ATTENZIONE, CADUTA HONESTI! – ‘LE IENE’: DI MAIO NE HA CERTIFICATI 8 MA SONO 14 I PARLAMENTARI A 5 STELLE CHE HANNO PUBBLICATO BONIFICI MAI ARRIVATI AL FONDO DEL MICROCREDITO. E ALCUNI DI QUESTI HANNO USATO UN TRUCCO DIVERSO DA QUELLO GIA’ SVELATO – IL SENATORE BUCCARELLA, CHE SI FACEVA BELLO CON LE RESTITUZIONI NEL SUO VIDEO ELETTORALE, SI È TENUTO 137MILA EURO…

VIDEO: FILIPPO ROMA INCONTRA LUIGI DI MAIO

https://www.iene.mediaset.it/2018/news/sale-a-14-il-numero-dei-parlamentari-coinvolti-nella-rimborsopoli-m5s-video_301.shtml

 

 

luigi di maio filippo romaLUIGI DI MAIO FILIPPO ROMA

Sarebbero 14 i parlamentari Cinque stelle che hanno pubblicato dei bonifici che non sono mai arrivati a destinazione nel fondo per il microcredito. Questo il numero che risulta alla fonte de Le Iene e che sveliamo con questo nuovo episodio dell’inchiesta di Filippo Roma e di Marco Occhipinti, e che quindi contraddirebbe quanto detto da Luigi Di Maio. Il candidato premier dei Cinque stelle, infatti, il giorno dopo l’incontro con la nostra Iena, aveva reso noto l’esito dell’accertamento per verificare quanti parlamentari non fossero in regola con le restituzioni di parte dello stipendio, come vuole la regola del Movimento.

 

luigi di maio filippo romaLUIGI DI MAIO FILIPPO ROMA

Di Maio ha così comunicato che sarebbero otto i parlamentari morosi, con un buco di quasi 800mila euro. Ma secondo la nostra fonte sarebbero quasi il doppio. E alcuni di questi parlamentari morosi, ancora senza nome perché prima vorremmo incontrarli per chiedere conto, avrebbero escogitato un altro giochino originale per trattenere più soldi nelle loro tasche. Non si tratterebbe, quindi del solito metodo di annullamento del bonifico appena inviato, che permetteva così di inviare la ricevuta al sito tirendiconto.it e quindi di risultare formalmente in regola, che in tanti hanno praticato.

 

i furbetti del bonifico le iene su m5s 3I FURBETTI DEL BONIFICO LE IENE SU M5S 3

Donazioni volontarie che gli altri partiti non fanno, e che sono diventate un cavallo di battaglia dei Cinque stelle. Per questo Luigi Di Maio ha annunciato che i furbetti, chiamati dal leader del M5S in un primo tempo “mele marce”, sarebbero stati allontanati. La lista resa nota dallo stesso Di Maio di chi non ha versato comprende otto nomi: Ivan Della Valle (non ha restituito 270 mila euro), Girolamo Pisano (200 mila), Maurizio Buccarella (137 mila), Carlo Martelli (81 mila), Elisa Bulgarelli (43 mila), Andrea Cecconi (28 mila), Silvia Benedetti (23 mila) ed Emanuele Cozzolino (13 mila).

 

i furbetti del bonifico le iene su m5s 2I FURBETTI DEL BONIFICO LE IENE SU M5S 2

Noi avevamo pubblicato una lista più ampia, che comprendeva anche Massimiliano Bernini, Barbara Lezzi e Giulia Sarti. Nei prossimi giorni renderemo noti i chiarimenti dei parlamentari che non sono presenti nella lista di Di Maio e che siamo riusciti a incontrare. Secondo la nostra fonte, però, i parlamentari coinvolti nella mancata restituzione di parte del loro stipendio sarebbero 14, e nei prossimi giorni vi daremo ulteriori aggiornamenti.dagospia.com

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Toto’ e gli altri (seconda parte)

Umberto Eco scrisse invece una cosa opposta. Nel 2007 il suo editore gli propose di tradurre in cinese una raccolta di testi tratti dalla “Bustina di Minerva”, la rubrica che curò per l’Espresso tra il 1985 e il 2016. Disse che gli sembrava strano, perché i cinesi non avrebbero potuto capire i tanti riferimenti all’attualità italiana. Poi tirò in mezzo Totò, come esempio.

Cinesi a parte, mi chiedo se un nostro ragazzo del liceo sappia oggi cos’era il distributore di benzina di piazzale Loreto, e se la sua mente e il suo cuore – a meno che sia un cinefilo – siano mai stati illuminati dalla visita di Totò agli editori Zozzogno e Tiscordi, dopo che era sceso dal fatidico vagone letto. Ragione di più per dubitare della reazione dei cinesi a questi miei scritti. Il che m’indurrebbe a riflettere su come, in questo universo globalizzato in cui pare che ormai tutti vedano gli stessi film e mangino lo stesso cibo, esistano ancora fratture abissali e incolmabili tra cultura e cultura. Come faranno mai a intendersi due popoli di cui uno ignora Totò?

Lo scrittore, attore e regista napoletano Luciano De Crescenzo disse che «Totò era un comico di linguaggio e come tale non fu mai esportabile». E aggiunse:

Come è possibile far capire a un contadino dell’Arkansas cosa vuol dire “Sono un uomo di mondo perché ho fatto il militare a Cuneo”. O ancora: “a prescindere”, “eziandìo”, “mi scompiscio” o “tomo tomo, cacchio cacchio”?

Mina

Per gran parte della prima metà degli anni Sessanta, Totò, che già era molto famoso, non andò in televisione. Ci tornò nel 1965 per partecipare al varietà Studio Uno, condotto da Mina. Di lei, lui disse: «Quell’anima lunga che sembra un contrabbasso con tutte le corde a posto, quelle carni bianche da gelato alla crema, quella creatura recita poco e male, ride al momento sbagliato, coprendosi la bocca con la mano. Ma se si spengono le luci e lei comincia a cantare, da quella voce escono grandi palcoscenici, pianto e risate». Totò tornò a Studio Uno anche l’anno successivo, e quella volta c’era anche Alberto Sordi.

Alberto Sordi

Questa è famosa: pare che la prima volta che Totò vide Alberto Sordi disse “è capacino”. I due recitarono insieme in Totò e i re di Roma, del 1951. Sordi disse che i registi, Monicelli e Steno, lo chiamarono perché avevano bisogno di uno che interpretasse uno «così cattiva e così carogna» da bocciare un poveruomo come quello interpretato da Totò, che ha bisogno per lavoro di ottenere la licenza elementare. Nella scena Totò dovrebbe dire il nome di un pachiderma. Un esaminatore prova a suggerirgli che la risposta è “elefante”, facendogli capire che gli elefanti hanno una lunga proboscide. Totò capisce male e pensa a qualcuno con un grande naso: dice quindi “Bartali”.

Gino Bartali e Fausto Coppi

Nel film Totò al Giro d’Italia, uscito nel 1948, ci sono, tra gli altri, Fausto Coppi, Gino Bartali, Fiorenzo Magni, Freddy Kübler e Louison Bobet: tutti i migliori ciclisti di quegli anni.

Oriana Fallaci

Nel 1963 la giornalista Oriana Fallaci intervistò Totò per per la rivista L’Europeo.

Principe: io non La ho mai vista ridere. A parte il fatto che esser triste è la legge dei comici, io temo che Lei abbia sempre riso pochissimo: che non conosca il sapore di una bella risata.
Pochissimo, niente. Io non rido, sorrido. E, anche quello, raramente. Sorrido a lei, per esempio, perché è una donna: non si può mica parlare a una donna con il musone. Però vede: non è esatto nemmeno dire che io sia triste: son calmo, privo di ansia. Io l’ansia non la conosco. Deve influire, in questo, il mio residuo di sangue orientale, bizantino. Non so… starei ore e ore fermo a guardare il cielo, la luna. Io amo la luna, assai più del sole. Amo la notte, le strade vuote, morte, la campagna buia, con le ombre, i fruscii, le rane che fanno qua qua, l’eleganza tetra della notte. È bella la notte: bella quanto il giorno è volgare. Il giorno… che schifo! Le automobili, gli spazzini, i camion, la luce, la gente… che schifo! Io amo tutto ciò che è scuro, tranquillo, senza rumore. La risata fa rumore. Come il giorno.

Antonio de Curtis, su Totò

Sempre intervistato da Fallaci, Totò disse:

Ecco: ma a Lei… a Lei piace Totò? 
Le rispondo una cosa che non ho mai detto a nessuno, una cosa cui non crederà: ma vorrei ci credesse perché gliela dico col cuore in mano, signorina mia, glielo giuro sulla tomba di mia madre. Non mi piace neanche un po’. Anzitutto non mi piace come uomo: fisicamente. Signorina mia… ma l’ha visto, lei, quant’è brutto? La faccia, signorina mia… ma l’ha vista? Tutta torta, tutta asimmetrica. La parte di sinistra, passi: è una faccia lunga, una faccia triste. Ma la parte di destra, Gesù! Maria! che roba è? Buffa, dice lei. Senza dignità, dico io. Ah, come odio quella parte destra, quel mento! Dunque: anzitutto Totò non mi piace fisicamente. Poi non mi piace come personaggio… Perché, dice lei. Perché… non lo so: mi sta antipatico. Io quando mi vedo, o meglio quando mi vedevo al cinematografo, il che capitava assai raramente perché ho sempre detestato guardarmi allo specchio o sullo schermo, io mi guardavo e pensavo: Gesù, quanto è antipatico, quello. E poi Totò non mi piace come attore, come recita. Perché?, dice lei. Perché non lo so, perché non mi fa ridere. E badi che i film umoristici a me piacciono, divertono. Mi diverte Alberto Sordi, mi diverte Ugo Tognazzi, mi divertiva Charlot. Ma questo Totò, parola d’onore, non mi diverte per niente.

Oscar Luigi Scalfaro

Per farla breve: nel 1950 Scalfaro era un deputato di 32 anni della Democrazia Cristiana. A cena in un ristorante di Roma se la prese con una donna perché, a suo dire, aveva un vestito che ne metteva troppo in risalto la scollatura. La donna era una militante del Movimento Sociale Italiano e sia suo marito che suo padre, un colonnello dell’aeronautica, sfidarono Scalfaro a duello. Lui rifiutò, dicendo che la fede glielo impediva. Totò scrisse quindi una lettera a Scalfaro, pubblicata dal giornale L’Avanti:

Ho appreso dai giornali che Ella ha respinto la sfida a duello inviataLe dal padre della signora Toussan, in seguito agli incidenti a Lei noti. La motivazione del rifiuto di battersi da Lei adottata, cioè quella dei princìpi cristiani, ammetterà che è speciosa e infondata. Il sentimento cristiano, prima di essere da Lei invocato per sottrarsi a un dovere che è patrimonio comune di tutti i gentiluomini, avrebbe dovuto impedire a Lei e ai Suoi Amici di fare apprezzamenti sulla persona di una Signora rispettabilissima.
Abusi del genere comportano l’obbligo di assumerne le conseguenze, specialmente per uomini responsabili, i quali hanno la discutibile prerogativa di essere segnalati all’attenzione pubblica, per ogni loro atto.
Non si pretende da Lei, dopo il rifiuto di battersi, una maggiore sensibilità, ma si ha il diritto di esigere che in incidenti del genere, le persone alle quali il sentimento della responsabilità morale e cavalleresca è ignoto, abbiano almeno il pudore di sottrarsi al giudizio degli uomini, ai quali questi sentimenti e il coraggio civile dicono ancora qualcosa.

Benito Mussolini e Adolf Hitler

Una volta, a teatro, Totò imitò Adolf Hitler: «Io odio i capi, odio le dittature… Durante la guerra rischiai guai seri perché in teatro feci una feroce parodia di Hitler. Non me ne sono mai pentito perché il ridicolo era l’unico mezzo a mia disposizione per contestare quel mostro. Grazie a me, per una sera almeno, la gente rise di lui. Gli feci un gran dispetto, perché il potere odia le risate, se ne sente sminuito». Non furono mai davvero chiare le idee politiche di Totò. Di certo non fu mai particolarmente vicino al fascismo.

Totò e Mike Bongiorno

In Totò lascia o raddoppia?, del 1956.

Orson Welles

Per L’uomo, la bestia e la virtù – di Steno, del 1953 – Totò recitò con Orson Welles in una commedia tratta da un testo di Luigi Pirandello.

Antonio de Curtis su Totò, ancora

A proposito. Il vero nome, tutto intero, sarebbe: Antonio Griffo Focas Flavio Angelo Ducas Comneno Porfigenito Gagliardi De Curtis di Bisanzio, Altezza Imperiale, conte Palatino del Sacro Romano Impero, Esarca di Ravenna, Duca di Macedonia e di Illiria, Principe di Costantinopoli, di Cilicia, di Tessaglia, di Ponto, di Moldavia, di Dardania, del Peloponneso, conte di Cipro e di Epiro, conte e duca di Drivasto e di Durazzo.

Il doppiatore francese di Totò

Totò raccontò che una volta a Nizza, in Francia, entrò in un cinema per vedere Totò sceicco. Spiegò che «traducendo alla lettera le battute, il film perde il significato originale del nostro idioma e ne acquista un altro che spesso non dice niente». Più avanti, Totò parla anche della tendenza del cinema a ripetere se stesso e sfruttare i filoni buoni «fino a stancare il pubblico; fino a stancare il povero attore, meschino, egli».

Federico Fellini

Il più grande attore comico italiano non recitò mai in un film del più grande regista italiano, Federico Fellini. Ci andarono vicini per il film Il Viaggio di G. Mastorna, che però non si fece mai. I due comunque si piacevano e Fellini parlò di lui nel suo libro Fare un film.

Ricordate Totò? Che stupefacente, misteriosa apparizione! [… ] Il sentimento di meraviglia che Totò comunicava era quello che da bambini si prova davanti a un evento fatato, alle incarnazioni eccezionali, agli animali fantastici; la giraffa, il pellicano, il bradipo; e c’era anche la gioia e la gratitudine di vedere I’incredibile, il prodigio, la favola, materializzati, reali, viventi, davanti a te. Quella faccia improbabile, una testa di creta caduta in terra dal trespolo e rimessa insieme frettolosamente prima che lo scultore rientri e se ne accorga; quel corpo disossato, di caucciù, da robot, da marziano, da incubo gioioso, da creatura di un’altra dimensione, quella voce fonda, lontana, disperata: tutto ciò rappresentava qualcosa di così inatteso, inaudito, imprevedibile, diverso, da contagiare repentinamente, oltre che un ammutolito stupore, una smemorante ribellione, un sentimento di libertà totale contro gli schemi, le regole, i tabù, contro tutto ciò che è legittimo, codificato dalla logica, lecito.

Franca Faldini

Franca Faldini, attrice e scrittrice morta nel 2016, fu per anni la compagna di Totò. I due si conobbero dopo che lei le scrisse. Lui la vide nel 1952 su una copertina del settimanale e le scrisse:

Guardandola sulla copertina di Oggi mi sono sentito sbottare in cuore la primavera.

Eduardo De Filippo

Parlando di Totò, De Filippo – scrittore, attore, poeta, regista, drammaturgo, e anche altre cose – disse: «Qualunque cosa toccava, diventava incantata».

Aldo Fabrizi

Con Alberto Sordi, Totò recitò solo una volta. Con Aldo Fabrizi – altro grande attore romano, comico e drammatico – Totò recitò più spesso. E venivano anche bene in foto.

Anna Magnani

Così come nel caso di Fabrizi, Anna Magnani era tra i pochi considerati in grado di reggere la scena e i ritmi di Totò. I due fecero diverse cose insieme a teatro, ma dopo Roma città aperta (di Roberto Rossellini e con Aldo Fabrizi) lei preferì puntare sui film drammatici. Restarono molto amici per anni e recitarono insieme in un solo film: Risate amare.

William Shakespeare

Nel 1952 il signor Enfisio Zoncheddu di Cagliari scrisse (forse non davvero) al programma radiofonico La Giraffa: «Debbo confessare che, forse a causa della mia età Totò non mi diverte proprio per niente. Debbo però ammettere che ha un forte temperamento di attore. Temperamento che sortirebbe meglio nel dramma o nella tragedia, io penso. Sono sicuro pertanto che Totò farebbe molto meglio l’Amleto. Totò lo fece, più o meno. L’audio si può ascoltare qui. In alternativa, questo è Totò che, in un altra occasione, fa – più o meno – un altro famoso discorso scritto da Shakespeare.

 Il Post

Totò e gli altri

Frasi, video, foto e cose di tutti quelli che c’entrano qualcosa con lui: da Shakespeare a Umberto Eco, passando per Mina, Alberto Sordi e Oriana Fallaci.

(prima parte)

Totò è il più importante attore comico italiano. Ha recitato in decine di film, ha scritto canzoni, fatto teatro, scritto poesie ed è anche stato un personaggio televisivo. Morì poco più di 50 anni fa – il 15 aprile 1967 – ed era nato il 15 febbraio 1898: 120 anni fa oggi. Pare che disse così, poco prima di morire: «Al mio funerale sarà bello assai perché ci saranno parole, paroloni, elogi, mi scopriranno un grande attore: perché questo è un bellissimo paese, in cui però per venire riconosciuti qualcosa, bisogna morire». In effetti Totò è stato raccontato, analizzato e celebrato soprattutto dopo la morte.

In tutto il pezzo di Novecento di cui è stato uno dei personaggi italiani più rilevanti, Totò ha interagito in vario modo con tanti personaggi molto noti. Con qualcuno ha recitato, qualcuno lo ha intervistato, altri hanno parlato di lui prima o dopo la sua morte. Cercando di andare oltre le cose che già si sanno – per esempio che il suo vero nome era Antonio De Curtis, versione breve di una più lunga sequela di pomposi titoli nobiliari – abbiamo cercato frasi, cose, foto e video di tutte le persone con le quali Totò ha avuto a che fare per qualche motivo. Da Shakespeare a Umberto Eco, passando per Mina, Alberto Sordi e Oriana Fallaci, tra gli altri.

Totò ha recitato in sette film di Mario Monicelli. Il primo è Totò cerca casa, l’ultimo Risate di gioia; i più famosi I soliti ignoti e Guardie e Ladri. Monicelli disse di lui:

Con Totò forse abbiamo sbagliato tutto! Lui era un genio, non solo un grandissimo attore. E noi lo abbiamo ridotto, contenuto, obbligato a trasformarsi in un uomo comune tarpandogli le ali.

I soliti ignoti è il film di riferimento per ogni successivo film su degli sfigati che provano a fare una rapina. In alcuni casi sono anche stati fatti veri e propri remake: per esempio Welcome to Collinwood, un film americano del 2002, con George Clooney nel ruolo che era stato di Totò. Intervistato dal Corriere della Sera, Clooney disse: «A mio parere era un vero poeta popolare, un fantasista espertissimo nell’arte di arrangiarsi e arrangiare ogni gesto ed espressione. I suoi film potrebbero essere anche muti: riesce sempre a trasmettere il senso della storia».

Embraco, il giochino sleale degli americani di Whirlpool. Calenda all’attacco

Per Calenda l’Est Europa usa fondi Ue per fare dumping e le multinazionali sfruttano appieno la concorrenza fiscale. Ai danni dei lavoratori. Il caso Embraco

Embraco, il giochino sleale degli americani di Whirlpool. Calenda all'attacco 

Non è andato tenero Carlo Calenda, ministro dello Sviluppo economico: i paesi dell’Est Europa “attirano delocalizzazioni con fondi Ue” e quindi fanno una concorrenza “squilibrata” (per non dire sleale) agli altri partner della Ue, Italia compresa. Le dichiarazioni di Calenda sono arrivate margine della firma per la chiusura del dossier Alcoa, uno dei molti dossier che il ministro sta cercando di chiudere prima delle elezioni del 4 marzo prossimo. Dossier che in alcuni casi restano molto “spinosi”, come quelli di Embraco (gruppo Whirlpool), che da una parte conferma 497 esuberi su 537 lavoratori impiegati nello stabilimento di Riva di Chieri, nel torinese, dove si producono compressori per frigoriferi della gamma Whirlpool dall’altra rimanda il confronto col governo.

whirlpool ape

 

 

Una vicenda “indecorosa” per Calenda, che ha scritto alla commissaria Ue alla Concorrenza, Margrethe Vestager, chiedendo di verificare “le politiche fiscali e di incentivi diretti” della Slovacchia, per sincerarsi che rispettino le regole Ue sugli aiuti di Stato. Whirlpool, che nel 2014 aveva rilevato il gruppo marchigiano Indesit, aveva già minacciato più volte migliaia di esuberi (2.060 in tutto), prima di prendere l’impegno formale a non licenziare nessuno fino al 2018. Ora il sospetto di Calenda è che il gruppo si sia lasciato attirare dalle “sirene” dell’Est Europa, al pari di altre multinazionali come Honeywell (pronta a chiudere la fabbrica di Atessa e licenziare i 400 dipendenti, per investire 32 milioni nel sito di Presov, in Slovacchia occidentale) e Carlson Wagonlit, che vuole chiudere la sede italiana di Torino (dove sono a rischio 50 dipendenti) per delocalizzare in Polonia.

Così Calenda è sbottato: paesi come Polonia e Slovacchia pretendono di riconoscersi “pienamente nei valori europei” ma poi prendono “un sacco di contribuiti” comunitari, dunque pagati anche dai contribuenti italiani, che vengono poi utilizzati come aiuti di stato per fare concorrenza agli altri partner, Italia compresa, “in condizioni di dumping economico, ambientale e sociale”. Da parte loro multinazionali sfruttano a proprio vantaggio la compiacenza dei governi dell’Est Europa ignorando ogni principio di responsabilità d’impresa. Un atteggiamento “vergognoso” per combattere il quale Calenda si dice pronto a cercare di “spostare i lavoratori su altre aziende che restano in Italia” anche contattando “i committenti uno per uno”.

Il riferimento è all’ipotesi di varare piani di reindustrializzazione che, nel caso dello stabilimento Whirlpool-Embraco di Riva di Chieri, potrebbero coinvolgere progressivamente altre aziende in grado di riassorbire quanti più possibili dipendenti. Progetto che però al momento resta lettera morta, bloccando anche ogni possibilità di concessione di cassa integrazione straordinaria. Ma perché le multinazionali fuggono dall’Italia? Almeno per tre fattori che giocano a favore dei loro azionisti: salari più bassi, fisco meno opprimente e maggiore produttività, un mix in grado di pompare i margini di profitto.

Secondo dati Eurostat, a fine 2016 a fronte di un costo del lavoro pari in media a 29,80 euro l’ora in Eurolandia, in Italia lo stesso non superava i 27,50 euro, come dire che i lavoratori italiani non sono certo i più pagati d’Europa, ma in Slovacchia si registrava un costo inferiore alla metà, ossia 10,2 euro, e in Polonia pari a un terzo, appena 8,4 euro. Quanto al peso del fisco sulle imprese, sempre a fine 2016 secondo Kpmg in tutta la Ue- 28 il tax rate medio era pari al 22,1%, in Italia si era ben al di sopra della media, ossia al 31,4%, mentre in Slovacchia non si andava oltre il 22% e in Polonia si era al 19%, vale a dire tassazioni a livello di “paradisi fiscali” (che l’Italia non può permettersi a causa della su spesa pubblica e del debito pregresso).

Terzo e forse decisivo a sfavore dell’Italia, è infine la produttività. Come ricordato pochi mesi fa dall’Istat, in Italia nel decennio 1995-2015 la crescita media annua della produttività del lavoro (+0,3%) è risultata “decisamente inferiore alla media Ue (1,6%)”: in questo caso l’Italia, a causa di minori investimenti in macchinari, attrezzature e formazione del personale, esce perdente anche dal confronto con paesi occidentali come la Germania (che ha registrato un incremento medio annuo dell’1,5%), la Francia (+1,4%) il Regno Unito (+1,5%) e persino la Spagna (+0,5%), che pure ha perso terreno ma meno del “Bel Paese”.

Insomma: Calenda deve assolutamente cercare di difendere gli interessi italiani in sede comunitaria e pretendere che le multinazionali tengano fede ai propri impegni e assunzioni di responsabilità, specie quando questi sono stati fissati in cambio di incentivi e agevolazioni.

Ma se il peso del fisco non diminuirà e la produttività non aumenterà, la battaglia di Calenda rischia di essere persa in partenza, o quanto meno di risultare l’ennesima battaglia di retroguardia alla quale il sistema economico italiano sembra condannato da decenni.

Luca Spoldi affariitaliani

Scandalo Ong: si temono vendette da al Qaeda e Isis

DOSSIER INTELLIGENCE PAVENTANO IL RISCHIO DI NUOVE MINACCE VERSO L’OCCIDENTE.

Lo scandalo degli abusi sessuali che ha coinvolto numerose Ong a livello internazionale, sembra essere entrato anche nei target dell’Isis e di Al Qaeda. Secondo le informazioni in mano ad alcune intelligence  europee e di cui Ofcs.report è venuto a conoscenza, le due organizzazioni terroristiche avrebbero invitato i propri sostenitori a non dimenticare gli stupri che in un decennio sono stati perpetrati in territori per lo più musulmani e di porre in atto la vendetta contro i protagonisti di questi atti. Le informazioni, spiegano da ambienti qualificati, al momento circolano nei dossier di analisi sullo scandalo che ha coinvolto le Ong. Gli addetti ai lavori, però, non escludono che nei prossimi giorni possa essere lanciata una propaganda sul web con minacce rivolte all’Occidente o alle organizzazioni in questione.

Intanto, si allarga a macchia d’olio il clamore suscitato dallo scandalo delle molestie sessuali in seno alle organizzazioni umanitarie. Dopo quanto emerso in merito alla britannica Oxfam, l’Oxford Committee for Famine Relief,confederazione internazionale di organizzazioni non governative, in relazione a festini a luci rosse e relativi abusi su minori perpetrati da membri dell’Ong ad Haiti dopo il violento terremoto nel 2011, anche la francese Medecins sans frontièresha ammesso di avere ricevuto, nel solo 2017, 146 segnalazioni di casi all’interno dell’organizzazione e, di conseguenza, aver licenziato 19 dipendenti.

Ma l’elenco delle organizzazioni umanitarie che, in modo singolare, proprio in questi giorni hanno segnalato casi di “abusi” perpetrati da propri membri nei confronti di donne e minori, non si è fermato alla Oxfam e Medecins sans frontieres.

Infatti anche la Croce rossa britannica ha dichiarato che, sul solo territorio britannico, sono emersi 5 casi di molestie mentre Save the children, in una nota, ha comunicato di avere segnalato 31 casi di abusi sessuali in conseguenza dei quali ha provveduto ad allontanare 16 dipendenti.

Prima logica conseguenza delle denunce è stato un crollo verticale delle donazioni corrisposte, anche a livello governativo, alle organizzazioni che si dichiarano “no profit”. Non si esclude che per alcune di loro si prospetti un intervento delle autorità giudiziarie dei Paesi coinvolti. Anche se, come nel caso di Medicins sans frontieres, si è voluto ribadire che “la nostra leadership si è impegnata inequivocabilmente a combattere gli abusi”, suona particolarmente strano che queste denunce e i relativi allontanamenti del personale coinvolto, emergano solo adesso, alla luce dello scandalo che ha colpito la britannica Oxfam.
Proprio Msf, nello stesso comunicato, ha dovuto ammettere che “anche se le segnalazioni di abusi attraverso i nostri meccanismi di reclamo sono in costante aumento, i comportamenti scorretti continuano a essere sottostimati oggi”. OFCS

Ex BpVi e Veneto Banca, quel regalone da 3,5 miliardi a Intesa

Nell’utile 2017 da 7,3 miliardi, il gruppo di Messina dovrebbe ricordare l’aiuto di Stato. Grazie a cui sta “digerendo” il boccone delle ex popolari venete.

 

Banca Intesa fa festa quest’anno: il 2017 si è chiuso per l’istituto guidato da Carlo Messina (in foto) con un maxi-utile di 7,3 miliardi di euro. Dei quali però quasi la metà, ovvero 3,5 miliardi, corrispondono all’aiutino di Stato ricevuto per quel regalone che è stato l’acquisto a condizioni, come si sa dall’anno scorso e come oggi vedremo nel dettaglio, ultramega-favorevoli, di quelle decotte carcasse che sono, anzi erano, la Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca.

Nel Veneto che ha ripreso, con dignità anche eccessiva, il suo abituale “lavora e tasi“, nessun esperto di finanza si è peritato di fare i conti in tasca alla nuova banca padrona. Lo ha fatto un po’ di tempo fa un professore del Politecnico di Torino, Marco Gallea, sul sito di informazione economica La Voce.info (di sicuro non tacciabile di essere un organo di parte). In un suo intervento del dicembre scorso, il docente fa una breve ma fulminante radiografia del “sol boccone” che ha fatto il gruppo bancario delle due ex popolari, partendo dalla cifra simbolica di 1 euro che le è costato. Non è esattamente così, perchè se fosse così si sarebbe presa in corpo passivi pari agli attivi. Quel che è passato foese un po’ en passant è lo scontone da 3,5 miliardi, la cifretta da niente di cui sopra, che ha ottenuto dall’accomodantissimo governo Gentiloni come “supporto finanziario”, avendo posto fra le condizioni di acquisto quella di non far sostenere ai suoi azionisti un aumento di capitale per mettere in sicurezza il proprio patrimonio di vigilanza. Questa è la prima, macroscopica deroga al codice civile strappata da Intesa al generosissimo Stato. Una “mano” che gli obbligazionisti subordinati potrebbero recuperare, scrive Gallea, solo con «recuperi irrealistici dai crediti deteriorati superiori al 60,58 per cento».

C’è poi una seconda, davvero letteralmente inaudita deroga alle leggi civili, che forse è stata un po’ sottovalutata: il rimborso statale a Intesa per farsi carico degli esuberi dei dipendenti di BpVi e Vb in eccesso, dell’ammontare di 1,8 miliardi, finirà sulle spalle delle due ex banche in liquidazione, cioè sul conto dei suoi azionisti e titolari di bond subordinati. Lo Stato si riverrà su di loro: un vero unicum. Il tutto, senza dimenticare i 400 milioni di garanzie statali contro ogni eventuale perdita per Intesa, e il finanziamento di 5,3 miliardi da parte di Intesa per la svalutazione dei crediti deteriorati, che Intesa si riprenderà dalla liquidazione della “bad bank” (a cui rimane in pancia una montagna di crediti deteriorati: 17,6, con un recupero stimato in 9). L’intera operazione, va ricordato, nell’«indimostrato assunto» che in caso di liquidazione il recupero sarebbe stato anche minore, o pari a zero.

Si sarebbe potuto fare diversamente, anzichè sottostare a condizioni-capestro, umilianti per il contribuente e beffardamente dannose per ex soci e sottoscrittori di obbligazioni? La conclusione a cui arriva la firma della Voce.info è bruciante, e merita di essere ripresa per intero: «Lo Stato poteva almeno pretendere azioni “speciali” di Intesa, con diritto per alcuni anni solo a una quota degli utili della divisione “ex-banche venete”, senza nessun danno o effetto diluitivo in capo agli attuali azionisti di Intesa. Al rientro con i proventi della liquidazione (e detratto un equo compenso) dall’“investimento forzato” in azioni “speciali”, lo Stato avrebbe potuto trasferire le azioni agli obbligazionisti subordinati e magari anche agli azionisti delle vecchie banche. A loro danno, c’è stato invece un ingentissimo e gratuito trasferimento di valore verso gli azionisti di Intesa. (…) Si è presumibilmente voluto dimostrare alle autorità europee che gli obbligazionisti subordinati e gli azionisti, figli di un dio minore, pagheranno sempre e comunque, anche se ben oltre il lecito».(Alessio Mannino Vvox)

Creval, bagno di sangue per i piccoli soci

I termini definitivi sollevano dubbi sull’esito dell’intera operazione. Dal consorzio bancario arrivano segnali di fiducia, ma per i piccoli azionisti saranno sacrifici

 
 

Definiti i termini principali dell’aumento di capitale, con un prezzo molto basso,delineato il consorzio di garanzia e in attesa oramai solo del via libera della Consob, il Creval non può fare nulla altro che aspettare la reazione del mercato e la relativa accoglienza degli investitori a un’operazione con molte luci ma anche tante ombre. 

Per vedere se andrà in porto o meno bisognerà aspettare la fine delle offerte in Borsa, ma già oggi sono molti i dubbi che emergono anche se, dopo l’aumento di Carige, nulla è da escludere. Nel caso della banca ligure sembrava non solo che la ricapitalizzazione non partisse ma, a un certo punto, che non andasse in porto. Eppure, tra mille controversie e molteplici ostacoli, a Genova sono riusciti per fortuna a festeggiare il successo della ricapitalizzazione.

Dal roadshow di presentazione sembra che per ora siano arrivati segnali positivi per l’istituto lombardo mentre la composizione del consorzio di garanzia, sia per numero che per dimensione e qualità delle banche coinvolte, rappresenta un ulteriore fattore favorevole per l’esito della mega-ricapitalizzazione. 

A ciò si aggiunge un ulteriore segnale positivo rappresentato dalla decisione dei vertici di seguire l’esempio proprio della banca ligure con la composizione di un pool di subgaranti composto, a quanto pare, da Algebris, Credito Fondiario e Dorotheum, evidentemente interessati ad accordi di collaborazione come già avvenuto nel caso di Carige per alcuni cespiti o per le sofferenze. 

Ad aumentare la fiducia sull’esito positivo è ovviamente il consorzio di garanzia nonostante all’ultimo momento sia uscita Jefferies. Si tratta comunque di un parterre di tutto rispetto. A Mediobanca e Citigroup si sono via via aggiunte, con ruoli diversi e bene definiti, Banco Santander, Barclays, Credit Suisse, Commerzbank, Société Générale, Banca Akros, Equita Sim, Keefe, Bruyette & Woods e MainFirst. Un elenco molto internazionale così come internazionali dovrebbero essere gli investitori più interessati ad aderire a un aumento, che, come spesso avvenuto negli ultimi mesi in Italia, rischia invece di avere serie ripercussioni sui piccoli azionisti.

La base storica dei soci del Creval, radicata per lo più in Valtellina, ha finora espresso fiducia e manifestato il suo sostegno a una ricapitalizzazione che, sulla base di quanto definito ieri, ha le stesse caratteristiche iperdiluitive di quella di Carige. Ogni socio avrà infatti il diritto di sottoscrive 631 nuove azioni per ciascun titolo detenuto. Del resto l’obiettivo di raccogliere 700 milioni si confronta con una capitalizzazione di mercato di poco più di 110 milioni di euro. 

Chi aderirà dovrà giocoforza turarsi il naso e aspettare con tanta fiducia l’esito dell’operazione, al via lunedì prossimo, sempre che la Consob accenda il semaforo verde, con conclusione prevista per l’8 marzo, sfortunatamente pochi giorni dopo la tornata elettorale. “Siamo fiduciosi che il mercato risponderà bene”, ha affermato Andrea Vismara, amministratore delegato di Equita. Del resto non mancano già oggi aspettative positive sul possibile rialzo del titolo nei prossimi mesi grazie all’accelerazione impressa al programma di smaltimento delle sofferenze e alla possibilità di un coinvolgimento nel prossimo processo di consolidamento del settore. 

Consolidamento diventato ormai il nuovo oggetto di discussioni tra i banchieri dopo mesi e mesi in cui l’argomento principe sono state le sofferenze e gli incagli. Ed è su questo che dovrebbero sperare i piccoli azionisti al di là di qualsiasi ipotesi di aggregazione, magari con i dirimpettai della Popolare di Sondrio, perchè oggi non possono fare altro che subire l’ennesima operazione lacrime e sangue

Rosario Murgida finanzarport

Braccialini è fallita: addio ad un altro storico marchio italiano

Braccialini ha dichiarato fallimento: lo storico marchio fiorentino non ce l’ha fatta e nell’impossibilità di trovare investitori ha scelto di chiudere i battenti.

Braccialini è fallita: addio ad un altro storico marchio italiano
 
 

Il fallimento di Braccialini è ormai ufficiale.

Lo storico marchio del settore pelli, presente in oltre 60 Paesi tramite negozi monomarca e franchising, non è stato in grado di trovare investitori pronti a salvarlo dal baratro.

A dichiarare il suddetto fallimento è stato il tribunale di Firenze che ha così rifiutato la domanda di omologa di Braccialini e ha revocato la sua ammissione al concordato preventivo. L’azienda toscana ha chiuso i battenti soltanto pochi mesi dopo la “morte” di un altro marchio della moda italiana: Borsalino.

La decisione del tribunale

I motivi che hanno portato alla dichiarazione di fallimento possono essere totalmente ricondotti all’incapacità di Braccialini di ripagare quanto dovuto ai propri creditori. Nonostante il consiglio di amministrazione abbia tentato in tutti i modi di evitare la chiusura dell’azienda, anche ricorrendo a misure quali la cassa integrazione e l’abbattimento degli oneri, gli sforzi sono risultati insufficienti.

Il tribunale fiorentino ha accertato l’impossibilità per la società di ripagare anche solo il 20% dei debiti contratti nel corso degli anni e pertanto ha optato per la dichiarazione di fallimento di Braccialini.

“Vi era l’impossibilità tecnica di una gestione che, pur sgravata da oneri finanziari, dall’ansia delle azioni esecutive e supportata dalla collettività tramite ricorso massiccio a cassa integrazione, era ormai decotta”,

ha affermato il tribunale.
Alcuni asset tra cui gli immobili e un magazzino condivido finiranno ora nelle mani del curatore fallimentare.

C’è comunque da notare come il nome del marchio Braccialini sopravviverànonostante il fallimento e soltanto grazie alla cessione del 2017 nelle mani di Graziella Group.

Cristiana Gagliarducci money.it

DA FIGLIA PREDILETTA A REIETTA – LA PARABOLA DI MARIAETRURIA AD AREZZO: LA FAMIGLIA BOSCHI E’ RINTANATA A LATERINA E NON SI FA VEDERE – “HANNO DANNEGGIATO L’IMMAGINE DELLA CITTA’”, DICE IL SINDACO DI CENTRO DESTRA. CHE FA CAUSA – IL CROLLO DEL PD: IL 57% DELLE EUROPEE E’ UN LONTANISSIMO RICORDO. ED I NOTABILI S’AVVICINANO A BERLUSCONI

Fabio Martini per la Stampa

 

MARIA ELENA BOSCHI A BOLZANOMARIA ELENA BOSCHI A BOLZANO

È l’ ora del crepuscolo e nella campagna di Laterina si accendono le prime luci dietro le finestre di casa Boschi. Loro – papà, mamma e figli – si vedono pochissimo in giro: oramai sono un ricordo i giorni smaglianti nei quali Maria Elena tagliava il nastro di OroArezzo, era ospite d’ onore al Rotary, ripercorreva i corridoi del suo liceo tra ali di fotografi e mani protese.

 

la casa della Boschi a LaterinaLA CASA DELLA BOSCHI A LATERINA

I Boschi vivono a una ventina di chilometri da Arezzo, in questo paesino di tremilacinquecento anime. La loro casa – né bella né brutta – emana benessere più che lusso. Due piani, la classica foggia degli edifici novecenteschi della campagna toscana, casa Boschi è circondata da un tessuto casuale di capannoni dismessi, concerie, ciminiere, carrozzerie. Qui, quando esplose lo scandalo di Banca Etruria, da Arezzo arrivarono risparmiatori inferociti, con cartelli «personalizzati» («Renzi tutela la salvaguardia dei Boschi ma non dei risparmi») e lanciarono soldi falsi dentro il cancello.

 

alessandro ghinelliALESSANDRO GHINELLI

Di quell’ umore malmostoso si fa portavoce, nel trecentesco palazzo dei Priori, il sindaco di Arezzo, l’ ingegner Alessandro Ghinelli, centrodestra. E lo fa con riflessioni colorite: «Ci dipingono come lestofanti e allocchi per colpa dei Boschi, per la gente lei è la madrina del disastro!». E muovendo da queste lapidarie premesse il primo cittadino ha promosso addirittura un’ azione legale: «C’ è un nome e cognome che ha portato rogne a questa città: Maria Elena Boschi. Lei e la sua famiglia hanno provocato danni di immagine internazionale, Arezzo è la città martire della loro disfatta».

maria elena boschi con la madre stefaniaMARIA ELENA BOSCHI CON LA MADRE STEFANIA

 

Un affresco di parte o che restituisce almeno in parte un umore cittadino? Il voto degli aretini non interessa soltanto loro: nel momento alto del renzismo – Europee 2014 – il Pd ottenne ad Arezzo il 57,3%, una delle percentuali più alte d’ Italia e dunque il responso dei concittadini di Maria Elena Boschi misurerà la tenuta – o la caduta – di una classe dirigente e al tempo stesso sarà anche un segnale per capire se esiste un Pd a prescindere dai suoi vip pro-tempore. E ancora: in Toscana, dopo le crepe dei municipi persi (Arezzo, Grosseto, Livorno, Carrara, Pistoia) l’ emorragia iniziata proprio nell’ era Renzi proseguirà?

 

 

pierluigi boschiPIERLUIGI BOSCHI

In città, una parola autorevole, che orienta è quella di Tito Barbini, già sindaco di Cortona, a suo tempo amico di François Mitterrand: «Ad Arezzo la sinistra ha quasi sempre governato, ma non le è mai stato consentito di avvicinarsi a Banca Etruria, guidata da ambienti cattolici e massonici. Ad Etruria, gli aretini erano legati da affetto sincero: era un’ istituzione alla quale si dava fiducia incondizionata. Ora quella fiducia è stata tradita. E anche se Renzi e Boschi non hanno responsabilità dirette, che sono di una intera classe dirigente, un effetto-Boschi sarà inevitabile: questa vicenda è destinata a pesare sul Pd».

risparmiatori benedetti dal preteRISPARMIATORI BENEDETTI DAL PRETE

 

Peserà anche perché in città, in modo carsico, sta accadendo qualcosa che potrebbe essere lo specchio di un fenomeno nazionale. Sostiene Giovanni Donzelli, capolista di Fratelli d’ Italia ma soprattutto il più documentato e coraggioso “radiografo” del sistema-Renzi in Toscana: «Certo, oramai la gente vota libera, ma in città è in atto un processo interessante: pezzi di potere vicini al centro-sinistra, professioni, famiglie, istituzioni stanno riservatamente cercando un’ interlocuzione con il centrodestra». Donzelli di più non vuol dire, ma ad Arezzo i poteri che pesano sono la massoneria, la Curia, l’ imprenditoria piccola e media, dal pellame all’ oro.

protesta dei risparmiatori davanti banca etruria 7PROTESTA DEI RISPARMIATORI DAVANTI BANCA ETRURIA 7

 

In effetti al termine di una manifestazione di protesta dei risparmiatori, il parroco di Laterina li benedisse. E quanto al vescovo Riccardo Fontana, nella sua omelia di Natale, ha scandito parole severe: «Coraggio, aretini! Da tempo siamo sulla bocca di tutti, non sempre in modo benevolo. Questa città merita molto di più della litania di citazioni poco onorevoli».

GIOVANNI DONZELLI jpegGIOVANNI DONZELLI JPEG

 

A questo riposizionamento dei poteri, il Pd ha replicato non soltanto con l’«auto-esilio» della Boschi a Bolzano («una fuga», la definisce Donzelli), ma anche con liste piene di «paracadutati» renziani, da Bonifazi ad Alessia Rotta. Il «genius loci» ma anche le possibilità di tenuta del Pd sono affidate al solo Marco Donati, deputato uscente e unico aretino di tutta la compagnia: «Ad Arezzo sono abituati a vedermi dappertutto, da assessore al Bilancio la mia correttezza amministrativa è stata riconosciuta anche dai Cinquestelle, il legame col tessuto sociale è forte».

MATTEO RENZI ALLA LEOPOLDA CON NENCINIMATTEO RENZI ALLA LEOPOLDA CON NENCINI

 

È il profilo fattivo che ha fatto la fortuna della sinistra in Toscana: basterà? Il fiorentino Riccardo Nencini, segretario del Psi, candidato al Senato nel collegio che comprende anche Siena, non si lascia influenzare da un contesto indecifrabile: «Oramai le campagna elettorali iniziano veramente negli ultimi sette giorni. È ancora presto».(dagospia.com)

Citroën 2CV, 70 anni di un’icona

Un giovane davanti a una 2CV bianca davanti alla piramide di vetro, entrata del Louvre a Parigi.
In un’immagine d’archivio, uno studente francese che nel 2004 proponeva giri turistici del centro di Parigi in 2 Cavalli.

(Keystone)

Compie 70 anni la Citroën 2CV. Vettura di sessantottini e bohémiens, se non fosse un’automobile con motore a scoppio potremmo quasi considerarla precorritrice della mobilità dolce. Nacque come utilitaria per la campagna.

La ‘Due cavalli’ è soprattutto un successo industriale. Il direttore della Citroën Pierre Boulanger, ispirato da un ingorgo di carri agricoli, chiese ai suoi tecnici “una quattro ruote sotto a un ombrello capace di trasportare due contadini e 50 chili di patate a 60 chilometri all’ora”.

Un’auto che voleva insomma semplice, economica e affidabile: la ricetta giusta per diventare un’icona.

Servizio del TG sui 70 anni della Citroën 2 CV. (TVSVIZZERA.IT)

VIDEO

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“A Ginevra i soldi della strage di Bologna”

Qualche decina di persone e una gru dei vigili del fuoco, di fronte all'edificio danneggiato della stazione di Bologna
Gli ordigni esplosero in una sala d’aspetto. Ci furono 85 morti e 200 feriti.

(Keystone)

La procura generale di Bologna ha avviato una rogatoria in Svizzera per indagare sui conti di Licio Gelli.

Si torna a scavare su una delle pagine più nere della storia italiana, a quasi 40 anni dai fatti. E questa volta la pista degli inquirenti porta in Svizzera. Più esattamente a Ginevra, dove – secondo le ipotesi al vaglio dei magistrati – sarebbero transitati i fondi serviti a finanziare la strage che il 2 agosto 1980 fece 85 morti e oltre 200 feriti nella stazione del capoluogo emiliano.

La procura generale di Bologna, come la RSI ha potuto confermare, ha avviato una rogatoria internazionale lo scorso 8 febbraio, per indagare su un conto corrente riconducibile a Licio Gelli, il “venerabile maestro” della loggia massonica P2 scomparso nel 2015, condannato in via definitiva per depistaggio nel processo sulla strage.

+ Leggi la notizia su RSI News e ascolta il servizio del Radiogiornale delle 12.30Link esterno

La rogatoria, secondo quanto ha anticipato il Fatto Quotidiano, è stata avviata sulla base di elementi ancora coperti da segreto. Tuttavia, non si esclude che all’esame degli inquirenti ci sia anche il “doc. 27”, noto anche come “documento Bologna”, per via della dicitura riportata nell’intestazione: il nome della città seguito dal numero di conto corrente di una banca svizzera (BOLOGNA – 525779 – X.S.), più una serie di cifre affiancate da alcune diciture, come “Dif. Mi” e “Difes. Roma”.

Due soccorritori trasportano una barella con una donna ferita. Sullo sfondo, treno fermo in stazione
Bologna, 2 agosto 1980.

(AP2005)

Il foglietto, sequestrato dalle autorità elvetiche al momento dell’arresto di Gelli a Ginevra nel settembre 1982, potrebbe contenere rivelazioni importanti sui presunti pagamenti (15 milioni di dollari in totale) effettuati in favore degli esecutori della strage

L’appunto, come viene documentato nel libro “Alto tradimento”, rimase nelle mani della giustizia elvetica fino al 1986, e per una serie di circostanze in parte ancora oscure, non finì mai nelle carte del processo di Bologna, ma riemerse soltanto nel 2015 da un fascicolo sul crack finanziario del Banco Ambrosiano, grazie ad una richiesta dell’Associazione dei familiari delle vittime.

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Nel 2017, la procura generale della città delle Due Torri ha avocato la nuova inchiesta sulla strage, precedentemente archiviata. L’obiettivo dei magistrati è individuare il tassello mancante del puzzle, quello più importante: i mandanti.

Come è noto, infatti, la giustizia italiana ha condannato soltanto gli esecutori materiali, tra cui l’ex capo dei Nuclei armati rivoluzionari di neofascisti, Valerio Fioravanti e la sua compagna Francesca Mambro.

Elena Boromeo, RSI News

 

Mps, fondo denuncia manovre oscure in Borsa

Alla Consob arriva un esposto per denunciare strane strategie ribassiste sul titolo della banca senese. Sotto accusa il flash trading condotto in determinati momenti della seduta di Borsa.


 
 

Da Londra arriva una dura accusa sull’andamento del titolo di Banca del Monte dei Paschi di Siena a Piazza Affari. ByBrook Capital, titolare di una partecipazione inferiore al 3% nel capitale della banca senese, ha presentato un esposto alla Consob per denunciare “operazioni sospette” tese a deprimere le azioni secondo una strategia ribassista condotta ad arte sin dal ritorno in Borsa di Mps lo scorso novembre.

Il fondo londinese, nell’informare anche il socio di maggioranza, il Ministero del Tesoro, messo duramente alla prova dalle recenti perdite in Borsa del Monte, parla di condotte anomale attuate con il solo fine di “ridurre la generale fiducia del mercato” e di scoraggiare “l’inserimento di nuovi ordini di acquisto” e pertanto chiede alla commissione di verificare un’eventuale “manipolazione” del mercato. 

Nello specifico, secondo l’investitore inglese, grazie a tecniche di flash trading, sono state cedute azioni sul mercato nello stesso istante in cui le azioni raggiungevano un determinato prezzo. In pratica, in caso di rialzo venivano immessi ordini di vendita tali da ribaltare la situazione. ByBrook Capital definisce il prezzo degli ordinativi “irragionevolmente basso” e “irrazionali” le “rapide cessioni” avvenute per esempio il 21 novembre, dopo le prime le contrattazioni e un avvio di seduta positivo per il titolo Mps. 

Il fondo cita anche i momenti precisi in cui scattano le operazioni di vendita: in apertura oppure in chiusura degli scambi, quando una sorta di agguato ha luogo per “fissare sui livelli più bassi, ma artificiosi, il prezzo finale”. A tutto ciò si aggiunge un’ulteriore tattica da guerriglia borsistica con ordini senza limiti di prezzo oppure con una determinata soglia di riferimento. In tal modo, per ByBrook Capital, si sarebbero creati “livelli artificiali” per le azioni e posto le basi per un andamento dei corsi azionari marcatamente ribassista anche in assenza di notizie negative. 

Insomma, dietro Mps ci sarebbero manovre oscure per affossare il titolo. Ecco perchè l’esposto è stato inviato anche al Ministero dell’Economia. Dopo il salvataggio con 5,6 miliardi di euro di denaro pubblico versato per evitare il crac, lo Stato sta pagando le peggiori conseguenze con un perdita potenziale di quasi 3 miliardi di euro sulla base degli attuali valori di Borsa. Rosario Murgida Finanzareport.it

TRA I RAGAZZI DI SCAMPIA, PER RINASCERE

Un dibattito sui problemi del territorio con il direttore di Famiglia Cristiana. Per scoprire che non c’è solo “Gomorra”.

Hanno circa 15 anni ma si sentono più adulti dei loro genitori. Non hanno sogni e si sentono padroni di un territorio che perlustrano sfrecciando in sella al loro scooter. E se qualcuno osa parlare spuntano i coltelli. Non si definiscono componenti di una baby gang ma di paranze. Sono i ragazzi di una periferia posta ‘alla fine di Napoli’ su cui si vuol tenere costantemente accesi i riflettori. Una scelta di chi in quelle periferie ha lavorato ma soprattutto di chi – attraverso la comunicazione – vuole portare la normalità. E l’impegno del nostro settimanale è proprio questo: quello di dialogare con una generazione ispirata da una nuova ‘mitologia criminale’ ed esaltata dalle produzioni nazionali. E proprio per sottolineare la delicatezza di questi fenomeni che il direttore di Famiglia Cristiana, Don Antonio Rizzolo, si confronterà giovedì 15 febbraio con i ragazzi di Scampia alle ore 11.30 nell’auditorium della scuola Vittorio Veneto. A Napoli, dove il caso di Arturo – il ragazzo accoltellato 12 volte in via Foria da un gruppo di coetanei – è diventato quel caso limite da cui si può solo tornare indietro, Don Antonio Rizzolo punta sulla prossimità.

Lo fa parlando con i ragazzi dell’istituto Vittorio Veneto di Scampia, un istituto alberghiero fucina di talenti diretto dalla preside Olimpia Pasolini, insieme ad un gruppo di esperti. Una scuola, quella che simboleggia la rinascita della periferia degradata sostenendo semplicemente la buona educazione e la normalità. La volontà di chi abita quel territorio e l’aiuto di chi ha governato la municipalità di Scampia come l’avvocato Angelo Pisani anche autore del libro ‘Luci a Scampia’ presente al tavolo dei relatori, punta ad un rinnovamento. Così come le realtà limitrofe che periferia non sono, è il caso di Pozzuoli raccontato dall’ assessore alla “Cultura, Turismo e Sport del Comune di Pozzuoli” Maria Teresa Moccia di Fraia. Nei campi flegrei il fenomeno delle baby gang è stato contrastato con un festival della letteratura dedicato ai bambini e i ragazzi organizzato a Pozzuoli dal 15 al 17 dicembre con stand e attività da poter svolgere in strada. E ancora, tra le testimonianze non mancherà quella della mamma di Arturo, la professoressa Maria Luisa Iavarone che prima dell’incontro sarà in Tribunale per l’incidente probatorio inerente all’aggressione del figlio. E così in una Napoli che vuole scrollarsi di dosso l’etichetta ‘Gomorra’ la volontà di mantenere viva l’attenzione sulla problematica delle baby gang e del bullismo arriva attraverso la comunicazione e le pagine del nostro settimanale. “Il ruolo dei mezzi di informazione diventa quindi molto delicato – spiega Don Antonio Rizzolo – c’è il rischio che i ragazzi seguano la parte negativa di quei modelli emulando, al di la degli intenti posti dagli autori delle fiction, ma deve essere più forte l’altra parte, quella in cui si denunciano le situazioni di degrado con un conseguente intervento dei modelli positivi”. Esaltare quindi non solo il ruolo della famiglia, che deve essere sostenuta dalle istituzioni ma anche quello delle varie agenzie educative presenti sul territorio.

Dalle parrocchie con gli oratori alle palestre, dalla scuola ai maestri di strada l’obiettivo dell’incontro a Scampia è proprio quello di non lasciare soli i ragazzi. Allontanandoli da quell’individualità causata spesso dai social network che esigono gesti eclatanti per poter finire in vetrina. E allora si comincia facendo uscire dallo schermo quei personaggi che in qualche modo rappresentano per i ragazzi il ‘mito’ come il giornalista-tifoso del Napoli Raffaele Auriemma telecronista per Mediaset Premium e conduttore radio-tv, i comici Gigi &Ross e Alessandro Bolide.

Maria Elefante famigliacristiana.it

NSA, CIA e FBI sconsigliano prodotti e servizi delle cinesi Huawei e ZTE

NSA, CIA e FBI sconsigliano prodotti e servizi delle cinesi Huawei e ZTE

Huawei e ZTE accusate dalle agenzie di intelligence statunitensi di utilizzare la tecnologia per spiare gli utenti e di condurre negli Stati Uniti uno spionaggio non rilevabile.

Le principali agenzie di intelligence statunitensi sconsigliano l’utilizzo di smartphone prodotti da aziende cinesi come Huawei, ma perchè?

Stando a quanto riportato dalla CNBC, i capi di sei agenzie di intelligence – tra cui CIA, FBI, NSA – hanno dichiarato al Senate Intelligence Committee, lo scorso martedi’, che non consigliano ai dipendenti pubblici e delle agenzie statali ma anche in generale ai cittadini degli Stati Uniti di usare prodotti o servizi dei marchi cinesi ZTE e Huawei – in particolare di quest’ultima, che doppo Samsung è la principale rivale di Apple.

“Siamo profondamente preoccupati per i rischi conseguenti al consentire a qualsiasi azienda o entità che è obbligata a governi stranieri che non condividono i nostri valori di acquisire posizioni di potere all’interno delle nostre reti di telecomunicazioni”, ha detto il direttore dell’FBI, Chris Wray, aggiungendo che “questo fornisce la capacità di esercitare pressioni o controlli sulla nostra infrastruttura di telecomunicazioni (…). Fornisce la capacità di modificare o sottrarre intenzionalmente informazioni e fornisce la capacità di condurre uno spionaggio non rilevabile”.

Il direttore dell’intelligence americana, Dan Coats, ha detto (via CBS News) che gli Stati Uniti stanno affrontando “una minaccia complessa, instabile e provocatoria” da parte di entità straniere “che utilizzano la tecnologia per penetrare praticamente in tutte le principali attività che si svolgono negli Stati Uniti”.

Huawei non è stata zitta, ed ha prontamente risposto attraverso un suo portavoce: “Huawei è consapevole di una serie di attività governative degli Stati Uniti apparentemente finalizzate ad inibire il business di Huawei nel mercato statunitense. Huawei è fidata da governi e clienti in 170 paesi in tutto il mondo e non pone rischi di cybersecurity maggiori di qualsiasi altro fornitore di ICT, condividendo le stesse globali catene di approvvigionamento e capacità produttive”.

Le Agenzie non hanno comunque pubblicato delle prove a sostegno della tesi che Huawei sta lavorando con il governo cinese per sottrarre dati dai suoi clienti, ma la società cinese non è la prima volta che viene sospettata di usare i suoi prodotti per spiare gli utenti. Come ricordato da PCWorld, è dal 2012 che Huawei viene considerata negli USA come “una spia”, prima ancora di diventare popolare come produttore di smartphone ma era nota principalmente come produttore di apparecchiature di rete.

Huawei risulta essere il terzo produttore di smartphone a livello globale dopo Samsung e Apple, quindi è logico aspettarsi che gli Stati Uniti cerchino di tutelare la società di Cupertino essendo statunitense in un periodo in cui Huawei ha intenzione di investire per crescere la propria quota di mercato puntando al mercato degli Stati Uniti.

All’inizio di quest’anno, il CEO di Huawei Richard Yu ha accusato i vettori americani di privare i clienti di poter scegliere i prodotti da acquistare, in quanto gli operatori non sembrano inclini a diventare partner del marchio cinese per vendere i suoi prodotti. Bloomberg ha di recente riportato che l’operatore Verizon ha abbandonato i piani per vendere telefoni Huawei negli Stati Uniti a causa delle pressioni del governo. All’inizio del mese di febbraio, riporta il sito Mashable, i senatori dell’Arkansas e della Florida hanno presentato una proposta di legge per impedire al governo degli Stati Uniti di acquistare o noleggiare apparecchiature di rete da Huawei o ZTE.

Huawei è al terzo posto della classifica di produttori di smartphone di Strategy Analytics, con quota del 10.2% del mercato degli smartphone nell’ultimo trimestre del 2017 e del 10.1% nell’intero 2017, in crescita dal 9.3% di quota registrata nel 2016. Secondo Woody Oh, direttore della società di analisi SA, Huawei sta andando bene in Asia e in Europa, ma sta faticando a “decifrare il prezioso mercato statunitense a causa di canali di distribuzione limitati”. L’obiettivo di Huawei di essere il primo o secondo produttore di smartphone a livello globale “è improbabile che accada se non farà progressi negli Stati Uniti”, ha aggiunto l’analista. Per IDC, altra società di analisi del mercato, Huawei si attesa al terzo posto con 41 milioni di smartphone spediti solo nel quarto trimestre del 2017, in calo del 9,7% rispetto a 45,4 milioni spediti negli ultimi tre mesi del 2016. (pianetacellulari.it)

Buffett riduce del 94% la quota in Ibm, entra in Teva, punta su Apple

consigli warren buffett

 

 

Il famoso investitore a capo di Berkshire Hathaway è quasi fuori dal gruppo informatico in cui aveva iniziato a investire nel 2011.

Da Warren Buffett è arrivato il segno più esplicito di come abbia definitivamente perso fiducia in Ibm: nel quarto trimestre del 2017 il famoso investitore miliardario a capo della Berkshire Hathaway ha tagliato di oltre il 94% la sua quota nel gruppo informatico. Già lo scorso maggio, alla vigilia dell’assemblea annuale degli azionisti della sua conglomerata, Buffett aveva ridotto la partecipazione in Ibm, su cui iniziò a scommettere nel 2011.

L’ultima mossa del cosiddetto oracolo di Omaha (la città del Nebraska che gli ha dato i natali) è stata comunicata in un documento depositato ieri alla autorità di borsa Usa. In esso c’è scritto che Berkshire ha ora 2 milioni di titoli Ibm (che valgono 309 milioni di dollari) contro i 37 milioni di azioni detenute al termine del terzo trimestre dell’anno scorso e gli 87 milioni di titoli di fine 2016.

Nello stesso documento viene indicato un aumento del 23% della quota in Apple, di cui ora ha circa 165,33 milioni di titoli valutati quasi 28 miliardi di dollari.

Inoltre, Buffett ha comprato per la prima volta azioni del gruppo Teva Pharmaceutical aventi un valore di 365 milioni. Forse l’anziano investitore ha voluto approfittare del fatto che Teva ha perso due terzi del suo valore negli ultimi due anni ignorando la cautela espressa dal Ceo dell’azienda sul 2018. Berkshire ha aumentato la sua quota in Bank of New York Mellon, Monsanto e US Bancorp mentre ha ridotto quella di American Airlines, General Motors, Sanofi e Wells Fargo (la banca sanzionata da Janet Yellen giusto prima di lasciare la Federal Reserve a inizio mese).(America24)