Banche, un dolce a metà

Confermati i 14 miliardi di utile netto. Ma solo grazie alle più grandi. E a coloro che hanno ristrutturato per tempo. Le (molte) partite ancora aperte. Utili a 12,7 miliardi per Intesa Sanpaolo e Unicredit. Mps, Carige e Creval ancora in difficoltà: sono 4,214 i miliardi di perdite aggregate.

L’indicazione è chiara. Chi ha ristrutturato, chi sta ripensando il proprio modello operativo, chi sta ripartendo facendo tesoro di quanto è successo nell’ultimo decennio tra le banche del mondo e tiene ben presente le indicazioni univoche che arrivano dalle autorità europee, ha ripreso a fare utili, anche in maniera consistente. Gli altri boccheggiano, continuano ad evidenziare perdite per saldare trimestre su trimestre i conti con il passato e faticano a tenere la rotta.

I bilanci che le banche italiane hanno presentato la scorsa settimana – le maggiori otto spa quotate a Milano – evidenziano proprio un doppio percorso di lettura. Da un lato, pur con molte differenze tra loro, Intesa Sanpaolo, Unicredit, Banco Bpm, Ubi e Bper Banca. Queste cinque banche – confermando la previsione de L’Economia di lunedì scorso – hanno messo assieme utili netti superiori ai 14 miliardi di euro: 14,244 per la precisione.

In ritardo

Dall’altro lato, Monte dei Paschi di Siena, Carige e Credito Valtellinese sono ancora alle prese con difficoltà oggettive nel riprendere il cammino. Queste tre banche hanno concluso il 2017 cumulando perdite per complessivi 4.214,637 miliardi. Ma tutte e tre venivano da anni (dieci nel caso del Monte dei Paschi) di grandi difficoltà e di scelte non sempre coerenti con un percorso di cautela e attenzione.

Il 2017 per Mps è stato l’anno del salvataggio da parte dello Stato, che oggi è il maggiore azionista della banca, mentre per la Carige di Vittorio Malacalza si è registrato l’ennesimo cambio al vertice (ora le redini sono in mano a Paolo Fiorentino, mentre in precedenza sono stati alla guida Guido Bastianini e Piero Luigi Montani) e dell’ennesimo aumento di capitale, molto simile stavolta a un private placement. Il Creval invece è alle prese con un piano di rafforzamento patrimoniale altamente diluitivo, necessario a dare solidità a un gruppo che in passato ha allargato con troppa facilità i cordoni della borsa.

Da una sommaria analisi dei conti dei principali gruppi bancari emerge poi l’evidente nuova tendenza dell’industria del credito: Intesa e Unicredit – che da sole realizzano 12,7 miliardi di utili netti di quei 14,2 complessivi delle prime cinque banche – evidenziano margini di interesse in calo e proventi da commissioni in aumento. Con i tassi ai minimi – secondo alcuni resteranno tali in Europa fino alla fine del mandato di Mario Draghi alla Bce, ottobre 2019 – le banche costruiscono i bilanci sempre più sui servizi e sulle commissioni (+5,5 per cento per Intesa, +7,1 per cento per Unicredit), e sempre meno sul prestar denaro, attività che richiede percentuali elevate di capitale a garanzia e fornisce ritorni prossimi allo zero. Il margine di interesse, pur rappresentando sempre una delle maggiori voci tra gli introiti è in calo per i due maggiori gruppi del 2,5 per cento (Intesa Sanpaolo) e dello 0,1 per cento (Unicredit).

Guardando alle altre, aver chiuso il primo anno post fusione con un utile netto di 557 milioni è per Banco Bpm – la prima aggregazione realizzata sul continente secondo le nuove regole europee – uno stimolo verso chi sta ancora tentennando e si focalizza a difesa del campanile. Prestar denaro è una attività rischiosa – e i 300 e passa miliardi di Npl accumulati in Italia sono lì a dimostrarlo – che richiede importanti garanzie di capitale, impossibili da raggiungere per le banche di piccole dimensioni. Come uscirne, se non aggregandosi?

Fattori eccezionali

Finora in pochi si sono resi disponibili ad uscire dalla loro comfort zone, tutelando con cura il loro personale interesse, che però non sempre coincide con l’interesse dell’istituto per cui lavorano, né con quello degli azionisti che posseggono (anche con minime quote) quell’istituto. Il 2017 va in archivio con risultati a dir poco eccezionali e – sia chiaro – difficilmente ripetibili nell’anno in corso. Ubi ha beneficiato fiscalmente dell’acquisizione di Banca Popolare dell’Etruria e del Lazio, di Banca delle Marche e di CariChieti. Bper ha beneficiato del salvataggio di CariFerrara. Intesa Sanpaolo delle due venete (Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca). Unicredit ha invece ceduto importanti controllate, come la polacca Pekao, l’intero polo del risparmio gestito che faceva capo a Pioneer e in precedenza qualche fetta di Fineco. Elementi straordinari e irripetibili nei bilanci in corso. Anche questo è un segnale che il settore si sta avviando a una nuova normalità, dove le grandi perdite del passato – ma anche i grandi guadagni provenienti da cessioni o da benefici fiscali – non avranno più cittadinanza. Il modo nuovo di far banca, la sua effettiva redditività, andrà verificato nel corso del 2018. Stefano Righi Corriere economia