Il giorno della verità sull’inflazione americana che spaventa tanto i mercati

Jerome Powell, il nuovo presidente della Federal Reserve, ha preso ufficialmente ieri la guida della banca centrale americana e nella cerimonia di insediamento ha sparso ottimismo a piene mani: “L’economia mondiale si sta riprendendo in modo forte per la prima volta da un decennio”, ha detto, e poi ha aggiunto: “Siamo nel processo di una normalizzazione graduale dei tassi”.

 

Che cosa farà la Fed di Powell sui tassi è il rebus che in questi giorni sta tenendo in ansia gli operatori finanziari. Dalle scelte della banca centrale Usa in materia di saggi di interesse dipende molto dell’andamento futuro di Wall Street e delle altre Borse di tutto il mondo.

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Un primo importante indizio, atteso con ansia dagli investitori, arriverà oggi pomeriggio (alle 14,30 ora italiana) con il dato sull’andamento dell’inflazione in Usa a gennaio. Proprio i segnali di un rialzo dell’inflazione americana, spinta da un’improvvisa crescita dei salari, hanno innescato 15 giorni fa la violenta correzione dei mercati azionari. Dal 25 gennaio in 12 sedute Wall Street ha perso il 9%, la Borsa di Tokio è caduta del 10%, Piazza Affari è scesa del 6%, Francoforte dell’8%.

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Il consensus (media delle previsioni degli economisti) si aspetta che a gennaio i prezzi al consumo siano saliti dell’1,9%, in rallentamento dal +2,1% di dicembre. In teoria, ogni dato inferiore a +1,9% dovrebbe essere accolto bene dai mercati, perché significherebbe che il rischio di inflazione non è così forte e quindi la Fed non ha urgenza di alzare i tassi. Nel caso contrario, le vendite di azioni e di obbligazioni potrebbero ripartire, con gli operatori che si preparano a un’accelerazione del rialzo dei tassi rispetto all’attuale previsione di tre ritocchi all’insù nel corso del 2018.

Insomma, come già si è visto in tante altre occasioni, le Borse sono tornate a ragionare “al contrario”: quello che è buono per le famiglie e l’economia reale, come la crescita degli stipendi, diventa un dato negativo per gli investitori. E viceversa.

Questa è la conseguenza di 10 anni di mercati drogati dalla liquidità. Dopo la crisi del 2007/2008 la Fed, la Bce e le altre principali banche centrali non hanno esitato a stampare moneta per evitare che le economie collassassero.  Per anni il timore di Mario Draghi e di Janet Yellen, l’economista che ha guidato la Fed fino a 15 giorni fa, era la deflazione, ovvero lo scenario da incubo in cui i prezzi scendono, i consumatori rimandano gli acquisti, le aziende non vendono, i fallimenti si susseguono a catena.

Janet Yellen, governatrice della Fed e Mario Draghi, presidente della Bce. Kazuhiro Nogi AFP/Getty Images

 

E’ per questo che la giornata di oggi è cruciale per capire se il ribasso delle Borse si fermerà a quella che tecnicamente si chiama “correzione”, e quindi i mercati potranno riprendere il trend dominante che da 10 anni è rialzista,  o se c’è il rischio di un’ulteriore discesa.

Intanto, mentre le Borse soffrono, i bilanci delle aziende grondano utili. Per sottolineare che gli umori dei mercati possono non riflettere lo stato di salute dell’economia, Thomson Reuters ricorda che in Usa e in Europa siamo nel pieno della stagione dei risultati, con le aziende che tutti i giorni annunciano i dati del quarto trimetre 2017.  A oggi,  delle 500 società americane che compongono il paniere dell’indice S&P500, sono 349 quelle che hanno divulgato i risultati e di queste il 79% ha comunicato ricavi superiori alle attese e il 78% utili superiori alle attese. In media la crescita dei profitti è del 14,8% sullo stesso trimestre del 2016.

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