivendi-Telecom.

 Lettera43

‘ARRESTATO ONOREVOLE SOCIALISTA PER TRAFFICO DI COCAINA’. È IL 1924, MA LA LUNGA STORIA TRA IL PARLAMENTO ITALIANO E LA POLVERE BIANCA INIZIA (ALMENO) NEL 1898, QUANDO DUE DEPUTATI SI SFIDANO A DUELLO, E UNO SI PORTA IL MEDICO CON LA VALIGETTA PIENA DI COCA – GRAMSCI: ‘LA COCAINA È INDICE DI PROGRESSO BORGHESE: CAPITALISMO FATTO DA IRRESPONSABILI, SENZA PREOCCUPAZIONI PER IL DOMANI, SENZA FASTIDI E SCRUPOLI’

COCAINA OLD TIMECOCAINA OLD TIME

Marco Sarti per www.linkiesta.it

 

La lettura dei giornali del mattino lascia increduli e sorpresi. Accusato di traffico di cocaina, l’onorevole Giuseppe Mingrino è finito dietro le sbarre di Regina Coeli. Dopo una lunga indagine i militari della Guardia di Finanza lo hanno arrestato nella sua abitazione a San Lorenzo e condotto in carcere. A Montecitorio, inutile dirlo, c’è grande sgomento. Ironia della sorte, solo pochi mesi prima è stato approvato un importante disegno di legge per contenere il crescente abuso di sostanze stupefacenti.

 

È il gennaio 1924, quasi un secolo fa. L’articolo de La Stampa che racconta il fermo del deputato socialista merita ancora di essere letto. Il deputato siciliano è un ex ardito del popolo. Probabilmente è stato iniziato all’uso della cocaina tra le trincee della prima guerra mondiale.

 

giuseppe mingrinoGIUSEPPE MINGRINO

Il cronista indugia sui dettagli dell’arresto:

 

«Verso le 15.30 di ieri un signore elegantemente vestito, dall’aspetto distinto, discendeva da un taxis pubblico innanzi ad un portone in via Vestini, dove abita l’on. Mingrino. Il signore suonò alla porta del deputato, e poco dopo era a colloquio con lui nel salotto dell’appartamento. Senza tanti preamboli, con aria confidenziale, il misterioso signore, che era un funzionario di pubblica sicurezza, chiese al deputato se gli avrebbe potuto cedere una discreta quantità di cocaina e saccarina.

 

“So che ella – soggiunse il signore – può con la sua autorità accontentare questa mia richiesta”. L’on Mingrino a tali parole assunse un contegno misto di preoccupazione e di finta sorpresa, ma l’altro insistette. Alla fine l’onorevole Mingrino si convinse, si alzò, uscì a ritornò con una valigetta».

 

pubblico alla camera dei deputatiPUBBLICO ALLA CAMERA DEI DEPUTATI

Il deputato finisce nei guai. Con una scusa viene fatto salire su un’auto dove attende un altro militare in borghese. «Giuseppe Mingrino aveva perduto la sua tranquillità – prosegue l’articolo – insisteva per scendere dalla macchina. Con uno scatto tentò di aprire lo sportello di scendere. Con mossa fulminea uno dei due trasse di tasca la rivoltella, e la puntò in direzione del petto del deputato: indi in tono che non ammetteva replica gli disse: “Si calmi onorevole, noi siamo funzionari e abbiamo l’ordine di trarla in arresto”».

ferruccio macolaFERRUCCIO MACOLA

 

 Alla fine nella valigetta del parlamentare saranno ritrovati due chili e mezzo di saccarina e 230 grammi di cocaina. Il partito socialista massimalista allontana subito il colpevole. La XXVI legislatura del Regno è appena terminata, il deputato non gode più dell’immunità parlamentare, e così per lui si aprono le porte del carcere. Anche se, scrive con malcelata indignazione il cronista dell’epoca, «continuerà a percepire, malgrado tutto, lo stipendio di deputato fino allo scioglimento della Camera».

 

Nei palazzi della politica la sorpresa per l’arresto del deputato è grande. Eppure non è la prima volta che la cocaina entra a Montecitorio. Anzi. Le lancette tornano indietro di qualche anno. È il 1898, il 6 marzo due deputati si danno appuntamento dalle parti di Porta Maggiore, nella villa della contessa Cellere. Si sono sfidati a duello per dirimere una vecchia questione d’onore.

felice cavallotti duelloFELICE CAVALLOTTI DUELLO

 

Assieme ai rispettivi padrini si presentano Felice Cavallotti, volontario garibaldino e leader dell’estrema sinistra, e il giovane conte Ferruccio Macola, conservatore e direttore della Gazzetta di Venezia. Cavallotti è il favorito: nonostante l’età ha già affrontato trentadue duelli. Eppure quel giorno accade una tragedia inattesa.

 

COCAINA COME FARMACOCOCAINA COME FARMACO

Dopo pochi istanti di scontro, al terzo attacco, la sciabola dell’avversario recide la carotide del deputato milanese. Nel processo che seguirà, il medico di Montecitorio Raffaele Cervelli rivelerà un particolare inedito. «La sera prima dello scontro con Cavallotti ho ricevuto una lettera del Macola per la quale m’invitava a trovarmi all’indomani a villa Cellere e mi pregava di portare molta cocaina perché non voleva soffrire come nel duello avuto con l’on. Bissolati».

 

La deposizione è riportata in un articolo dell’epoca pubblicato sull’Avanti!. Un testo interessante – oggi sicuramente curioso – recentemente scovato dallo storico e giornalista Giorgio Fabre. Se n’è parlato pochi giorni fa all’ex sede della Gioventù italiana del littorio di Trastevere, durante la presentazione del libro del farmacologo Paolo Nencini: “La minaccia stupefacente. Storia politica della droga in Italia”.

 

Un lungo viaggio nel tempo per scoprire che l’avvento della cocaina in Italia – nonostante l’uso e l’abuso da parte di alcuni parlamentari – inizialmente è stato lento e poco apprezzato. Alla fine dell’Ottocento, quando la sostanza inizia a invadere i paesi occidentali, da noi il vizio è ancora relegato a pochi sperimentatori. In Italia chi cerca stordimento e alienazione si rifugia nel vino. La cocaina resta un oggetto misterioso, guardato con sospetto e molta ingenuità. Un esempio si trova ancora una volta nei quotidiani dell’epoca. Avanti!, edizione del 16 febbraio 1901.

montecitorio roma sparitaMONTECITORIO ROMA SPARITA

 

Tra le vignette umoristiche e le recensioni teatrali spunta una piccola rubrica di servizio. “Il consiglio pratico per le famiglie”. A chi accusa problemi di mal di stomaco, il giornale suggerisce un rimedio che oggi solleverebbe più di un dubbio. «A coloro che soffrono di gastralgia il dottore consiglia la seguente pozione: acqua di calce, grammi 100; cloridrato di cocaina, grammi 0,03; cloridrato di morfina, grammi 0,01. Di questa pozione se ne deve prendere un cucchiaio in latte ghiacciato ogni ora». Addio al mal di pancia assicurato, al netto dei probabili effetti collaterali.

 

Lo scoppio della prima guerra mondiale si accompagna a una prima, vera, diffusione della cocaina. Come già avvenuto nei conflitti precedenti, la polvere bianca viene usata per le sue qualità antinevralgiche. Ma non solo. «Fu subito noto – scrive Fabre in una bella recensione della “Minaccia stupefacente” sul Manifesto – che gli arditi e gli aviatori in combattimento assumevano droghe».

 

il re al senato italianoIL RE AL SENATO ITALIANO

Non è un mistero che durante l’impresa di Fiume D’Annunzio e i suoi legionari facessero largo uso di questa sostanza. Non di rado la “polvere folle” girava tra i membri delle squadre d’azione fasciste. Eppure all’epoca l’uso della cocaina resta controverso. Un altro annuncio a pagamento, scoperto da Fabre, pubblicizza le doti miracolose di questa droga.

 

antonio gramsciANTONIO GRAMSCI

È il 12 agosto 1916 e sull’Avanti! ecco la réclame dell’elisir Robur, raccomandato dal dottor Francesco Zanardi in caso di anemia. Lo sciroppo si presenta come un ottimo ricostituente a base di ferro, manganese, calcio, ma anche cocaina e arsenico. «Gradevolissimo al palato, ben tollerato sia dagli adulti che dai bambini. Bastano pochi flaconi per averne ottimi risultati».

 

Tonico rinvigorente o veleno? Nel Paese il consumo voluttuario di cocaina inizia ad essere guardato con sospetto. Fino ad allora l’uso era rimasto molto circoscritto. Medici e specialisti avevano a che fare con pochi casi di dipendenza. C’è chi ha preso il vizio di sniffare a Parigi, qualche attrice dei café-chantant ne è rimasta vittima. Ma il tema non è più un tabù. Nel maggio 1918 Antonio Gramsci dedica un articolo all’argomento. Si intitola “Cocaina” e racconta la riapertura di un locale torinese frequentato da abituali consumatori della sostanza.

 

antonio gramsciANTONIO GRAMSCI

Gramsci punta l’indice contro gli “amatori dell’ebbrezza con gli alcaloidi”. Riconoscendo con sarcasmo: «L’uso della cocaina è indice di progresso borghese: il capitalismo si evolve. Costituisce categorie di persone completamente irresponsabili, senza preoccupazioni per il domani, senza fastidi e scrupoli». Alla fine la politica deve occuparsi della questione. La prima legge in materia di droghe risale proprio a quegli anni: la n. 396 del 1923. “Provvedimenti per la repressione dell’abusivo commercio di sostanze velenose aventi azione stupefacente”.

 

bagno di montecitorioBAGNO DI MONTECITORIO

Vengono introdotte multe e pene detentive anche per i consumatori. Codice rivisto pochi anni dopo nelle “nuove norme sugli stupefacenti” approvate nel 1934. Fa sorridere scoprire che già nei primi anni Venti il Parlamento si divideva tra proibizionisti e antiproibizionisti. Tra chi voleva ammorbidire le pene e chi chiedeva interventi più incisivi. Tra questi ultimi spicca la posizione di Ettore Marchiafava, già professore di anatomia patologica a La Sapienza, medico personale di casa Savoia e di tre pontefici. Una lunga cronaca parlamentare de La Stampa racconta il suo accorato intervento a Palazzo Madama. È il 5 agosto 1921.

 

«L’urgenza della legge – le parole del senatore – è dimostrata dal fatto che, se la cocaina giunse ultime tra queste sostanze malefiche, è riuscita ad avvincere al suo giogo molti infelici, superando la morfina, l’etere e tutte le altre sostanze stupefacenti, la cui azione è quella di far decadere fisicamente e intellettualmente la nostra razza».dagospia.com

montecitorio 1887MONTECITORIO 1887DANNUNZIODANNUNZIOdannunzio al mareDANNUNZIO AL MAREgabriele dannunzio 1GABRIELE DANNUNZIO 1il senato del regnoIL SENATO DEL REGNO

Crédit Agricole, il mercato boccia i conti trimestrali

Il titolo della “Banque Verte” nel mirino sul Cac-40 di Parigi. Deludono l’utile netto e i ricavi, peggiora il Cet1, ma la banca aumenta i dividendi


 
 

Titolo Crédit Agricole in forte sofferenza a Parigi dopo la pubblicazione dei risultati trimestrali, risultati inferiori alle attese. Nello specifico la banca francese, molto attiva in Italia grazie in particolare a Cariparma e a Pioneer, ha chiuso gli ultimi tre mesi dell’anno scorso con un utile netto di 387 milioni di euro, il 33% in più rispetto al pari periodo del 2016, ma quasi la metà dei 610,8 milioni previsti dal consenso degli analisti. 

Sull’ultima riga del conto economico hanno pesato diverse componenti straordinarie, a partire da oneri fiscali supplementari per 336 milioni di euro determinati da una sentenza del corte costituzione transalpina sulla tassa del 3% sui dividendi varata nel 2012. Il peso del fisco è così salito nel giro di un anno da 461 a 703 milioni di euro.

Andamento, invece, positivo per i ricavi, saliti dell’1,6% a 4,65 miliardi, non lontano dai 4,7 miliardi previsti dagli analisti ma comunque al di sotto. La Banque Verte ha in questo caso beneficiato sia della crescita organica che delle numerose acquisizioni condotte in Italia l’anno scorso. Cariparma ha infatti rilevato le tre casse di risparmio di Cesena, Rimini e San Miniato e Amundi la società di risparmio gestito Pioneer, mentre verso fine anno Indosuez ha comprato Banca Leonardo. 

Sul fronte patrimoniale un segnale negativo è arrivato dal Core Tier 1, sceso dal 12% di fine settembre all’11,7%. Ciononostante il consiglio di amministrazione ha proposto la distribuzione di un dividendo di 63 centesimi di euro, tre centesimi in più di quanto pagato l’anno scorso a valere sui risultati del 2016. 

A Parigi, il titolo del Crédit Agricole è il peggiore del listino delle blue-chip Cac-40 con un ribasso di oltre il 2,3%. Rosario Murgida Finanzareport

Mps, per il Tesoro un bagno di sangue

Lo Stato sta perdendo in teoria quasi 3 miliardi con l’investimento nella banca senese. E’ stato evitato il contagio sistemico ma mese dopo mese aumento il rischio di non recuperare i soldi dei contribuenti.


 
 

Il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, continua a esprimere ottimismo su Banca del Monte dei Paschi di Siena ma finora il salvataggio si sta rivelando un bagno di sangue per lo Stato e quindi per i contribuenti.

Negli ultimi due giorni il titolo della banca senese ha perso più del 10% scendendo ieri a 3,62 euro e segnando così una capitalizzazione di 3,88 miliardi. Il Tesoro, che con la complessa operazione di salvataggio dello scorso anno ha investito 5,6 miliardi di euro, deve quindi registrare sulla carta una perdita di 2,98 miliardi di euro. Nei momenti caldi del salvataggio Padoan ha spesso manifestato la sua fiducia sulla possibilità di recuperare in pieno quanto versato ma al momento i segnali non sono certo quelli del rilancio da mesi auspicato dai vertici aziendali.

Anzi, gli ultimi risultati di bilancio mostrano uno scenario preoccupante e il mercato ha manifestato tutta la sua perplessità bocciando in pieno conti e prospettive. Il Tesoro potrà anche accontentarsi del risultato raggiunto con l’eliminazione del rischio di un contagio sistemico dalle conseguenze imprevedibili ma dovrà evidentemente prendere atto della difficoltà di recuperare l’investimento, quantomeno al 100%, entro il termine del 2021 imposto dalle autorità europee. 

In soccorso dello Stato potrebbe anche arrivare un cavaliere bianco nella veste di una banca interessata a rilevare l’istituto guidato da Marco Morelli, ma con quali condizioni è tutto da verificare. Il rischio è che un qualsiasi operatore interessato accetti di rilevare la banca per un “tozzo di pane” lasciando ai contribuenti il conto di un salvataggio necessario sì ma doloroso per casse statali già in difficoltà per l’enorme mole del debito pubblico e costantemente sotto l’attento monitoraggio della Ue.

Del resto il rilancio di Mps non solo è lento, come ha ammesso lo stesso Morelli, ma procede anche sui binari strettissimi imposti dalla Bce, che limita fortemente l’operatività della banca e quindi ne mette a rischio la capacità di raggiungere gli stessi target imposti paradossalmente al momento del salvataggio dai funzionari dell’Eurotower. E’ un cane che si morde evidentemente la coda, una situazione che, dopo i conti del 2017, rischia di rendere del tutto inutile quanto orchestrato l’anno scorso tra mille polemiche e diatribe politiche. 

Oggi, comunque, dalla Borsa arriva un minimo segnale di fiducia con il titolo in rialzo dello 0,9% circa a 3,43 euro, ma si tratta sempre di un livello decisamente lontano dai 6,5 euro per azione sborsati a giugno dallo Stato per evitare il crac definitivo. Rosario Murgida Finanzareport.it

CreVal sotto attacco, verso aumento capitale iperdiluitivo. Credit Agricole rinvia dossier M&A

Niente rinvio a dopo le elezioni per l’aumento di capitale di Credito Valtellinese (CreVal) che oggi dovrebbe fissare il prezzo delle nuove azioni che incorporeranno lo sconto rispetto al terp. Il via della ricapitalizzazione da 700 milioni di euro, ben sei volte l’attuale capitalizzazione della banca valtellinese (118 mln di euro alla chiusura di ieri) è previsto lunedì 19 febbraio.

Il titolo CreVal è stato sospeso oggi al ribasso quando cedeva oltre il 5,5% a 10,11 euro.

 

Creval attende il via libera della Consob alla pubblicazione del prospetto informativo in modo da far partire l’aumento lunedì prossimo. L’aumento di capitale, secondo quanto riporta oggi Il Messaggero, dovrebbe ricalcare quanto fatto da Banca Carige al quale è stato applicato uno sconto del 26% sul valore ante stacco dei diritti in relazione al prezzo molto basso (fu di 0,01 euro). L’obiettivo della banca di Sondrio è raggiungere un price/book value (rapporto tra prezzo del titolo e valore del capitale proprio) compreso fra 0,4-0,47. Il valore dei nuovi titoli, rimarca il quotidiano romano, potrebbe essere meno della metà del prezzo corrente.

 

Il management della banca nel road show in vista del rafforzamento patrimoniale avrebbe alzato gli obiettivi di riduzione dei crediti deteriorati con stock NPL in calo di 2,3 mld entro giugno rispetto agli 1,7 mld indicati nel piano al 2021.

Intanto rimane acceso il capitolo M&A che potrebbe scaldarsi per Creval dopo l’operazione di ricapitalizzazione. Secondo quanto riportato da Il Sole 24 Ore, dieci giorni fa il board del Credit Agricole ha deciso di rinunciare al dossier Creval, ma l’interesse si potrebbe riaccendere tra qualche mese. I vertici del Creval guardano in prospettiva a una partnership con un’altra banca. Tra le opzioni rilanciate nei giorni scorsi dagli analisti c’è anche una possibile progressiva mega fusione a due stadi fra Mps, Banco Bpm, Bper, Creval e la ligure Carige.

Titta Ferraro Finanzaonline

Carige esce da vigilanza Bce?

Titolo in grande spolvero a Piazza Affari in scia alla possibilità di un uscita dalla vigilanza dell’Eurotower e alle indiscrezioni su nuovi soci all’interno dell’azionariato.

Carige rischia di uscire dalla vigilanza della Bce. La possibilità – non si sa quanto positiva o meno – è stata avanzata dall’amministratore delegato Paolo Fiorentino, durante la conference call con gli analisti sui risultati del 2017.

“Abbiamo un orologio che sta partendo e che ci dovrebbe riportare nei perimetri di sorveglianza di Banca d’Italia”, ha sottolineato il banchiere parlando di crediti deteriorati sera fornire, però, alcuna certezza su uno scenario che, ovviamente, dipende del tutto dall’Eurotower.

La Bce vigila su 127 banche europee, di cui 15 sono italiane, sulla base di alcuni parametri di riferimento. Uno di questi è rappresentato dagli attivi di bilancio: devono essere superiori a 30 miliardi di euro e nel caso restino sotto tale soglia per tre anni allora il requisito decade. Per Carige si tratta di un dato ormai lontano dal limite imposto dalla banca centrale: dai 30 miliardi circa del 2015 sono scesi l’anno scorso a poco meno di 25 miliardi. Se anche alla fine del 2018 gli attivi saranno inferiori alla soglia allora, l’istituto ligure potrebbe tornare sotto la sorveglianza della Banca d’Italia anche se non è detto che l’evento si avveri.

Uno dei criteri dimensionali utilizzato a Francoforte per stabilire quali banche vigilare è infatti destinato a saltare ma resta la possibilità che i funzionari vogliano comunque mantenere sotto osservazione la banca ligure per la sua rilevanza economica nel territorio di riferimento. Alla fine dei conti non dovrebbe cambiare molto visto che Palazzo Koch esercita la sua attività di vigilanza d’intesa con la Bce.

Qualcosa sembra invece destinato a cambiare nell’azionariato. Le ultime indiscrezioni di stampa parlano di un riposizionamento dei grandi fondi internazionali con alcune realtà del mondo degli istituzionali che hanno acquisto partecipazione superiori al 5% sia per scommettere sul piano di rilancio di Fiorentino sia per anticipare il probabile avvio del processo di consolidamento con l’istituto ligure al centro di diverse ipotesi e vari scenari di aggregazione.

Sono tutte indiscrezioni ancora da confermare ma intanto il titolo ne beneficia come dimostrato da un rialzo in Borsa di oltre il 4%.Rosario Murgia finanzareport)Carige rischia di uscire dalla vigilanza della Bce. La possibilità – non si sa quanto positiva o meno – è stata avanzata dall’amministratore delegato Paolo Fiorentino, durante la conference call con gli analisti sui risultati del 2017.

“Abbiamo un orologio che sta partendo e che ci dovrebbe riportare nei perimetri di sorveglianza di Banca d’Italia”, ha sottolineato il banchiere parlando di crediti deteriorati sera fornire, però, alcuna certezza su uno scenario che, ovviamente, dipende del tutto dall’Eurotower.

La Bce vigila su 127 banche europee, di cui 15 sono italiane, sulla base di alcuni parametri di riferimento. Uno di questi è rappresentato dagli attivi di bilancio: devono essere superiori a 30 miliardi di euro e nel caso restino sotto tale soglia per tre anni allora il requisito decade. Per Carige si tratta di un dato ormai lontano dal limite imposto dalla banca centrale: dai 30 miliardi circa del 2015 sono scesi l’anno scorso a poco meno di 25 miliardi. Se anche alla fine del 2018 gli attivi saranno inferiori alla soglia allora, l’istituto ligure potrebbe tornare sotto la sorveglianza della Banca d’Italia anche se non è detto che l’evento si avveri.

Uno dei criteri dimensionali utilizzato a Francoforte per stabilire quali banche vigilare è infatti destinato a saltare ma resta la possibilità che i funzionari vogliano comunque mantenere sotto osservazione la banca ligure per la sua rilevanza economica nel territorio di riferimento. Alla fine dei conti non dovrebbe cambiare molto visto che Palazzo Koch esercita la sua attività di vigilanza d’intesa con la Bce.

Qualcosa sembra invece destinato a cambiare nell’azionariato. Le ultime indiscrezioni di stampa parlano di un riposizionamento dei grandi fondi internazionali con alcune realtà del mondo degli istituzionali che hanno acquisto partecipazione superiori al 5% sia per scommettere sul piano di rilancio di Fiorentino sia per anticipare il probabile avvio del processo di consolidamento con l’istituto ligure al centro di diverse ipotesi e vari scenari di aggregazione.

Sono tutte indiscrezioni ancora da confermare ma intanto il titolo ne beneficia come dimostrato da un rialzo in Borsa di oltre il 4%.

Rosario Murgida finanzareport