PIOVE SUL BAGNATO PER IL CANDIDATO PADOAN: IL DUCETTO L’HA MESSO IN LISTA A SIENA DOPO IL SALVATAGGIO DEL MONTEPASCHI – MA IL TITOLO PRECIPITA PER I CONTI DELLA BANCA – SMENTITA L’ACQUISIZIONE DA PARTE DI UBI – CIRCOLA LA BATTUTA: MPS ANDRA’ AD INTESA PER UN EURO. NON COME LE BANCHE VENETE, MA QUANDO L’AZIONE ARRIVERA’ AD UN EURO

 

Buddy Fox* per www.affaritaliani.it

 

L'iceberg della Monte dei Paschi di SienaL’ICEBERG DELLA MONTE DEI PASCHI DI SIENA

Perché sarà pure diventata la banca dello Stato, salvata dal ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan, che proprio nel giorno della presentazione dei conti ha dichiarato “abbiamo rimesso l’istituto in careggiata”, ma qui, sia per le quotazioni di borsa e sia per i conti sembra non essere cambiato nulla: le falle chiuse si sono riaperte, oppure semplicemente ne sono spuntate di nuove.

 

Monte dei Paschi continua a mantenere fede al colore rosso, un tempo era solo il partito, ora sono i conti di bilancio, il primo dopo la pubblicizzazione non vede miglioramenti sostanziali, anzi, tutte le voci sono in costante calo: i ricavi sopra i 4 miliardi (-6% rispetto all’anno precedente), la raccolta a 193,6 miliardi (-4,5%), gli impieghi a 86,5 miliardi, ma con una riduzione di 20,2.

MARCO MORELLIMARCO MORELLI

 

L’unica voce in crescita sono le perdite, a 3,5 miliardi, in salita dell’8%, e non è certo un bel segnale. Venerdì scorso, il titolo in borsa ha chiuso al prezzo di 3,78€, con un rialzo del 3,5%, ma i conti non erano ancora stati visti. La mattanza è cominciata in questa nuova ottava, con un ribasso lunedì che si è mangiato totalmente il rialzo precedente il bilancio, e soprattutto nella giornata di oggi, dove Mps risulta essere la capofila tra i segni rossi del settore bancario.

 

Meno 5%, con lo scudo dello Stato o senza, pare di rivedere le antiche abitudini degli operatori stranieri che sembravano ormai un capitolo chiuso: si torna a punire Piazza Affari, con Ray Dalio capofila tra gli speculatori, come Annibale con i suoi elefanti, pronto a valicare le Alpi e radere al suolo la finanza tricolore.

 

boschi padoanBOSCHI PADOAN

Come dargli torto? L’occasione è ghiotta, sono passati mesi, stimoli monetari, miglioramento del ciclo economico, riduzione degli spread, (s)vendita degli Npl, ma il business di alcune delle nostre banche non cambia, l’inchiostro rosso allaga i conti. Un numero su tutti balza agli occhi, e potrebbe essere quello che inietta il virus, le quote sugli incagli che vengono trasformati in sofferenze: 1,1 miliardi nel 4° trimestre 2017 da 700 milioni del 3° trimestre 2017, quando erano 1 miliardo nel 4° trimestre 2016. Il verminaio sembra essere nascosto tutto negli incagli, lì potrebbero aver messo tutte le sofferenze, che piano piano, trimestre dopo trimestre vengono estratte, diluite.

 

Quanta vita ha ancora Mps? Ora che c’è lo Stato, la risposta è semplice: infinita, ma non si può continuare con questo bagno di sangue dei numeri, anche perché Mps è sempre più una banca debilitata, che ha perso la fiducia degli investitori (ormai da anni) con il titolo su nuovi minimi, e soprattutto dei correntisti, chi è scappato, difficilmente tornerà. L’unica soluzione a questo punto è in una fusione, un processo inevitabile per la banca toscana, ma anche per tutto il sistema italiano che ormai da troppo tempo soffre di nanismo nei confronti dell’Europa.

 

UBI BANCAUBI BANCA

Tanto per dare una cifra, il Banco Popolare, la banca nata dalla fusione tra Bpm e Banca Popolare, il terzo istituto in Italia, in Europa si classifica al 25° posto. Ora bisogna trovare un pretendente, questa è la parte più difficile, anche perché come si è visto recentemente chi tocca Mps, affonda, inteso come corsi di borsa. C’è già una battuta maliziosa che circola tra le sale operative, e cioè che anche Mps se la comprerà Intesa, a 1 euro.

 

Ovviamente non un euro di prezzo come fu per le banche venete, lo Stato non lo permetterebbe, ma un 1 euro come prezzo di borsa. Bisogna fare in fretta, marzo, il mese in cui la Bce vedrà pubblicata la versione definitiva sugli NPL, si avvicina, sarà un banco di prova molto difficile, conoscendo il carattere spigoloso della commissaria francese Daniele Nouy, che però proprio qualche settimana fa si era addolcita allungano i tempi degli esami, ed esortando ad agire con fusioni transnazionali.

 

carlo messinaCARLO MESSINA

Che tradotto significa, bisogna diventare più grandi in Italia, per poi difendersi e fare la caccia in Europa. “Le banche non sono aziende normali, si reggono su principi odiosi ai più, ma abbandonarne una senza gravi motivi si rischia di veder crollare l’intero castello,” parola di Enrico Cuccia, ed è per questo che Mps non fallirà, non è più il tempo dei fallimenti, questo è il tempo delle fusioni, ed Mps sembra essere la prima candidata al matrimonio.

 

Sarà Ubi Banca a portarla all’altare? Proprio oggi è arrivata la smentita, ma sappiamo come vanno queste cose, i prezzi non si regalano, soprattutto se devi andare a nozze con chi è pieno di debiti e dove sai già che dopo il pranzo di matrimonio non ci sarà né tempo e né soldi per una luna di miele. Ma si deve fare in fretta, altrimenti per la banca più antica al mondo, con più storia, sarà difficile avere un futuro dignitoso. dagospia.com

Gli hotel vanno a ruba: crescono gli acquisti di alberghi

In un anno i passaggi di proprietà sono aumentati del 65 per cento. Un giro d’affari che, comprendendo le piccole strutture, ha toccato i 2,7 miliardi

Più camere vendute (con un aumento del 3% nel 2017 secondo Federalberghi) e la ricerca da parte degli investitori di segmenti di mercato alternativi a uffici e negozi mettono le ali al mercato delle strutture ricettive. Stando a Colliers nel 2017 si sono registrati in Italia passaggi di proprietà alberghiera per un valore di 1.234 milioni di euro, con un balzo del 65,7% rispetto al 2016. Peraltro questo valore tiene conto solo delle transazioni riguardanti catene o singole strutture di lusso da parte di investitori istituzionali. Se si considerano anche le operazioni di minore entità si arriva, secondo Scenari immobiliari, a 2,7 miliardi di euro.

Nel suo ultimo rapporto sul mercato Reag, società internazionale di consulenza controllata da Duff Phelps, sottolinea che nei primi nove mesi dell’anno è aumentato in maniera significativa sia il tasso di occupazione sia il ricavo medio giornaliero delle camere degli alberghi appartenenti a catene. La città più redditizia in assoluto è Venezia, dove il ricavo medio di una stanza sfiora i 360 euro; il tasso di occupazione (percentuale dei giorni di un anno in cui una camera è occupata) è del 73,2%; quota superata solo dall’altra città d’arte per definizione, Firenze, dove l’occupazione è del 78,6% ma l’incasso per camera scende a 179 euro. A Milano l’occupazione è salita del 7,9% al 70,1% e il ricavo giornaliero si è attestato a 142 euro; a Roma si toccano i 149 euro e l’occupazione è del 71,7%, in crescita dell’1,7%. Nella tabella elaborata da Reag segnaliamo le più importanti transazioni aventi ad oggetto unicamente strutture ubicate in Italia; la più rilevante (130 milioni di euro) è l’acquisto di quattro alberghi a Castellaneta (Taranto) da parte del fondo Rainbow gestito da Serenissima sgr. Ancora più costoso (150 milioni) è stato il passaggio al Fondo Värde Partners del portafoglio Boscolo per un valore complessivo di 150 milioni: sono passate di mano nove strutture, tre delle quali in Italia (Milano, condotta in affitto, Roma, Venezia). Una curiosità, infine: il costo a stanza più elevato (566 mila euro) è stato invece pagato dal gruppo israeliano-olandese Omnam per l’acquisto a Roma della sede della Fratelli D’Amico Armatori, un palazzo d’epoca a ridosso di via Veneto e che verrà trasformato in albergo di lusso. In vista ci sarebbero altro grandi operazioni ed è verosimile che il 2018 si chiuderà con un ulteriore miglioramento del giro d’affari.

Più camere vendute (con un aumento del 3% nel 2017 secondo Federalberghi) e la ricerca da parte degli investitori di segmenti di mercato alternativi a uffici e negozi mettono le ali al mercato delle strutture ricettive. Stando a Colliers nel 2017 si sono registrati in Italia passaggi di proprietà alberghiera per un valore di 1.234 milioni di euro, con un balzo del 65,7% rispetto al 2016. Peraltro questo valore tiene conto solo delle transazioni riguardanti catene o singole strutture di lusso da parte di investitori istituzionali. Se si considerano anche le operazioni di minore entità si arriva, secondo Scenari immobiliari, a 2,7 miliardi di euro.

Nel suo ultimo rapporto sul mercato Reag, società internazionale di consulenza controllata da Duff Phelps, sottolinea che nei primi nove mesi dell’anno è aumentato in maniera significativa sia il tasso di occupazione sia il ricavo medio giornaliero delle camere degli alberghi appartenenti a catene. La città più redditizia in assoluto è Venezia, dove il ricavo medio di una stanza sfiora i 360 euro; il tasso di occupazione (percentuale dei giorni di un anno in cui una camera è occupata) è del 73,2%; quota superata solo dall’altra città d’arte per definizione, Firenze, dove l’occupazione è del 78,6% ma l’incasso per camera scende a 179 euro. A Milano l’occupazione è salita del 7,9% al 70,1% e il ricavo giornaliero si è attestato a 142 euro; a Roma si toccano i 149 euro e l’occupazione è del 71,7%, in crescita dell’1,7%. Nella tabella elaborata da Reag segnaliamo le più importanti transazioni aventi ad oggetto unicamente strutture ubicate in Italia; la più rilevante (130 milioni di euro) è l’acquisto di quattro alberghi a Castellaneta (Taranto) da parte del fondo Rainbow gestito da Serenissima sgr. Ancora più costoso (150 milioni) è stato il passaggio al Fondo Värde Partners del portafoglio Boscolo per un valore complessivo di 150 milioni: sono passate di mano nove strutture, tre delle quali in Italia (Milano, condotta in affitto, Roma, Venezia). Una curiosità, infine: il costo a stanza più elevato (566 mila euro) è stato invece pagato dal gruppo israeliano-olandese Omnam per l’acquisto a Roma della sede della Fratelli D’Amico Armatori, un palazzo d’epoca a ridosso di via Veneto e che verrà trasformato in albergo di lusso. In vista ci sarebbero altro grandi operazioni ed è verosimile che il 2018 si chiuderà con un ulteriore miglioramento del giro d’affari. Gino Pagliuca Corriere economia

Possibili scenari di M&A per le banche: i dossier sul tavolo latitano, ma le ipotesi su Creval e Carige non mancano

Ancora rumors sul Risiko bancario, con nuovi possibili scenari. Per ora non c’è nulla sul tavolo, solo indiscrezioni stampa che bastano però a riaccendere la questione. E se da qualche tempo circola l’ipotesi di una mega operazione di fusione in due tempi che coinvolga Mps, Banco Bpm, Bper, Creval e la ligure Carige (approfondisci la notizia), oggi il mercato torna sul tema con ultime indiscrezioni de “Il Sole 24 Ore” che parla di un nuovo riassetto del settore bancario che “passa per la via Emilia”.

Certo, i tempi non sono ancora completamente maturi visto che al momento la maggior parte degli istituti di credito italiani sono alle prese con i piani di derisking. Però, una volta archiviata la questione Npl potrebbero tornare a guardare ai dossier M&A, con il risiko che potrebbe entrare nel vivo alla fine del 2018 o a inizio 2019.
Credem, Agricole e Unipol-Bper. Questi i soggetti che, secondo il quotidiano finanziario di Confindustria, potrebbero accendere questa nuova fase di aggregazione “tra banche di medio livello”. Di recente Credem ha ribadito la propria apertura versooperazioni di fusione e acquisizione, e stando a quanto riferisce “Il Sole 24” potrebbe acquisire una banca di media dimensione, puntando a rilevare eventuali quote in optate di futuri aumenti di capitale. C’è poi Cariparma Agricole Italia, banca in cui non sembra essersi spenta la voglia di fare shopping in Italia, dopo avere rilevato tre casse di risparmio del centro Italia (Cesena, Rimini e San Miniato). Al centro dei rumors ancora Bper: secondo le ricostruzioni stampa potrebbe dare vita a un polo con la ligure Carige, a cui potrebbe unirsi anche Unipol Banca una volta completate le operazioni sul fronte Npl. Per l’istituto di Modena al momento però la priorità è il rinnovo del cda.

 
 

Più in generale, affinché questo processo riparta sarà fondamentale avere un quadro più chiaro su due fronti: ai attendono chiare indicazioni a partire da metà marzo da Commissione europea e Vigilanza Bce sui crediti deteriorati e si guarda anche alla sentenza della corte costituzionale sulla riforma delle popolari.

Cosa ne pensa Mediobanca Securities
Gli analisti di Mediobanca Securities, che hanno passato al setaccio i rumors odierni apparsi sulla stampa nazionale, “vedono Bper interamente concentrata sul suo piano di riduzione del rischio. Di conseguenza, non si attendono nulla nel breve termine, e aspetto più importante considerano il fatto che Carige debba prima focalizzarsi sulle questioni interne (de-risk in primis) prima di prendere parte al processo di consolidamento”. Per quanto riguarda, Credem gli esperti ricordano che il top management ha ammesso di essere pronta a prendere parte a possibili operazioni di M&A. “I target sarebbero banche tradizionali, ma al momento non c’è nulla sul tavolo”, sottolineano da Mediobanca Securities.

Capitolo Creval
Sotto la lente oggi Credito Valtellinese (CreVal), con il cda chiamto oggi a fissare il prezzo dell’aumento di capitale (approfondisci la notizia). E nell’attesa tengono banco, ricordano gli analisti di Equita che confermano la raccomandazione hold su Creval, le ipotesi di aggregazione de “Il Sole 24 Ore”, secondo il quale sia Credem che Bper, essendo propense ad aggregare una banca media, potrebbero essere interessate a Creval. Quanto a Crédit Agricole avrebbe analizzato il dossier Creval dieci giorni fa, ma per il momento avrebbe deciso di soprassedere in attesa di completare l`integrazione delle tre banche salvate.Daniela La Cava finanzaonline

San Valentino nel vicolo più romantico d’Italia dove i baci sono l’unico modo per attraversarlo

 

Dall’odio, un’inno all’amore. Vicolo Baciadonne di Città della Pieve è ritenuto uno dei più romantici e stretti d’Italia. È stata creata per separare le proprietà confinanti di due vicini in perenne lite fra loro. Ma anno dopo anno è stata l’arguta fantasia popolare a cambiare il suo destino. 

 

Lo stretto tunnel non supera gli 80 centimetri di larghezza e costringe i passanti a incontri «molto ravvicinati», tanto da «sfiorarsi le labbra». Una caratteristica che ha commutato il vicolo da confine conteso a passaggio dell’amore, che ogni San Valentino diventa un punto di ritrovo per innamorati. 

 

 

 

La conformazione urbanistica di questa cittadina umbra risale alla prima metà del Tredicesimo secolo, a quando l’antica Castel della Pieve, già sottomessa da Perugia fin dal 1188, si affermò come libero Comune. 

 

Ed è proprio nel suo borgo medievale che si trova il Baciadonne, il vicolo dell’amore, che anche quest’anno farà da cornice all’evento «Love Street», con tanto di contest fotografico su Facebook e Instagram con l’hashtag #vicolobaciadonne. 

 

 

 

Il dedalo di vie di Città della Pieve è famoso in tutto il mondo. Si snoda tra via Fiorenzuola (la strada dei mercanti fiorentini), piazza di Spagna, piazza XIX Giugno (l’ex piazza del Mercato), e include due strade molto particolari. 

 

Si tratta di via del Barbacane, che deve il suo nome al rincalzo difensivo delle mura medievali prospicienti, e di vicolo Baciadonne, appunto, che s’incontra poco dopo l’oratorio di Santa Maria dei Bianchi, dove è conservata L’adorazione dei Magi del Perugino. 

 

 

 

Il Baciadonne ha una larghezza variabile, che oscilla fra i 53 e gli 80 centimetri. Misure che lo rendono molto stretto, ma certo il vicolo più piccolo d’Italia.  

 

A detenere il record italiano è un vicolo del borgo di Ripatransone, in provincia di Ascoli Piceno. Non ha un nome ma è largo appena 43 centimetri, per poi restringersi più in alto sino a 38 centimetri. A contendersi il podio di quest’insolita classifica è anche la Ruetta di Civitella del Tronto, largo anch’esso 43 centimetri.  

 

 

A livello mondiale, invece, il Guinness di strada più stretta del mondo spetta a Spreuerhofstrasse, a Reutlingen, in Germania, a una quarantina di chilometri da Stoccarda, che nel punto più stretto misura appena 31 centimetri.NOEMI PENNA LA STAMPA

 

 

Gli americani comprano Italo e il governo sta a guardare. Ecco perché non ha potuto fare nulla

Un treno Italo di Ntv – foto Agf

C’è stato o non c’è stato un vaglio istituzionale sul passaggio di proprietà di Ntv dagli azionisti privati italiani a un soggetto estero? Ovvero: il governo ha esaminato o no l’offerta del fondo Gip sulla società Nuovo trasporto viaggiatori seguendo le indicazioni della legge sulla Golden power?

 

La risposta alle due domande è “no”. Non c’è stato alcun vaglio governativo dell’operazione nonostante la Golden power – ovvero i poteri speciali dell’esecutivo sulle acquisizioni di società italiane ad opera di soggetti extra Ue – si estenda anche al settore dei trasporti, come indicato dalla legge del 2012.

 

Perché il governo non si è interessato? Semplicemente perché mancano provvedimenti attuativi nel comparto trasporti che consentano all’esecutivo di intervenire per esaminare le operazioni che rientrano nella legge sulla Golden power. Eppure i ministri Piercarlo Padoan (Economia e finanze) e Carlo Calenda (Sviluppo economico) avevano espresso l’auspicio che Ntv si quotasse in Borsa invece di essere venduta.

Nella foto Pier Carlo Padoan, Carlo Calenda. Pierpaolo Scavuzzo / AGF

Ecco quello che una fonte governativa al corrente degli iter normativi sui poteri speciali dice a Business Insider Italia: “Le modifiche introdotte dal decreto fiscale non sono ancora operative. Mancano infatti i decreti attuativi, in corso di predisposizione”. Quindi il governo non ha potuto opporsi – nel caso lo avesse voluto – all’acquisto della società presieduta da Luca di Montezemolo e guidata dall’amministratore delegato, Flavio Cattaneo, al fondo americano Global Infrastructure Partners (Gip).

La fonte governativa fa riferimento al decreto fiscale intitolato “Disposizioni urgenti materia finanziaria e per esigenze indifferibili” della fine dello scorso anno. E i decreti attuativi che mancano – appannaggio in particolare del ministero dello Sviluppo economico retto da Carlo Calenda, di concerto con il ministero dell’Economia guidato da Piercarlo Padoan – sono previsti dall’articolo 14 del decreto fiscale.

L’articolo 14 in questione riguarda “Modifiche al decreto legge 15 marzo 2012, n. 21, in materia di revisione della disciplína della Golden Power e di controllo degli investimenti extra Ue“. “L’articolo 14 – spiega una nota dell’ufficio studi della Camera – interviene sulla disciplína dell’esercizio dei poteri speciali del governo in ordine alla governance di società considerate strategiche nel comparto della sicurezza e della difesa, dell’energia, dei trasporti e delle comunicazioni, di cui al decreto-legge n. 21 del 2012“.

In particolare, la legge prevede una “generale sanzione amministrativa pecuniaria ove siano violati gli obblighi di notifica, funzionali all’esercizio dei poteri speciali da parte del Governo nel comparto della difesa e della sicurezza nazionale (comma 1, lettera a) e si estende l’esercizio dei poteri speciali applicabili nei settori dell’energia, dei trasporti e delle comunicazioni, al settore della cd. alta tecnologia (comma 1, lettera b, nn. 1-5)”. Inoltre, “si individua un criterio specifico cui il governo deve attenersi nell’esercizio dei poteri speciali, con riferimento a quelle operazioni di acquisto da parte di soggetti extra UE di società che detengono attivi strategici nel settore energetico, dei trasporti e delle comunicazioni, ove l’acquisto di partecipazioni determini l’insediamento stabile dell’acquirente”.

Diego Della Valle e Luca Cordero Di Montezemolo. Vittorio Zunino Celotto/Getty Images

Ma che cosa poteva e doveva fare il governo se avesse approvato i decreti attuativi? La disciplina dei poteri speciali contenuta nel D.L. n. 21 del 2012, ribattezza legge sulla Golden power, specifica che “tali poteri consistono nell’imposizione di specifiche condizioni nel caso di acquisto di partecipazioni in imprese che svolgono attività di rilevanza strategica per il sistema di difesa e sicurezza nazionale; nel diritto di porre il veto all’adozione di delibere societarie aventi ad oggetto, tra l’altro, le vicende straordinarie delle società di rilevanza strategica; nel diritto di opporsi all’acquisto, a qualsiasi titolo, di partecipazioni in dette imprese”.

Con riferimento agli aspetti procedurali dell’esercizio dei poteri speciali e le conseguenze che derivano dagli stessi o dalla loro violazione, aggiunge la legge, “sono nulle le delibere adottate con il voto determinante delle azioni o quote acquisite in violazione degli obblighi di notifica al governo, nonché le delibere o gli atti adottati in violazione delle condizioni imposte”.

  • Michele Arnese Businessinsider

Banche: Italia maglia nera in Ue per le sofferenze

Un bel grattacapo per le banche europee che difficilmente sparirà sono gli Npl, il cui peso sui bilanci è arrivato a sfondare il muro dei 944 miliardi di euro. Le autorità europee stanno spingendo i finanziatori a vendere o liquidare il credito in sofferenza, ma sono divise su come affrontare il problema.

Il problema è particolarmente grave nei paesi più duramente colpiti dalla crisi del debito sovrano. La Grecia, che deve ancora uscire dal suo programma di salvataggio, si colloca in cima alla lista delle sofferenze, mentre l’Italia ha il maggior numero di sofferenze in termini assoluti.

 

Come scrive Bloomberg, le banche finanziarie hanno degli obiettivi prefissati per ridurre i loro livelli di credito in sofferenza attraverso la vendita di portafogli o la liquidazione di crediti. Intesa Sanpaolo S. p. A., la più grande banca italiana per valore di mercato, è in testa e prevede di accelerare la riduzione delle sofferenze, come ha dichiarato il mese scorso l’amministratore Delegato Carlo Messina. Secondo Messina e altre banche italiane “stanno facendo il lavoro giusto” e dovrebbero fare ulteriori progressi quest’ anno.Il nostro paese ha accumulato prestiti in sofferenza in anni di crescita economica scarsa o nulla. Il problema è aggravato dal sistema giuridico del paese, in cui i finanziatori impiegano più tempo a liquidare le garanzie che in molti altri paesi.

Dalla fine del 2014 le banche europee hanno complessivamente ridotto i loro crediti in sofferenza di oltre 280 miliardi di euro. La Banca centrale europeaafferma che il debito inesigibile è ancora “un problema importante” che deve essere affrontato dai finanziatori. Guardando all’Italia invece il flusso di nuovi crediti deteriorati è sì in calo ma il livello rimane superiore a quello registrato prima della crisi finanziaria. La Banca d’Italia afferma che un miglioramento del mercato immobiliare sta contribuendo a ridurre i rischi per le banche. Ma la strada è lunga.

Alessandra Caparello wallstreetitalia

AMMUCCHIATA BANCARIA – NELLE SEGRETE STANZE SI STUDIA UNA FUSIONE A CINQUE: IL PIVOT DOVREBBE ESSERE LA BPM, A CUI SI POTREBBERO/DOVREBBERO AGGANCIARE MONTEPASCHI E CARIGE DA UNA PARTE; E CREVAL E UBI DALL’ALTRA – L’OPERAZIONE DOVREBBE SCATTARE A FINE 2019

Da www.ilsecoloxix.it

 

IGNAZIO VISCOIGNAZIO VISCO

Chiuse le trimestrali torna sul mercato l’idea che, una volta sistemato il fardello dei non performing loans, gli istituti di credito italiani debbano proseguire nel processo di aggregazione. E, tra le banche di cui più si parla, c’è anche Carige.

 

BPM BANCA POPOLARE DI MILANOBPM BANCA POPOLARE DI MILANO

Il tema del consolidamento è centrale come opzione per dare valore, come ha accennato il Governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco nelle sue considerazioni al Forex di Verona sabato. L’integrazione tra il Banco Popolare e la Bpm ha dato il via ad un processo che è destinato a proseguire anche perché, come evidenziato dallo stesso Visco, le banche sono chiamate ad una profonda revisione che passa anche attraverso aggregazioni o iniziative di tipo consortile che consentano di sfruttare sia sinergie di costo e sia in termini di ricavi.

creval credito valtellineseCREVAL CREDITO VALTELLINESE

 

E proprio la nuova realtà del Banco Bpm potrebbe essere l’architrave di un futuro risiko. D’altro canto una simile ipotesi non dispiace anche allo stesso a.d. «Se riusciamo a completare il nostro piano penso che a fine 2019 saremo in una situazione solida tale da poter riuscire a guardare ad altri», è stato il commento di Giuseppe Castagna sul tema. Parole che hanno scaldato il titolo in Borsa in avvio di seduta e che poi in chiusura è stato uno dei pochi del credito in positivo.

CARIGECARIGE

 

Da fine 2019 le opzioni per il Banco Bpm, secondo quanto si raccoglie, potrebbero essere dunque Mps e Carige insieme (entrambe sotto pressione in Borsa dopo i conti) oppure la riproposizione di una aggregazione con Ubi. Ci sono poi le avance che il Creval, impegnato a portare a casa un aumento di capitale da 700 milioni, rivolge da tempo alla Popolare di Sondrio da sempre abbastanza fredda ma, comunque, intenzionata ad esplorare nuove opportunità.

UBI BANCA BRESCIAUBI BANCA BRESCIA

 

mpsMPS

Ed è recente, in tema di aggregazioni, una simulazione di Equita che si è esercitata su una mega fusione a 5: Mps, Banco Bpm, Bper, Creval e Carige le protagoniste sotto il patrocinio del Mef. Un gigante da 12 miliardi di euro di capitalizzazione che controllerebbe il 20% del mercato.dagospia.com

 

Bper torna in corsa per il 40% di Arca Sgr

La partecipazione messa in vednita dai commissari delle banche venete. Interessati anche alcuni fondi esteri

 
 

Bper torna a vedere all’orizzonte la possibile acquisizione del 40% di Arca Sgr attualmente in capo alle banche venete in liquidazione coatta amministrativa (Lca). Un’operazione che gli analisti hanno più volte indicato come sensata per la banca modenese, che controlla già il 32,75 della sgr. 

In partcilare Bper è primo azionista di Arca nonché il maggiore distributore dei suoi prodotti. La Banca Popolare di Sondrio è il secondo azionista x con una quota del 21,1% del capitale. La Popolare di Vicenza (Bpvi) e Veneto Banca detenevano invece invece il 20% a testa della Sgr, rimasta esclusa dal perimetro dell’acquisizione di Intesa Sanpaolo (a 1 euro) e rimasta appunto ai commissari che si stanno occupando di vendere gli ultimi cespiti delle ex venete. 

Ora, secondo fonti di stampa, i commissari avrebbero affidato alla banca giapponese Nomura il mandato di gestire la vendita della quota di Arca tramite un’asta competitiva. Il prezzo di cessione sarebbe stimato tra 350/400 milioni. Fra i soggetti potenzialmente interessati all’acquisto della partecipazione figurerebbero anche i fondi internazionali Atlas, Cerberus e Centerbridge.

Nel giugno scorso Bper e la stessa Popolare di Sondrio sarebbero state a un passo dall’acquisizione. Nel frattempo, proprio in quelle settimane, la Popolare di Vicenza e Veneto Banca sono finite in liquidazione coatta amministrativa. Ma tra i commissari e i vertici di Bper, per lo meno, non ci sono stati più contatti. 

Bper, che ha riportato conti migliori delle attese nel 2017, raddoppiando il dividendo, ha incassato oggi la conferma della raccomandazione da parte di Société Générale, con target price di 6,2 euro. Stesso giudizio confermato da Kepler Cheuvreux, che ha alzato leggermente il prezzo obiettivo da 5,6 euro a 5,9 euro. In Borsa il titolo Bper segna alle ore 12,20 +1,5% a 4,61 euro contro il +0,17% del Ftse Mib. (StefanoNeri Finanza Report)

CONTRO IL DEBITO PUBBLICO LA MIGLIOR ARMA E’ L’AZIONE: CARO FRANCO, PERCHE’ NON HAI RIMBORSATO I DEBITI A MPS ?

Come fa notare Economia spiegata facile di Costantino Rover c’è un problema: quale miglior arma contro il debito pubblico, che agire direttamente per ridurlo?

FRANCO DE BENEDETTI, presidente dell’Istituto Bruno Leoni, è anche nel CdA di CIR, la finanziaria della famiglia De Benedetti. CIR era la controllante di SORGENIA quando questa risultò insolvente verso Monte Dei Paschi di Siena per 600 milioni, il maggiore insoluto dell’istituto senese. CIR si rifiutò di ricapitalizzare Sorgenia, cedendone in modo estremamente profittevole una parte –

A causa anche di questi forti insoluti MPS ha dovuto essere ricapitalizzato dallo stato con 5,4 miliadi , TUTTO DEBITO PUBBLICO IN PIU’ !!

Invece di mettere i tabelloni nelle stazioni , non era meglio pagare i debiti. Questi sono i successi dei “Grandi imprenditori” italiani.

scenarieconomici.it

 

Mustier-Nagel, cosa c’è dietro le frizioni su Italo e Generali

Jean-Pierre Mustier, le français à la tête d'UniCredit depuis juillet, vient d'annoncer un plan drastique : restructuration du bilan et de l'entreprise qui va mener une augmentation de capital massive de 13 milliards d'euros.

 

Il n.1 di Unicredit ha vissuto la cessione dell’impresa ferroviaria come un intervento a gamba tesa dell’ad di Mediobanca. Una situazione già bollente per la vicenda della compagnia di assicurazioni. I retroscena.

Jean Pierre Mustier e l’Italia, storia di un rapporto sempre più difficile. Se tra le mura di casa non c’è partita, sul fronte esterno al numero uno di Unicredit ogni giorno sembra portare la sua pena. Ma andiamo con ordine. Mustier sta ribaltando la ex banca milanese chiamando alla sua corte soltanto manager internazionali (salvo qualche eccezione come Marco Bizzozero, pronto a diventare responsabile del wealth management).

DUBBI SULLA SPINTA ESTEROFILA. Una decisione che sta dando buoni frutti ed è fortemente sostenuta dall’attuale presidente Giuseppe Vita, da sempre vicino ad Allianz, ma non dal futuro numero uno Fabrizio Saccomanni che guarda con qualche sospetto a questa spinta esterofila. Perplessità che, bisogna sottolineare, lasciano indifferente il “capo”, soprannome di Mustier.

PESSIMI RAPPORTI CON MESSINA. Se in piazza Gae Aulenti nessuno fiata, più caldo è il clima che si respira fuori porta. I conflitti aperti sono molti. Come tutti sanno i suoi rapporti con Carlo Messina sono pessimi. Il ceo di Intesa non sopporta quel senso di superiorità, tipicamente francese, che è parte integrante del carattere di Mustier. Il quale, a sua volta, mal tollera le ambizioni internazionali di Messina. Su un punto però concordano. Nessuno dei due fa mistero di questa incompatibilità che li ha portati più volte a scontrarsi (leggi Assicurazioni Generali, gestione crediti deteriorati, banche Venete).

Mustier Messina

Da sinistra, l’ad di Unicredit Jean Pierre Mustier e Carlo Messina di Intesa SanPaolo.

Ma adesso il fronte si sta allargando. Nel mirino di Mustier è tornato anche Alberto Nagel. Il banchiere transalpino ha vissuto la cessione di Italo come un intervento a gamba tesa da parte dell’ad di Mediobanca.

CESSIONE CON EFFETTI COLLATERALI. La vendita della società al fondo americano Gip gestita da Piazzetta Cuccia ha avuto due effetti collaterali. Da un lato Nagel ha fatto un favore a Intesa che, pur essendo grande azionista di Italo, vedeva con qualche preoccupazione il collocamento. Dall’altro la cessione ha interrotto l’Ipo riducendo il ruolo e le commissioni di Unicredit, che era bookrunner e sponsor della quotazione assieme a Banca Imi, Barclays, Credit Suisse e Goldman Sachs.

SPINTA PER CAMBIARE GENERALI. Il rampante francese dall’alce mascotte sempre con sé, azionista principale di Mediobanca, ha colto al volo l’occasione per manifestare tutto il suo forte disappunto a Nagel. Come se non bastasse in queste settimane i rapporti tra Unicredit e Mediobanca si erano già surriscaldati per la vicenda Generali. È ormai risaputo che i soci privati (Caltagirone in testa) sono in rotta con il ceo corso Philippe Donnet e vorrebbero un radicale cambiamento al vertice (certa, per esempio, è l’uscita del direttore finanziario Luigi Lubelli).

Nagel

Alberto Nagel, ceo di Mediobanca.

Il cambio della guardia non trova però il totale supporto in Piazzetta Cuccia. E il motivo è chiaro. L’istituto milanese, che controlla il 13% della compagnia è, a sua volta, fortemente condizionato da Mustier e da Vincent Bollorè, amici di Donnet e azionisti forti di Mediobanca.

VICENDA CHE DIVENTA ESPLOSIVA. Col passare del tempo la vicenda rischia però di diventare esplosiva. Nagel, che sta faticosamente trovando un percorso per la sua banca, vorrebbe cedere una quota di Generali per investire nel risparmio gestito ma Mustier, a cui già sono state offerte azioni Generali, frena questo processo perché teme si possano innescare nuovi equilibri e processi che mettano fine alle tradizionali ambizioni di Axa sul Leone di Trieste.

APPARE LA HOLDING EDIZIONE. Come se non bastasse sul palcoscenico triestino è apparso improvvisamente Edizione, la holding di investimenti dei Benetton. Il gruppo di Ponzano Veneto, guidato da Marco Patuano, ha già rastrellato il 2% di Generali, ma punta al 5%. Una quota che, con Mediobanca venditrice, potrebbe diventare un grimaldello per ribaltare l’attuale assetto azionario della compagnia. Proprio quello che non vuole Mustier, visto il pesante coinvolgimento politico nella battaglia Vivendi-Telecom.

 Lettera43